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Le lotte di classe in Francia dal 1848 al 1850

Marx (1850)

I

La disfatta del giugno 1848

Dal febbraio al giugno 1848

Dopo la rivoluzione di luglio il banchiere liberale Laffitte, accompagnando il suo compare, il duca di Orléans, in trionfo all’Hôtel de Ville [1], lasciava cadere queste parole: “D’ora innanzi regneranno i banchieri”. Laffitte aveva tradito il segreto della rivoluzione.

Sotto Luigi Filippo non regnava la borghesia francese, ma una frazione di essa, i banchieri, i re della Borsa, i re delle ferrovie, i proprietari delle miniere di carbone e di ferro e delle foreste, e una parte della proprietà fondiaria venuta con essi a un accordo: la cosiddetta aristocrazia finanziaria. Essa sedeva sul trono, essa dettava leggi nelle Camere, essa distribuiva gli impieghi dello Stato, dal ministero allo spaccio dei tabacchi.

La borghesia industriale propriamente detta formava una parte dell’opposizione ufficiale, era cioè rappresentata nelle Camere solo come minoranza. La sua opposizione si presentava in modo tanto più deciso, quanto più nettamente si sviluppava il dominio esclusivo dell’aristocrazia finanziaria e quanto più essa stessa, soffocate nel sangue le sommosse del 1832, 1834 e 1839 [2], si immaginava fosse assicurato il suo dominio sopra la classe operaia. Grandin, industriale di Rouen, il più fanatico portavoce della reazione borghese tanto nell’Assemblea nazionale costituente come nella legislativa, era nella Camera dei deputati il più violento avversario di Guizot. Léon Faucher, noto più tardi per i suoi sforzi impotenti di elevarsi alla funzione di Guizot della controrivoluzione francese, negli ultimi tempi di Luigi Filippo condusse una guerra a colpi di penna per l’industria, contro la speculazione e il suo tirapiedi, il governo. Bastiat, in nome di Bordeaux e di tutta la Francia vinicola, faceva dell’agitazione contro il sistema dominante.

La piccola borghesia in tutte le sue gradazioni, ed egualmente la classe dei contadini, erano del tutto escluse dal potere politico. Si trovavano infine nell’opposizione ufficiale, oppure erano esclusi del tutto dal pays légal [3] i rappresentanti ideologici e i portavoce delle classi accennate, i loro scienziati, avvocati, medici, ecc.: in una parola, le loro cosiddette capacità.

Il disagio finanziario rese fin dall’inizio la monarchia di luglio dipendente dalla grande borghesia, e la sua dipendenza dalla grande borghesia fu la sorgente inesauribile di un crescente disagio finanziario. Impossibile subordinare l’amministrazione dello Stato all’interesse della produzione nazionale senza stabilire l’equilibrio nel bilancio, l’equilibrio tra le uscite e le entrate dello Stato. E come stabilire questo equilibrio senza limitare le spese dello Stato, cioè senza vulnerare interessi che erano altrettanti sostegni del sistema dominante, e senza riordinare la ripartizione delle imposte, cioè senza rigettare una parte notevole del peso delle imposte sulle spalle della grande borghesia stessa?

EM> L’indebitamento dello Stato era, al contrario, l’interesse diretto della frazione della borghesia che governava e legiferava per mezzo delle Camere. Il disavanzo dello Stato era infatti il vero e proprio oggetto della sua speculazione e la fonte principale del suo arricchimento. Ogni anno un nuovo disavanzo. Dopo quattro o cinque anni un nuovo prestito offriva all’aristocrazia finanziaria una nuova occasione di truffare lo Stato che, mantenuto artificiosamente sull’orlo della bancarotta, era costretto a contrattare coi banchieri alle condizioni più sfavorevoli. Ogni nuovo prestito era una nuova occasione di svaligiare il pubblico, che investe i suoi capitali in rendita dello Stato, mediante operazioni di Borsa al cui segreto erano iniziati il governo e la maggioranza della Camera. In generale la situazione instabile del credito pubblico e il possesso dei segreti di Stato offrivano ai banchieri e ai loro affiliati nelle Camere e sul trono la possibilità di provocare delle oscillazioni straordinarie improvvise, nel corso dei titoli di Stato; e il risultato costante di queste oscillazioni non poteva essere altro che la rovina di una massa di capitalisti più piccoli e l’arricchimento favolosamente rapido dei giocatori in grande. Perché il disavanzo dello Stato era nell’interesse diretto della frazione borghese dominante, si spiega come le spese straordinarie dello Stato negli ultimi anni del governo di Luigi Filippo superassero di molto il doppio delle spese straordinarie dello Stato sotto Napoleone [4] e toccassero quasi la somma annua di 400 milioni di franchi, mentre l’esportazione media complessiva della Francia raggiungeva di rado la somma di 750 milioni di franchi. Le enormi somme che in tal modo passavano per le mani dello Stato davano inoltre l’occasione a contratti di appalto fraudolenti, a corruzioni, a malversazioni, a bricconate d’ogni specie. Lo svaligiamento dello Stato, che si faceva in grande coi prestiti, si ripeteva al minuto nel lavori pubblici. I rapporti tra la Camera e il governo si moltiplicavano sotto forma di rapporti tra amministrazioni singole e singoli imprenditori.

Al pari delle spese pubbliche in generale e dei prestiti dello Stato, la classe dominante sfruttava le costruzioni ferroviarie. Le Camere addossavano allo Stato i carichi principali e assicuravano la manna dorata all’aristocrazia finanziaria speculatrice. Sono nella memoria di tutti gli scandali che scoppiarono alla Camera dei deputati quando il caso fece venire a galla che tutti quanti i membri della maggioranza, compresa una parte dei ministri, partecipavano come azionisti a quelle medesime costruzioni ferroviarie che essi facevano poi, come legislatori, eseguire a spese dello Stato.

La più piccola riforma finanziaria, invece, naufragava davanti alla influenza dei banchieri. Così, ad esempio, la riforma postale. Rothschild protestò contro di essa. Poteva lo Stato ridurre delle sorgenti di reddito da cui egli ricavava le somme per gli interessi del suo debito sempre crescente?

La monarchia di luglio non era altro che una società per azioni per lo sfruttamento della ricchezza nazionale francese, società i cui dividendi si ripartivano fra i ministri, i banchieri, 240 mila elettori e il loro seguito. Luigi Filippo era il direttore di questa società: Robert Macaire sul trono. Commercio, industria, agricoltura, navigazione, gli interessi della borghesia industriale dovevano sotto questo sistema essere continuamente minacciati e compromessi. Governo a buon mercato, gouvernement à bon marché, aveva scritto la borghesia industriale nelle giornate di luglio sulla propria bandiera.

Mentre l’aristocrazia finanziaria faceva le leggi, dirigeva l’amministrazione dello Stato, disponeva di tutti i pubblici poteri organizzati, dominava l’opinione pubblica coi fatti e con la stampa, in tutti gli ambienti, dalla corte sino al Café Borgne [5], si spandeva l’identica prostituzione, l’identica frode svergognata, l’identica smania di arricchirsi non con la produzione, ma rubando le ricchezze altrui già esistenti. Alla sommità stessa della società borghese trionfava il soddisfacimento sfrenato, in urto ad ogni istante con le stesse leggi borghesi, degli appetiti malsani e sregolati in cui logicamente cerca la sua soddisfazione la ricchezza scaturita dal gioco, in cui il godimento diventa gozzoviglia, e il denaro, il fango e il sangue scorrono insieme. L’aristocrazia finanziaria, nelle sue forme di guadagno come nel suoi piaceri, non è altro che la riproduzione del sottoproletariato[6] alla sommità della società borghese.

E le frazioni della borghesia francese che non erano al potere gridavano alla corruzione! Quando nel 1847 sulle scene più elevate della società borghese vennero pubblicamente rappresentati gli stessi spettacoli che regolarmente conducono il sottoproletariato nel bordelli, nel ricoveri di mendicità e nel manicomi, davanti al giudice, in carcere e alla ghigliottina, il popolo gridava: abbasso i grandi ladri! abbasso gli assassini! La borghesia industriale vedeva compromessi i propri interessi, la piccola borghesia era moralmente sdegnata, la fantasia popolare si ribellava. Parigi era inondata di libelli – “la dinastia Rothschild”, “gli ebrei re dell’epoca” ecc. – in cui il dominio dell’aristocrazia finanziaria veniva denunciato e bollato con maggiore o minore spirito.

Rien pour la gloire! La gloria non rende niente! La pace sempre e dappertutto!La guerra fa cadere il corso della rendita al 3 e al 4 per cento. Così aveva scritto sulle sue bandiere la Francia degli strozzini di Borsa. La sua politica estera si perdette perciò in una serie di umiliazioni del sentimento nazionale francese, il quale reagì in modo particolarmente vivace quando con l’annessione di Cracovia all’Austria venne condotto a termine l’assassinio della Polonia, e quando Guizot, nella guerra svizzera del Sonderbund, prese parte attiva a favore della Santa Alleanza. La vittoria dei liberali svizzeri in questo simulacro di guerra risollevò gli spiriti dell’opposizione borghese in Francia; la sanguinosa insurrezione del popolo di Palermo agì come una scossa elettrica sulla massa popolare paralizzata, ne risvegliò i grandi ricordi e le passioni rivoluzionarle [7].

Lo scoppio del malcontento generale, il passaggio dal disagio alla rivolta venne infine accelerato da due avvenimenti economi mondiali.

La malattia delle patate e i cattivi raccolti del 1845 e del 1846 accrebbero l’effervescenza generale del popolo. Il rincaro della vita nel 1847 provocò in Francia, come nel resto del continente, conflitti sanguinosi. Di fronte alle orge svergognate dell’aristocrazia finanziaria, la lotta del popolo per i mezzi di sussistenza indispensabili! A Buzançais l’esecuzione dei rivoltosi per fame [8], a Parigi i truffatori satolli strappati ai tribunali dalla famiglia reale.

Il secondo grande avvenimento economico che affrettò lo scoppio della rivoluzione fu una crisi generale del commercio e dell’industria in Inghilterra. Annunciata già nell’autunno 1845 dalla rovina in massa degli speculatori sulle azioni ferroviarie, contenuta durante il 1846 da una serie di circostanze occasionali come l’imminente abolizione dei dazi sul grano [9], essa scoppiò finalmente nell’autunno del 1847 con la bancarotta dei grandi mercanti di coloniali di Londra, seguita immediatamente dai fallimenti delle banche agricole e dalla chiusura delle fabbriche nei distretti industriali inglesi. Non erano ancora cessate le ripercussioni di questa crisi sul continente, quando scoppiò la rivoluzione di febbraio.

Le devastazioni prodotte nel commercio e nell’industria dall’epidemia economica resero ancora più insopportabile il dominio esclusivo dell’aristocrazia finanziaria. La borghesia di opposizione iniziò in tutta la Francia l’agitazione dei banchetti per una riforma elettorale che avrebbe dovuto permetterle di conquistare la maggioranza nelle Camere e di rovesciare il ministero della Borsa [10]. A Parigi in particolare la crisi industriale ebbe anche la conseguenza di respingere verso il commercio interno una massa di industriali e di grossisti, che nelle condizioni del momento non potevano più fare affari sul mercato estero. Essi impiantarono grandi stabilimenti la cui concorrenza causò la rovina di una massa di droghieri e di bottegai. Quindi una quantità innumerevole di fallimenti in questo settore della borghesia di Parigi, quindi la sua azione rivoluzionaria nel mese di febbraio. E noto come Guizot e le Camere risposero alle proposte di riforma con una sfida aperta; come Luigi Filippo si decise troppo tardi per un ministero Barrot; come il popolo e l’esercito vennero alle mani; come l’esercito fu disarmato grazie al contegno passivo della guardia nazionale; come la monarchia di luglio dovette cedere il posto a un governo provvisorio.

Il governo provvisorio, sorto dalle barricate di febbraio, rispecchiava necessariamente nella sua composizione i diversi partiti che si erano divisa la vittoria. Esso non poteva esser altro che un compromesso tra le diverse classi che insieme avevano abbattuto il trono di luglio [11]; ma i cui interessi erano opposti ed ostili. La sua grande maggioranza era composta di rappresentanti della borghesia. La piccola borghesia repubblicana era rappresentata da Ledru-Rollin e da Flocon, la borghesia repubblicana dagli uomini del “National” [12], l’opposizione dinastica da Crémieux, Dupont de L’Eure, ecc. La classe operaia aveva due soli rappresentanti, Louis Blanc e Albert. Lamartine, infine, dapprincipio non rappresentava nel governo provvisorio nessun interesse reale, nessuna classe determinata; egli era la rivoluzione di febbraio stessa, l’insurrezione di tutti, con le sue illusioni, la sua poesia, il suo contenuto, chimerico e le sue frasi. Del resto questo rappresentante della rivoluzione di febbraio, tanto per la sua posizione che per le sue idee, apparteneva alla borghesia.

Se Parigi, grazie all’accentramento politico, domina la Francia, nei momenti di convulsioni rivoluzionarle gli operai dominano Parigi. Primo atto di vita del governo provvisorio fu il tentativo di sottrarsi a questo influsso preponderante facendo appello alla sobria Francia contro l’ebbra Parigi. Lamartine contestò ai Combattenti delle barricate il diritto di proclamare la repubblica, affermando che solo la maggioranza dei francesi aveva facoltà di farlo, che si doveva attendere ch’essa esprimesse il suo voto, che il proletariato di Parigi non doveva macchiare la sua vittoria con una usurpazione [13]. La borghesia consente al proletariato soltanto una usurpazione: quella della lotta.

Il 25 febbraio, verso mezzogiorno, la repubblica non era ancora proclamata, mentre tutti i ministeri erano già ripartiti tra gli elementi borghesi del governo provvisorio e tra i generali, i banchieri e gli avvocati del “National”. Ma gli operai questa volta erano decisi a non tollerare una mistificazione come quella del luglio 1830. Essi erano pronti a riprendere la lotta e a imporre la repubblica con la forza delle armi. Questo fu il messaggio col quale Raspail si recò all’Hôtel de Ville. In nome del proletariato parigino egli intimò al governo provvisorio di proclamare la repubblica; se questa intimazione del popolo non fosse stata eseguita entro due ore, egli sarebbe ritornato alla testa di duecentomila uomini. I cadaveri dei caduti non erano ancora freddi, le barricate non erano ancora state rimosse, gli operai non erano ancora disarmati, e l’unica forza che si potesse opporre loro era la guardia nazionale. In tali circostanze svanivano immediatamente le savie considerazioni politiche e gli scrupoli di coscienza giuridici del governo provvisorio. Non era trascorso il termine di due ore, e già su tutti i muri di Parigi splendevano le storiche grandiose parole:

Rèpublique française! Libertè, Egalité, Fraternité! [14].

Con la proclamazione della repubblica sulla base del suffragio universale si spense persino il ricordo degli scopi e degli obiettivi limitati che avevano spinto la borghesia alla rivoluzione di febbraio. Invece di alcune poche frazioni della borghesia, tutte le classi della società francese furono gettate di colpo nella cerchia del potere politico, costrette ad abbandonare i palchi, la platea, la galleria, e a recitare in persona sulla scena della rivoluzione! Con la monarchia costituzionale venne meno anche l’apparenza di un potere statale che si opponesse di proprio arbitrio alla società borghese, e scomparvero tutte le lotte di carattere subordinato, provocate da quella sembianza di potere!

Il proletariato, imponendo la repubblica al governo provvisorio e, attraverso il governo provvisorio, a tutta la Francia, occupava d’un colpo il centro della scena come partito indipendente, ma in pari tempo gettava una sfida a tutta la Francia borghese. Ciò che esso aveva conquistato era il terreno della lotta per la propria emancipazione rivoluzionaria, ma non era certamente questa emancipazione.

Era necessario, invece, che la repubblica di febbraio innanzitutto portasse a compimento il dominio della borghesia, facendo entrare, accanto all’aristocrazia finanziaria, tutte le classi possidenti nella cerchia dei potere politico. La maggioranza dei grandi proprietari fondiari, i legittimisti, vennero fatti uscire dal nulla politico a cui li aveva condannati la monarchia di luglio. Non invano la “Gazette de France” [15] aveva condotto l’agitazione insieme con l’opposizione; non invano La Rochejacquelein, nella seduta della Camera dei deputati del 24 febbraio, aveva abbracciato il partito della rivoluzione. Mediante il suffragio universale i proprietari nominali che costituiscono la grande maggioranza dei francesi, i contadini, vennero fatti arbitri dei destini della Francia. La repubblica di febbraio fece finalmente apparire senza veli il dominio della borghesia, poiché abbatté la corona, dietro alla quale si era nascosto il capitale.

Come gli operai nelle giornate di luglio avevano conquistato la monarchia borghese, così nelle giornate di febbraio conquistarono la repubblica borghese. Come la monarchia di luglio era stata costretta a proclamarsi monarchia circondata da istituzioni repubblicane, così la repubblica di febbraio fu costretta a proclamarsi repubblica circondata da istituzioni sociali. Il proletariato parigino strappò anche questa concessione.

Marche, un operaio, dettò il decreto con cui il governo provvisorio appena costituito si obbligava ad assicurare mediante il lavoro l’esistenza dei lavoratori, a provvedere lavoro a tutti i cittadini, ecc. E allorquando, pochi giorni più tardi, il governo dimenticò le sue promesse e sembrò aver perduto di vista il proletariato,una massa di 20 mila operai marciò sull’Hôtel de Ville al grido di Organizzazione del lavoro! Costituzione di uno speciale ministero del lavoro! Riluttante e dopo lunghe discussioni, il governo provvisorio nominò una commissione speciale permanente incaricata di trovare i mezzi per il miglioramento delle classi lavoratrici! Questa commissione venne composta di delegati delle corporazioni di mestiere di Parigi e presieduta da Louis Blanc e Albert. Come sala per le riunioni venne assegnato il Lussemburgo. Così i rappresentanti della classe operaia venivano banditi dalla sede del governo provvisorio; la parte borghese di esso tenne nelle sue mani in modo esclusivo il potere effettivo dello Stato e le redini dell’amministrazione, e accanto ai ministeri delle finanze, del commercio, dei lavori pubblici, accanto alla banca e alla Borsa, sorse una sinagoga socialista, i cui sommi sacerdoti, Louis Blanc e Albert, avevano la missione di scoprire la terra promessa, di annunciare il nuovo vangelo e di intrattenere il proletariato parigino. A differenza di ogni profano potere statale, non era a loro disposizione nessun bilancio, nessun potere esecutivo. Con la loro testa essi dovevano abbattere i pilastri fondamentali della società borghese. Mentre il Lussemburgo cercava la pietra filosofale, nell’Hôtel de Ville si batteva la moneta a corso legale.

Però, le aspirazioni del proletariato di Parigi, in quanto andavano più in là della repubblica borghese, non potevano concretarsi altrimenti che nella nebulosa del Lussemburgo.

Gli operai avevano fatto insieme con la borghesia la rivoluzione di febbraio; accanto alla borghesia essi cercavano di far valere i loro interessi, allo stesso modo che nel governo provvisorio stesso avevano istallato un operaio accanto alla maggioranza borghese. Organizzazione del lavoro! Ma il lavoro salariato è l’attuale organizzazione borghese del lavoro. Senza di esso non vi è né capitale, né borghesia, né società borghese. Un proprio ministero del lavoro! Ma i ministeri delle finanze, del commercio, dei lavori pubblici, non sono forse i ministeri borghesi del lavoro? Accanto ad essi un ministero proletario del lavoro non poteva non essere che un ministero dell’impotenza, un ministero dei pii desideri, una commissione del Lussemburgo. Come gli operai credevano di emanciparsi accanto alla borghesia, così pensavano di potere compiere, accanto alle altre nazioni borghesi, una rivoluzione proletaria entro le pareti nazionali della Francia. Ma i rapporti di produzione francesi sono condizionati dal commercio estero della Francia, dalla sua posizione sul mercato mondiale e dalle leggi di questo. Come avrebbe potuto la Francia spezzare queste leggi senza una guerra rivoluzionaria sul continente europeo che si ripercuotesse sul despota del mercato mondiale, sull’Inghilterra?

Una classe nella quale si concentrano gli interessi rivoluzionari della società, non appena si è sollevata trova immediatamente nella sua stessa situazione il contenuto e il materiale della propria attività rivoluzionaria: abbattere i nemici, prendere misure imposte dalle necessità stesse della lotta. Le conseguenze delle sue proprie azioni la spingono avanti. Essa non inizia indagini teoriche sui suoi compiti. La classe operaia francese non si trovava a questa altezza: essa era ancora incapace di fare la sua propria rivoluzione.

Lo sviluppo del proletariato industriale è condizionato, in generale, dallo sviluppo della borghesia industriale. È soltanto sotto il dominio della borghesia industriale che il proletariato industriale acquista quella larga esistenza nazionale, la quale rende nazionale la sua rivoluzione, crea i moderni mezzi di produzione, i quali diventano in pari tempo i mezzi della sua emancipazione rivoluzionaria. Solo il dominio della borghesia industriale strappa le radici materiali della società feudale e spiana il terreno, sul quale solamente è possibile una rivoluzione proletaria. L’industria francese è più evoluta e la borghesia francese più rivoluzionaria che quella del resto del continente. Ma la rivoluzione di febbraio non era diretta immediatamente contro l’aristocrazia finanziaria? Questo fatto provava che non era la borghesia industriale che dominava in Francia. La borghesia industriale può dominare soltanto là dove l’industria moderna foggia a propria immagine tutti i rapporti di proprietà, e l’industria può raggiungere questo potere solo quando ha conquistato il mercato mondiale, perché i confini nazionali non bastano al suo sviluppo. Ma l’industria francese in gran parte si assicura lo stesso mercato nazionale solo mediante un sistema produttivo più o meno modificato [16]. Se il proletariato francese, per conseguenza, possiede a Parigi, nel momento di una rivoluzione, un potere di fatto e una influenza che lo spingono ad andare al di là dei suoi propri mezzi, nel resto della Francia è raccolto in singoli centri industriali isolati, e quasi sempre scompare in mezzo a una massa preponderante di contadini e piccoli borghesi. La lotta contro il capitale nella sua forma moderna, sviluppata, nella sua fase culminante, la lotta del salariato industriale contro il borghese industriale, è in Francia un fatto parziale, che dopo le giornate di febbraio tanto meno poteva fornire il contenuto nazionale della rivoluzione, in quanto la lotta contro i metodi secondari di sfruttamento capitalistico, dei contadini contro l’usura ipotecaria, del piccolo borghese contro il grande commerciante, il banchiere e l’industriale, in una parola, contro la bancarotta, era ancora confusa nel sollevamento generale contro l’aristocrazia finanziaria in generale. Nulla di più spiegabile, dunque, che il tentativo da parte del proletariato parigino di difendere il suo interesse accanto a quello borghese, invece di farlo valere come interesse rivoluzionario della società stessa. Nulla di più spiegabile del fatto che il proletariato lasciasse cadere la bandiera rossa davanti a quella tricolore [17]. Gli operai francesi non potevano né muovere un passo avanti, né torcere un capello all’ordine borghese prima che il corso della rivoluzione non avesse sollevato la massa della nazione che sta tra il proletariato e la borghesia, cioè i contadini e la piccola borghesia, contro questo ordine borghese, contro il dominio del capitale, non li avesse costretti ad unirsi ai proletari come a loro avanguardia. Solo attraverso la terribile disfatta di giugno gli operai potevano guadagnarsi questa vittoria.

Alla commissione del Lussemburgo, a questa creatura degli operai parigini, spetta il merito di aver svelato dall’alto di una tribuna europea il segreto della rivoluzione del secolo decimonono: l’emancipazione del proletariato. Il “Moniteur” [18] era furibondo di dover propagare ufficialmente le “sfrenate stravaganze” che sino allora erano rimaste sepolte negli scritti apocrifi dei socialisti, e solo di quando in quando avevano percosso l’orecchio della borghesia, come leggende lontane, metà paurose, metà ridicole. L’Europa fu destata di soprassalto dalla sua sonnolenza borghese. Nell’idea dei proletari, dunque, i quali scambiavano l’aristocrazia finanziaria con la borghesia in generale; nell’immaginazione dei valentuomini repubblicani, i quali negavano l’esistenza stessa delle classi o tutt’al più l’ammettevano come conseguenza della monarchia costituzionale; nelle frasi ipocrite delle frazioni borghesi fino allora escluse dal potere, il dominio della borghesia era stato soppresso con la proclamazione della repubblica. Tutti i monarchici si trasformarono in repubblicani e tutti i milionari di Parigi in operai. La frase che corrisponde a questa pretesa eliminazione dei rapporti di classe fu la fraternité l’affratellamento e la fratellanza universali. Questa idillica astrazione dai contrasti di classe, questo livellamento sentimentale degli interessi di classe contraddittori, questo immaginario elevarsi al di sopra della lotta di classe – la fraternité, ecco quale fu la vera parola d’ordine della rivoluzione di febbraio. Ciò che divideva le classi era un semplice malinteso, e Lamartine il 24 febbraio battezzò il governo provvisorio: “Un governo che sospende questo terribile malinteso che esiste… tra le diverse classi”. Il proletariato parigino si sdilinquiva in questa magnanima ebbrezza di fraternità.

Il governo provvisorio, dal canto suo, una volta costretto a proclamare la repubblica, fece di tutto per renderla accetta alla borghesia e alle province. I sanguinosi orrori della prima repubblica francese [19] vennero rinnegati abolendo la pena di morte per i delitti politici; si dette libertà di stampa a tutte le opinioni; l’esercito, i tribunali, l’amministrazione rimasero, salvo poche eccezioni, nelle mani dei loro vecchi funzionari; nessuno dei grandi colpevoli della monarchia di luglio fu chiamato a render conto. I repubblicani del “National” si divertirono a cambiare nomi e costumi monarchici con vecchi costumi repubblicani. La repubblica non era per loro altro che un nuovo costume da ballo per la vecchia società borghese. Il suo merito principale la nuova repubblica lo cercò nel non incutere terrore, anzi nell’essere piuttosto essa stessa continuamente sotto l’incubo del terrore, e nel conquistarsi l’esistenza e disarmare la resistenza con la molle cedevolezza e col non resistere affatto. Alle classi privilegiate all’interno, alle potenze dispotiche all’estero, venne annunciato solamente che la repubblica era di natura pacifica. Vivere e lasciar vivere era la sua insegna. Si aggiunse che poco dopo la rivoluzione di febbraio, tedeschi , polacchi, austriaci, ungheresi, italiani, ciascun popolo a seconda della sua situazione immediata, si rivoltarono. La Russia e l’Inghilterra, questa agitata essa stessa, e la prima intimidita, erano impreparate. La repubblica non trovò dunque di fronte a sé nessun nemico nazionale, e nessuna complicazione internazionale rilevante, che potesse ravvivare le energie, accelerare il processo rivoluzionario, spingere avanti il governo provvisorio o gettarlo a mare. Il proletariato parigino, che riconosceva nella repubblica la propria creatura, applaudiva naturalmente ogni atto del governo provvisorio che permettesse a questo di migliorare la sua posizione nella società borghese. Esso si lasciò volontariamente adoperare da Caussidière in servizi di polizia per difendere la proprietà a Parigi, così come lasciò arbitrare da Louis Blanc i conflitti salariali tra operai e padroni. Il suo punto d’onore consisteva nel mantenere intatto agli occhi dell’Europa l’onore borghese della repubblica.

La repubblica non trovò nessuna resistenza, né all’estero né all’interno. Con ciò essa fu disarmata. Il suo compito non consistette più nella trasformazione rivoluzionarla del mondo, ma soltanto nell’adattarsi alle condizioni della società borghese. Non vi è testimonianza più eloquente del fanatismo con cui il governo provvisorio si accinse a questo compito, dei suoi provvedimenti finanziari.

Il credito pubblico e il credito privato erano, naturalmente, scossi. Il credito pubblico riposa sulla fiducia che lo Stato si lasci sfruttare dagli strozzini della finanza. Ma il vecchio Stato era scomparso e la rivoluzione era anzitutto diretta contro l’aristocrazia finanziaria. Le convulsioni dell’ultima crisi commerciale europea non erano ancora cessate. Le bancarotte succedevano ancora alle bancarotte.

Il credito privato era dunque paralizzato, la circolazione impedita, la produzione arenata, già prima che la rivoluzione di febbraio scoppiasse. La crisi rivoluzionaria rese piùacuta quella commerciale. E poiché il credito privato riposa sulla fiducia che la produzione borghese in tutto l’ambito dei suoi rapporti, cioè l’ordine borghese, sia intatta e intangibile, quali potevano essere le conseguenze di una rivoluzione che poneva in discussione la base della produzione borghese, la servitù economica del proletariato, che drizzava di fronte alla Borsa la sfinge del Lussemburgo? L’avvento del proletariato è la distruzione del credito borghese; perché è la distruzione della produzione borghese e del suo ordinamento. Il credito pubblico e il credito privato sono il termometro economico col quale si può misurare l’intensità di una rivoluzione. Nella stessa misura in cui essi precipitano, salgono l’ardore e la forza creatrice della rivoluzione.

Il governo provvisorio voleva spogliare la repubblica dell’apparenza antiborghese. Perciò doveva innanzitutto cercare di assicurare il valore di scambio di questa nuova forma dello Stato, il suo corso in Borsa. Col salire della quotazione della repubblica in Borsa, doveva necessariamente rialzarsi il credito privato.

Per allontanare anche il sospetto che non volesse o non potesse adempiere agli obblighi ereditati dalla monarchia, per dar credito alla morale e alla solvibilità borghesi della repubblica, il governo fece ricorso a una millanteria altrettanto priva di dignità quanto puerile. Prima del termine legale di pagamento sborsò al creditori dello Stato gli interessi del 5 per cento, del 4 e mezzo e del 4 per cento. La prosopopea borghese e la sicurezza di sé dei capitalisti si ridestarono d’un tratto, quando videro la precipitazione timorosa con cui si cercava di comperare la loro fiducia.

Naturalmente le difficoltà pecuniarie del governo provvisorio non furono per nulla diminuite da un colpo di scena che gli sottraeva il denaro contante disponibile. Il disagio finanziario non poté più a lungo essere dissimulato, e piccoli borghesi, domestici, operai, dovettero pagare la gradita sorpresa offerta ai creditori dello Stato.

Fu dichiarato che i libretti delle casse di risparmio non potevano più cambiarsi in denaro al di sopra dell’importo di 100 franchi. Le somme depositate nelle casse di risparmio vennero confiscate e convertite con decreto in un debito di Stato non redimibile. Era il modo di mettere contro la repubblica il piccolo borghese, già in cattive acque anche senza di ciò. Ricevendo in luogo dei suoi libretti di risparmio titoli del debito pubblico, egli fu costretto ad andare a venderli in Borsa, e così a mettersi direttamente nelle mani degli strozzini della Borsa, contro i quali aveva fatto la rivoluzione di febbraio.

L’aristocrazia finanziaria, che aveva dominato sotto la monarchia di luglio, aveva la sua cattedrale nella banca. Come la Borsa regola il credito di Stato, così la banca regola il credito commerciale.

Minacciata direttamente dalla rivoluzione di febbraio non solo nel suo dominio, ma nella sua stessa esistenza, la banca cercò sin dal primo momento di screditare la repubblica, rendendo generale la mancanza di credito. D’un tratto essa sospese il credito ai banchieri, agli industriali, ai commercianti. Questa manovra, non avendo provocato immediatamente una controrivoluzione, si ripercosse inevitabilmente sulla banca stessa. I capitalisti ritirarono il denaro che avevano depositato nei sotterranei della banca. I possessori di biglietti di banca si precipitarono alla cassa per cambiarli in oro ed argento.

Il governo provvisorio avrebbe potuto costringere la banca al fallimento, senza alcun intervento violento, in modo legale. Bastava che rimanesse passivo e abbandonasse la banca al suo destino. La bancarotta della banca era il diluvio che avrebbe, in un batter d’occhio, spazzato dal suolo della Francia l’aristocrazia finanziaria, la nemica più potente e più pericolosa della repubblica, il piedistallo d’oro della monarchia di luglio. E una volta fallita la banca, la borghesia stessa sarebbe stata costretta a considerare come ultimo disperato tentativo di salvezza la creazione da parte del governo di una banca nazionale e la sottomissione del credito nazionale al controllo della nazione.

Il governo provvisorio, invece, stabilì il corso forzoso dei biglietti di banca. Esso fece di più: convertì tutte le banche di provincia in succursali della Banque de France e lasciò che questa gettasse la sua rete su tutta la Francia. Più tardi le dette le foreste demaniali, come garanzia per un prestito che contrasse con essa. Così la rivoluzione di febbraio consolidava ed estendeva in modo diretto la bancocrazia che avrebbe dovuto abbattere.

Frattanto il governo provvisorio si piegava sotto l’incubo di un crescente disavanzo. Invano andava mendicando sacrifici patriottici. Solo gli operai gli gettavano la loro elemosina. Si dovette ricorrere ad un mezzo eroico, all’introduzione di una nuova imposta. Ma su chi farla cadere? Sui lupi della Borsa, sui re della banca, sui creditori dello Stato, su chi viveva di rendita, sugli industriali? Non era il mezzo di cattivare alla repubblica la borghesia. Da una parte era un mettere a repentaglio il credito dello Stato e il credito commerciale, mentre dall’altra parte si cercava di mantenerlo con così grandi sacrifici e umiliazioni. Ma qualcuno doveva sborsare. Chi venne sacrificato al credito borghese? Jacques le bonhomme [20], il contadino.

