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Ricostruire il partito “comunista”

ovvero: evocare fantasmi …..questi fantasmi

 

(E’ un articolo lungo quello che segue e dunque ce ne scusiamo, ma ancora più lungo è il libro revisionista che critichiamo – di ben 340 pagine.  Speriamo che i compagni leggano quest’articolo, lo commentino, lo segnalino ad altri compagni, ma speriamo anche  che si procurino il libro per capire fino in fondo il ruolo regressivo che esso intende svolgere, e  per verificare se le mie sono calunnie infondate o critiche antirevisioniste da prendere in considerazione. Io polemizzo solo con uno dei tre che hanno firmato il libro, Sorini. L’ho fatto per motivi pratici e anche perché considero quest’ultimo l’organizzatore ideologico, per così dire, del libro stesso).

 

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Nel libro “Ricostruire il partito comunista” Sorini scrive che nella nostra epoca in cui  la guerra si è sostituita alla diplomazia e alla politica estera, molti compagni “si sono arresi”, alcuni hanno fatto operazioni di “ripiegamento su sé stessi”, altri sono “passati al nemico in soccorso del vincitore”…”ma vi è ancora chi, testardamente, ma soprattutto consapevolmente resiste”. E naturalmente  di questa schiera di eletti che resistono fa parte anche Sorini.

Che abbia potuto dire qualcosa di interessante in questo libro, è vanificato dal fatto che egli ha associato alla stesura del libro in questione il  Diliberto, ministro in un governo che si rese complice  dell’attacco Usa alla Yugoslavia. Quella fu la prima, in epoca recente, di una catena di aggressioni imperialiste che si stanno svolgendo sotto i nostri occhi.  Cossutta avrebbe voluto fare la crisi di governo, ma i più giovani (fra cui quasi certamente Diliberto ) glielo impedirono. E ora Sorini  ci viene a raccontare (sottovalutando evidentemente  l’intelligenza e la memoria dei compagni) che se vi è stata gente passata al nemico, c’è anche chi (ivi compreso Diliberto che però effettivamente passò al nemico nel più chiaro, semplice, clamoroso, diretto dei modi) “testardamente “ e “consapevolmente” resiste. A che cosa “resistono”? Resistono a capire il comunismo storico, resistono a capire che cos’è l’imperialismo oggi, che cosa è stato Togliatti ieri ecc.  Sorini (che deve aver scritto la maggior parte del libro) resiste caparbiamente al marxismo leninismo, si oppone consapevolmente a che nella  sua testa penetrino finanche i più elementari, basilari elementi della dialettica marxista. Nel suo bilancio storico dell’Urss e del Pci -come vedremo- assume il punto di vista evoluzionistico che non spiega un bel niente perché ignora i salti, le rotture, le svolte drammatiche e fa discendere, meccanicisticamente gli eventi storici per filiazione diretta l’uno dall’altro, come il placido scorrere di un fiume.

Diliberto affermò in un’intervista che coloro che si attardavano a criticare il Pdci per l’attacco alla Yugoslavia “mentivano sapendo di mentire” perché il partito si era autocriticato. Come se l’autocritica (che è o dovrebbe essere una cosa seria) fosse da ritenersi un fonte battesimale purificatore di ogni sorta di crimine. E’come se Noske e Sheidemann, messi alle strette dalla socialdemocrazia tedesca  avessero solennemente dichiarato: “Ci autocritichiamo per aver fracassato il cranio di Rosa Luxemburg e Karl Liebechnect”. I bombardamenti alla Yugoslavia durarono 78 giorni di seguito, notte e giorno, e i bombardieri partivano dal suolo italiano: non è forse una obbrobriosa manovra da magliari “autocriticarsi” per aver partecipato ad una guerra imperialista nella vana speranza di far scomparire le tracce e comportarsi come chi si sottomette ad  un’operazione di pessima chirurgia facciale per cambiarsi i connotati e mostrare un volto orrendamente sorridente per cercare di infinocchiare i compagni e fargli dimenticare quel “piccolo particolare”? Anzi,diciamo la verità,  non solo il libro di Sorini, ma anche tutta l’operazione politica Marx XXI secolo è votata al fallimento per la presenza -in quest’ambizioso progetto di resuscitare i morti- di bombardieri sedicenti comunisti. Ci sono molti esimi professori fieri della loro erudizione che avallano “Marx XXI secolo”: questi professori, evidentemente, non  hanno saputo applicare la loro scienza marxista al tracollo elettorale dei similcomunisti nel 2008 e trarne le conseguenze, e invece, mettendosi al servizio di Diliberto e sostenendolo continuano a  comportarsi come persone miopi, esponendosi alle feroci critiche di tanti giovani comunisti. Questi giovani, che si affacciano alla politica avendo scelto come loro segno distintivo l’icona di Stalin, non dimenticheranno mai che Guerrini (Pdci) era vice-ministro della guerra quando rasero al suolo la Serbia, e attaccheranno sempre e in ogni occasione che si presenterà questi imperial-comunisti e il loro capo lifting-sorridente, al quale riserveranno il trattamento della celebre canzone:

“..sputategli addosso,

                                                           la Bandiera rossa

                                                          gettato ha nel fosso”.

Lenin diceva che la dialettica è la “dottrina dello sviluppo” che più di ogni altra poggia interamente sulla realtà, nel senso che  coglie, all’interno dei processi storici (e anche di quelli naturali), il movimento contraddittorio che ne è l’anima, il motore. La contraddittorietà  si manifesta con salti “di qualità”, discontinuità, bruschi rivolgimenti sia nel senso di un progresso in avanti (le rivoluzioni), sia, all’opposto, di regressioni (le controrivoluzioni). Soltanto la comprensione profonda del movimento dialettico della Storia può metterci in grado di individuare i “salti” e fare analisi concrete  “poggiate interamente sulla realtà”. Esempio: quando è iniziata la degenerazione dell’Urss? Non dovrebbe essere difficile sciogliere questo nodo, perché il 20° Congresso del Pcus e il rapporto segreto di Krusciov provocarono una polemica aspra e motivatissima in seno al movimento comunista mondiale. In ultima analisi si trattava di schierarsi, o con il Partito comunista cinese e albanese che si opposero alla svolta revisionista di quel 20° congresso, oppure con il Pcus di Krusciov che abbatté Stalin e avanzò una serie di tesi chiaramente antileniniste.  Sorini, invece, non capisce, non accetta che Krusciov abbia rappresentato una regressione controrivoluzionaria. Egli, nel bilancio storico dell’Urss, Krusciov non lo nomina neanche. Al contrario dei prestigiatori che tirano fuori dal cilindro il coniglio, Sorini lo ha fatto scomparire il coniglio, cioè Krusciov. Per lui Krusciov non è l’artefice di una controrivoluzione devastante, il demonizzatore implacabile della figura centrale dell’edificazione socialista, cioè Stalin; per Sorini non ha importanza che Krusciov, il grande bandito trotskista, abbia fornito al mondo imperialista invincibili argomenti anticomunisti, e che quindi sia stato l’iniziatore di una  degenerazione progressiva che, a partire dalla controrivoluzione ungherese propiziata dalle sue calunnie a Stalin, ha portato poi alla dissoluzione dell’Urss e delle Democrazie Popolari est-europee. Sorini sostiene che per capire la degenerazione dell’Unione Sovietica (questo lo dicono anche il professor Catone e altri) non bisogna ricorrere alla categoria consolatoria di “tradimento”; che attardarsi su Krusciov è fuorviante; che la definizione maoista del colpo di stato di Krusciov  è da respingere. Noi allora ci chiediamo: perché mai i marxisti leninisti che si schierarono con la Cina di Mao contro l’Urss del XX Congresso (da che parte stava Sorini?) dovrebbero oggi stare dalla parte di professori marxiani incapaci di capire la dialettica, e non già dalla parte del grande Mao Zedong?

