14650051_356394728085525_7728012459437234507_n
Dichiarazione   dei partecipanti alla conferenza teorica internazionale dei Partiti Comunisti e Operai “100 anni dopo la Grande Rivoluzione Socialista d’Ottobre, le lezioni e i compiti dei comunisti oggi”,agosto (2017)

Firmatari in calce | rkrp.ru
Traduzione da lariscossa.com
Il nostro futuro non è il capitalismo, ma il nuovo mondo della Rivoluzione Socialista e la costruzione del socialismo-comunismo.

Noi, partecipanti alla conferenza internazionale, riuniti a Leningrado durante le celebrazioni del 6° Congresso del POSDR(B) che adottò una linea di preparazione immediata della lotta armata per la rivoluzione socialista, presentiamo questa dichiarazione come posizione comune dei partiti che si basano sugli insegnamenti del marxismo-leninismo sulla rivoluzione socialista, come legge scientifica oggettiva determinata dalle contraddizioni irrisolte del capitalismo globale.

Il Grande Ottobre del 1917 ha confermato la correttezza della teoria marxista-leninista sull’inevitabilità della rivoluzione socialista come elemento fondamentale per la vittoria del proletariato nella lotta di classe contro la borghesia e la vittoriosa costruzione del socialismo e del pieno comunismo, società per lo sviluppo libero di tutti i suoi membri. Tutti gli sforzi per sfuggire ad un mondo dominato dal capitale attraverso graduali riforme sociali hanno portato in un modo o nell’altro solo alla perpetuazione della disuguaglianza sociale e al perfezionamento delle forme di sfruttamento.

L’Ottobre del 1917 ha confermato la correttezza dell’analisi di Lenin sulla vittoria della rivoluzione socialista nelle condizioni dell’imperialismo “dapprima in alcuni o addirittura in un solo paese capitalista”. A differenza di tutte le rivoluzioni precedenti che hanno portato a un cambiamento da una forma di sfruttamento a un’altra, la rivoluzione socialista non è completa, ma inizia con la conquista del potere politico: l’istituzione della dittatura del proletariato quale condizione necessaria per la vittoria del proletariato nella lotta continua per la costruzione del socialismo e del pieno comunismo, la repressione della resistenza delle classi sfruttatrici che sono state rovesciate, degli elementi controrivoluzionari e la protezione dalla minaccia dell’aggressione imperialista straniera.

Il cammino intrapreso per la prima volta dalla Comune di Parigi è quello dell’avanguardia. Il comunismo, dallo spettro descritto da Marx e Engels nel XIX secolo, ha iniziato il suo vero cammino con la Grande Rivoluzione Socialista di Ottobre in Russia. Il socialismo in un paese solo si è esteso nella seconda metà del ventesimo secolo in un sistema globale e l’Unione Sovietica è diventata la seconda superpotenza del mondo. Nella lotta continua contro i nemici esterni e interni, nella lotta mortale contro il fascismo, contro il mondo dell’oppressione e dell’oscurantismo, ha creato un nuovo mondo senza sfruttamento e parassitismo, una società di libertà e di giustizia. Durante i 70 anni della sua esistenza l’Unione Sovietica è stato un faro, illuminando la via dei popoli oppressi; è stato un esempio affinché il proletariato si sollevasse nella lotta per la sua emancipazione.

La Grande Rivoluzione Socialista di Ottobre ha avviato la crisi del sistema coloniale capitalistico che si è sviluppata ulteriormente dopo la vittoria dell’Unione Sovietica nella Seconda Guerra Mondiale e alla fine ha portato alla distruzione dell’intero sistema.

Siamo determinati a mantenere il nostro sostegno ai popoli che hanno lottato per difendere l’indipendenza e la sovranità dei loro paesi contro l’aggressiva politica imperialista poiché i comunisti collegano sempre questa lotta alla lotta della classe operaia contro il potere del capitale sia nei loro paesi che in tutto il mondo.

La teoria del socialismo scientifico e la pratica della costruzione del socialismo nei secoli XX e XXI dimostrano in modo convincente che il potere realizzato a seguito della vittoria della rivoluzione socialista, nella sua essenza, può essere solo la dittatura del proletariato, cioè il potere della classe operaia non condiviso con altre classi, che esprime allo stesso tempo gli interessi di tutti i lavoratori e per questo motivo è attivamente sostenuta da loro.

La Grande Rivoluzione Socialista di Ottobre ha realizzato il potere dei Soviet come una forma di potere dei lavoratori nel paese. Già dal giorno dopo la rivoluzione del 7 novembre 1917 e il rovesciamento del Governo Provvisorio della borghesia, al Secondo Congresso dei Soviet dei delegati degli operai, dei contadini e dei soldati, fu proclamato il Potere Sovietico, la cui essenza è la dittatura del proletariato. I soviet sono emersi come organi della lotta degli operai nella Russia zarista. Inizialmente come organi di lotta economica e poi politica per la creazione del potere operaio. Dopo la rivoluzione i soviet erano una forma organizzativa pronta per l’attuazione della dittatura del proletariato.

La terza rivoluzione russa, quella dell’ottobre del 1917, è stata una rivoluzione socialista nei termini del suo contenuto (sociale, economico e politico) e ha risolto innanzitutto una serie di questioni democratiche, che il potere sovietico aveva ereditato dallo stato zarista reazionario assolutista. Tuttavia, fin dall’inizio, la Rivoluzione d’Ottobre si è impegnata a risolvere questioni fondamentali, che né l’assolutismo né la democrazia borghese avrebbero potuto o voluto risolvere. I primi decreti del governo sovietico furono i decreti per la pace, la terra, la formazione del governo degli operai e dei contadini, per il pieno potere dei soviet. Ha anche emanato decreti per l’abolizione delle caste e dei titoli, per la nazionalizzazione delle banche, delle ferrovie, delle vie di comunicazione e di numerose grandi imprese, nonché per il controllo operaio e altro.

La Dichiarazione dei Diritti dei Popoli della Russia, approvata il 15 novembre 1917, proclamava:

– Eguaglianza e sovranità dei popoli della Russia.

– Diritto dei popoli della Russia all’autodeterminazione libera, compresa la secessione e la formazione di uno Stato separato.