Il governo provvisorio aggiunse una percentuale addizionale di 45 centesimi per franco alle quattro imposte dirette. Al proletariato parigino la stampa governativa fece credere che questa imposta cadeva essenzialmente sulla grande proprietà fondiaria sui possessori dei miliardi concessi dalla restaurazione [21]. In realtà però essa colpiva anzitutto la classe dei contadini, cioè la grande maggioranza del popolo francese. Essi dovettero pagare le spese della rivoluzione di febbraio e da essi la controrivoluzione trasse le sue forze principali. L’imposta dei 45 centesimi era una questione di vita o di morte per il contadino francese; egli ne fece una questione di vita o di morte per la repubblica. Da questo momento la repubblica fu per il contadino francese l’imposta dei 45 centesimi, e nel proletariato parigino egli vide lo scialacquatore che se la spassava a sue spese.

Mentre la rivoluzione del 1789 aveva esordito liberando i contadini dal gravami feudali, la rivoluzione del 1848, per non recar danno al capitale e tenere in carreggiata la sua macchina dello Stato, si annunciava alla popolazione rurale con una nuova imposta.

Con un mezzo solo il governo provvisorio avrebbe potuto eliminare tutti questi inconvenienti e trarre lo Stato dal suo vecchio binario: dichiarando la bancarotta dello Stato. È nella memoria di tutti come Ledru-Rollin, più tardi, recitava all’Assemblea nazionale la commedia della virtuosa indignazione, respingendo un suggerimento di questo genere dello strozzino di Borsa Fould, attuale ministro delle finanze. Quello che Fould gli offriva era il frutto dell’albero della sapienza.

Riconoscendo la cambiale presentata allo Stato dalla vecchia società borghese, il governo provvisorio era caduto sotto il dominio di questa. Era diventato un debitore moroso della società borghese, invece di opporsi ad essa come un creditore minaccioso, che aveva da incassare titoli di credito rivoluzionari di parecchi anni. Esso si trovava costretto a consolidare i vacillanti rapporti borghesi, per adempiere obbligazioni che sono da adempiersi soltanto entro questi rapporti. Il credito diventò condizione vitale della sua esistenza, e le concessioni al proletariato, e le promesse fattegli, diventarono altrettante catene che dovevano essere spezzate. L’emancipazione degli operai – anche solo come frase – divenne per la nuova repubblica un pericolo insopportabile perché era una protesta permanente contro la restaurazione del credito, la quale poggia sul riconoscimento indisturbato e incontestato dei rapporti economici di classe esistenti. Si doveva dunque farla finita con gli operai.

La rivoluzione di febbraio aveva cacciato l’esercito da Parigi. La guardia nazionale, cioè la borghesia nelle sue diverse gradazioni, era l’unica forza armata. Essa non si sentiva però abbastanza forte per misurarsi da sola col proletariato. Inoltre era stata costretta, benché dopo la più tenace resistenza e opponendo cento ostacoli diversi, ad aprire a poco a poco e in parte le sue file, e a lasciarvi entrare dei proletari armati. Non rimaneva dunque che una via d’uscita: opporre una parte dei proletari all’altra.

A questo scopo il governo provvisorio formò 24 battaglioni di guardie mobili, ciascuno di 1.000 uomini dai 15 ai 20 anni. Essi appartenevano per la maggior parte al sottoproletariato, che in tutte le grandi città forma una massa nettamente distinta dal proletariato industriale, nella quale si reclutano ladri e delinquenti di ogni genere, che vivono dei rifiuti della società; gente senza un mestiere definito, vagabondi, gens sans feu et sans aveu [22], diversi secondo il grado di civiltà della nazione cui appartengono, ma che non perdono mai il carattere dei lazzaroni. Facilmente influenzabili per l’età giovanile in cui il governo provvisorio li reclutava, questi elementi erano perfettamente capaci tanto delle più grandi azioni eroiche e della più esaltata abnegazione, quanto dei più volgari atti di banditismo e della più sordida venalità. Il governo provvisorio pagava loro un franco e 50 centesimi al giorno, cioè li comperava. Dette loro una uniforme speciale, cioè li distinse esteriormente dalla blusa dell’operaio. Come comandanti, in parte vennero dati loro ufficiali dell’esercito regolare; in parte si scelsero essi stessi dei giovani figli di borghesi, le cui spacconate di morte per la patria e di sacrificio per la repubblica li attiravano.

In questo modo il proletariato di Parigi trovò davanti a sé un esercito, tratto dal suo seno, di 24.000 giovani forti, audaci, e prepotenti. Quando la guardia mobile sfilò per Parigi, l’accolse con degli evviva. In essa riconosceva i suoi combattenti d’avanguardia sulle barricate, e la considerava come la guardia proletaria in opposizione alla guardia nazionale borghese. Il suo errore era perdonabile.

Accanto alla guardia mobile il governo decise di raccogliere attorno a sé anche un esercito di operai industriali. Il ministro Marie arruolò nel cosiddetti laboratori nazionali [23] centomila operai gettati sul lastrico dalla crisi e dalla rivoluzione. Sotto questo nome pomposo non si celava altro che l’impiego degli operai a lavori di sterro noiosi, monotoni, improduttivi, per un salario di 23 soldi. Workhouses [24] inglesi all’aria aperta: altro non erano questi laboratori nazionali. In essi il governo provvisorio credette di aver trovato un secondo esercito proletario contro gli operai stessi. Questa volta la borghesia si ingannava circa i laboratori nazionali, come gli operai si ingannavano circa la guardia mobile. Essa aveva creato un esercito per la sommossa.

Ma uno scopo venne raggiunto.

Laboratori nazionali – era il nome dei laboratori popolari che Louis Blanc predicava nel Lussemburgo. I laboratori di Marie, progettati in diretta opposizione al Lussemburgo, causarono, grazie all’appellativo comune, una selva di equivoci, degni della commedia spagnola dei servitori. Lo stesso governo provvisorio diffondeva sottomano la voce che questi laboratori nazionali fossero la trovata di Louis Blanc, e la cosa sembrava tanto più attendibile in quanto Louis Blanc, il profeta dei laboratori nazionali, era membro del governo provvisorio. E nella confusione, in parte ingenua, in parte intenzionale, della borghesia parigina, nell’opinione, mantenuta ad arte, della Francia e dell’Europa, quelle workhouses furono la prima realizzazione del socialismo, che insieme con esse veniva messo alla gogna.

Non per il loro contenuto, ma per il loro nome, i laboratori nazionali erano l’incarnazione della protesta del proletariato contro l’industria borghese, il credito borghese e la repubblica borghese. Su di essi si riversò quindi tutto l’odio della borghesia. In essi la borghesia aveva in pari tempo trovato il punto contro cui poteva dirigere l’attacco non appena fosse stata abbastanza forte per romperla apertamente con le illusioni di febbraio. Tutto il malessere, tutto il malcontento dei piccoli borghesi si diresse esso pure contro questi laboratori nazionali, che divennero il bersaglio comune. Con vera rabbia essi facevano il conto delle somme inghiottite dai parassiti proletari, mentre la loro situazione diventava di giorno in giorno più insopportabile. Una pensione di Stato per una larva di lavoro, questo è il socialismo! – brontolavano tra di sé. I laboratori nazionali, le declamazioni del Lussemburgo, i cortei degli operai per Parigi: in questo essi cercavano l’origine della loro miseria. E nessuno si scagliava contro le pretese macchinazioni dei comunisti più del piccolo borghese, che si agitava disperatamente sull’abisso della bancarotta.

Così nel conflitto imminente tra la borghesia e il proletariato tutti i vantaggi, tutti i posti decisivi, tutti gli strati intermedi della società erano in mano alla borghesia, mentre le ondate della rivoluzione di febbraio si levavano su tutto il continente e ogni nuovo corriere portava un nuovo bollettino di rivoluzione, ora dall’Italia, ora dalla Germania, ora dall’estremo sud-est dell’Europa, alimentando l’ebbrezza generale del popolo, recandogli continue testimonianze di una vittoria di cui già gli sfuggivano i frutti.

Il 17 marzo e il 16 aprile furono le prime scaramucce della grande lotta di classe che la repubblica borghese nascondeva sotto le sue ali.

Il 17 marzo rivelò la situazione equivoca del proletariato che non permetteva nessuna azione decisiva. Lo scopo originano della sua manifestazione era di risospingere il governo provvisorio sulla via della rivoluzione, di ottenere, secondo le circostanze, l’esclusione dei suoi membri borghesi e di strappare la proroga delle elezioni per l’Assemblea nazionale e per la guardia nazionale. Ma il 16 marzo la borghesia rappresentata nella guardia nazionale aveva fatto una dimostrazione ostile al governo provvisorio. Al grido di “Abbasso Ledru -Rollin!”, essa si era mossa verso l’Hôtel de Ville. E il popolo si trovò costretto, il 17 marzo, a gridare: “Viva Ledru -Rollin! Viva il governo provvisorio”. Fu costretto a prendere, contro la borghesia, la difesa della repubblica borghese che gli sembrava in pericolo. Consolidò il governo provvisorio, invece di sottometterselo. Il 17 marzo si risolse in una scena da melodramma, e se in quel giorno il proletariato parigino mise ancora una volta in mostra il suo corpo di gigante, tanto piùaumentò nella borghesia, dentro e fuori del governo provvisorio, la decisione di abbatterlo.

Il 16 aprile fu un malinteso, creato dal governo provvisorio insieme alla borghesia. Gli operai si erano radunati in gran numero al Campo di Marte e nell’ippodromo, per preparare le loro elezioni dello stato maggiore della guardia nazionale. D’un tratto si diffuse come un lampo in tutta Parigi, da un capo all’altro, la voce che gli operai si erano radunati in armi al Campo di Marte, sotto la direzione di Louis Blanc, Blanqui, Cabet e Raspail, per marciare di là sull’Hôtel de Ville, rovesciare il governo provvisorio e proclamare un governo comunista. Si suona a raccolta: Ledru Rollin, Marrast e Lamartine si contesero più tardi l’onore dell’iniziativa: in un’ora centomila uomini sono sotto le armi, l’Hôtel de Ville è in ogni suo punto occupato da guardie nazionali, per tutta Parigi risuona il grido: “Abbasso i comunisti! Abbasso Louis Blanc, Blanqui, Raspail, Cabet!”, e una massa di deputazioni, tutte pronte a salvare la patria e la società, rendono omaggio al governo provvisorio. Quando gli operai alla fine arrivano davanti all’Hôtel de Ville, per rimettere al governo provvisorio il ricavo di una colletta patriottica, fatta da loro al Campo di Marte, vengono a sapere, stupiti, che Parigi borghese, in una finta battaglia impostata con estremo accorgimento, ha battuto la loro ombra. Il terribile attentato del 16 aprile offrì il pretesto al richiamo dell’esercito a Parigi – il vero scopo della commedia goffamente messa in scena – e alle manifestazioni reazionarie federaliste delle province.

Il 4 maggio si riunì l’Assemblea nazionale uscita dal suffragio universale diretto. Il suffragio universale non possedeva la forza magica che gli avevano attribuito i repubblicani di vecchio stampo. In tutta la Francia, o per lo meno nella maggioranza dei francesi, essi vedevano dei citoyens con gli stessi interessi, le identiche vedute, ecc. Questo era il loro culto del popolo. Invece del loro popolo immaginario, le elezioni trassero alla luce del giorno il popolo vero, cioè i rappresentanti delle diverse classi in cui esso si divide. Abbiamo veduto le ragioni per cui i contadini e i piccoli borghesi dovevano votare sotto la direzione della borghesia impaziente di combattere e dei grandi proprietari fondiari anelanti alla restaurazione. Ma se il suffragio universale non era la miracolosa bacchetta magica che pensavano i valentuomini repubblicani, possedeva però il merito incomparabilmente più grande di scatenare la lotta di classe, di costringere i differenti strati medi della società borghese a superare rapidamente le loro illusioni e le loro delusioni, di spingere di un colpo tutte le frazioni delle classi sfruttatrici alla sommità dello Stato e così strappar loro la maschera dell’ipocrisia, mentre la monarchia col suo sistema censitario comprometteva soltanto determinate frazioni della borghesia e lasciava le altre nascoste dietro le quinte, circondandole dell’aureola di una opposizione collettiva.

Nell’Assemblea nazionale costituente, che si riunì il 4 maggio, i repubblicani borghesi, i repubblicani del “National” avevano il sopravvento. I legittimisti e gli orleanisti stessi sulle prime osavano mostrarsi soltanto sotto la maschera del repubblicanesimo borghese. Soltanto in nome della repubblica poteva essere intrapresa la lotta contro il proletariato.

Dal 4 maggio, non dal 25 febbraio, data la repubblica, vale a dire la repubblica riconosciuta dal popolo francese; non era più la repubblica che il proletariato parigino aveva imposto al governo provvisorio, non era più la repubblica accompagnata da istituzioni sociali; non era più l’immagine di sogno balenata davanti agli occhi dei combattenti delle barricate. La repubblica proclamata dall’Assemblea nazionale, la sola legittima, non era un’arma rivoluzionarla contro l’ordine borghese, ma piuttosto la ricostruzione politica di questo, la restaurazione politica della società borghese, in una parola, era la repubblica borghese. Questa è l’affermazione che risuonò dalla tribuna dell’Assemblea nazionale, e trovò eco in tutta la stampa borghese repubblicana e antirepubblicana.

E noi abbiamo veduto come la repubblica di febbraio in realtà non fosse e non potesse esser altro che una repubblica borghese; ma come il governo provvisorio, sotto la pressione diretta del proletariato, fosse stato costretto ad annunciarla come una repubblica accompagnata da istituzioni sociali; come il proletariato fosse ancora incapace di superare la repubblica borghese altrimenti che nell’idea, nell’immaginazione, come agisse realmente in pro di essa dappertutto dove si veniva realmente all’azione; come le promesse fattegli diventassero per la nuova repubblica un pericolo insopportabile; come tutto il processo della vita del governo provvisorio si riassumesse in una lotta continua contro le rivendicazioni del proletariato.

Nell’Assemblea nazionale, tutta la Francia sedette a giudice del proletariato parigino. L’Assemblea ruppe subito con le illusioni sociali della rivoluzione di febbraio; essa proclamò chiaro e tondo la repubblica borghese, niente altro che la repubblica borghese, escluse immediatamente dalla commissione esecutiva da lei nominata i rappresentanti del proletariato, Louis Blanc e Albert; respinse la proposta di uno speciale ministero del lavoro, accolse con applausi rumorosi la dichiarazione del ministro Trélat: “Ormai si tratta soltanto di ricondurre il lavoro alle sue condizioni di prima”.

Ma tutto ciò non bastava. La rivoluzione di febbraio era stata conquistata dagli operai con l’aiuto passivo della borghesia. I proletari si consideravano a ragione come i vincitori di febbraio, e avanzavano le pretese orgogliose del vincitore. Si doveva batterli nella strada; si doveva mostrar loro che erano sconfitti, non appena si battevano non con la borghesia, ma contro la borghesia. Come per la repubblica di febbraio con le sue concessioni socialiste era stata necessaria una battaglia del proletariato alleato alla borghesia contro la monarchia, così era necessaria una seconda battaglia per staccare la repubblica dalle concessioni socialiste, per fare ufficialmente della repubblica borghese l’elemento dominante. La borghesia doveva respingere le rivendicazioni del proletariato con le armi alla mano. E la vera culla della repubblica borghese non è la vittoria di febbraio ma la disfatta di giugno.

Il proletariato accelerò la soluzione allorché, il 15 maggio, penetrò nell’Assemblea nazionale, cercò invano di riconquistare la propria influenza rivoluzionaria, e riuscì soltanto a far cadere in mano dei carcerieri della borghesia i suoi energici capi. Il faut en finir! Bisogna farla finita! Con questo grido l’Assemblea nazionale dette sfogo alla sua decisione di costringere il proletariato alla lotta decisiva. La commissione esecutiva [25] emanò una serie di decreti provocatori, come la proibizione degli assembramenti popolari, ecc. Dall’alto della tribuna dell’Assemblea nazionale costituente gli operai furono direttamente provocati, insultati, scherniti. Ma il vero centro dell’attacco furono, come abbiamo visto, i laboratori nazionali. Su di essi l’Assemblea costituente richiamò in modo imperativo l’attenzione della commissione esecutiva, che aspettava soltanto di sentire il suo proprio piano diventare una imposizione dell’Assemblea nazionale.

La commissione esecutiva incominciò col rendere più difficile l’ingresso nei laboratori nazionali, col trasformare il salario a giornata in salario a cottimo, col mandare in esilio nella Sologne gli operai non nativi di Parigi col pretesto di lavori di sterro. Questi lavori di sterro non erano che una formula retorica per coprire la loro cacciata, come fecero sapere ai loro compagni gli operai che tornarono indietro delusi. Finalmente il 21 giugno apparve sul “Moniteur” un decreto che ordinava l’espulsione dai laboratori nazionali di tutti gli operai non sposati, o il loro arruolamento nell’esercito.

Agli operai non rimase altra alternativa, o morir di fame o scendere in campo. Essi risposero il 22 giugno con la terribile insurrezione in cui venne combattuta la prima grande battaglia tra le due classi in cui è divisa la società moderna. Fu una lotta per la conservazione o per la distruzione dell’ordine borghese. Il velo che avvolgeva la repubblica fu lacerato.

È noto con che valore e genialità senza esempio gli operai, senza capi, senza un piano comune, senza mezzi, per la maggior parte senza armi, tennero in scacco per cinque giorni l’esercito, la guardia mobile, la guardia nazionale di Parigi e la guardia nazionale accorsa dalle province. È noto come la borghesia si rifacesse con brutalità inaudita del pericolo corso, massacrando più di tremila prigionieri.

I rappresentanti ufficiali della democrazia francese erano prigionieri dell’ideologia repubblicana a tal punto che solo alcune settimane dopo incominciarono a intuire il senso della lotta di giugno. Essi erano come storditi dal fumo della polvere in cui andava dileguando la loro repubblica fantastica.

L’impressione immediata che fece su di noi la notizia della sconfitta di giugno, ci permetta il lettore di riferirla con le parole della “Neue Rheinische Zeitung”:

“L’ultimo residuo ufficiale della rivoluzione di febbraio, la commissione esecutiva, è svanito davanti alla gravità degli avvenimenti come un fantasma di nebbia. I fuochi artificiali di Lamartine si sono trasformati nelle bombe incendiarie di Cavaignac. La fraternité, la fratellanza delle classi opposte, di cui l’una sfrutta l’altra, questa fraternité, proclamata in febbraio, scritta a grosse lettere sulla fronte di Parigi, su ogni carcere, su ogni caserma, ha la sua espressione vera, genuina, prosaica, nella guerra civile: nella guerra civile nel suo aspetto più terribile, nella guerra tra il lavoro e il capitale. Questa fratellanza fiammeggiava da tutte le finestre di Parigi la sera del 25 giugno, quando la Parigi della borghesia si illuminava, mentre la Parigi del proletariato era in fiamme, grondava sangue e gemeva. La fratellanza era durata precisamente fino a tanto che l’interesse della borghesia era affratellato all’interesse del proletariato. Pedanti della vecchia tradizione rivoluzionaria del 1793; dottrinari socialisti che chiedevano alla borghesia l’elemosina per il popolo e a cui era stato permesso di tenere lunghe prediche e di compromettersi fino a tanto che era stato necessario venisse addormentato il leone proletario; repubblicani che volevano tutto il vecchio ordine borghese, ad eccezione della sola testa del re; oppositori dinastici ai quali il caso aveva messo tra i piedi la caduta di una dinastia invece di un cambiamento di ministero; legittimisti che non intendevano gettare la livrea, ma modificarne il taglio: questi erano gli alleati coi quali il popolo aveva fatto il suo febbraio… La rivoluzione di febbraio era stata la bella rivoluzione, la rivoluzione della simpatia generale, perché gli antagonismi che erano scoppiati in essa contro la monarchia, sonnecchiavano tranquilli l’uno accanto all’altro, non ancora sviluppati; perché la lotta sociale che formava il loro sostrato aveva soltanto raggiunto una esistenza vaporosa, l’esistenza della frase, della parola. La rivoluzione di giugno è la rivoluzione brutta, la rivoluzione repugnante, perché al posto della frase è subentrata la cosa, perché la repubblica stessa ha svelato la testa del mostro, abbattendo la corona che la proteggeva e la copriva. Ordine! – era stato il grido di battaglia di Guizot. Ordine! – aveva gridato Sébastiani, il Guizot in sedicesimo, quando Varsavia era diventata russa. Ordine! – gridava Cavaignac, eco brutale dell’Assemblea nazionale francese e della borghesia repubblicana. Ordine! – tuonavano le sue granate, mentre laceravano il corpo del proletariato. Nessuna delle numerose rivoluzioni della borghesia francese a partire dal 1789 era stata un attentato contro l’ordine, perché tutte avevano lasciato sussistere il dominio della classe, la schiavitù degli operai, l’ordine borghese, benché spesso fosse cambiata la forma politica di questo dominio e di questa schiavitù. Giugno ha intaccato questo ordine. Maledetto sia giugno!” (“Neue Rheinische Zeitung”, 29 giugno 1848) [26].

Maledetto sia giugno! ripete l’eco europea.

Il proletariato parigino era stato costretto all’insurrezione di giugno dalla borghesia. In ciò era già contenuta la sua condanna. Né un consapevole bisogno immediato lo spingeva a combattere per rovesciare con la violenza la borghesia; né esso era pari a questo compito. Il “Moniteur” dovette spiegargli ufficialmente che era passato il tempo in cui la repubblica considerava opportuno rendere gli onori alle sue illusioni; e solo la sua sconfitta lo convinse della verità che il più insignificante miglioramento della sua situazione è un’utopia dentro la repubblica borghese, un’utopia che diventa delitto non appena vuole attuarsi. Al posto delle sue rivendicazioni, esagerate nella forma, nel contenuto meschine e persino ancora borghesi, e che esso voleva strappare come concessioni alla repubblica di febbraio, subentrò l’ardita parola di lotta rivoluzionaria:

Abbattimento della borghesia! Dittatura della classe operaia!

Mentre il proletariato faceva della sua bara la culla della repubblica borghese, costringeva questa a presentarsi nella sua forma genuina, come lo Stato il cui scopo riconosciuto è di perpetuare il dominio del capitale, la schiavitù del lavoro. Avendo continuamente davanti ai propri occhi il suo nemico coperto di cicatrici, irreconciliabile, invincibile – invincibile perché la sua esistenza è condizione dell’esistenza stessa della borghesia – il dominio della borghesia, sciolto da ogni catena, doveva trasformarsi ben presto nel terrorismo della borghesia. Eliminato provvisoriamente dalla scena il proletariato, riconosciuta ufficialmente la dittatura della borghesia, gli strati medi della società borghese – piccola borghesia e classe dei contadini – nella misura in cui la loro situazione si faceva più insopportabile e più acuto il loro contrasto con la borghesia, dovevano sempre di più unirsi al proletariato. Come prima l’avevano trovata nella sua ascesa, così ora dovevano trovare la ragione della loro miseria nella sua disfatta.

Se l’insurrezione di giugno rafforzò dappertutto sul continente la coscienza di sé della borghesia, e la spinse ad una alleanza aperta con la monarchia feudale contro il popolo, chi fu la prima vittima di questa alleanza? La stessa borghesia del continente. La disfatta di giugno le impedì di consolidare il suo dominio, e di mantenere il popolo, mezzo soddisfatto e mezzo illuso, sull’ultimo scalino della rivoluzione borghese.

Infine la disfatta di giugno rivelò alle potenze dispotiche d’Europa il segreto che la Francia era costretta ad ogni costo a mantenere la pace all’esterno, per poter condurre la guerra civile all’interno. In questo modo i popoli che avevano iniziato la lotta per la loro indipendenza nazionale vennero dati in balìa alla prepotenza della Russia, dell’Austria e della Prussia, ma in pari tempo la sorte di queste rivoluzioni nazionali venne subordinata alla sorte della rivoluzione proletaria; esse vennero spogliate della loro apparente autonomia, della loro apparente indipendenza dal grande rivolgimento sociale. Né l’ungherese, né il polacco, né l’italiano possono essere liberi fino a che rimane schiavo l’operaio!

Infine, in seguito alle vittorie della Santa Alleanza, l’Europa ha preso un aspetto tale che ogni nuovo sollevamento proletario in Francia dovrà coincidere in modo diretto con una guerra mondiale. La nuova rivoluzione francese sarà costretta ad abbandonare immediatamente il terreno nazionale e a conquistare il terreno europeo, sul quale soltanto la rivoluzione sociale del XIX secolo può attuarsi.

Solo con la disfatta di giugno dunque sono state create le condizioni entro le quali la Francia può prendere l’iniziativa della rivoluzione europea. Solo immergendosi nel sangue degli insorti di giugno il tricolore è diventato la bandiera della rivoluzione europea: la bandiera rossa!

E il nostro grido è: La rivoluzione è morta! Viva la rivoluzione! [27]

Note

1. Si allude qui alla visita di Luigi Filippo al municipio di Parigi (Hótel de Ville), centro del movimento repubblicano, compiuta il 31 luglio 1830. Durante tale visita Luigi Filippo s’impegnò a rispettare i diritti costituzionali e, col tricolore in mano, si affacciò alla finestra insieme al veterano della Rivoluzione francese Lafayette, che lo abbracciò presentandolo al popolo come “re cittadino” e definendo il suo regno la migliore delle repubbliche.

2. Marx allude all’insurrezione democratico-repubblicana di Parigi del 5-6 giugno 1832, all’insurrezione operaia di Lione del 9-11 aprile 1834 e all’insurrezione tentata a Parigi il 12 maggio 1839 dai seguaci della Società delle stagioni diretta da Auguste Blanqui e Armand Barbès.

3. Paese legale. Così era chiamata all’epoca della monarchia di luglio la minoranza dei proprietari aventi diritto al voto, in contrapposizione al paese reale.

4. Ovviamente Marx intende Napoleone I che impose alla Francia enormi spese finanziarie per sostenere le sue guerre.

5. Denominazione dei caffè e delle bettole malfamate a Parigi.

6. Per sottoproletariato Marx ed Engels intendono “la putrefazione passiva degli strati più bassi della società” (Manifesto del partito comunista): vagabondi, delinquenti, prostitute ecc.

7. Annessione di Cracovia da parte dell’Austria d’accordo con la Russia e la Prussia, 11 novembre 1846. Guerra del Sonderbund nella Svizzera, dal 4 al 28 novembre 1847. Insurrezione di Palermo, 12 gennaio 1848; alla fine di gennaio, bombardamento della città per opera dei napoletani, durato nove giorni (nota di Engels all’edizione del 1895).

8. L’esecuzione di molti di essi a Buzançais avvenne in seguito all’uccisione di due proprietari. Il re si rifiutò di commutare la pena per dare un esempio.

9. Il dazio sull’importazione del grano, imposto in Inghilterra nel 1815, tendeva a mantenere i prezzi del grano a un livello superiore a quello che si sarebbe verificato con la libera importazione, allo scopo di conservare ai proprietari fondiari inglesi le alte rendite di cui avevano beneficiato durante le guerre napoleoniche.

10. I banchetti erano riunioni in cui i presenti, alla fine del pasto, ascoltavano i brindisi o i discorsi politici di uno o più oratori ufficiali. Questo sistema, di origine inglese, talvolta impiegato dallo stesso Guizot per mantenere il contatto con i propri elettori, fu impiegato dall’opposizione per sviluppare un’agitazione nel paese. Iniziato a Parigi nel luglio 1847 ad opera dei deputati “riformisti”, si estese in tutta la Francia sorpassando le modeste rivendicazioni dell’opposizione parlamentare.

11. Cioè la monarchia di Luigi Filippo d’Orleáns.

12. Le National: giornale letterario e politico, fondato da Thiers, Mignet e Carrel nel 1830, e soppresso dopo il colpo di Stato del 2 dicembre 1851. Inizialmente di orientamento monarchico-costituzionale, divenne successivamente il portavoce della “opposizione repubblicana ufficiale” al regime di Luigi Filippo.

13. Mentre alcuni membri del governo provvisorio volevano la proclamazione immediata della repubblica, altri intendevano investire di tale problema un’assemblea nazionale eletta a suffragio universale. Lamartine sosteneva una soluzione intermedia che si espresse nella formula accettata dal governo la sera del 24 febbraio, ma giudicata equivoca dagli operai in armi: “Il governo provvisorio vuole la Repubblica, salvo la critica del popolo che sarà immediatamente consultato”.

14. Repubblica francese! Libertà, uguaglianza, fraternità!

15. Gazette de France: antico giornale, la cui fondazione risale al 1613, portavoce dell’opposizione legittimista.

16. Le proibizioni nei riguardi delle importazioni, specialmente per quanto riguardava i manufatti inglesi, proibizioni che avevano raggiunto sotto il regime napoleonico la massima estensione, furono sostanzialmente mantenute nei regimi successivi (compresa la monarchia di Luigi Filippo) e furono notevolmente attenuate da Napoleone III solo nel 1860, malgrado la forte opposizione della borghesia industriale, che temeva la concorrenza britannica sul mercato interno.

17. Marx allude qui alle manifestazioni operaie che ebbero luogo a Parigi il 25 febbraio per chiedere la sostituzione del tricolore con la bandiera rossa. Il proletariato si lasciò persuadere, dal Lamartine in particolare, a desistere dalla sua richiesta.

18. Le Moniteur Universal: organo ufficiale del governo, pubblicato a Parigi dal 1789 fino alla fine del 1868.

19. Allusione al periodo del Terrore (1793-1794).

20. Giacomo il brav’uomo: tale era il nome con cui era chiamato per sfregio il contadino francese fin dal Medioevo.

21. La somma assegnata sotto la restaurazione, come indennità, agli aristocratici le cui proprietà fondiarie erano state confiscate e vendute durante la Rivoluzione francese. S’intende con restaurazione il periodo 1815-1830, contraddistinto in Francia dal ritorno sul trono della dinastia dei Borboni, deposta durante la Rivoluzione francese.

22. Gente senz’arte né parte.

23. Si tratta degli ateliers nationaux: istituiti il 26 febbraio come rimedio contro la disoccupazione, entro i quali gli operai erano organizzati quasi militarmente in squadre, brigate e compagnie.

24. Case di lavoro. Furono istituite in Inghilterra nel 1834 per rinchiudervi i poveri: ebbero triste fama per il trattamento inumano che questi vi subivano.

25. Dopo aver proclamato la repubblica e approvato l’operato del governo provvisorio, l’Assemblea costituente, con l’opposizione di Barrot e dei deputati conservatori, decise di eleggere, anziché il ministero, una “commissione esecutiva” che avrebbe a sua volta nominato i ministri. Essa fu composta da Arago, Marie, Garnier Pagès, Lamartine e Ledru-Rollin (quest’ultimo eletto con pochi voti), tutti già membri del governo provvisorio. Tanto nella commissione quanto nel ministero prevalgono i repubblicani del National (cfr. sopra nota 12).

26. Cfr. Marx-Engels, Opere, v. VII, Roma, Editori Riuniti, 1974, pp. 143-147.

27. Per caratterizzare la dialettica rivoluzionaria della disfatta di giugno, Marx usa qui la stessa formula con cui la monarchia feudale esprimeva la sua pretesa perennità: “Le roi est mort! Vive le roi!” (Il re è morto! Viva il re!).

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II. Il 13 giugno 1849

Indice de Le lotte di classe in Francia dal 1848 al 1850

Marx (1850)

II

Il 13 giugno 1849

Dal giugno 1848 al 13 giugno 1849

Il 25 febbraio 1848 aveva dato alla Francia la repubblica, il 25 giugno le impose la rivoluzione. E rivoluzione significava dopo giugno: rovesciamento della società borghese, mentre prima di febbraio aveva significato: rovesciamento della forma dello Stato.

La lotta di giugno era stata diretta dalla frazione repubblicana della borghesia: a questa toccò necessariamente, con la vittoria, il potere dello Stato. Lo stato d’assedio aveva messo al suoi piedi Parigi incatenata e incapace di resistere; nelle province regnava uno stato d’assedio morale: la brutale arroganza dei borghesi e lo sfrenato fanatismo dei contadini per la proprietà! Dal basso, dunque, nessun pericolo!

Assieme alla forza rivoluzionaria degli operai era infranta, nello stesso tempo, l’influenza politica dei repubblicani democratici, ossia dei repubblicani nel senso della piccola borghesia, rappresentati nella commissione esecutiva da Ledru-Rollin, nell’Assemblea nazionale costituente dal partito della Montagna [1], nella stampa dalla “Réforme” [2]. Insieme con i repubblicani borghesi, essi avevano cospirato il 16 aprile contro il proletariato, insieme con loro lo avevano combattuto nelle giornate di giugno. In questo modo avevano minato essi stessi la base su cui si fondava la potenza del loro partito, giacché la piccola borghesia non può avere una posizione rivoluzionaria contro la borghesia, se non in quanto abbia dietro di sé il proletariato. Si dette loro il benservito. L’alleanza fittizia con loro, stretta con riluttanza e con segrete intenzioni di tradimento durante l’epoca del governo provvisorio e della commissione esecutiva, venne apertamente rotta dai repubblicani borghesi. Respinti con disprezzo come alleati, essi decaddero al rango di satelliti dei tricolori [3], ai quali non potevano strappare nessuna concessione, ma il cui dominio erano costretti a difendere, ogni volta che questo, e con esso la repubblica, sembrava fosse posto in pericolo dalle frazioni borghesi antirepubblicane. Tali frazioni infine – orleanisti e legittimisti – erano sin dall’origine una minoranza nell’Assemblea nazionale costituente. Anzi, prima delle giornate di giugno esse non osavano reagire se non sotto la maschera del repubblicanesimo borghese; la vittoria di giugno fece si che per un momento tutta la Francia borghese salutasse in Cavaignac il suo salvatore, e quando, poco dopo le giornate di giugno, il partito antirepubblicano riacquistò la propria indipendenza, la dittatura militare e lo stato d’assedio a Parigi non gli permisero di spiegare le antenne se non timidamente e cautamente.