Qual è dunque la scaturigine di tutti i mali che hanno portato alla dissoluzione dell’Urss? Per Sorini la fonte della catastrofe è Stalin. Ma non lo cita. Stalin, nel suo libro, è un desaparecido, come Krusciov. Come mai? Per non esporsi troppo, per non parlar chiaro, perché Sorini appartiene alla categoria degli antistalinisti dal volto umano, come del resto molti di quelli di Marx XXI Secolo. E’ un antistalinismo ragionato e camuffato il loro, che mentre illustra la catastrofe dell’epoca staliniana ammette anche, di tanto in tanto, che qualche cosa di positivo sia stata pur fatta; è un antistalinismo più astuto di quello del miserabile trotskogandiano Bertinotti, nel senso che, per questo repellente anticomunista (e per il suo diletto discepolo pugliese), si trattava di una sorta di patologia stalinofoba forsennata che probabilmente nemmeno Deutscher (il che è quanto dire!) avrebbe apprezzato. Prima di sputare sull’Urss di Stalin, Sorini, per coprirsi le spalle, sciorina l’estenuante e truffaldina filosofia del doppio né: l’abiura, un ritorno alla purezza salvifica delle origini; l’abbandono di una prospettiva comunista (nei prossimi decenni? nei prossimi secoli?), la ricerca scolastica di “un appiglio identitario”; un bilancio esaltatorio, uno liquidatorio. Ma nonostante la foglia di fico del doppio né il bilancio che Sorini fa dell’Urss è davvero liquidatorio, è un bilancio kruscioviano tradotto in lingua italiana, è uno di quei bilanci che allontanano i possibili fautori del comunismo dal comunismo medesimo: e perché mai -si chiederebbe un giovane operaio o studente o disoccupato che leggesse il libro di Sorini- dovrei riporre le mie speranze in una prospettiva di Liberazione dalle ingiustizie e dalle guerre, perché mai dovrei dar credito ad un luminoso sole dell’avvenire, se quell’esperienza storica è stata peggiore della nostra Italia monarchica, giolittiana, fascista, democristiana, e per di più un’Italia in cui i “comunisti” hanno avuto vergogna di chiamarsi tali, si sono messi al sicuro sotto “l’ombrello Nato” e alla fine di questa coraggiosa mutazione si sono trasformati essi stessi in imperialisti e bombardieri? Personalmente, noi che scriviamo siamo sfiorati da un   sospetto: vuoi vedere che “l’appiglio identitario” di Sorini, quando getta fango sull’Urss,  è proprio quest’Italia di merda?

Prima di iniziare la sequela di calunnie antisovietiche dell’era staliniana, Sorini  fa uno spaventoso avvertimento all’uditorio, di quelli che lasciano di ghiaccio la gente: dobbiamo fare i conti rigorosamente con l’esperienza del socialismo, evitando risposte semplificate e consolatorie, smettendo di individuare il “nemico di turno” (Krusciov, chiaramente), non dobbiamo avere nessuna certezza, nessun modello esemplare da seguire, nessuna rendita di posizione: “navighiamo in terre incognite.

Va bene, saliamo a bordo di questa nave governata da capitan Cook-Sorini e stiamo a vedere dove ci porta.

1.- Tra le cause della sconfitta della Rivoluzione d’Ottobre, dice, ha giocato un ruolo fondamentale l’arretratezza del Paese.

E’ una tesi trotskista: la prima grande opera teorica di Lenin (scritta durante la deportazione in Siberia)  fu: “Lo sviluppo del Capitalismo in Russia”, opera ponderosa, piena zeppa di statistiche, in cui dimostrava che ormai la Russia era un Paese completamente capitalistico, un capitalismo che coesisteva con forme barbariche semiasiatiche (tale era lo zarismo), ma che era pur sempre un paese capitalistico e quindi maturo per la rivoluzione socialista. E poi che significa: era un paese arretrato? Le rivoluzioni si fanno per spazzare via le arretratezze. Marx ed Engels erano certi che la rivoluzione socialista sarebbe esplosa nei paesi a capitalismo avanzato. Ma senza alcun dubbio questi due grandi uomini che hanno sconvolto il mondo devono essere perdonati se la Storia si è dimostrata ancor più imprevedibile  delle loro geniali previsioni. Lungi dal manifestarsi nell’Occidente capitalisticamente avanzato la Rivoluzione si è “orientalizzata” sempre di più: prima la Russia zarista, poi la Cina confuciana, e poi  altri paesi “arretrati”. Sorini però a differenza di Marx ed Engels, non può essere perdonato perché a distanza di quasi un secolo ancora ci ripropone la rancida minestra trotskista, dogmatica,  scolastica e disfattista dell’”arretratezza” che rende impossibile il socialismo (a meno che esso non trionfi simultaneamente su tutto il globo terraqueo)

2.- In Urss, dice, vi è un deficit di democrazia socialista, il potere effettivo di decisione e controllo sui processi economici, sociali e politici non coinvolge la totalità delle masse lavoratrici

E’ anche questa una classica tesi demolitoria di Trotski. Nell’Urss dei Piani quinquennali vi fu il grande movimento stakanovista che fece del lavoro operaio un vanto e un onore; un movimento-disse Stalin- che avviava la classe operaia nel suo complesso al superamento della dicotomia lavoro manuale-lavoro intellettuale; un movimento che avrebbe portato, in una prospettiva non lontana, ad una drastica riduzione delle ore di lavoro operaio, per dare anche ai lavoratori “del braccio” la possibilità  di accedere alla cultura, cioè di ritornare a scuola o andarci per la prima volta e studiare per il conseguimento di  un diploma o di un titolo universitario. E così fu anche il grande movimento di Kolkosizzazione dell’agricoltura, un movimento che, partito dalla cooperazione, convinse la massa dei contadini medi e poveri sulla superiorità della forma collettiva e statale della produzione agricola. Fu una rivoluzione dall’alto e dal basso che assunse le caratteristiche di un movimento travolgente nel corso del quale venne espropriata la più numerosa classe borghese esistente in Russia, la classe dei contadini ricchi (i kulaki). Sorini, che parla di industrializzazione forzata e collettivizzazione agricola coatta, osa dire che l’autocratismo zarista si rifletteva nelle consuetudini e nei comportamenti dei bolscevichi! Qui Sorini, se è possibile, è peggio di Krusciov, rivela una crassa  ignoranza, non sa che la grandiosa polemica che il partito bolscevico condusse contro Trotski, Zinoviev, Kamenev e Bucharin durò quattro anni e si dispiegò in campo aperto; non fu uno scontro segreto fra fazioni di vertice (come spesso da noi accadeva nel Pci, e anche successivamente nel Pdci nel Prc); non sa che fu una polemica radicale e profonda, che non aveva nulla di “amministrativo”, una polemica in cui si misurarono in aperta battaglia tesi trotskiste e tesi marxiste leniniste su questioni vitali che avevano a che fare con il destino stesso della giovane Repubblica dei Soviet; che da quella battaglia ne uscì non vincitore, ma trionfatore Stalin, che dimostrò al movimento comunista mondiale (perché la polemica si riverberò nella Terza Internazionale) in che modo i fondamenti del leninismo da lui magistralmente esposti e argomentati, avessero messo il paese del socialismo al riparo del disfattismo ed estremismo espresso dalle sciagurate tesi di Trotski. Sorini non sa che al 14° Congresso del Pcus (1925) Zinoviev chiese ed ottenne di tenere una controrelazione a quella del Segretario generale del partito che era Stalin. Fu una vera controrelazione, Zinoviev parlò senza limiti di tempo. E’ stata pubblicata integralmente dagli Editori Riuniti a cura di Lisa Foa, se la vada a leggere Sorini, e ci dica se ha mai visto, in un congresso del Pci che a qualcuno sia stato consentito di fare una controrelazione al “Migliore” o anche a Berlinguer. Non hanno consentito controrelazioni neanche a figure caricaturali come Diliberto e Bertinotti. Anzi, a proposito di “deficit di democrazia”, si è mai chiesto Sorini come mai il segretario del Pdci non è stato destituito per la sua responsabilità di aver partecipato a una guerra imperialista? Evidentemente Sorini  critica il deficit di democrazia in Urss perché è convinto di navigare nella “democrazia” dei minuscoli “culti della personalità” dei Diliberto-Bertinotti che non hanno mai pagato per le bestialità dette o fatte ma anzi, hanno sempre trovato un pubblico pronto a battere le zampette e acclamarli.

3.- In Urss, dice ancora, vi è stata “l’identificazione del Partito con l’apparato statale”; “il monolitismo verticistico del potere politico”, “il distacco tra potere e popolo”; “la negazione di ogni autentica dialettica politico-culturale”…… e tutte queste “patologie” (le chiama proprio così) “hanno prodotto la stagnazione e la sclerosi del pensiero teorico, trasformando il marxismo in ideologia di Stato, sempre meno scientificamente fondato”.

