http://www.lariscossa.com/2017/02/23/23-febbraio-1918-nasceva-larmata-rossa-degli-operai-contadini/?fbclid=IwAR26N4F-EiPgl66SLQBwnIT2Umo3JFw50n1HXfcuxpinY7JywU0FaL6eaKo

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Dichiarazione del CC del Partito Comunista Operaio Russo per il 99° anniversario dell’Armata Rossa e le odierne celebrazioni del «Giorno del Difensore della Patria».

99 anni ci separano dalla nascita dell’Armata Rossa degli Operai e dei Contadini. Ricordiamo e apprezziamo ancora una volta l’importanza di questo evento. L’Armata Rossa nasce nella lotta per la protezione del giovane Stato sovietico dall’offensiva dell’imperialismo tedesco. Ma l’importanza dell’Armata Rossa, naturalmente, va ben oltre la portata di questo conflitto.

L’organizzazione delle sue forze armate – è una necessità oggettiva, è l’unica possibile e l’unica giusta reazione della rivoluzione socialista vittoriosa all’accerchiamento capitalista ostile e al suo desiderio di distruggere la rivoluzione. Senza le forze armate della rivoluzione essa è condannata.

“Difensore” – così caloroso del popolo sovietico. Ci fu l’amore a livello nazionale del popolo verso l’Esercito che percepiva come la sua carne e sangue, come espressione della sua volontà e le sue aspirazioni. Un fenomeno che non ha precedenti nel mondo dello sfruttamento (capitalista).

L’Armata Rossa si trovava a guardia del lavoro pacifico e delle conquiste rivoluzionarie dei lavoratori. Era l’unico esercito al mondo strettamente legato alle preoccupazione del popolo, con i problemi sociali in tutto il paese.

Ecco perché uno dei primi obiettivi dei restauratori del capitalismo fu l’esercito sovietico. E’ stato diffamato, calunniato, mettendo in dubbio tutte le sue gloriose vittorie, e i suoi nemici, inveterati teppisti degradati, trasformati in «eroi della lotta contro il bolscevismo». E tutto questo perché l’Armata Rossa era in lotta per la liberazione del popolo lavoratore dal gioco del capitale.

L’Armata del nostro popolo non ha niente a che fare con gli eserciti degli stati capitalisti, tra cui l’attuale russo.

Oggi, le strutture militari e le altre di sicurezza della Russia borghese si sono trasformate in uno strumento di violenza armata contro il popolo, per proteggere il potere dei Signori, per rafforzare il sistema capitalistico di oppressione, per mantenere con la violenza le masse operaie nell’obbedienza e sopprimere la loro resistenza.

Questa è la conseguenza inevitabile della restaurazione del capitalismo nel nostro paese.

Appena emerso alla luce, l’Esercito borghese Russo, così come le altre forze dell’ordine, ha iniziato la sua storia con una pagina infame e sanguinosa.

Nel mese di ottobre 1993, i cosiddetti “difensori della patria” su ordine della classe dirigente della nuova borghesia commisero un palese crimine. Centinaia di persone inermi vennero brutalmente uccise, sparati dai mezzi blindati e carri armati, cannoneggiando e bruciando la «Casa Bianca»(parlamento russo)…

Continuando la riforma dell’esercito hanno posato le Bandiere Rosse nei musei per assumere quelle nuove col tricolore di Vlasov e altre multicolore.

Oggi, siamo inorriditi dalle “gesta” punitive dei fascisti ucraini. Ma nell’ottobre del 1993, nessuno era terrorizzato dall’esercito russo e la polizia antisommossa di recente formazione che da difensori del popolo si trasformò in loro carnefici? Da lì, nel 1993, prendono forma le fasciste autorità borghesi russe e il loro personale di funzionari governativi, politici corrotti, “intellettuali”, sacerdoti, predicatori. La ragione per la ferocia dei cani del regime nei confronti dei difensori del Consiglio Supremo è molto chiara in quanto vedevano la maturazione della resistenza del popolo lavoratore alle loro “riforme”. Qui il regime borghese della Russia affogò nel sangue una rivolta popolare. La reazione ha fatto un enorme passo in avanti nella promozione del corso capitalistico, e al tempo stesso ha esposto il brutto muso del capitalismo russo. Ed è cresciuto sempre più forte nel mostro in Ucraina che ha superato il suo fratello maggiore implementando un regime fascista banderista nel 2014.

Le annuali manifestazioni di massa con lo slogan «Nessun perdono per i carnefici» dicono che oggi «difensori della patria» e popolo stanno su lati opposti.

La celebrazione di oggi del «Giorno del Difensore della Patria» da parte del governo borghese è un orpello ipocrita per dare visibilità ad una presunta ereditarietà nella lotta e gloria militare. In questi giorni, ci sono richieste per l’unità, il patriottismo, l’amore per lo Stato borghese. I Padri della Chiesa predicano intensamente l’obbedienza e esortano a non dispiacersi per la loro pancia piena…

Ma che tipo di eroismo, sacrificio può esser discusso in relazione, ad esempio, alle forze militari della moderna borghesia Russa? Per cosa mettono in gioco la loro vita? Per i guadagni degli oligarchi o i conti bancari dei funzionari di governo? Per la costruzione di un nuovo tempio dove il sacerdote frigna il suo Hallelujah… Oh rallegriamoci, russi, con gli stipendi dei funzionari: alcuni milioni di rubli al giorno, e coloro che lavorano e producono tutta la ricchezza che si accontentano di qualche centinaio di rubli.

Le odierne chiamate al patriottismo per lo Stato della dittatura borghese, per l’unità, per l’obbedienza fanno parte dell’ideologia borghese per la riduzione in schiavitù dei lavoratori. L’ideologia della reazione.

Oggi non abbiamo una patria, perché non abbiamo nulla di nostro.

Noi diciamo, che è impossibile difendere la Patria se non per la lotta contro i capitalisti. Possiamo difendere la patria solo rovesciando la borghesia.

Ai nostri figli e nipoti nel Giorno dell’Esercito e della Marina Sovietica diciamo: «Presto sarai cresciuto. Ti daranno un fucile. Prendilo e impara a maneggiar bene le armi. E’ una scienza necessaria per le masse oppresse, al fine di lottare contro la borghesia, per porre fine allo sfruttamento, la povertà e la guerra. Solo dopo aver disarmato la borghesia il proletariato potrà buttare tra i ferri vecchi tutte le armi. Le masse operaie, naturalmente, lo faranno, con l’esempio e l’esperienza dell’Armata Rossa Sovietica che non ha prezzo».

Il Comitato Centrale del Partito Comunista Operaio Russo – PCUS

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Posted by La Nuova Alabarda on Sunday, February 10, 2019