Dal 1830 la frazione repubblicana borghese, con i suoi scrittori, con i suoi oratori, con le sue capacità, con le sue ambizioni, con i suoi deputati, generali, banchieri e avvocati, si era raggruppata intorno a un giornale di Parigi, il “National”. Nelle province questo giornale possedeva le proprie succursali. La cricca del “National” era la dinastia della repubblica tricolore. Presto essa s’impadronì di tutte le cariche dello Stato, dei ministeri, della prefettura di polizia, della direzione delle poste, dei posti di prefetto, dei più alti posti divenuti liberi nella gerarchia degli ufficiali dell’esercito. Alla testa del potere esecutivo era il suo generale, Cavaignac; il suo redattore capo, Marrast, divenne il presidente in permanenza dell’Assemblea nazionale costituente. In pari tempo, nei suoi ricevimenti, egli, come maestro di cerimonie, faceva gli onori della repubblica dabbene.

Per una specie di rispetto di fronte alla tradizione repubblicana, persino alcuni scrittori rivoluzionari francesi hanno contribuito a rafforzare l’opinione errata che i monarchici dominassero nell’Assemblea nazionale costituente. L’Assemblea costituente, invece, rimase, a partire dalle giornate di giugno, la rappresentante esclusiva del repubblicanesimo borghese, e dimostrò il suo repubblicanesimo con tanta maggior risolutezza quanto più l’influenza dei repubblicani tricolori fuori dell’Assemblea andava crollando. Quando si trattava di difendere la forma della repubblica borghese, essa disponeva dei voti dei repubblicani democratici; ma se si trattava di difendere il contenuto, neppure il modo d’esprimersi la separava più dalle frazioni borghesi monarchiche, poiché gli interessi della borghesia, le condizioni materiali del suo dominio di classe e del suo sfruttamento di classe costituiscono appunto il contenuto della repubblica borghese [4].

Non la tendenza al ritorno alla monarchia dunque, ma il repubblicanesimo borghese trovava la sua incarnazione nella vita e nelle azioni di questa Assemblea costituente, che, in definitiva, non morì, non fu nemmeno uccisa, ma si decompose.

Per l’intera durata del suo dominio, sino a che essa rappresentò sul proscenio la parte del protagonista, nel retroscena si pronunciavano, olocausto ininterrotto, le incessanti condanne dei tribunali di guerra contro gli insorti di giugno prigionieri, oppure si decideva la loro deportazione senza giudizio. L’Assemblea costituente ebbe il tatto di confessare che negli insorti di giugno essa non giudicava dei delinquenti, ma schiacciava dei nemici.

Il primo atto dell’Assemblea nazionale costituente fu la creazione di una commissione d’inchiesta sugli avvenimenti di giugno e del 15 maggio e sulla partecipazione dei capi dei partiti socialista e democratico a quelle giornate. L’inchiesta mirava direttamente a Louis Blanc, Ledru-Rollin e Caussidière. I repubblicani borghesi bruciavano d’impazienza di sbarazzarsi di questi rivali. Il soddisfacimento dei loro rancori non poteva essere affidato da loro a un soggetto meglio adatto del signor Odilon Barrot, già capo dell’opposizione dinastica. Questo liberalismo fatto carne, questa corpulenta nullità, questa profonda fatuità, non aveva solo una dinastia da vendicare, ma anche da chieder conto ai rivoluzionari di una mancata presidenza del consiglio. Sicura garanzia della sua implacabilità! Questo Barrot venne dunque nominato presidente della commissione d’inchiesta ed egli costruì un processo completo contro la rivoluzione di febbraio, che poteva, secondo lui, riassumersi così: 17 marzo, manifestazione; 16 aprile, complotto; 15 maggio, attentato; 23 giugno, guerra civile! Per qual motivo non estese egli le sue dotte ricerche criminaliste fino al 24 febbraio? Rispose il “Journal des Dèbats[5]: il 24 febbraio è la fondazione di Roma. L’origine degli Stati si perde in un mito, a cui si deve credere e che non si deve discutere. Louis Blanc e Caussidière vennero consegnati ai tribunali. L’Assemblea nazionale condusse a termine l’opera della propria epurazione, che aveva incominciato il 15 maggio.

Il piano concepito dal governo provvisorio e ripreso da Goudchaux, di una imposta sul capitale, sotto forma di imposta ipotecaria, fu respinto dall’Assemblea costituente; la legge che limitava l’orario di lavoro a 10 ore abrogata; l’arresto per debiti ristabilito; dalla ammissione al giurì venne esclusa quella gran parte della popolazione francese che non sa né leggere né scrivere. Perché non escluderla anche dal diritto di voto? La cauzione per giornali fu rimessa in vigore. Il diritto d’associazione limitato.

Ma nella loro precipitazione di restituire agli antichi rapporti borghesi le loro antiche garanzie e di cancellare ogni traccia lasciata dalle onde della rivoluzione, i borghesi repubblicani urtarono in una resistenza, che costituì per loro la minaccia di un pericolo inatteso.

Nessuno aveva combattuto nelle giornate di giugno per la salvaguardia della proprietà e per il ristabilimento del credito con maggior fanatismo dei piccoli borghesi di Parigi: caffettieri, trattori, piccoli negozianti, merciaiuoli, artigiani, ecc. La bottega aveva raccolto tutte le sue forze e aveva marciato contro la barricata, al fine di ristabilire la circolazione che porta dalla strada alla bottega. Ma dietro alla barricata stavano i clienti e i debitori, dinanzi ad essa i creditori della bottega. E quando le barricate furono abbattute e gli operai schiacciati, e i guardiani delle botteghe, ubriachi di vittoria, si rovesciarono di ritorno nelle loro botteghe, ne trovarono barricato l’ingresso da un salvatore della proprietà, da un agente ufficiale del credito, che agitava loro in faccia le sue lettere di protesta: Cambiale scaduta! Fitto scaduto! Tratta scaduta! Bottega fallita! Bottegaio fallito!

Salvaguardia della proprietà! Ma la casa in cui abitavano non era loro proprietà; la bottega che custodivano non era loro proprietà; le merci che vendevano non erano loro proprietà. Né il loro negozio, né il piatto in cui mangiavano, né il letto in cui dormivano appartenevano più a loro. Era contro di essi appunto che si trattava di salvare questa proprietà per il padrone di casa che aveva dato la casa in affitto, per il banchiere che aveva scontato la cambiale, per il capitalista che aveva anticipato il denaro contante, per l’industriale che aveva affidato le merci per la vendita al bottegai, per il grosso negoziante che aveva dato a credito le materie prime agli artigiani. Ristabilimento del credito! Ma il credito nuovamente rafforzato si rivelava come una divinità viva e zelante, appunto perché cacciava dalle sue quattro mura il debitore insolvente colla donna e coi figlioli, dava in preda al capitale i suoi averi illusori e gettava lui stesso nella prigione per debiti, che di nuovo si levava minacciosa sui cadaveri degli insorti di giugno.

I piccoli borghesi riconobbero con terrore che schiacciando i proletari si erano dati senza resistenza nelle mani dei loro creditori. La loro bancarotta, che si trascinava cronica sin da febbraio e in apparenza era ignorata, fu dichiarata pubblicamente dopo giugno.

La loro proprietà nominale era stata lasciata in pace fino a che si era trattato di spingerli sul campo di battaglia in nome della proprietà. Ora che si era regolato il grande affare col proletariato, si poteva tornare a regolare anche il piccolo affare col droghiere. In Parigi la massa delle cambiali scadute ammontava ad oltre 21 milioni di franchi, nelle province ad oltre 11 milioni. Più di 7.000 esercenti di aziende parigine da febbraio non avevano pagato la pigione.

Poiché l’Assemblea nazionale aveva stabilito una inchiesta sulla colpa politica risalendo sino al febbraio, così dal canto loro, i piccoli borghesi chiesero un’inchiesta sui debiti civili fino al 24 febbraio. Si radunarono in massa nell’atrio della Borsa, chiedendo minacciosamente che si prorogassero i termini di pagamento mediante sentenza del tribunale di commercio, e si costringessero i creditori alla liquidazione del proprio credito dietro rimborso di una moderata percentuale, e ciò a favore di ogni negoziante il quale potesse dimostrare che il suo fallimento era derivato solo dalla stagnazione prodotta dalla rivoluzione, e che il suo commercio era andato bene fino al 24 febbraio. La questione venne trattata come progetto di legge nell’Assemblea nazionale, sotto forma di “concordats à l’amiable[6]. L’Assemblea tentennava; quando ecco giungerle la notizia che, in quel momento stesso, alla porta St. Denis, migliaia di donne e di fanciulli degli insorti stavano preparando una petizione per ottenere l’amnistia.

Vedendo risorgere lo spettro di giugno, i piccoli borghesi tremarono e l’Assemblea riacquistò la sua inesorabilità. I concordats à l’amiable, l’accordo amichevole fra creditore e debitore, vennero respinti nei loro punti essenziali.

In questo modo, dopo che, in seno all’Assemblea nazionale, già da un pezzo i rappresentanti democratici dei piccoli borghesi erano stati respinti dai rappresentanti repubblicani della borghesia, questa rottura parlamentare assunse il suo significato economico reale, borghese: i piccoli borghesi debitori vennero abbandonati alla mercé dei borghesi creditori. Una gran parte dei primi andò in completa rovina; ai rimanenti fu solo concesso di continuare i loro affari, a condizioni che ne facevano dei servi incondizionati del capitale. Il 22 agosto 1848 l’Assemblea nazionale respingeva i concordats à l’amiable; il 19 settembre 1848, in pieno stato d’assedio, venivano eletti il principe Luigi Bonaparte e il prigioniero di Vincennes, il comunista Raspail, a rappresentanti di Parigi. Quanto alla borghesia, essa elesse l’agente di cambio ebreo e orleanista Fould. Da tutte le parti, dunque, e contemporaneamente, aperta dichiarazione di guerra contro l’Assemblea nazionale costituente, contro il repubblicanesimo borghese, contro Cavaignac.

Non vi è bisogno di spiegare come la bancarotta in massa dei piccoli borghesi parigini doveva avere le sue ripercussioni molto al di là delle persone direttamente colpite e doveva dare una nuova scossa al traffico borghese, mentre il disavanzo dello Stato tornò ad aumentare per le spese dell’insurrezione di giugno, e le entrate dello Stato diminuivano continuamente a causa dell’arresto della produzione, della limitazione del consumo e della riduzione delle importazioni. Non vi era altro mezzo a cui Cavaignac e l’Assemblea nazionale potessero far ricorso, fuori di un nuovo prestito, che li cacciasse ancor più sotto il giogo dell’aristocrazia finanziaria.

Se i piccoli borghesi avevano raccolto, come frutto della vittoria di giugno, la bancarotta e la liquidazione giudiziaria, i giannizzeri di Cavaignac, le guardie mobili, invece trovarono il loro premio fra le molli braccia delle lorettes [7], e ricevettero, in qualità di “giovani salvatori della società”, omaggi d’ogni sorta nei saloni di Marrast, di questo gentilhomme [8] del tricolore, che faceva la parte d’anfitrione e insieme di trovatore della repubblica dabbene. Ma una siffatta preminenza sociale e il soldo sproporzionalmente più elevato delle guardie mobili irritavano l’esercito, mentre svanivano al tempo stesso tutte le illusioni nazionali, con cui sotto Luigi Filippo, il repubblicanesimo borghese aveva saputo legare a sé, attraverso il suo giornale, il “National“, una parte dell’esercito e della classe dei contadini. L’opera di mediazione, che Cavaignac e l’Assemblea nazionale fecero nell’Italia settentrionale, per tradirla insieme coll’Inghilterra e consegnarla all’Austria – questo unico giorno di dominio annientò diciott’anni d’opposizione del “National”. Nessun governo meno nazionale che quello del “National”, nessuno più dipendente dall’Inghilterra, e sotto Luigi Filippo il giornale viveva della quotidiana ripetizione del catoniano: Carthaginem esse delendam [9]; nessuno più servile verso la Santa Alleanza, e da un Guizot il giornale aveva reclamato si lacerassero i trattati di Vienna! L’ironia della storia aveva fatto di Bastide, ex redattore di politica estera del “National”, il ministro degli affari esteri della Francia, affinché egli confutasse ciascuno dei suoi articoli con ciascuno dei suoi dispacci.

Per un istante l’esercito e la classe dei contadini avevano creduto che insieme con la dittatura militare fossero poste all’ordine del giorno della Francia la guerra all’estero e la “gloire”. Ma Cavaignac non era la dittatura della spada sulla società borghese; era la dittatura della borghesia mediante la spada. E del soldato essa aveva bisogno ancora, ma solo come gendarme. Sotto i tratti severi della modestia repubblicana antica, Cavaignac nascondeva la piatta sottomissione alle umili condizioni del suo ufficio borghese. L’argent n’a pas de maître! Il denaro non ha padrone! Come in generale l’Assemblea costituente, anche egli idealizzava questa vecchia divisa del terzo stato; ed entrambi la traducevano in linguaggio politico in questo modo: la borghesia non ha re; la vera forma del suo dominio è la repubblica.

Elaborare questa forma, portare a compimento una Costituzione repubblicana: in questo consisteva la “grande opera organica” dell’Assemblea nazionale costituente. Sbattezzare il calendario cristiano per farlo repubblicano, cambiare san Bartolomeo in san Robespierre non cambia né la pioggia né il bel tempo, più che questa Costituzione non cambiasse o dovesse cambiare la società borghese. Dove essa faceva qualche cosa più che mutar vestito, metteva a verbale fatti compiuti. Così registrò solennemente il fatto della repubblica, il fatto del suffragio universale, il fatto di un’unica Assemblea nazionale sovrana in luogo delle due Camere costituzionali limitate. Così registrò e regolò il fatto della dittatura di Cavaignac, sostituendo la monarchia ereditaria, stazionaria e irresponsabile, con una monarchia elettiva, ambulante e responsabile, con una presidenza quadriennale. Così elevò nientemeno che a legge costituzionale il fatto dei poteri straordinari, di cui l’Assemblea nazionale, dopo gli orrori del 15 maggio e del 25 giugno, aveva, nell’interesse della propria sicurezza, cautamente investito il suo presidente. Il resto della Costituzione era opera di terminologia. Dal meccanismo dell’antica monarchia si strapparono le etichette monarchiche e vi si incollarono delle etichette repubblicane. Marrast, già redattore capo del “National”, ora redattore capo della Costituzione, si sbrigò di questo compito accademico non senza talento.

L’Assemblea costituente rassomigliava a quell’impiegato cileno che voleva dare assetto più stabile al rapporti della proprietà fondiaria mediante una misurazione catastale, proprio nel momento in cui il rombo sotterraneo aveva già preannunziato l’eruzione vulcanica che doveva far mancare la terra persino sotto ai suoi piedi. Mentre in teoria essa definiva esattamente le forme in cui si esprimeva repubblicanamente il dominio della borghesia, in realtà essa si affermava unicamente con la soppressione di tutte le formule, con la violenza pura e semplice, con lo stato d’assedio. Due giorni prima di incominciare l’elaborazione della Costituzione, essa proclamò la sua proroga. Prima d’allora le Costituzioni si facevano e si approvavano non appena il processo del rivolgimento sociale aveva raggiunto uno stadio di quiete, i nuovi rapporti di classe si erano consolidati, e le frazioni cozzanti della classe dominante si erano rifugiate in un compromesso che permetteva loro di proseguire la lotta tra di loro e di escluderne in pari tempo la massa del popolo spossata. Questa Costituzione, invece, non sanzionò nessuna rivoluzione sociale: sanzionò la vittoria temporanea della vecchia società sulla rivoluzione [10].

Nel primo progetto di Costituzione, elaborato prima delle giornate di giugno, si trovava ancora il “droit au travail“, il diritto al lavoro, prima formula goffa in cui si riassumono le rivendicazioni rivoluzionarie del proletariato. Lo si trasformò nel droit à l’assistance, nel diritto alla pubblica assistenza; e qual è lo Stato moderno che non nutre, in un modo o nell’altro, i suoi poveri? Il diritto al lavoro è nel senso borghese un controsenso, un meschino, pio desiderio; ma dietro il diritto al lavoro sta il potere sul capitale, dietro il potere sul capitale sta l’appropriazione dei mezzi di produzione, il loro assoggettamento alla classe operaia associata, e quindi l’abolizione del lavoro salariato, del capitale e dei loro rapporti reciproci. Dietro il “diritto al lavoro” stava l’insurrezione di giugno. L’Assemblea costituente, che aveva posto di fatto il proletariato rivoluzionario hors la loi, fuori legge, doveva per ragioni di principio espellere dalla Costituzione, dalla legge delle leggi, la sua formula: doveva lanciare il suo anatema contro il “diritto al lavoro”. Ma qui non si fermò. Come Platone aveva bandito dalla sua repubblica i poeti [11], essa bandí dalla sua, in perpetuo, l’imposta progressiva. E l’imposta progressiva non è solamente una misura borghese, attuabile, su scala maggiore o minore, entro i rapporti di produzione esistenti; essa era l’unico mezzo per legare i ceti medi della società borghese alla repubblica “dabbene”, per ridurre il debito dello Stato, per dare scacco alla maggioranza antirepubblicana della borghesia.

In occasione dei concordats à l’amiable, i repubblicani tricolori avevano di fatto sacrificato la piccola borghesia alla grande. Questo fatto isolato venne da essi elevato a principio, mediante l’interdizione legale dell’imposta progressiva. Essi posero la riforma borghese allo stesso livello della rivoluzione proletaria. Ma quale classe rimase allora come punto d’appoggio della loro repubblica? La grande borghesia. E la massa di questa era antirepubblicana. Se essa sfruttava i repubblicani del “National” per dare nuova solidità ai vecchi rapporti della vita economica, essa pensava però di sfruttare per altra via i rapporti sociali nuovamente consolidati, per ristabilire le forme politiche ad essi corrispondenti. Fin dal principio d’ottobre, Cavaignac si vide costretto a fare ministri della repubblica Dufaure e Vivien, già ministri di Luigi Filippo, per quanto gli scervellati puritani del suo stesso partito fremessero e strepitassero.

Mentre respingeva qualsiasi compromesso colla piccola borghesia, e non riusciva a incatenare alla nuova forma di Stato nessun nuovo elemento della società, la Costituzione tricolore s’affrettò invece a restituire l’intangibilità tradizionale a un corpo in cui l’antico Stato trovava i suoi difensori più accaniti e fanatici: elevò a legge costituzionale l’inamovibilità dei giudici, che il governo provvisorio aveva posto in forse. Il re unico, ch’essa aveva deposto, risuscitava cento volte in questi inamovibili inquisitori della legalità.

La stampa francese ha spesso indicato le molteplici contraddizioni della Costituzione del signor Marrast, per esempio, la coesistenza di due sovrani, l’Assemblea nazionale e il presidente, ecc. ecc.

La contraddizione, però, che investe tutta questa Costituzione, sta nel fatto che le classi la cui schiavitú sociale essa deve eternare, proletariato, contadini, piccoli borghesi, sono messe, mediante il suffragio universale, nel possesso del potere politico, mentre alla classe il cui vecchio potere sociale essa sanziona, alla borghesia, sottrae le garanzie politiche di questo potere. Ne costringe il dominio politico entro condizioni democratiche le quali facilitano ad ogni momento la vittoria delle classi nemiche e pongono in questione le basi stesse della società borghese. Dalle une esige che non avanzino dall’emancipazione politica all’emancipazione sociale, dall’altra che non retroceda dalla restaurazione sociale alla restaurazione politica.

Queste contraddizioni importavano poco ai repubblicani borghesi. A misura che avevano cessato d’essere indispensabili – e indispensabili erano stati solamente quali campioni della vecchia società contro il proletariato rivoluzionario – poche settimane dopo la loro vittoria, essi erano precipitati dal livello di un partito al livello di una consorteria. E trattavano la Costituzione come un grande intrigo. Ciò che con essa doveva costituirsi era, prima di tutto, il dominio della consorteria. Il presidente doveva essere un Cavaignac prorogato, l’Assemblea legislativa una Costituente prorogata. Essi speravano di ridurre il potere politico delle masse popolari a un potere illusorio, e con questa stessa funzione di potere speravano di poter giocare a sufficienza, in modo da riuscire a tener sospeso in permanenza sulla maggioranza della borghesia il dilemma delle giornate di giugno: regno del “National” o regno dell’anarchia.

L’opera costituzionale, iniziata il 4 settembre, fu terminata il 23 ottobre. Il 2 settembre la Costituente aveva deliberato di non sciogliersi fino a che non fossero emanate le leggi organiche a completamento della Costituzione. Ciò nondimeno essa si decise ora a chiamare in vita la sua creatura più vera, il presidente, e sin dal 10 dicembre, molto prima cioè che il ciclo della propria azione fosse chiuso. A tal punto era sicura di salutare nell’homunculus [12] della Costituzione il figlio di sua madre! Per precauzione si era deciso che, ove nessuno dei candidati raggiungesse due milioni di voti, l’elezione dovesse passare dalla nazione alla Costituente.

Inutili precauzioni! Il primo giorno di applicazione della Costituzione fu l’ultimo giorno del dominio della Costituente. Nel fondo dell’urna elettorale giaceva la sua sentenza di morte. Essa cercava il “figlio di sua madre”; trovò il “nipote di suo zio” [13]; Saul Cavaignac raccolse un milione di voti, ma Davide Napoleone ne raccolse sei. Saul Cavaignac era sei volte battuto [14].

Il 10 dicembre 1848 fu il giorno dell’insurrezione dei contadini. Solo da questo giorno datò Il febbraio per i contadini francesi. Il simbolo che esprimeva la loro entrata nel movimento rivoluzionario, goffamente astuto, furbescamente ingenuo balordamente sublime, superstizione calcolata, farsa patetica, anacronismo genialmente sciocco, buffonata della storia mondiale, geroglifico inesplicabile per l’intelletto dei civilizzati: questo simbolo portava incontestabilmente la fisionomia della classe che nella civiltà rappresenta la barbarie. La repubblica erasi annunciata .a questa classe con l’esattore delle imposte; essa si annunciò alla repubblica con l’imperatore. Napoleone era l’unico uomo che avesse esaurientemente rappresentato gli interessi e la fantasia della nuova classe dei contadini, sorta nel 1789. Scrivendo il nome di lui sul frontespizio della repubblica, essa dichiarava all’estero la guerra, e all’interno proclamava la lotta per la difesa del proprio interesse di classe. Napoleone non era pei contadini una persona, ma un programma. Colle bandiere, a suon di musica, essi si recarono alle sezioni elettorali, gridando: plus d’impôts, à bas les riches, à bas la republique, vive l’Empereur! Non più imposte, abbasso i ricchi, abbasso la repubblica, viva l’Imperatore! Dietro l’imperatore si nascondeva la guerra dei contadini. La repubblica contro la quale avevano votato era la repubblica dei ricchi.

Il 10 dicembre fu il colpo di Stato dei contadini che rovesciò il governo vigente E da questo giorno in cui essi avevano tolto e dato alla Francia un governo, i loro occhi rimasero ostinatamente fissi su Parigi. Eroi attivi, per un momento, del dramma rivoluzionario, non potevano più essere ridotti alla parte inattiva e indifferente del coro.

Le altre classi contribuirono a rendere completa la vittoria elettorale dei contadini. L’elezione di Napoleone era, per il proletariato, la destituzione di Cavaignac, la rovina della Costituente, la abdicazione del repubblicanesimo borghese, la cassazione della vittoria di giugno. Per la piccola borghesia, Napoleone era il dominio del debitore sul creditore. Per la maggioranza della grande borghesia, l’elezione di Napoleone era la rottura aperta con la frazione di cui essa aveva dovuto, per un momento, servirsi contro la rivoluzione, ma che le era divenuta intollerabile non appena questa frazione aveva cercato di dare alla posizione di un momento la solidità di una posizione costituzionale. Napoleone al posto di Cavaignac era, per essa, la monarchia al posto della repubblica, l’inizio della restaurazione monarchica, gli Orléans timidamente annunciati, il giglio pudicamente nascosto tra le viole [15]. L’esercito infine, aveva votato per Napoleone contro la guardia mobile contro l’idillio della pace, a favore della guerra.

Così accadde, come ebbe a dire la “Neue Rheinische Zeitung”, che l’uomo più limitato della Francia acquistasse il significato più multiforme. Appunto perché non era nulla, egli poteva significare tutto, fuorché se stesso. Per quanto vario, del resto, suonasse il significato del nome dì Napoleone sulla bocca delle classi diverse, ciascuna, scrivendo sulla propria scheda, scriveva: abbasso il partito del “National”; abbasso Cavaignac; abbasso la Costituente; abbasso la repubblica borghese. li ministro Dufaure lo dichiarò pubblicamente nell’Assemblea costituente: Il 10 dicembre è un secondo 24 febbraio.

Piccola borghesia e proletariato avevano votato in blocco per Napoleone per votare contro Cavaignac e strappare alla Costituente, mediante l’unione dei loro voti, la decisione finale. La parte più progressiva d’ambedue queste classi presentò però i propri candidati. Napoleone fu il nome collettivo di tutti i partiti coalizzati contro la repubblica borghese; Ledru-Rollin e Raspail i nomi propri: della piccola borghesia democratica il primo, del proletariato rivoluzionario l’altro. I voti per Raspail – lo avevano dichiarato altamente i proletari e i loro oratori socialisti – non dovevano essere più che una dimostrazione, una protesta collettiva contro qualsiasi presidenza, ossia contro la Costituzione stessa; erano altrettanti voti contro Ledru-Rollin, il primo atto con cui il proletariato, quale partito politico autonomo, si staccava dal partito democratico. Questo partito, invece – la piccola borghesia democratica e la sua rappresentanza parlamentare, la Montagna – aveva trattato la candidatura di Ledru-Rollin con tutta la serietà con cui ha la solenne abitudine di ingannare se stesso. Questo fu del resto l’ultimo suo tentativo di presentarsi come partito autonomo di fronte al proletariato. Non il solo partito borghese repubblicano, anche la piccola borghesia democratica e la sua Montagna vennero battute il 10 dicembre.

La Francia possedeva ora accanto a una Montagna un Napoleone; prova questa che entrambi non erano se non le caricature inanimate delle grandi realtà di cui portavano il nome. Col cappello imperiale e con l’aquila, Luigi Napoleone non parodiava l’antico Napoleone in modo più miserabile di quello che la Montagna non parodiasse l’antica Montagna, con le sue frasi tolte a prestito al 1793 e con le sue pose demagogiche. La tradizionale fede superstiziosa nel 1793 fu così distrutta insieme con la tradizionale fede superstiziosa in Napoleone. La rivoluzione arrivò a essere se stessa solo quando ebbe conquistato il suo nome proprio, il suo nome originale; e questo non le fu possibile prima che la moderna classe rivoluzionaria, il proletariato industriale, non si fosse presentata come dominatrice in primo piano. Si può dire che il 10 dicembre sconcertò la Montagna e le fece perdere il bene dell’intelletto anche solo per il fatto che spezzò ridendo, con un impertinente lazzo contadinesco, la classica analogia con la vecchia rivoluzione [16].

Il 20 dicembre Cavaignac abbandonò il suo ufficio e l’Assemblea costituente proclamò Luigi Napoleone presidente della repubblica. Il 19 dicembre, ultimo giorno del suo dominio assoluto, essa aveva respinto la proposta di amnistia degli insorti di giugno. Revocare il decreto del 27 giugno, col quale, passando sopra il giudizio dei tribunali, aveva condannato 15.000 insorti alla deportazione, non significava forse sconfessare la stessa battaglia di giugno?

Odilon Barrot, l’ultimo ministro di Luigi Filippo, fu il primo ministro di Luigi Napoleone. Come Luigi Napoleone non datò il giorno del suo potere dal 10 dicembre, ma da un senato-consulto del 1804 [17], così trovò un presidente dei ministri che datò il suo ministero non dal 20 dicembre, ma da un regio decreto del 24 febbraio. Come erede legittimo di Luigi Filippo, Luigi Napoleone attenuò il cambiamento di regime mantenendo il vecchio ministero, che del resto non aveva avuto il tempo di logorarsi, perché non aveva avuto il tempo di venire al mondo.

Questa scelta gli era stata consigliata dai capi delle frazioni borghesi monarchiche. Il condottiero dell’antica opposizione dinastica, il quale aveva inconsapevolmente costituito il passaggio ai repubblicani del “National”, era ancor più indicato a costituire, con piena consapevolezza, il passaggio dalla repubblica borghese alla monarchia.

Odilon Barrot era il capo dell’unico vecchio partito d’opposizione che, avendo sempre lottato inutilmente per il portafoglio ministeriale, non si era ancora logorato. Con rapida vicenda, la rivoluzione aveva lanciato tutti i vecchi partiti d’opposizione alla sommità dello Stato, affinché essi fossero obbligati non solo nel fatto, ma anche nella frase, a rinnegare e confutare le loro vecchie frasi e infine, riuniti tutti in una repugnante mistura, fossero gettati dal popolo nella pattumiera della storia. E nessuna apostasia venne risparmiata a questo Barrot, a questa incarnazione del liberalismo borghese, che per diciotto anni aveva nascosto la miserabile vanità del suo spirito sotto la simulata gravità del suo corpo. Se in qualche momento egli stesso era sgomentato dal contrasto troppo stridente fra i cardi spinosi del presente e gli allori del passato, un semplice sguardo nello specchio gli restituiva il contegno ministeriale e l’umana ammirazione di se stesso. L’immagine che si rifletteva nello specchio era Guizot che egli sempre aveva invidiato e che sempre lo aveva dominato, Guizot in persona, ma Guizot con la fronte olimpica di Odilon. Ciò ch’egli non vedeva erano gli orecchi di Mida.

Il Barrot del 24 febbraio non si rivelò che nel Barrot del 20 dicembre. Con lui, orleanista e volterriano, faceva il paio, come ministro del culto, il legittimista e gesuita Falloux.

Pochi giorni dopo, il ministero dell’interno venne affidato a Léon Faucher, il malthusiano [18]. Il diritto, la religione, l’economia politica! Il ministero Barrot comprendeva in sé tutto questo e, per giunta, una unione tra i legittimisti e gli orleanisti. Non mancava che il bonapartista. Bonaparte dissimulava ancora la voglia di fare il Napoleone, perché Soulouque non faceva ancora la parte di Toussalnt-Louverture.

Il partito del “National” venne tosto sbalzato da tutti i più alti posti in cui erasi annidato. Prefettura di polizia, direzione delle poste, procura generale, municipio di Parigi, tutto fu occupato da vecchie creature della monarchia. Il legittimista Changarnier ottenne il comando supremo riunito della guardia nazionale del dipartimento della Senna, della guardia mobile e delle truppe di linea della prima divisione militare; l’orleanista Bugeaud venne nominato comandante in capo dell’esercito delle Alpi. Questo cambiamento di funzionari continuò ininterrotto sotto il governo Barrot. Primo atto del suo ministero fu la restaurazione della vecchia amministrazione monarchica. In un attimo la scena ufficiale cambiò: quinte, costumi, linguaggio, attori, figuranti, comparse, suggeritori, posizione dei partiti, motivi del dramma contenuto dell’intreccio, la situazione intera. Solo la preistorica Assemblea costituente era ancora al suo posto. Ma dal momento che l’Assemblea nazionale ebbe istallato Bonaparte, Bonaparte Barrot e Barrot Changarnier, la Francia passò dal periodo della costituzione della repubblica al periodo della repubblica costituita. E nella repubblica costituita a che pro un’Assemblea costituente? Creata la terra, al Creatore non era rimasto altro che rifugiarsi nel cielo. L’Assemblea costituente era risoluta a non seguirne l’esempio. L’Assemblea era l’ultimo asilo del partito dei repubblicani borghesi; se le erano stati strappati tutti i congegni del potere esecutivo, non le rimaneva forse la onnipotenza costituente? Mantenere in qualunque circostanza la posizione sovrana che essa occupava, e giovarsene per riacquistare il perduto terreno; fu il suo primo pensiero. Sostituito il ministero Barrot da un ministero del “National”, il personale monarchico sarebbe immediatamente stato obbligato a sgomberare i palazzi dell’amministrazione e il personale tricolore vi sarebbe rientrato in trionfo! L’Assemblea decise di rovesciare il ministero, e il ministero stesso offerse l’occasione dell’attacco; e una occasione più adatta la Costituente non l’avrebbe potuta trovare.