Qui se c’è qualcuno che mostra di essere affetto da “patologie”, questo qualcuno è  Sorini, malato di  debolezza (imbecillitas, in latino) mentale. Ci aveva promesso il massimo di rigore, e questa promessa l’ha mantenuta, ma nel senso che la sequela di calunnie ora riportate costituiscono nel loro insieme una rigorosa critica liberale del comunismo. Prendiamo la cosiddetta identificazione del partito con lo Stato aborrita da Sorini: lui che ha vissuto nell’Occidente capitalistico che idea si è fatta dello Stato italiano o francese o statunitense ecc.? Che sono  Stati al di sopra di tutto?  Che sono Stati senza “compenetrazioni”? Ha mai letto quello che dice Lenin sulla cosiddetta democrazia cosiddetta rappresentativa, sull’inganno rappresentato dai parlamenti “eletti dal popolo” che “decidono” su cose secondarie perché tutto il reale potere risiede nei più o meno occulti potentati economici e militari che dei parlamenti se ne sbattono? Le rivoluzioni socialiste hanno espresso Partiti che sono stati in grado di conquistare le masse all’idea di farla finita con il vecchio potere per instaurarne uno nuovo, di carattere popolare, simmetricamente opposto a quello dei dominatori di ieri. Gli edificatori degli Stati socialisti sono stati infinitamente più onesti degli ideologi degli Stati  abbattuti perché hanno esplicitamente escluso l’inganno tipico dello Stato borghese di dirsi Stato di tutti. La maggior parte dei funzionari che svolgevano lavoro statale nella Russia sovietica e anche nella Cina socialista non erano (in Urss) e non sono (in Cina) membri di partito. Se poi Sorini intende dire che nell’Urss di Stalin vi è stata fusione tra Partito e Stato, questa è una falsità dovuta ad analfabetismo politico: Sorini non ha mai sfogliato i Principi del leninismo e le Questioni del leninismo. Vada a leggersi queste due opere geniali, e scoprirà quanto spazio vi è dedicato all’importantissma questione teorica di principio del rapporto fra Stato e Partito!

Altro lamento liberale: il monolitismo verticistico del potere politico. Qui Sorini probabilmente avrebbe preferito, in Urss, un “arco costituzionale” che includesse anche Kerenski e il partito cadetto. Ma la più feroce critica anticomunista che egli muove a Stalin, è “di aver sclerotizzato il pensiero teorico, e trasformato il marxismo in ideologia di Stato sempre meno scientificamente fondato”. Che dire di questa menzogna? Che è talmente grossolana (e quasi tutti i professori di” Marx XXI secolo” la fanno propria) da far nascere i peggiori sospetti, e uno di questi è che quasi certamente i calunniatori non hanno mai letto Stalin. Sorini non ha mai citato Stalin per confutarlo, perché non lo conosce. Egli presunto sostenitore di un marxismo “scientificamente fondato” ha scritto un libro di  340 (trecentoquaranta) pagine: non sarebbe forse giusto e legittimo, da parte di chi ha il coraggio di leggerselo questo libro aspettarsi almeno qualche citazione che illustri, con dati di fatto, dove, quando e come si è manifestata la “sclerotizzazioine del pensiero teorico”? E poi in quale epoca è avvenuta la sclerosi, in epoca staliniana, in epoca  kruscioviana, oppure in quella notte delle vacche nere che secondo i calunniatori è stata l’Urss dalla morte di Lenin (1924) giù giù fino al crollo del 1989 senza soluzione di continuità? Citate, signori, e storicizzate, se ne siete capaci. Non è da intellettuali seri proclamare senza dimostrare.  Il ritorno a Marx (e perché non a Marx ed Engels? – anche la separazione dei due fondatori del socialismo scientifico è un’operazione borghese-revisionista) tale ritorno, dicevamo, ha un carattere estremamente ambiguo, è una sorta di pellegrinaggio alla Fonte che avrebbe fatto infuriare lo stesso Marx. Questi due titani (Marx ed Engels) hanno gettato le basi teoriche per la rivoluzione proletaria anticapitalistica storicamente possibile e quindi politicamente concreta. Altri grandi uomini hanno sviluppato quella teoria adattandola a situazioni storiche mutate e hanno fatto e vinto due rivoluzioni nei due più grandi paesi del mondo a dispetto delle proibitive condizioni di partenza. Come si può sputare sul grandioso lascito teorico di questa prassi che ha mutato gli equilibri del mondo e schizzinosamente scartare ciò che ai professori di marxismo non aggrada? Questo ridicolo, assurdo, dichiarato “ritorno a Marx” lungi dall’essere un “approfondimento” è una “superficializzazione” è un lasciapassare per l’analfabetismo politico, è la legittimazione (delittuosa!) dell’ignoranza di tutta la grande produzione teorica post-leniniana, è il rifiuto non solo dell’opera teorica di Stalin ma anche di Mao Zedong, e della sua polemica contro Krusciov e contro Togliatti. Si trattava di uno scontro su importanti questioni di principio dalle quali non si può prescindere se si vuol fare un corretto bilancio storico del comunismo novecentesco 

4.- Se Lenin fosse vissuto più a lungo, lascia intendere Sorini, le cose, in Urss, sarebbero andate in maniera diversa: non avrebbe fatto tutto ciò che fece Stalin cioè l’industrializzazione socialista e la collettivizzazione dell’agricoltura.

Per dimostrare la veridicità di questa tesi indimostrabile Sorini ricorre ad uno stratagemma: contrappone il Lenin vero a un Lenin contraffatto, da lui chiamato: l’ultimo Lenin. E’ un Lenin mesto e rinunciatario che si è pentito di aver fatto la rivoluzione in un paese arretrato, è un Lenin che avrebbe voluto lasciare in vita per decenni la NEP cioè la nuova politica economica (in cui vennero reintrodotte alcune forme di mercato); è un Lenin che, come Trotski, non crede più alla possibilità “dopo la sconfitta della rivoluzione in Occidente” di costruire il socialismo in un  paese arretrato; ma visto che ormai, disgraziatamente, i bolscevichi avevano preso il potere, l’ultimo Lenin lo avrebbe usato non per fare l’industrializzazione “forzata”,  ma per lasciar coesistere piano e mercatopubblico e privato, elementi di socialismo e di capitalismo, perché si sarebbe finalmente reso conto che la transizione al socialismo non sarebbe stato un processo di breve periodo. E non avrebbe fatto neanche una collettivizzazione dell’agricoltura. Che cosa sarebbe accaduto, poi,  se “gli elementi di mercato” avessero rialzato la testa? Bene, in questo caso gli elementi di mercato, cioè la borghesia risorgente, “sarebbe stata utilizzata e guidata verso un riassorbimento dentro le compatibilità del regime di piano e mercato e non “soppressa volontaristicamente” come era invece solito fare il perfido Stalin. Questo quadro completamente inventato, frutto della fervida fantasia di Sorini, lo troverete a pag.. 52 e 53 del suo libro, e, inutile dire, è un falso clamoroso. Innanzitutto, Lenin, dopo il primo anno di Nuova politica economica (Nep), al contrario di quanto afferma Sorini, dichiarò, dalla tribuna dell’11° Congresso (1922): “Ci siamo ritirati per un anno. Noi dobbiamo ora dire, a nome del Partito: basta! Lo scopo cui la ritirata mirava è raggiunto. Questo periodo sta per finire o è finito. Ora un altro obiettivo si impone: raggruppare le forze”. Raggruppare le forze non certo per lasciare coesistere piano e mercato, pubblico e privato, socialismo e capitalismo come si è immaginato Sorini, ma raggruppare le forze per procedere all’edificazione del socialismo. Attribuire a Lenin perplessità sull’edificazione socialista nella Russia arretrata dove i bolscevichi avevano preso il potere è davvero un falso storico, per non dire una mostruosità. Ma Sorini, insieme ai professori di “Marx XXI Secolo” si ostinano ad usare l’espressione “transizione”; a loro andrebbe bene che si dicesse non “la Rivoluzione d’Ottobre”, ma “la Transizione d’Ottobre”; per loro i bolscevichi non hanno fatto una rivoluzione socialista ma hanno semplicemente gettato le basi per una “transizione”. Nella testa di Sorini “l’ultimo Lenin” capì che la “transizione” sarebbe stato un processo lento (decenni, forse secoli chi sa). Anni fa si costituì un “Centro studi per la Transizione” che doveva decidere se la Russia Sovietica fosse “transitata” verso il socialismo oppure no. Di questo centro faceva parte anche Sorini. Del “verdetto” ufficiale emesso da questo simposio professorale (la Russia è “transitata” verso il socialismo o la “transizione” si è bloccata?) non se ne è saputo più niente. Lo ha emesso però Sorini il verdetto nel suo libro, a pag 40,  usando il condizionale perché  a differenza di Krusciov, in Italia la politica demolitoria si fa con maggiore accortezza  e fair play. Dice Sorini: ”In Urss vi è un deficit di democrazia socialista: il potere effettivo di decisione e controllo non coinvolge la totalità delle masse lavoratrici. Nel complesso si determina un sistema economico-sociale che potrebbe (notate il condizionale) essere definito di ‘transizione bloccata’”(Ecco il verdetto!!). Quindi, ahimé, transizione bloccata. Ragazzi, rassegnatevi! Piuttosto che “rivoluzionari”, chiamatevi “transizionari”!

