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LENIN16

 

 

Cina e imperialismo, un’analisi storico-economica
 https://www.facebook.com/notes/la-riscossa/cina-e-imperialismo-unanalisi-storico-economica/1026958504101705/
In questi ultimi giorni ha avuto particolare risalto sui mezzi di informazione l’incontro di stato a Palm Beach tra Donald Trump e Xi Jinping. In particolare suscita l’interesse di molti la posizione della Cina riguardo questioni quali la guerra in Siria e la Corea del Nord. Potrebbe dunque essere legittimo chiedersi se in questa fase la Cina possa assumere un ruolo di argine all’imperialismo e di speranza per i popoli del mondo. Per dare una risposta occorre analizzare la situazione cinese in relazione al concetto di imperialismo, un punto centrale per l’analisi marxista della società, spesso frainteso anche da una parte del movimento comunista.
Per una chiara ed esatta chiave di lettura dell’imperialismo occorre rifarsi alla definizione che Lenin diede nel suo saggio del 1916, “L’imperialismo, fase suprema del capitalismo“:
«Quindi noi […] dobbiamo dare una definizione dell’imperialismo, che contenga i suoi cinque principali contrassegni, e cioè:
1) la concentrazione della produzione e del capitale, che ha raggiunto un grado talmente alto di sviluppo da creare i monopoli con funzione decisiva nella vita economica;
2) la fusione del capitale bancario col capitale industriale e il formarsi, sulla base di questo “capitale finanziario”, di un’oligarchia finanziaria;
3) la grande importanza acquistata dall’esportazione di capitale in confronto con l’esportazione di merci;
4) il sorgere di associazioni monopolistiche internazionali di capitalisti, che si ripartiscono il mondo;
5) la compiuta ripartizione della terra tra le più grandi potenze capitalistiche.
L’imperialismo è dunque il capitalismo giunto a quella fase di sviluppo, in cui si è formato il dominio dei monopoli e del capitale finanziario, l’esportazione di capitale ha acquistato grande importanza, è cominciata la ripartizione del mondo tra i trust internazionali, ed è già compiuta la ripartizione dell’intera superficie terrestre tra i più grandi paesi capitalistici» (cfr. V. Lenin L’imperialismo (1916), Editori Riuniti, 1974, pag. 128).
Secondo questa definizione il militarismo e l’aggressività nei confronti di altre nazioni non sono caratteristiche preponderanti dell’imperialismo, ma soltanto sue possibili manifestazioni. Alla luce della teoria leninista è possibile individuare quali stati, nel corso della storia recente, abbiano effettivamente assunto un ruolo di argine all’imperialismo.
L’Unione Sovietica è senz’altro uno degli esempi più lampanti di potenza antimperialista in quanto priva di esportazione di capitale (la grande maggioranza del commercio estero sovietico era con altri stati socialisti). Infatti anche dopo il 1956, anno in cui le politiche di Chruščёv iniziarono a compromettere l’impianto socialista dello stato e i cui sviluppi furono la restaurazione del capitalismo con Gorbačëv nel 1991, nonostante l’aumento delle esportazioni, l’URSS non esportò capitale.
Non è invece di immediata interpretazione la situazione dell’attuale Repubblica Popolare Cinese. Per un’adeguata valutazione è necessario comprendere come si è giunti all’odierna condizione economico-sociale del paese. A seguito del XX Congresso del PCUS del 1956, il Partito Comunista Cinese, sotto la guida di Mao Zedong, criticò, coerentemente con la teoria marxista-leninista, il revisionismo chruscioviano in URSS, che fu definito revisionismo moderno per distinguerlo dal revisionismo bernsteiniano-kautskiano. Tuttavia, subito dopo la morte di Mao nel 1976, un nuovo tipo di revisionismo si manifestò in Cina a seguito della presa del potere dell’ala destra del PCC, che faceva capo a Deng Xiaoping, dopo la condanna della cosiddetta Banda dei Quattro, un gruppo di dirigenti del Partito che aveva avuto un ruolo determinante nella Rivoluzione Culturale.
Contrariamente a quanto avvenuto in Unione Sovietica, in cui la figura di Stalin fu criminalizzata, il revisionismo denghista, che potrebbe essere definito come revisionismo contemporaneo, non attaccò mai apertamente Mao, ma continuò a celebrarlo e a rivendicare una, peraltro inesistente, continuità con la sua politica. Al contempo Deng elaborò la teoria del socialismo di mercato, o socialismo con caratteristiche cinesi, una soluzione strategica di media o lunga durata, in attesa di un non meglio definito ritorno al socialismo. Molti sostenitori delle attuali politiche della Cina paragonano le riforme di Deng con la Nuova Politica Economica (NEP), applicata da Lenin nell’URSS reduce dal conflitto mondiale e dalla guerra civile. Questo rappresenta tuttavia una valutazione fallace: la NEP prevedeva delle limitate concessioni al capitalismo al fine di ripristinare l’industria nazionale, devastata dalla guerra, nella prospettiva dell’accumulazione di forze necessarie per esser superata e si realizzava nel quadro della dittatura del proletariato (non vi erano capitalisti e miliardari nel Partito e il settore privato consentito non coinvolgeva i grandi mezzi di produzione ma solo i piccoli come il commercio interno) basata sul rafforzamento della classe operaia, mentre, come ad oggi è stato possibile constatare, in Cina il socialismo di mercato è stato una manovra di transizione dal socialismo al capitalismo vero e proprio, con reintroduzione dei rapporti di produzione tipici del capitalismo.
Conferma di quanto detto è la creazione delle Zone Economiche Speciali (ZES), nelle quali, a partire dal 1979, specifiche legislazioni economiche favoriscono e incoraggiano l’afflusso di capitale proveniente da multinazionali straniere attraverso una fiscalità vantaggiosa e una larga indipendenza per le imprese (è da sottolineare come il governo cinese abbia approvato recentemente un piano per la creazione di una nuova ZES, che porterà alla fondazione di un’imponente città chiamata Xiongan, e che ha visto immediatamente dopo l’annuncio governativo l’afflusso massiccio di speculatori intenzionati ad acquistare immobili nelle aree interessate da rivendere a prezzi raddoppiati). Merita inoltre di essere menzionata la cosiddetta teoria delle tre rappresentanze, dottrina ideata nel 2000 da Jiang Zemin, successore di Deng, che di fatto forniva all’imprenditoria ancora maggior riconoscimento politico e sociale e permetteva l’ingresso sempre più palese di elementi borghesi all’interno del Partito, ormai definitivamente deideologizzato, seppur già compromesso dalla gestione di Deng.
È bene chiarire a questo punto il seguente concetto: il socialismo prevede relazioni di produzione nelle quali la classe operaia ha il potere e, di conseguenza, detiene nelle sue mani i mezzi di produzione.