Una nota del SAP, il sindacato di PS noto anche perché alcuni suoi dirigenti sono stati condannati per avere ripetutamente insultato ed offeso la famiglia di Stefano Cucchi, stigmatizza, in occasione del Giorno del Ricordo che «le recenti iniziative intraprese in alcune parti d’Italia da “associazioni negazioniste” di una pagina così tragica e buia della nostra storia, offendono la memoria di queste vittime innocenti, tra queste anche Poliziotti, Carabinieri e Finanzieri, che pagarono con la vita, il solo fatto di rappresentare i valori dell’Italia indossando una divisa a servizio degli italiani».
Nel periodo fascista i poliziotti ed i carabinieri si distinsero per la brutalità dei mezzi di repressione usati contro gli antifascisti, in tutta Italia, e nella Venezia Giulia non furono da meno; sotto l’occupazione nazista, quando il corpo dei Carabinieri venne sciolto (e quindi alla fine della guerra nessun “carabiniere”, a meno che fosse passato sotto altre formazioni collaborazioniste, fu “infoibato”) e la PS passò direttamente sotto gli ordini di Hitler, come tutte le forze armate dell’Adriatisches Kustenland annesso al Reich, le repressioni violente, con “orribili persecuzioni, torture ed infoibamenti” furono messe in atto proprio da corpi collaborazionisti come l’Ispettorato Speciale di PS per la Venezia Giulia, comandato dal vicecommissario Gaetano Collotti.
Leggiamo ora alcune testimonianze.
«Collotti (…) odiava con ferocia i partigiani italiani e slavi, ma per gli slavi nutriva un odio particolare. Infatti mentre sottoponeva gli italiani ad una serie di torture che andavano dalle busse alla (…) introduzione di decine di litri di acqua calda ed allo schiacciamento delle dita, per gli sloveni riservava dei tormenti inenarrabili (…) che costituiscono il tragico ricordo di uomini e donne della nostra città che sono passati dalle celle di Villa Triste alle camere di tortura e da qui ai campi di concentramento… »[1].
«Siccome le sevizie nei confronti dei Prodan [2] continuavano, la suocera disse al Collotti di avere pietà, al che egli rispose: “Vi distruggerò tutti, maledetta razza s’ciava!”»[3].
«Il teste [4] (…) specifica che il più accanito era il Miano che soleva dire alle sue vittime: “Ricordatevi di Miano che non lo dimenticherete mai più” tanto che le vittime ritenevano si trattasse di uno pseudonimo, sembrando impossibile che l’aguzzino desse il suo vero nome»[5].
«Il dottor Toncic racconta (…) che il Mazzuccato violentò diverse donne, fra cui alcune minorenni, per quanto fosse notoriamente affetto da sifilide»[6].
Un giorno che si era recato presso l’Ispettorato Speciale, Diego de Henriquez sentì le urla, sempre più forti di una donna; gli dissero che la stavano interrogando e lo invitarono ad uscire. De Henriquez fece in tempo a vedere un pesante scudiscio ed a udire una frase: “Se non parli ti spacco la testa”. Lo studioso annotò che tali metodi erano ben noti in città[7].
«L’apparecchio di tortura elettrico è stato portato nella sede dell’Ispettorato da Collotti al quale venne regalato dalle SS secondo quanto sentivo dire dagli agenti. L’apparecchio elettrico stava nella stanza di Collotti ma qualche volta ho sentito dire che passava nell’ufficio di Perris (…)»[8].
L’ispettore De Giorgi della Polizia Scientifica firmò in data 18/1/46 una «perizia sui metodi di tortura dell’Ispettorato Speciale». Tale perizia, richiesta dal Procuratore Generale Colonna per conto della Corte d’Assise Straordinaria di Trieste [9] descrive, tra le altre cose, i metodi di tortura della “cassetta” e della “sedia elettrica”. Leggiamone le descrizioni: «stando alle deposizioni testimoniali, allorquando la vittima non confessava (nonostante il dolore provocato dalla distensione forzata di tutto il corpo mediante trazione delle corde fissate agli arti e fatte scorrere negli anelli infissi al pavimento, che spesso provocavano la lussazione delle spalle), era costretta a subire l’introduzione nell’esofago del tubo dell’acqua, che le veniva fatta ingoiare fino a riempimento totale dello stomaco; indi per azione di compressione esercitata da un segugio sul torace, le veniva fatta rigurgitare a mo’ di fontana, che, stante la posizione supina, spesso doveva minacciare di soffocamento la vittima stessa; ed allorquando entrambe le azioni combinate non bastavano a farli confessare, gli interrogati vi venivano costretti, mediante l’azione termica di un fornello elettrico collocato sotto la pianta dei piedi denudati (…) la sedia elettrica consisteva in una sedia-poltrona, a spalliera alta, con leggera imbottitura in cuoio, a bracciuoli, su cui venivano legati gli avambracci della vittima ad uno dei quali veniva fissato un bracciale metallico unito al polo negativo di un apparecchio conduttore elettrico regolabile, a reostato. Al polo positivo era collegato una specie di pennello con manico isolato, e frangia metallica che serviva per chiudere il circuito su qualsiasi parte non isolata del corpo della vittima il quale veniva così attraversato dagli impulsi della frequenza della corrente elettrica. Questo metodo, apparentemente molto impressionante, non poteva produrre lesioni organiche o conseguenze dannose sul corpo umano. Tuttavia è noto che anche volgarissimi pregiudicati rotti a tutte le astuzie e raffinatezze per sfuggire agli interrogatori, si abbandonarono ad esaurientissime confessioni, che trovarono conferma nei fatti, alla sola visione dell’apparato, senza essere stati sottoposti alla sua azione ».
Probabilmente lo stesso estensore del rapporto si sarebbe “abbandonato ad esaurientissime confessioni” se messo nella prospettiva di dover subire la tortura della “sedia elettrica”. D’altra parte è per noi una novità che un corpo umano sottoposto a continue e potenti scariche elettriche non subisca alcuna conseguenza da questo trattamento: basterebbe chiedere a qualcuno che è stato torturato in questo modo, come Jordan Zahar, ad esempio.
L’ispettore De Giorgi dichiarò inoltre in una intervista: «Trovammo anche altri cadaveri, che la banda Collotti buttava in cespugli e anfratti dopo le torture, girando la notte con un furgoncino che aveva sequestrato alla ditta Zimolo». E tra gli “anfratti” (cioè le “foibe”) un teste ha indicato anche il pozzo della miniera di Basovizza: «Nell’estate del ‘44 pascolavamo il bestiame nei pressi del pozzo della miniera di Basovizza ed abbiamo visto più volte venire su due appartenenti alla Guardia Civica (riconosciuti per le loro buffe uniformi di colore blu e verde) che portavano con sé dei civili che, uno alla volta, gettavano dentro il pozzo. Abbiamo notato che spingevano giù sia maschi che femmine. Li vedemmo arrivare un giorno con un furgone della ditta Zimolo»[10].
Giuseppina Rovan, che fu anch’essa picchiata e torturata con la “cassetta”, denunciò fra i torturatori il brigadiere Fera e l’agente Mercadanti. Venne condotta ai Gesuiti «in condizioni disastrose di salute (…) sono stata visitata dal medico militare delle carceri (…) al quale ho narrato le torture subite perché perdevo sangue in gran copia dai genitali (…) era dipeso dal fatto che quando sono stata percossa nell’ufficio di Collotti, questi, mentre ero a terra abbattuta e nuda, è montato col peso della persona sul mio ventre (…) il medico ha detto che non poteva fare niente contro gli agenti di via Bellosguardo (…) ai primi di giugno durante la mia detenzione ai Gesuiti una donna proveniente da via Bellosguardo, in seguito a sevizie è stata trasportata all’Ospedale con la CRI, dove, secondo quanto si è narrato in carcere fra noi, è deceduta. Durante tale epoca è morto anche un uomo ai Gesuiti, sempre in seguito alle torture subite in via Bellosguardo (…)»[11].
Rosa Kandus testimoniò al processo contro il “collottiano” Lucio Ribaudo, che «portava i baffetti alla Hitler» e che tra i metodi di tortura pare privilegiasse quello del tubo di gomma, oltre alle sevizie sessuali sulle donne.
«La donna istriana è stata identificata per Angeluccia Paoletti (1893) (…) in data 18/8/44 ore 20.45 giungeva morta alla locale astanteria Ospedale Maggiore (…) in seguito a commozione cerebrale, frattura del braccio destro, frattura del femore sinistro, ferita lacero-contusa al ginocchio destro, gomito sinistro, probabili lesioni interne. La Paoletti era accompagnata dal commissario di polizia Tedeschi dell’ex Ispettorato di Polizia il quale dichiarava all’agente di polizia colà in servizio che detta donna poco prima si era gettata a scopo suicida da una finestra sita al primo piano del palazzo ove aveva sede l’Ispettorato stesso»[12].
Maria Merlach, incarcerata ai Gesuiti, «raccontò a tutte le detenute della cella n. 40 le sevizie che aveva subito (…) aveva il viso stravolto ed era talmente terrorizzata che ad ogni piccolo rumore sussultava». Era stata torturata con la “macchina elettrica” e disse che «preferiva darsi la morte anziché avere a che fare con quella gente. Il giorno in cui vennero gli agenti per prenderla di nuovo e condurla all’Ispettorato, la Merlach in preda ad una convulsione nervosa, si mise a piangere fortemente e diceva povera me, pregate perché io muoio»[13].
«Risulta che Maria Merlach nata a Trieste nel 1911 ebbe a suicidarsi il gennaio 1945 gettandosi in strada dagli uffici della polizia di via Cologna in Trieste, nei quali era stata accompagnata onde essere interrogata quale sospetta di appartenenza alle file partigiane e per sfuggire agli interrogatori stessi»[14].
Umberta Giacomini (nata Francescani), quando fu arrestata il 9/3/44, era incinta di quattro mesi. Il 15 marzo venne “interrogata” da Collotti, che la picchiò selvaggiamente assieme agli agenti Brugnerotto, Sica e Mignacca. A causa di questo abortì ed ebbe una forte emorragia, perciò fu trasportata all’ospedale. Successivamente Mignacca e Ribaudo vennero per riportarla all’Ispettorato, ma date le sue condizioni fisiche (non riusciva neanche a tenersi in piedi), come testimoniò lei stessa «soprassedettero dal tradurmi dal Collotti ed il Ribaudo mi disse pensate che abbiamo avuto pietà di voi perché eravate madre…»[15].
«In seguito venni inviata alle carceri dei Gesuiti, poi al Coroneo ed infine ad Auschwitz e mio marito in quello di Dachau, dove rimanemmo 18 mesi (…) Ritornammo dai campi di concentramento ammalati. Mio marito non si ristabilì più e tuttora è invalido»[16].
Marija Fontanot, nata nel 1928, fu arrestata da agenti dell’Ispettorato nella sua abitazione di via Cellini 2, perché «figlia di Bernobic Giuseppe, partigiano». Assieme a loro fu arrestata anche la sublocatrice del loro appartamento, Giuseppina Krismann. Furono portati in via Bellosguardo, dove rimasero per 8 giorni. Marija Fontanot fu ripetutamente violentata in presenza del padre. Le due donne furono poi condotte in carcere ed in seguito deportate ad Auschwitz, da dove furono liberate con l’arrivo dell’Armata Rossa. Quanto a Giuseppe Bernobic, una certa Danila, che era detenuta in via Bellosguardo, disse a Marjia che il padre era stato ucciso in Risiera[17].
Ci ha colpito il testo del comunicato del SAP, perché attribuisce ai partigiani esattamente gli stessi comportamenti criminosi dei poliziotti collaborazionisti nel corso della repressione degli antifascisti, agli ordini dell’occupatore germanico.
Ma siamo francamente stufi di tutte queste menzogne e mistificazioni diffuse sulla stampa e sui social, ancora più gravi se fatte da chi dovrebbe essere al servizio della democrazia e non della memoria nostalgica di chi ha tuttora un debole per certe idee e metodi dei tempi bui del secolo scorso.
[1] Il Lavoratore, 29/11/59.
[2] Nerina Prodan ed il fratello Pietro.
[3] Corriere di Trieste, 3/2/47, resoconto del processo Gueli.
[4] Il dottor Bruno Pincherle nel corso del processo Gueli.
[5] Corriere di Trieste” 3/2/47, resoconto del processo Gueli.
[6] Corriere di Trieste, 4/2/47, resoconto del processo Gueli.
[7] Diario n. 15, p. 2.438, conservato presso i Civici Musei di Trieste, nota raccolta da Vincenzo Cerceo.
[8] Testimonianza di Giuseppe Giacomini nel “Carteggio processuale Gueli” (archivio IRSMLT n. 914).
[9] Copia di tale perizia è conservata presso l’archivio IRSMLT, doc. 913, corredata dagli schizzi che illustrano i metodi di tortura.
[10] Sul Piccolo” del 3/11/99, dichiarazioni citate in una lettera scritta da Primož Sancin. Che Collotti usasse i carri della ditta di pompe funebri Zimolo è confermato dalla testimonianza della prof. Niny Rocco del CLN triestino (archivio IRSMLT n. 874). Quanto alle divise da Guardia civica, va detto che molti membri della Guardia civica erano stati inquadrati dell’Ispettorato Speciale.
[11] “Carteggio processuale Gueli”, cit.
[12] “Carteggio processuale Gueli”, cit.
[13] Testimonianza di Ada Benvenuti datata 6/2/45, in “Carteggio processuale Gueli”, cit.
[14] Attestazione del Procuratore Generale del 14/11/45, in “Carteggio processuale Gueli”, cit.
[15] Testimonianza di Umberta Francescani Giacomini, moglie di Guido Giacomini, in “Carteggio processuale Gueli”, cit.
[16] Il Lavoratore, 29/11/54.
[17] Testimonianza di Marija Fontanot Crevatin, archivio IRSMLT 917bis.
La foto (Archivio IRSMLT 912) raffigura la squadra volante dell’Ispettorato Speciale, comandata da Collotti, prima di un rastrellamento a Boršt nel gennaio 1945. Questi i nomi degli agenti identificati: 1: Iadecola Antonio, autista; 2: “Seliska”, fiduciario di Collotti (Rado Seliskar); 3: altro fiduciario di Collotti, “Pap”, triestino (forse Mauro Padovan); 4: un ufficiale delle SS non identificato; 5: Collotti; 6: Andrian Dario, vicecommissario ausiliario, triestino; 7: altro fiduciario di Collotti, triestino, del quale Giacomini non ricorda il nome ma che negli appunti di Galliano Fogar viene indicato come Gustavo Giovannini; 8: Paccosi Bruno, guardia; 9: Simonich Mirko, ausiliario; 10: Greco Matteo, guardia; 11: Romano Gaetano, guardia; 12: “Guardia Alessandro” (dovrebbe trattarsi di Alessandro Nicola); 13: Giuffrida Salvatore
Dai vari documenti da noi consultati ci risultano scomparsi durante l’amministrazione jugoslava i seguenti 67 agenti (anche ausiliari) dell’Ispettorato Speciale di PS (su un totale di 140 poliziotti scomparsi. Li elenchiamo di seguito, con l’annotazione di ciò che abbiamo saputo di loro.
Andrian Dario (n. 6 nella foto) arrestato 2/5/45; Aurino Avelardo, arrestato 2/5/45 [1]; Barezza Salvatore, cuoco presso l’Ispettorato, arrestato 1/5/45; Bilato Massimo, arrestato 1/5/45; Binetti Corrado, come PS risulta in servizio a Lubiana ed ucciso dai partigiani il 14/1/45, come Guardia civica risulta arrestato il 24/5/45 a Trieste e fatto uscire dal carcere di Lubiana il 6/1/46 [2]; Boato Argante, arrestato 4/5/45; Bottiglieri Domenico, anche membro del Sicherheit Dienst, arrestato 1/5/45; Braccini Augusto, arrestato 21/5/45; Bruneo Antonio, arrestato, fatto uscire dal carcere di Lubiana 6/1/46; Burzachechi Giovanni, già CC, poi anche SS, arrestato, fatto uscire dal carcere di Lubiana il 6/1/46; Camminiti Santo, riesumato dall’abisso Plutone (data morte presunta 23/5/45); Carbonini Antonio, arrestato e fatto uscire dal carcere di Lubiana il 6/1/46; Castagna Antonio, squadrista “squadra manganellatori” [3], arrestato 31/5/45; Cattai Mario, arrestato 1/5/45; Cattani Roberto, arrestato, fatto uscire dal carcere di Lubiana 6/1/46; Cipolli Aldo, anche membro del SI.DI., arrestato, fatto uscire dal carcere di Lubiana il 30/12/45; Conte Mario, , fatto uscire dal carcere di Lubiana il 30/12/45; De Simone Mario, arrestato 1/5/45; Del Papa Filippo, anche agente di custodia, a Gorizia risulta scomparso (d.m.p.) nel gennaio 1945, mentre a Trieste risulta riesumato dall’abisso Plutone (d.m.p. 23/5/45); Della Favera Ferruccio, arrestato 1/5/45; Esposito Carmine, riesumato dalla Grotta del Cane di Gropada; Fabaz Aurelio, arrestato 1/5/45; Fabian Mario, infoibato nel Pozzo della Miniera di Basovizza (4/5/45); Fidanza Giordano, arrestato, fatto uscire dal carcere di Lubiana il 23/12/45; Fregnan Emilio, arrestato 2/5/45; Gatta Vittorio, squadrista sciarpa littoria, membro del Direttivo del Fascio, rastrellatore, risulta infoibato presso Basovizza; Geraci Giovanni, già comandante della tenenza dei Carabinieri di Sesana, poi di quella di via Cologna, dopo lo scioglimento dell’Arma entrò nell’Ispettorato, arrestato, fatto uscire dal carcere di Lubiana il 30/12/45; Giuffrida Francesco, “uno dei più temuti torturatori della banda Collotti” [4], arrestato, fatto uscire dal carcere di Lubiana il 30/12/45; Greco Matteo (n. 10 nella foto), riesumato dall’abisso Plutone (d.m.p. 23/5/45); Grieco Pasquale, arrestato, fatto uscire dal carcere di Lubiana il 6/1/46; Ingravalle Mauro, risulta anche milite dell’MDT, BN, arrestato il 30/4/45 nella caserma di via Rossetti [5], condotto a Villa Decani e disperso; Krisa (o Crisa) Ottocaro, squadrista, informatore dell’Ispettorato ed interprete della SS, arrestato, fatto uscire dal carcere di Lubiana il 23/12/45; Leban Vittorio, arrestato 1/5/45; Luciani Bruno (secondo il Pubblico accusatore di Ajdovščina responsabile degli arresti Wilma Varich, torturata e poi deportata in Germania e di Kavčič Bruno, fucilato dalle SS, Kavčič Antonia e Kavčič Josip, internati in Germania, dei quali Josip non rientrato [6]), arrestato il 21/5/45; Mignacca Alessio, arrestato, fatto uscire dal carcere di Lubiana il 30/12/45; Milano Gaetano, arrestato, fatto uscire dal carcere di Lubiana il 6/1/46; Minetti Giuseppe, arrestato, fatto uscire dal carcere di Lubiana il 6/1/46; Nelli Lanciotto, arrestato, fatto uscire dal carcere di Lubiana il 23/12/45; Nicoletti Cesidio, arrestato 2/5/45; Nussak Silvano, arrestato 1/5/45 (secondo il Pubblico accusatore di Ajdovščina responsabile degli arresti di Kavčič Bruno, fucilato dalle SS, Kavčič Antonia e Kavčič Josip, internati in Germania, dei quali Josip non rientrato [7]), Padovan Mauro (forse il n. 3 nella foto), delatore infiltrato nel movimento di liberazione, scomparso non si sa se a Monfalcone o a Trieste; Pastore Paolo, arrestato 2/5/45, internato a Prestranek e disperso; Pasutto Giovanni, anche informatore della SS, arrestato 6/5/45, morto in carcere a Lubiana 30/8/45; Piani Mario, arrestato 1/5/45 [8]; Piccinini Pietro, riesumato dall’abisso Plutone (d.m.p. 23/5/45); Picozza Antonio, riesumato dall’abisso Plutone (d.m.p. 23/5/45); Pisciotta Salvatore, arrestato 1/5/45; Pisetta Luigi, arrestato 5/5/45; Polidoro Edmondo, arrestato, fatto uscire dal carcere di Lubiana il 6/1/46 [9]; Raelli Pietro, morto in carcere a Lubiana; Runce Giuseppe, arrestato 1/5/45; Sabbatini Bruno, squadrista, saccheggiatore di negozi ebraici, anche BN, rastrellatore, arrestato 6/5/45, fucilato ad Ospo; Sangiorgi Leopoldo, arrestato 2/5/45; Santini Bruno, arrestato 1/5/45; Santini Mario, arrestato 1/5/45, disperso a Hrpelje; Scimone Francesco, arrestato 1/5/45; Scionti Giuseppe, arrestato 1/5/45; Sciscioli Gasparo, riesumato dall’abisso Plutone (d.m.p. 23/5/45); Selvaggi Raimondo, riesumato dall’abisso Plutone (d.m.p. 23/5/45); Sfregola Cosimo Damiano, arrestato, fatto uscire dal carcere di Lubiana il 6/1/46; Soranzio Ferruccio, detto Crock, infiltrato nei gruppi partigiani, arrestato nel maggio 1945, secondo gli elenchi di Ferenc “fatto uscire”, ma ancora detenuto nella primavera del 1947, come visto precedentemente; Spinella Giovanni, riesumato dall’abisso Plutone (d.m.p. 23/5/45); Stolfa Ezechiele, arrestato 2/5/45; Suppani Mario, uno dei responsabili degli arresti del CLN di febbraio 1945, arrestato, fatto uscire dal carcere di Lubiana il 23/12/45; Terranino Pietro, arrestato 3/5/45; Tomicich Giorgio, già sottotenente Esercito Repubblicano, arrestato 1/5/45; Vescera Vincenzo, arrestato 2/5/45; Zarotti Adriano, arrestato 1/5/45, riesumato dalla foiba di Gropada Orlek (d.m.p. 12/5/45); Zian Gustavo, arrestato, fatto uscire dal carcere di Lubiana il 23/12/45 [10].
[1] Il 10/12/45 si svolse a Trieste, presso la Corte d’Assise Straordinaria, un processo a carico di Migliorini Renzo, Siderini Giuseppe, Buttinaz Giordano, Monacelli Salvatore ed Aurino Avelardo (quest’ultimo contumace) imputati di avere, nel gennaio 1945, «in correità tra loro e Fregnan Fulvio >, tentato di oltrepassare la linea del confine occidentale tedesco per entrare nell’Italia liberata ed organizzare «una resistenza nazifascista >.
[2] La dicitura “forse fucilato a Lubiana” deriva dalla ricerca di Ferenc, “Kdaj so bili usmrčeni”, pubblicata nel “Primorski Dnevnik” del 7/8/90 .
[3] Nota in AS zks 1584 ae 459.
[4] Nota in AS zks 1584 ae 459.
[5] Nella caserma di via Rossetti era di stanza un gruppo della Guardia civica.
[6] SI AS 1827 fascicolo 34.
[7] SI AS 1827 fascicolo 34.
[8] Altra fonte lo dà come ucciso a Carbonera (TV) con Collotti.
[9] In una nota dell’Ufficio del Pubblico Accusatore leggiamo che nel 1946 Polidoro risultava in servizio presso la Questura di Venezia (nota in AS zks 1584 ae 459).
[10] Nelle citate note del Pubblico accusatore di Ajdovščina troviamo un fascicolo a nome di Ziani Guido, “segretario fascista di Trieste”, responsabile degli arresti di Josip e Ivan Pregarc di Ricmanje. SI AS 1827, fascicolo 34.
Claudia Cernigoi, 10 febbraio 2019.
https://bresciaanticapitalista.com/2017/02/07/chi-ha-infoibato-chi/?fbclid=IwAR3CYLCHsY4HVmNbiAOj8Spc3bK_7jNrcWaqJbr5uuMYp0x3wk0ZpTMCNCw#comments
Chi ha infoibato chi?