Questi teorici della “transizione” (bloccata) sono insaziabili, non gli basta che i bolscevichi abbiano regolato i conti con Nicola l’Impiccatore,  espropriato i capitalisti,  tolto la terra alla Corona, ai nobili latifondisti e ai kulaki e l’abbiano data ai contadini; non gli basta che abbiano fatto della Russia arretrata la seconda potenza mondiale; eliminato l’analfabetismo che raggiungeva punte del 90% e abbiano in pochi anni elevato la cultura popolare innalzandola a livelli mai raggiunti negli stessi paesi capitalistici; non gli basta che abbiano costruito uno Stato socialista comprendente un gran numero di nazionalità, non capiscono che quando la borghesia ha tentato di distruggere il Paese dei Soviet queste nazionalità: Russi, Ucraini, Georgiani, Azeri, Bielorussi, Estoni, Lettoni, Kazaki, Kirghisi, Lituani, Moldavi, Tagiki, Turkmeni, Uzbeki  si sono stretti attorno al loro governo, la parola d’ordine era “tutto per il fronte!”, hanno lavorato 14-18 ore al giorno per l’Esercito Rosso per produrre armi, munizioni, aerei, carri armati, navi da guerra e hanno sconfitto l’hitlerismo liberando l’Europa intera; non gli basta che abbiano scosso dalle fondamenta il dominio dell’imperialismo e chiamato i popoli d’Asia, Africa e America Latina a scrollarsi di dosso il colonialismo. Se solo si paragonasse la catastrofe del crollo dell’Urss (dove, addirittura, l’aspettativa di vita si è notevolmente abbassata) all’Unione Sovietica staliniana, basterebbe questo metodo “comparatistico” per riconsiderare che le conquiste di quell’epoca  furono davvero grandi. Ma evidentemente non adottano questi metodi gli intellettuali della “transizione”, non le “vivono” le vicende del comunismo, stanno sempre lì ad analizzare con un presunto distacco “scientifico” avvenimenti ridotti a  vicende smorte. I grandi storici non sono pallosi, se leggete Mathiez, accanto al rigore nella ricerca e interpretazioni delle fonti, voi sentite vibrare nelle sue pagine, per così dire, uno spirito partecipativo agli eventi che invano cerchereste in uno storico mediocre. Una volta Marx citò il commediografo latino Terenzio:“Nihil humani mihi alienum est”: (nulla di ciò che è umano mi è estraneo). Perché non dovrebbe valere anche per uno storico? Nelle  vene di questi intellettuali della “transizione” invece,  scorre sangue freddo come nei pesci, sono degli intellettuali-pesci. ..(continua)

Amedeo Curatoli 

RICOSTRUIRE IL PARTITO “COMUNISTA” Ovvero: EVOCARE FANTASMI (Seconda parte)

RICOSTRUIRE IL PARTITO “COMUNISTA” Ovvero: EVOCARE FANTASMI (Seconda parte)

La scissione del campo socialista è un argomento cruciale. Occorre citare i documenti politici della polemica  Cina-Urss e Albania-Urss che investì il movimento comunista mondiale e non confezionare storie inventate di sana pianta dal togliattiano Sorini in pieno stile togliattiano, in piena tradizione togliattiana, per addormentare la gente, per ingannarla e instupidirla con le togliattiane ricette pacifistiche fraudolenti che hanno portato, alla lunga, alla distruzione del Partito comunista nel nostro Paese e che trovano in Sorini un ripetitore a scoppio ritardato, “lucido”, “scientifico” e “rigoroso” come un pugile suonato. Sorini scrive (pag. 46) che “tale rottura  intervenuta negli anni 60 sul terreno della lotta ideologica e politica tra i partiti comunisti cinese e sovietico (grave omissione: accanto alla Cina si schierò anche il grande Enver Hoxa) riguardava  “le strategie della transizione (e dàgli con questa stramaledetta “transizione”), il rapporto partito-masse  il ruolo e il modo di affrontare le contraddizioni in una società di transizione (ancora!!). No, caro Sorini si parlava non delle cretinate che dici tu, si parlava soprattutto di guerra, si parlava del pericolo che una scissione del campo comunista avrebbe aperto varchi inaspettati all’aggressione imperialista Usa. I marxisti leninisti guardavano in faccia alla realtà, non addormentavano le coscienze, sapevano che nonostante i successi del movimento mondiale per la difesa della pace la terza guerra mondiale incombeva sull’umanità. Poco prima di morire Stalin, in polemica con chi si illudeva che il grande movimento per la pace potesse scongiurare la guerra scrisse: “Nonostante tutti questi successi del movimento per la difesa della pace, l’imperialismo continua a sussistere, conserva le sue forze e – per conseguenza continua a sussistere l’inevitabilità delle guerre. Per eliminare l’inevitabilità delle guerre è necessario distruggere l’imperialismo”(Problemi economici del socialismo in Urss).

 

Alla Conferenza degli 81 Partiti comunisti e operai tenuta a Mosca il 16 novembre 1960 Enver Hoxa dichiarò:

” Il movimento comunista nel suo complesso si è ampliato, rafforzato e temprato. I partiti comunisti e operai in tutto il mondo sono divenuti una forza colossale, che porta avanti l’umanità verso il socialismo, verso la pace. Come si rivela anche nel progetto di dichiarazione che è stato preparato, il nostro campo socialista è molto più forte del campo imperialista. Il socialismo si rafforza di giorno in giorno ed è in continua ascesa mentre l’imperialismo si indebolisce, si decompone. Dobbiamo accelerare questo processo con tutti i mezzi e con tutte le forze di cui disponiamo. Vi perverremo se resteremo fermamente fedeli al marxismo-leninismo e lo applicheremo correttamente. Altrimenti non faremo che frenarlo, poiché abbiamo di fronte nemici feroci che dobbiamo vincere e annientare, abbiamo di fronte l’imperialismo con alla testa quello americano. Noi vogliamo la pace mentre l’imperialismo non la vuole e si prepara ad una nuova terza guerra mondiale. Dobbiamo lottare con tutte le nostre forze per evitare la guerra mondiale e far trionfare nel mondo una pace giusta e democratica. A ciò si giungerà quando costringeremo l’imperialismo a disarmare. L’imperialismo non deporrà le armi di sua propria volontà. Credere ad una possibilità del genere significa illudere se stessi e ingannare gli altri. Dobbiamo quindi opporre all’imperialismo la colossale forza economica, militare, morale, politica e ideologica del campo socialista e al tempo stesso le forze unite dei popoli del mondo intero al fine di sabotare in tutti i modi possibili la guerra che preparano gli imperialisti”.