Si rammenterà che Luigi Napoleone significava per i contadini: non più imposte! Egli era da sei giorni sullo scanno presidenziale, e il settimo giorno, il 27 dicembre, il suo ministero propose il mantenimento dell’imposta sul sale di cui il governo provvisorio aveva decretato l’abolizione. L’imposta sul sale divide con l’imposta sul vino il privilegio di essere il capro espiatorio del vecchio sistema finanziario francese, particolarmente agli occhi della popolazione delle campagne. All’eletto dei contadini il ministero Barrot non poteva porre sulle labbra epigramma più mordace pei suoi elettori che queste parole: ristabilimento dell’imposta sul sale! Con l’imposta sul sale Bonaparte perdette il proprio sale rivoluzionario; il Napoleone dell’insurrezione dei contadini evaporò come una nebbia, non lasciando dietro a sé altro che la grande incognita dell’intrigo monarchico della borghesia. E non senza intenzione il ministero Barrot aveva fatto di un atto di mistificazione così grossolano e così privo di tatto, il primo atto di governo del presidente.

La Costituente, dal canto suo, afferrò avidamente la doppia occasione di abbattere il ministero e di contrapporre all’eletto dei contadini se stessa, quale rappresentante degli interessi dei contadini. Respinse la proposta del ministro delle finanze, ridusse l’imposta sul sale a un terzo del suo primitivo ammontare, aumentando così di circa 60 milioni un disavanzo dello Stato di 560 milioni, e attese tranquillamente che il ministero, dopo questo voto di sfiducia, si ritirasse. Tanto poco comprendeva il nuovo mondo che la circondava, e il cambiamento avvenuto nella propria posizione! Dietro il ministero vi era il presidente e dietro il presidente vi erano sei milioni, che avevano deposto nell’urna elettorale altrettanti voti di sfiducia contro la Costituente. La Costituente rendeva alla nazione il suo voto di sfiducia. Ridicolo baratto! Essa dimenticava che i suoi voti avevano perduto il corso forzoso. Il rigetto dell’imposta sul sale non ebbe altro effetto che di spingere a maturazione la risoluzione di Bonaparte e del suo ministero di “farla finita” con l’Assemblea costituente. Incominciò quel lungo duello, che riempie l’intera seconda metà della vita della Costituente. il 29 gennaio, il 21 marzo, il 3 maggio sono le journées, le grandi giornate di questa crisi; ognuna di esse precorre il 13 giugno.

I francesi, come ad esempio Louis Blanc, hanno visto nel 29 gennaio la manifestazione di una contraddizione costituzionale, della contraddizione tra un’Assemblea nazionale sovrana, indissolubile, uscita dal suffragio universale, e un presidente che secondo la lettera era responsabile verso di lei, in realtà non solo era egualmente sanzionato dal suffragio universale, e concentrava anche nella propria persona tutti i voti che si dividevano e sminuzzavano mille volte nei singoli membri dell’Assemblea nazionale, ma era inoltre nel pieno possesso dell’intero potere esecutivo, sopra il quale l’Assemblea aleggiava unicamente come potere morale. Questa interpretazione del 29 gennaio scambia la forma verbale della lotta, nella tribuna, nella stampa, nei clubs, col suo contenuto reale. Luigi Bonaparte di fronte all’Assemblea nazionale costituente non era un elemento del potere costituzionale di fronte all’altro, non era il potere esecutivo di fronte al potere legislativo, era la stessa repubblica borghese costituita che si contrapponeva agli strumenti della sua Costituzione, agli intrighi ambiziosi e alle rivendicazioni ideologiche della frazione borghese rivoluzionaria che l’aveva fondata, ed ora, sorpresa, trovava che la sua repubblica costituita rassomigliava a una monarchia restaurata e voleva con la forza tener fermo il periodo costituente, con le sue condizioni, con le sue illusioni col suo linguaggio e con le sue persone, impedendo così alla repubblica borghese, ormai matura, di presentarsi nella sua forma completa e specifica. Come l’Assemblea nazionale costituente rappresentava Cavaignac rientrato nel suo seno, così Bonaparte rappresentava l’Assemblea nazionale legislativa che non si era ancora staccata da lui, cioè l’Assemblea nazionale della repubblica borghese costituita.

L’elezione di Bonaparte poteva spiegare il suo significato solo mettendo al posto di un nome i suoi significati molteplici, solo ripetendosi nell’elezione della nuova Assemblea nazionale. Il 10 dicembre aveva cassato il mandato della vecchia Assemblea. Chi dunque si trovò faccia a faccia il 29 gennaio non furono il presidente e l’Assemblea nazionale di una stessa repubblica, furono l’Assemblea nazionale della repubblica che si costituiva e il presidente della repubblica già costituita, due forze che incarnavano periodi affatto diversi del processo di esistenza della repubblica; furono la piccola frazione repubblicana della borghesia, che sola aveva potuto proclamare la repubblica, strapparla al proletariato rivoluzionario con una lotta di strada e col dominio del terrore e abbozzare nella Costituzione i propri princìpi ideali, e dall’altra parte tutta la massa monarchica della borghesia, che sola poteva regnare in questa repubblica borghese costituita, togliere alla Costituzione i suoi accessori ideologici e realizzare, con una propria legislazione e una propria amministrazione, le condizioni indispensabili per l’assoggettamento del proletariato.

La tempesta scoppiata il 29 gennaio aveva accumulato i suoi elementi durante tutto il mese. La Costituente aveva voluto, col suo voto di sfiducia, spingere il ministero Barrot a dimettersi. Il ministero Barrot, invece, propose alla Costituente di dare a se stessa un voto di sfiducia definitivo, di decidere il proprio suicidio, di decretare il proprio scioglimento. Rateau, uno dei deputati più oscuri, presentò il 6 gennaio questa proposta alla Costituente, per ordine del ministero; a quella stessa Costituente, che già nell’agosto aveva deciso di non sciogliersi sino a che non avesse emanato un’intera serie di leggi organiche, che completassero la Costituzione. Il ministeriale Fould le dichiarò inoltre che il suo scioglimento era necessario “per il ristabilimento del credito scosso“. E non scuoteva essa il credito prolungando la provvisorietà e tornando a mettere in questione, con Barrot Bonaparte, e con Bonaparte la repubblica costituita? Barrot, l’olimpico, diventato un Orlando furioso dinanzi alla prospettiva di vedersi strappare di nuovo, dopo appena due settimane di godimento, la presidenza dei ministri che gli era riuscito finalmente di afferrare e che i repubblicani gli avevano già una volta fatto aspettare per un decennio, ossia per dieci mesi, Barrot trattò questa miserabile Assemblea in modo più tirannico dello stesso tiranno. Il termine più mite da lui usato fu che “con essa non era possibile nessun avvenire”. E in realtà essa non rappresentava ormai che il passato. “Essa era incapace” soggiunse ironicamente, “di circondare la repubblica delle istituzioni necessarie al suo consolidamento”. Difatti! Con la sua opposizione esclusiva contro il proletariato, si era in pari tempo infranta la sua energia borghese, e con la sua opposizione contro i monarchici era stata rianimata la sua energia repubblicana. In tal modo essa era doppiamente incapace di consolidare, mercé convenienti istituzioni, la repubblica borghese che non comprendeva più.

Insieme alla proposta di Rateau, il ministero suscitò in tutto il paese una tempesta di petizioni, e giornalmente, da ogni angolo della Francia, piovvero sulla testa della Costituente pacchi di billets doux [19], in cui, più o meno categoricamente, le si chiedeva di sciogliersi e far testamento. La Costituente, a sua volta, provocò delle contropetizioni con le quali le si faceva chiedere di rimanere in vita. La lotta elettorale fra Bonaparte e Cavaignac si rinnovo come lotta di petizioni pro e contro lo scioglimento dell’Assemblea nazionale. Le petizioni dovevano essere i commenti postumi del 10 dicembre. Questa agitazione continuò per tutto il mese di gennaio

Nel conflitto tra la Costituente e il presidente, la prima non poteva far valere il suffragio universale come sua origine, perché contro di essa si faceva appello proprio al suffragio universale. Essa non poteva rovesciare il ministero con dei voti di sfiducia, come tentò ancora una volta di fare il 6 e il 26 gennaio, perché il ministero non le chiedeva la sua fiducia [20]. Le rimaneva una sola possibilità, quella dell’insurrezione. Le forze armate dell’insurrezione erano la parte repubblicana della guardia nazionale, la guardia mobile e i centri del proletariato rivoluzionario, i clubs. Le guardie mobili, questi eroi delle giornate di giugno, formavano anche in dicembre la forza armata organizzata delle frazioni borghesi repubblicane, allo stesso modo che, prima di giugno, i laboratori nazionali avevano formato la forza combattente organizzata del proletariato rivoluzionario. Come la commissione esecutiva della Costituente aveva diretto il suo attacco brutale contro i laboratori nazionali, quando aveva voluto farla finita con le esigenze, divenute intollerabili, del proletariato, così il ministero di Bonaparte diresse l’attacco contro la guardia mobile, quando volle farla finita con le esigenze, divenute intollerabili, delle frazioni borghesi repubblicane. Esso ordinò lo scioglimento della guardia mobile. Una metà fu congedata e gettata sul lastrico; l’altra ricevette un’organizzazione monarchica in sostituzione dell’organizzazione democratica ed ebbe ribassato il soldo al livello del soldo comune delle truppe di linea. La guardia mobile venne a trovarsi nella situazione degli insorti di giugno, e ogni giorno i quotidiani pubblicavano pubbliche confessioni, in cui essa riconosceva la propria colpa di giugno e supplicava il proletariato di perdonargliela.

E i clubs? Non appena l’Assemblea nazionale pose in questione in Barrot il presidente, e nel presidente la repubblica borghese costituita, e nella repubblica borghese costituita la repubblica borghese in generale, si strinsero necessariamente intorno ad essa tutti gli elementi costituenti della repubblica di febbraio, tutti i partiti che volevano abbattere la repubblica esistente e, mediante un violento processo di involuzione, trasformarla nella repubblica dei loro interessi e dei loro princìpi di classe. L’accaduto diveniva non accaduto, le cristallizzazioni del movimento rivoluzionario ritornavano allo stato fluido, la repubblica per la quale s’era combattuto era di nuovo l’indeterminata repubblica delle giornate di febbraio, la cui determinazione ogni partito si riservava. I partiti ripresero per un momento le loro antiche posizioni di febbraio, senza tuttavia condividere le illusioni di febbraio. I repubblicani tricolori del “National” si appoggiarono di nuovo ai repubblicani democratici della “Réforme”, spingendoli come avanguardia nelle prime file della lotta parlamentare. I repubblicani democratici si appoggiarono di nuovo ai repubblicani socialisti – Il 27 gennaio un pubblico manifesto annunciò la loro conciliazione e la loro unione – e prepararono nei clubs il terreno per l’insurrezione. A ragione la stampa ministeriale trattava i repubblicani tricolori del “National” come insorti di giugno risuscitati. Per mantenersi alla sommità della repubblica borghese, il ministro Faucher propose una legge sul diritto d’associazione, il cui primo paragrafo diceva: “I clubs sono vietati“. Egli fece la proposta che questo progetto di legge venisse immediatamente messo in discussione, come urgente. La Costituente respinse la proposta dell’urgenza, e il 27 gennaio Ledru-Rollin presentò una proposta di messa in stato d’accusa del ministero per violazione della Costituzione, sottoscritta da 230 firme. La messa in stato d’accusa del ministero, nel momento in cui un simile atto era un’inabile confessione dell’impotenza del giudice, cioè della maggioranza della Camera, oppure una protesta impotente dell’accusatore contro questa maggioranza, questo fu il grande atout rivoluzionario che d’allora in poi la Montagna postuma giocò ad ogni punto culminante della crisi. Povera Montagna, schiacciata dal peso del proprio nome!

Blanqui, Barbès, Raspail, ecc., avevano cercato, il 15 maggio, di disperdere l’Assemblea nazionale, penetrando alla testa del proletariato parigino nella sala delle sue sedute. Barrot preparò alla stessa Assemblea un 15 maggio morale, volendo dettarle il suo autoscioglimento e chiuderne la sala delle sedute. L’Assemblea stessa aveva affidato a Barrot l’inchiesta contro gli accusati di maggio, e ora, nel momento che egli si presentava di fronte ad essa come un Blanqui monarchico, ed essa di fronte a lui cercava i propri alleati nei clubs tra i proletari rivoluzionari, nel partito di Blanqui, in questo stesso momento l’implacabile Barrot mise alla tortura l’assemblea con la proposta di sottrarre i prigionieri di maggio al giudizio dei giurati e di deferirli al tribunale supremo, inventato dal partito del “National”, alla haute cout [21]. È cosa stupefacente come l’angosciosa paura di perdere un portafoglio ministeriale riuscisse a cavar fuori dalla testa d’un Barrot trucchi degni d’un Beaumarchais! L’Assemblea nazionale, dopo aver tentennato a lungo, accolse la sua proposta. Di fronte agli accusati dell’attentato di maggio, essa ritrova il suo carattere normale [22].

Se la Costituente nei confronti del presidente e dei ministri era spinta all’insurrezione, il presidente e il ministero erano spinti, nei confronti della Costituente, al colpo di Stato, perché non possedevano nessun mezzo legale per scioglierla. Ma la Costituente era la madre della Costituzione, e la Costituzione la madre del presidente. Col colpo di Stato il presidente lacerava la Costituzione ed estingueva il proprio titolo giuridico repubblicano. Egli era allora costretto a tirar fuori il titolo giuridico imperiale; senonché il titolo giuridico imperiale risvegliava quello orleanista, ed entrambi impallidivano dinanzi al titolo giuridico legittimista. L’abbattimento della repubblica legale non poteva portare in alto altro che il suo estremo polo contrario, la monarchia legittimista, in un momento in cui il partito orleanista era ancora unicamente il vinto di febbraio e Bonaparte unicamente il vincitore del 10 dicembre, in un momento in cui entrambi non potevano ancora opporre alla usurpazione repubblicana altro che il loro titolo monarchico egualmente usurpato [23]. I legittimisti erano coscienti che il momento era favorevole: e cospiravano alla luce del sole. Nel generale Changarnier potevano sperare di trovare il loro Monk. L’avvento della monarchia bianca venne annunciato nei loro clubs con altrettale pubblicità, che in quelli proletari l’avvento della repubblica rossa.

Con una sommossa felicemente schiacciata, il ministero sarebbe stato liberato da tutte le difficoltà. “La legalità ci uccide”, esclamava Odilon Barrot. Una sommossa avrebbe permesso, sotto il pretesto di salut public [24], di sciogliere la Costituente e di violare la Costituzione nell’interesse della Costituzione stessa. Il brutale intervento di Odilon Barrot nell’Assemblea nazionale, la proposta di scioglimento dei clubs, la rumorosa deposizione di 50 prefetti tricolori e la loro sostituzione con dei monarchici, lo scioglimento della guardia mobile, i maltrattamenti dei suoi capi da parte di Changarnier, la reintegrazione di Lerminier, professore impossibile già sotto Guizot, la tolleranza delle millanterie legittimiste, erano altrettante provocazioni alla sommossa. Ma la sommossa rimase muta. Essa attendeva il segnale dalla Costituente e non dal ministero.

Giunse finalmente il 29 gennaio, il giorno in cui su proposta di Mathieu (de la Drôme) si doveva decidere di respingere in modo incondizionato la proposta di Rateau. Legittimisti, orleanisti, bonapartisti, guardia mobile, Montagna, clubs, tutti cospiravano in quel giorno, ognuno non meno contro il supposto nemico che contro il supposto alleato. Bonaparte, dall’alto del suo cavallo, passò in rivista parte delle truppe sulla piazza della Concordia; Changarnier si mise in mostra facendo sfoggio di manovre strategiche; la Costituente trovò la sala delle sue sedute occupata militarmente. Essa, il centro attorno a cui si incrociavano tutte le speranze, i timori, le attese, le agitazioni, le tensioni, le cospirazioni; essa, l’Assemblea dal cuor di leone, non ebbe un istante di esitazione, quando si trovò più che mai vicina a riconfondersi con lo spirito dell’universo [25]. Fu simile a quel combattente che non solo aveva paura di adoperare le proprie armi, ma si sentiva altresì obbligato a conservare intatte le armi del nemico. Con disprezzo della morte, firmò la propria sentenza di morte e respinse il rigetto incondizionato della proposta di Rateau. In stato d’assedio essa stessa, pose così termine a una attività costituente che aveva avuto per cornice necessaria lo stato d’assedio di Parigi. Si vendicò in modo degno di sé aprendo il giorno successivo un’inchiesta sullo spavento che il ministero le aveva causato il 29 gennaio. La Montagna provò la sua mancanza di energia rivoluzionaria e d’intelligenza politica lasciandosi sfruttare dal partito del “National” come banditore in questa grande commedia d’intrigo. Il partito del “National” aveva fatto l’ultimo tentativo per continuare a tenere nella repubblica costituita il monopolio del potere posseduto durante il periodo di formazione della repubblica borghese. Il tentativo era fallito.

Se nella crisi di gennaio sì trattò dell’esistenza della Costituente, nella crisi del 21 marzo si trattò dell’esistenza della Costituzione; nella prima del personale del partito del “National”, nella seconda del suo ideale. Non abbiamo bisogno di dichiarare che i repubblicani dabbene sacrificarono più a buon mercato il sublime sentimento della loro ideologia che il godimento mondano del potere governativo.

Il 21 marzo era all’ordine del giorno dell’Assemblea nazionale il progetto di legge di Faucher contro il diritto di associazione: la soppressione dei clubs. L’articolo 8 della Costituzione garantisce a tutti i francesi il diritto di associarsi. Il divieto dei clubs era dunque una violazione non equivoca della Costituzione, e la Costituente medesima era chiamata a canonizzare la profanazione dei suoi santi. Ma i clubs erano i punti di riunione, le sedi della cospirazione del proletariato rivoluzionario. La stessa Assemblea nazionale aveva proibito la coalizione degli operai contro i loro borghesi. E che altro erano i clubs se non una coalizione di tutta la classe operaia contro tutta la classe borghese, la formazione di uno Stato di operai contro lo Stato borghese? Non erano essi altrettante Assemblee costituenti del proletariato, altrettante unità dell’esercito della rivolta, pronte al combattimento? Ciò che la Costituzione doveva costituire prima di tutto, era il dominio della borghesia. La Costituzione poteva quindi evidentemente riferirsi, con il diritto d’associazione, soltanto alle associazioni che si trovavano in accordo con il dominio della borghesia, cioè con l’ordine borghese. Se, per convenienza teorica, la Costituzione si esprimeva in termini generali, non vi erano il governo e l’Assemblea nazionale per interpretarla e applicarla nel caso particolare? E se nel periodo antidiluviano della repubblica i clubs erano stati di fatto vietati dallo stato d’assedio, non dovevano essi, nella repubblica regolare, costituita, essere vietati dalla legge? A questa prosaica interpretazione della Costituzione i repubblicani tricolori nulla avevano da obiettare, fuorché la gonfia frase della Costituzione stessa. Parte di essi, Pagnerre, Duclerc, ecc., votò nel ministero, procurandogli così la maggioranza. L’altra parte, con l’arcangelo Cavaignac e il padre della chiesa Marrast alla testa, quando l’articolo per il divieto dei clubs fu approvato, si ritirò, unitamente a Ledru-Rollin e alla Montagna, in una sala particolare degli uffici… “e tenne consiglio”. L’Assemblea nazionale era paralizzata; essa non aveva più il numero legale. In buon punto il signor Crémieux ricordò, nella sala degli uffici, che di qui il cammino conduceva direttamente sulla strada e che non si era più nel febbraio 1848, ma nel marzo 1849. Improvvisamente illuminato, il partito del “National” ritornò nella sala delle sedute dell’Assemblea nazionale e dietro ad esso la Montagna, ancora una volta ingannata, e che, costantemente tormentata da appetiti rivoluzionari, ricercava con pari costanza le possibilità costituzionali e si sentiva sempre ancor meglio al suo posto dietro ai repubblicani borghesi che davanti al proletariato rivoluzionario. Così la commedia era finita. E la Costituente stessa aveva decretato che la violazione della lettera della Costituzione era l’unica attuazione corrispondente al suo spirito.

Un solo punto rimaneva ancora da regolare: le relazioni della repubblica costituita con la rivoluzione europea, la sua politica estera. Un’insolita animazione regnava l’8 maggio 1849 nell’Assemblea costituente, la cui vita doveva cessare entro pochi giorni. L’attacco di Roma da parte dell’esercito francese, la sconfitta di questo da parte dei romani, la sua infamia politica e la sua vergogna militare, l’assassinio della repubblica romana per opera della repubblica francese [26]: la prima campagna italiana del secondo Bonaparte era all’ordine del giorno [27]. La Montagna aveva ancora una volta giocato la sua grande carta, Ledru-Rollin aveva deposto sul tavolo presidenziale l’inevitabile atto d’accusa contro il ministero ed anche, questa volta, contro Bonaparte, per violazione della Costituzione

Il motivo dell’8 maggio si ripeté più tardi come motivo del 13 giugno. Ma vediamo che cosa fu la spedizione romana

Già a metà novembre 1848, Cavaignac aveva mandato a Civitavecchia una flotta da guerra per proteggere il papa, prenderlo .a bordo e portarlo in Francia. Il papa avrebbe dovuto benedire la repubblica dabbene e assicurare l’elezione di Cavaignac a presidente. Col papa, Cavaignac voleva pigliare all’amo i preti, coi preti i contadini e coi contadini la presidenza. Pubblicità elettorale per il suo scopo immediato, la spedizione di Cavaignac era nello stesso tempo una protesta e una minaccia contro la rivoluzione romana. V’era in essa, in germe, l’intervento della Francia a favore del papa.

Questo intervento in favore del papa insieme all’Austria e a Napoli contro la repubblica romana venne deliberato nella prima seduta del Consiglio dei ministri di Bonaparte, il 23 dicembre. Falloux nel ministero significava il papa a Roma, e nella Roma del papa. Bonaparte non aveva più bisogno del papa per diventare il presidente dei contadini, ma aveva bisogno di conservare il papa per conservare i contadini del presidente. La dabbenaggine di questi lo aveva fatto presidente. Con la fede se ne sarebbe andata la loro dabbenaggine, e col papa se ne sarebbe andata la loro fede. E gli orleanisti e i legittimisti coalizzati, che regnavano in nome di Bonaparte! Prima di restaurare il re, si doveva restaurare il potere che consacra i re. Ma anche prescindendo dalla loro fedeltà al re, senza l’antica Roma, soggetta al suo dominio temporale, non più papa; senza il papa, non più cattolicesimo; senza il cattolicesimo non più religione francese; e senza religione che sarebbe avvenuto della vecchia società francese? L’ipoteca che il contadino possiede sui beni celesti garantisce l’ipoteca che il borghese possiede sui beni del contadino. La rivoluzione romana era dunque un attentato contro la proprietà, contro l’ordine borghese, altrettanto terribile quanto la rivoluzione di giugno. Il restaurato dominio borghese in Francia esigeva la restaurazione del dominio papale in Roma. Infine, nei rivoluzionari romani si colpivano gli alleati dei rivoluzionari francesi; l’alleanza delle classi controrivoluzionarie nella repubblica francese costituita trovava il suo necessario coronamento nell’alleanza della repubblica francese con la Santa Alleanza, con Napoli e con l’Austria. La decisione del Consiglio dei ministri del 23 dicembre non era un mistero per la Costituente. Già l’8 gennaio Ledru-Rollin aveva interpellato a proposito di essa il ministero; il ministero aveva negato e l’Assemblea era passata all’ordine del giorno. Aveva essa fiducia nelle parole del ministero? Sappiamo che per tutto il mese di gennaio non aveva fatto altro che votargli la sfiducia. Ma se la parte del ministero era di mentire, la parte dell’Assemblea era di fingere di prestar fede alle sue menzogne, salvando con ciò le apparenze repubblicane.

Frattanto il Piemonte era battuto. Carlo Alberto aveva abdicato. L’esercito austriaco batteva alle porte della Francia [28]. Ledru-Rollin interpellò violentemente. Il ministero dimostrò che nell’Italia settentrionale non aveva fatto che continuare la politica di Cavaignac, e Cavaignac la politica del governo provvisorio, cioè di Ledru-Rollin. Questa volta ottenne dall’Assemblea nazionale persino un voto di fiducia, e venne autorizzato ad occupare temporaneamente una località conveniente dell’alta Italia per appoggiare in questo modo le pacifiche trattative con l’Austria circa l’integrità del territorio sardo e la questione romana. È noto che il destino d’Italia si decide sui campi di battaglia dell’Italia settentrionale. Caduti la Lombardia e il Piemonte era dunque caduta anche Roma, a meno che la Francia non dichiarasse la guerra all’Austria, e, per conseguenza, alla controrivoluzione europea. Prese l’Assemblea d’un tratto il ministero Barrot per il vecchio Comitato di salute pubblica? O se stessa per la Convenzione [29]? A che scopo dunque l’occupazione militare di una località dell’alta Italia? Sotto questo velo trasparente si nascondeva la spedizione contro Roma.

Il 14 aprile 14.000 uomini salparono, sotto Oudinot, alla volta di Civitavecchia; il 16 aprile l’Assemblea nazionale accordò al Ministero un credito di 1.200.000 franchi per mantenere durante i tre mesi una flotta per intervenire nel Mediterraneo. In questo modo dette al ministero tutti i mezzi per intervenire contro Roma, mentre fingeva di spingerlo all’intervento contro l’Austria. Essa non vedeva ciò che il ministero faceva; udiva solamente ciò che diceva. Tanta fede non si sarebbe trovata nemmeno in Israele. La Costituente era arrivata al punto di non permettersi di sapere quanto la repubblica costituita doveva fare.

Finalmente l’8 maggio si rappresentò l’ultima scena della commedia. La Costituente invitò il ministero a prendere misure d’urgenza per ricondurre la spedizione italiana allo scopo fissato. Bonaparte fece inserire la sera stessa nel “Moniteur” una lettera, in cui rivolgeva a Oudinot le sue più vive felicitazioni. L’11 maggio l’Assemblea nazionale respinse l’atto di accusa contro lo stesso Bonaparte e il suo ministero. E la Montagna, invece di lacerare questo tessuto d’inganni, prese sul serio la commedia parlamentare, per recitarvi essa stessa la parte di Fouquier-Tinville; ma sotto la pelle di leone, presa a prestito dalla Convenzione, lasciò vedere l’originaria pelle del vitello piccolo-borghese.

L’ultima metà della vita della Costituente si riassume così: essa ammette, il 29 gennaio, che le frazioni borghesi monarchiche sono i superiori naturali della repubblica da essa costituita; il 21 marzo, che la violazione della Costituzione ne è la realizzazione; e l’11 maggio, che la pomposamente annunciata alleanza passiva della repubblica francese coi popoli in lotta, significa la sua alleanza attiva con la controrivoluzione europea.

Questa miserabile Assemblea abbandonò la scena dopo essersi procurata due giorni ancora prima dell’anniversario della sua nascita, il 4 maggio, la soddisfazione di respingere la proposta di amnistia degli insorti di giugno. Spezzata la sua potenza, mortalmente odiata dal popolo, respinta, malmenata, gettata da parte con disprezzo dalla borghesia, di cui era la creatura, costretta a rinnegare nella seconda metà della propria esistenza la prima metà, spogliata delle sue illusioni repubblicane, senza grandi creazioni nel passato, senza speranze nell’avvenire, decomponendosi a pezzo a pezzo, mentre era ancora in vita, essa non riusciva a galvanizzare il proprio cadavere, se non ricordando continuamente la vittoria di giugno e rivivendola ancora una volta; essa si riaffermava ripetendo continuamente la condanna dei condannati. Vampiro che viveva nel sangue degli insorti di giugno!

Essa lasciò dietro di sé il disavanzo dello Stato ingrossato dalle spese dell’insurrezione di giugno, dalla soppressione dell’imposta sul sale, dalle indennità assegnate ai possessori di piantagioni in seguito all’abolizione della schiavitù dei negri, dalle spese della spedizione romana, dalla soppressione dell’imposta sul vino da essa deliberata mentre già trovavasi in agonia, come un vecchio maligno, che ride, felice di addossare all’erede un debito d’onore compromettente.

Dal principio di marzo era incominciata l’agitazione per le elezioni dell’Assemblea nazionale legislativa. Due gruppi principali stavano di fronte: il partito dell’ordine e il partito democratico socialista o partito rosso: in mezzo ad essi, gli amici della Costituzione, sotto il qual nome i repubblicani tricolori del “National” cercavano di rappresentare un partito. Il partito dell’ordine si era formato immediatamente dopo le giornate di giugno; ma solo dopo che il 10 dicembre gli ebbe concesso di respingere da sé la consorteria del “National”, cioè dei repubblicani borghesi, si era rivelato il segreto della sua esistenza: la coalizione degli orleanisti e dei legittimisti in un unico partito. La classe borghese era divisa in due grandi frazioni che avevano avuto alternativamente il monopolio del potere: la grande proprietà fondiaria sotto la monarchia restaurata, l’aristocrazia finanziaria e la borghesia industriale sotto la monarchia di luglio. Borbone era l’appellativo regio che indicava l’influenza preponderante degli interessi dell’una, Orléans era l’appellativo regio che indicava l’influenza preponderante degli interessi dell’altra frazione; il regno anonimo della repubblica era l’unico in cui ambedue le frazioni potessero, con egual potere, difendere il comune interesse di classe senza rinunciare alla loro reciproca rivalità. Dal momento che la repubblica borghese non poteva essere niente altro che la forma completa e pura del dominio di tutta la classe borghese, poteva essa dunque essere altra cosa che il dominio degli orleanisti completati dai legittimisti e dei legittimisti completati dagli orleanisti, la sintesi della restaurazione e della monarchia di luglio? I repubblicani borghesi del “National” non rappresentavano nessuna grande frazione della loro classe, che poggiasse su basi economiche. Il loro significato e il loro titolo storico consistevano unicamente nell’avere, sotto la monarchia, di fronte alle due frazioni borghesi che non concepivano se non il loro regime particolare, fatto valere il regime universale della classe borghese, il regno anonimo della repubblica, che essi idealizzavano e ornavano di arabeschi antichi, ma nel quale salutavano prima di tutto il dominio della loro consorteria. Se il partito del “National” non volle credere ai propri occhi, quando vide alla sommità della repubblica da esso fondata i monarchici coalizzati, non meno s’ingannavano costoro circa il fatto del loro dominio unificato. Essi non comprendevano che se ciascuna delle loro frazioni considerata isolatamente, in sé, era monarchica, il prodotto della loro combinazione chimica doveva necessariamente essere repubblicano; che la monarchia bianca e la monarchia azzurra dovevano neutralizzarsi nella repubblica tricolore. Costrette dall’antagonismo col proletariato rivoluzionario e con le classi intermedie, spinte sempre più intorno ad esso come al loro centro, a impegnare le loro forze riunite e a mantenere la loro organizzazione, ciascuna delle frazioni del partito dell’ordine era obbligata a far valere, contro le velleità di restaurazione e di supremazia dell’altra, il dominio comune, cioè la forma repubblicana del dominio borghese. Così troviamo che questi monarchici, dopo avere in principio creduto a una restaurazione immediata, dopo avere poi conservata la forma repubblicana, alla fine, con la schiuma alla bocca e con invettive atroci contro di essa sulle labbra, confessano di potersi mettere d’accordo solo nella repubblica e rinviano la restaurazione a tempo indeterminato. Lo stesso godimento del dominio comune rafforzava ciascuna delle due frazioni e la rendeva ancor più incapace e riluttante a sottomettersi all’altra, cioè a restaurare la monarchia.

Il partito dell’ordine proclamò direttamente nel suo programma elettorale il dominio della classe borghese, cioè il mantenimento delle condizioni vitali del suo dominio, della proprietà, della famiglia, della religione, dell’ordine! Naturalmente esso presentava il suo dominio di classe e le condizioni del suo dominio di classe come dominio della civiltà e come condizioni necessarie della produzione materiale, e dei rapporti di scambio sociali che ne derivano. Il partito dell’ordine disponeva di enormi mezzi pecuniari, aveva organizzato le sue succursali in tutta la Francia, aveva ai suoi stipendi tutti gli ideologi della vecchia società, si giovava dell’influenza del potere del governo esistente, possedeva un esercito di vassalli gratuiti nell’intera massa dei piccoli borghesi e dei contadini che, tuttora lontani dal movimento rivoluzionario, trovavano nei grandi dignitari della proprietà i rappresentanti naturali della loro piccola proprietà e dei loro piccoli pregiudizi; rappresentato in tutto il paese da un numero infinito di piccoli re, poteva punire la sconfitta dei suoi candidati come un’insurrezione, congedare gli operai ribelli, i servi di fattoria indisciplinati, i domestici, i commessi, gli impiegati ferroviari, gli scrivani, tutti i funzionari alla sua dipendenza borghese. Poteva infine alimentare qua e là la illusione che la Costituente repubblicana avesse impedito al Bonaparte del 10 dicembre di manifestare le sue forze miracolose. Parlando del partito dell’ordine non abbiamo fatto menzione dei bonapartisti. Essi non erano una frazione seria della classe borghese, ma un’accolta di invalidi vecchi e superstiziosi, e di cavalieri di industria giovani e scettici. Il partito dell’ordine trionfò nelle elezioni; mandò all’Assemblea legislativa la grande maggioranza.