In questo senso, ha come condizione necessaria il dominio della proprietà statale su quella privata e la scomparsa progressiva di ogni mezzo di produzione privato, compresa la piccola proprietà. È inevitabile che ci siano differenze tra i vari paesi nella costruzione del socialismo, ma queste non possono esser mai di principio, ossia contraddicendone quelli universali che nel caso cinese rappresentano relazioni di produzione dove predomina il capitale privato con una tendenza al maggiore sviluppo dello stesso.
Per meglio comprendere l’importanza che le imprese private assumono in Cina, basta esaminare alcune cifre riguardanti il peso del settore privato nello stato a seguito della privatizzazioni massicce applicate da Deng in poi: nel 2005 il numero di imprese private ammontava a 4,3 milioni, nel 2010 a 7,5 milioni e nel 2015 a 12 milioni, mentre nello stesso anno le imprese statali erano 2,3 milioni; attualmente circa il 70% della produzione industriale cinese è dovuta a imprese non statali, oltre l’80% della forza-lavoro industriale è impiegata nel settore privato e solo il 13% dei lavoratori urbani sono dipendenti statali; inoltre la crescita delle imprese private è di gran lunga superiore a quella delle imprese statali (negli ultimi 3 decenni il 95% dell’aumento della forza-lavoro urbana è dovuta a compagnie private).
È dunque evidente come in Cina il ritorno al capitalismo sia pressoché completo, ma bisogna prendere in considerazione alcuni dati economici per convincersi del fatto che il paese sia ormai giunto anche alla fase imperialista.
Secondo la rivista Forbes, stimando il patrimonio in dollari, attualmente in Cina sono presenti ben 400 miliardari, che detengono circa 947,03 miliardi. Questi dati pongono la Cina al secondo posto tra gli stati al mondo con più miliardari, seconda solo agli Stati Uniti, che nel 2016 ne contavano 540, e testimoniano come l’accumulazione della ricchezza nel paese abbia raggiunto livelli impressionanti, tali da creare un’oligarchia finanziaria, a ulteriore riprova di come la forma statale socialista sia ormai solo una definizione de iure.
Secondo il Center for China and Globalization l’esportazione cinese di capitale nel 2015 aveva superato il capitale straniero nel paese; gli investimenti diretti esteri (OFDI) ammontavano a 145,6 miliardi di dollari, mentre il capitale estero in Cina era di 135,6 miliardi di dollari. A tale proposito, secondo il Finantial Times, nel 2017 la Cina risulta essere il più grande esportatore di capitale in Africa, per la maggior parte al fine estrattivo di risorse naturali, proseguendo la depredazione del continente a cui secoli di colonialismo e imperialismo ci hanno tristemente abituato. Proprio in Africa, a Gibuti, sorge una base militare cinese con circa 10.000 soldati cinesi e navi da guerra veloci.
Per quanto riguarda l’energia, come anche in altri settori, quali ad esempio le comunicazioni, va segnalata la presenza di monopoli, tra cui la China Petroleum and Chemical Corporation (Sinopec, 4ª società al mondo per ricavi nel 2015) e la China National Petroleum Corporation (CNPC, 3ª società al mondo per ricavi nel 2015), che rappresentano due società internazionali tra le maggiori al mondo nel campo del petrolio e del gas.
Infine il settore bancario cinese vanta ben 4 delle 10 banche più potenti al mondo, tra cui le 5 maggiori sono la Industrial and Commercial Bank of China (la più grande banca al mondo per capitale), la China Construction Bank, la Bank of China, la Agricultural Bank of China e la China Development Bank. Tutte queste banche possiedono sedi all’estero (Asia, Europa, Africa e America), ma quella più presente a livello internazionale è la BOC.
In aggiunta a quanto detto bisogna anche considerare il ruolo della Cina nel blocco dei BRICS, alleanza imperialista, in cui svolge un ruolo da protagonista. Fa parte dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai, di cui sono membri anche la Russia e vari stati dell’Asia Centrale, e che si occupa non solo di sicurezza, ma anche di cooperazione economica (è importante il ruolo della SCO Interbank Association, che riunisce rappresentanze della banche delle nazioni aderenti all’organizzazione). Uno dei possibili sbocchi economici dell’Organizzazione, peraltro più volte suggerito dalla stessa Cina, potrebbe essere la creazione di un’area di libero mercato tra gli stati membri, ma già ad oggi sono previste norme che facilitino gli scambi commerciali interni.
La Cina ha annunciato inoltre di aver sospeso per il 2017 i suoi acquisiti di carbone dalla Repubblica Democratica Popolare di Corea in applicazione delle sanzioni decise, su richiesta degli Stati Uniti, dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite (e che la Cina ha accettato). Ciò priva lo Stato socialista nordcoreano di 1 miliardo di dollari. La Cina sta anche lavorando per la creazione di un’area di libero scambio con Giappone e Corea del Sud. L’imperialismo, il capitalismo monopolista, ha le sue leggi e ogni membro si muove sulla base della sua forza economica, militare e politica, nella direzione di rafforzare la propria posizione e la reddittività e competitività dei propri monopoli all’estero, a volte con “la pace” e, a volte, con mezzi militari. E’ su questa base che possiamo e potremo comprendere meglio gli eventi e alcune delle mosse cinesi che, in apparenza, seguono un approccio diverso rispetto a quello di altre potenze economiche capitaliste.
Appurato come anche la Russia svolga un ruolo di prim’ordine nella piramide imperialista internazionale, è necessario per i comunisti avere massima consapevolezza della natura imperialistica dei paesi BRICS, che si pongono in aperto contrasto con le potenze imperialiste tradizionali USA (al vertice della piramide) e UE soltanto nel tentativo di imporre la propria egemonia, in uno scontro inter-imperialistico nel quale si intensifica la tendenza alla guerra imposta dal capofila statunitense (che oltre contro la Russia procede nella concentrazione di potenza di fuoco anche intorno alla Cina nel mar cinese meridionale e orientale) che rischia di gettare i popoli del mondo in una nuova guerra generale alla quale tutte le potenze si stanno preparando.
Va a tale proposito ricordato come i lavoratori abbiano soltanto da perdere da un conflitto di questo tipo, e che, come insegna Lenin, i comunisti non devono schierarsi dalla parte di nessuno dei contendenti in gioco, disarmando politicamente, organizzativamente e ideologicamente la classe lavoratrice, ma al contrario devono stabilire una posizione indipendente di classe per sfruttare attivamente queste contraddizioni nella piramide imperialista al fine di indebolire le “proprie” borghesie nella direzione di rovesciare nei propri paesi il capitalismo, il potere della borghesia con le sue alleanze imperialiste, come l’UE e la NATO, rifiutando al contempo sia la guerra imperialista, sia la pace imperialista. Solo la lotta per un diverso modello di società potrà dare ai popoli la liberazione dallo sfruttamento e dal capitale, e questa lotta ha come artefici e alleati i proletari di ogni paese.
di Lorenzo Vagni