Ma, tragicamente, la “colossale forza economica, militare, morale, politica e ideologica del campo socialista” fu spezzata da Krusciov (e Sorini sorvola su questo piccolo dettaglio). Krusciov fece di tutto per terrorizzare il genere umano: “I missili e le bombe nucleari creati alla metà di questo secolo hanno cambiato la vecchia concezione della guerra, l’esplosione di una sola di queste potenti bombe termonucleari sorpassa, in forza esplosiva tutte le munizioni delle precedenti guerre ivi comprese la prima e la seconda guerra mondiale”; “Molte migliaia di queste bombe sono state accumulate. Hanno i comunisti il diritto di ignorare questo pericolo?”; “Dobbiamo noi spiegare ai popoli di tutto il mondo le conseguenze di una guerra termonucleare?”; “I compagni cinesi ovviamente sottovalutano tutti i pericoli di una guerra termonucleare”; “Nessuno, neanche un grande Stato (nota bene: anche gli Stai Uniti sono un grande Stato, ma non hanno mai detto nulla di simile) ha il diritto di giocare con il destino di milioni di persone” (“Lettera aperta del Comitato Centrale del Pcus a tutti i Partiti e Organizzazioni, a tutti i comunisti dell’Unione Sovietica” 14 luglio 1963). Quindi erano i Cinesi,  già allora sotto il mirino termonucleare del Pentagono, che “giocavano con il destino di milioni di persone”, non gli imperialisti Usa.  Krusciov dichiarò anche che ”l’Unione Sovietica e gli Stati Uniti avrebbero deciso il destino dell’umanità”, affermò che i circoli dirigenti americani erano animati da un sincero desiderio di pace”. Ma queste cose Sorini le sa? Le ha mai lette? Si è mai reso conto che Krusciov , nel diffondere il terrore per le armi atomiche, lavorava egregiamente per l’imperialismo americano? Krusciov non diceva: bisogna distruggere le atomiche, diceva: stiamoci attenti, le atomiche sono terribili! Il che equivaleva, di fatto,  ad un appello ai popoli del mondo a genuflettersi alla potenza americana! Questo schifosissimo omiciattolo controrivoluzionario che aveva illegittimamente ereditato la grande potenza termonucleare dell’epoca staliniana invece di contrapporsi da pari a pari all’imperialismo (incoraggiando i popoli), sproloquiava, come un qualsiasi cretino pacifista, per farsi ammirare dai “circoli dirigenti americani”.

La formula di Mao Zedong “l’Imperialismo è una tigre di carta” (intendendo dire che strategicamente l’imperialismo era destinato a scomparire) fu arrogantemente irrisa da Krusciov, da Togliatti e  da altri dirigenti dei partiti comunisti occidentali. I comunisti cinesi la spiegavano così: L’imperialismo ha sempre due tattiche: la tattica della guerra e la tattica della ‘pace’; quindi il proletariato e i popoli di tutti i paesi debbono anch’essi usare due tattiche per affrontare l’imperialismo: la tattica di smascherare la frode di pace dell’imperialismo e lavorare energicamente per una pace mondiale genuina, e la tattica di essere pronti ad usare una giusta guerra per mettere fine alla guerra ingiusta dell’imperialismo se e quando l’imperialismo dovesse scatenarla” (Viva il leninismo, editoriale di ‘Bandiera Rossa’, 16 aprile 1960). (Rifletta Sorini: “essere pronti ad usare una giusta guerra per mettere fine alla guerra ingiusta dell’imperialismo”)

Emilio Sarzi Amadé, intellettuale togliattiano, impegnato a dimostrare che sul problema della via parlamentare al socialismo e su quello della guerra e della pace Krusciov aveva perfettamente ragione, così commentò questo passo: L’esperienza nazionale del passaggio al socialismo, che ai cinesi costò 22 anni di guerre e di rivoluzioni, induce ‘Viva il leninismo’ a prendere posizione anche su questo problema (intende dire: i cinesi non solo respingono la via parlamentare al socialismo, ma anche la ‘nuova’ linea sulla guerra e la pace) la cui soluzione i comunisti cinesi non vedono se non negli stessi termini in cui essa è posta nel loro paese” (Rinascita, vol 3°, pag. 1379) come a dire: questi cinesi non hanno fatto altro che combattere, per 22 anni, bisogna capirli, il loro orizzonte non può essere altro che la guerra, non sono dei raffinati leninisti come noi che abbiamo “stabilito”, innovativamente, che una terza guerra mondiale non ci sarà più. Togliatti, che non volle mai ammettere il carattere di svolta del 20° congresso del Pcus, arrivò a paragonare la linea kruscioviana sulla guerra e la pace a quella del 7° Congresso dell’Internazionale comunista. Egli, per “dimostrare” la continuità teorica, politica e storica fra il 7° Congresso dell’I.C. e il XX Congresso del Pcus, arrivò (autolesionisticamente) a citare sé stesso: Si prenda il tema della pace e della guerra. Si leggano le relazioni di Dimitrov e di Ercoli al 7° Congresso della Internazionale comunista…Ivi si troverà chiaramente dimostrata la possibilità che venga evitato lo scoppio di un secondo conflitto mondiale” (Rinascita, cit. pag.1071). A parte il fatto che se davvero fosse stata dimostrata la possibilità di evitare la guerra, si sarebbe trattato di una dimostrazione “per assurdo”, visto che poi la seconda guerra mondiale scoppiò per davvero. Ma leggiamo che cosa disse Dimitrov a quel 7° Congresso dell’IC: “I popoli d’Occidente commetterebbero un fatale errore se si lasciassero cullare dall’illusione che i mercanti di guerra fascisti in Europa ed in Estremo Oriente smetteranno di minacciare la guerra. I popoli confinanti con la Germania hanno di che nutrire i loro seri timori riguardo alla difesa della loro indipendenza e libertà”. E più avanti: “In caso di una diretta minaccia di guerra da parte di un’aggressore fascista, i Comunisti, ribadendo che soltanto il potere proletario è capace di assicurare una vera difesa del paese e della sua indipendenza, come è dimostrato in modo chiaro e semplice dall’Unione Sovietica, cercheranno di formare un governo di Fronte popolare (ed è ciò che effettivamente fecero in tutta l’Europa dell’Est)”. Non c’è forse in questo discorso il nesso dialettico “maoista” guerra-rivoluzione? Che cosa ha a che vedere un tale linguaggio rivoluzionario con quello vile, disarmante e capitolazionista di Krusciov? Come è possibile che Togliatti  abbia voluto rendere un così cattivo servizio a se stesso addossando all’ Ercoli del 7°Congresso dell’I.C. il sudiciume antileninista del XX Congresso kruscioviano?

Se leggiamo Sorini, che non dice una sola parola sul contrasto di principio che esplose nel 1960 riguardo alla guerra, egli ancora oggi, dopo che sono trascorsi 50 anni da allora, in perfetta sintonia con la tradizione togliattiana (Togliatti era la punta di lancia degli attacchi alla Cina) afferma che fu il grande paese asiatico, e non l’l’Urss di Krusciov, ad avere rapporti privilegiati con l’imperialismo Usa: “La rottura ….porta ad una convergenza tra Cina e Usa per isolare l’Urss considerata allora dalla Cina come ‘nemico principale’”(pag. 46). Non è un’infamia?.

6.- Come si pone oggi il problema della pace e della guerra?