– Abolizione di tutti i privilegi e delle restrizioni nazionali e religiose.

– Sviluppo libero delle minoranze nazionali e dei gruppi etnici che popolano il territorio della Russia.

Così il potere dei Soviet, fin dai suoi primi passi, ha attuato il contenuto socialista degli slogan che i bolscevichi avevano usato per sollevare il popolo alla rivoluzione: “Il potere ai Soviet!”, “La terra ai contadini!”, “Le fabbriche ai lavoratori!”, “Pace per i popoli! “Giornata lavorativa di otto ore!”. Quindi, dal punto di vista politico, per quanto riguarda la conquista del potere e il suo consolidamento attraverso le misure immediate della rivoluzione socialista di ottobre, ciò può e deve essere caratterizzato come sovietico.

L’importanza storica globale, che la classe operaia russa ha scoperto e che è legata alla forma organizzativa della dittatura del proletariato, sta nel fatto che il Consiglio (Soviet) fonda la sua formazione e il suo funzionamento sulla realtà oggettiva, sull’organizzazione dei lavoratori nel processo di produzione sociale, e quindi tutela l’essenza della dittatura del proletariato. I Soviet sono eletti dai collettivi dei lavoratori, permeano la società come una rete unificata, salvaguardano il carattere proletario del potere, il controllo e la gestione del potere da parte delle masse dei lavoratori.

Il contenuto fondamentale dei soviet è accompagnato sempre e ovunque da misure pratiche, rispetto alle quali la Comune di Parigi aveva già fatto i primi tentativi, nello sforzo di rendere i lavoratori i veri padroni della società. L’esperienza della Comune di Parigi, così come l’intera esperienza dell’Unione Sovietica, ha dimostrato il ruolo insostituibile del partito rivoluzionario della classe operaia come avanguardia della classe, che guida la costruzione di una nuova società. Ciò conferma pienamente l’importanza della teoria leninista sul partito, secondo cui “non ci può essere movimento rivoluzionario senza un partito rivoluzionario”. Questo partito è stato il partito dei bolscevichi, il partito di Lenin e di Stalin. Sotto la sua guida nell’Unione Sovietica sono stati risolti molti temi fondamentali ed eccezionalmente importanti. Questioni che non erano mai state risolte e non possono essere risolte da alcun paese capitalista. Questo è anche confermato dall’esperienza dei partiti fratelli degli altri paesi socialisti. In particolare, è stato risolto il problema della piena occupazione, dell’istruzione gratuita, dell’assistenza sanitaria, dell’utilizzo dei risultati della scienza e della cultura. Nell’URSS l’alloggio, le utenze pubbliche, il trasporto, ecc., erano praticamente quasi gratuiti. In nessun paese capitalista la sicurezza umana era al livello così alto come in Unione Sovietica. L’URSS aveva l’età pensionabile più bassa al mondo.

L’esperienza dell’URSS ha già dimostrato senza alcun dubbio la correttezza delle direzioni programmate del partito marxista-leninista, formulate da Marx e Engels nel “Manifesto comunista” per la socializzazione socialista dei mezzi di produzione di base, come uno delle più importanti leggi generali della rivoluzione socialista. Mentre l’esperienza della Grande Rivoluzione Socialista di Ottobre ha dimostrato in pratica che, dopo la conquista del potere statale da parte della classe operaia, ciò che segue è il compito di espropriare gli espropriatori e la proprietà di tutti i settori economici del paese, cosa necessaria per la l’eradicazione del dominio economico della borghesia, in modo tale che la base economica possa essere posta sotto la dittatura del proletariato, ossia la proprietà sociale dei mezzi di produzione, senza la quale la classe operaia non può mantenere il potere politico e portare avanti la trasformazione socialista. La base economica dell’attuazione, del rafforzamento e dello sviluppo del potere sovietico come forma della dittatura del proletariato è la proprietà sociale dei mezzi di produzione, la produzione di valori d’uso con l’obiettivo di salvaguardare il pieno e gratuito benessere sociale e lo sviluppo globale di tutti i membri della società.

Non l’auto-espansione del valore, non il profitto, ma la salvaguardia della completa prosperità e il libero sviluppo globale per tutti i membri della società è l’obiettivo della produzione socialista. Il rifiuto di questo obiettivo, il ritorno al mercato porta alla distruzione del socialismo, poiché l’economia di mercato delle merci non può essere la base economica del potere dei lavoratori. La piena economia di mercato è il capitalismo, la base per la dittatura della borghesia.

La teoria marxista-leninista non propone formule dettagliate e modelli ideali per la società futura. Marx e Engels hanno scritto che il comunismo non è una situazione che può essere stabilita in anticipo, non è un ideale a cui la realtà deve conformarsi, ma una vera e propria dinamica che distrugge lo stato delle cose attuale, che è ingiusto e dannoso per lo sviluppo della società.

La necessità del proletariato di avere il proprio stato è determinata dal compito di reprimere atti che siano in contrasto con gli interessi della classe operaia, che sono invece interessi che esprimono essenzialmente quelli di tutte le sezioni dei lavoratori. Finché esistono le classi, lo stato è un organo, uno strumento per la dittatura della classe dominante. Come tale, la necessità di uno stato della dittatura del proletariato si allontana solo attraverso il raggiungimento dell’obiettivo finale dei comunisti: l’eradicazione totale delle classi, cioè le differenze tra città e campagna, tra lavoro manuale e lavoro intellettuale, la costruzione completa del pieno comunismo, la scomparsa della minaccia dell’offensiva capitalistica, non solo dall’interno ma anche dall’esterno.

La degenerazione ideologica e politica dei più alti livelli dell’apparato statale, la revisione del marxismo-leninismo, inizialmente avvenuta al 20° e al 22° Congresso del PCUS, che culmina nella perestroika di Gorbaciov, il rigetto dei principi fondamentali della costruzione comunista in teoria e in pratica, l’aumento del carrierismo e della burocrazia, hanno portato alla controrivoluzione e alla restaurazione del capitalismo, completata in URSS durante gli anni ’90. La distruzione del socialismo in URSS e la creazione al suo posto di un gruppo di piccoli stati borghesi è stata condotta con il sostegno dell’imperialismo internazionale. In molti paesi è stata scatenata contro i PC e i comunisti una grande ondata tetra di anticomunismo e antisovietismo, di persecuzione, che continua fino ad oggi, guidata dagli Stati Uniti e dall’UE, con la partecipazione essenzialmente anche di tutti i governi borghesi.