Pubblichiamo volentieri questo articolo di Piero Purini, in cui si smontano (con una certa facilità, vista l’incompetenza storica dei “revisionisti” storici nostrani) tutte le favole sui “poveri italiani” infoibati dai crudeli “titini”. Non certo perché io ritenga i partigiani jugoslavi degli “angioletti” senza macchia. Errori e violenze inutili sono stati certamente commessi anche da parte delle forze di liberazione jugoslave (come in ogni guerra civile, purtroppo). Se non altro, la stessa testimonianza di mio padre, combattente partigiano nel battaglione “Antonio Gramsci”, aggregato alla Prima Brigata Dalmata dell’Esercito di Liberazione jugoslavo, me ne fornì, a suo tempo, svariati esempi. Ma concordo con il suo giudizio di allora: quando ti bruciano la casa, ti fucilano o impiccano i genitori (e i “nostri” bersaglieri o alpini, per non parlare dei criminali in camicia nera, hanno fatto di tutto per emulare le belve naziste in questo) non vai tanto per il sottile (soprattutto se sei un povero contadino con scarsa coscienza politica, guidato soprattutto, e giustamente, dalla rabbia contro l’invasore) e magari dimentichi la tua umanità. Dedicato a te, vecchio mio, nel giorno in cui cercano di infangare i tuoi compagni di allora. (Flavio)

Come si manipola la storia attraverso le immagini: il Giorno del Ricordo e i falsi fotografici sulle foibe

con la collaborazione del gruppo di lavoro «Nicoletta Bourbaki»

1. UN GIORNO A DANE, SLOVENIA, 31 LUGLIO 1942

Guardate questa foto:

La famigerata foto

Un plotone d’esecuzione in divisa, cinque fucilati di schiena che attendono la scarica.

Guardate quest’immagine:

Bastia Umbra, giorno del ricordo 2011

E quest’altra:

Signum

E questa ancora:

Fano

Ce ne sono molte altre simili nei manifesti che pubblicizzano iniziative per il Giorno del ricordo.

A questo punto vi sarete convinti: i fucilati, chiaramente, sono italiani che vengono uccisi dalle truppe jugoslave.

La foto viene messa in onda nella trasmissione Porta a porta condotta da Bruno Vespa per la giornata del ricordo del 2012. Ospiti in studio, tra gli altri, gli storici Raoul Pupo e Alessandra Kersevan.

Bruno Vespa difende l'indifendibile

In quella trasmissione però emerge, con enorme disappunto di Bruno Vespa, che la foto non mostra la fucilazione di vittime italiane da parte dei feroci partigiani titini. Tutt’altro. Alessandra Kersevan fa notare che la foto ritrae la fucilazione di cinque ostaggi sloveni da parte delle truppe italiane durante l’occupazione italiana della Slovenia (1941-1943). Bruno Vespa attacca furiosamente la signora Kersevan (non si sa perché altri ospiti vengono definiti professore o professoressa, titolo che spetterebbe di diritto anche a questa ricercatrice storica); Raoul Pupo interviene sulla questione solo quando viene interpellato direttamente dalla Kersevan e conferma che il contenuto dell’immagine è completamente opposto a quanto viene fatto passare nella trasmissione. Quando è costretto a prendere atto che la foto ritrae effettivamente ostaggi sloveni fucilati da un plotone d’esecuzione italiano, il conduttore si giustifica dicendo che l’immagine è tratta da un libro sloveno.

Bruno Vespa non porgerà mai le proprie scuse alla professoressa Kersevan per il madornale errore.

In effetti la fotografia è stata scattata nel villaggio di Dane, nella Loška Dolina, a sudest di Lubiana. Si sa anche il giorno in cui la foto fu scattata, il 31 luglio 1942, e addirittura i nomi dei fucilati:
Franc Žnidaršič
,
Janez Kranjc
,
Franc Škerbec
,
Feliks Žnidaršič
,
Edvard Škerbec
.

Come nella Wehrmacht e nelle SS, anche nell’esercito italiano si documentavano stragi e crimini, salvo tenerli nascosti negli anni successivi per confermare il (finto) cliché del «bono soldato italiano».

Il rullino di cui la fotografia faceva parte viene abbandonato dalle truppe italiane dopo l’8 settembre 1943 e finisce nelle mani dei partigiani. Nel maggio del 1946 la foto (insieme ad altro materiale che testimonia la Lotta di liberazione jugoslava ed i crimini di guerra italiani e tedeschi in Slovenia) viene pubblicata a Lubiana nel libro Mučeniška pot k svobodi («La travagliata strada verso la libertà»).
Nello stesso anno, sempre a Lubiana, viene pubblicato – stavolta in italiano  – un altro libro sullo stesso tema, Ventinove mesi di occupazione italiana nella provincia di Lubiana: considerazioni e documenti, a cura di Giuseppe Piemontese.

Da quest’ultimo libro è tratta questa pagina, che riporta la foto con la didascalia: «…e un ufficiale si diletta a fotografare…»

Foto con didascalia

…che è la continuazione del commento ad un foto pubblicata accanto: «Prima di venir fucilati devono scavarsi la fossa». Non è la stessa fucilazione ma sono gli stessi fucilatori, è un’esecuzione di ostaggi nella vicina Zavrh pri Cerknici, avvenuta quattro giorni prima.

Costretti a scavarsi la fossa

La stessa immagine però è passata sul Tg3 riferita alle vittime delle foibe:

Tg3

In un’altra pubblicazione – Tone Ferenc, La provincia “italiana” di Lubiana. Documenti 1941-1942, Istituto Friulano per la Storia del Movimento di Liberazione, Udine 1994 – si trova la didascalia con tutte le informazioni necessarie a identificare la fucilazione di Dane:

toneferenc

Eppure non basta: si continuano a presentare i cinque ostaggi sloveni della foto come italiani vittime degli slavocomunisti.

In alcuni casi l’uso della foto nei manifesti della Giornata del ricordo scatena reazioni internazionali: a protestare contro il clamoroso errore (ammesso e non concesso che non si tratti di una bufala voluta) è addirittura il Ministero degli esteri sloveno che segnala al Comune di Bastia Umbra l’uso improprio della fonte. Altre volte lettere giungono da storici indipendenti come Alessandra Kersevan, Claudia Cernigoi e Sandi Volk. Le reazioni sono spesso di scuse (con la conseguente rimozione del materiale iconografico da siti on line), ma in alcuni casi – quali quella dell’assessore alla cultura di Bastia Umbra Rosella Aristei – si procede ad un’improbabile giustificazione dell’uso della foto come denuncia simbolica della violenza, esecrabile in tutte le sue varie forme.

La vicenda della foto di Dane ha il suo apice in una lettera di protesta spedita direttamente al presidente Napolitano da parte di Miro Mlinar, Presidente dell’Associazione dei combattenti per i valori della lotta di liberazione nazionale di Cerknica (Slovenia), offeso dal fatto che l’immagine fosse stata addirittura pubblicata impropriamente sul sito del Ministero degli interni italiano. Purtroppo non abbiamo lo screenshot del sito del Ministero, tuttavia la lettera di Mlinar è reperibile qui.
Il Presidente dell’Associazione dei combattenti slovena sostiene che è stata proprio la pubblicazione sul sito ufficiale italiano a giustificare in seguito l’uso scorretto della foto, facendola diventare uno strumento improprio per aizzare l’odio verso il popolo sloveno. Per questo suggerisce a Napolitano di spostare la data del Giorno del ricordo al 10 giugno, «data del vero inizio delle tragedie del popolo italiano.» A quanto mi risulta il primo presidente proveniente dal partito italiano che più aveva contribuito alla Resistenza non si è nemmeno degnato di rispondere a Mlinar.

Per la vicenda delle false attribuzioni della foto di Dane rimando a questo dossier  e ringrazio Ivan Serra e lo staff del sito diecifebbraio.info per la minuziosa ricostruzione della bufala e delle sue implicazioni internazionali.

In qualche modo, tuttavia, la vicenda dell’abuso della foto di Dane arriva fino ai media nazionali. Finalmente, pochi giorni fa, se ne occupa un articolo sull’Espresso, grazie ad un post pubblicato proprio qui su Giap:

L'Espresso

Si spera che con questo passaggio su un periodico a diffusione nazionale finalmente Franc Žnidaršič, Janez Kranjc, Franc Škerbec, Feliks Žnidaršič ed Edvard Škerbec possano avere la giustizia e la collocazione storica che si meritano.

2. FUCILATI MONTENEGRINI SPACCIATI PER «VITTIME DELLE FOIBE»

Le bufale legate alla giornata del ricordo non si limitano alla fucilazione degli ostaggi di Dane. Ecco qui un altro esempio:

Partigiani montenegrini spacciati per morti italiani

ed ancora un altro:

A fare il savutello si rischia la figurazza

Nell’intento di chi ha utilizzato queste foto, la prima rappresenterebbe un gruppo di italiani uccisi dai titini e la seconda un partigiano che prende a calci un povero prigioniero italiano.

Anche in questo caso invece la realtà è un’altra (già le divise dei due militari della seconda immagine non lasciano dubbi che si tratti di un soldato e di un ufficiale italiano): entrambe le foto fanno parte dello stesso rullino e documentano la fucilazione di ostaggi e partigiani in Montenegro, occupato dall’esercito italiano dall’aprile del 1941 all’8 settembre 1943. Ne esiste la sequenza completa (sul sito criminidiguerra.it ), qui le tratteremo una per una perché ogni fotogramma contiene particolari che smentiscono si tratti di italiani.

I prigionieri montenegrini sono presi a calci da un soldato italiano riconoscibile dalla divisa mentre vengono portati sul luogo della fucilazione:

calci

Poi i prigionieri sono schierati davanti al plotone d’esecuzione. Che non si tratti di italiani è intuibile dal copricapo del terzo e del quinto condannato da sinistra che indossano la tipica berretta montenegrina. Quattro ostaggi alzano il pugno chiuso, evidente testimonianza che – almeno quei quattro – sono partigiani comunisti. L’uomo al centro della foto, accanto a quello che mostra il pugno, indossa il berretto partigiano, la cosiddetta “titovka”.

ostaggipugnichiusi

Parte la scarica (italiana)…

Parte la scarica

Gli ostaggi sono morti. E’ la stessa foto che illustra la notizia del Giorno del ricordo a Cernobbio, ma ora sappiamo che sono vittime montenegrine degli italiani e non italiani vittime degli jugoslavi.

Ostaggi uccisi

L’ufficiale italiano, la cui mano si intravede in alto a sinistra, spara il colpo di grazia ai fucilati. Anche in questa foto c’è un particolare che conferma il fatto che le vittime non sono italiane: uno dei morti calza le tipiche babbucce serbo-montenegrine, le opanke.