Di fronte alla classe borghese controrivoluzionaria coalizzata, le parti diventate rivoluzionarie della piccola borghesia e della classe dei contadini dovevano naturalmente riunirsi col grande dignitario degli interessi rivoluzionari, col proletariato rivoluzionario. Abbiamo visto come le disfatte parlamentari avessero spinto i capi democratici della piccola borghesia nel parlamento, cioè la Montagna, verso i capi socialisti del proletariato, e come i concordats à l’amiable, la brutale affermazione degli interessi borghesi, la bancarotta, avessero spinto la vera piccola borghesia fuori del parlamento, verso i veri proletari. Il 27 gennaio Montagna e socialisti avevano celebrato la loro riconciliazione, nel gran banchetto del febbraio 1849 riconfermarono il loro atto di unione. Il partito sociale e il democratico, il partito dei lavoratori e quello dei piccoli borghesi, si unirono nel partito socialdemocratico, cioè nel partito rosso.

Paralizzata per un istante dall’agonia susseguita alle giornate di giugno, la repubblica francese era passata, dopo la soppressione dello stato d’assedio, dopo il 19 ottobre, attraverso una serie continua di agitazioni febbrili. Prima la lotta per la presidenza; poi la lotta del presidente con la Costituente; la lotta per i clubs; il processo di Bourges [30], che di fronte alle piccole figure del presidente, dei realisti coalizzati, dei repubblicani dabbene della Montagna democratica, dei socialisti dottrinari del proletariato [31], aveva fatto apparire i suoi veri rivoluzionari come mostri d’altri tempi, quali solo un diluvio può lasciare dietro a sé alla superficie della società, e quali possono apparire alla vigilia di un diluvio sociale; l’agitazione elettorale; l’esecuzione degli assassini di Bréa; i continui processi di stampa; i violenti interventi polizieschi del governo nei banchetti; le arroganti provocazioni monarchiche; l’esposizione alla berlina delle effigi di Louis Blanc e di Caussidière; il conflitto ininterrotto tra la repubblica costituita e la Costituente, che ad ogni istante respingeva la rivoluzione al suo punto di partenza, che ad ogni istante trasformava il vincitore in vinto, il vinto in vincitore, e in un attimo rovesciava le posizioni dei partiti e delle classi, le loro divisioni e le loro unioni; il rapido cammino della controrivoluzione europea; la gloriosa lotta ungherese; le levate di scudi in Germania; la spedizione romana; l’ignominiosa disfatta dell’esercito francese davanti a Roma: in questo turbine di movimento, in questa tormentosa inquietudine storica, in questo drammatico flusso e riflusso di passioni, speranze, delusioni rivoluzionarie, le diverse classi della società francese erano costrette a calcolare le epoche del loro sviluppo a settimane, come prima le avevano contate a mezzi secoli. Una parte notevole dei contadini e delle province era diventata rivoluzionaria. Non solo avevano perduto le illusioni circa Napoleone, ma il partito rosso offriva loro al posto del nome la sostanza, al posto della esenzione illusoria dalle imposte la restituzione del miliardo pagato al legittimisti il regolamento dell’ipoteca e la soppressione della usura.

Perfino l’esercito era preso dal contagio della febbre rivoluzionaria. In Bonaparte aveva votato per la vittoria, ed egli gli aveva dato la disfatta. In lui aveva votato per il piccolo caporale [32], dietro al quale si nascondeva il gran generale rivoluzionario, ed egli gli restituiva i grandi generali dietro ai quali si nasconde il caporale pignolo. Non vi era dubbio che il partito rosso, ossia il partito democratico coalizzato, doveva celebrare, se non la vittoria, almeno grandi trionfi; che Parigi, l’esercito, una grande parte delle province dovevano votare per esso. Il capo della Montagna, Ledru-Rollin, venne eletto da cinque dipartimenti; una vittoria che non fu riportata da nessun capo del partito dell’ordine, da nessun nome del partito propriamente proletario. Questa elezione ci svela l’enigma del partito democratico-socialista. Se la Montagna, avanguardia parlamentare della piccola borghesia democratica, era stata costretta da una parte ad allearsi coi dottrinari socialisti del proletariato, il proletariato, costretto a rifarsi con vittorie intellettuali della spaventosa disfatta materiale di giugno, e non ancora messo in grado, dalla evoluzione delle rimanenti classi, di conquistare la dittatura rivoluzionaria, doveva gettarsi in braccio ai dottrinari della sua emancipazione, ai fondatori di sètte socialiste. Dall’altra parte i contadini rivoluzionari, l’esercito, le province si collocavano dietro alla Montagna, che divenne così la condottiera nel campo dell’esercito rivoluzionario, avendo eliminato, in seguito all’intesa coi socialisti, ogni antagonismo nel partito rivoluzionario. Nell’ultima metà della esistenza della Costituente, la Montagna ne aveva rappresentato il pathos repubblicano, e aveva fatto dimenticare i suoi peccati durante il governo provvisorio, durante la commissione esecutiva, durante le giornate di giugno. A misura che il partito del “National”, in consonanza col suo mezzo carattere, si lasciava schiacciare dal ministero monarchico, il partito della Montagna, messo in disparte durante l’onnipotenza del “National”, si rialzava e si imponeva quale rappresentante parlamentare della rivoluzione. Di fatto, il partito del “National” non aveva da opporre alle altre frazioni monarchiche niente altro che personalità ambiziose e chiacchiere idealistiche. Il partito della Montagna, invece, rappresentava una massa oscillante tra la borghesia e il proletariato, gli interessi materiali della quale reclamavano istituzioni democratiche. Di fronte al Cavaignac e ai Marrast, Ledru-Rollin e la Montagna si trovavano perciò nella verità della rivoluzione, e attingevano dalla coscienza di questa grave situazione tanto maggior animo quanto più le manifestazioni dell’energia rivoluzionaria si limitavano a incidenti parlamentari, a presentazioni di atti di d’accusa, a minacce, a far la voce grossa, a discorsi roboanti, e ad atti estremi che non si spingevano al di là della frase. I contadini si trovavano a un dipresso nella stessa situazione dei piccoli borghesi; avevano quasi le stesse rivendicazioni sociali da porre innanzi. Tutti i ceti medi della società, nella misura in cui erano trascinati nel movimento rivoluzionario, dovevano perciò necessariamente trovare in Ledru-Rollin il loro eroe. Ledru-Rollin era il personaggio della piccola borghesia democratica. Di fronte al partito dell’ordine, dovevano prima di tutti gli altri essere spinti in prima fila i riformatori di quest’ordine, a metà conservatori, metà rivoluzionari, e in tutto utopisti.

Il partito del “National”, “gli amici della Costituzione a ogni costo”, i repubblicani puri e semplici furono completamente battuti nelle elezioni. Una infima minoranza di loro entrò nella Camera legislativa; i loro capi più noti scomparvero dalla scena, compreso Marrast, il redattore capo e l’Orfeo della repubblica dabbene.

Il 28 maggio si radunò l’Assemblea legislativa: l’11 giugno si rinnovò la collisione dell’8 maggio. Ledru-Rollin depose, a nome della Montagna, un atto d’accusa contro il presidente e il ministero per violazione della Costituzione, per il bombardamento di Roma. Il 12 giugno l’Assemblea legislativa respinse l’atto d’accusa, come l’aveva respinto l’11 maggio l’Assemblea costituente, ma questa volta il proletariato spinse la Montagna sulla strada, non però ad un combattimento di strada, ma solo a una processione. Basta dire che la Montagna era alla testa di questo movimento, per sapere che il movimento fu vinto e che il giugno 1849 fu una caricatura altrettanto ridicola quanto indecente del giugno 1848. La gran ritirata del 13 giugno non fu eclissata che dall’ancor più grande rapporto sul combattimento fatto da Changarnier, il grand’uomo improvvisato dal partito dell’ordine. Ogni epoca sociale ha bisogno dei suoi grandi uomini, e se non li trova li inventa, come dice Helvétius.

Il 20 dicembre esisteva soltanto una metà della repubblica borghese costituita, il presidente; il 28 maggio essa venne completata con l’altra metà, con l’Assemblea legislativa. Nel giugno 1848 la repubblica borghese che si costituiva si era iscritta sul registro dello stato civile della storia con un’indicibile battaglia contro il proletariato; nel giugno 1849 la repubblica borghese costituita si iscriveva sul registro dello stato civile con un’innominabile commedia con la piccola borghesia. Il giugno 1849 fu la Nemesi del 1848 [33]. Nel giugno 1849 non furono vinti gli operai, ma sconfitti i piccoli borghesi, che si ponevano tra quelli e la rivoluzione. Il giugno 1849 non fu la tragedia sanguinosa fra il lavoro salariato e il capitale, ma la miserabile farsa, ricca di prigioni, fra il debitore e il creditore. Il partito dell’ordine aveva vinto, era onnipotente; doveva ora mostrare ciò ch’esso era.

Note

1. Durante la rivoluzione francese fu chiamata Montagna la minoranza di sinistra (diretta dal Robespierre e dal Saint-Just), in contrapposizione al centro dell’assemblea, detto Pianura o palude, la cui maggioranza, nel periodo del Terrore, si mosse a rimorchio dei montagnardi. Dopo la rivoluzione del 1848, si raggrupparono sotto il nome di Montagna i rappresentanti dei repubblicani democratici alla Costituente e alla Legislativa.

2. La Réforme, quotidiano francese, organo dei repubblicani moderati piccolo borghesi, capeggiati da Ledru-Rollin, cui si unirono i socialisti di Louis Blanc. Uscì a Parigi dal 1843 al 1850.

3. Furono denominati tricolori i repubblicani borghesi raccolti intorno al National (cfr. sopra, cap. I, nota 12).

4. Per forma della repubblica borghese Marx intende la Costituzione della repubblica.

5. Il Journal des débats politiques et littéraires era un quotidiano francese fondato nel 1789 a Parigi, giornale governativo durante la monarchia di luglio, come organo della borghesia orleanista; durante la rivoluzione del 1848 rappresentò le idee della borghesia controrivoluzionaria, il cosiddetto partito dell’ordine.

6. Concordati amichevoli.

7. Prostitute.

8. Cavaliere.

9. Cartagine deve essere distrutta, come affermava Catone nel senato romano, per metterlo in guardia dal pericolo costituito dal rifiorire della grande antagonista malgrado la sconfitta che aveva subito ad opera di Roma.

10. Anziché sancire un nuovo regime sociale, come accadde nelle precedenti rivoluzioni borghesi in Inghilterra e in Francia, la nuova Costituzione sostituiva unicamente una forma di Stato con un’altra, rimanendo sempre nell’ambito dell’ordine borghese che preesisteva alla rivoluzione.

11. Nel IV secolo a.C. il filosofo greco Platone aveva elaborato, nel suo dialogo La repubblica, le linee di uno Stato comunistico diretto dai filosofi e da cui erano esclusi i poeti, in quanto egli sosteneva che l’arte di questi volgeva le spalle alla scienza e alla ragione.

12. “Homunculus” (omiciattolo) nell’alchimia rinascimentale è un essere minuscolo prodotto artificialmente. Nel Faust di Goethe (II atto secondo, “laboratorio”) l’ex discepolo di Faust, Wagner, crea un “homunculus”.

13. Cioè Luigi Napoleone, il nipote di Napoleone I, che come dice Marx (Il 18 brumaio) non soltanto era politicamente “la caricatura del vecchio Napoleone”, ma “Napoleone in persona, nelle fattezze caricaturali che gli si addicono alla metà del secolo decimonono”.

14. Secondo il racconto biblico, Saul, primo re degli ebrei, aveva ucciso mille filistei, ma Davide, suo genero, diecimila. Luigi Napoleone ottenne 5.434.226 voti, contro 1.448.107 di Cavaignac.

15. Il giglio in campo bianco era l’emblema della monarchia “legittima” dei Borboni.

16. Invece di portare al passaggio del potere a un partito più avanzato, cioè, secondo l’analogia con la rivoluzione francese, dai repubblicani borghesi alla Montagna, il 10 dicembre dette luogo a un processo inverso.

17. Il 18 maggio 1804 il senato francese approvò la trasformazione costituzionale della Francia e l’elezione di Napoleone I a imperatore, decisione successivamente ratificata da un plebiscito.

18. Seguace delle teorie dell’economista inglese Thomas Robert Malthus (1766-1834).

19. Letterine d’amore.

20. I poteri che la Costituzione affidava al presidente lo mettevano in grado di scegliere e licenziare i ministri a suo piacere, indipendentemente dai voti dell’assemblea.

21. Alta corte: la corte suprema prevista dalla nuova Costituzione era composta da 5 giudici della cassazione e da 36 giurati scelti fra i consiglieri generali dei dipartimenti.

22. Essa ritrova cioè la naturale vocazione antiproletaria che l’aveva caratterizzata fin dal suo sorgere e l’aveva spinta, dal 15 maggio alla repressione di giugno e allo stato d’assedio.

23. Con un colpo di Stato Luigi Napoleone avrebbe distrutto la Costituzione grazie alla quale era presidente. In tal caso la sua permanenza al potere in base a un atto di forza poteva essere legittimata solo richiamandosi alla sua posizione di erede dell’impero di suo zio Napoleone I. Ma la legittimazione del potere mediante un titolo ereditario, anziché attraverso la volontà del popolo, riproponeva anche il diritto ereditario dei discendenti di Luigi Filippo e, con più forza ancora, quello dei discendenti della monarchia legittima dei Borboni, nei confronti dei quali Napoleone I e Luigi Filippo non erano che usurpatori del trono.

24. Salute pubblica: durante la rivoluzione francese, nel periodo del Terrore, tale fu il nome del comitato che rappresentava il massimo organo esecutivo dello Stato.

25. Allusione ironica di Marx al Weltgeist (spirito dell’universo o spirito del mondo) a cui Hegel riconduce tutta la storia, intendendolo come “una volontà divina” che “domina poderosa nel mondo” e si manifesta nella realtà storica mediante lo spirito dei popoli.

26. Successivamente alla fuga di Pio IX da Roma (in cui prevalevano le forze democratiche), dopo alcune settimane di incertezza, fu eletta una Costituente romana, che il 9 febbraio 1849 proclamò la decadenza del potere temporale dei papi e l’avvento della Repubblica romana, sotto la direzione del triumvirato composto da Mazzini, Armellini e Saffi. Raccogliendo l’appello del papa alle potenze cattoliche, la Francia inviò un esercito al comando del generale Oudinot, il quale, anziché essere accolto dai romani come liberatore (secondo le speranze dei francesi), il 30 aprile fu battuto da Garibaldi a Porta S. Pancrazio. I francesi, costretti all’accordo, si ritirarono a Civitavecchia, da dove, nel giugno, lanciarono un nuovo attacco a Roma, che il 1º luglio capitolò.

27. È qui implicito un ironico confronto fra le due gloriose campagne di Napoleone I in Italia (1796-1797 e 1800), che realizzarono il predominio francese sulla penisola attraverso una lunga serie di vittorie politiche e militari, e la prima spedizione in Italia della repubblica francese presieduta da Luigi Napoleone, che oltre a porsi al livello di una volgare azione di gendarmeria internazionale, iniziò con la sconfitta di Porta S. Pancrazio.

28. Il Piemonte, che il 9 agosto 1848, dopo il fallimento della mediazione franco inglese, aveva firmato l’armistizio con l’Austria, riprese la guerra il 20 marzo 1849, ma sconfitto il 23 a Novara dovette firmare l’armistizio di Vignale.

29. Durante la rivoluzione francese, si chiamò Convenzione l’assemblea riunitasi il 20 settembre 1792, col compito di dare una Costituzione repubblicana alla Francia. Da essa il potere esecutivo fu affidato al Comitato di salute pubblica.

30. Nel marzo del 1849 si svolse a Bourges il processo contro i capi del proletariato parigino, imputati di complotto contro la repubblica per i fatti del 15 maggio. Barbès e Albert furono condannati alla deportazione, Sobrier, De Flotte e Raspail a lunghe pene detentive, Blanqui a dieci anni di segregazione cellulare, perché, data la sua infermità, si considerava che questo periodo di tempo sarebbe stato sufficiente a portarlo alla tomba. Furono condannati in contumacia anche Louis Blanc e Caussidière.

31. Sotto tale denominazione Marx comprende vari pensatori socialisti propugnatori di banche di scambio, associazioni operaie ecc. che nell’illusione di indicare, mediante i loro esperimenti o le loro teorie, la via di una trasformazione sociale, oscillano tra la conservazione dei rapporti di produzione capitalistici, la democrazia piccolo-borghese e l’utopismo.

32. Napoleone Bonaparte.

33. Cioè la vendetta del giugno 1848.

Marx (1850)

III

Conseguenze del 13 giugno 1849

Dal 13 giugno 1849 al 10 marzo 1850

Il 20 dicembre la testa di Giano [1] della repubblica costituzionale non aveva ancora mostrato che una faccia, la faccia esecutiva, coi tratti scialbi e insipidi di Luigi Bonaparte; il 28 maggio 1849 mostrò la sua seconda faccia, la legislativa, cosparsa dalle rughe lasciatevi dalle orge della restaurazione e della monarchia di luglio. Con l’Assemblea nazionale legislativa era condotta a termine la formazione della repubblica costituzionale, cioè della forma repubblicana dello Stato, nella quale era costituito il dominio della classe borghese, il dominio comune, quindi, delle due grandi frazioni monarchiche componenti la borghesia francese, dei legittimisti e degli orleanisti coalizzati, del partito dell’ordine. Mentre in questo modo la repubblica francese diventava proprietà della coalizione dei partiti monarchici, la coalizione europea delle potenze controrivoluzionarie intraprendeva una crociata generale contro gli ultimi rifugi delle rivoluzioni di marzo. La Russia fece irruzione in Ungheria, la Prussia marciò contro l’esercito costituzionale dell’impero e Oudinot bombardò Roma. La crisi europea si avvicinava manifestamente a una svolta decisiva; gli occhi di tutta l’Europa si rivolgevano su Parigi, e gli occhi di tutta Parigi sull’Assemblea legislativa.

L’11 giugno salì alla tribuna dell’Assemblea legislativa Ledru-Rollin. Non tenne un discorso; formulò una requisitoria contro i ministri, nuda, senza fronzoli, oggettiva, concisa, violenta.

L’attacco a Roma è un attacco alla Costituzione; l’attacco alla repubblica romana un attacco alla repubblica francese. L’articolo V della Costituzione dice: “La repubblica francese non adopera mai le proprie forze combattenti contro la libertà di qualsiasi popolo”, e il presidente adopera l’esercito francese contro la libertà romana. L’articolo 54 della Costituzione vieta al potere esecutivo (di dichiarare qualsiasi guerra, senza l’assenso dell’Assemblea nazionale. La decisione della Costituente dell’8 maggio impone espressamente ai ministri di ricondurre al più presto la spedizione romana alla sua destinazione originaria: proibisce quindi loro non meno espressamente la guerra contro Roma, e Oudinot bombarda Roma. Così Ledru-Rollin invocò la Costituzione stessa quale testimone a carico contro Bonaparte e i suoi ministri Egli, il tribuno della Costituzione, lanciò alla maggioranza monarchica dell’Assemblea nazionale questa dichiarazione minacciosa: “I repubblicani sapranno far rispettare la Costituzione con tutti i mezzi, sia pure con la forza delle armi!” “Con la forza delle armi!” replicò l’eco centuplicata della Montagna. La maggioranza rispose con un tumulto spaventoso, il presidente nazionale richiamò Ledru-Rollin all’ordine, Ledru-Rollin ripeté la sua sfida, e depose, da ultimo, sul tavolo presidenziale la proposta di mettere Bonaparte e i suoi ministri in stato d’accusa. Con 361 contro 203 voti l’Assemblea nazionale decise di passare, circa il bombardamento di Roma, all’ordine del giorno puro e semplice.

Credeva Ledru-Rollin di poter battere l’Assemblea nazionale con la Costituzione, il presidente con l’Assemblea nazionale?

E’ vero che la Costituzione vietava ogni attacco alla libertà di popoli stranieri, ma ciò che l’esercito francese attaccava a Roma, era, secondo il ministero, non la “libertà”, bensì il “dispotismo dell’anarchia”. Non aveva ancora compreso la Montagna, a dispetto di tutte le esperienze nell’Assemblea costituente, che la interpretazione della Costituzione non spettava a coloro che l’avevano fatta, ma ormai solamente a coloro che l’avevano accettata? Che la sua lettera doveva essere interpretata secondo il suo spirito vitale e che lo spirito borghese era il suo unico spirito vitale? Che Bonaparte e la maggioranza monarchica dell’Assemblea nazionale erano gli interpreti autentici della Costituzione come il prete è l’interprete autentico della Bibbia, e il giudice l’interprete autentico della legge? Doveva l’Assemblea nazionale, uscita allora dal grembo delle elezioni generali sentirsi vincolata dalle disposizioni testamentarie della defunta Costituente la cui volontà, mentr’era in vita, era stata spezzata da Odilon Barrot? Mentre Ledru-Rollin si richiamava alla risoluzione della Costituente dell’8 maggio, aveva egli dimenticato che la stessa Costituente aveva respinto, l’11 maggio, la sua prima proposta di messa in stato d’accusa di Bonaparte e dei suoi ministri, che aveva assolto il presidente e i ministri, che in questo modo aveva sanzionato come “costituzionale” l’attacco a Roma, che egli poteva soltanto interporre appello contro un giudizio già emesso e che, finalmente, egli faceva appello dalla Costituente repubblicana alla Legislativa monarchica? La Costituzione stessa chiamava l’insurrezione in aiuto, quando, in uno speciale articolo, invitava ogni cittadino a difenderla. Di quest’articolo si faceva forte Ledru-Rollin. Ma non sono forse in pari tempo organizzati a difesa della Costituzione i pubblici poteri, e la violazione della Costituzione non incomincia essa solo dal momento in cui uno dei pubblici poteri costituzionali si ribella contro l’altro? Invece il presidente della repubblica, i ministri della repubblica, l’Assemblea nazionale della repubblica erano in completa armonia.

Ciò che la Montagna cercò di fare l’11 giugno fu “un’insurrezione entro i limiti della ragion pura[2], cioèuna pura insurrezione parlamentare. La maggioranza dell’Assemblea avrebbe dovuto, intimidita dalla prospettiva di un’insurrezione armata delle masse popolari, infrangere in Bonaparte e nei ministri il suo proprio potere e il significato della sua propria elezione. Non aveva la Costituente tentato egualmente di cassare l’elezione di Bonaparte, quando aveva insistito così ostinatamente per il congedo del ministero Barrot-Falloux?

Non mancavano esempi di insurrezioni parlamentari, del tempo della Convenzione, che avevano d’improvviso rovesciato radicalmente il rapporto tra la maggioranza e la minoranza, e non doveva riuscire alla giovane Montagna ciò che era riuscito alla vecchia? Né le contingenze del momento apparivano sfavorevoli a una impresa di questo genere. La sovreccitazione popolare aveva raggiunto a Parigi un grado di tensione che dava da pensare; l’esercito sembrava non ben disposto verso il governo, a giudicare dai suoi voti nelle elezioni; la maggioranza legislativa stessa era ancora troppo giovane per aver potuto consolidarsi ed era, in pari tempo, composta di gente d’età. Se alla Montagna fosse riuscita una insurrezione parlamentare, il timone dello Stato le sarebbe senz’altro toccato. Dal canto suo la piccola borghesia democratica, come sempre, nulla desiderava più ardentemente che di vedere combattuta la lotta al di sopra delle sue teste, nelle nubi, fra i lontani spiriti del parlamento Infine tanto la piccola borghesia democratica quanto la Montagna, sua rappresentante, avrebbero con un’insurrezione parlamentare raggiunto il loro grande scopo di spezzare la potenza della borghesia senza scatenare il proletariato o senza lasciarlo apparire altrimenti che nello sfondo; il proletariato sarebbe stato utilizzato senza che diventasse pericoloso.

Dopo il voto dell’Assemblea nazionale dell’11 giugno, ebbe luogo un convegno tra alcuni membri della Montagna e i delegati delle associazioni segrete operaie. Questi ultimi insistevano perché si scatenasse il movimento quella sera stessa. La Montagna respinse decisamente questa proposta. A nessun prezzo voleva lasciarsi togliere di mano la direzione; i suoi alleati le erano sospetti non meno degli avversari, ed a ragione. Il ricordo del giugno 1848 non era mai stato così vivo nelle file del proletariato parigino. Esso era però incatenato all’alleanza con la Montagna. Questa rappresentava la maggior parte dei dipartimenti, spingeva la propria influenza fin nell’esercito, disponeva della parte democratica della guardia nazionale, aveva dietro di sé la potenza morale della bottega. Incominciare l’insurrezione in questo momento contro il suo volere, significava per il proletariato decimato per giunta dal colera, cacciato fuori di Parigi in massa ragguardevole dalla disoccupazione, ripetere senza utilità le giornate del giugno 1848, senza la situazione che aveva imposto quel combattimento disperato. I delegati proletari fecero l’unica cosa che fosse ragionevole. Obbligarono la Montagna a compromettersi, cioè a uscir fuori dai confini della lotta parlamentare, nel caso in cui il suo atto d’accusa venisse respinto. Durante tutto il 13 giugno, il proletariato mantenne lo stesso atteggiamento di scettica osservazione, e attese una battaglia seria, irrevocabile, tra la guardia nazionale democratica e l’esercito per poi gettarsi nella lotta e spingere la rivoluzione al di là dello scopo piccolo-borghese che le era assegnato. Per il caso di vittoria, era già forma la Comune proletaria che doveva intervenire accanto al governo ufficiale. Gli operai parigini avevano imparato alla scuola sanguinosa del giugno 1848.

Il 12 giugno il ministro Lacrosse fece egli stesso all’Assemblea legislativa la proposta di passare subito alla discussione dell’alto d’accusa. Durante la notte il governo aveva preso tutte le disposizioni per la difesa e per l’attacco; la maggioranza dell’Assemblea nazionale era decisa a spingere la minoranza ribelle sulla strada; la minoranza stessa non poteva più ritirarsi; il dado era tratto; 377 voti contro 8 respinsero l’atto d’accusa; la Montagna, che si era astenuta, si rovesciò rumoreggiando nelle sale di propaganda della “democrazia pacifica” negli uffici della redazione del giornale “Démocratie pacifique” [3].

La lontananza dall’edificio del parlamento spezzò la sua forza, come la lontananza dalla Terra spezzava la forza d’Anteo, il gigante suo figlio. Sansoni nelle sale dell’Assemblea legislativa, non furono più che dei filistei negli uffici della “democrazia pacifica”. Si svolse una discussione lunga, rumorosa, disordinata. La Montagna era decisa a imporre il rispetto della Costituzione con tutti i mezzi, “eccetto che con la forza delle armi“. In questa decisione essa fu appoggiata da un manifesto e da una deputazione degli “amici della Costituzione”. “Amici della Costituzione”: così si chiamavano gli avanzi della consorteria del “National”, del partito repubblicano borghese. Mentre dei suoi superstiti rappresentanti parlamentari, sei avevano votato contro, gli altri tutti quanti a favore del rigetto dell’atto d’accusa; mentre Cavaignac metteva a disposizione del partito dell’ordine la sua spada, la maggioranza extraparlamentare della consorteria afferrava avidamente questo pretesto per uscire dalla sua situazione di paria politico e per intrufolarsi nelle file del partito democratico. Non apparivano essi come i naturali portabandiera di questo partito, che si celava dietro il loro scudo, dietro il loro principio, dietro la Costituzione?

Fino all’alba la “Montagna” ebbe le doglie del parto. Partorì “un proclama al popolo“, che il mattino del 13 giugno apparve in un posto più o meno vergognoso in due giornali socialisti. Esso dichiarava il presidente, i ministri, la maggioranza, l’Assemblea legislativa “fuori della Costituzione” (hors la Constitution), e faceva appello alla Guardia nazionale, all’esercito e, infine, anche al popolo, perché “si sollevassero”. “Viva la Costituzione!” era la parola d’ordine che esso lanciava: parola d’ordine che non significava altro che “Abbasso la rivoluzione!“.

Al proclama costituzionale della Montagna corrispose, il 13 giugno, una cosiddetta dimostrazione pacifica dei piccoli borghesi, cioè una processione dal Cháteau-d’Eau per i boulevards: 30.000 uomini, in massima parte guardie nazionali, disarmati, frammischiati con membri delle società operaie segrete, che avanzavano al grido di “ Viva la Costituzione!“, gettato in modo meccanico, glaciale, con la coscienza sporca, dai membri stessi del corteo e respinto ironicamente, anziché ripetuto con forza di tuono dall’eco del popolo che faceva ala sui marciapiedi . In quel canto a più voci mancava la voce di petto . E quando il corteo passò davanti ai locali dove si riunivano gli “amici della Costituzione”, e sul frontone dell’edificio apparve un araldo della Costituzione stipendiato, che col cappello da claqueur [4] trinciò violentemente l’aria, facendo piombare dai suoi enormi polmoni come gragnuola la parola d’ordine “Viva la Costituzione!” sulle teste dei pellegrini, sembrò che anche questi per un istante si sentissero sopraffatti dalla comicità della situazione. È noto come il corteo, giunto allo sbocco di rue de la Paix, venisse accolto nel boulevards in modo assolutamente antiparlamentare dai dragoni e cacciatori di Changarnier, si sbandasse in un batter d’occhi in tutte le direzioni e gettasse dietro a sé, con parsimonia il grido di “all’armi” solo, affinché fosse realizzato l’appello parlamentare dell’11 giugno all’insurrezione

La maggioranza della Montagna, adunata nella rue du Hazard, si dileguò allorché questa brutale dispersione della processione pacifica le sorde dicerie circa l’eccidio di cittadini inermi sui boulevards, il crescente tumulto delle strade sembrarono annunciare l’avvicinarsi di una sommossa Ledru-Rollin, alla testa di una esigua schiera di deputati, salvò l’onore della Montagna. Sotto la protezione dell’artiglieria di Parigi che si era riunita nel Palais National, si recò al Conservatoire des arts et métiers, ove dovevano entrare la V e 1aVI legione della guardia nazionale. Ma i montagnardi attesero invano la V e la VI legione; queste prudenti guardie nazionali lasciarono in asso i loro rappresentanti, la stessa artiglieria parigina impedì al popolo di far delle barricate, una confusione caotica rese impossibile qualsiasi risoluzione, le truppe avanzarono a baionetta. abbassata, una parte dei rappresentanti fu fatta prigioniera, un’altra si salvò. Così terminò il 13 giugno.

Se il 23 giugno 1848 era stato l’insurrezione del proletariato rivoluzionario, il 13 giugno 1849 fu l’insurrezione dei piccoli borghesi democratici, e ciascuna di queste due insurrezioni fu l’espressione classicamente pura della classe che l’aveva fatta.

Soltanto a Lione si venne a un conflitto ostinato, sanguinoso Qui, dove la borghesia industriale e il proletariato industriale stanno immediatamente faccia a faccia, dove il movimento operaio non è avvolto e determinato, come a Parigi, dal movimento generale, il 13 giugno perdette, per contraccolpo, il suo carattere primitivo. Nelle altre province dove scoppiò, non prese fuoco: fu un fulmine mancato.

Il 13 giugno chiude il primo periodo di esistenza della repubblica costituzionale, la quale aveva raggiunta una propria esistenza normale il 28 maggio 1849, con la riunione dell’Assemblea legislativa. Tutta la durata di questo prologo è riempita dalla lotta rumorosa fra il partito dell’ordine e la Montagna, fra la borghesia e la piccola borghesia, che invano resiste al consolidamento della repubblica borghese, per la quale essa stessa aveva cospirato senza interruzione nel governo provvisorio e nella commissione esecutiva, e per la quale, durante le giornate di giugno, s’era battuta fanaticamente contro il proletariato. Il 13 giugno spezza la sua opposizione e rende fatto compiuto la dittatura legislativa dei monarchici riuniti. Da quest’istante l’Assemblea nazionale non è più che un Comitato di salute pubblica del partito dell’ordine. Parigi aveva messo il presidente, il ministri e la maggioranza della Assemblea nazionale in “stato d’accusa“; questi misero Parigi in “stato d’assedio“. La Montagna aveva dichiarato la maggioranza dell’Assemblea legislativa “fuori della Costituzione” la maggioranza consegnò alla Alta corte, per violazione della Costituzione, la Montagna, e proscrisse tutti coloro che in essa avevano ancora energia. La Montagna venne decimata in modo da ridurla a un torso senza testa e senza cuore [5]. La minoranza era andata sino al tentativo di un’insurrezione parlamentare; la maggioranza elevò a legge il proprio dispotismo parlamentare. Decretò un nuovo regolamento interno, che sopprimeva la libertà della tribuna e autorizzava il presidente dell’Assemblea nazionale a punire i rappresentanti, per violazione dell’ordine, con la censura, con multe, con la privazione dell’indennità, con la temporanea espulsione, col carcere. Sul torso della Montagna essa sospendeva, invece della spada, lo staffile. Il resto dei deputati della Montagna avrebbe dovuto, per onore, abbandonare in massa l’Assemblea. Con un atto simile avrebbe affrettato lo scioglimento del partito dell’ordine. Dal momento che nemmeno l’apparenza di un’opposizione l’avesse più tenuto insieme, questo si sarebbe dovuto decomporre nei suoi elementi originari. Mentre venivano spogliati della loro forza parlamentare, i piccoli borghesi democratici venivano spogliati anche della loro forza armata, in seguito allo scioglimento dell’artiglieria di Parigi e delle legioni VIII, IX e XII della guardia nazionale. La legione dell’alta finanza, invece, che il 13 giugno aveva dato l’assalto alle tipografie di Boulé e di Roux fracassando i torchi, che aveva devastato gli uffici dei giornali repubblicani e arrestato arbitrariamente redattori, compositori, tipografi, speditori, fattorini, ricevette dall’alto della tribuna dell’Assemblea nazionale una incoraggiante approvazione. Su tutta la superficie della Francia si ripeté lo scioglimento delle guardie nazionali sospette di repubblicanesimo.