In queste condizioni, i comunisti dichiarano apertamente: l’anticomunismo e l’antisovietismo non vinceranno! Le controrivoluzioni degli ultimi 30 anni non alterano il carattere della nostra epoca, che rimane l’epoca del passaggio dal capitalismo al socialismo. La rivoluzione non può essere fermata! La controrivoluzione è inevitabilmente seguita dalla rivoluzione! I comunisti sono sempre rivoluzionari!

Negli ultimi anni, sotto l’effetto della legge dello sviluppo capitalistico ineguale, è diventata più evidente la tendenza a importanti cambiamenti nei rapporti di forza tra gli stati capitalistici. Gli Stati Uniti rimangono la prima potenza economica e militare, ma con una significativa riduzione della sua quota nel Prodotto Mondiale Lordo, mentre l’UE gioca un ruolo importante negli sviluppi globali, così come altre potenze in cui prevalgono le relazioni capitalistiche di produzione, come i BRICS e l’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (SCO). Le contraddizioni inter-imperialistiche, che hanno portato in passato a decine di guerre locali, regionali e mondiali, continuano a portare a forti conflitti, economici, politici e militari, su materie prime, energia, vie di trasporto e quote di mercato. In questa lotta di solito un ruolo di primo piano giocano le macchine da guerra degli Stati Uniti e della NATO, così come delle altre potenze capitalistiche, come Israele in Medio Oriente.

Inoltre, continua l’offensiva selvaggia contro il lavoro e i diritti sociali dei lavoratori in tutto il mondo. Le loro armi ideologiche sono le teorie neoliberali e socialdemocratiche sulla collaborazione sociale e di classe, la pace sociale e l’esaurimento della possibilità per le rivoluzioni. Questo arsenale si aggiunge al revisionismo e all’opportunismo, che sono diventate armi guidate dall’imperialismo.

Al tempo stesso la società non può svilupparsi a beneficio della classe operaia e degli strati popolari sulla base della produzione sostenuta dalla proprietà privata.

La vita e lo sviluppo umano non possono essere limitati dalla dimensione della proprietà o dal desiderio di alcuni individui di essere padroni, mentre altri li servono. Il movimento comunista internazionale ha il compito di rafforzare gli sforzi per sviluppare la lotta di classe per gli interessi della classe operaia. I comunisti dichiarano al mondo intero in risposta agli slogan borghesi di un “mondo globalizzato” e in risposta agli slogan dello stato nazionalista: solo la lotta contro l’imperialismo con la prospettiva di costruire il socialismo e il pieno comunismo, solo il corso iniziato dalla Grande Rivoluzione Socialista d’Ottobre è il cammino dell’umanità verso la vera libertà e uguaglianza, nel senso dell’eliminazione della possibilità di qualsiasi forma di sfruttamento, dell’eradicazione delle classi, della fraternità e della felicità di tutti i popoli, nonché la preservazione della vita sulla terra stessa.

Il riallineamento del movimento comunista internazionale, la via d’uscita dalla crisi odierna e dagli arretramenti, la formazione di una strategia unificata sulla base del marxismo-leninismo e dell’internazionalismo proletario, del riconoscimento del ruolo e del contributo dell’URSS, il riconoscimento della necessità del rovesciamento rivoluzionario del capitalismo e la costruzione della nuova società socialista-comunista: sono compiti urgenti, la cui attuazione è richiesta nelle attuali condizioni della lotta contro l’intensificata offensiva dei monopoli e dei governi borghesi contro i diritti del lavoro, l’ulteriore svolta reazionaria del capitalismo, compresa la rinascita del fascismo e il pericolo costante della nascita di punti caldi della guerra imperialista. La lotta internazionale contro le guerre imperialiste è oggi importante per il movimento comunista. Uno dei nostri compiti più importanti è la lotta incessante contro il revisionismo e l’opportunismo in tutte le sue forme, come principale pericolo all’interno del movimento comunista. Le rivoluzioni non hanno confini; non accadono secondo la volontà dei leader e dei partiti, ma esprimono gli interessi oggettivi e il desiderio irrefrenabile della classe d’avanguardia, dei popoli oppressi e sfruttati a prendere in mano i frutti del proprio lavoro in relazione allo sviluppo delle forze produttive della società, la creazione di benefici materiali e intellettuali per tutti.

Che le idee e le realizzazioni del Grande Ottobre vivano per secoli! I lavoratori e i popoli sfruttati e oppressi si sollevino nella lotta per sradicare il sistema capitalistico sfruttatore e marcio, per costruire il socialismo e poi il pieno comunismo. Questa è l’unica soluzione alternativa per il futuro inevitabile e più luminoso per tutta l’umanità.

Viva la rivoluzione socialista sovietica! Per il comunismo in tutto il mondo!

“Proletari di tutti i paesi, unitevi!”.

1. Partito Algerino per la Democrazia e il Socialismo
2. Partito del Lavoro d’Austria
3. Partito Comunista dell’Azerbaijan
4. Partito Comunista dei Lavoratori Bielorusso – Sezione del PCUS
5. Partito Comunista della Bulgaria
6. Partito dei Comunisti Bulgari
7. Fronte dei Lavoratori del Donbass
8. Partito Comunista dell’Estonia
9. Partito Comunista dei Lavoratori per la Pace e il Socialismo (Finlandia)
10. Partito Comunista Rivoluzionario di Francia
11. Partito Comunista Tedesco
12. Partito Comunista di Grecia
13. Partito dei Lavoratori Ungherese
14. Partito Comunista (Italia)
15. Partito Comunista del Kazakhstan – Sezione del PCUS
16. Movimento Socialista del Kazakhstan
17. Partito Comunista del Kyrgyzstan
18. Partito Socialista della Lettonia
19. Unione dei Comunisti della Lettonia
20. Fronte Popolare Socialista (Lituania)
21. Organizzazione dei Lavoratori Comunisti della Repubblica Popolare di Lugansk
22. Partito Comunista del Messico
23. Moldova, Partito Comunista della Moldova – Sezione del PCUS
24. Resistenza Popolare della Moldova
25. Partito Comunista della Norvegia
26. Partito Comunista della Polonia
27. Partito Comunista Operaio Russo
28. Partito dei Lavoratori di Russia
29. Partito Comunista dell’Unione Sovietica
30. Nuovo Partito Comunista della Gran Bretagna
31. Nuovo Partito Comunista della Jugoslavia
32. Partito Comunista dei Popoli di Spagna
33. Fronte Popolare di Liberazione dello Sri Lanka
34. Partito Comunista di Svezia
35. Partito Comunista Siriano
36. Partito Comunista del Tajikistan
37. Partito Comunista della Repubblica Moldava Transnistria
38. Partito Comunista di Turchia
39. Unione dei Comunisti d’Ucraina
40. Partito dei Comunisti USA