http://www.senzatregua.it/il-25-aprile-e-lipocrisia-della-brigata-ebraica/

Centinaia di ebrei hanno combattuto la Resistenza partigiana per la liberazione dell’Italia dal fascismo e dall’occupazione nazista. Facevano parte delle Brigate Garibaldi e delle numerose formazioni partigiane di diversa ispirazione. Ma per qualche ragione le comunità ebraiche e i circoli filo-israeliani più estremisti sono ben poco interessati ad onorare questa memoria, e pretendono piuttosto di manifestare il 25 aprile ricordando la cosiddetta “Brigata ebraica”, un reparto dell’esercito inglese che nulla ebbe a che vedere con la Resistenza. Un copione che si ripete da anni, e che finisce con bandiere dello Stato di Israele che sventolano nei cortei del 25 aprile. Ma andiamo con ordine…

Ha fatto discutere ieri l’annuncio congiunto di PD e comunità ebraiche, che hanno voluto prendere le distanze dalla manifestazione di Roma. «Purtroppo ancora una volta a Roma il corteo dell’Anpi è diventato elemento di divisione quando dovrebbe essere invece l’occasione di unire la città intorno ai valori della resistenza e dell’antifascismo. Per questo, come già l’anno passato, non parteciperemo», ha affermato il commissario romano del PD, Matteo Orfini. La presidente della comunità ebraica, Ruth Dureghello, ha invece affermato che «L’Anpi che paragona la comunità ebraica di Roma a una comunità straniera è fuori dalla storia e non rappresenta più i veri partigiani».

Andrebbe detto per onestà intellettuale, in realtà, che da anni nei diversi cortei che hanno luogo il 25 aprile nelle città d’Italia i rappresentanti della c.d. “Brigata ebraica” manifestano proprio grazie all’ANPI, che più di una volta (come a Milano) ha steso il tappeto rosso a queste persone preferendo sbarrare la strada (letteralmente) agli “estremisti” che ne contestavano la presenza. Certo è che oggi esiste una grande confusione sul tema al centro della discussione.

Ma cos’è stata realmente la Brigata ebraica? È giusto scrivere, come si affermava in un articolo pubblicato anni fa sul Manifesto, che “la bandiera della Brigata ebraica appartiene a una delle formazioni che sono state in prima fila nella liberazione d’Europa. È quindi a casa propria il 25 Aprile”?

Partiamo da un concetto quasi basilare: contestare la presenza di bandiere della Brigata ebraica non significa essere contro gli ebrei, né tantomeno significa negare il contributo degli ebrei alla Resistenza italiana. Il punto è proprio che la Brigata ebraica con la Resistenza italiana c’entra poco o nulla. La Brigata ebraica era un reparto dell’esercito britannico, reclutato nella Palestina che allora era amministrata dall’Inghilterra su mandato della Società delle Nazioni. La sua creazione fu annunciata da Winston Churchill nel settembre del 1944, come reparto volontario di fanteria inquadrato nella VIII Armata Britannica. La Brigata sbarca il 10 novembre 1944 a Taranto, nell’Italia già liberata dagli alleati, e non combatte fino al 27 marzo 1945, quando affianca l’esercito cobelligerante italiano (cioè quello Alleato) nello sfondamento della linea gotica. Nel complesso, l’attività della Brigata ebraica si limita a qualche combattimento nel Ravennate nell’ultimo mese di conflitto, quando ormai si era già a ridosso della Liberazione e dell’insurrezione del 25 aprile.

Chi il 25 aprile scende a commemorare la Brigata ebraica, prima ancora della Resistenza insulta la memoria di centinaia di ebrei italiani, nostri fratelli e sorelle, che alla Resistenza parteciparono per davvero, spesso dando anche la vita. Il fondatore del Fronte della Gioventù per l’indipendenza nazionale e la libertà, la più nota ed estesa organizzazione giovanile partigiana (di cui il Fronte della Gioventù Comunista ha ripreso il nome nel 2012), era il giovane ebreo e dirigente del PCI Eugenio Curiel, fucilato dalle camicie nere nel febbraio del ’45. Centinaia di ebrei italiani combatterono arruolati nelle Brigate Garibaldi (le formazioni partigiane legate al PCI, che costituivano la maggioranza delle formazioni partigiane) e nelle formazioni di Giustizia e Libertà. Andando oltre la Resistenza italiana, si potrebbe ricordare che migliaia di ebrei combatterono la guerra contro il Terzo Reich sin dal 1941 nel Palestine Regiment, anch’esso inquadrato nell’esercito britannico ma privo di distinzione fra palestinesi di etnia araba ed ebrei, che combattevano spalla a spalla.

Veder sventolare bandiere di Israele nei cortei del 25 aprile, "mimetizzate" fra quelle della Brigata ebraica, è ormai diventato la normalità...
Veder sventolare bandiere di Israele nei cortei del 25 aprile, “mimetizzate” fra quelle della Brigata ebraica, è ormai diventato la normalità…

Tutto questo i sostenitori della Brigata ebraica non lo dicono, e il motivo è chiaro: l’interesse fondamentale di queste persone non è la memoria della Resistenza partigiana, ma la celebrazione dell’ideologia sionista e di Israele. La funzione storica della Brigata ebraica fu quella di contribuire alla costruzione di una identità “ebraica” che più che all’ebraismo era legata al sionismo più estremista e radicale (predicato dagli odierni circoli filo-israeliani), in prospettiva della futura costruzione dello Stato di Israele. Oggi viene celebrata in modo strumentale da certi ambienti che il 25 aprile pretendono di manifestare con bandiere della Brigata ebraica e di Israele (fra loro molto simili), con il beneplacito delle istituzioni che certo le preferiscono alla bandiere rosse e ai tricolori delle Brigate Garibaldi. Ma chissà quale bandiera avrebbero preferito i partigiani…

La scelta di PD e comunità filo-israeliane di non partecipare al corteo del 25 aprile nella capitale non solo non costituisce una grave perdita, ma è da guardare come un elemento positivo, una maggiore garanzia della difesa del carattere della mobilitazione del 25 aprile. Da anni il PD schiera il suo servizio d’ordine al fianco di cordoni di polizia che impediscono ai comunisti di entrare nei cortei del 25 aprile per stendere il tappeto rosso a chi sventola la bandiera di Israele. Il PD fa questo mentre fa propria una retorica antifascista “istituzionale”, che si richiama strumentalmente, in modo rituale e innocuo, alla Resistenza partigiana svuotandola del suo carattere rivoluzionario, per utilizzarla come copertura ideologica delle politiche antipopolari che questo partito porta avanti contro i diritti dei lavoratori e della gioventù, in nome degli interessi dei grandi monopoli europei e della grande finanza, gli stessi che portarono il fascismo al potere. Quando il PD chiede un 25 aprile unito “attorno ai valori dell’antifascismo”, chiede in realtà un 25 aprile a difesa dello stato attuale delle cose.