Nuova legge sulla stampa, nuova legge sulle associazioni, nuova legge sullo stato d’assedio, le carceri di Parigi riboccanti, i profughi politici perseguitati, tutti i giornali che oltrepassavano i limiti del “National” sospesi, Lione e i cinque dipartimenti circostanti abbandonati alle brutali vessazioni del dispotismo militare, i tribunali onnipresenti, l’esercito degli impiegati, epurato già tante volte, ancora una volta epurato: questi furono gli ineluttabili e sempre ricorrenti luoghi comuni della reazione vittoriosa, i quali, dopo i massacri e le deportazioni di giugno, meritano di essere ricordati solo perché questa volta vennero diretti non unicamente contro il proletariato, ma prima di tutto contro le classi medie.

Le leggi repressive, che rimettevano al beneplacito del governo la proclamazione dello stato d’assedio, imbavagliavano ancora di più la stampa e sopprimevano il diritto d’associazione, assorbirono interamente l’attività legislativa dell’Assemblea nazionale durante i mesi di giugno, luglio e agosto.

Questo periodo, però, è caratterizzato non dallo sfruttamento di fatto, bensì dallo sfruttamento di principio della vittoria; non dalle decisioni dell’Assemblea nazionale, ma dalla motivazione di queste decisioni; non dalla cosa, ma dalla frase; non dalla frase, ma dall’accento e dal gesti che danno vita alla frase. L’espressione sfacciata e impudente di opinioni monarchiche l’insulto altezzoso e sprezzante contro la repubblica le chiacchiere civettuole e frivole circa i progetti di restaurazione, in una parola la violazione ostentata della dignità repubblicana dà a questo periodo un tono e un colorito particolari “Viva la Costituente!” era stato il grido di battaglia dei vinti del 13 giugno. I vincitori furono dunque svincolati dall’ipocrisia del linguaggio costituzionale, cioè repubblicano. La controrivoluzione aveva sottomesso l’Ungheria, l’Italia, la Germania, ed essi credevano la restaurazione già alle porte della Francia. Ne derivò una vera concorrenza tra i capifila delle frazioni dell’ordine nel documentare per mezzo del “Moniteur” il proprio sentimento monarchico e nel confessare i propri eventuali peccati di liberalismo commessi sotto la monarchia, nel farne ammenda e nell’implorarne il perdono davanti a Dio e agli uomini. Non passava giorno senza che la rivoluzione di febbraio venisse dichiarata una calamità pubblica alla tribuna dell’Assemblea nazionale, senza che un qualsiasi nobiluccio legittimista di provincia constatasse di non aver mai riconosciuto la repubblica, senza che uno dei vili disertori e traditori della monarchia di luglio narrasse i postumi atti eroici, che unicamente la filantropia di Luigi Filippo o altri contrattempi gli avevano impedito di compiere. Ciò che vi era da ammirare nelle giornate di febbraio non era più la generosità del popolo vittorioso, bensì la abnegazione e la moderazione dei monarchici che gli avevano permesso di vincere. Un rappresentante del popolo propose che parte dei denari destinati a soccorrere i feriti di febbraio venisse erogata alle guardie municipali, che sole in quella giornata avevano bene meritato dalla patria. Un altro voleva che si decretasse al duca d’Orléans una statua equestre sulla piazza del Carosello. Thiers chiamò la Costituzione un pezzo di carta sporca. Comparvero per turno alla tribuna orleanisti a fare ammenda della loro cospirazione contro la monarchia legittima, legittimisti a rimproverare a se stessi di avere, insorgendo contro la monarchia illegittima, affrettato la caduta della monarchia in generale, Thiers che si pentiva dei suoi intrighi contro Molé, Molé dei suoi intrighi contro Guizot, Barrot dei suoi intrighi contro tutti e tre. Il grido: “Viva la repubblica socialdemocratica!” venne dichiarato incostituzionale, il grido “Viva la repubblica!” processato come socialdemocratico. Nell’anniversario della battaglia di Waterloo un rappresentante dichiarò: “Temo meno l’invasione dei prussiani che l’entrata dei profughi rivoluzionari in Francia”. Ai lamenti contro il terrorismo, organizzato a Lione e nei dipartimenti attigui, Baraguay d’Hilliers rispose: “Preferisco il terrore bianco al terrore rosso” (J’aime mieux la terreur blanche que la terreur rouge). E l’Assemblea batteva le mani con frenesia ogni volta che dalle labbra dei suoi oratori cadeva un epigramma contro la repubblica, contro la rivoluzione, contro la Costituzione, per la monarchia, per la Santa Alleanza. Ogni strappo alle più minute formalità repubblicane, ad esempio a quella di chiamare i deputati “citoyens”, entusiasmava i cavalieri dell’ordine.

Le elezioni suppletive di Parigi dell’8 luglio, fatte sotto l’influenza dello stato d’assedio e dell’astensione dalle urne di gran parte del proletariato, la presa di Roma da parte dell’esercito francese, l’ingresso in Roma delle eminenze rosse, con l’inquisizione e il terrorismo fratesco al loro seguito [6] furono nuove vittorie da aggiungere alla vittoria di giugno e aumentarono ancor più l’ebbrezza del partito dell’ordine.

Finalmente alla metà d’agosto, i monarchici, in parte allo scopo di assistere ai consigli dipartimentali appunto allora convocati, in parte spossati dall’orgia di tendenze durata parecchi mesi, decretarono un aggiornamento di due mesi dell’Assemblea nazionale. Una commissione di venticinque rappresentanti, il fior fiore dei legittimisti e degli orleanisti, un Molé, uno Changarnier, furono da essi lasciati a Parigi, con trasparente ironia, in qualità di sostituti dell’Assemblea nazionale e di custodi della repubblica. L’ironia era più profonda di quel che essi sospettassero. La storia, che li aveva condannati ad aiutare a rovesciare la monarchia che amavano, li destinava a conservare la repubblica che odiavano.

Con l’aggiornamento dell’Assemblea legislativa si chiude il secondo periodo di esistenza della repubblica costituzionale, il suo periodo di euforia monarchica.

Lo stato d’assedio di Parigi venne nuovamente revocato; la stampa ripigliò la propria azione. Durante la sospensione dei fogli socialdemocratici, durante il periodo della legislazione repressiva e delle orge monarchiche, il “Siècle” [7], il vecchio rappresentante letterario dei piccoli borghesi costituzionali monarchici, diventò repubblicano; la “Presse” [8], il vecchio portavoce letterario dei riformisti borghesi, diventò democratico; il “National”, il vecchio organo classico dei repubblicani borghesi, diventò socialista.

Le società segrete crebbero in estensione e intensità, a misura che i clubs pubblici diventavano impossibili. Le associazioni operaie di mestiere, tollerate, come pure le corporazioni commerciali, nulle come valore economico, diventarono politicamente altrettanti mezzi di unione del proletariato. Il 13 giugno aveva tolto ai diversi partiti semirivoluzionari le teste ufficiali; le. masse superstiti seppero ritrovare la loro propria testa. I cavalieri dell’ordine avevano intimidito, profetizzando gli orrori della repubblica rossa; gli eccessi volgari, gli orrori iperborei della controrivoluzione vittoriosa in Ungheria, nel Baden, a Roma servirono ad assolvere la “repubblica rossa“. E le malcontente classi intermedie della società francese incominciarono a preferire le profezie della repubblica rossa, col suo terrore problematico, al terrore della monarchia rossa, con la sua assenza reale di ogni speranza. Nessun socialista fece in Francia maggior propaganda rivoluzionaria di Haynau. A ogni capacità secondo il suo merito!

Frattanto Luigi Bonaparte approfittava delle ferie dell’Assemblea nazionale per far viaggi principeschi nelle province, i legittimisti di sangue più caldo andavano in pellegrinaggio alla volta di Ems a trovare il discendente di san Luigi [9], e la massa dei rappresentanti del popolo amici dell’ordine intrigava nei consigli dipartimentali, allora riuniti. Si trattava di far loro dire ciò che la maggioranza dell’Assemblea nazionale non aveva ancora osato formulare: la proposta d’urgenza di un’immediata revisione della Costituzione. Secondo il suo testo, la Costituzione poteva essere riveduta solo nel 1852, da un’Assemblea nazionale convocata appositamente a tal fine. Se però la maggioranza dei consigli dipartimentali si fosse pronunciata in questo senso, non avrebbe dovuto l’Assemblea nazionale sacrificare al voto della Francia la verginità della Costituzione? L’Assemblea nazionale nutriva a proposito di queste assemblee provinciali le stesse speranze che le monache dell'”Henriade” di Voltaire nutrivano a proposito dei panduri [10]. Ma le Putifarri dell’Assemblea nazionale avevano a che fare, salvo alcune eccezioni, con altrettanti Giuseppi delle province [11]. L’enorme maggioranza non volle comprendere l’urgente sollecitazione. La revisione della Costituzione venne impedita da quegli stessi strumenti che dovevano invocarla, dai voti dei consigli dipartimentali. La voce della Francia, e precisamente della Francia borghese, aveva parlato, ed aveva parlato contro la revisione.

Al principio di ottobre, l’Assemblea nazionale legislativa si adunò nuovamente – tantum mutatus ab illo [12]. La sua fisionomia era completamente cambiata. L’Inaspettato rigetto della revisione da parte dei Consigli dipartimentali l’aveva richiamata entro i limiti della Costituzione e le aveva mostrato i limiti della durata della propria esistenza. Gli orleanisti erano diventati diffidenti in seguito ai pellegrinaggi dei legittimisti a Ems, i legittimisti nutrivano sospetti a causa delle trattative degli orleanisti con Londra [13]. I giornali delle due frazioni avevano soffiato nel fuoco e pesato i titoli reciproci dei loro pretendenti. Orleanisti e legittimisti insieme erano esacerbati dagli intrighi dei bonapartisti, che si manifestavano nei viaggi principeschi, nei tentativi più o meno trasparenti del presidente di emanciparsi, nel linguaggio altezzoso delle gazzette bonapartiste. Luigi Bonaparte serbava rancore a un’Assemblea nazionale che considerava legittima solamente la cospirazione legittimista e orleanista e a un ministero che lo tradiva continuamente in favore di quell’Assemblea nazionale. Il ministero, infine, era scisso nel suo stesso seno a proposito della politica romana e dell’imposta sul reddito proposta dal ministro Passy e denunciata dai conservatori come socialista.

Una delle prime proposte del ministero Barrot alla Legislativa riconvocata fu la richiesta di un credito di 300.000 franchi per pagamento dell’assegno vedovile della duchessa d’Orléans. L’Assemblea nazionale l’approvò, aggiungendo nel libro del debito della nazione francese una somma di sette milioni di franchi. Mentre così Luigi Filippo continuava, con successo, a far la parte del “pauvre honteux” del mendicante vergognoso, né il ministero osava proporre l’aumento dell’assegno a Bonaparte, né l’Assemblea sembrava proclive a concederlo. E Luigi Bonaparte oscillava, come sempre, davanti al dilemma: Aut Caesar aut Clichy [14].

La seconda richiesta, di credito del ministero, di nove milioni di franchi per le spese della spedizione romana, aumentò la tensione tra Bonaparte da un lato e i ministri e l’Assemblea nazionale dall’altro. Luigi Bonaparte aveva fatto inserire nel “Moniteur” una lettera al suo ufficiale d’ordinanza Edgar Ney, nella quale impegnava il governo papale a dar garanzie costituzionali. Dal canto suo il papa aveva emanato un “motu proprio” [15], in cui respingeva qualsiasi limitazione del suo potere restaurato. La lettera di Bonaparte sollevava con voluta indiscrezione la tenda del suo gabinetto, per esporre se stesso agli sguardi della galleria come un genio benevolo, ma incompreso e incatenato in casa propria. Non era la prima volta ch’egli civettava coi “furtivi colpi d’ala di un’anima libera”. Thiers, relatore della commissione, ignorò completamente il colpo d’ala di Bonaparte e si limitò a tradurre in francese l’allocuzione papale. Non il ministero, ma Victor Hugo cercò di salvare il presidente con un ordine del giorno in cui l’Assemblea nazionale avrebbe dovuto esprimere il proprio consenso alla lettera di Napoleone. Allons donc! Allons donc! [16] fu l’esclamazione irriverentemente frivola, con cui la maggioranza seppellì la proposta di Hugo. La politica del presidente? La lettera del presidente? Il presidente stesso? Allons donc! Allons donc! Chi diavolo piglia mai Monsieur Bonaparte sul serio? Credete voi, Monsieur Victor Hugo, che noi crediamo che voi crediate al presidente? Allons donc! Allons donc!

Finalmente la rottura fra Bonaparte e l’Assemblea nazionale venne affrettata dalla discussione sul richiamo degli Orléans e dei Borboni. In mancanza del ministero, il cugino del presidente, il figlio dell’ex re di Vestfalia [17], aveva presentato questa proposta, che a null’altro mirava se non ad abbassare i pretendenti legittimisti e orleanisti allo stesso livello o meglio ancora, al di sotto del pretendente bonapartista, che almeno stava di fatto al sommo dello Stato.

Napoleone Bonaparte ebbe sufficiente irriverenza per conglobare in un solo e medesimo progetto il richiamo delle famiglie reali espulse e l’amnistia degli insorti di giugno. L’indignazione della maggioranza lo costrinse a fare ammenda immediata di questa insolente confusione della santità e dell’infamia, delle razze reali e della genia proletaria, delle stelle fisse della società e dei suoi fuochi fatui, e ad attribuire a ciascuna delle due proposte il rango che le spettava. La maggioranza respinse con energia il richiamo delle famiglie reali, e Berryer, il Demostene dei legittimisti, non lasciò sussistere dubbio sul significato di questo voto. La degradazione borghese dei pretendenti: è questo a cui si mira! Li si vuol spogliare dell’aureola, dell’unica maestà che sia loro rimasta, della maestà dell’esilio! Che cosa si penserebbe, esclamò Berryer, di quello tra i pretendenti che, dimentico della sua illustre origine, venisse a vivere qui da semplice cittadino! Non si poteva dire in modo più chiaro a Luigi Bonaparte che la sua presenza non gli aveva fatto guadagnare nulla, che se i monarchici coalizzati avevano bisogno di lui in Francia come di uomo neutrale sullo scanno presidenziale, i pretendenti seri alla corona dovevano restare sottratti agli sguardi profani dalla nebbia dell’esilio.

Il 1º novembre Luigi Bonaparte rispose all’Assemblea legislativa con un messaggio che notificava, in termini abbastanza aspri, il congedo del ministero Barrot e la formazione di un nuovo ministero. Il ministero Barrot-Falloux era stato il ministero della coalizione monarchica, il ministero d’Hautpoul fu il ministero di Bonaparte, l’organo del presidente contro l’Assemblea legislativa, il ministero dei commessi.

Bonaparte non era più il semplice uomo neutrale del 10 dicembre 1848. Il possesso del potere esecutivo aveva raggruppato intorno a lui una serie di interessi; la lotta contro l’anarchia aveva persino costretto il partito dell’ordine ad accrescere la sua influenza, e se egli, Bonaparte, non era più popolare, il partito dell’ordine era impopolare. Quanto agli orleanisti e ai legittimisti, non poteva egli sperare, grazie alla loro rivalità e alla necessità di una restaurazione monarchica purchessia, di costringerli a riconoscere il pretendente neutrale?

Dal 1º novembre 1849 data il terzo periodo di esistenza della repubblica costituzionale, periodo che si chiude col 10 marzo 1850. Non incomincia soltanto il gioco regolare delle istituzioni costituzionali, tanto ammirato da Guizot, la bega tra il potere esecutivo e il legislativo: ma di fronte alle velleità di restaurazione degli orleanisti e legittimisti riuniti, Bonaparte difende il titolo del suo potere di fatto, la repubblica; di fronte alle velleità di Bonaparte, il partito dell’ordine difende il titolo del suo dominio collettivo, la repubblica; di fronte agli orleanisti i legittimisti e di fronte ai legittimisti gli orleanisti difendono lo status quo, la repubblica. Tutte queste frazioni del partito dell’ordine, di cui ciascuna ha in petto il proprio re e la propria restaurazione, fanno valere a vicenda, di fronte alle velleità di usurpazione e di supremazia dei loro rivali, il dominio collettivo della borghesia, la forma entro cui le rivendicazioni particolari rimangono neutralizzate e riservate: la repubblica.

Come Kant fa della repubblica, come unica forma razionale dello Stato, un postulato della ragion pratica, la cui realizzazione non verrà mai raggiunta, ma il cui raggiungimento si deve continuamente tener presente tendendo ad esso come a un fine, così consideravano questi monarchici la monarchia [18].

Così la repubblica costituzionale, uscita dalle mani dei repubblicani borghesi come vuota formula ideologica, diventava nelle mani dei monarchici coalizzati una forma piena di contenuto e di vita. E Thiers diceva il vero ben più ch’egli non sospettasse, quando esclamava: “Siamo noi monarchici i veri sostegni della repubblica costituzionale”.

La caduta del ministero della coalizione, l’avvento del ministero dei commessi ha anche un altro significato. Il suo ministro delle finanze si chiamava Fould. Fould ministro delle finanze voleva dire l’abbandono ufficiale della ricchezza nazionale francese alla Borsa, voleva dire gestione del patrimonio dello Stato per mezzo della Borsa e nell’interesse della Borsa. Con la nomina di Fould , l’aristocrazia finanziaria annunciava nel “Moniteur” la propria restaurazione. Questa restaurazione era il complemento necessario delle altre restaurazioni, che formano altrettanti anelli nella catena della repubblica costituzionale.

Luigi Filippo non aveva mai osato fare ministro delle finanze un vero loup-cervier (lupo di Borsa). Come la sua monarchia era l’appellativo ideale per il dominio dell’alta borghesia, così gli interessi privilegiati dovevano, nei suoi ministeri, portare nomi ideologicamente disinteressati. Fu la repubblica borghese che spinse dappertutto in primo piano ciò che le diverse monarchie, la legittimista come l’orleanista, avevano tenuto nascosto nello sfondo. Essa fece scendere sulla terra ciò che quelle avevano messo nei cieli. Al posto dei nomi dei santi, pose i nomi propri borghesi degli interessi dominanti di classe.

Tutta la nostra esposizione ha mostrato come la repubblica, a partire dal primo giorno della sua esistenza, non abbattesse, ma consolidasse l’aristocrazia finanziaria. Ma le concessioni che si facevano a quest’ultima erano un destino a cui ci si sottometteva, senza il proposito di suscitarlo. Con Fould l’iniziativa del governo tornò a cadere nelle mani dell’aristocrazia finanziaria.

Si chiederà come la borghesia coalizzata potesse sopportare e tollerare il dominio della finanza che sotto Luigi Filippo riposava sull’esclusione e sulla subordinazione delle restanti frazioni borghesi.

La risposta è semplice.

Anzitutto l’aristocrazia finanziaria stessa forma una parte di importanza preponderante della coalizione monarchica, il cui potere governativo collettivo si chiama repubblica. Non sono forse i capi e le capacità degli orleanisti gli antichi alleati e complici dell’aristocrazia finanziaria? Ed essa stessa non è forse la falange aurea dell’orleanismo? Per ciò che riguarda i legittimisti, già sotto Luigi Filippo essi avevano praticamente preso parte a tutte le orge delle speculazioni delle Borse, delle miniere e delle ferrovie. In generale il legame della grande proprietà fondiaria con l’alta finanza è un fatto normale. Ne è prova l’Inghilterra, ne è prova persino l’Austria.

In un paese come la Francia, dove l’entità della produzione nazionale è enormemente inferiore all’entità del debito nazionale, dove la rendita dello Stato costituisce l’oggetto più ragguardevole della speculazione e la Borsa il mercato principale per l’impiego del capitale che voglia essere utilizzato in modo improduttivo, in un paese siffatto una massa innumerevole di gente di tutte le classi borghesi o semiborghesi deve essere interessata al debito dello Stato, al gioco di Borsa, alla finanza. Tutti questi partecipanti subalterni non trovano essi i loro naturali appoggi e i loro capi nella frazione che difende questi interessi nella misura più colossale, nella loro totalità?

Qual è la causa del fatto che il patrimonio dello Stato cade nelle mani dell’alta finanza? E l’indebitamento continuamente crescente dello Stato. E qual è la causa dell’indebitamento dello Stato? È la permanente eccedenza delle sue spese sulle sue entrate, sproporzione che è nello stesso tempo la causa e l’effetto del sistema di prestiti di Stato.

Per sfuggire a questo indebitamento lo Stato deve limitare le proprie spese, cioè semplificare l’organismo governativo, ridurlo, governare il meno possibile, impiegare meno personale possibile, entrare il meno possibile in rapporto con la società borghese. Questa via era impossibile per il partito dell’ordine, i cui mezzi di repressione, il cui intervento ufficiale a nome dello Stato, la cui onnipresenza a mezzo di organi dello Stato, dovevano necessariamente aumentare a misura che da un maggior numero di punti venivano minacciati il suo dominio e le condizioni di esistenza della sua classe. Non si può diminuire la gendarmeria nella misura in cui aumentano gli attacchi alle persone e alle proprietà.

Oppure lo Stato deve cercare di evitare i debiti e arrivare a un momentaneo, ma transitorio equilibrio del bilancio, facendo pesare imposte straordinarie sulle spalle delle classi più ricche. Per sottrarre la ricchezza nazionale allo sfruttamento della Borsa, il partito dell’ordine avrebbe dovuto sacrificare la propria ricchezza sull’altare della patria? Non era così stupido!

Senza un rivolgimento totale dello Stato francese, dunque, non era possibile nessun rivolgimento del bilancio francese dello Stato. Con questo bilancio l’indebitamento dello Stato è una necessità, e con l’indebitamento dello Stato è una necessità il dominio del commercio dei debiti dello Stato, il dominio dei creditori dello Stato, dei banchieri dei cambiavalute, dei lupi della Borsa. Solo una frazione del partito dell’ordine aveva preso parte diretta all’abbattimento dell’aristocrazia finanziaria, gli industriali. Non parliamo dei medi, dei piccoli industriali; parliamo dei principi della fabbrica, i quali sotto Luigi Filippo avevano costituito una larga base dell’opposizione dinastica. Il loro interesse consiste indubbiamente nella diminuzione dei costi di produzione, dunque nella diminuzione delle imposte che entrano nei costi di produzione; cioè nella diminuzione dei debiti dello Stato, i cui interessi si trasformano nelle imposte; cioè nell’abbattimento dell’aristocrazia finanziaria.

In Inghilterra – e i più grandi industriali francesi sono piccoli borghesi in confronto coi loro rivali inglesi – troviamo davvero gli industriali, un Cobden, un Bright, alla testa della crociata contro la banca e l’aristocrazia di Borsa. Perché non in Francia? In Inghilterra domina l’industria, in Francia l’agricoltura. In Inghilterra l’industria ha bisogno del libero scambio, in Francia del dazio protettivo, del monopolio nazionale accanto agli altri monopoli. L’industria francese non domina la produzione francese; perciò gli industriali francesi non dominano la borghesia francese. Per far trionfare i loro interessi contro le altre frazioni della borghesia, essi non possono, come gli inglesi, mettersi alla testa del movimento e in pari tempo spingere all’estremo i loro interessi di classe; devono mettersi alla coda della rivoluzione e servire gli interessi che sono in contrasto con gli interessi complessivi della loro classe. In febbraio non avevano compreso la loro posizione; febbraio li rese accorti. E chi è più direttamente minacciato dagli operai che il datore di lavoro, il capitalista industriale? Così accadde necessariamente che l’industriale divenisse in Francia un membro dei più fanatici del partito dell’ordine. La riduzione del suo profitto per opera della finanza, che cosa è mai in confronto con l’abolizione del profitto per opera del proletariato?

In Francia il piccolo borghese fa ciò che dovrebbe normalmente fare il borghese industriale; l’operaio fa ciò che normalmente sarebbe il compito del piccolo borghese; e il compito dell’operaio, chi lo assolve? Nessuno. In Francia, non viene assolto, viene proclamato. Questo compito non viene assolto in nessun luogo entro i limiti della nazione; la guerra di classe in seno alla società francese si allarga in una guerra mondiale, in cui le nazioni muovono l’una contro l’altra. Quel compito non incomincerà a essere assolto se non nel momento in cui da una guerra mondiale il proletariato sarà spinto alla testa del popolo che domina il mercato mondiale, alla testa dell’Inghilterra. La rivoluzione che quivi troverà non già la sua fine, bensì il suo inizio di organizzazione, non sarà una rivoluzione di breve respiro. La attuale generazione rassomiglia agli ebrei, che Mosè condusse attraverso il deserto. Non solamente deve conquistare un nuovo mondo: deve perire, per far posto agli uomini nati per un nuovo mondo.

Ma ritorniamo a Fould.

Il 14 novembre 1849 Fould salì alla tribuna dell’Assemblea nazionale ed espose il suo sistema finanziario: apologia del vecchio sistema Fiscale! Mantenimento dell’imposta sul vino! Ritiro dell’imposta sul reddito di Passy!

Neanche Passy era un rivoluzionario: era un vecchio ministro di Luigi Filippo. Apparteneva ai puritani della forza di Dufaure e ai più intimi confidenti di Teste, capro espiatorio della monarchia di luglio [19]. Anche Passy aveva lodato il vecchio sistema fiscale e raccomandato il mantenimento dell’imposta sul vino, ma aveva, contemporaneamente, strappato il velo al disavanzo dello Stato. Egli aveva dimostrato la necessità di una nuova imposta, dell’imposta sul reddito, ove non si volesse la bancarotta dello Stato. Fould, che aveva raccomandato a Ledru-Rollin la bancarotta dello Stato, raccomandò alla Legislativa il disavanzo dello Stato. Promise economie il cui mistero fu più tardi rivelato nella diminuzione delle spese, per esempio, per circa sessanta milioni e nell’aumento del debito fluttuante per circa duecento milioni: giochi di bussolotti nell’aggruppare le cifre e nell’esporre la resa dei conti, e che concludevano tutti, in definitiva, con nuovi prestiti.

Sotto Fould l’aristocrazia finanziaria naturalmente non agì accanto alle restanti frazioni borghesi rivali in modo così svergognato come sotto Luigi Filippo. Ma il sistema era lo stesso: continuo aumento dei debiti, dissimulazione del disavanzo. E col tempo, poi, il vecchio banditismo di Borsa si sfogò ancora più liberamente. Ne fanno prova la legge sulla ferrovia di Avignone, le misteriose oscillazioni dei valori di Stato di cui per un momento parlò tutta Parigi, infine le disgraziate speculazioni di Fould e di Bonaparte sulle elezioni del 10 marzo [20].

Con la restaurazione ufficiale dell’aristocrazia finanziaria, il popolo francese doveva presto trovarsi davanti a un nuovo 24 febbraio [21].

La Costituente, in un accesso di misantropia contro la propria erede, aveva abolito l’imposta sul vino per l’anno del Signore 1850. Con l’abolizione di vecchie imposte non si potevano pagare debiti nuovi. Créton, un cretino del partito dell’ordine, aveva proposto il mantenimento dell’imposta sul vino ancor prima dell’aggiornamento dell’Assemblea legislativa. Questa proposta venne raccolta da Fould in nome del ministero bonapartista, e il 20dicembre 1849, anniversario della proclamazione di Bonaparte, l’Assemblea nazionale decretò il ristabilimento dell’imposta sul vino.

Il primo oratore a favore di questo ristabilimento non fu un finanziere, ma il capo dei gesuiti, Montalembert. Il suo ragionamento fu di una semplicità stringente: l’imposta è il seno materno a cui il governo si disseta. Ma il governo è tutt’uno con gli strumenti della repressione, con gli organi dell’autorità, con l’esercito, con la polizia, con gli impiegati, con i giudici, con i ministri, con i preti. L’attacco contro l’imposta è l’attacco degli anarchici contro le sentinelle dell’ordine che difendono la produzione materiale e intellettuale della società borghese dagli assalti dei vandali proletari. L’imposta è il quinto Dio, accanto alla proprietà, alla famiglia, all’ordine e alla religione. E l’imposta sul vino è indiscutibilmente una imposta e, per giunta, una imposta per nulla volgare, ma d’antica tradizione, di spirito monarchico, rispettabile. Viva l’imposta sulle bevande! Tre evviva e ancora un evviva!

Il contadino francese, quando vuole rappresentarsi il diavolo, se lo rappresenta coi tratti dell’esattore delle imposte. Dall’istante in cui Montalenbert ebbe elevato a Dio l’imposta, il contadino divenne senza Dio, ateo, e si gettò nelle braccia del diavolo, del socialismo. La religione dell’ordine l’aveva preso a gabbo, i gesuiti preso a gabbo, Bonaparte preso a gabbo. Il20dicembre 1849 aveva compromesso irrimediabilmente il 20 dicembre 1848. Il “nipote di suo zio” non era il primo della sua famiglia che era battuto dall’imposta sul vino, da questa imposta la quale, secondo l’espressione di Montalembert, è il barometro che annuncia le tempeste della rivoluzione. Il vero, il grande Napoleone dichiarò a Sant’Elena che il ristabilimento dell’imposta sul vino aveva contribuito alla sua caduta, più di ogni altra causa, perché gli aveva alienato i contadini della Francia meridionale. Oggetto preferito dell’odio popolare già sotto Luigi XIV (vedi gli scritti di Boisguillebert e di Vauban), abolita dalla prima rivoluzione, Napoleone l’aveva ripristinata nel 1808, modificandone la forma. Quando la restaurazione entrò in Francia, trottavano davanti ad essa non solo i cosacchi, ma altresì le promesse di abolizione dell’imposta sul vino. La nobiltà naturalmente non aveva bisogno di mantenere la parola alla gente tassabile senza pietà né misericordia. Il 1830 promise l’abolizione dell’imposta sul vino come aveva promesso tutto il resto. La Costituente infine, che nulla aveva promesso aveva lasciato, come si è detto, una disposizione testamentaria secondo cui l’imposta sul vino doveva scomparire il 1º gennaio 1850. E proprio dieci giorni prima del 1º gennaio 1850 la Legislativa la rimetteva in vigore così che il popolo le dava continuamente la caccia, e quando l’aveva gettata fuori dalla porta la rivedeva rientrare dalla finestra.

L’odio popolare contro l’imposta sul vino si spiega col fatto che essa riunisce in sé tutti gli elementi odiosi del sistema tributario francese. Il modo della sua riscossione è odioso, aristocratico il modo della sua ripartizione, essendo eguali le percentuali della imposta per i vini più Comuni e per i più costosi. Essa aumenta dunque in ragione geometrica in rapporto con la diminuzione del patrimonio dei consumatori: è un’imposta progressiva alla rovescia. Essa provoca quindi in modo diretto l’avvelenamento delle classi lavoratrici, come premio dell’adulterazione e contraffazione dei vini. Essa diminuisce il consumo, mentre eleva i dazi alle porte di tutte le città al di sopra di 4.000 abitanti, trasformando ogni città in un paese straniero con dazi protettivi contro il vino francese. I grandi commercianti di vino, ma più ancora i piccoli, i vinai le osterie, il cui guadagno dipende direttamente dal consumo del vino, sono altrettanti avversari dichiarati dell’imposta sul vino. E finalmente, poiché fa diminuire il consumo, l’imposta sul vino toglie alla produzione il mercato di smercio. Mentre toglie agli operai della città la possibilità di pagare il vino, toglie ai viticoltori la possibilità di venderlo. E la Francia conta una popolazione viticola di circa 12 milioni. Si concepisce quindi l’odio del popolo in generale, si concepisce in particolar modo il fanatismo dei contadini contro l’imposta sul vino. Si aggiunga che nel suo ristabilimento questi non vedevano un avvenimento isolato, più o meno accidentale. I contadini hanno un genere di tradizione storica loro particolare, che passa per eredità di padre in figlio; ora, in questa scuola di storia si andava borbottando che ogni governo, fino a che vuole ingannare i contadini, promette l’abolizione dell’imposta sul vino, e non appena ingannati i contadini, mantiene oppure rimette in vigore l’imposta sul vino. Nell’imposta sul vino il contadino riconosce il sapore del governo, la sua tendenza. Il ristabilimento dell’imposta sul vino il 20 dicembre significava: Luigi Bonaparte è come gli altri; sennonché egli non era come gli altri: era una invenzione dei contadini, i quali con i milioni di firme che coprivano le petizioni contro l’imposta sul vino, ritirarono i voti dati un anno prima al “nipote di suo zio”.