 

Annunci

 

https://paginerosse.wordpress.com/2017/07/27/v-i-lenin-opere-complete-vol-da-16-a-18/

https://paginerosse.wordpress.com/2017/07/04/v-i-lenin-opere-complete-vol-da-11-a-15/

 

541995_3823358992012_1518844937_33251473_1061084200_n

 

https://paginerosse.wordpress.com/2017/07/04/v-i-lenin-opere-complete-vol-da-1-10/

LENIN16

 

 

Cina e imperialismo, un’analisi storico-economica
 https://www.facebook.com/notes/la-riscossa/cina-e-imperialismo-unanalisi-storico-economica/1026958504101705/
In questi ultimi giorni ha avuto particolare risalto sui mezzi di informazione l’incontro di stato a Palm Beach tra Donald Trump e Xi Jinping. In particolare suscita l’interesse di molti la posizione della Cina riguardo questioni quali la guerra in Siria e la Corea del Nord. Potrebbe dunque essere legittimo chiedersi se in questa fase la Cina possa assumere un ruolo di argine all’imperialismo e di speranza per i popoli del mondo. Per dare una risposta occorre analizzare la situazione cinese in relazione al concetto di imperialismo, un punto centrale per l’analisi marxista della società, spesso frainteso anche da una parte del movimento comunista.
Per una chiara ed esatta chiave di lettura dell’imperialismo occorre rifarsi alla definizione che Lenin diede nel suo saggio del 1916, “L’imperialismo, fase suprema del capitalismo“:
«Quindi noi […] dobbiamo dare una definizione dell’imperialismo, che contenga i suoi cinque principali contrassegni, e cioè:
1) la concentrazione della produzione e del capitale, che ha raggiunto un grado talmente alto di sviluppo da creare i monopoli con funzione decisiva nella vita economica;
2) la fusione del capitale bancario col capitale industriale e il formarsi, sulla base di questo “capitale finanziario”, di un’oligarchia finanziaria;
3) la grande importanza acquistata dall’esportazione di capitale in confronto con l’esportazione di merci;
4) il sorgere di associazioni monopolistiche internazionali di capitalisti, che si ripartiscono il mondo;
5) la compiuta ripartizione della terra tra le più grandi potenze capitalistiche.
L’imperialismo è dunque il capitalismo giunto a quella fase di sviluppo, in cui si è formato il dominio dei monopoli e del capitale finanziario, l’esportazione di capitale ha acquistato grande importanza, è cominciata la ripartizione del mondo tra i trust internazionali, ed è già compiuta la ripartizione dell’intera superficie terrestre tra i più grandi paesi capitalistici» (cfr. V. Lenin L’imperialismo (1916), Editori Riuniti, 1974, pag. 128).
Secondo questa definizione il militarismo e l’aggressività nei confronti di altre nazioni non sono caratteristiche preponderanti dell’imperialismo, ma soltanto sue possibili manifestazioni. Alla luce della teoria leninista è possibile individuare quali stati, nel corso della storia recente, abbiano effettivamente assunto un ruolo di argine all’imperialismo.
L’Unione Sovietica è senz’altro uno degli esempi più lampanti di potenza antimperialista in quanto priva di esportazione di capitale (la grande maggioranza del commercio estero sovietico era con altri stati socialisti). Infatti anche dopo il 1956, anno in cui le politiche di Chruščёv iniziarono a compromettere l’impianto socialista dello stato e i cui sviluppi furono la restaurazione del capitalismo con Gorbačëv nel 1991, nonostante l’aumento delle esportazioni, l’URSS non esportò capitale.
Non è invece di immediata interpretazione la situazione dell’attuale Repubblica Popolare Cinese. Per un’adeguata valutazione è necessario comprendere come si è giunti all’odierna condizione economico-sociale del paese. A seguito del XX Congresso del PCUS del 1956, il Partito Comunista Cinese, sotto la guida di Mao Zedong, criticò, coerentemente con la teoria marxista-leninista, il revisionismo chruscioviano in URSS, che fu definito revisionismo moderno per distinguerlo dal revisionismo bernsteiniano-kautskiano. Tuttavia, subito dopo la morte di Mao nel 1976, un nuovo tipo di revisionismo si manifestò in Cina a seguito della presa del potere dell’ala destra del PCC, che faceva capo a Deng Xiaoping, dopo la condanna della cosiddetta Banda dei Quattro, un gruppo di dirigenti del Partito che aveva avuto un ruolo determinante nella Rivoluzione Culturale.
Contrariamente a quanto avvenuto in Unione Sovietica, in cui la figura di Stalin fu criminalizzata, il revisionismo denghista, che potrebbe essere definito come revisionismo contemporaneo, non attaccò mai apertamente Mao, ma continuò a celebrarlo e a rivendicare una, peraltro inesistente, continuità con la sua politica. Al contempo Deng elaborò la teoria del socialismo di mercato, o socialismo con caratteristiche cinesi, una soluzione strategica di media o lunga durata, in attesa di un non meglio definito ritorno al socialismo. Molti sostenitori delle attuali politiche della Cina paragonano le riforme di Deng con la Nuova Politica Economica (NEP), applicata da Lenin nell’URSS reduce dal conflitto mondiale e dalla guerra civile. Questo rappresenta tuttavia una valutazione fallace: la NEP prevedeva delle limitate concessioni al capitalismo al fine di ripristinare l’industria nazionale, devastata dalla guerra, nella prospettiva dell’accumulazione di forze necessarie per esser superata e si realizzava nel quadro della dittatura del proletariato (non vi erano capitalisti e miliardari nel Partito e il settore privato consentito non coinvolgeva i grandi mezzi di produzione ma solo i piccoli come il commercio interno) basata sul rafforzamento della classe operaia, mentre, come ad oggi è stato possibile constatare, in Cina il socialismo di mercato è stato una manovra di transizione dal socialismo al capitalismo vero e proprio, con reintroduzione dei rapporti di produzione tipici del capitalismo.
Conferma di quanto detto è la creazione delle Zone Economiche Speciali (ZES), nelle quali, a partire dal 1979, specifiche legislazioni economiche favoriscono e incoraggiano l’afflusso di capitale proveniente da multinazionali straniere attraverso una fiscalità vantaggiosa e una larga indipendenza per le imprese (è da sottolineare come il governo cinese abbia approvato recentemente un piano per la creazione di una nuova ZES, che porterà alla fondazione di un’imponente città chiamata Xiongan, e che ha visto immediatamente dopo l’annuncio governativo l’afflusso massiccio di speculatori intenzionati ad acquistare immobili nelle aree interessate da rivendere a prezzi raddoppiati). Merita inoltre di essere menzionata la cosiddetta teoria delle tre rappresentanze, dottrina ideata nel 2000 da Jiang Zemin, successore di Deng, che di fatto forniva all’imprenditoria ancora maggior riconoscimento politico e sociale e permetteva l’ingresso sempre più palese di elementi borghesi all’interno del Partito, ormai definitivamente deideologizzato, seppur già compromesso dalla gestione di Deng.
È bene chiarire a questo punto il seguente concetto: il socialismo prevede relazioni di produzione nelle quali la classe operaia ha il potere e, di conseguenza, detiene nelle sue mani i mezzi di produzione.