Le bandiere giuste da sventolare il 25 aprile...
Le bandiere giuste da sventolare il 25 aprile… 

La presenza del PD nella manifestazione del 25 aprile di Roma avrebbe inquinato una giornata che dovrebbe tornare ad essere legata alle lotte della gioventù, dei lavoratori e dei popoli per un futuro di pace, giustizia e uguaglianza sociale, contro un sistema che produce disoccupazione, sfruttamento, precarietà e guerra. Certo è che dinanzi all’arroganza di chi afferma che senza le bandiere di Israele e della “Brigata ebraica” si stravolge il senso del 25 aprile, i primi a rivoltarsi nella tomba sono proprio i partigiani. Anche, e forse soprattutto, i partigiani ebrei

https://lastellanera.wordpress.com/2014/03/24/ecco-le-prove-rivoluzione-ucraina-pagata-dagli-usa/

Ecco le prove, rivoluzione ucraina pagata dagli Usa

«Fermiamo il nazismo ucraino». Chiaro riferimento alla direzione della protesta di piazza Maidan da parte di partiti nazisti e all’entrata nel nuovo governo di quattro ministri dichiaratamente ammiratori di Hitler.

Rivolta costata 5 miliardi di euro in due anni. Stipendiati anche i nazisti responsabili degli scontri di piazza. Alcuni gruppi addestrati militarmente in Estonia. [Franco Fracassi]

di Franco Fracassi

«Dopo avere organizzato la rivoluzione arancione del 2004, un fallimento totale, anche questo colpo di Stato a Kiev è stato organizzato dai servizi segreti americani». L’accusa non arriva dal presidente russo Vladimir Putin o dal defenestrato presidente ucraino Viktor Yanukovich. A farla è Paul Craig Roberts, direttore del Centro studi strategici e internazionali della Georgetown University. «La cosa più grave è che questi incompetenti, arroganti, ideologi non hanno previsto che l’unica forza organizzata dell’opposizione erano i due partiti neonazisti, che hanno immediatamente sfruttato la situazione per prendere il sopravvento ed emarginare i cosiddetti moderati, che ora non contano nulla. Questi neonazisti hanno ammazzato diversi poliziotti a sangue freddo, alcuni sono stati macellati, altri bruciati. Il loro primo atto di governo è stato il divieto di uso della lingua russa e altre provocazioni, come saccheggi alle case degli ex gerarchi. Ora la Casa Bianca e i suoi lacchè si trovano nella situazione o di ammettere di essere degli idioti oppure di negare a oltranza, mobilitando la propaganda e spingendosi sempre più in là nella provocazione verso i russi».

Cinque, centottantaquattro, duecento, cinquecento, duemila. Sono numeri che confermano le affermazioni di Roberts. Cinque sono i miliardi di dollari che l’Amministrazione Obama ha investito negli ultimi due anni per rovesciare il governo di Yanukovich, venti milioni a settimana. Centottantaquattro sono i milioni che il dipartimento di Stato ha elargito direttamente ai dimostranti di piazza Maidan. Duecento sono i dollari che quotidianamente sono stati versati a ogni «combattente attivo». Cinquecento ai «combattenti» che facevano parte di gruppi armati composti da almeno dieci persone. Duemila i dollari dati ai coordinatori dei manipoli di dimostranti che compivano azioni offensive contro agenti di polizia o rappresentanti delle autorità pubbliche. Cifre rivelate da “Jane’s Review”, la più autorevole rivista statunitense di cose militari e di inteligence. «Combattenti attivi e leader ricevono i pagamenti sui loro conti personali», aggiunge Jane’s. Su Youtube è apparso anche un video che mostra valige diplomatiche arrivate a Kiev via Lufthansa e scortate da dipendenti armati del Dipartimento di Stato Usa. Valigette contenenti banconote da cento dollari.

I combattenti di piazza Maidan sono stati stipendiati dal Dipartimento di Stato. Molti di loro sono nazisti.

Ma c’è anche dell’altro. “Intelligenceonline” ha documentato come molti dei gruppi neonazisti siano stati «preparati in basi militari della Nato». Uno tra tutti l’Una-Unso. «I suoi membri sono stati addestrati in Estonia alla guerriglia urbana a partire dal 2006».

Forse anche per questo, quando alcuni media denunciavano la presenza, anzi, il comando della protesta da parte dei neonazisti Washington ha fatto finta di nulla. Nulla, perfino quando ventinove leader politici ucraini hanno inviato una lettera aperta, alle Nazioni Unite e agli Stati Uniti, denunciando «il sostegno occidentale alla campagna neonazista finalizzata al rovesciamento cruento di un governo democraticamente eletto».

Eppure non si trattava di suposizioni allarmistiche. Sarebbe bastato leggere l’articolo scritto da Simon Shuster su “TimeMagazine”, in cui si parlava apertamente di «criminali di destra che stanno dirottando la rivolta liberale in Ucraina. Al centro dei tafferugli un gruppo di picchiatori neonazisti chiamato “Spilna Prava” (Causa comune), le cui iniziali in ucraino sono Ss».

Foto scattata da un giornalista israeliano a un combattente di piazza Maidan apertamente definitosi mercenario straniero.

Oppure il colloquio tra il giornalista del “Guardian” Shaun Walker e uno dei coordinatori di piazza Maidan Andriy Tarasenko: «Per noi il problema non è l’Europa, infatti l’unione con l’Europa sarebbe la morte dell’Ucraina. L’Europa significa la morte dello Stato-nazione, della Cristianità. Vogliamo un’Ucraina per gli ucraini, governata dagli ucraini. L’obiettivo del gruppo è una rivoluzione nazionale».

O ancora l’ex presidente della Commissione europea Romano Prodi, che ha dichiarato al “New York Times”: «Teppisti stanno attaccando la polizia, incendiano auto, assaltano edifici, creano un ambiente di distruzione. Questa gente è di chiara matrice nazista e antisemita».

La Casa Bianca, oltre che non volere, non poteva fare altrimenti perché la conduzione della sua politica con l’Europa dell’Est è affidata all’ex capo della Cia un Unione Sovietica (prima) e in Russia (poi), una neocon convinta, fedele all’ex Amministrazione Bush e al suo amico Dick Chaney. Il funzionario del Dipartimento di Stato in questione, Victoria Nuland, ha tenuto lo scorso 13 dicembre un discorso al National Press Club (sponsorizzato da US-Ukraine Foundation, Chevron e Ukraine-in-Washington Lobby Group), durante il quale si compiaceva del fatto che Washington avesse speso «cinque miliardi di dollari per fomentare l’agitazione e per trascinare l’Ucraina nell’Ue». Aggiungendo: «Una volta preda di Bruxelles, l’Ucraina sarebbe aiutata dall’occidente attraverso il Fmi».

Victoria Nuland insieme a tre dei leader della rivolta: a sinistra il leader del partito neonazista Svoboda (Oleh Tyahnybok); al centro il leader del partito Udar (Vitaly Klichko), nonché leader politico di piazza Maidan e alleato di Svoboda; a destra l’attuale primo ministro ucraino Arseniy Yachenyuk.