Colpo di grazia

L’ultima foto del rullino:

ultimafotoostaggi

3. NUMERO D’INVENTARIO 8318

Altra foto che non rappresenta vittime delle foibe, ma che viene fatta passare come tale:

La follia titiana

Fin da subito di questa foto non mi hanno convinto diversi particolari: il paesaggio non è per nulla istriano o carsico, le divise non sembrano assolutamente divise “titine” o anche di partigiani non inquadrati in formazioni regolari, i cadaveri sono troppi e troppo “freschi” per essere stati estratti da una foiba. Nel caso in cui non si trattasse di vittime estratte da una foiba ma di un’esecuzione sommaria da parte degli jugoslavi, colpisce invece il fatto che i morti sembrano essere tutti maschi e che non ci sia tra loro nemmeno una persona in divisa (dal momento che, nella vulgata fascista e neofascista sulle foibe, nel 1943 sarebbero stati eliminati tutti coloro che potevano essere considerati funzionari dello Stato italiano, compresi dunque militari e pure donne).

Dopo innumerevoli supposizioni (Katyn? Stragi di ebrei nel Baltico?), grazie alla solerzia di un giapster, Tuco, troviamo l’originale. Si trova nell’archivio dell’Armata Popolare Jugoslava a Belgrado. Eccola:

Dal museo di Belgrado

Che si tratti di una stampa dal negativo è chiaro dalla pulizia e dalla definizione dell’immagine: in nessuno dei siti italiani che riportano la foto, questa è così nitida e i dettagli così visibili. Ma ciò che è più interessante è quel che c’è scritto dietro. Il sito, infatti, riporta anche il retro della foto, dove ogni archivio fotografico segnala le note e la descrizione relativa all’immagine.

Il retro della foto

La traduzione è la seguente: «Numero d’inventario 8318. Crimine degli italiani in Slovenia. Negativo siglato A-789/8. Originale: Museo dell’JNA a Belgrado»

Dunque non si tratta, nemmeno in questo caso, di vittime delle foibe, ma piuttosto del contrario: vittime slovene uccise dall’esercito italiano.

Ciò che è impressionante è la velocità con cui su internet un’immagine diventa virale (e dunque “vera”): cercando nel web il 10 febbraio alle otto di sera, quest’immagine – secondo le mie modeste conoscenze informatiche – appariva sette volte, tutte e sette associata al descrittore “foibe”. Due giorni dopo (giovedì 12 verso le 23.00) la foto era reperibile su ben 103 siti, a dimostrazione dell’incredibile potenza moltiplicativa di Internet, pur trattandosi di una bufala.

4. SI PARLA DEL «DRAMMA DEGLI INFOIBATI» E SI MOSTRA UN UFFICIALE DELLE SS MA FORSE LA STORIA E’ ANCORA PIU’ ASSURDA

Su internet si trova anche la seguente immagine:

Dal sito Ragusa Giovani

Immagine generalmente associata al massacro degli ufficiali polacchi a Katyn, alla liquidazione degli Shtetl in Polonia ed Ucraina, alle uccisioni delle foibe, addirittura ad esecuzioni da parte austro-ungarica di prigionieri catturati durante la disfatta di Caporetto nel 1917. Non ho trovato un archetipo, ma escludo tanto Katyn quanto le foibe in quanto non esistono testimonianze fotografiche delle esecuzioni ed in entrambi i casi non avrebbe avuto senso spogliare le vittime. L’attribuzione più plausibile mi sembra quella dell’eliminazione di prigionieri (russi?) in qualche villaggio dell’est o in un campo di concentramento, vista anche la divisa del boia, che sembra essere delle SS-Totenkopfverbände (Testa di morto), reparto adibito alla custodia dei campi nazisti.

Divisa SS

[N.d.R. Su questa foto, vedi la discussione qui sotto con intervento di Nicoletta Bourbaki.]

5. BRUNO VESPA CI RICASCA: I PARTIGIANI IMPICCATI A PREMARIACCO

Torniamo ora a Bruno Vespa. Oltre a non essersi mai scusato ufficialmente con Alessandra Kersevan per l’errore (?) dei fucilati di Dane, nella trasmissione dedicata alla Giornata del ricordo di quest’anno (2015), mentre sta parlando di «esecuzioni sommarie a Trieste», manda in onda questa foto:

Chiaramente lo spettatore ignaro viene indotto a pensare che si tratti di italiani impiccati dai partigiani titini. Invece non è così: come nel caso di Dane, Vespa mostra in un contesto un’immagine che è esattamente l’opposto. Si tratta infatti di partigiani friulani (più uno goriziano ed uno sloveno) impiccati a Premariacco in Friuli il 29 maggio del 1944. Anche i nomi delle vittime di questa strage sono conosciuti:
Sergio Buligan, 18 anni;
Luigi Cecutto, 19 anni;
Vinicio Comuzzo, 18 anni;
Angelo Del Degan, 18 anni;
Livio Domini, 18 anni;
Stefano Domini, 19 anni;
Alessio Feruglio, 19 anni;
Aniceto Feruglio, 17 anni;
Pietro Feruglio, 18 anni;
Ardo Martelossi, 19 anni;
Diego Mesaglio, 20 anni;
Mario Noacco, 20 anni;
Mario Paolini, 18 anni,
tutti di Feletto Umberto.
Inoltre:
Ezio Baldassi di San Giovanni al Natisone, 16 anni;
Guido Beltrame di Manzano, 60 anni;
Sergio Torossi di Corno di Rosazzo, 17 anni;
Antonio Ceccon di Dogna, 19 anni;
Luigi Cerno di Taipana, 21 anni;
Bruno Clocchiatti di Corno di Rosazzo, 17 anni;
Oreste Cotterli di Udine, 41 anni;
Agostino Fattorini di Reana del Rojale, 24 anni;
Dionisio Tauro di Chions, 41 anni;
Guerrino Zannier di Clauzetto, 25 anni;
Mario Pontarini o Pontoni;
Luigi Bon di Gorizia, 35 anni;
Jože Brunič di Novo Mesto.

Ecco la foto non deturpata dal logo della trasmissione di Vespa:

premariacco

Dal momento che in contemporanea ci fu un’esecuzione collettiva anche a San Giovanni al Natisone e non è perfettamente chiaro quali dei partigiani elencati sopra siano stati uccisi a Premariacco e quali a San Giovanni, pubblichiamo qui di seguito anche la foto dei caduti per la libertà di San Giovanni al Natisone, sperando in questo modo di evitare preventivamente che si insulti anche la loro memoria (anche considerando che l’Anpi di Udine, pochi giorni dopo la bufala di Bruno Vespa, ha tolto dal proprio sito foto e riferimenti ai martiri del 29 maggio. Speriamo si tratti di un caso.)
[N.d.R. Nei commenti a questo post viene spiegato l’arcano: «il sito dell’ANPI di Udine ha cambiato non solo server, ma anche piattaforma (da Drupal a WordPress); in ragione di ciò tutti i link interni devono essere editati a mano.»]

Caduti per la libertà di San Giovanni al Natisone

6. CHE C’ENTRA SREBRENICA CON LE FOIBE?

C’è poi l’articolo de «Il Piccolo» di Trieste che sarebbe esilarante se non trattasse di un argomento, anzi due, così macabro e doloroso.

I morti di Srebrenica spacciati per infoibati italiani

Il sottotitolo della foto reca la dicitura: «L’esumazione di una parte dei cadaveri rinvenuti in una foiba». Peccato che la foto sia a colori, gli esumatori indossino jeans e sia evidente come l’immagine sia di decenni più recente. Facendo una rapida ricerca su internet si trova l’originale: è una fossa comune nel villaggio di Kamenica in Bosnia, nel Cantone di Tuzla, in cui sono stati sepolti musulmani bosniaci dopo la deportazione da Srebrenica.

srebrenica

L’errore è così grossolano che il giornale nel giro di poche ore sostituisce la foto con questa (che si riferisce effettivamente al recupero di corpi dalla foiba di Vines, 1943):

Vines, 1943

7. LA «VERA STORIA» CON COPERTINA FALSA

Passiamo poi ad uno dei taroccamenti più evidenti dell’intera vicenda “foibe”, che richiama alcuni dei luoghi comuni più triti sulla bestialità dei partigiani, la sanguinarietà truculenta e la partecipazione delle partigiane (le terribili “drugarice”) alle azioni più violente. Si tratta della copertina del libro Una grande tragedia dimenticata. La vera storia delle foibe, di Giuseppina Mellace, edito da Newton Compton.

Il libro di Giuseppina Mellace

Nella copertina si vede un trio (ad occhio: un partigiano e due partigiane) nell’atto di sgozzare una vittima (presumibilmente un povero italiano). Anche qui però il taroccamento è palese. La foto originale infatti è questa:

cetnici

Anche in questo caso si assiste ad un totale ribaltamento del senso dell’immagine. I carnefici della foto infatti sono una Crna trojka (“Terzetto Nero”), unità četniche, cioè appartenenti all’esercito nazionalista serbo. Si trattava di una sorta di tribunale volante che aveva il compito di eliminare collaborazionisti dell’occupatore. Con l’evolversi della guerra e con l’avvicinamento di Draža Mihailović ai tedeschi, le Crne trojke si dedicarono sempre più all’esecuzione sommaria di partigiani comunisti, di simpatizzanti del movimento partigiano e dei loro familiari. Che si tratti di četnici e non di partigiani è facilmente deducibile dall’abbigliamento: anziché la bustina partigiana (la cosiddetta titovka, già citata nel caso dei fucilati montenegrini), gli individui fotografati sul libro della Mellace hanno in testa una šajkača, il tipico copricapo serbo, utilizzato dai nazionalisti serbi.

Qui di seguito la differenza tra una titovka (che peraltro è sempre ornata da una stella rossa) e una šajkača (che solitamente ha in fronte uno scudo con l’aquila serba, decisamente più grande, come si può notare dal copricapo del četniko in piedi al centro della foto).

copricapi

Il fatto poi che siano četnici esclude che le due persone in piedi siano donne: è noto che i nazionalisti serbi portavano i capelli lunghi alle spalle.

Inoltre che la vittima non sia un italiano è nuovamente intuibile dalle calzature, che sono – come nel caso di alcuni dei fucilati del Montenegro – opanke, cioè le babbucce tipiche della Serbia e del Montenegro.

8. MORTI NEI LAGER NAZISTI E FASCISTI SPACCIATI PER… INDOVINATE COSA?

Per taroccare le immagini relative alla Giornata del ricordo non si è disdegnato di utilizzare anche i campi di concentramento e sterminio nazisti.

Il Comune di Brisighella (ma a grandi linee mi pare che l’utilizzo della foto sia più diffuso) commemora le foibe con questa foto:Bergen Belsen

…che in realtà è una foto di cadaveri nel campo di Bergen-Belsen; mentre su alcuni siti e addirittura in un manifesto della Provincia di Foggia appare quest’altra foto di bambini in un campo nazista…

foggiataroccans

…spacciata – non si capisce bene in che modo – per una foto relativa alle foibe.

Sempre in tema di campi di concentramento ecco un’altra foto clamorosamente sbagliata:

Arbe / Rab

In realtà si tratta di un deportato croato nel campo di concentramento italiano dell’isola di Arbe.L’immagine è addirittura sulla copertina di un libro di Alessandra Kersevan:

Lager italiani

Ancora una volta le fotografie utilizzate per la Giornata del ricordo girano la verità storica di 180°, presentando le vittime come aguzzini e viceversa.

9. FRANCESI IN FUGA DA HITLER SPACCIATI PER ESULI ISTRIANI

Non basta, manca l’esodo. Ecco qui una foto che negli ultimi tempi ha girato parecchio su internet: una bambina e la sua famiglia scappano dall’occupazione jugoslava di una città istriana.

La foto usata dal PD

Ma ecco la sorpresa:

Fleeing Hitler

La didascalia dice: «Bambini fuggono dall’avanzata di Hitler nel 1940». Si tratta di una foto scattata nel giugno del 1940 quando le truppe del Reich invasero la Francia. Dunque sbagliata la collocazione (non Istria, ma Francia), sbagliato l’anno (non 1945-47, ma 1940), sbagliato l’invasore (non Tito, ma Hitler).

La foto si trova addirittura sulla copertina di questo libro di Hanna Diamond, storica e francesista, docente all’Università di Bath in Inghilterra, ma come ben si sa, raramente in Italia si prendono in considerazione gli studi stranieri…

Fleeing Hitler - il librp

10. BRIGANTI INFOIBATI

Appare su un sito la seguente foto di infoibati:

Briganti infoibati

Peccato che queste vittime delle foibe siano state uccise circa ottant’anni prima, e non dall’esercito jugoslavo, bensì da quello italiano. Infatti è una delle tante foto che le armate sabaude scattavano ai cadaveri dei briganti appena uccisi, nell’intento di dimostrare la semibestialità delle masse rurali meridionali, di documentarlo con scientificità lombrosiana e di assecondare il gusto morboso dell’epoca. Al di là dell’errore marchiano (ma ci siamo abituati) in questo caso è interessante vedere la genesi dell’errata attribuzione che dimostra la superficialità assoluta con cui molti scelgono la documentazione fotografica da allegare agli articoli. L’immagine, infatti, è evidentemente tratta da quest’altro sito, in cui appaiono tre foto di briganti uccisi, stigmatizzando il fatto che esista la Giornata del ricordo per gli infoibati, ma non per le vittime della lotta al brigantaggio.