E’ utile stabilire, oggi, se esistono oppure no contraddizioni in seno alla Triade (composta da 1) Usa; 2) Europa; 3) Giappone)? Sorini afferma che le contraddizioni fra queste tre entità imperialistiche “potrebbero” tendere a radicalizzarsi ma allo stesso tempo ad “assopirsi”, a seconda  del contesto, a seconda dei processi economici e politici. Dice che “le contraddizioni possono spostarsi anche rapidamente, possono divenire centrali o secondarie”. Queste sono cose ovvie. Che ci sia un andamento altalenante nei rapporti interimperialistici è scontato. La questione, in termini marxisti leninisti, bisogna  porla in un altro modo: i contrasti interni al mondo imperialista (la Triade) porteranno ad uno scontro armato Europa contro Usa o Giappone e Europa contro Usa? La risposta è: NO. Il ruolo di due elementi della Triade (Europa e Giappone) non può essere (e non lo sarà mai più) un ruolo di primo attore. Due guerre mondiali nate nel cuore dell’Europa per motivi classicamente imperialisti hanno spazzato via dalla scena mondiale l’Europa stessa, relegandola ad un ruolo di secondo piano. Da quelle due guerre mondiali , ne è venuto fuori (tra i due litiganti il terzo gode) un imperialismo dominante, gli Usa,  la cui potenza militare non può essere raggiunta dagli altri due elementi della Triade, per  cui, volenti o nolenti, pur fra contrasti, Europa e Giappone devono obbedire a Washington e al Pentagono. E’un loro destino inevitabile non certo perché  vi sono “affinità elettive” tra questi predoni affamatori del mondo (affinità che pure esistono, ovviamente), ma per motivi geostrategici.  La Triade non si sfascerà per contrasti al suo interno, la Triade non esploderà in interni conflitti armati. Però attenzione: la Triade (con appendice nazisionista) non è superimperialismo, perché la Triade è guerra, è guerra contro la Cina, è guerra contro il resto del mondo. Sorini invece (che dà erroneamente un eccessivo peso ai contrasti interimperialisti), di questi contrasti ne fa una descrizione “sociologica”, nel senso che  non dice se e dove porteranno questi contrasti. Se in politica si fissano determinate premesse, da queste deve scaturire uno schema interpretativo generale che consegue da quelle premesse, e deve alla fine venir fuori una linea politica. Non si può “dire e non dire” per paura di sbilanciarsi, per tenere il piede in più staffe. Se Europa e Giappone, tendenzialmente, si compattano con gli Usa, e bene o male ne seguono la strategia aggressiva mondiale, se ciò è vero,  i marxisti leninisti devono volgere lo sguardo ad altri scenari possibili, ad altre, nuove contraddizioni che possono implicare pericoli di una terza guerra mondiale. Oggi stanno assumendo un ruolo centrale non più gli antagonismi interimperialistici (che hanno portato a due guerre mondiali), ma contrasti fra l’imperialismo nel suo complesso (la Triade a guida Usa) da una parte, ed un’Associazione (che per ora ha solo carattere economico, finanziario, diplomatico ecc.) di Stati non imperialisti guidati da un paese socialista (la Cina) dall’altra parte. Questi grandi paesi non-imperialisti (che in un futuro non lontano si metteranno sulla strada di aperte alleanze militari) sono gli unici a  poter fronteggiare anche militarmente  la superpotenza Usa e i suoi complici. Se non avesse vinto la controrivoluzione kruscioviana (o fosse stata storicamente reversibile) i due schieramenti (come li delineò Enver Hoxa) sarebbero molto più semplici da individuare: da una parte l’imperialismo, dall’altra la “colossale forza economica, militare, morale, politica e ideologica del campo socialista”. Ma la storia non è andata così, e però nemmeno  la storia  “si è fermata”. Oggi è la Cina che tesse la rete antimperialista. Questo scontro che si delinea sotto i nostri occhi e che non è più semplicemente “potenziale” ma  si va definendo in un modo sempre più “leggibile”, induce i marxisti leninisti ad una inequivocabile scelta di campo, ed a svolgere un ruolo attivo nel quadro dei summenzionati schieramenti, guardando diritto in faccia la realtà e dicendo la verità. La verità è che esiste il pericolo di una guerra termonucleare. Il tempo gioca a favore della Cina e a sfavore degli Usa, più anni passano più i rapporti di forza, economici e militari si spostano a vantaggio della Cina e della coalizione messa in campo e favorita dalla Cina e a svantaggio degli Usa. Le due precedenti guerre mondiali, come dice Sorini (questa volta giustamente!) sono “scoppiate per  molto meno”. Il progressivo, inarrestabile processo di sviluppo ineguale (che non è più come per il passato fra paesi imperialisti) fra la Cina e i suoi alleati da una parte e l’imperialismo dall’altro, accelera enormemente il pericolo di un nuovo conflitto mondiale che può esplodere in qualsiasi momento. E’ una corsa contro il tempo: la Cina ha bisogno di pace e stabilità per completare il suo sviluppo, gli Usa non glielo vogliono concedere. Tirare ancora in ballo il “superimperialismo” è un elemento di scolasticismo dottrinario che non serve più a niente se non a confondere le idee. Il “superimperialismo” era l’illusione socialdemocratica pacifista del superamento dei conflitti armati, questo “superimperialismo” è stato sbriciolato dalla Prima e dalla Seconda guerra mondiale, ora basta, smettiamo di nominarlo che diventa solo uno spauracchio, non esiste più. E meno che mai dobbiamo citare a questo proposito Negri (ciò che fa Sorini). Il superimperialismo di Hilferding e Kautski -ripetiamo- era una pia illusione riformista di evitare le guerre. Negri invece nel suo “Impero” dice ben altro. In un articolo apparso su “Guerra e Pace” (n.87, marzo 2002) dal titolo “Il sacro impero”, Maria Turchetto, scrive che l’analisi di Negri “si svolge all’insegna di una dialettica di stampo prettamente hegeliano: è la storia della sovranità occidentale, quasi una Filosofia dello Spirito ad uso dei nordamericani, poiché “il percorso dello Spirito culmina qui, anziché nello Stato prussiano, nella Costituzione degli Stati Uniti” e più oltre: “L’esito dei coloni verso le Americhe – moltitudine che si sottrae alla modernità – riscopre l’umanesimo rivoluzionario del Rinascimento perfezionandolo in scienza politica e costituzionale” (pag.156), ponendo le premesse di una forma di sovranità affatto diversa da quella prevalsa in Europa.La Rivoluzione americana è rivoluzione autentica (a differenza di quella francese) e gli Stati Uniti sono fin dall’origine – fin dalla Costituzione – Impero e non Stato-nazione; per di più un Impero del Bene, o almeno un Impero del Meno Peggio“. Capito? Quindi è totalmente inutile continuare a tirare ancora in ballo questo ex operaista divenuto lacché dell’imperialismo. Il richiamo a Negri crea ancora più confusione e impedisce di focalizzare ciò che ha rilevanza ai fini della rivoluzione antimperialista mondiale.

Sorini che pur individua (marxisticamente, finalmente!) nell’odierno schieramento guidato dalla Cina una concreta e realistica forza antimperialista, non perde però l’abitudine revisionista di diffondere illusioni sul fatto che sia possibile mettere pacificamente la camicia di forza all’imperialismo: “Vincere la lotta per la pace e il disarmo (che passa per l’affermazione di un Trattato internazionale vincolante che comporti la messa al bando e la distruzione di tutte le armi di distruzione di massa) è una battaglia storica prioritaria, di lungo periodo”(pag. 90.). Fare affidamento su un movimento di lotta per la pace che costringa gli Usa a firmare un trattato internazionale “vincolante” che comporti la distruzione delle armi atomiche è un sognare ad occhi aperti, è la riproposizione di una tesi kruscioviana contro cui parlarono i marxisti leninisti cinesi e albanesi nel succitato incontro a Mosca. Che cosa sarebbero gli Usa senza le armi termonucleari? Non farebbero paura più a nessuno, crollerebbe catastroficamente il dollaro (non capiscono i teorici della transizione che sono queste migliaia di bombe americane sparse nel mondo che danno agli Usa il potere di stampare dollari a volontà?), andrebbero precipitosamente incontro alla bancarotta totale, si aprirebbero così, nel loro paese, grandiosi scenari di rivoluzione. Gli strateghi del Pentagono le sanno bene queste cose, figurarsi se acconsentirebbero a firmare i trattati della loro autocastrazione. Ma Sorini, continuando a sognare ad occhi aperti, ci racconta che il “trattato vincolante” aprirebbe all’umanità “prospettive più avanzate di liberazione” e “i settori più aggressivi dell’imperialismo” sarebbero sconfitti (pag. 91). Prima cosa: tutti i settori dell’imperialismo sono “più aggressivi”,  soltanto il Candido Sorini parla della presidenza Obama come di una “variante più soft e articolata dell’imperialismo” (ora che anche la popolazione nera d’America comincia a schifare Obama perché ha capito l’inganno!). E poi che cosa sono le oniriche “prospettive più avanzate di liberazione” soriniane? Sembra di sentire Togliatti: quanti milioni di volte il “Migliore” ha parlato di “prospettive più avanzare”, “equilibri più avanzati” mentre la dittatura borghese retrocedeva immancabilmente verso “prospettive più arretrate” e verso “equilibri più arretrati” fino ad arrivare all’attuale merdume di ministre prostitute e capi di governo ricottari?