Per comprendere meglio il personaggio Nuland bisogna parlare di suo marito. Robert Kagan è anch’egli un neocon con il mito dell’eccezionalità rappresentata dagli Stati Uniti. Nel 2003 Kagan scrisse un libro dal titolo “Paradiso e Potere. America ed Europa nel Nuovo Ordine Mondiale”, nel quale scriveva: «L’ordine internazionale non è un’evoluzione, è un’imposizione. È il dominio di una visione sulle altre. Nel caso dell’America, il dominio dei principi del libero mercato e della democrazia, insieme ad un sistema internazionale che li sostiene. L’ordine attuale durerà solo fino a quando coloro che lo favoriscono e ne traggono beneficio manterranno la volontà e la capacità di difenderlo. A qualcuno pare assurdo che gli Stati Uniti debbano avere un apparato militare più grande di quelli delle altre dieci prime potenze militari messi assieme. Ma, probabilmente, è proprio quel divario nella potenza militare che ha giocato un ruolo decisivo nel mantenere un sistema internazionale che è storicamente unico, e in modo unico benefico per gli americani».

L’interventismo del duo Nuland-Kagan si è tradotto in Ucraina nell’infiltrazione di agenti statunitensi (ma forse erano di società private di mercenari) tra i manifestanti. In un video girato a piazza Maidan si vede la polizia speciale trattenere un uomo che mostra un tesserino appartenente all’International Police Association (Ipa). Più di un articolo (pubblicato anche da autorevoli testate internazionali) ha accusato l’Ipa di non essere altro che un’associazione di copertura della Cia.

Poi c’è la denuncia fatta anche da Popoff, in cui si segnalava lo sbarco notturno all’aeroporto di Kiev di trecento mercenari pagati dal Pentagono. Trecento soldati super addestrati spariti tra la folla dei dimostranti poche ore dopo il loro arrivo in Ucraina, e accusati di essere loro i cecchini responsabili del massacro di piazza Maidan.

Il presidente statunitense Barak Obama e il suo equivalente russo Vladimir Putin. Più che una questione interna, la crisi ucraina è cosa loro.

 

http://www.resistenze.org/sito/te/cu/st/custdb12-012328.htm

 

Combattiamo il revisionismo storico:

Le foibe sono un falso storico propagandato dai fascisti e usato dalla borghesia

 

Salvatore Vicario | comunistisinistrapopolare.com

 

11/02/2013

 

Il 30 Marzo 2004, con la legge bipartisan n.92, è stato istituito il “giorno del ricordo” da celebrare il 10 Febbraio di ogni anno. Essa fu il risultato di due interessi convergenti: quello dei fascisti nella loro ricerca di ripulirsi e riabilitarsi e quello della borghesia nel suo tentativo di equiparazione dei comunisti con i nazi-fascisti, che vede l’Unione imperialista Europea (1), impegnata da anni nel lavoro puramente “ideologico” di equiparazione e istituzione della categoria “totalitarismi” per mettere fuori legge le organizzazioni operaie-popolari e i partiti comunisti rivoluzionari del continente europeo.

Le foibe rappresentano in Italia il principale strumento con il quale i fascisti e la borghesia, attraverso i loro mezzi di comunicazione di massa, portano avanti i loro convergenti interessi ideologici. E’ dovere di ogni rivoluzionario, di ogni sincero progressista e democratico, combattere questa propaganda puramente ideologica, decostruendo il loro “impianto accusatorio” e integrando i fatti nel loro contesto storico.

Nel 2002, il Pres. della Repubblica C.A. Ciampi dichiara in un intervista al quotidiano triestino “Piccolo”, che le foibe furono “una lotta etnica scatenata per cercare di deitalianizzare queste zone, che ha dato luogo a violenze e uccisioni. Una cosa tipo la shoah, volta a eliminare più italiani possibili“. Nel 2006 riafferma il concetto definendo le foibe una pulizia etnica affermando che: “l’odio e la pulizia etnica sono stati l’abominevole corollario dell’Europa tragica del Novecento“(2). Il 10 Febbraio 2007, l’attuale Pres. della Repubblica G. Napolitano dichiara che “(…) un moto di odio e di furia sanguinaria, e un disegno annessionistico slavo, che prevalse innanzitutto nel Trattato di pace del 1947, e che assunse i sinistri contorni di una ‘pulizia etnica’ (3).

Queste dichiarazioni fanno parte del progetto di “creazione di una coscienza collettiva” dell’intera comunità nazionale nella ricerca dello spirito “patriottardo” dell’ “Italia riconciliata nel nome della democrazia”. Tutto questo ha un solo fine: l’equiparazione del movimento operaio e comunista con il nazi-fascismo, tra il movimento di resistenza partigiana nazionale e internazionale (fortemente composto dalle organizzazioni comuniste) e i regimi nazi-fascisti e coloniali mussoliniano, hitleriano, franchista, nonché di quello croato di Pavelic. L’obiettivo della cancellazione del ‘900, racchiudendolo nel “totalitarismo” e nella “tragedia”, è perseguito soprattutto oggi nella fase di crisi sistemica e ideologica del capitalismo, che deve perciò mettere in campo tutta la sua capacità falsificatoria applicando il metodo nazista di Goebbels, per annientare lo spirito “rivoluzionario” delle masse, colpendo gli unici che lo hanno concretizzato nella presa del potere e l’abbattimento dell’ordine borghese imperialista: i comunisti.

Come affermato dalle massime cariche dello Stato borghese italiano le foibe sono poste sotto l’etichetta di “pulizia etnica” nella versione ufficiale dello Stato, suffragando questa tesi, priva di fondamento in prove, con numeri “della tragedia” a cui ognuno è libero di dare la sua versione soggettiva, passando da qualche migliaio alle decine di migliaia fino ad arrivare alle centinaia di migliaia di italiani gettati vivi in cavità carsiche (le foibe) e lasciati morire. Secondo questa versione ufficiale colpevoli solo di esser italiani. Citiamo a questo punto un estratto di un articolo pubblicato l’8/1/1949 da un giornale della destra locale “Trieste Sera”, nel quale si ammetteva: “Se consideriamo che l’Istria era abitata da circa 500 mila persone, delle quali oltre la metà di lingua italiana, i circa 500 uccisi e infoibati non possono costituire un atto anti-italiano ma un atto prettamente anti-fascista“. Queste 500 “vittime” avvennero durante il breve periodo di governo popolare triestino durato 40 giorni.

Fra Gorizia, Trieste e Fiume effettivamente scomparvero tra le 3 e le 4 mila persone, ma la maggioranza di esse morì nei campi di prigionia dove venivano rinchiusi i prigionieri colpevoli di esser collaboratori dei fascisti. Si parla delle foibe di Fiume, ma in questo paese non esistono foibe. Nella foiba di Fianona non è stato ritrovato nessun corpo. Nella foiba di Opicina sono stati ritrovati solo alcuni soldati morti i cui corpi vennero gettati lì per evitare il diffondersi di epidemie. Nelle foibe di Basovizza, in realtà si tratta del pozzo di una miniera, sono stati ritrovati dagli anglo-americani solo una decina di corpi di soldati tedeschi. Ma si parla di 3.500 infoibati nel triestino tra Basovizza e Monrupino. In quest’ultima in realtà, i partigiani gettarono dei corpi, ma si trattava di corpi di militari nazisti bombardati dagli inglesi, in seguito ad una battaglia tra nazisti e partigiani il 1 Maggio. Eppure li oggi vi è una targa in onore di infoibati dalmati.