11. DOVEROSE RIFLESSIONI

Colpisce il fatto che, mentre per le foibe manca una documentazione fotografica delle uccisioni e le immagini relative al recupero dei corpi sono abbastanza rare (il che potrebbe essere un ulteriore riscontro che le effettive uccisioni nelle cavità carsiche furono relativamente poche, nell’ordine di grandezza delle centinaia e non delle migliaia), immagini dell’esodo sono invece piuttosto diffuse, soprattutto di quello da Pola, ma in occasione della Giornata del ricordo non si disdegna di adoperarne di fasulle. Perché?
Una parte di responsabilità va sicuramente attribuita al fatto che spesso queste ricorrenze sono organizzate (o pubblicizzate graficamente) da persone senza una sufficiente preparazione storica, quando non del tutto estranee all’ambito. Mi pare possibile che le foto vengano selezionate in base all’impatto emotivo che possono suscitare su chi le guarda e dunque non si vada troppo per il sottile. La foto dell’esodo “francese” ha in primo piano un’adolescente dall’espressione spaventata, che sicuramente è un elemento di grande presa emotiva e ha l’effetto di rappresentare l’esodo istriano per quello che non è stato: una fuga disordinata da un invasore sanguinario (come invece lo fu quella dei profughi francesi dalla Wehrmacht) invece che un processo migratorio sviluppatosi nell’arco di un decennio abbondante, come i dati statistici permettono di rilevare.

Tuttavia ciò che colpisce di più è il fatto che la maggior parte dei falsi che siamo riusciti a smascherare presenti un totale ribaltamento del contenuto: sono foto che mostrano vittime slovene (o croate o partigiane) uccise dagli italiani, ma vengono presentate come l’opposto, italiani vittime delle violenze slavocomuniste.

Una spiegazione “tecnica” potrebbe essere quella che gli addetti al reperimento del materiale si siano limitati a digitare su Google qualcosa tipo “Jugoslavia”, “crimini” o “vittime” e “italiani” e senza accorgersi siano capitati in siti dove vengono documentate le violenze italiane in Jugoslavia: l’utilizzo di quelle immagini sarebbe dunque semplicemente un errore di superficialità. Se è vero che la cura nella corretta identificazione delle immagini fotografiche è significativamente inferiore a quella riservata ad altre tipologie documentali, nel caso delle immagini delle foibe questa pessima pratica sembra quasi essere la norma.

Non mi sento però di escludere che questa totale inversione sia invece dolosa: che si tratti di un atto volontario nato proprio per instillare on line confusione e il dubbio che le foto delle vittime della resistenza siano effettivamente tali (e rendere questo dubbio virale attraverso l’incredibile forza di replica di internet), o forse più semplicemente per provocare, offendere e screditare la memoria della Lotta di liberazione jugoslava.

Un altro aspetto che salta agli occhi ricercando in questo campo è la carenza di immagini testimonianti la repressione violenta degli italiani ad opera dell’Esercito Popolare di Liberazione Jugoslavo, se confrontate alle foto esistenti di violenze italiane in Jugoslavia, decisamente più numerose e dettagliate. D’altra parte ciò è fisiologico: i popoli jugoslavi subirono un’invasione che provocò un numero enorme di vittime. La Jugoslavia ebbe un milione di morti su una popolazione di quindici milioni (cfr. John Keegan, Atlas of the Second World War); nella provincia di Lubiana vi furono 30.299 vittime su una popolazione totale di 336.300 abitanti (9% degli abitanti). Nella Venezia Giulia, invece, il numero delle vittime “italiane” dell’Esercito Popolare di Liberazione Jugoslavo arriva a poche migliaia (contando anche coloro che morirono in prigionia di stenti e malnutrizione, cosa che accadeva anche nei campi di prigionia angloamericani), tra cui alcune centinaia di “infoibati”. Non lo dico io ma il rapporto della Commissione storica italo-slovena, che certo non si può accusare di “titoismo”.
A dispetto della risonanza mediatica che viene data alle foibe e alle vicende del confine orientale, si trattò di un episodio minore e periferico in quell’immane catastrofe che fu la seconda guerra mondiale.

L’attribuzione a sé da parte italiana di questo materiale iconografico potrebbe semplicemente mascherare la consapevolezza di non averne o di averne pochissimo e di volersi opportunisticamente appropriare di quello dell’avversario per colmare le proprie lacune, in un’epoca come quella odierna in cui le immagini contano di più dei concetti.

L’idea che alla base di questi errori vi sia un opportunismo di questo tipo viene in qualche modo confermata anche dall’analisi di chi sono gli autori. Se nel caso di singoli utenti di Facebook o di blogger che arricchiscono con immagini i propri commenti, l’errore in buona fede può sicuramente starci; nel caso di giornalisti, di grafici o di impiegati comunali che cercano materiale fotografico per la Giornata del ricordo l’errore mi sembra possibile, ma abbastanza più grave. Del tutto ingiustificabile invece risulta un’attribuzione sbagliata quando si tratta di media a diffusione nazionale e di opinion maker come Bruno Vespa, oppure di istituzioni pubbliche nazionali, come nel caso del sito del Ministero degli interni denunciato da Mlinar. Un ultimo caso in questo senso è stata la foto allegata ai tweet per il 10 febbraio di quest’anno della Camera dei deputati…

Il tweet della Camera dei Deputati

…e del presidente della Camera Laura Boldrini:

Il tweet di Laura Boldrini

L’originale di questa foto si trova alla Sezione storia della Biblioteca Nazionale e degli studi di Trieste (Narodna in študijska knjižnica – Odsek za zgodovino). A quanto ne so è stata pubblicata solo una volta, nel libro di Jože Pirjevec Foibe. Una storia d’Italia (Einaudi 2009). La foto completa è questa:

aidussina

Si noti la didascalia presente sotto la foto.

Non appena alcuni utenti segnalano via tweet la falsificazione, lo staff comunicazione di @montecitorio e @lauraboldrini si affretta a rimuovere la foto da twitter scusandosi per l’errore ma, considerando che quell’immagine è stata pubblicata solo ed esclusivamente con una didascalia che ne spiega con chiarezza il contesto, è difficile pensare che il suo utilizzo per raffigurare le foibe sia dovuto soltanto a un’ingenuità. Ciò che inquieta è che siano le stesse istituzioni dello Stato a prestarsi a questo gioco, ma dal momento che la Giornata del ricordo è diventata uno dei pilastri della creazione di una mitologia collettiva nazionale italiana e della memoria condivisa, non stupisce che il travisamento della realtà storica e delle immagini venga portato avanti anche ad alto livello politico.

Il materiale fotografico è documentazione storica. Dovrebbe essere utilizzato come tale, con rigore e consentendo a chi lo guarda di avere tutte le informazioni che gli permettano di utilizzarlo al meglio: che cosa mostra la foto, dove è stata scattata, quando, da chi, dov’è conservata. Dovrebbe essere uno strumento per capire meglio gli avvenimenti storici, per poter comprendere gli eventi non solo attraverso la lettura, il racconto e la riflessione, ma anche attraverso la vista. L’utilizzo che invece si è fatto del materiale fotografico che abbiamo preso in esame è l’opposto di questo. Le immagini sono state utilizzate (e manipolate) per colpire le emozioni e non la ragione, sono state usate come santini della vittima di turno, come oggetti devozionali, reliquie con le quali esprimere e consolidare la propria fede, sono state manipolate per dimostrare l’esatto opposto di ciò che rappresentano. E, come buona parte delle reliquie, si sono dimostrate false.

A noi il compito di resistere, continuando a segnalare le manipolazioni della storia e a contrastare l’omologazione e il pensiero unico.

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* Piero Purini (Trieste, 1968) si è laureato in storia contemporanea all’Università di Trieste sotto la guida del prof. Jože Pirjevec. Ha poi frequentato corsi di perfezionamento post laurea presso l’Università di Lubiana e quindi ha conseguito il dottorato di ricerca presso l’Università di Klagenfurt sotto la guida del prof. Karl Stuhlpfarrer. Si occupa principalmente di movimenti migratori, di spostamenti di popolazione e di questioni legate all’identità e all’appartenenza nazionale: il fatto di aver studiato in Italia, Slovenia ed Austria gli ha permesso di analizzare la storia di una regione etnicamente complessa come la Venezia Giulia in una prospettiva più internazionale ed europea. È autore dei libri Trieste 1954-1963. Dal Governo Militare Alleato alla Regione Friuli-Venezia Giulia (Trieste, Circolo per gli studi sociali Virgil Šček – Krožek za družbena vprašanja Virgil Šček, 1995) e Metamorfosi etniche. 
I cambiamenti di popolazione a Trieste, Gorizia, Fiume e in Istria. 1914-1975 (KappaVu, Udine 2010; nuova edizione: 2014). Per Giap ha scritto il saggio Quello che Cristicchi dimentica.  Magazzino 18, gli «italiani brava gente» e le vere larghe intese (febbraio 2014). Affianca all’attività di storico anche quella di musicista.

Nicoletta Bourbaki è l’eteronimo usato da un gruppo di inchiesta su Wikipedia e le manipolazioni storiche in rete, formatosi nel 2012 durante una discussione su Giap. Con questa scelta, il gruppo omaggia Nicolas Bourbaki, collettivo di matematici attivo in Francia dal 1935 al 1983-

https://www.linkiesta.it/it/article/2012/07/06/rab-la-auschwitz-dimenticata-dagli-italiani/8121/?fbclid=IwAR2osGLYZKEBkBFFxY4gccNqbfw5hqFBtAYAl8updWazLlIa_Afy86BNoY0

Rab, la Auschwitz dimenticata dagli italiani

Rab, la Auschwitz dimenticata dagli italiani

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12654131_1113006545398426_8144876131756904230_n partigiani greci fucilati dai fascisti italiani

Mettiamola così: se un Paese mettesse in piedi un campo di concentramento rinchiudendovi in meno di 14 mesi circa 10mila persone, e facendone morire 1.500, passerebbe alla storia come aguzzino (il tasso di mortalità, del 15 per cento, è pari a quello del lager di Buchenwald). Se lo fa l’Italia, invece, niente.

Alzi la mano chi ha mai sentito parlare del campo di internamento di Arbe. Oppure di quelli di Gonars, Monigo, Renicci e vari altri. Probabilmente quasi nessuno. Eh già, perché l’Italia preferisce l’oblio quando il passato è imbarazzante. E invece bisogna ricordare. Anche gli italiani hanno commesso efferatezze, hanno ammazzato, hanno rinchiuso nei campi vecchi, donne e bambini facendoli morire di fame e di malattie.

L’isola di Rab oggi

Nel 1941 l’Italia invade la Jugoslavia e si annette una parte del territorio, nelle attuali Slovenia e Croazia. Alle popolazioni locali l’idea di essere dominati da una potenza straniera non piace granché e dopo quasi un anno di situazione relativamente tranquilla, comincia una furiosa guerriglia partigiana. La reazione italiana è durissima: rastrellamenti, fucilazioni, deportazione delle popolazioni civili dai villaggi delle zone dove sono attivi i partigiani.

Viene creata una rete di campi di internamento (per chi volesse approfondire: Carlo Spartaco Capogreco, I campi del duce, Einaudi) dove sistemare le popolazioni deportate. Uno di questi campi sorge sull’isola di Arbe, nel golfo del Quarnero (oggi Rab, Croazia). Rispetto agli altri ha avuto un triste primato: quello di essere il più duro, quello dove sono morte più persone. È gestito dal Regio esercito, non da camice nere, milizie o quant’altro; non è un campo strettamente “fascista”, è un campo “italiano”.

Il primo gruppo di internati (240) ci arriva esattamente settant’annifa, nel luglio 1942, poi ne giungono altri a gruppi, a fine agosto arrivano mille minori di 16 anni, tutti assieme. Quasi tutti sono vittime dei rastrellamenti in Slovenia, pochi i croati. Il campo sorge nel vallone di Sant’Eufemia, sul fondo della baia di Campora (Kampor), su un terreno paludoso, sottoposto all’azione dell’alta marea e a rischio inondazione (Arbe, contrariamente al resto della Dalmazia, è ricchissima d’acqua dolce).

Gli internati, come detto soprattutto vecchi, donne e bambini, vengono sistemati all’interno di tende. Le condizioni di vita sono durissime: «Campo di concentramento non significa campo di ingrassamento», annota il generale Gastone Gambara, comandante dell’XI corpo d’armata che aveva giurisdizione sulla zona (naturalmente è morto senza mai dover rispondere delle sue azioni nei Balcani, e dopo esser stato reintegrato nell’esercito nel 1952). Condizioni di vita aggravate dal sadico comportamento del comandante del campo, il tenente colonnello dei carabinieri Vincenzo Cuiuli (condannato a morte dai partigiani, si taglierà le vene la notte prima dell’esecuzione). Gli interrogatori degli internati, dopo la liberazione del campo da parte degli jugoslavi, l’8 settembre 1943, sottolineeranno anche la crudeltà del cappellano, don Enzo Mondini, mentre rimarcheranno i tentativi messi in atto dagli ufficiali medici per alleviare almeno di un po’ le pene.

Internati nel campo di Rab
Gli internati di Arbe muoiono per denutrizione (la razione era 80 grammi di pane al giorno, più una brodaglia cucinata in ex bidoni di benzina), per malattie (il generale Gambara, enuncia il principio «internato ammalato uguale internato tranquillo» e fa distribuire paglia infestata dai pidocchi) e per calamità naturali. L’episodio più grave avviene nella notte tra il 29 e il 30 settembre 1942 quando un furioso temporale provoca un’inondazione alta un metro che devasta il settore femminile, trascinando in mare tende, donne e bambini. Il giorno dopo vengono recuperati dalla baia decine di corpicini galleggianti. La sezione femminile e quella maschile sono divise da un ruscello che però è talmente infestato dai pidocchi da rendere impossibile non solo berne l’acqua, ma persino usarla per lavarsi.

Gli internati inscheletriti dalla fame, cotti dal sole, sporchi all’inverosimile, suscitano l’intervento del Vaticano che cerca di alleviarne le spaventose condizioni, viene costruita qualche baracca, ma nulla più. Herman Janez, allora un bambino di sette anni, ricorda il terribile inverno passato sull’isola: «Le guardie ogni giorno facevano l’appello di noi ragazzini per poi portarci nella rada di mare antistante al campo e farci fare il bagno. Ci nascondevamo, ma poi questi ci stanavano e ci costringevano ad andare in acqua. Eravamo già deboli, pieni di zecche e di pidocchi, di piaghe purulente, puzzavamo di sterco nostro e altrui, e dopo questi bagni un semplice mal di gola ha portato tanti di noi al camposanto». La mortalità maggiore si registra quando il freddo pungente della bora porta via gli internati a grappoli.