E’ fuor di dubbio che l’imperialismo sarà annientato, non saranno le bombe atomiche a distruggere l’umanità, ma sarà l’umanità a distruggere le bombe atomiche. E tutto ciò accadrà non per quel “Trattato vincolante” che si firmerà nella Wonderland del  Sorini ridiventato bambino e amante delle favole. Le bombe termonucleari, per essere distrutte devono essere impiegate o devono essere “sul punto” di essere impiegate. La formula di Mao Zedong: o la rivoluzione ferma la guerra o la guerra suscita la rivoluzione è ancora valida. Qui i trattati non c’entrano niente, c’entrano le guerre e le rivoluzioni. Attribuire agli imperialisti del IV Reich comportamenti da persone normali è fuori dalla realtà. Se due Guerre mondiali (per nostra fortuna di rivoluzionari) non hanno insegnato niente all’imperialismo, possibile che non abbiano insegnato nulla nemmeno a gente che si definisce comunista? Se impostiamo correttamente il problema della pace e della guerra, invece di allungare a dismisura i tempi nella vana attesa di “trattati”, dobbiamo porre immediatamente all’ordine del giorno la questione dei pericoli mortali che corre la nostra penisola a causa dei trattati segreti di tradimento nazionale della borghesia italiana con gli Usa. Dobbiamo denunziare da subito che l’Italia è un deposito di bombe termonucleari, per cui, in caso di esplosione di una guerra termonucleare (che i marxisti leninisti non devono assolutamente escludere) il nostro Paese sarà un obiettivo “sensibile”.

7.-  Il programma  soriniano del futuro partito “comunista” da ricostruire è la riproposizione anacronistica di una via togliattiana al “socialismo”.

E’ un programma che si compendia in una lista di obiettivi presentati come di possibile attuazione all’interno degli attuali rapporti di classe; obiettivi mirifici che cancellano l’incompatibilità fra comunismo e capitalismo, che fanno credere alle masse lavoratrici, ai disoccupati,  ai diseredati, agli oppressi, che sia possibile il raggiungimento di avanzati traguardi sociali e politici all’interno di una società (borghese) che regredisce di anno in anno, sempre più arretrata, inetta e corrotta; è la riproposizione, dopo oltre mezzo secolo, di qualcosa che assomiglia alle “riforme di struttura” togliattiane altrimenti chiamate; è un programma che si guarda bene dal nominare (non fosse che un semplice nominare) una prospettiva di rivoluzione. Si parla di: un nuovo rapporto tra Stato e mercato, tra pubblico e privato, tra proprietà pubblica e proprietà individuale (e chi imporrebbe questo “nuovo rapporto di proprietà” se non la rivoluzione socialista che non è una rivoluzione culturale ma è una rivoluzione che capovolge, all’indomani della presa del potere proprio i rapporti di proprietà?); si parla di “rimettere in discussione” la democrazia in Occidente, si parla di riforme istituzionali e costituzionali, di leggi elettorali, della “centralità del Parlamento come paradigma della democrazia sostanziale”.  Rimettere  in discussione la “democrazia in Occidente” è una frase sonora, dietro cui si cela un puro inganno riformista poiché tale rivendicazione non si situa all’interno di una prospettiva rivoluzionaria. Le “riforme istituzionali e costituzionali” (cioè il ripristino degli assetti giuridici fissati nella Carta costituzionale dell’Italia post-fascista) sono impossibili, la legge elettorale attuale è peggiore della “legge truffa” contro cui insorse il vecchio Pci; la marcia borghesia dominante non può permettersi più neanche una legge elettorale proporzionale. Sorini evidentemente non sa che fin dai tempi remoti del nostro Risorgimento le reazionarie dinastie regnanti concedevano le Costituzioni -che allora si chiamavano Statuti- in tempi difficili per loro, e poi, riassestatesi al potere, se le rimangiavano. E’ esattamente ciò che è avvenuto in Italia dal 1948 ad oggi. E poi…questo Parlamento borghese (i revisionisti preferiscono non mettere mai quest’aggettivo davanti alla sacra parola “Parlamento”) decaduto via via a vero e proprio mercato delle vacche dove la compravendita dei deputati e senatori per puntellare maggioranze in pericolo avviene spudoratamente, sotto gli occhi di tutti, questo parlamento, dicevamo, Sorini si illude che sia possibile rigenerarlo, farlo  ridiventare  sede di “democrazia sostanziale”. Bene, ammettiamo che siano rivendicazioni raggiungibili, cioè realistiche: come sarà possibile arrivarci? “Tutto ciò -avverte Sorini- richiede la pazienza e la severità degli studi”. E qui ci viene in mente ciò che una volta ci raccontò un operaio: che un vecchio partigiano con il fucile a tracolla, in una borgata romana, si avvicinò a Togliatti e gli chiese: ”compagno Segretario, .quando facciamo la rivoluzione?”, Togliatti battendogli la mano sulla spalla gli disse: “studia, compagno, studia…” Da allora sono trascorsi 67 anni e Sorini, discepolo e ammiratore di Togliatti,  ancora ci ammonisce a studiare.

 

Sorini è un togliattiano ortodosso, quelli di Marx XXI secolo sono togliattiani ortodossi.”Un primo nodo di riflessione storica –c’è scritto nel libro a pag. 256)- riguarda l’VIII congresso del Pci (1956), quello della via italiana al socialismo. Questo congresso rappresenta – ciò è da tutti riconosciuto (cioè da tutto il simposium di Marx XXI secolo n.d.r.) un grande passo avanti nell’elaborazione del Pci, un congresso di grande innovazione qualitativa: e se Gramsci era stato il protagonista della svolta del Congresso di Lione (1926), qui è Togliatti il protagonista della linea del partito nuovo.” Il passo citato non ha bisogno di commenti, si commenta da sé. E’ il recupero pieno di Togliatti, l’”innovatore” della via italiana al socialismo (che ha portato alla distruzione del comunismo in Italia). Prendetevelo Togliatti, egregi signori di Marx XXI secolo, ve lo lasciamo volentieri. Ma non strumentalizzate Gramsci, come fece Togliatti. Gramsci non vi appartiene, il Gramsci delle Tesi di Lione era un grande rivoluzionario, era il comunista italiano che la Terza Internazionale volle alla testa del Pcd’I. Il Togliatti dell’VIII Congresso del ’56, invece, è stato l’artefice di una svolta antileninista su tutta la linea. Questa svolta è ampiamente documentata, non solo negli scritti e discorsi di Togliatti ma anche  nei tentativi “teorici” di molti intellettuali “organici” a Togliatti di conciliare leninismo e via pacifica al socialismo. A distanza di oltre mezzo secolo, e visto ciò che è diventata l’Italia di oggi, non vi accorgete di quanto lontane fossero dalla realtà della lotta di classe rivoluzionaria le formule teoriche “innovative” del “Migliore”?

L’VIII Congresso del Pci non fu un grande passo avanti come dite voi ma un grande passo indietro, non fu un congresso di grande innovazione qualitativa ma, al contrario un regresso verso vecchie posizioni socialdemocratiche espresse in modo nuovo, cioè in modo “revisionista moderno”.

Come voi, signori di Marx XXI secolo, ignorate (come abbiamo visto prima) i motivi della grande polemica internazionale dei marxisti leninisti contro Krusciov da parte dei compagni cinesi e albanesi, così respingete -ripetiamo- le critiche (grandiose e ancora attuali – andatevele a leggere!) del Pcc in due famosi opuscoli contro Togliatti.