Adesso inquadriamo i fatti nel loro contesto storico. Nel settembre del 1920 Benito Mussolini dichiara: “Di fronte ad una razza inferiore e barbara come la slava non si deve seguire la politica che dà lo zuccherino, ma quella del bastone. I confini dell’Italia devono essere il Brennero, il Nevoso e le Dinariche: io credo che si possano sacrificare 500000 slavi barbari a 50.000 italiani“(4). Si istituì così la politica del cosiddetto “fascismo di confine”, ovvero una politica aggressiva nel Nord-Est e nei Balcani nell’ordine della deslavizzazione.

Chi fu vittima della “pulizia etnica” e delle mire coloniali fu il popolo slavo, ad opera del regime fascista nella sua “guerra contro lo slavismo” e del suo progetto di “bonifica etnica” perseguita sul piano culturale con la chiusura delle scuole e il divieto di parlare pubblicamente nella loro lingua madre, l’italianizzazione forzata di cognomi e nomi di località, le insegne dei negozi in lingua croata e slovena rimosse e su quello economico con l’espropriazione forzata delle terre e la colonizzazione italiana, il tutto accompagnato da una feroce barbarie contro le popolazioni locali e la resistenza con massacri, incendi di paesi, campi di concentramento, tra questi citiamo il lager di Arbe (Dalmazia) oggi in Croazia, dove vennero rinchiusi tra le 10.000 e le 15.000 civili a maggioranza di etnia slava, diretto dal colonello dei Carabinieri Vincenzo Cuiuli, il campo di internamento e smistamento di Fiume in cui vi erano internati 3.500 slavi e oppositori, il lager di Cattaro (Dalmazia) oggi in Montenegro e il lager di Zara (Dalmazia) oggi in Croazia con 2.400 prigionieri civili.

Sul territorio italiano citiamo il lager per jugoslavi di Treviso con 3.464 di internati diretto dal Tenente Colonello dei Carabinieri A.Anceschi, quello di Chiesanuova a Padova in cui vi furono internati 3.500 civili jugoslavi, in maggioranza croati, diretto dal Colonello D.Caporali. Il lager Renicci ad Arezzo con 3.950 internati in maggioranza civili jugoslavi. Il lager di Gonars a Udine dove vi erano internati 6.500 civili jugoslavi diretto dal Tenente Colonnello Eugenio Vicedomini, Cesare Marioni, Ignazio Fragapane, Gustavo De Dominicis, Arturo Macchi.

Infine citiamo i campi di prigionia e lager per oppositori politici, “allogeni” slavi, sospettati di attività anti-nazionale, prigionieri di guerra ecc… di Fossoli a Carpi (5.000), di Bolzano (11.116) e quello di Risiera San Sabba a Trieste con circa 25.000 internati istituito dal III Reich. Tra il 1941 e il 1943 furono cacciati dall’Istria circa 30.000 Slavi- Croati e Sloveni – e venne occupata la regione. Centinaia di migliaia qui sono i morti reali dell’occupazione fascista e dei regimi nazi-fascisti nei confronti dei popoli slavi. Citiamo su tutti le 13.000 persone massacrate dalle SS e dai repubblichini di Salò nell’inverno del ’43 quando ripresero il controllo della penisola istriana, i cui corpi furono gettati nelle foibe. Infatti a differenza della Repubblica di Salò, in questi territori occupati dai nazisti dopo l’8 settembre si ebbe il diretto comando dei nazisti e il battaglione mussoliniano, la X MAS, la Guardia Civica e altre milizie furono sotto loro comando.

Nel periodo dell’insurrezione popolare avvenuta in Istria l’8 Settembre ’43, la popolazione oppressa, sia italiana che slava, inferocita prese le armi e si scagliò contro i fascisti, gli occupanti e collaborazionisti che avevano depredato una terra e umiliato un popolo, infliggendogli un duro periodo di privazioni, di pene, di morte. Dopo l’invasione nazista e i crimini commessi al loro servizio dai fascisti (vedi sopra), si istituì nel maggio del ’45 il governo partigiano di Trieste durato 40 giorni (vedi sopra).

Il quadro della situazione, politica e sociale, è stata ed era piuttosto complessa: “La situazione nell’Italia orientale era diversa dal resto del nord Italia. Quella era una terra che apparteneva all’Italia solo a partire dalla I guerra mondiale, una terra multietnica. In Italia il fascismo era la mano violenta della borghesia contro il proletariato, mentre nell’Italia orientale il fascismo si presentava oltre che sotto l’aspetto di classe, anche come soppressione delle nazionalità: proibito parlare lingue slave, chiusura di tutte le istituzioni culturali non italiane. Oltre a questo nel ’43 noi eravamo annessi alla Germania insieme a Lubiana e all’Istria. Erano i tedeschi che comandavano. Dopo il ’45, per altri 8 anni, c’è stata l’occupazione anglo-americana. Quindi la guerra è continuata con mille intrecci, lotte, con nazionalismi, servizi segreti“(5). La violenza che si scatenò fu un atto di giustizia popolare inserita all’interno di un quadro complesso.

Nulla potrà offuscare l’alto contributo dei partigiani comunisti jugoslavi nella guerra al nazifascismo e la collaborazione internazionalista con i partigiani comunisti italiani. La borghesia tenta la strada della denigrazione della resistenza, con l’obiettivo di attaccare i comunisti, dai partigiani jugoslavi ai GAP, perché erano valorosi compagni che si diedero alla causa rivoluzionaria della liberazione dei popoli e della classe operaia dall’oppressione borghese, per trasformare l’Italia in una Repubblica Socialista. E’ proprio il carattere rivoluzionario, la lotta di classe che praticarono i comunisti nella guerra di liberazione nazionale, affiancati dalla lotta dei lavoratori che insorgevano nelle città e nelle campagne per farla finita non solo con il nazi-fascismo, ma anche con l’oppressione sociale della classe borghese e il capitalismo, che si servì del fascismo e che trovò subito dopo nuovi servitori, nel proseguimento dello sfruttamento e oppressione di classe, al quale la borghesia riserva il suo profondo odio.

N.B: la ricerca della verità storica e la denuncia dell’uso propagandistico anti-comunista delle foibe, non ha nulla a che fare con un adesione al titoismo e al ruolo della Rep. Popolare Jugoslava, del tutto negativo e anti-leninista.