In questo senso, ha come condizione necessaria il dominio della proprietà statale su quella privata e la scomparsa progressiva di ogni mezzo di produzione privato, compresa la piccola proprietà. È inevitabile che ci siano differenze tra i vari paesi nella costruzione del socialismo, ma queste non possono esser mai di principio, ossia contraddicendone quelli universali che nel caso cinese rappresentano relazioni di produzione dove predomina il capitale privato con una tendenza al maggiore sviluppo dello stesso.
Per meglio comprendere l’importanza che le imprese private assumono in Cina, basta esaminare alcune cifre riguardanti il peso del settore privato nello stato a seguito della privatizzazioni massicce applicate da Deng in poi: nel 2005 il numero di imprese private ammontava a 4,3 milioni, nel 2010 a 7,5 milioni e nel 2015 a 12 milioni, mentre nello stesso anno le imprese statali erano 2,3 milioni; attualmente circa il 70% della produzione industriale cinese è dovuta a imprese non statali, oltre l’80% della forza-lavoro industriale è impiegata nel settore privato e solo il 13% dei lavoratori urbani sono dipendenti statali; inoltre la crescita delle imprese private è di gran lunga superiore a quella delle imprese statali (negli ultimi 3 decenni il 95% dell’aumento della forza-lavoro urbana è dovuta a compagnie private).
È dunque evidente come in Cina il ritorno al capitalismo sia pressoché completo, ma bisogna prendere in considerazione alcuni dati economici per convincersi del fatto che il paese sia ormai giunto anche alla fase imperialista.
Secondo la rivista Forbes, stimando il patrimonio in dollari, attualmente in Cina sono presenti ben 400 miliardari, che detengono circa 947,03 miliardi. Questi dati pongono la Cina al secondo posto tra gli stati al mondo con più miliardari, seconda solo agli Stati Uniti, che nel 2016 ne contavano 540, e testimoniano come l’accumulazione della ricchezza nel paese abbia raggiunto livelli impressionanti, tali da creare un’oligarchia finanziaria, a ulteriore riprova di come la forma statale socialista sia ormai solo una definizione de iure.
Secondo il Center for China and Globalization l’esportazione cinese di capitale nel 2015 aveva superato il capitale straniero nel paese; gli investimenti diretti esteri (OFDI) ammontavano a 145,6 miliardi di dollari, mentre il capitale estero in Cina era di 135,6 miliardi di dollari. A tale proposito, secondo il Finantial Times, nel 2017 la Cina risulta essere il più grande esportatore di capitale in Africa, per la maggior parte al fine estrattivo di risorse naturali, proseguendo la depredazione del continente a cui secoli di colonialismo e imperialismo ci hanno tristemente abituato. Proprio in Africa, a Gibuti, sorge una base militare cinese con circa 10.000 soldati cinesi e navi da guerra veloci.
Per quanto riguarda l’energia, come anche in altri settori, quali ad esempio le comunicazioni, va segnalata la presenza di monopoli, tra cui la China Petroleum and Chemical Corporation (Sinopec, 4ª società al mondo per ricavi nel 2015) e la China National Petroleum Corporation (CNPC, 3ª società al mondo per ricavi nel 2015), che rappresentano due società internazionali tra le maggiori al mondo nel campo del petrolio e del gas.
Infine il settore bancario cinese vanta ben 4 delle 10 banche più potenti al mondo, tra cui le 5 maggiori sono la Industrial and Commercial Bank of China (la più grande banca al mondo per capitale), la China Construction Bank, la Bank of China, la Agricultural Bank of China e la China Development Bank. Tutte queste banche possiedono sedi all’estero (Asia, Europa, Africa e America), ma quella più presente a livello internazionale è la BOC.
In aggiunta a quanto detto bisogna anche considerare il ruolo della Cina nel blocco dei BRICS, alleanza imperialista, in cui svolge un ruolo da protagonista. Fa parte dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai, di cui sono membri anche la Russia e vari stati dell’Asia Centrale, e che si occupa non solo di sicurezza, ma anche di cooperazione economica (è importante il ruolo della SCO Interbank Association, che riunisce rappresentanze della banche delle nazioni aderenti all’organizzazione). Uno dei possibili sbocchi economici dell’Organizzazione, peraltro più volte suggerito dalla stessa Cina, potrebbe essere la creazione di un’area di libero mercato tra gli stati membri, ma già ad oggi sono previste norme che facilitino gli scambi commerciali interni.
La Cina ha annunciato inoltre di aver sospeso per il 2017 i suoi acquisiti di carbone dalla Repubblica Democratica Popolare di Corea in applicazione delle sanzioni decise, su richiesta degli Stati Uniti, dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite (e che la Cina ha accettato). Ciò priva lo Stato socialista nordcoreano di 1 miliardo di dollari. La Cina sta anche lavorando per la creazione di un’area di libero scambio con Giappone e Corea del Sud. L’imperialismo, il capitalismo monopolista, ha le sue leggi e ogni membro si muove sulla base della sua forza economica, militare e politica, nella direzione di rafforzare la propria posizione e la reddittività e competitività dei propri monopoli all’estero, a volte con “la pace” e, a volte, con mezzi militari. E’ su questa base che possiamo e potremo comprendere meglio gli eventi e alcune delle mosse cinesi che, in apparenza, seguono un approccio diverso rispetto a quello di altre potenze economiche capitaliste.
Appurato come anche la Russia svolga un ruolo di prim’ordine nella piramide imperialista internazionale, è necessario per i comunisti avere massima consapevolezza della natura imperialistica dei paesi BRICS, che si pongono in aperto contrasto con le potenze imperialiste tradizionali USA (al vertice della piramide) e UE soltanto nel tentativo di imporre la propria egemonia, in uno scontro inter-imperialistico nel quale si intensifica la tendenza alla guerra imposta dal capofila statunitense (che oltre contro la Russia procede nella concentrazione di potenza di fuoco anche intorno alla Cina nel mar cinese meridionale e orientale) che rischia di gettare i popoli del mondo in una nuova guerra generale alla quale tutte le potenze si stanno preparando.
Va a tale proposito ricordato come i lavoratori abbiano soltanto da perdere da un conflitto di questo tipo, e che, come insegna Lenin, i comunisti non devono schierarsi dalla parte di nessuno dei contendenti in gioco, disarmando politicamente, organizzativamente e ideologicamente la classe lavoratrice, ma al contrario devono stabilire una posizione indipendente di classe per sfruttare attivamente queste contraddizioni nella piramide imperialista al fine di indebolire le “proprie” borghesie nella direzione di rovesciare nei propri paesi il capitalismo, il potere della borghesia con le sue alleanze imperialiste, come l’UE e la NATO, rifiutando al contempo sia la guerra imperialista, sia la pace imperialista. Solo la lotta per un diverso modello di società potrà dare ai popoli la liberazione dallo sfruttamento e dal capitale, e questa lotta ha come artefici e alleati i proletari di ogni paese.
di Lorenzo Vagni