La popolazione della campagna, cioè più di due terzi dell’intera popolazione francese, è composta in massima parte di cosiddetti liberi proprietari fondiari. La prima generazione liberata gratuitamente dai pesi feudali dalla rivoluzione del 1789 non aveva pagato prezzo alcuno per la terra. Ma le generazioni successive pagarono sotto forma di prezzo del terreno ciò che i loro antenati semiservi avevano pagato sotto forma di rendita, di decime, di prestazioni personali, ecc. Quanto più da una parte cresceva la popolazione, quanto più dall’altra parte aumentava la divisione della terra, tanto più rincarava il prezzo dell’appezzamento, perché diventando esso più piccolo ne aumentava la domanda. Ma nella proporzione in cui si elevò il prezzo pagato dal contadino per l’appezzamento, sia comperandolo direttamente, sia facendoselo contare come capitale dai suoi coeredi, nella stessa proporzione si elevò necessariamente l’indebitamento del contadino, cioè l’ipoteca. Il titolo di credito sulla terra si chiama infatti ipoteca, cedola di pegno sul terreno. Come sui poderi medievali si accumulavano i privilegi, così sui moderni appezzamenti le ipoteche. D’altro canto, nel sistema particellare la terra è per i suoi proprietari un semplice strumento di produzione. Ora, nella stessa misura in cui il terreno viene suddiviso, ne diminuisce la fertilità. L’applicazione delle macchine alla terra, la divisione del lavoro, i grandi lavori di bonifica del terreno, quali l’impiego di canali di scarico e d’irrigazione e simili, diventano sempre più impossibili, mentre le spese morte [22] di coltura crescono in proporzione della divisione dello strumento stesso di produzione. Tutto questo, prescindendo dal fatto che il possessore dell’appezzamento possegga o non possegga capitale. Ma quanto più cresce la divisione, tanto più il podere forma, con le sue misere scorte, ]’unico capitale del contadino particellare, tanto più viene a ridursi il capitale investito nel terreno, tanto più vengono a mancare al contadino terra, denaro e cultura per applicare i progressi dell’agronomia, e tanto più la coltivazione delle terre va deperendo. Infine, l’entrata netta diminuisce nell’egual proporzione in cui aumenta il consumo lordo, e in cui l’intera famiglia dei contadino per lo stesso possesso della terra viene esclusa da altre occupazioni, senza che tuttavia ne ritragga tanto da vivere.

Nella stessa misura, dunque, in cui la popolazione e con essa la divisione del suolo e del sottosuolo aumentano, rincara lo strumento di produzione, la terra, e ne diminuisce la fertilità, decade l’agricoltura e il contadino si indebita. E ciò ch’era effetto diventa a sua volta causa. Ogni generazione ne lascia dietro a sé un’altra più indebitata, ogni nuova generazione incomincia a condizioni più sfavorevoli e pesanti, l’ipotecamento genera l’ipotecamento, e quando al contadino vien tolta la possibilità di offrire col suo appezzamento un pegno per nuovi debiti, cioè di gravarlo di nuove ipoteche, egli cade direttamente nelle mani dell’usuraio e di tanto più enormi diventano gli interessi usurari.

Così è avvenuto che il contadino francese, sotto forma di interessi per le ipoteche vincolanti la terra, sotto forma di interessi per anticipazioni dell’usuraio non garantite da ipoteca, cede al capitalista non solo la rendita fondiaria, non solo il profitto industriale, non solo, in una parola, tutto il guadagno netto, ma persino una parte del salario del lavoro, e così precipita al livello del fittavolo irlandese: e tutto ciò sotto il pretesto di essere proprietario privato.

Questo processo è stato accelerato in Francia dal sempre crescente peso delle imposte e dalle spese giudiziarie, richieste in parte direttamente dalle formalità stesse di cui la legislazione francese circonda la proprietà fondiaria, in parte dagli innumerevoli conflitti che nascono dalla molteplicità e dall’intreccio dei confini dei piccoli fondi, in parte dalla smania di litigio dei contadini, per i quali il godimento della proprietà si riduce a far valere in modo fanatico la proprietà apparente, il diritto di proprietà

Secondo un’esposizione statistica del 1840, il prodotto lordo del suolo francese ammontava a 5.237.178.000 franchi. Ne vanno dedotti 3.552.000.000 franchi per spese di lavorazione, incluso il consumo degli uomini che lavorano. Rimane un prodotto netto di 1.685.178.000 franchi, da cui bisogna sottrarre 550 milioni per interessi ipotecari, 100 milioni per i funzionari giudiziari, 350 milioni di imposte e 107 milioni di diritti di registro, diritti di bollo, tasse ipotecarie, ecc. Rimane la terza parte del prodotto netto, 538 milioni; ripartita per capi sulla popolazione, nemmeno 25 franchi di prodotto netto. In questo calcolo non sono naturalmente contemplate né l’usura estraipotecaria né le spese per avvocati, ecc.

Si comprende quale fu la situazione dei contadini francesi, quando la repubblica ebbe aggiunto loro ancora nuovi pesi oltre gli antichi. Si vede che il loro sfruttamento differisce dallo sfruttamento del proletariato industriale ormai soltanto per la forma. Lo sfruttatore è il medesimo: il capitale. I singoli capitalisti sfruttano i contadini singoli con l’ipoteca e con l’usura, la classe capitalista sfrutta la classe dei contadini con l’imposta di Stato. Il titolo di proprietà del contadino è il talismano con cui il capitale ha potuto finora affascinarlo, il pretesto col quale finora lo ha aizzato contro il proletariato industriale. Solo la caduta del capitale può far rialzare il contadino; solo un governo anticapitalista, proletario, può spezzare la sua miseria economica, il suo degradamento sociale. La repubblica costituzionale non è che la dittatura dei suoi sfruttatori riuniti; la repubblica socialdemocratica, la repubblica rossa, è la dittatura dei suoi alleati. E la bilancia sale o scende, in proporzione ai voti che il contadino getta nell’urna elettorale. A lui stesso spetta decidere del suo destino. Così parlavano i socialisti in opuscoli, in almanacchi, in calendari, in volantini d’ogni genere. Questo linguaggio diventava più comprensibile al contadino grazie agli scritti contrari del partito dell’ordine, che a sua volta si indirizzava a lui, e con le rozze esagerazioni, con l’interpretazione e con la rappresentazione brutale degli intendimenti e dei concetti dei socialisti, trovava il vero tono adatto al contadino, eccitando la sua cupidigia del frutto proibito. Nel modo più comprensibile però parlava l’esperienza stessa fatta dalla classe dei contadini con l’uso del diritto di voto e con le delusioni che cadevano sopra di essa, l’una dopo l’altra, con precipitazione rivoluzionaria. Le rivoluzioni sono le locomotive della storia.

Il rivolgimento graduale dei contadini si manifestò cori diversi sintomi. Esso era già apparso nelle elezioni per l’Assemblea legislativa, era apparso nello stato d’assedio dei cinque dipartimenti contigui a Lione, era apparso qualche mese dopo il 13 giugno nell’elezione di un montagnardo al posto del vecchio presidente della Chambre introuvable [23] nel dipartimento della Gironda, era apparso il 20 dicembre 1849 nell’elezione di un “rosso” al posto d’un deputato legittimista defunto nel dipartimento del Gard, terra promessa dei legittimisti teatro delle più orribili infamie contro i repubblicani nel 1794 e 1795, centro del terrore bianco del 1815, ove liberali e protestanti, erano stati pubblicamente assassinati. Questo rivoluzionamento della classe più stazionaria si manifestò nel modo più evidente dopo il ristabilimento dell’imposta sul vino. Le misure e le leggi del governo durante il gennaio e il febbraio 1850 sono quasi esclusivamente dirette contro i dipartimenti e i contadini. Quale prova più stringente del progresso di questi ultimi?

Circolare d’Hautpoul, con cui il gendarme veniva nominato inquisitore del prefetto, del sottoprefetto e soprattutto del sindaco, con cui lo spionaggio veniva organizzato fino nei più nascosti ripostigli dei più remoti comuni rurali; legge contro i maestri di scuola, con cui essi, le capacità, i portavoce, gli educatori e gli interpreti della classe dei contadini, venivano assoggettati all’arbitrio dei prefetti con cui essi i proletari della classe dei letterati, venivano, come selvaggina, inseguiti, scacciati da un comune all’altro; progetto di legge contro i sindaci, con cui veniva sospesa sul capo di questi la spada di Damocle della revoca, ed essi, i presidenti dei comuni rurali, venivano ad ogni listante posti contro il presidente della repubblica e il partito dell’ordine; ordinanza che trasformava le 17 divisioni militari di Francia in quattro pascialik e regalava la caserma e il bivacco ai francesi come salotto nazionale; legge sull’istruzione [24], con cui il partito dell’ordine proclamava che l’incoscienza e il violento abbrutimento della Francia erano condizione della sua esistenza sotto il regime del suffragio universale: che cos’erano tutte queste leggi e misure? tentativi disperati di riconquistare i dipartimenti e i contadini dei dipartimenti al partito dell’ordine.

Considerati come repressione erano mezzi miserabili, che venivano a rivolgersi contro lo scopo stesso a cui tendevano. Le grandi misure, quali il mantenimento dell’imposta sul vino, l’imposta dei 45 centesimi, lo sdegnoso rigetto delle petizioni dei contadini per la restituzione del miliardo, ecc., tutti questi scoppi di tuono legislativi avevano colpito la classe dei contadini una volta per sempre, con colpi in grande, che partivano dal centro; le leggi e le misure sopraindicate facevano dell’attacco e della resistenza il tema generale e quotidiano delle conversazioni in ogni capanna, inoculavano la rivoluzione in ogni villaggio, trasportavano la rivoluzione nelle province e la rendevano contadina.

D’altro lato, questi progetti di Bonaparte e l’approvazione data loro dall’Assemblea, non dimostrano l’unità dei due poteri della repubblica costituzionale non appena si tratta di repressione della anarchia, cioè di tutte le classi che si rivoltano contro la dittatura borghese? Non aveva Soulouque, immediatamente dopo il suo aspro messaggio, assicurato la Legislativa della sua devozione all’ordine, facendo seguire immediatamente il messaggio di Carlier, di questa caricatura lurida, volgare di Fouché, come Luigi Bonaparte stesso era la piatta caricatura di Napoleone?

La legge sull’istruzione ci mostra l’alleanza dei giovani cattolici coi vecchi volterriani. Poteva il dominio dei borghesi riuniti essere altra cosa che il dispotismo coalizzato della restaurazione gesuitica e della monarchia di luglio libera pensatrice? Le armi che, nel reciproco combattimento pel supremo dominio tra le due frazioni della borghesia, ognuna di queste aveva distribuito in mezzo al popolo contro l’altra, non dovevano esse nuovamente venir strappate dalle mani del popolo, dopo che questo si era posto contro la loro dittatura riunita? Nulla aveva indignato il bottegaio parigino più della civettuola ostentazione del gesuitismo, nemmeno il rigetto dei concordats à l’amiable.

Frattanto continuavano le collisioni tra le diverse frazioni del partito dell’ordine, come tra l’Assemblea nazionale e Bonaparte. Non piacque all’Assemblea nazionale che Bonaparte, subito dopo il suo colpo di Stato, dopo aver costituito un proprio ministero bonapartista, chiamasse dinanzi a sé gli invalidi della monarchia, ora nominati prefetti, e ponesse loro come condizione della loro carica l’agitazione anticostituzionale per la sua rielezione a presidente; non le piacque che Carlier festeggiasse la propria entrata in funzione sopprimendo un club legittimista, che Bonaparte fondasse un proprio giornale, “Le Napoléon”, il quale scopriva al pubblico le segrete cupidigie del presidente, mentre i suoi ministri dovevano smentirle sul palcoscenico della Legislativa; non le piacque l’arroganza di mantenere il ministero a dispetto dei parecchi suoi voti di sfiducia; né il tentativo di guadagnare il favore dei sottufficiali con un supplemento giornaliero di quattro soldi, e il favore del proletariato con un plagio dei “Mystères” di Eugène Sue, con una banca di prestiti sull’onore; non le piacque infine l’impudenza con cui si faceva proporre dai ministri la deportazione ad Algeri degli insorti di giugno superstiti, allo scopo di riversare addosso alla Legislativa l’impopolarità all’ingrosso, mentre il presidente si riservava la popolarità al dettaglio, col mezzo di singoli atti di grazia. Thiers lasciò cadere parole minacciose di “colpi di Stato” o di “colpi di testa”, e la Legislativa si vendicò di Bonaparte, respingendo qualunque disegno di legge egli presentasse a favore di se stesso, e mettendosi a indagare con rumorosa diffidenza se, in quelli da lui proposti nell’interesse comune, egli non aspirasse a fare uso del rafforzamento del potere esecutivo a profitto del potere personale di Bonaparte. In una parola, essa si vendicò con la cospirazione del disprezzo.

Il partito dei legittimisti, da parte sua, vedeva con dispetto gli orleanisti più autorevoli impadronirsi nuovamente di quasi tutti i posti e crescere la centralizzazione, mentre esso cercava, per principio, la propria salute nella decentralizzazone. E aveva ragione. La controrivoluzione aveva violentemente centralizzato, aveva cioè predisposto il meccanismo della rivoluzione. Mediante il corso forzoso delle banconote, aveva persino centralizzato l’oro e l’argento della Francia nella Banca di Parigi, procurando così alla rivoluzione un tesoro di guerra bello e pronto.

Gli orleanisti, infine, vedevano con dispetto contrapporre il principio invadente della legittimità al loro principio bastardo [25], mentre essi erano continuamente ignorati e malmenati, come moglie borghese del nobile consorte.

Abbiamo visto i contadini, i piccoli borghesi, i ceti medi in generale, schierarsi a poco a poco accanto al proletariato, spinti a entrare in aperto contrasto con la repubblica ufficiale, trattati da questa come avversari. Rivolta contro la dittatura borghese; necessità di una trasformazione della società, mantenimento delle istituzioni repubblicane democratiche così come degli organi motori di questa trasformazione, concentrazione intorno al proletariato come alla forza rivoluzionaria decisiva: questi sono i tratti caratteristici comuni del cosiddetto partito della socialdemocrazia, del partito della repubblica rossa. Questo partito dell’anarchia, come lo battezzarono gli avversari, era una coalizione di interessi diversi non meno del partito dell’ordine. Dalla più piccola riforma del vecchio disordine sociale fino al sovvertimento del vecchio ordine sociale, dal liberalismo borghese fino al terrorismo rivoluzionario: tali sono gli estremi, che formano il punto di partenza e il punto di arrivo del partito dell'”anarchia”.

Abolizione dei dazi protettivi: socialismo! perché intacca il monopolio della frazione industriale del partito dell’ordine. Regolamento del bilancio dello Stato: socialismo! perché intacca il monopolio della frazione finanziaria del partito dell’ordine. Libera importazione di carni e cereali esteri: socialismo! perché intacca il monopolio della terza frazione del partito dell’ordine, della grande proprietà fondiaria. Le rivendicazioni del partito dei liberoscambisti, cioè del partito borghese più avanzato d’Inghilterra, appaiono in Francia come altrettante rivendicazioni socialiste. Volterrianismo: socialismo! perché intacca una quarta frazione del partito dell’ordine, la cattolica. Libertà di stampa, diritto d’associazione, istruzione popolare universale: socialismo, socialismo! Essi intaccano il monopolio complessivo del partito dell’ordine.

Il corso della rivoluzione aveva con tanta rapidità fatto maturare la situazione, che i riformisti d’ogni tinta, le pretese più modeste delle classi medie, erano forzati a stringersi attorno alla bandiera del partito sovversivo estremo, attorno alla bandiera rossa.

Per quanto varie, dunque, fossero le forme di socialismo delle diverse grandi sezioni del partito dell’anarchia, in relazione alle condizioni economiche e ai bisogni rivoluzionari in generale che ne derivavano per una classe o frazione di classe, vi era un punto in cui queste forme coincidevano: nell’annunciarsi come mezzi per la emancipazione del proletariato e nell’annunciare l’emancipazione del proletariato quale proprio fine. Inganno voluto per gli uni, illusione per gli altri, i quali pretendono che il mondo foggiato secondo i loro bisogni sia il mondo migliore per tutti, sia la realizzazione di tutte le esigenze rivoluzionarie e l’eliminazione di tutti i conflitti rivoluzionari.

Sotto le frasi socialiste generiche e tutte abbastanza eguali del “partito dell’anarchia si nasconde Il socialismo del “National“, della “Presse” e del “Siècle“, che vuole, con maggiore o minor logica, abbattere il dominio dell’aristocrazia finanziaria, e liberare l’industria e il traffico dalle catene che sin qui li legavano. È il socialismo dell’industria, del commercio e dell’agricoltura; i loro reggenti del partito dell’ordine ne negano gli interessi in quanto non coincidono più coi loro propri monopoli privati. Da questo socialismo borghese, che naturalmente, come ogni specie bastarda di socialismo, attira a sé una parte degli operai e dei piccoli borghesi si distingue il vero socialismo piccolo borghese, il socialismo par excellence. Il capitale perseguita la classe dei piccoli borghesi soprattutto come creditore, ed essa reclama istituti di credito; il capitale la schiaccia con la concorrenza, ed essa reclama associazioni sostenute dallo Stato; il capitale la sopraffà con la concentrazione, ed essa reclama imposte progressive, limitazioni del diritto ereditario, assunzione dei grandi lavori da parte dello Stato, e altre misure che frenano forzatamente lo sviluppo del capitale. Poiché essa sogna la realizzazione pacifica del suo socialismo – salvo forse una seconda rivoluzione di febbraio di pochi giorni – è naturale che il processo storico imminente le appaia come l’applicazione di sistemi che i pensatori sociali, sia in gruppi che isolatamente, inventano o hanno inventato. Così i piccoli borghesi diventano eclettici, ossia seguaci dei sistemi socialisti esistenti, del socialismo dottrinario, che fu l’espressione teorica del proletariato solamente fino a che questo non si era ancora sviluppato fino a creare un movimento storico libero e indipendente.

Mentre così l’utopia, il socialismo dottrinario, il quale subordina il movimento complessivo a uno solo dei suoi momenti, al posto della produzione sociale comune mette l’attività cerebrale del singolo pedante, e soprattutto fantastica di eliminare la lotta rivoluzionaria delle classi e le sue necessità mediante piccoli artifici o grandi sentimentalismi; mentre questo socialismo dottrinario, il quale in fondo non fa che idealizzare la società attuale, ne accoglie un’immagine senz’ombra e vuole attuare il proprio ideale contro la realtà di essa; mentre questo socialismo viene abbandonato dal proletariato alla piccola borghesia; mentre la lotta dei diversi capi socialisti tra di loro rivela che ciascuno dei cosiddetti sistemi non è altro che la pretenziosa sottolineatura di uno dei punti della trasformazione sociale a preferenza degli altri, il proletariato va sempre più raggruppandosi intorno al socialismo rivoluzionario, al comunismo, per il quale la borghesia stessa ha inventato il nome di Blanqui. Questo socialismo è la dichiarazione della rivoluzione in permanenza, la dittatura di classe del proletariato, quale punto di passaggio necessario per l’abolizione delle differenze di classe in generale, per l’abolizione di tutti i rapporti di produzione su cui esse riposano, per l’abolizione di tutte le relazioni sociali che corrispondono a questi rapporti di produzione, per il sovvertimento di tutte le idee che germogliano da queste relazioni sociali.

I limiti della presente esposizione non concedono un ulteriore sviluppo di questo tema.

Abbiamo visto che, come nel partito dell’ordine era necessariamente spinta in primo piano l’aristocrazia finanziaria, così nel partito dell'”anarchia” il proletariato. Mentre le diverse classi unite in una lega rivoluzionaria si raggruppavano intorno al proletariato, e i dipartimenti diventavano sempre meno sicuri e la stessa Assemblea legislativa si irritava sempre più contro le pretese del Soulouque francese, le elezioni suppletive per sostituire i montagnardi proscritti del 13 giugno, lungamente ritardate e tenute in sospeso, erano imminenti.

Il governo, disprezzato dai suoi nemici, maltrattato e quotidianamente umiliato dai suoi pretesi amici, vedeva un solo mezzo per uscire dalla situazione insopportabile e insostenibile: la sommossa. Una sommossa a Parigi avrebbe permesso di proclamare lo stato d’assedio a Parigi e nei dipartimenti e di essere così padroni delle elezioni. D’altra parte gli amici dell’ordine, di fronte a un governo che avesse riportato la vittoria sull’anarchia, sarebbero stati forzati a concessioni, sotto pena di sembrare anarchici essi stessi.

Il governo si pose all’opera. Al principio del febbraio 1850, provocazioni del popolo con l’abbattimento degli alberi della libertà [26]. Invano. Se gli alberi della libertà perdettero il loro posto, il governo perdette la testa e si ritrasse, spaventato della sua stessa provocazione. L’Assemblea nazionale, però, accolse con diffidenza glaciale quest’inabile tentativo di Bonaparte di emanciparsi. Né ebbe miglior successo l’allontanamento delle corone di semprevivi dalla colonna di luglio [27]. Esso dette occasione a dimostrazioni rivoluzionarie di una parte dell’esercito, e all’Assemblea nazionale dette il pretesto di un voto di sfiducia, più o meno dissimulato, contro il ministero. Vana la minaccia della stampa governativa di soppressione del suffragio universale, di invasione dei cosacchi. Vana la sfida lanciata direttamente da d’Hautpoul alla sinistra in piena Legislativa, perché scendesse nella strada e la sua dichiarazione che il governo era pronto a riceverla D’Hautpoul non ricevette che un richiamo all’ordine del presidente, e il partito dell’ordine lasciò, con un silenzio pieno di gioia maligna, che un deputato della sinistra mettesse in burletta le velleità usurpatrici di Bonaparte. Varia finalmente la profezia di una rivoluzione per il 24 febbraio. Il governo fece sì che il 24 febbraio venisse ignorato dal popolo.

Il proletariato non si lasciò provocare a nessuna sommossa, perché aveva l’intenzione di fare una rivoluzione.

Senza lasciarsi turbare dalle provocazioni del governo, che non fecero se non accrescere la generale irritazione contro la situazione esistente, il comitato elettorale, interamente sotto l’influenza degli operai, presentò tre candidati per Parigi: de Flotte, Vidal e Carnot. De Flotte era un deportato di giugno, amnistiato da Bonaparte in uno dei suoi accessi di popolarità; era un amico di Blanqui e aveva preso parte all’attentato del 15 maggio. Vidal, conosciuto come scrittore comunista per il suo libro “Sulla ripartizione della ricchezza”, era stato segretario di Louis Blanc nella commissione del Lussemburgo. Carnot, figlio dell’uomo della Convenzione che aveva organizzato la vittoria, il meno compromesso dei membri del partito del “National”, ministro dell’istruzione nel governo provvisorio e nella commissione esecutiva, era una viva protesta, grazie al suo democratico progetto di legge sull’istruzione popolare, contro la legge sull’istruzione dei gesuiti. Questi tre candidati rappresentavano le tre classi alleate: alla testa l’insorto di giugno, rappresentante del proletariato rivoluzionario; accanto a lui il socialista dottrinario, rappresentante, della piccola borghesia socialista; il terzo, infine, rappresentante del partito borghese repubblicano, le cui formule democratiche avevano, di fronte al partito dell’ordine, acquistato un significato socialista, e da un pezzo perduto il significato loro proprio. Era una coalizione generale contro la borghesia e il governo, come nel febbraio. Ma questa volta il proletariato era la testa della lega rivoluzionaria.

A dispetto di tutti gli sforzi contrari, i candidati socialisti vinsero. L’esercito stesso votò per l’insorto di giugno contro il suo proprio ministro della guerra, La Hitte. Il partito dell’ordine fu come colpito dalla folgore. Le elezioni dipartimentali non riuscirono a consolarlo; esse dettero una maggioranza di montagnardi.

Le elezioni del 10 marzo 1850! Esse furono la ritrattazione del giugno 1848: massacratori e deportatori degli insorti di giugno rientravano nell’Assemblea nazionale, ma umiliati, alla coda dei deportati, e coi princípi di questi sulle labbra. Esse furono la ritrattazione del 13 giugno 1849: la Montagna proscritta dall’Assemblea nazionale rientrava nell’Assemblea nazionale, ma come araldo avanzato della rivoluzione, non più come sua condottiera. Esse furono la ritrattazione del 10 dicembre: Napoleone era stato battuto insieme col suo ministro La Hitte. La storia parlamentare di Francia conosce un solo caso analogo: la batosta di d’Haussez, ministro di Carlo X, nel 1830. L’elezione del 10 marzo 1850 fu infine la cassazione dell’elezione del 13 maggio, che aveva dato la maggioranza al partito dell’ordine. L’elezione del 10 marzo fu una protesta contro la maggioranza del 13 maggio, il 10 marzo fu una rivoluzione. Dietro alle schede elettorali vi erano i sassi del selciato.

“Il voto del 10 marzo è la guerra!” gridò Ségur d’Aguesseau, uno dei membri più avanzati del partito dell’ordine.

Col 10 marzo 1850 la repubblica costituzionale entra in una nuova fase, nella fase della sua dissoluzione. Le diverse frazioni della maggioranza sono di nuovo riunite tra loro e con Bonaparte; sono di nuovo le salvatrici dell’ordine, egli è di nuovo il loro uomo neutrale. Se si ricordano di essere monarchiche, ciò avviene soltanto perché disperano della possibilità della repubblica borghese; se egli si rammenta di essere presidente, ciò avviene ormai soltanto perché dispera di rimanere presidente.

All’elezione di de Flotte, l’insorto di giugno, Bonaparte risponde su comando del partito dell’ordine, con la nomina di Baroche a ministro dell’interno, di Baroche, l’accusatore di Blanqui e di Barbès, di Ledru-Rollin e di Guinard. All’elezione di Carnot, la Legislativa risponde approvando la legge sull’istruzione; all’elezione di Vidal, perseguitando la stampa socialista. Il partito dell’ordine cerca di dissipare la propria paura, facendo squillare le trombe della propria stampa. “La spada è sacra” grida uno dei suoi organi “i difensori dell’ordine devono prendere l’offensiva contro il partito rosso” dice un altro; “fra il socialismo e la società vi è un duello a morte, una guerra senza tregua, né pietà; in questo duello della disperazione, conviene che o l’uno o l’altra soccomba; se la società non annienta il socialismo il socialismo annienta la società”, canta un terzo gallo dell’ordine. Elevate le barricate dell’ordine, le barricate della religione, le barricate della famiglia! E ora di farla finita con i 127.000 elettori di Parigi! Notte di san Bartolomeo dei socialisti! E il partito dell’ordine crede per un istante alla certezza della propria vittoria.

Nel modo più fanatico i suoi organi si scagliano contro i “bottegai di Parigi!”. Il combattente dell’insurrezione parigina di giugno eletto rappresentante dai bottegai di Parigi! Questo vuole dire che un secondo giugno 1848 è impossibile; questo vuol dire che è impossibile un secondo 13 giugno 1849; questo vuol dire che l’influenza morale del capitale è spezzata; questo vuoi dire che l’Assemblea borghese non rappresenta più che la borghesia, e che la grande proprietà è perduta, perché la sua vassalla, la piccola proprietà, cerca la propria salvezza nel campo dei senza proprietà. Il partito dell’ordine ritorna naturalmente ai suoi inevitabili luoghi comuni “Maggior repressione!“, esclama esso, “repressione dieci volte più dura!“; ma la sua forza di repressione è dieci volte scemata, mentre la resistenza è diventata cento volte più grande. Lo strumento essenziale della repressione, l’esercito, non deve forse venir represso esso stesso? E il partito dell’ordine dice la sua ultima parola: “Bisogna spezzare l’anello di ferro di una legalità soffocante. La repubblica costituzionale é impossibile. È con le nostre vere armi che dobbiamo combattere: dal febbraio 1848 abbiamo combattuto la rivoluzione con le sue armi e sul suo terreno, abbiamo accettato le sue istituzioni; la Costituzione è una fortezza, che protegge solamente gli assedianti, non gli assediati! Introducendoci di contrabbando nella sacra Ilio, nel ventre del cavallo di Troia, a differenza dei nostri predecessori, i grecs [28], noi non abbiamo conquistato la città nemica, ma ci siamo dati noi stessi prigionieri”.

Ma la base della Costituzione è il suffragio universale. La soppressione del suffragio universale è l’ultima parola del partito dell’ordine, della dittatura borghese.

Il suffragio universale aveva dato loro ragione il 4 maggio 1848, il 20 dicembre 1848, il 13 maggio 1849, l’8 luglio 1849. Il suffragio universale dette torto a se stesso il 10 marzo 1850. Il dominio borghese come emanazione e risultato del suffragio universale, come espressione della volontà popolare sovrana, questo è il significato della Costituzione borghese. Ma dal momento in cui il contenuto di questo diritto di voto, di questo volere sovrano, non è più il dominio borghese, ha la Costituzione ancora un significato? Non è forse dovere della borghesia di regolare il diritto di voto in modo che esso abbia a volere ciò che è ragionevole, cioè il suo dominio? Il suffragio universale, sopprimendo di nuovo continuamente il potere attuale dello Stato, facendolo scaturire di nuovo dal suo seno, non viene a sopprimere ogni stabilità, a porre ad ogni istante in questione tutti i poteri vigenti, ad annullare l’autorità e minacciare di fare una autorità della stessa anarchia? Dopo il 10 marzo 1850, chi poteva ancora dubitarne?

La borghesia, respingendo il suffragio universale, del quale si era fino allora drappeggiata, dal quale aveva ricavato la propria onnipotenza, confessa apertamente: “La nostra dittatura è fino ad oggi esistita in forza della volontà popolare; ora essa deve venire consolidata contro la volontà popolare“. E in modo conseguente, essa cerca i propri sostegni non più in Francia, ma fuori, all’estero, nell’invasione.

Facendo appello all’invasione, la borghesia, come una seconda Coblenza [29] insediata nella stessa Francia, risveglia contro di sé tutte le passioni nazionali. Con l’attacco al suffragio universale, essa dà alla nuova rivoluzione un pretesto generale e la rivoluzione ha bisogno di questo pretesto. Ogni pretesto particolare separerebbe le frazioni della Lega rivoluzionaria e farebbe emergere le loro differenze. Il pretesto generale, invece, stordisce le classi semirivoluzionarie, permette loro d’illudersi circa il carattere determinato della rivoluzione futura e circa le conseguenze della loro azione. Ogni rivoluzione ha bisogno di una questione dei banchetti. Il suffragio universale è la questione dei banchetti della nuova rivoluzione.

Le frazioni borghesi coalizzate sono però già condannate, quando dalla sola forma possibile del loro potere riunito, dalla forma più solida e più completa del loro dominio di classe, dalla repubblica costituzionale, si rifugiano nella forma subordinata, incompleta, più debole, della monarchia. Rassomigliano a quel vecchio che, per riacquistare la forza giovanile, si fece portare i suoi vestiti da fanciullo, cercando di ricoprirne le sue membra flosce. La loro repubblica aveva un solo merito, quello di essere la serra della rivoluzione.

Il 10 marzo 1850porta l’iscrizione:

Après moi le déluge, dopo di me il diluvio!

Note

1. La divinità romana che veniva rappresentata con due facce (bifronte).

2. “Entro i limiti della ragion pura” è un’espressione comunemente usata nelle sue opere maggiori dal filosofo tedesco Immanuel Kant (1724-1804), il cui problema fondamentale fu quello di stabilire quale fosse l’estensione della ragione umana ed entro quali limiti essa potesse raggiungere conoscenze realmente scientifiche ed oggettive.

3. Démocratie pacifique: organo centrale dei fourieristi; uscì a Parigi dal 1843 al 1849, diretto da Victor Considérant.

4. Applauditore a pagamento.

5. 34 deputati della Montagna furono messi sotto accusa. La Montagna, priva dei suoi capi, o arrestati o fuggiti all’estero (Ledru-Rollin, Considérant, Boichot, Rattier, F. Pyat), fu così decimata.

6. Dopo un’eroica resistenza diretta da Garibaldi, la Repubblica romana fu costretta a capitolare di fronte ai francesi il 1º luglio. Pio IX, che rientrò a Roma solo nell’aprile 1850, si fece precedere da una commissione di cardinali (il cosiddetto triumvirato rosso). Con l’aiuto dell’Oudinot e del plenipotenziario francese Corcelle, essi svolsero una vasta azione di pressione ed eliminarono qualsiasi parvenza costituzionale.

7. Le Siècle (Il secolo): quotidiano pubblicato a Parigi dal 1836; nel 1848-1849 si era schierato a favore di moderate riforme costituzionali.

8. La Presse (La stampa): quotidiano pubblicato a Parigi dal 1836, nel 1848-1849 appoggiò i repubblicani; dal 1836 al 1857 fu diretto da Emile de Girardin.

9. A Ems, località termale tedesca, viveva il pretendente al trono Enrico conte di Chambord (Enrico V), nipote dell’ex re Carlo X di Borbone, cacciato dalla rivoluzione del luglio 1830.

10. L’Henriade è un poema di Voltaire ispirato alle vicende delle guerre di religione in Francia alla fine del secolo XVII e alla conquista del trono francese da parte di Enrico IV. I panduri sono fanterie irregolari, d’origine ungherese, impiegate dall’Austria nella seconda metà del secolo XVII e nella prima metà del secolo XVIII: essi erano famosi per la loro vocazione alla violenza e al saccheggio.