Note:

1) www.resistenze.org/sito/os/ep/osep9d14-004858.htm www.resistenze.org/sito/os/ep/osepbi06-009500.htm

2) www.quirinale.it/qrnw/statico/ex-presidenti/Ciampi/dinamico/discorso.asp?id=28593

3) www.storiaxxisecolo.it/dossier/Dossier1a8f.htm

4) cronologia.leonardo.it

5) Tratto dall’intervista rilasciata da Mario Toffanin “Giacca” Comandante dei GAP di Udine alla rivista “resistenze”. Condannato all’ergastolo ai processi per Porzus (1952), graziato da Pertini nel 1975. Leggere in merito ai processi di Porzus: www.resistenze.org/sito/te/cu/st/custcb14-010494.htm

 

http://www.criticaproletaria.it/?p=515bruti

Il disegno di revisione proposto (recte: imposto) dal Governo, non può essere valutato solo come un’operazione “sovrastrutturale” destinata a incidere esclusivamente sulla forma di governo, ma anche come una sorta di disegno strategico di politica economica, che punta ad alterare radicalmente la configurazione dei rapporti tra “Stato” e “mercato” delineata dalla Costituzione.

Al riparo della retorica del “risparmio”, con l’abolizione del CNEL, si persegue, del resto, l’intento simbolico di sancire il definitivo abbandono della concezione del “governo democratico dell’economia” (art. 41, 3° co., C.), per far posto alle dinamiche proprie del mercato e della concorrenza.

La proposta di revisione Renzi-Boschi costituisce, infatti, il punto d’approdo del processo restaurativo inscritto negli indirizzi dell’UEM, che preclude ogni possibilità di inverare il programma di trasformazione economico-sociale prescritto dall’art. 3, 2° co., C., com’è dimostrato dal recepimento del principio dell’equilibrio di bilancio prescritto dagli strumenti della governance economica europea, il quale, sancendo l’obbligo di parità fra spese e entrate, rende lo Stato “finanziariamente condizionato” (F. Losurdo), impedendogli di realizzare politiche di sostegno della domanda anche solo in funzione anticiclica.

Un principio espressivo di una teorica economica di chiara marca liberista, fondata sulla convinzione che la “spesa pubblica” costituisca fonte di “sprechi” e vada, pertanto, ridotta, specie nelle fasi recessive (G. Forges Davanzati).

Per comprendere le ragioni effettive poste a base del processo controriformatore, appare utile la lettura di due documenti che hanno posto le premesse per un attacco organico alla Costituzione. Si tratta del documento della Commissione Trilateral (1975) che evidenziava la necessità di “ridurre la democrazia” e del documento della Loggia massonica P. 2 che mirava a diffondere l’ideologia di una “governabilità” funzionale alle esigenze di “stabilità” dei mercati.

In tempi recenti, è stato diffuso un report della JP Morgan (28 maggio 2013), che esortava gli Stati a disfarsi delle Costituzioni adottate nel secondo dopoguerra, perché fondate su concezioni «socialiste […] inadatte a favorire la maggiore integrazione dell’area europea».
I limiti di queste Costituzioni sono stati individuati nella previsione di governi deboli nei confronti dei parlamenti e di tutele costituzionali dei diritti dei lavoratori (es. diritto di sciopero), che ostacolano la realizzazione delle politiche ritenute essenziali per il ripianamento dei “debiti sovrani”, i quali sono stati, in realtà, generati dagli interventi pubblici di salvataggio delle banche responsabili della crisi.

Nelle sue dichiarazioni, il Presidente della BCE ha sempre sollecitato, del resto, il completamento di quelle “riforme” non solo “economico-finanziarie”, ma anche “costituzionali”, irritualmente prescritte al Governo italiano con l’ormai famosa “lettera” (del 5 agosto 2011), perché ritenute indispensabili per «ristabilire la fiducia degli investitori» logorata dalla grave situazione in cui versano i «mercati finanziari».

Il disegno di revisione presentato dal Governo, si colloca in questo solco perché punta a “costituzionalizzare” un assetto idoneo alla gestione oligarchica delle dinamiche economico-sociali, ossia a stabilizzare un quadro di comando verticale svincolato dalle istanze del pluralismo, reputate incompatibili con gli indirizzi delle istituzioni tecnocratiche sovranazionali, garanti degli interessi dei grandi gruppi finanziari (D. Chirico).
Nella Relazione illustrativa si legge, infatti, che la «stabilità dell’azione di governo» e l’«efficienza dei processi decisionali» costituiscono «le premesse indispensabili» per affrontare le «sfide derivanti dall’internazionalizzazione delle economie» e, quindi, «per agire, con successo, nel contesto della competizione globale».

Risulta, pertanto, evidente come lo scopo reale perseguito dal disegno di revisione che punta a trasformare il nostro sistema fondato sul primato della sovranità popolare e del Parlamento, in un sistema incentrato sul primato del Governo, sia quello di espellere dallo spazio politico visioni, progetti e rivendicazioni sociali alternative rispetto al modello neo-liberista (A. Algostino).

Nell’era della globalizzazione economica – anzi della sua crisi – si assiste pertanto al riemergere di soluzioni regressive incentrate sulla svalutazione della rappresentanza, che paiono riportarci in una situazione simile a quella dell’Ottocento caratterizzata dalla presenza di uno Stato autoritario orientato a sostenere gli interessi delle classi dominanti, anche a costo di provocare una crescita esorbitante delle diseguaglianze, che oggi assumono anche la forma estrema delle «espulsioni» (S. Sassen).

Ad onta della retorica sul “postmoderno”, ci troviamo quindi dinanzi a una “svolta autoritaria”, come sembra, del resto, comprovato dalla disposizione dell’art. 12 del disegno di revisione che, rafforzando eccessivamente le prerogative del Governo, giunge a snaturare non solo le caratteristiche della forma di governo parlamentare, ma anche quelle della forma di stato democratico-sociale.

Si attribuisce, infatti, al Governo il potere di chiedere che un disegno di legge considerato essenziale per l’attuazione del suo programma, sia iscritto con priorità all’ordine del giorno della Camera (entro cinque giorni dalla richiesta) e sottoposto alla pronuncia definitiva, entro 70 giorni.

Questa disposizione che istituisce una corsia preferenziale per i disegni di legge d’iniziativa governativa, sposta di fatto l’esercizio del potere legislativo in capo al Governo, rivelando, più di ogni altra, come il disegno di revisione, in totale discordanza con i parametri del nostro modello costituzionale, punti ad assegnare al Governo non più il ruolo di “comitato esecutivo del Parlamento”, bensì quello di “suo organo direttivo”.

Con questa previsione, il disegno di smantellamento del modello “democratico-sociale” (C. Mortati) giunge al suo compimento, perché la sanzione del primato del Governo sul Parlamento nel processo di elaborazione dell’indirizzo politico, aggiungendosi ai pervasivi poteri in materia di bilancio attribuitigli dagli strumenti della governance economica europea, determina la piena integrazione fra “governabilità” e “stabilità economica”, ripristinando il nesso di compenetrazione organica fra “stato-apparato” e “interessi privati”, su cui era incardinato lo stato liberale e lo stato fascista-corporativo.