80 grammi di pane al giorno

Non si sa esattamente quanti siano stati gli internati. Le stime vanno da 7.500 a 15.000. Teniamoci su una prudente via di mezzo e diciamo attorno ai 10mila. I morti accertati, con nome e cognome, sono 1.435, ma quasi certamente sono di più perché i sopravvissuti hanno testimoniato che poteva capitare di seppellire due salme in una tomba e che gli internati nascondessero il corpo di qualche deceduto per dividersi la sua porzione di brodaglia.

Gli ebrei, per lo più scampati agli ustascia croati, erano trattati meglio perché il Regio esercito non li considerava nemici, come invece accadeva per gli sloveni. Per esempio vivevano in baracche e non in tenda e non subivano le persecuzioni riservate agli altri. Evelyn Waugh li menziona in un suo racconto, “Compassione”: «Con improvvisa veemenza la donna, la signora Kanyi, tacitò i consiglieri e si mise a raccontare la sua storia. Quelli là fuori, spiegò, erano i sopravvissuti di un campo di concentramento italiano sull’isola di Rab. Per la maggior parte erano cittadini jugoslavi, ma alcuni, come lei, erano rifugiati dall’Europa centrale. Alla fuga del re, gli ustascia avevano cominciato a massacrare gli ebrei. E gli italiani li avevano radunati trasferendoli sull’Adriatico. Con la resa dell’Italia, i partigiani avevano tenuto la costa per qualche settimana, riportando gli ebrei sul continente, reclutando tutti quelli giudicati utilizzabili, e imprigionando il resto».

Rab, il cimitero

Dal 1945 a oggi, mai un rappresentante ufficiale dello stato italiano è andato ad Arbe a deporre una corona di fiori, mai il console italiano della vicina Fiume (Rijeka) è andato a pronunciare un’orazione funebre, mai l’ambasciatore italiano a Zagabria ha sentito il dovere di chiedere scusa. Soltanto una volta un rappresentante dell’allora presidente della Repubblica, Carlo Azeglio Ciampi, è andato in forma ufficiale alle commemorazioni del campo di Gonars, in provincia di Udine. Ma mai l’Italia repubblicana ha preso definitivamente le distanze da quanto commesso ad Arbe e nei Balcani dall’Italia fascista.

https://raiawadunia.com/le-bugie-di-di-maio-e-di-battista-sullafrica/?fbclid=IwAR2UM5BmFB-6C3o02adrRBlDu1mJbjYgAdHvoWztjpmGC3s26WG6IDQ_JpA

Sere fa, a ” Che tempo che fa”, Alessandro Di Battista, reduce dal “faticoso” viaggio in Sudamerica ha sparso a piene mani le sue personali “pillole di saggezza”.

Le prossime elezioni europee devono portare ad un’Europa assolutamente diversa. Meno costosa, con un parlamento dotato di poteri reali e un seggio nel Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Seggio da strappare alla Francia che abusivamente le occupa essendo un paesello come tanti.

Sono tesi addirittura ovvie, che in tanti sosteniamo da tempo immemorabile. Sentirle riaffermare da Di Battista rallegra, ma non tanto. Le scelte politiche, le alleanze in Europa del suo Movimento, infatti, parlano di cose assolutamente diverse. Alle elezioni i 5 Stelle andranno in compagnia di vecchi arnesi della peggior destra europea interessati ad altro, non a una vera riforma dell’Europa.

Di Battista, seguito a ruota da Di Maio, ha poi infierito sulla Francia. La responsabilità del disastro africano, udite udite, e dei flussi migratori è dei nostri cugini al di là delle Alpi. I francesi hanno imposto alle loro ex colonie una moneta, il Cfa, che le impoverisce ed è causa di emorragia di esseri umani verso le nostre sponde. I francesi hanno voluto la guerra a Gheddafi e con essa hanno provocato i flussi migratori. I prossimi naufraghi andrebbero sbarcati a Marsiglia….

Da lunghi anni denuncio inascoltato l’abominio del neocolonialismo francese in Africa e della sua arma più potente che è proprio il Cfa. Anche per questo trovo penose le affermazioni dei due capetti a 5 Stelle. E trovo squallido il modo di raccontare di Repubblica che pur di attaccarli racconta che quella moneta è scelta volontaria delle ex colonie francesi. Volontario che? Chiunque abbia provato a venir fuori da quel sistema monetario ha fatto una brutta fine.

La guerra a Gheddafi ha visto la Francia in prima linea, ma subitissimo dopo c’era l’Italia e al governo c’era l’attuale alleato di governo dei 5 Stelle, cioè la Lega di Salvini.

Affermare che la Francia sia causa del disastro africano e delle migrazioni, poi, è un assoluto falso e persino una menzogna opportunista.

La Francia e la sua moneta coloniale ( che Di Battista farebbe bene a studiare meglio onde evitare ridicole inesattezze) sono solo una piccola parte del problema. Se anche si decidesse l’abrogazione del Cfa, l’Africa resterebbe ciò che è, un continente secolarmente condannato alla miseria e alla depredazione. Resterebbe, cioè, in balia di un mercato mondiale, dei suoi poteri, che continuerebbero a farne lo stesso uso di sempre, quello di un grande contenitore di risorse da portar via al minor prezzo possibile e la discarica di ogni nostro veleno.

E’ l’attuale sistema di regole mondiali a decidere i prezzi delle materie prime africane; a inondare di armi un continente bagnato del sangue delle nostre guerre di rapina, a sostenere al potere dittatori amici; a permettere ogni corruzione e ogni trasferimento delle ricchezze di quei popoli estorte dai nostri “amici” in loco verso le nostre banche; a impedire che vi sia trasformazione in loco delle materie prime africane, unico modo per far decollare lo sviluppo di quella parte di mondo. Di esempi ne potrebbero essere fatti mille altri e coinvolgerebbero anche il nostro paese. Facile puntare il dito contro la Francia e non guardare i nostri orrori. Il colonialismo italiano non è stato diverso da quello di altri paesi. Le nostre responsabilità attuali, altrettanto. Siete al governo, cari Di Maio e Di Battista. Cosa avete fatto per la tracciabilità delle materie prime africane, per combattere la corruzione che massacra le vite di milioni di africani. Mai e poi mai vi ho sentito dire una parola sul modo di agire, ad esempio, della nostra Eni in quel continente. Mai. Eppure in questi giorni si celebra un processo che la vede imputata di una tangente per oltre un miliardo di dollari in quel di Nigeria. Quanto basterebbe per costruire scuole, ospedali e quanto altro per quella gente.

Ed allora, dite la verità. Siete solo i rappresentanti di certa finanza italiana sempre più in guerra con quella francese anche sul bottino africano. A voi dell’Africa e degli africani non importa niente. Anzi…Siete voi ad aver dato fiato alla campagna di orrori contro chi tentava di salvarsi dalle guerre e dalla miseria che il vostro mondo ha imposto agli africani. Voi avete spinto l’opinione pubblica contro chi li salvava dalla morte in mare con la vostra squallida teoria dei taxi del mare smentita da ogni inchiesta. Siete stati voi i primi alfieri della guerra tra poveri contrapponendo i nostri poveri ai poveri sui barconi. Voi avete avallato l’orrore dei lager libici finanziati con i soldi degli italiani. Voi avete reso abnorme un partitino come la Lega che oggi è un monstrum leader della cultura dell’odio e dell’intolleranza. Un monstrum che sta per divorarvi. Il che sarebbe niente, se non facesse danno a tutti noi.

silvestro montanaro

https://www.resistenze.org/sito/te/po/us/pousja07-021077.htm

Rozza politica

Greg Godels | zzs-blg.blogspot.com
Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

Come può accadere che una destra impopolare, quella del Presidente degli Stati Uniti, possa effettivamente invocare la fine di sette anni di guerra non dichiarata contro il governo della Siria, nazione appartenente alle Nazioni Unite, e così indurre la maggior parte dell’establishment liberale a rifiutare e sfidare la prospettiva di pace?

Com’è possibile che un generale della Marina che si è guadagnato i soprannomi di “cane pazzo” e “il macellaio di Falluja” possa essere consacrato da ampi settori della sinistra come modello di ponderato giudizio e moderazione?

Come può l’icona di sinistra negli Stati Uniti, Noam Chomsky, che ha esplicitato spesso avversione all’aggressione USA, opporsi alla rimozione delle truppe americane dalla Siria quando le truppe non hanno alcun ruolo legittimo in quel paese?

Sicuramente, queste domande sensate segnalano che alcuni pensatori politici hanno smarrito la rotta, che gli allineamenti politici ampiamente accettati e saldamente consolidati hanno perso gli ormeggi.

In apparenza, la presidenza Trump e l’intensa e nettamente divisiva risposta ad essa, hanno spinto tutti gli eventi o le azioni – dai più innocui ai più minacciosi – un contenitore inadeguato: pro o anti-Trump.

Ad esempio, le recenti morti di due giovani migranti sotto la custodia federale sono messe all’uscio di Donald Trump a causa delle sue battute chiassose, volgari e razziste contro l’immigrazione. Anche se Trump non deve aver versato una lacrima, addebitargli ogni colpa, ha l’effetto di discolpare il sostegno bipartisan, quasi universale, per la creazione nel 2002 della draconiana ICE [Immigration and Customs Enforcement, l’agenzia per la vigilanza sulle leggi doganali e sull’immigrazione come riorganizzazione del Ministero della difesa dopo l’11 settembre; vedi https://www.ice.gov/features/history, ndt]. Inoltre, consente di sorvolare sulle morti discutibili e documentate avvenute per mano dell’ICE (107 morti dal 2003 a 2007, per esempio). Né gli ipocriti nemici di Trump riconoscono la lunga e duratura corruzione e i contratti senza gara d’appalto che piagano l’ICE. La gran parte della folla anti-Trump rimase in silenzio durante gli anni di Obama, quando 2,4 milioni di immigrati furono cacciati dal “deportatore in capo”. Tra quelli rimpatriati nel 2015, circa il 40% non aveva condanne penali. Apparentemente, la situazione degli immigrati interessa solo i liberali della “resistenza” e le loro cheerleader dei media quando può essere usata contro Trump e la sua banda.

L’attuale blocco delle attività amministrative, shutdown, in cui si è impigliata l’insistenza di Trump per il finanziamento del muro anti-immigrazione, ha generato ululati di indignazione dai combattenti della “resistenza” del Partito Democratico e dai guerrieri della televisione via cavo. Giustamente vedono il muro di Trump come un affronto feroce alla dignità degli immigrati e una risposta isterica a paure esagerate. Eppure questi stessi indignati per i diritti umani non riconoscono il muro infame costruito dagli israeliani per negare l’accesso ai loro vicini palestinesi, privandoli della loro dignità e del loro benessere. Il parallelo gli sfugge e viene ignorato dai media mainstream.

Allo stesso modo, il brutale omicidio di Khashoggi, il giornalista del Washington Post, per mano dei funzionari sauditi, è diventato, grazie alla maldestra, scandalosa difesa di Trump del Principe ereditario saudita, un bastone per colpire Trump.

La patetica difesa di Trump del crimine saudita ha coinciso – una singolare coincidenza – con la diffusione di uno studio di un’organizzazione collegata alla CIA che annunciava che 85.000 bambini erano stati uccisi dall’esercito saudita e dai suoi alleati nella guerra civile dello Yemen.

Non importa che i media indipendenti, ma emarginati, abbiano raccontato le atrocità saudite nello Yemen per la durata quasi quadriennale della guerra. Non importa che il sostegno degli Stati Uniti per l’intervento saudita, così come l’attuale intervento clandestino degli Stati Uniti, preceda l’amministrazione Trump.

E c’è la grande menzogna di Russiagate: accuse infondate di interferenze negli affari interni degli Stati Uniti presentate dalle stesse agenzie di intelligence statunitensi e dalle loro coorti che hanno montato un’azione sovversiva su larga scala, con propaganda, corruzione e persino l’intervento militare negli affari di innumerevoli governi, di decennio in decennio.

L’interminabile inchiesta Mueller dà ancora speranza ai liberali che Trump possa essere egli stesso collegato ai malvagi russi.

È facile liquidare le incoerenze, la cecità selettiva dei liberali americani come mera ipocrisia. Indubbiamente, questo è. Ma dietro l’ipocrisia c’è qualcosa di più profondo che obbliga i liberali a schierarsi con i neo-conservatori, l’FBI, la CIA e le altre agenzie di intelligence che spiano i nostri cittadini, i generali guerrafondai e i media monopolistici, quelli che hanno raccontato delle “armi di distruzione di massa” e dei “dittatori” venezuelani onestamente eletti.

L’ipocrisia emerge dal bipolarismo profondamente radicato del sistema politico statunitense e dalla sua inadeguatezza alla realtà politica di oggi. I due partiti borghesi che definiscono la politica statunitense costituiscono uno stretto continuum che non può contenere né dare un significato coerente alla crisi del decadente capitalismo statunitense attualmente in corso. E il pensiero bi-partitico getta poca luce sulla crisi.

Oggi, le norme politiche consentite non riescono a spiegare e affrontare il trumpismo senza ricorrere a teorie cospirative e bizzarri allineamenti. L’ascesa di Trump richiede un esame globale e la denuncia della profonda corruzione e disfunzione del sistema bipartitico e della sua base capitalista monopolista. Esplorare il fenomeno Trump (al di là del suo ego rabbioso, del suo bigottismo da country club e della sua ignoranza illimitata) e indagare il nazionalismo da “restaurazione dell’impero” della sua amministrazione, il suo finto populismo e la sua incoerente politica estera richiedono un impegno all’imparzialità a cui la leadership politica e i media non sono preparati.