http://www.senzatregua.it/il-25-aprile-e-lipocrisia-della-brigata-ebraica/

Centinaia di ebrei hanno combattuto la Resistenza partigiana per la liberazione dell’Italia dal fascismo e dall’occupazione nazista. Facevano parte delle Brigate Garibaldi e delle numerose formazioni partigiane di diversa ispirazione. Ma per qualche ragione le comunità ebraiche e i circoli filo-israeliani più estremisti sono ben poco interessati ad onorare questa memoria, e pretendono piuttosto di manifestare il 25 aprile ricordando la cosiddetta “Brigata ebraica”, un reparto dell’esercito inglese che nulla ebbe a che vedere con la Resistenza. Un copione che si ripete da anni, e che finisce con bandiere dello Stato di Israele che sventolano nei cortei del 25 aprile. Ma andiamo con ordine…

Ha fatto discutere ieri l’annuncio congiunto di PD e comunità ebraiche, che hanno voluto prendere le distanze dalla manifestazione di Roma. «Purtroppo ancora una volta a Roma il corteo dell’Anpi è diventato elemento di divisione quando dovrebbe essere invece l’occasione di unire la città intorno ai valori della resistenza e dell’antifascismo. Per questo, come già l’anno passato, non parteciperemo», ha affermato il commissario romano del PD, Matteo Orfini. La presidente della comunità ebraica, Ruth Dureghello, ha invece affermato che «L’Anpi che paragona la comunità ebraica di Roma a una comunità straniera è fuori dalla storia e non rappresenta più i veri partigiani».

Andrebbe detto per onestà intellettuale, in realtà, che da anni nei diversi cortei che hanno luogo il 25 aprile nelle città d’Italia i rappresentanti della c.d. “Brigata ebraica” manifestano proprio grazie all’ANPI, che più di una volta (come a Milano) ha steso il tappeto rosso a queste persone preferendo sbarrare la strada (letteralmente) agli “estremisti” che ne contestavano la presenza. Certo è che oggi esiste una grande confusione sul tema al centro della discussione.

Ma cos’è stata realmente la Brigata ebraica? È giusto scrivere, come si affermava in un articolo pubblicato anni fa sul Manifesto, che “la bandiera della Brigata ebraica appartiene a una delle formazioni che sono state in prima fila nella liberazione d’Europa. È quindi a casa propria il 25 Aprile”?

Partiamo da un concetto quasi basilare: contestare la presenza di bandiere della Brigata ebraica non significa essere contro gli ebrei, né tantomeno significa negare il contributo degli ebrei alla Resistenza italiana. Il punto è proprio che la Brigata ebraica con la Resistenza italiana c’entra poco o nulla. La Brigata ebraica era un reparto dell’esercito britannico, reclutato nella Palestina che allora era amministrata dall’Inghilterra su mandato della Società delle Nazioni. La sua creazione fu annunciata da Winston Churchill nel settembre del 1944, come reparto volontario di fanteria inquadrato nella VIII Armata Britannica. La Brigata sbarca il 10 novembre 1944 a Taranto, nell’Italia già liberata dagli alleati, e non combatte fino al 27 marzo 1945, quando affianca l’esercito cobelligerante italiano (cioè quello Alleato) nello sfondamento della linea gotica. Nel complesso, l’attività della Brigata ebraica si limita a qualche combattimento nel Ravennate nell’ultimo mese di conflitto, quando ormai si era già a ridosso della Liberazione e dell’insurrezione del 25 aprile.