Il meccanismo del “voto a data fissa” evoca, del resto, la cultura istituzionale sottesa alla Legge 24/12/1925, n. 2263 (concernente: Attribuzioni e prerogative del Capo del Governo) che condizionava fortemente l’autonomia del Parlamento, attribuendo al «Capo del Governo» il potere di determinare la formazione dell’ordine del giorno delle Camere. Nell’art. 6 della suddetta legge, si prevedeva, infatti, che: «Nessun oggetto può essere messo all’ordine del giorno di una delle Camere, senza l’adesione del Capo del Governo».

Questo disegno di forte verticalizzazione del potere è individuabile anche nella revisione delle norme del Titolo V, che sancisce l’abbandono del cd. “progetto federalista” e il ritorno del ruolo accentratore dello Stato (v. nuovo art. 117).

Lo spazio del legislatore statale si espande considerevolmente perché viene eliminata la “potestà legislativa concorrente” e, quindi, vengono riportate alla “potestà legislativa esclusiva” dello Stato, materie concernenti interessi fondamentali delle collettività locali (quali quelle relative: alle infrastrutture strategiche; alle grandi reti di trasporto dell’energia; alla tutela della salute; alla tutela e sicurezza del lavoro; alla tutela dei beni culturali e paesaggistici; al governo del territorio; alle politiche sociali; all’istruzione e alla formazione professionale).

Il disegno di revisione introduce, inoltre, la cd. “clausola di supremazia statale”. Il nuovo quarto comma dell’art. 117 (v. art. 31 ddlc.) prevede infatti che, su proposta del Governo, il legislatore statale possa impossessarsi delle residue materie di competenza regionale, in nome della “tutela dell’unità giuridica o economica della Repubblica” o “dell’interesse nazionale”.

Con l’introduzione di questa “clausola” (denominata, da alcuni costituzionalisti, “clausola vampiro”), si pongono, quindi, le premesse per la compressione delle “autonomie socio-politiche” e, quindi, per la neutralizzazione del ruolo partecipativo delle comunità locali, i cui interessi non potranno essere idoneamente tutelati dal cd. “Senato dei territori”, perché il disegno di revisione prevede che il suo voto possa essere superato da quello diverso della Camera, proprio in relazione alle leggi fondate su tale “clausola” (cfr. artt.70, 4° co. e 117, 4° co. ddlc. Renzi-Boschi).

Sulla base di queste premesse, ogni “grande opera” potrebbe essere reputata di “interesse nazionale”, sicché le Regioni, gli enti locali e i cittadini potrebbero essere  privati della possibilità di incidere sulle decisioni essenziali per la qualità vita delle comunità (quali, ad es., quelle relative: all’alta velocità; alle discariche; agli inceneritori; alle trivellazioni; alla produzione di carbone; al deposito di scorie nucleari; alla riconversione degli stabilimenti industriali inquinanti, come l’Ilva; all’installazione di nuove basi militari).

Non si può non rilevare, pertanto, come la Costituzione esprima una concezione opposta a quella del primato del potere del governo concentrato nelle mani del «premier assoluto» (A. Pace), perché mira a promuovere «l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese» (artt. 3, 2° co., C.).

Lo svuotamento delle funzioni del Parlamento e del ruolo partecipativo dei corpi intermedi, paiono invece funzionali alla configurazione verticistica dell’UE, che esige continue cessioni di “sovranità popolare” per consentire agli esecutivi di attuare rapidamente gli indirizzi imposti dalle istituzioni sovranazionali e dai centri di potere economico-finanziario.

Il disegno di revisione costituzionale, attraverso l’abnorme concentrazione di poteri in capo all’esecutivo, persegue infatti l’obiettivo di sincronizzare i tempi delle decisioni politiche con i tempi delle decisioni dei mercati finanziari, col fine di rendere il Paese più attrattivo per gli investimenti dei gruppi oligarchici transnazionali.

In un contesto di competizione globale, «il turnover del capitale» risulta accelerato, sicché le scelte di localizzazione degli investimenti sono influenzate dalla capacità dei Governi di creare un ambiente ad essi congeniale e, quindi, necessariamente caratterizzato dalla riduzione dei diritti dei lavoratori dai tagli allo stato sociale e da labili normative di salvaguardia ambientale (G. Forges Davanzati), ossia da politiche che deprimono la domanda e intensificano la recessione.

I poteri economici sovranazionali hanno, quindi, un estremo interesse ad una trasformazione delle Costituzioni nella direzione della verticalizzazione del potere, al fine di renderle funzionali ai processi di finanziarizzazione, che impongono un’accelerazione dei tempi di decisione.

Il fulcro della restaurazione avviata, sin dalla seconda metà degli anni Settanta, dalle Banche, dalle Borse, dagli investitori, dalle grandi società commerciali, col supporto del FMI, della Trilateral, del Washington Consesus, della scuola di Chicago e della scuola ordoliberale tedesca, consiste, infatti, nel trasferire la sovranità dal “popolo” ai “mercati”. Si tratta di una restaurazione che ha bisogno di poteri spicci capaci di mettere la “politica” al passo con i dogmi dell’economia neoliberista e che comporta, pertanto, un arresto del pluralismo e, quindi, la creazione di una società cinica, divisa tra “vincenti” e “perdenti”, “salvati e “sommersi” (R. La Valle).

Al “governo democratico dell’economia” (art. 41, 3° co., C.) – che secondo le previsioni della Costituzione, dovrebbe svolgersi con la partecipazione dei lavoratori (art. 3, 2° co., C.) e delle loro organizzazioni rappresentative (artt. 39 e 49 C.) ed articolarsi attraverso la rete delle assemblee elettive locali (art. 114 C.), per trovare nel Parlamento il punto di confluenza, elaborazione e sintesi delle istanze provenienti dai  territori – si intende, quindi, sostituire un tipo di governo verticistico orientato a rimuovere gli ostacoli al funzionamento del mercato concorrenziale, considerato come lo strumento più idoneo per allocare le risorse e quindi per conseguire l’inclusione sociale.

I movimenti e le forze politiche che contestano gli effetti distruttivi delle “politiche di rigore” imposte dall’Unione europea, dovrebbero quindi prendere coscienza che – specie nell’attuale fase di “crisi organica” (A. Gramsci) – la lotta per la difesa e l’attuazione della Costituzione risulta fondamentale, perché essa costituisce lo spazio politico entro cui diviene possibile rilanciare una dialettica conflittuale sul terreno dei rapporti economico-sociali ed entro cui può, pertanto, esprimersi l’opposizione dei lavoratori al «colpo di stato ordito dalle banche e dai governi» nelle sedi impenetrabili delle istituzioni tecnocratiche sovranazionali (L. Gallino).

di Gaetano Bucci (Università di Bari)

relazione presentata al seminario del Partito Comunista