Antonio Gramsci  quando fu arrestato, aveva 37 anni. Lo hanno torturato, gli impedivano di dormire. Ingaggiò una lotta eroica contro la degradazione morale intellettuale e fisica nella quale il  regime carcerario fascista voleva farlo precipitare. Riuscì a resistere solo dieci anni. Morì giovanissimo, a 47 anni anni. Egli scrisse, scrisse disperatamente su tutto ciò che il regime di censura gli consentiva di leggere in carcere, inutile dire: nessun libro di marxismo, e su ogni argomento, sia pure il più lontano dai drammi che viveva il mondo esterno (nel quale l’imperialismo stava preparando la Seconda guerra mondiale) espresse idee profonde e originali. Chi non tiene conto delle condizioni nelle quali Antonio Gramsci si trovò forzatamente immerso, non è un marxista. E’ del tutto comprensibile che egli, nel totale isolamento (gli impedirono finanche, criminalmente, di vedere i suoi bambini – la rivoluzione proletaria regolerà definitivamente i conti con i fascisti, senza amnestie) e lontano dalla vita pulsante del movimento comunista mondiale (egli che aveva frequentato i circoli dirigenti della Terza Internazionale a Mosca), abbia potuto sopravvalutare la durata e la forza “egemonica” del regime fascista e accedere all’idea che, a differenza di quanto scrisse nelle Tesi di Lione, la rivoluzione proletaria potesse avere tempi più lunghi. Espresse queste idee parlando di “guerra di posizione” e di “casematte” da conquistare progressivamente. Ma pochissimi anni dopo, questa visione dei tempi lunghi fu contraddetta dall’esplodere della guerra partigiana che fu rivoluzione armata antifascista che poteva sfociare in rivoluzione socialista. L’insurrezione partigiana non fu “guerra di posizione” ma guerra di movimento in cui le “casematte” del nemico vennero conquistate di slancio, armi alla mano. Bisognava solo che il Pci desse l’ordine di farla finita  anche con il capitalismo (e chi sa come sarebbero andate le cose se a dirigere il Pci vi fosse stato Gramsci!)

 

La Democrazia progressiva fu teorizzata da Curiel nel fuoco della rivoluzione antifascista (tale è stata la guerra di Resistenza). Era una tattica per giungere, ininterrottamente, dall’abbattimento del fascismo al socialismo, dalla dittatura borghese alla dittatura del proletariato, come avvenne in tutti i paesi dell’Europa dell’Est. Questa tattica fu discussa e approvata al Quinto congresso del Pci e ne diventò la linea ufficiale. La democrazia progressiva, per poter “progredire” fino al socialismo avrebbe dovuto  fondarsi sui Comitati di Liberazione Nazionale (CLN) che sarebbero divenuti gli organi “istituzionali” del nuovo Stato antifascista. Uno Stato di tale genere avrebbe determinato il massimo di condizioni favorevoli per i comunisti. Secchia affermò :“Prima, durante e dopo l’insurrezione, dovremo riuscire a coprire le nostre città e le nostre campagne di una rete di migliaia e migliaia di Comitati di liberazione, di fabbricato, di villaggio, di officina. Saranno questi gli organismi popolari su cui poggia il movimento insurrezionale, sui quali poggerà il governo democratico in Italia. Senza questi organismi, base del potere popolare, è vano parlare di democrazia progressiva”.  Questa battaglia fu persa, il suffragio universale ebbe esiti catastrofici. De Gasperi in seguito alla vittoria elettorale, fece un colpo di Stato, cacciò via dal governo  comunisti e  socialisti e la “Repubblica nata dalla Resistenza” si avviò ad essere un’ordinaria repubblica borghese che sotterrò definitivamente la Democrazia progressiva e instaurò al suo posto una “Democrazia regressiva”. Il Pci, e in particolare Togliatti, furono aspramente criticati da Dimitrov per non aver opposto alcuna resistenza al colpo di Stato reazionario.

L’idea di Democrazia progressiva era strettamente intrecciata a organi insurrezionali armati (i CLN) per questo essa visse un momento storico transitorio, quando larghe masse di popolo erano in armi e aspettavano direttive (questo è assolutamente certo!) per passare alla rivoluzione socialista.  La Democrazia progressiva configurava un dualismo di potere dal quale bisognava venir fuori in un modo o nell’altro, o in avanti, verso il socialismo, o all’indietro verso la restaurazione della repubblica borghese. Dire di voler attuare oggi la tattica della Democrazia progressiva è un imbroglio, significa non aver capito né quella parola d’ordine, né la storia della lotta armata antifascista in cui quella parola d’ordine si inseriva.. Dice il libro a pag. 216: “Togliatti è stato in Italia il principale interprete politico di Gramsci: la strategia della democrazia progressiva e delle riforme di struttura si iscrive in quella “guerra di posizione”, imposta dalla struttura del potere capitalistico organizzata attraverso i diversi centri e istituzioni della società civile…ecc.”. Innanzitutto Togliatti non è stato l’ interprete politico di Gramsci, ma il manipolatore e lo strumentalizzatore del pensiero di Gramsci per piegarlo ai suoi fini, per dare lustro alla sua antileninista “via italiana al socialismo” attribuendone la paternità spirituale ad Antonio Gramsci.

Come si vede in questa citazione, Sorini mette insieme: A)  la “democrazia progressiva” di Curiel-Secchia B) le “riforme di struttura” di Togliatti; C) la “guerra di posizione” di  Gramsci . Queste tre categorie politiche non possono stare insieme, sono cose diverse tra loro, altrimenti si falsifica la storia del Pci, se ne fa una ricostruzione postuma “restaurata” e abbellita allo scopo di dare un quadro d’insieme nel quale tutto si compone armoniosamente. Al partito comunista che vogliono “ricostruire”,  Sorini, Diliberto & C intendono dare, come fece Togliatti,  nobili natali, nobili ascendenze, ma oltre a Gramsci vi aggiungono anche Secchia (che invece da Togliatti fu epurato!). A che scopo? Allo scopo di riproporre un’aggiornata, riformista, pacifista, parlamentare, istituzionale, estenuante, secolare via pacifica al nulla.

Prima di concludere, un’ultima delucidazione su tre categorie inconciliabili fra loro.

A) La Democrazia progressiva. Il terreno si scontro fra Togliatti e il gruppo dirigente politico-militare della guerra partigiana di cui Secchia era un esponente noto e di grande prestigio verteva proprio sul come intendere la democrazia progressiva e i Comitati di Liberazione Nazionale. Mentre Secchia, come si è visto, considerava questi ultimi gli strumenti essenziali ed esclusivi di “un governo democratico in Italia”, Togliatti li vedeva come organi transitori che dovevano cedere il potere alle truppe Alleate come era  giusto che fosse, e affiancare queste ultime nell’esercizio del potere. (Ci rendiamo conto che questo è un argomento estremamente serio, che implica una  riscrittura della vera storia del Pci, un riportare alla luce ciò che è stato volutamente messo in ombra o occultato o falsificato. Sono passaggi cruciali di quella storia sui quali i marxisti leninisti ritorneranno più  e più volte. Ma per ora consigliamo la lettura dell’articolo “Il Migliore ha affossato il comunismo in Italia” già messo in rete e apparso anche su: http://www.lanostralotta.org).

            B) Le riforme di struttura. Sono l’asse portante della togliattiana via italiana al socialismo, appartengono ad un altro momento storico che non ha nulla a che vedere con il precedente periodo della democrazia progressiva e dei CLN. La democrazia progressiva era stata sconfitta, l’occasione per instaurare il socialismo (come avvenne in Europa dell’Est) era stata definitivamente perduta. Inserire le riforme di struttura (che nessuno ha visto mai) nella democrazia progressiva è una mistificazione, un inganno.

C) La Guerra di posizione. Ripetiamo cose già dette, ma le vogliamo ripetere. Del Calvario che sono stati gli ultimi dieci anni di vita di Gramsci, assoggettato alla tortura fascista ed al più totale isolamento bisogna tener conto, altrimenti non si è marxisti. In quelle terribili condizioni, che Gramsci affrontò con eroismo ingaggiando una lotta contro l’annichilimento e la morte egli può aver avuto, della rivoluzione socialista, una visione diversa da quella espressa nelle tesi di Lione. Non vogliamo stupidamente contrapporre il Gramsci libero, dirigente carismatico del Pci riconosciuto tale dalla Terza Internazionale, e il Gramsci nel buco nero della trappola fascista. Egli è stato un grande uomo prima del carcere e durante la carcerazione, egli è stato un grande uomo fino alla morte. Ma strumentalizzare un Martire dell’antifascismo è una cosa sconcia, anzi è un’infamia. Ed è ciò che ha fatto Togliatti quando ha assunto strumentalmente “le casematte” e la “guerra di posizione” per incasellarvi dentro la sua teoria antileninista della via pacifica. I rivoluzionari marxisti leninisti italiani si rifiuteranno sempre, per l’eternità, di ritenere Antonio Gramsci il teorico “ante litteram” di una via parlamentare al socialismo, e additeranno al disprezzo il moderno revisionismo italiano per aver compiuto tale operazione.

           

            Amedeo Curatoli


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