La drammatica perdita di legittimità da parte dei media, dei due partiti, del sistema giudiziario, del Congresso, delle banche e di altre istituzioni nell’ultimo decennio, è un fatto consolidato, dimostrato da numerosi sondaggi. Tuttavia, i sondaggi mostrano ancora fiducia nei militari e nei servizi di intelligence. Non c’è da meravigliarsi se i leader politici e il sistema dei media si aggrappano a queste istituzioni come amanti da lungo tempo perduti. Non c’è da meravigliarsi se i politici cercano veterani per l’ufficio, sventolano bandiere in ogni occasione e promuovono un militarismo incessante. Non c’è da meravigliarsi se i media si affidano a ex generali e agenti dell’intelligence in pensione. Piuttosto che affrontare il collasso della legittimità, i governanti statunitensi scelgono la strada dello squallido opportunismo.

Il dominio globale degli Stati Uniti, una volta ampiamente propagandato e accettato sebbene a denti stretti, è ora sfidato su molti fronti. La Cina e la Russia e altri paesi e blocchi sfidano le richieste e le politiche statunitensi e affermano i propri interessi. Quello odierno è un mondo diverso, meno compiacente rispetto quello che Bush padre aveva trovato negli alleati della prima guerra con l’Iraq. Il numero sempre crescente di sanzioni internazionali testimonia i tentativi disperati degli Stati Uniti di arginare l’ondata di sfida. Le élite statunitensi in entrambi i partiti e nei media rifiutano di riconoscere un mondo senza l’egemonia degli Stati Uniti. Invece di lottare per la parità globale, le élite statunitensi ricorrono a furfanti aggressivi e irrimediabilmente malvagi.

Né i partiti politici né il complesso sistema mediatico di informazione e intrattenimento riconoscono la devastazione provocata dalla lunga marcia continua di disuguaglianze economiche e la catastrofica distruzione causata dallo schianto del 2007-2008 sulla sicurezza e il benessere dei lavoratori negli Stati Uniti. Accecate dall’euforia del mercato azionario e dall’arroganza di classe, le élite di entrambi i partiti hanno trascurato gli interessi di milioni di elettori, interessi che si sono rivelati fondamentali nelle elezioni del 2016. Quelle élite preferiscono respingere le grida di dolore della classe lavoratrice e impartirgli invece una lezione su come accogliere le rigide e nuove realtà della moralità del mercato.

Astutamente, il trumpismo fa balenare agli occhi dei dimenticati le sue promesse disoneste e irrealistiche, il suo impegno a riportare gli Stati Uniti alla grandezza passata, alla pretesa di leadership globale e il suo disprezzo caricaturale del vero cinismo politico e della superficialità dei media. Fa appello a un elettorato non riconosciuto e irriconoscibile dalle élite liberali che hanno ridotto il discorso politico a una conversazione molto ristretta acriticamente amichevole sia al capitalismo monopolistico sia alle sue istituzioni.

Nel vuoto politico lasciato dalla sterilità del Partito Democratico, il circo di Trump prospera. Con un Partito Democratico legato solo agli interessi corporativi e alle questioni che turbano la borghesia e la piccola borghesia, l’attacco alla malignità di Trump assume le forme assurde che noi vediamo quotidianamente.

Se le prossime elezioni possono costringere Trump a fare i bagagli, tale esito elettorale non potrà magicamente invertire i molti decenni di bancarotta politica e decadenza che hanno aperto la porta al trumpismo. È sciocco contare su una leadership corrotta del Partito Democratico per aprire un nuovo corso diverso dalla tragica strada percorsa da entrambi i partiti da Reagan a Trump.

Ricordiamo che molti in Europa desideravano un momento in cui l’imbarazzante assurdità di Silvio Berlusconi avrebbe reso vacante la scena elettorale. Ma in assenza di un movimento autentico e impegnato contro il capitale monopolistico, l’Italia è oggi gravata da una compagine ugualmente brutta e forse ancor più disfunzionale formata da Lega e Movimento a Cinque Stelle.

E’ una lezione che non dovrebbe sfuggire ai liberali statunitensi, pronti a vendere la loro integrità al nemico per assicurarsi l’uscita di Donald Trump.

http://www.lavoroculturale.org/pacchia-aziende-italiane-in-africa/

Chi sono i migranti economici? La grande “pacchia” delle aziende italiane in Africa

Dall’utilizzo delle materie prime quali gas liquido e petrolio alla vendita di armamenti, dalle costruzioni agli investimenti sull’energia verde, gli autori raccontano alcuni dei settori in cui le aziende italiane sono attive in molti paesi africani.

Le retoriche più sovente utilizzate per descrivere le differenti figure politiche del non-cittadino/a (immigrato/a, rifugiato/a, richiedente asilo) tendono a mistificare e sottacere gli aspetti socio-politico-economici di diseguaglianza strutturale tra il Nord ed il Sud del mondo inerenti ad una piena comprensione del fenomeno migratorio. “Gente disperata che scappa da guerra e carestie”, “poveri disgraziati che vivono in condizione di povertà estrema e che vedono l’Italia come l’Eldorado”, “galeotti e nullafacenti che vivono nella pacchia” sono solo alcune delle variegate e multiformi formule, stimolate da proclami politici poco edificanti, che aleggiano nei mass media. In assenza di reali problematiche (situazioni politiche instabili, conflitti permanenti e crisi alimentari) sembra non vi siano motivi per legittimare un tale fenomeno, come ha di recente affermato l’attuale Ministro degli Interni. Il “migrante economico”, la categoria politico-ontologica più vessata, costituisce il bersaglio preferito di tutti gli oppositori al libero flusso di persone verso l’Unione Europea. Coloro che inneggiano alla chiusura dei confini argomentano le loro posizioni politiche attraverso il ricorso ad una povertà endemica che affligge tutta l’Africa (intesa ovviamente come un monolitico stato-nazione) e che costringe i migranti a spostarsi in cerca di migliori fortune. Secondo tali retoriche, i migranti economici, in quanto non fuggono da guerre, carestie o violazioni di diritti umani secondo i parametri restrittivi imposti dall’UE, dovrebbero essere i primi ad essere rimpatriati o a non partire per risollevare le sorti economiche e sociali dei loro paesi di provenienza.“L’Africa è degli africani” oppure “devono ritornare da dove sono venuti!” sono gli slogan più ricorrenti quando si parla di migranti che, pur venendo da regioni differenti del globo, sembrano provenire tutti dall’Africa.

Che non sia in atto un’invasione dell’Europa e dell’Italia da parte dei migranti è dato certo. Secondo i dati ISTAT, nel paese risiedevano nel 2014 circa 5.014.437 di stranieri, di questi 449.058 provenivano dal Marocco, 103.713 dall’Egitto, 94.030 dal Senegal, 96.012 dalla Tunisia, 71.158 dalla Nigeria, 50.414 dal Ghana, 25.326 dalla Costa d’Avorio eccetera. Il totale di cittadini stranieri provenienti da paesi africani e residenti sul territorio italiano ammontava nel 2014 a circa 1.027.172 su una popolazione di 60.795.612. A fronte di questi numeri la tesi dell’invasione degli immigrati è infondata. Se larga parte dell’opinione pubblica si è quindi concentrata sul fenomeno dell’immigrazione africana in Europa ed in Italia, sono stati pochi i contributi che hanno fornito un quadro generale sulla presenza italiana ed europea nei paesi africani.

I dati che forniamo in questo contributo intendono gettare luce sulla presenza di aziende e compagnie italiane che operano nei paesi africani. Le domande che ci siamo posti riguardano in quali settori queste aziende sono attive, quanto ricavano dallo sfruttamento e utilizzo di risorse naturali e manodopera a basso costo in molti paesi africani e, infine, in quali problemi di carattere politico sono incorse alcune di queste aziende durante il loro operato. Come premessa, va sottolineato che la nostra attenzione si è focalizzata solo sulle aziende italiane e non ha tenuto conto di quelle compagnie che fanno capo ad altri stati dell’Unione Europea e non (Francia, Germania, Cina, Inghilterra, Corea del Sud e Stati Uniti). Sebbene i dati testimonino l’avanzata del neo-colonialismo economico, non abbiamo tenuto conto dello sfruttamento economico e sociale perpetuato durante il colonialismo italiano in Africa.

Per quanto riguarda la presenza di aziende e compagnie italiane in Africa, bisogna considerare che l’esportazione è uno dei maggiori volani dell’economia. Secondo stime dell’Organizzazione Mondiale del Commercio, risalenti al 2014, l’Italia risulta come la settima potenza nelle esportazioni con un volume di affari che si aggira intorno ai 26 miliardi di dollari. Una cifra tra il 62% e 67% relativamente alle esportazioni italiane nel continente africano si riferisce a 5 tipi di prodotti: (1) macchinari e dispositivi elettronici; (2) fossili minerali (petrolio e suoi derivati) e gas naturali; (3) apparecchiature elettroniche; (4) ferro e acciaio; (5) veicoli a motore e per trasporto. Tra i mercati in cui la presenza di aziende italiane è più forte vi sono la Tunisia, il Marocco, il Sud Africa e l’Etiopia.

La grande “pacchia italiana”: petrolio e gas nel continente africano

Uno dei settori più lucrativi nei rapporti tra aziende italiane e paesi africani è quello dell’estrazione del petrolio e del gas naturale. ENI (Ente Nazionale Idrocarburi), con diverse filiali e siti di estrazione in ben 14 paesi, è l’azienda straniera che registra una presenza maggiore all’interno del continente. Dopo il 1981, la compagnia italiana (azienda nazionale fino al 1995 e poi in parte privatizzata) ha infatti prodotto una media di 100.000 barili di petrolio al giorno in diverse parti del continente. Tra i paesi in cui l’Eni è presente figurano: Egitto, Nigeria, Angola, Repubblica del Congo (Congo-Brazzaville), Ghana, Libia, Mozambico. Nel 2016, l’amministratore delegato Claudio Descalzi trionfalmente spiegava la strategia per gli anni futuri della compagnia petrolifera italiana affermando che ENI avrebbe investito 20 miliardi di euro in Africa, soprattutto in Mozambico e nel sito offshore di Zohr in Egitto.

Se in passato l’azienda si è dedicata soprattutto all’estrazione del petrolio in Africa Nord-occidentale, la sua recente espansione riguarda oggi anche il gas liquido in Nord Africa e in Africa Orientale. ENI, infatti, ha pianificato di investire circa 25 miliardi di dollari (circa il 60% di tutti gli investimenti) nel continente. Esempi di questo rinnovato interesse di ENI per il gas liquido sono innumerevoli. L’azienda ha recentemente siglato un contratto con Sonatrach (compagnia algerina di stato) per incrementare le esplorazioni di gas e petrolio soprattutto nell’area di Berkine nella zona sudest dell’Algeria. Il contratto di cinque anni, rinnovabile per altri 25, siglato tra le aziende ENI East-Africa e GE Oil & GAS per lo sviluppo di siti off-shore ai fini dell’estrazione di gas liquido all’interno dell’area 4 del bacino di Rovuma in Mozambico, rappresenta uno dei casi più emblematici. Un’ulteriore prova di quanto possa essere redditizia l’attività di estrazione e la commercializzazione di gas liquido proveniente dall’Africa Orientale è la vendita da parte di Eni del 25% di interessi indiretti sulla vendita del Gas liquido estratto in Mozambico al gigante petrolifero texano, ExxonMobil. In tal modo, l’azienda petrolifera italiana, che già possedeva circa il 50% di interessi indiretti sull’Area 4, consolida il suo primato nella zona dopo aver già investito in precedenza circa 8 miliardi di dollari. In tale contratto è previsto un prezzo di vendita di circa 2.8 miliardi di dollari. Attraverso questa strategia di compra-vendita attuata tra ENI e altre società a questa affiliate – tra cui figura anche ENI East-Africa (i cui interessi sono nelle mani di ENI, la holding CNPC of China e ExxonMobil) – l’azienda nazionale è stata in grado di guadagnare circa 9 miliardi di dollari in quattro anni. Bisogna inoltre sottolineare come la presenza di aziende italiane in Africa Orientale non appartiene soltanto al recente passato. Le prime esplorazioni in questa zona del continente risalgono infatti agli anni ‘50 con AGIP (Azienda Generale Italiana Petroli), assorbita negli anni ‘90 da ENI, in Tanzania. Nonostante queste prime esplorazioni non abbiano dato seguito ad ulteriori ricerche di petrolio, gli anni 2000 segnano una data di svolta in questo senso con l’estrazione e la commercializzazione di gas liquido. Non è un caso che ENI, dopo essersi aggiudicata l’Area 4 del bacino di Rovuma con la sua capacità di circa 140/180 trilioni cubici di piedi (tcf), abbia venduto concessioni a compagnie petrolifere coreane, cinesi e indiane[1].

Una “pacchia” armata: industria e commercio di armi

Un altro settore strategico per quanto riguarda la presenza delle aziende italiane nel continente africano sono le armi (ad esempio armi o sistemi d’aria, munizioni, bombe, siluri, missili, apparecchiature per la direzione del tiro, veicoli terrestri, agenti tossici, esplosivi e combustibili militari, navi da guerra, aeromobili, apparecchiature elettroniche, corazzature o equipaggiamenti di protezione e costruzioni, software ecc.).