Chi il 25 aprile scende a commemorare la Brigata ebraica, prima ancora della Resistenza insulta la memoria di centinaia di ebrei italiani, nostri fratelli e sorelle, che alla Resistenza parteciparono per davvero, spesso dando anche la vita. Il fondatore del Fronte della Gioventù per l’indipendenza nazionale e la libertà, la più nota ed estesa organizzazione giovanile partigiana (di cui il Fronte della Gioventù Comunista ha ripreso il nome nel 2012), era il giovane ebreo e dirigente del PCI Eugenio Curiel, fucilato dalle camicie nere nel febbraio del ’45. Centinaia di ebrei italiani combatterono arruolati nelle Brigate Garibaldi (le formazioni partigiane legate al PCI, che costituivano la maggioranza delle formazioni partigiane) e nelle formazioni di Giustizia e Libertà. Andando oltre la Resistenza italiana, si potrebbe ricordare che migliaia di ebrei combatterono la guerra contro il Terzo Reich sin dal 1941 nel Palestine Regiment, anch’esso inquadrato nell’esercito britannico ma privo di distinzione fra palestinesi di etnia araba ed ebrei, che combattevano spalla a spalla.

Veder sventolare bandiere di Israele nei cortei del 25 aprile, "mimetizzate" fra quelle della Brigata ebraica, è ormai diventato la normalità...
Veder sventolare bandiere di Israele nei cortei del 25 aprile, “mimetizzate” fra quelle della Brigata ebraica, è ormai diventato la normalità…

Tutto questo i sostenitori della Brigata ebraica non lo dicono, e il motivo è chiaro: l’interesse fondamentale di queste persone non è la memoria della Resistenza partigiana, ma la celebrazione dell’ideologia sionista e di Israele. La funzione storica della Brigata ebraica fu quella di contribuire alla costruzione di una identità “ebraica” che più che all’ebraismo era legata al sionismo più estremista e radicale (predicato dagli odierni circoli filo-israeliani), in prospettiva della futura costruzione dello Stato di Israele. Oggi viene celebrata in modo strumentale da certi ambienti che il 25 aprile pretendono di manifestare con bandiere della Brigata ebraica e di Israele (fra loro molto simili), con il beneplacito delle istituzioni che certo le preferiscono alla bandiere rosse e ai tricolori delle Brigate Garibaldi. Ma chissà quale bandiera avrebbero preferito i partigiani…

La scelta di PD e comunità filo-israeliane di non partecipare al corteo del 25 aprile nella capitale non solo non costituisce una grave perdita, ma è da guardare come un elemento positivo, una maggiore garanzia della difesa del carattere della mobilitazione del 25 aprile. Da anni il PD schiera il suo servizio d’ordine al fianco di cordoni di polizia che impediscono ai comunisti di entrare nei cortei del 25 aprile per stendere il tappeto rosso a chi sventola la bandiera di Israele. Il PD fa questo mentre fa propria una retorica antifascista “istituzionale”, che si richiama strumentalmente, in modo rituale e innocuo, alla Resistenza partigiana svuotandola del suo carattere rivoluzionario, per utilizzarla come copertura ideologica delle politiche antipopolari che questo partito porta avanti contro i diritti dei lavoratori e della gioventù, in nome degli interessi dei grandi monopoli europei e della grande finanza, gli stessi che portarono il fascismo al potere. Quando il PD chiede un 25 aprile unito “attorno ai valori dell’antifascismo”, chiede in realtà un 25 aprile a difesa dello stato attuale delle cose.

Le bandiere giuste da sventolare il 25 aprile...
Le bandiere giuste da sventolare il 25 aprile… 

La presenza del PD nella manifestazione del 25 aprile di Roma avrebbe inquinato una giornata che dovrebbe tornare ad essere legata alle lotte della gioventù, dei lavoratori e dei popoli per un futuro di pace, giustizia e uguaglianza sociale, contro un sistema che produce disoccupazione, sfruttamento, precarietà e guerra. Certo è che dinanzi all’arroganza di chi afferma che senza le bandiere di Israele e della “Brigata ebraica” si stravolge il senso del 25 aprile, i primi a rivoltarsi nella tomba sono proprio i partigiani. Anche, e forse soprattutto, i partigiani ebrei

https://lastellanera.wordpress.com/2014/03/24/ecco-le-prove-rivoluzione-ucraina-pagata-dagli-usa/

Ecco le prove, rivoluzione ucraina pagata dagli Usa

«Fermiamo il nazismo ucraino». Chiaro riferimento alla direzione della protesta di piazza Maidan da parte di partiti nazisti e all’entrata nel nuovo governo di quattro ministri dichiaratamente ammiratori di Hitler.

Rivolta costata 5 miliardi di euro in due anni. Stipendiati anche i nazisti responsabili degli scontri di piazza. Alcuni gruppi addestrati militarmente in Estonia. [Franco Fracassi]

di Franco Fracassi

«Dopo avere organizzato la rivoluzione arancione del 2004, un fallimento totale, anche questo colpo di Stato a Kiev è stato organizzato dai servizi segreti americani». L’accusa non arriva dal presidente russo Vladimir Putin o dal defenestrato presidente ucraino Viktor Yanukovich. A farla è Paul Craig Roberts, direttore del Centro studi strategici e internazionali della Georgetown University. «La cosa più grave è che questi incompetenti, arroganti, ideologi non hanno previsto che l’unica forza organizzata dell’opposizione erano i due partiti neonazisti, che hanno immediatamente sfruttato la situazione per prendere il sopravvento ed emarginare i cosiddetti moderati, che ora non contano nulla. Questi neonazisti hanno ammazzato diversi poliziotti a sangue freddo, alcuni sono stati macellati, altri bruciati. Il loro primo atto di governo è stato il divieto di uso della lingua russa e altre provocazioni, come saccheggi alle case degli ex gerarchi. Ora la Casa Bianca e i suoi lacchè si trovano nella situazione o di ammettere di essere degli idioti oppure di negare a oltranza, mobilitando la propaganda e spingendosi sempre più in là nella provocazione verso i russi».

Cinque, centottantaquattro, duecento, cinquecento, duemila. Sono numeri che confermano le affermazioni di Roberts. Cinque sono i miliardi di dollari che l’Amministrazione Obama ha investito negli ultimi due anni per rovesciare il governo di Yanukovich, venti milioni a settimana. Centottantaquattro sono i milioni che il dipartimento di Stato ha elargito direttamente ai dimostranti di piazza Maidan. Duecento sono i dollari che quotidianamente sono stati versati a ogni «combattente attivo». Cinquecento ai «combattenti» che facevano parte di gruppi armati composti da almeno dieci persone. Duemila i dollari dati ai coordinatori dei manipoli di dimostranti che compivano azioni offensive contro agenti di polizia o rappresentanti delle autorità pubbliche. Cifre rivelate da “Jane’s Review”, la più autorevole rivista statunitense di cose militari e di inteligence. «Combattenti attivi e leader ricevono i pagamenti sui loro conti personali», aggiunge Jane’s. Su Youtube è apparso anche un video che mostra valige diplomatiche arrivate a Kiev via Lufthansa e scortate da dipendenti armati del Dipartimento di Stato Usa. Valigette contenenti banconote da cento dollari.

I combattenti di piazza Maidan sono stati stipendiati dal Dipartimento di Stato. Molti di loro sono nazisti.

Ma c’è anche dell’altro. “Intelligenceonline” ha documentato come molti dei gruppi neonazisti siano stati «preparati in basi militari della Nato». Uno tra tutti l’Una-Unso. «I suoi membri sono stati addestrati in Estonia alla guerriglia urbana a partire dal 2006».

Forse anche per questo, quando alcuni media denunciavano la presenza, anzi, il comando della protesta da parte dei neonazisti Washington ha fatto finta di nulla. Nulla, perfino quando ventinove leader politici ucraini hanno inviato una lettera aperta, alle Nazioni Unite e agli Stati Uniti, denunciando «il sostegno occidentale alla campagna neonazista finalizzata al rovesciamento cruento di un governo democraticamente eletto».

Eppure non si trattava di suposizioni allarmistiche. Sarebbe bastato leggere l’articolo scritto da Simon Shuster su “TimeMagazine”, in cui si parlava apertamente di «criminali di destra che stanno dirottando la rivolta liberale in Ucraina. Al centro dei tafferugli un gruppo di picchiatori neonazisti chiamato “Spilna Prava” (Causa comune), le cui iniziali in ucraino sono Ss».

Foto scattata da un giornalista israeliano a un combattente di piazza Maidan apertamente definitosi mercenario straniero.

Oppure il colloquio tra il giornalista del “Guardian” Shaun Walker e uno dei coordinatori di piazza Maidan Andriy Tarasenko: «Per noi il problema non è l’Europa, infatti l’unione con l’Europa sarebbe la morte dell’Ucraina. L’Europa significa la morte dello Stato-nazione, della Cristianità. Vogliamo un’Ucraina per gli ucraini, governata dagli ucraini. L’obiettivo del gruppo è una rivoluzione nazionale».

O ancora l’ex presidente della Commissione europea Romano Prodi, che ha dichiarato al “New York Times”: «Teppisti stanno attaccando la polizia, incendiano auto, assaltano edifici, creano un ambiente di distruzione. Questa gente è di chiara matrice nazista e antisemita».

La Casa Bianca, oltre che non volere, non poteva fare altrimenti perché la conduzione della sua politica con l’Europa dell’Est è affidata all’ex capo della Cia un Unione Sovietica (prima) e in Russia (poi), una neocon convinta, fedele all’ex Amministrazione Bush e al suo amico Dick Chaney. Il funzionario del Dipartimento di Stato in questione, Victoria Nuland, ha tenuto lo scorso 13 dicembre un discorso al National Press Club (sponsorizzato da US-Ukraine Foundation, Chevron e Ukraine-in-Washington Lobby Group), durante il quale si compiaceva del fatto che Washington avesse speso «cinque miliardi di dollari per fomentare l’agitazione e per trascinare l’Ucraina nell’Ue». Aggiungendo: «Una volta preda di Bruxelles, l’Ucraina sarebbe aiutata dall’occidente attraverso il Fmi».

Victoria Nuland insieme a tre dei leader della rivolta: a sinistra il leader del partito neonazista Svoboda (Oleh Tyahnybok); al centro il leader del partito Udar (Vitaly Klichko), nonché leader politico di piazza Maidan e alleato di Svoboda; a destra l’attuale primo ministro ucraino Arseniy Yachenyuk.

Per comprendere meglio il personaggio Nuland bisogna parlare di suo marito. Robert Kagan è anch’egli un neocon con il mito dell’eccezionalità rappresentata dagli Stati Uniti. Nel 2003 Kagan scrisse un libro dal titolo “Paradiso e Potere. America ed Europa nel Nuovo Ordine Mondiale”, nel quale scriveva: «L’ordine internazionale non è un’evoluzione, è un’imposizione. È il dominio di una visione sulle altre. Nel caso dell’America, il dominio dei principi del libero mercato e della democrazia, insieme ad un sistema internazionale che li sostiene. L’ordine attuale durerà solo fino a quando coloro che lo favoriscono e ne traggono beneficio manterranno la volontà e la capacità di difenderlo. A qualcuno pare assurdo che gli Stati Uniti debbano avere un apparato militare più grande di quelli delle altre dieci prime potenze militari messi assieme. Ma, probabilmente, è proprio quel divario nella potenza militare che ha giocato un ruolo decisivo nel mantenere un sistema internazionale che è storicamente unico, e in modo unico benefico per gli americani».

L’interventismo del duo Nuland-Kagan si è tradotto in Ucraina nell’infiltrazione di agenti statunitensi (ma forse erano di società private di mercenari) tra i manifestanti. In un video girato a piazza Maidan si vede la polizia speciale trattenere un uomo che mostra un tesserino appartenente all’International Police Association (Ipa). Più di un articolo (pubblicato anche da autorevoli testate internazionali) ha accusato l’Ipa di non essere altro che un’associazione di copertura della Cia.

Poi c’è la denuncia fatta anche da Popoff, in cui si segnalava lo sbarco notturno all’aeroporto di Kiev di trecento mercenari pagati dal Pentagono. Trecento soldati super addestrati spariti tra la folla dei dimostranti poche ore dopo il loro arrivo in Ucraina, e accusati di essere loro i cecchini responsabili del massacro di piazza Maidan.

Il presidente statunitense Barak Obama e il suo equivalente russo Vladimir Putin. Più che una questione interna, la crisi ucraina è cosa loro.