A causa di instabilità politica o della presenza di regimi totalitari o di interventi di “pace” da parte di organizzazioni governative, alcuni paesi del continente costituiscono una grossa fetta di mercato per gli affari della Leonardo-Finmeccanica e altre aziende a questa affiliate. Le occasioni commerciali in cui la compagnia nazionale italiana è presente spaziano dalla vendita di armamenti alla fornitura di servizi di sicurezza e supporto, ad azioni umanitarie. Un esempio di quest’ultimo tipo di affari proviene dalla Repubblica del Congo, in cui lo stato ha appaltato alla IA4P (Italian Alliance for Ports), un gruppo di compagnie della penisola attive nella logistica e nelle infrastrutture, la creazione di un sistema integrato di sicurezza marittima nel porto di Pointe Noire. La Leonardo-Finmeccanica figura come l’azienda leader in questo gruppo di compagnie e guadagnerà un totale di 30 milioni di euro sui 150 milioni complessivi. Finmeccanica-Leonardo è anche attiva nei paesi dell’Africa del Nord. Nel 2016, l’azienda nazionale, che nel 2015 aveva un fatturato di circa 13 miliardi di euro, ha siglato un accordo commerciale con il Ministro della Difesa algerino che prevede la creazione di una compagnia condivisa per la produzione di elicotteri Augusta-Westland nel sito industriale di Aïn Arnat. Nonostante questo volume d’affari, il settore più redditizio per Finmeccanica e altre aziende associate o di cui è proprietaria (Alenia Aermacchi, Agusta Westland, Ge Avio, Selex ES, Elettronica, Oto Melara, Intermarine, Piaggio Aero Industries) rimane la vendita di armamenti nel mondo ed in molti paesi del continente. Bisogna considerare che il valore globale delle licenze di esportazione definitiva si aggirava intorno agli 8.247.087.068 euro, rispetto ai 2.884.007.752 del 2014, con un volume di affari complessivo tra il 2010 e il 2014 di circa 4,8 miliardi di euro di armi. Di tale dato bisogna considerare che il valore complessivo dell’export di armamenti nel continente ha superato i 240 milioni di euro nel 2015. Tra i paesi africani in cui le aziende italiane hanno concluso gli affari più remunerativi ne figurano alcuni in cui i legami commerciali sono da tempo consolidati (Algeria, Marocco, Egitto, Nigeria) e stati che hanno potenziato il loro arsenale bellico grazie alle esportazioni italiane (Sudan, Angola, Zambia, Kenya). Nonostante la legge 185/90 sia vigente da 25 anni (norma che vieta la vendita di armamenti da parte di aziende italiane), l’Africa subsahariana ha ricevuto 1,3 miliardi di euro di autorizzazioni armate, pari al 2,4% del totale. A nulla sono valse le proteste del mondo disarmista: le aziende italiane hanno continuato a vendere armi a paesi africani ad alta spesa militare e/o a regime militare (Kenia, Madagascar, Mozambico, Sud Africa, Angola, Congo, Nigeria, Ghana, Senegal, Marocco e Algeria). Nel 2016 i risultati sono stati alquanto impressionanti. Sono state autorizzate vendite verso Angola, Congo, Kenya, Sud Africa, Algeria e Marocco (tra i paesi visitati) ma anche verso Ciad, Mali, Namibia ed Etiopia (paese in confitto costante con l’Eritrea).

Nel commercio di armamenti è stato dimostrato che sono coinvolte anche alcune grandi banche italiane, definite come banche armate. Non è un caso che secondo la Relazione Governativa sull’Export Italiano di Armamenti prevista dalla legge 185/90, con dati riferiti al 2017, le autorizzazioni rilasciate superano, comprendendo anche le intermediazioni, i 10 miliardi di euro. Nonostante la norma abbia forzato diverse banche (Monte dei Paschi di Siena, Cassa di Risparmio della Spezia, Cassa di Risparmio di Firenze, Banca Intesa) a disimpegnarsi dal campo delle transizioni commerciali nei primi anni 2000, la vendita di armamenti e le operazioni commerciali dirette da alcune banche (Unione di Banche Italiane, Banca Carige, Monte dei Paschi, Banca Valsabbina, BNL) continuano al giorno d’oggi[2]. Va infatti sottolineato come nel 2017 gli importi segnalati (dopo l’ultima riforma legislativa non c’è più̀ obbligo autorizzativo) abbiano raggiunto la ragguardevole cifra di 4,8 miliardi di euro (gli incassi erano 3,7 miliardi nel 2016). Oltre la metà è transitata per UniCredit (ben 2,8 miliardi) e altri importi consistenti sono quelli di Deutsche Bank (700 milioni), Bnp Paribas (252 milioni), Barclays Bank (210 milioni), Banca Popolare di Sondrio (174 milioni) e Intesa San Paolo (137 milioni).

Una “pacchia” in costruzione: infrastrutture, green energy e altri affari

Sebbene i settori dell’estrazione di gas liquido e petrolio e la vendita di armamenti costituiscano il fiore all’occhiello della presenza di aziende italiane in molti paesi del continente africano, la costruzione di infrastrutture e lo sviluppo di sistemi per lo sfruttamento di energie rinnovabili garantiscono ugualmente ottime entrate economiche alle compagnie italiane. A livello globale, l’attività all’estero delle imprese italiane di costruzioni continua a seguire una tendenza di crescita con oltre 230 nuovi cantieri aperti nel 2015 per un totale di 17,2 miliardi di euro e un fatturato cumulato che raggiunge quota 12 miliardi, con un aumento del 14,5% rispetto all’anno precedente. Nel 2015, il 9,7% delle commesse totali di aziende italiane del ramo costruzioni hanno interessato l’Africa Sub-Sahariana e il 4,1% l’Africa del Nord. L’Europa (unendo paesi UE ed Extra UE) conta il 32% del portafoglio lavori complessivo, il Sud America il 23,1%, il continente africano segue con il 20,4% (11,4% Africa Sub-Sahariana e 9,0% Africa del Nord). Stando ai dati diffusi dall’ANCE (Associaizone Nazionale Costruttori Edili), Kenya ed Egitto figurano poi, rispettivamente, al nono e al decimo posto nella classifica delle 10 principali acquisizioni del 2015 per il settore costruzioni. Mentre Algeria (sesto posto) ed Etiopia (settimo) nella top ten delle principali commesse in corso.

Tra le aziende impegnate nella corsa all’Africa, la prima compagnia è la Salini-Impregilo, nata ufficialmente a gennaio 2018 dopo la fusione dei due gruppi. Il più grande progetto in cui l’azienda è impegnata è la grande diga sul Nilo azzurro in Etiopia per la realizzazione del Grand Ethiopian Renaissance Dam (GERD), il più grande impianto idroelettrico in tutto il continente. Un’altra compagnia molto importante nel settore delle costruzioni in Africa è la Trevi. Nel 2014 l’azienda aveva annunciato appalti per un totale di 135 milioni di dollari a livello globale, oltre a un accordo quadro da 380 milioni per la realizzazione di un complesso portuale in Africa. La ravennate CMC ha appena ottenuto un finanziamento da 165 milioni da Sace, il gruppo statale italiano del credito all’estero, e da Bnp Paribas per la costruzione dell’ultimo tratto dell’autostrada Luanda-Soyo, che collegherà la capitale angolana al centro petrolifero del Nord. La friulana Rizzani de Eccher, infine, si è concentrata negli ultimi due anni sull’Algeria, dove, oltre all’ospedale di Algeri, costruirà l’Autostrada di Jijel, in partnership con due aziende algerine: un progetto da 1,6 miliardi, a cui si va ad aggiungere quello da 1,4 miliardi per un troncone della ferrovia Oued Tlelat-Tlemcen, che costruirà insieme ad altre due italiane, Condotte e Ansaldo Sts.

Insieme alla costruzione di infrastrutture, numerose compagnie italiane sono poi impegnate nella creazione di impianti fotovoltaici per l’utilizzo dell’energia solare. Un esempio è il contratto siglato tra Enertronica, attiva nel settore delle energie rinnovabili e leader di un consorzio di compagnie presenti in Sud Africa, Italia, Romania e Turchia, e il governo Eritreo per la costruzione di un impianto fotovoltaico nel 2015. Il valore del contratto è stato di circa un milione di euro. Esempio più eclatante di questo nuovo trend di mercato viene da Enel Green Power, una delle prime compagnie a investire ingenti somme di denaro sull’energia rinnovabile in Africa. L’azienda italiana, già presente in Sud Africa, Zambia, Tunisia, Marocco, Senegal, Kenya e Algeria, ha investito 120 milioni di dollari in un progetto volto a creare 100 megawatt di campi solari in Etiopia.

I problemi giudiziari connessi alla “pacchia” italiana in Africa

È venuto il momento di porre l’accento sui problemi giudiziari in cui alcune di queste aziende sono incappate nel corso degli anni.

Il 20 giugno 2018 inizierà il processo per l’affare OPL 245, nome di una concessione offshore in Nigeria, contro le compagnie Eni e Royal Dutch Shell. Le due compagnie petrolifere sono accusate di corruzione per aver versato fondi illeciti per circa 1 miliardo di dollari al fine di acquisire un blocco petrolifero del valore di circa 9 miliardi di dollari e con esonero totale dal pagamento di tassi nazionali. Coinvolti nell’inchiesta sono il già citato amministratore delegato di Eni, Claudio Descalzi, cinque attuali e precedenti impiegati di Eni, cinque precedenti impiegati di Shell insieme all’ex ministro nigeriano del petrolio Dan Etete, proprietario di una compagnia nazionale Malabu in possesso del blocco offshore.

Purtroppo Eni non è nuova a condotte fraudolente. Per esempio, è accusata dalla giustizia italiana di aver versato circa 197 milioni di Euro tra il 2007 e il 2009 in Algeria attraverso l’intermediazione della filiale Saipem. Tramite tale operazione illecita Eni ha potuto accedere al giacimento di gas algerino di Menzel. Di corruzione internazionale, con la richiesta di 900.000 euro di ammenda e sei anni di reclusione, è stato accusato l’ex dirigente Paolo Scaroni. Un altro processo è ancora in corso contro Eni: quello che riguarda l’integrazione di una società congolese indicata dal governo del paese, l’AOGC (Africa Oil and Gas Corporation), che appartiene a Denis Gokana, consigliere del presidente Denis Sassou Nguesso, nel contratto che la compagnia ha stipulato in Congo. Ancora in Nigeria, l’ex presidente Goodluck Jonathan è accusato di aver incontrato dirigenti di Shell e Eni più volte. L’Eni potrebbe essere inoltre indirettamente coinvolta in una vicenda di corruzione nell’affare, che vale 2 miliardi di Euro, relativo al giacimento di gas offshore di Marine XI, di cui l’azienda possiede circa il 23%, situata nella Repubblica del Congo.

Non si può non chiudere questa carrellata di atti poco meritori ricordando gli incidenti di percorso di quel partito politico che da anni e soprattutto in questi giorni non fa altro che ripetere come un mantra ipnotico che gli africani devono ritornare a casa loro. Nel 2012, Franco Belsito, allora tesoriere della Lega Nord, fa partire da Genova un bonifico di 4,5 milioni o 5,7 milioni di euro destinati a un fondo in Tanzania attraverso la società di Stefano Bonet e altre intermediarie a Cipro e in Norvegia. Lo scopo di questi investimenti erano i diamanti estratti nelle miniere nel nord della Tanzania. A quel tempo, Belsito, oltre che tesoriere della Lega Nord, era stato sottosegretario del governo Berlusconi e numero due di Fincantieri. I fondi investiti fanno parte dei 49 milioni di euro di rimborsi elettorali ottenuti gonfiando i bilanci dalla Lega Nord tra il 2008 e il 2010. L’attuale Ministro degli Interni e leader del partito politico sembra sia estraneo a tale vicenda, nonostante la sua lunga militanza all’interno del partito. Oggi che è leader della Lega Nord non sa dove i fondi illeciti siano finiti e chi ne siano i beneficiari.

Chi sono gli invasori?

Gli introiti prodotti dall’utilizzo delle materie prime quali gas liquido e petrolio, le ingenti commesse provenienti dalla vendita di armamenti, il volume di affari relativo alle costruzioni e agli investimenti sull’energia verde sono solo alcuni dei settori in cui le aziende italiane sono attive in molti paesi africani. Questo massiccia presenza di aziende straniere, da una parte, genera l’impoverimento delle economie locali non in grado di creare un’alternativa locale al monopolio globale in molti settori strategici e, dall’altra parte, produce lo sfruttamento di intere popolazioni che accarezzano la precarietà esistenziale tipica del regime neoliberista o sono del tutto estromesse dai circuiti economici dominanti. La perpetuazione di legami economico-sociali sbilanciati riproduce nuove forme di neo-colonialismo in cui molti governi africani si piegano, a causa della corruzione dilagante, alle esigenze di compagnie straniere elargendo loro appalti e commesse o concedendo in prestito vasti settori del loro territorio. Non è un caso che non esistano un corrispettivo di aziende nazionali in Africa in grado di contrastare lo strapotere di ENI, Leonardo-Finmeccanica, Salini-Impregilo o di altre aziende straniere in settori chiave dello sviluppo economico del continente.

Per tali motivi, più che parlare delle migrazioni come problema, bisognerebbe riflettere sulle rinnovate disuguaglianze economiche tra i paesi del Nord e quelli del Sud del mondo e i problemi strutturali derivanti da tali disparità. Lo sfruttamento delle risorse naturali da parte di aziende italiane e occidentali e l’utilizzo di forza lavoro a basso costo sono le dirette conseguenze di relazioni economiche sbilanciate. Invece di farci assalire da pensieri e sentimenti di xenofobia dovremmo riconsiderare la nostra comune storia di relazioni, che lega e ha legato l’Italia e molti paesi africani. Ripensare alle dinamiche di disuguaglianza, riflettere su quali sono gli agenti politici ed economici che traggono benefici da queste relazioni e che sono latori di ulteriori iniquità. Per questi agenti economici e sociali la “pacchia” dovrebbe essere già finita da tempo.

[1] Augé, B. 2015. Petrole et gaz en Afrique de l’Est: quels enjeux et quel perimetre?, Paris, Brussell: Ifri and OCP Policy Center.

[2] Ministero dell’Economia e delle Finanze Dipartimento del Tesoro Direzione V – Ufficio VI ELENCO TABELLE Operazioni disciplinate dall’art. 27, legge 09/07/1990, n. 185 -Smi – Relazione attività 2017 AA. Esportazioni definitive per Istituti di credito – Riepilogo generale.