11. Allusione alla storia biblica di Giuseppe, avvenente figlio di Giacobbe, venduto come schiavo al dignitario egiziano Putifarre. La moglie di questi s’invaghì di Giuseppe, il quale però la respinse fermamente. Allo stesso modo i consigli dipartimentali, imitando Giuseppe, non si lasciarono sedurre dalle sollecitazioni dei deputati del partito dell’ordine a richiedere una rapida revisione della Costituzione.

12. Tanto mutato da quello che era (riferimento al verso dell’Eneide – II, 274 – di Virgilio: “Quantum mutatus ab illo”).

13. Nei dintorni di Londra viveva Luigi Filippo, fuggito dalla Francia dopo la rivoluzione di febbraio.

14. “O Cesare o Clichy”: Luigi Napoleone e a pieno di debiti e l’alternativa che gli si poneva era o un colpo di Stato per restare al potere o il carcere di Clichy (la prigione per debiti parigina).

15. Nel suo Motu proprio (decreto) del 14 settembre 1849, Pio IX faceva in pari tempo delle concessioni puramente apparenti.

16. Ma su andiamo!

17. Joseph Charles Paul Napoléon (1822-1891), figlio di Gerolamo Bonaparte (ex re di Vestfalia durante l’impero napoleonico).

18. Kant intende come postulati della ragion pratica (cioè della ragione in quanto presiede all’agire morale degli uomini) la libertà, l’immortalità dell’anima e Dio, cioè tre verità non dimostrabili che egli considera indispensabili per spiegare la possibilità di tendere alla realizzazione delle leggi morali che troviamo dentro di noi.

19. L’8 giugno 1847 incominciò, davanti alla Camera dei pari, a Parigi, il processo contro Parmentier e il generale Cubières accusati di corruzione di funzionari allo scopo di ottenere la concessione di una salina, e contro il ministro dei lavori pubblici Teste, per aver partecipato alla corruzione ricevendo denaro. Il Teste tentò di suicidarsi durante il processo. Tutti vennero condannati a gravi pene pecuniarie; Teste per giunta a tre anni di carcere (nota di Engels all’edizione del 1895).

20. Il risultato di queste elezioni provocò un sensibile crollo in Borsa.

21. Cioè di fronte ad una nuova rivoluzione diretta contro l’aristocrazia finanziaria.

22. Con ciò Marx si riferisce evidentemente ai fàux-frais (costi improduttivi), che vanno dai costi di circolazione (come il tempo impiegato per le compere, le vendite, la contabilità, ecc.), ai costi di conservazione (come fabbricati, magazzini, ecc.).

23. Così si chiama nella storia la Camera dei deputati ultramonarchica e reazionaria, eletta subito dopo la seconda caduta di Napoleone (1815) (nota di Engels all’edizione del 1895).

24. La cosiddetta “legge Falloux” sull’istruzione, approvata dalla Legislativa il 15 marzo, sotto il pretesto di realizzare la libertà d’insegnamento, dava alla Chiesa francese la più ampia libertà nell’istituzione di scuole di ogni ordine e grado, riducendo il controllo statale su di esse; metteva i maestri alla mercé dei prefetti; concedeva ai membri del clero il privilegio di insegnare sostituendo i titoli universitari con una licenza rilasciata dai superiori religiosi, di esercitare un controllo sull’insegnamento impartito anche nella scuola pubblica, di sedere nel consiglio superiore dell’istruzione in rappresentanza delle associazioni religiose.

25. Infatti la dinastia da essi sostenuta, invece di poggiare le sue pretese di restaurazione sul sacro principio della legittimità, doveva poggiarle sulla rivoluzione del 1830 che l’aveva posta sul trono.

26. Si tratta di alberi simbolici piantati agli incroci e sulle piazze nel febbraio 1848. Il prefetto Carlier li fece abbattere col pretesto che ostacolavano il traffico.

27. Si tratta di una colonna commemorativa dei caduti nella rivoluzione del luglio 1830.

28. Gioco di parole: grecs significa greci, ma anche bari di professione (nota di Engels all’edizione del 1895).

29. Al tempo della Rivoluzione francese Coblenza era il centro dell’emigrazione francese controrivoluzionaria. Ma nel 1850 il centro di direzione dei controrivoluzionari, sostenitori di una politica estera che difendeva l’assetto reazionario dell’Europa stabilito dal Congresso di Vienna ed umiliava perciò il sentimento nazionale dei francesi, si trovava all’interno della stessa Francia.

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IV. La soppressione del suffraggio universale nel 1850

Indice de Le lotte di classe in Francia dal 1848 al 1850

Marx (1850)

IV.

La soppressione del suffragio universale nel 1850

La continuazione dei precedenti tre capitoli si trova nella “Rassegna” del fascicolo doppio, quinto e sesto, ultimo comparso, della “Neue Rheinische Zeitung” [1]. Spiegata ivi prima di tutto la grande crisi commerciale scoppiata in Inghilterra nel 1847, e spiegata, con le sue ripercussioni sul continente europeo l’acutizzazione delle complicazioni politiche su questo continente sino alle rivoluzioni di febbraio e marzo 1848, viene quindi esposto come la prosperità del commercio e dell’industria, riapparsa nel corso del 1848, e cresciuta ancor più nel 1849, paralizzasse lo slancio rivoluzionario, rendendo nello stesso tempo possibili le vittorie della reazione. Della Francia in particolare è detto: [2]

Eguali sintomi si manifestarono in Francia a partire dal 1849 e specialmente dal principio del 1850. Le industrie parigine sono in piena attività e anche le fabbriche di cotone di Rouen e Mulhouse vanno discretamente bene, benché ivi i prezzi elevati della materia prima abbiano, come in Inghilterra, esercitato un’azione depressiva. Lo sviluppo della prosperità in Francia fu inoltre particolarmente favorito dalla vasta riforma doganale della Spagna e dalla riduzione dei dazi su diversi articoli di lusso nel Messico; l’esportazione di merci francesi verso questi due mercati è notevolmente aumentata. L’aumento dei capitali ha condotto in Francia a una serie di speculazioni, a cui lo sfruttamento su vasta scala delle miniere d’oro della California è servito d’occasione [3]. E sorta una moltitudine di società , il basso importo delle azioni e la tinta socialisteggiante dei programmi delle quali sono un appello diretto a11a borsa dei piccoli borghesi e degli operai, le quali però si sono risolte unicamente in quel genere di truffa pura, ch’è proprio soltanto dei francesi e dei cinesi. Una di queste società era persino direttamente protetta dal governo. I dazi d’importazione in Francia durante i primi nove mesi dell’anno sono ammontati nel 1848 a 63 milioni di franchi, nel 1849 a 95 milioni di franchi, nel 1850 a 93 milioni di franchi. Del resto hanno superato nel mese di settembre 1850 di più di un milione quelli dello stesso mese del 1849. L’esportazione è ugualmente aumentata nel 1849 e ancor più nel 1850.

La prova più decisiva della ristabilita prosperità è stata il ripristino dei pagamenti a contanti della banca in forza della legge del 6 agosto 1850. Il 15 marzo 1848 la banca era stata autorizzata a sospendere i suoi pagamenti a contanti. La circolazione dei suoi biglietti, incluse le banche provinciali, saliva allora a 373 milioni di franchi (14.920.000 sterline). Il 2 novembre 1849 la stessa circolazione saliva a 482 milioni di franchi, ossia a 19.280.000 sterline, con un aumento di 4.360.000 sterline, e il 2 settembre 1850 saliva a 496 milioni di franchi, ossia a 19.840.000 sterline, con un aumento di circa 5 milioni di sterline. Non ne è derivato nessun deprezzamento dei biglietti; al contrario, l’aumentata circolazione dei biglietti è stata accompagnata da una sempre crescente pletora di oro e d’argento nei sotterranei della banca, tanto che nell’estate 1850 la riserva metallica saliva a circa 14 milioni di sterline, somma inaudita in Francia. Il fatto che la banca sia stata cosi posta in grado di aumentare la propria circolazione e quindi il proprio capitale attivo di circa 123 milioni di franchi, ossia di 5 milioni di sterline, dimostra nel modo più stringente la giustezza della nostra affermazione, fatta in un precedente capitolo, che l’aristocrazia finanziaria non solo non è stata abbattuta dalla rivoluzione, ma anzi ne ha tratto maggior forza. Ancor più evidente riesce tale conclusione dalla seguente scorsa della legislazione bancaria francese degli ultimi anni. Il 10 giugno 1847 la banca fu autorizzata a emettere biglietti da 200 franchi; il biglietto più basso era stato allora da 500 franchi Un decreto del 15 marzo 1848 dichiarò i biglietti della banca di Francia moneta legale, e liberò la banca dall’obbligo di cambiarli in contanti. La sua emissione di biglietti venne limitata a 350 milioni di franchi. In pari tempo la si autorizzò a emettere biglietti da 100 franchi. Un decreto del 27 aprile ordinò la fusione delle banche dipartimentali con la banca di Francia; un altro decreto, del 2 maggio 1848, elevò l’emissione di biglietti a 442 milioni di franchi. Un decreto del 22 dicembre 1849 portò il massimo dell’emissione di biglietti a 525 milioni di franchi. Infine la legge del 6 agosto 1850 ha ristabilito la convertibilità dei biglietti in denaro. Questi fatti, il progressivo aumento della circolazione, la concentrazione di tutto il credito francese nelle mani della banca e l’accumulazione di tutto l’oro e l’argento francese nei suoi sotterranei, hanno portato il signor Proudhon alla conclusione che la banca deve oggi spogliarsi della sua vecchia pelle di vipera e cambiarsi in una banca popolare proudhoniana. Anche senza conoscere la storia della restrizione del numero delle banche inglesi dal 1797 al 1819, gli sarebbe bastato unicamente volgere lo sguardo al di là della Manica, per accorgersi che questo fatto, per lui inaudito nella storia della società borghese, non è altro che un avvenimento borghese assolutamente normale, che appena ora appare in Francia per la prima volta. Si vede come i pretesi teorici rivoluzionari, che a Parigi dopo il governo provvisorio andavano per la maggiore, fossero altrettanto ignari della natura e dei risultati delle misure attuate, quanto gli stessi signori del governo provvisorio.

Malgrado la prosperità industriale e commerciale, di cui la Francia momentaneamente godeva, la massa della popolazione, i 25 milioni di contadini, soffriva di una grande depressione. I buoni raccolti degli ultimi anni avevano fatto precipitare in Francia i prezzi del grano ancora più in basso che in Inghilterra, e la situazione dei contadini indebitati, spremuti dall’usura e dalle imposte, poteva essere tutto fuorché brillante. La storia dei tre ultimi anni ha inoltre già mostrato esuberantemente che questa classe della popolazione non è capace di nessuna iniziativa rivoluzionaria.

Come sul continente il periodo della crisi sopravviene più tardi che in Inghilterra, così quello della prosperità. Il processo iniziale lo si trova sempre in Inghilterra; essa è il demiurgo del cosmo borghese. Sul continente le diverse fasi del ciclo, che la società borghese ricomincia sempre a percorrere, appaiono in forma secondaria e terziaria. Prima di tutto il continente esporta in Inghilterra enormemente più che in qualsivoglia altro paese. Questa esportazione in Inghilterra dipende però anch’essa dalla posizione dell’Inghilterra, specialmente verso il mercato d’oltremare. Poi l’Inghilterra esporta nei paesi d’oltremare enormemente più che il continente intero, cosicché la quantità dell’esportazione continentale in quei paesi è sempre dipendente dalla contemporanea esportazione d’oltremare dell’Inghilterra. Se quindi le crisi originano rivoluzioni prima nel continente, la loro causa si deve tuttavia trovare sempre in Inghilterra. E’ naturale che le esplosioni violente si manifestano prima alle estremità del corpo borghese che nel suo cuore, perché qui le possibilità di un compenso sono più grandi. D’altra parte il grado in cui le rivoluzioni continentali si ripercuotono in Inghilterra è insieme il termometro che mostra fino a qual punto queste rivoluzioni mettano veramente in questione le condizioni di esistenza borghesi, o fino a qual punto esse si limitano a colpirne le formazioni politiche.

Data questa prosperità universale, in cui le forze produttive della società borghese si sviluppano con quella sovrabbondanza che è, in generale, possibile nelle condizioni borghesi, non si può parlare di una vera rivoluzione. Una rivoluzione siffatta è possibile solamente in periodi in cui entrambi questi fattori, le forze produttive moderne e le forme borghesi di produzione, entrano in conflitto tra di loro. Le diverse beghe, a cui attualmente si abbandonano i rappresentanti delle singole frazioni del partito continentale dell’ordine e in cui si compromettono a vicenda, ben lungi dal fornire l’occasione di nuove rivoluzioni, sono al contrario possibili soltanto perché la base dei rapporti è momentaneamente cosi sicura e, ciò che la reazione ignora, così borghese Contro di essa sì spezzeranno tutti i tentativi reazionari di arrestare l’evoluzione borghese, come tutta l’indignazione morale e tutti i proclami ispirati dei democratici Una nuova rivoluzione non è possibile se non in seguito a una nuova crisi. L’una però è altrettanto sicura quanto l’altra.

Passiamo ora alla Francia.

La vittoria che il popolo in unione coi piccoli borghesi aveva conseguito nelle elezioni del 10 marzo venne annientata dal popolo stesso in quanto esso provocò la nuova elezione del 28 aprile. Vidal era stato eletto, oltre che a Parigi, anche nel basso Reno. Il comitato parigino, in cui la Montagna e la piccola borghesia erano fortemente rappresentate, lo indusse a optare per il basso Reno. La vittoria del 10 marzo cessava di essere una vittoria decisiva: il termine della decisione venne differito ancora una volta; la tensione del popolo fu allentata; questo ultimo veniva abituato a trionfi legali anziché a trionfi rivoluzionari. Il significato rivoluzionario del 10 marzo, la riabilitazione dell’insurrezione di giugno, venne completamente cancellata con la candidatura di Eugène Sue, di questo piccolo borghese sentimentale, socialista della fantasia; candidatura che dal proletariato poteva accettarsi tutt’al più come uno scherzo per far piacere alle sartine. A questa candidatura bene intenzionata il partito dell’ordine, fatto più ardito dalla politica oscillante degli avversari, oppose un candidato che doveva rappresentare la vittoria di giugno. Questo comico candidato fu lo spartano padre di famiglia Leclerc, a cui peraltro la stampa strappò di dosso, pezzo per pezzo, l’armatura eroica, e che nell’elezione subì altresì una splendida disfatta. La nuova vittoria elettorale del 28 aprile rese presuntuose la Montagna e la piccola borghesia. La prima gongolava già al pensiero di poter conseguire il fine dei suoi desideri per via puramente legale e senza spingere di nuovo il proletariato in prima linea con un’altra rivoluzione; essa calcolava con sicurezza di portare nelle nuove elezioni del 1852, mediante il suffragio universale, il signor Ledru-Rollin al seggio presidenziale e una maggioranza di montagnardi nell’Assemblea. Il partito dell’ordine, completamente rassicurato dal rinnovamento dell’elezione, dalla candidatura di Sue e dallo stato d’animo della Montagna e della piccola borghesia – sicuro che queste in ogni eventualità erano decise a rimaner tranquille – rispose alle due vittorie elettorali con la legge elettorale che sopprimeva il suffragio universale.

Il governo si guardò bene dal prendere un simile progetto sotto la propria responsabilità. Esso fece alla maggioranza una apparente concessione, affidando la sua elaborazione ai grandi dignitari di questa maggioranza, ai diciassette burgravi. Non fu dunque il governo che propose all’Assemblea, fu la maggioranza dell’Assemblea che propose a se stessa l’abrogazione del suffragio universale.

L’8 maggio il progetto venne portato alla Camera. Tutta la stampa socialdemocratica si sollevò come un sol uomo per predicare al popolo contegno dignitoso, calma maestosa, atteggiamento passivo e fiducia nei suoi rappresentanti. Ogni articolo di questi giornali era un riconoscimento che una rivoluzione avrebbe distrutto prima di tutto la stampa cosiddetta rivoluzionaria, e che ora si trattava della sua propria conservazione. La stampa sedicente rivoluzionaria tradì tutto il suo segreto e firmò la propria sentenza di morte.

Il 21 maggio la Montagna pose in discussione la pregiudiziale, proponendo che l’intero progetto fosse respinto, perché violava la Costituzione. Il partito dell’ordine rispose che si sarebbe violata la Costituzione, se fosse stato necessario; che però ora non ve ne era bisogno, perché la Costituzione si prestava a qualsiasi interpretazione e perché la sola maggioranza era competente a decidere della giusta interpretazione. Agli attacchi selvaggiamente sfrenati di Thiers e di Montalembert, la Montagna contrappose un umanesimo pieno di decenza e di buona educazione. Essa si richiamò al terreno del diritto; il partito dell’ordine la richiamò al terreno dal quale si forma il diritto, cioè alla proprietà borghese. La Montagna gemette: si volevano dunque, con tutta forza, provocare delle rivoluzioni? Il partito dell’ordine replicò che starebbe ad attenderle.

Il 22 maggio la pregiudiziale venne scartata con 462 voti contro 227. Quegli stessi uomini, che con tanta solenne profondità avevano dimostrato come l’Assemblea nazionale e ogni singolo deputato destituissero se stessi quando destituivano il popolo loro mandante, rimasero sui loro seggi e cercarono improvvisamente di far agire in vece loro il paese – mediante petizioni – e sedevano ancora, impassibili, quando il 31 maggio la legge passò brillantemente. Tentarono di vendicarsi con una protesta in cui misero a verbale la loro innocenza per la violazione della Costituzione; questa protesta però non la resero nemmeno pubblica, ma la ficcarono di soppiatto nelle tasche del presidente.

Un esercito di 150.000 uomini a Parigi, il lungo trascinarsi della decisione, il discredito della stampa, la pusillanimità della Montagna e dei deputati ultimi eletti, la calma maestosa dei piccoli borghesi, ma più di tutto la prosperità commerciale e industriale impedirono qualsiasi tentativo rivoluzionario da parte del proletariato.

Il suffragio universale aveva compiuto la sua missione. La maggioranza del popolo era passata per la sua scuola, il che è tutto ciò a cui il suffragio universale possa servire in un’epoca rivoluzionaria. O da una rivoluzione o dalla reazione esso doveva venire eliminato.

Un lusso ancor maggiore d’energia spiegò la Montagna in una occasione che doveva presentarsi poco dopo. Il ministro della guerra d’Hautpoul aveva, dall’alto della tribuna, chiamato la rivoluzione di febbraio una catastrofe malaugurata. Agli oratori della Montagna che, come sempre, si distinsero con rumorose manifestazioni di sdegno morale, non venne accordata la parola dal presidente Dupin. Girardin propose alla Montagna di abbandonare immediatamente in massa la sala. Risultato: la Montagna rimase seduta, ma Girardin venne espulso dal suo seno come indegno.

La legge elettorale aveva ancora bisogno di un complemento, di una nuova legge sulla stampa. Questa non si fece attendere a lungo. Una proposta del governo, notevolmente aggravata da emendamenti del partito dell’ordine, elevò le cauzioni, stabilì un bollo speciale sui romanzi d’appendice (risposta all’elezione di Eugène Sue), colpì di imposta tutti gli scritti pubblicati in dispense settimanali o mensili sino a un determinato numero di fogli, e prescrisse, da ultimo, che ogni articolo di giornale dovesse essere munito della firma dell’autore. Le disposizioni sulla cauzione uccisero la stampa cosiddetta rivoluzionaria; la morte di questa fu considerata dal popolo una soddisfazione per l’abolizione del suffragio universale. Ma né la tendenza, né l’azione della nuova legge si limitarono a questa parte della stampa. Fino a che la stampa quotidiana era stata anonima, essa figurava come l’organo dell’innumerevole e anonima opinione pubblica, essa era il terzo potere dello Stato. La firma di ogni articolo fece del giornale una semplice raccolta di contributi letterari di individui più o meno conosciuti. Ogni articolo fu ridotto al livello di un annuncio. Fino allora i giornali avevano circolato come carta moneta dell’opinione pubblica; ora si sminuzzavano in tratte individuali più o meno cattive, la bontà e la circolazione delle quali dipendevano dal credito non solo del traente, ma altresì del girante. La stampa del partito dell’ordine aveva incitato tanto all’abolizione del suffragio universale, quanto ai provvedimenti più eccessivi contro la cattiva stampa. Anche la stampa buona, però, nella sua sospetta anonimia, riusciva scomoda al partito dell’ordine e ancor più ai suoi singoli rappresentanti nelle province. Il partito dell’ordine non ammetteva di fronte a sé che lo scrittore pagato, con nome, domicilio e connotati. Vani furono i lamenti della buona stampa sull’ingratitudine con cui si remuneravano i suoi servigi. La legge passò, e fu l’obbligo della firma che soprattutto la colpì. I nomi dei giornalisti repubblicani erano abbastanza conosciuti, ma le rispettive firme del “Journal des débats” [4], dell'”Assemblée Nationale” [5], del “Constitutionnel” [6], ecc. ecc., fecero una meschina figura con la loro strombazzata scienza di Stato, allorché la misteriosa compagnia venne d’un tratto a decomporsi in venali scribacchini da un soldo la riga che nella loro lunga pratica avevano per moneta sonante difeso ogni cosa possibile, come Granier de Cassagnac, o i vecchi stracci che si qualificavano uomini di Stato, come Capefigue, o i parrucconi che facevano i bellimbusti, come il signor Lemoinne del “Débats”.

Nella discussione intorno alla legge sulla stampa, la Montagna era già scesa a tal grado di decadenza morale, che si dovette limitare ad approvare rumorosamente le splendide tirate di un vecchio notabile, luigi-filippista, il signor Victor Hugo.

Con la legge elettorale e con la legge sulla stampa, il partito rivoluzionario e democratico scompare dalla scena ufficiale. Prima di andarsene a casa poco dopo la chiusura della sessione, le due frazioni della Montagna, i democratici socialisti ed i socialisti democratici, emisero due manifesti, due testimoni paupertatis [7], nei quali dimostravano che, se non avevano mai trovato dalla loro parte la forza e il successo, s’erano tuttavia trovati sempre dalla parte dell’eterno diritto e di tutte le altre eterne verità.

Consideriamo ora il partito dell’ordine. La “Neue Rheinische Zeitung” diceva nel terzo fascicolo, p. 16: “Di fronte alle velleità di restaurazione degli orleanisti e legittimisti riuniti, Bonaparte difende il titolo del suo potere di fatto, la repubblica; di fronte alle velleità di Bonaparte, il partito dell’ordine difende il titolo del suo dominio collettivo, la repubblica; di fronte agli orleanisti i legittimisti e di fronte ai legittimisti gli orleanisti difendono lo status quo, la repubblica. Tutte queste frazioni del partito dell’ordine, di cui ciascuna ha in petto il proprio re e la propria restaurazione, fanno valere a vicenda, di fronte alle velleità di usurpazione e di supremazia dei loro rivali, il dominio collettivo della borghesia, la forma entro cui le rivendicazioni particolari rimangono neutralizzate e riservate: la repubblica… E Thiers diceva il vero ben più ch’egli non sospettasse, quando esclamava. “Siamo noi monarchici i veri sostegni della repubblica costituzionale””.

Questa commedia dei repubblicani loro malgrado la ripugnanza verso lo status quo e il costante suo consolidamento; gli incessanti attriti fra Bonaparte e l’Assemblea nazionale; l’insistente minaccia del partito dell’ordine di decomporsi nelle singole sue parti, e il continuo ripetersi della fusione delle sue frazioni; il tentativo di ciascuna delle frazioni di convertire ogni vittoria contro il nemico comune in una disfatta degli alleati del momento; la gelosia, il rancore, i ripicchi reciproci, il continuo brandire le sciabole, che ogni volta finisce con un baiser Lamou-Rette [8], tutta questa sconfortante commedia degli equivoci non ebbe mai svolgimento più classico che durante gli ultimi sei anni.

Il partito dell’ordine considerava la legge elettorale come una vittoria anche contro Bonaparte. Non aveva forse il governo abdicato, non aveva abbandonato alla commissione dei diciassette la redazione e la responsabilità del proprio progetto? E la forza principale di Bonaparte di fronte all’Assemblea non riposava sul fatto che egli era l’eletto dei sei milioni? Bonaparte, per conto suo, considerava la legge elettorale come una concessione all’Assemblea, una concessione colla quale egli aveva comperato l’armonia del potere legislativo con l’esecutivo. Come premio, il volgare avventuriero esigeva un aumento di tre milioni della sua lista civile. Poteva l’Assemblea nazionale entrare in conflitto con l’esecutivo in un momento in cui essa aveva messo al bando la grande maggioranza dei francesi? Essa mostrò di sdegnarsi, sembrò volesse spingere le cose agli estremi, la sua commissione rigettò il progetto, la stampa bonapartista minacciò appellandosi al popolo diseredato, spogliato del suo diritto elettorale; una moltitudine di rumorosi tentativi di transazione ebbe luogo, e l’Assemblea finì col piegarsi in pratica, ma vendicandosi nello stesso tempo in teoria, Invece di votare un aumento annuo della lista civile di tre milioni accordò al presidente, in linea di principio, una sovvenzione di 2.160.000 franchi. Non contenta di ciò, fece anzi tale concessione solamente dopo che la ebbe appoggiata Changarnier, che era il generale del partito dell’ordine e il protettore imposto a Bonaparte. Essa accordò dunque i due milioni effettivamente non a Bonaparte ma a Changarnier.

Questo regalo, buttato là di mala grazia, venne accolto da Bonaparte secondo il significato datogli da chi lo faceva. La stampa bonapartista riprese a strepitare contro l’Assemblea nazionale. Quando, durante la discussione della legge sulla stampa, venne presentato la prima volta l’emendamento per la designazione del nome, che era diretto in particolare contro i giornali di second’ordine rappresentanti gli interessi privati di Bonaparte, il foglio principale di Bonaparte, il “Pouvoir” [9] fece un attacco aperto e veemente contro l’Assemblea nazionale. I ministri furono obbligati a sconfessare il giornale davanti all’Assemblea; il gerente del “Pouvoir” venne citato alla sbarra dell’Assemblea nazionale e condannato alla multa più alta, a 5.000 franchi. Il giorno dopo il “Pouvoir” pubblicava un articolo ancora più insolente contro l’Assemblea, e i giudici, quasi a dar la rivincita al governo, processarono tosto parecchi giornali legittimisti per violazione della Costituzione.

Infine si venne alla questione dell’aggiornamento della Camera. Bonaparte lo desiderava, per poter agire senza essere disturbato dall’Assemblea. Lo desiderava il partito dell’ordine, sia per portare a compimento i suoi intrighi di frazione, sia per gli interessi privati dei singoli deputati. Entrambi ne avevano bisogno per consolidare nelle province le vittorie della reazione e spingerle più lontano. L’Assemblea perciò si aggiornò dall’11 agosto all’11 novembre. Ma poiché Bonaparte non nascondeva in nessun modo che per lui non si trattava d’altro che di liberarsi del controllo importuno dell’Assemblea nazionale, l’Assemblea dette al suo stesso voto di fiducia l’impronta della sfiducia contro il presidente. Dalla commissione permanente di ventotto membri, che rimanevano durante le ferie come custodi della virtù della repubblica, vennero esclusi tutti i bonapartisti. Al loro posto, anzi, furono eletti alcuni repubblicani del “Siècle” e del “National”, per mostrare al presidente l’attaccamento della maggioranza alla repubblica costituzionale.

Poco prima e specialmente subito dopo l’aggiornamento della Camera, le due grandi frazioni del partito dell’ordine, gli orleanisti e i legittimisti, sembrarono volersi riconciliare, e precisamente mediante una fusione delle due case reali sotto le cui bandiere combattevano. I giornali erano pieni di progetti di riconciliazione che avrebbero dovuto discutersi al letto dove giaceva malato Luigi Filippo a St. Leonards, quando la situazione fu d’un tratto semplificata dalla morte di Luigi Filippo. Luigi Filippo era l’usurpatore, Enrico V lo spogliato; il conte di Parigi, invece, data la mancanza di discendenza di Enrico V, era il suo successore regolare. Ora ogni ostacolo alla fusione dei due interessi dinastici era tolto. Ma proprio in questo momento le due frazioni della borghesia scopersero che non era l’attaccamento sentimentale a una determinata casa reale ciò che le divideva, ma che erano piuttosto i loro interessi divergenti quelli che tenevano separate le due dinastie. I legittimisti che erano andati in pellegrinaggio alla residenza di Enrico V a Wiesbaden, precisamente come i loro concorrenti a St. Leonards, ricevettero quivi la notizia della morte di Luigi Filippo. Immediatamente formarono un ministero in partibus infidelium [10] composto in maggioranza di membri dell’accennata commissione di custodi della virtù della repubblica, e il quale, in occasione d’una disputa sorta in seno al partito, uscì fuori con la più categorica proclamazione del diritto divino. Gli orleanisti giubilarono per lo scandalo compromettente suscitato nella stampa da questo manifesto e non tennero nascosta nemmeno un istante la loro decisa ostilità contro i legittimisti.

Durante la proroga dell’Assemblea nazionale, si riunirono i consigli dipartimentali. La loro maggioranza si pronunciò per una revisione della Costituzione, limitata da maggiori o minori riserve, cioè si pronunciò per una restaurazione monarchica, senza più precisamente definirla, per una “soluzione”, confessando nello stesso tempo di essere troppo incompetente e troppo vile per trovare questa soluzione. La frazione bonapartista interpretò immediatamente questo desiderio di revisione nel senso del prolungamento della presidenza Bonaparte.

La soluzione costituzionale, cioè le dimissioni di Bonaparte nel maggio 1852, la contemporanea elezione di un nuovo presidente da parte di tutti gli elettori del paese, la revisione della Costituzione per mezzo di una Camera di revisione nei primi mesi della nuova presidenza, è per la classe dominante assolutamente inammissibile. Il giorno della nuova elezione presidenziale sarebbe il giorno in cui si darebbero convegno tutti i partiti nemici, i legittimisti, gli orleanisti, i repubblicani borghesi, i rivoluzionari. Si dovrebbe venire a una decisione violenta tra le diverse frazioni. Anche se il partito dell’ordine riuscisse a mettersi d’accordo sulla candidatura di un uomo neutrale estraneo alle famiglie reali, Bonaparte gli si contrapporrebbe di nuovo. Il partito dell’ordine è costretto, nella sua lotta col popolo, ad aumentare costantemente il potere dell’esecutivo. Ogni aumento di potere dell’esecutivo aumenta il potere di chi ne è investito, di Bonaparte. Ma a misura, perciò, che il partito dell’ordine consolida il proprio potere collettivo, viene altresì a consolidare i mezzi di lotta delle pretese dinastiche di Bonaparte e ad aumentare la probabilità per quest’ultimo di eludere con la violenza, nel giorno della decisione, la soluzione costituzionale. Questi allora, nella sua lotta contro il partito dell’ordine, non si arresterà davanti alla violazione di una delle basi della Costituzione, così come il partito dell’ordine, nella sua lotta contro il popolo, non si è arrestato davanti a un’altra delle sue basi, davanti alla legge elettorale. Contro l’Assemblea egli farebbe appello, secondo ogni probabilità, persino al suffragio universale [11]. In una parola, la soluzione costituzionale pone in questione l’intero status quo politico, e dietro al pericolo per lo status quo il cittadino vede il caos, l’anarchia, la guerra civile. Egli vede le sue compravendite, le sue cambiali, i suoi matrimoni, le sue convenzioni notarili, le sue ipoteche, le sue rendite fondiarie, le pigioni, i profitti, tutti i suoi contratti e le sue fonti di guadagno posti in questione nella prima domenica del maggio 1852, e non può esporsi a un rischio simile. Dietro il pericolo per lo status quo, si nasconde il pericolo del crollo di tutta la società borghese. L’unica soluzione possibile nel senso della borghesia è l’aggiornamento della soluzione. Essa può salvare la repubblica costituzionale solo con una violazione della Costituzione, col prolungamento del potere del presidente. E questa è altresì l’ultima parola della stampa dell’ordine, dopo le lunghe e profonde discussioni sulle “soluzioni”, a cui essa si è abbandonata dopo la sessione dei consigli generali. Lo strapotente partito dell’ordine si trovava così, per la sua vergogna, costretto a pigliare sul serio la ridicola, volgare e a lui odiosa persona dello pseudo-Bonaparte.

Questa sudicia figura s’illudeva egualmente circa le cause che sempre le davano il carattere di uomo necessario. Mentre il suo partito aveva sufficiente intelligenza per ascrivere la crescente importanza di Bonaparte alle circostanze, questi credeva di dover unicamente essere riconoscente alla virtú magica del suo nome e alla sua perpetua caricatura di Napoleone. Egli diventò più intraprendente di giorno in giorno Ai pellegrinaggi a St. Leonards e a Wiesbaden contrappose i suoi viaggi circolari attraverso la Francia. Così poca era la fiducia dei bonapartisti nell’effetto magico della sua persona, che lo facevano accompagnare dappertutto da membri di quell’organizzazione del sottoproletariato parigino che è la Società del 10 dicembre spedendoli in massa per i treni e le vetture postali, in qualità di claqueurs. Essi ponevano in bocca alla loro marionetta dei discorsi che, a seconda del ricevimento nelle diverse città, proclamavano la rassegnazione repubblicana o la tenacia perseverante come parola d’ordine elettorale della politica presidenziale. Nonostante tutte le manovre, questi viaggi erano molto lontani dall’essere marce trionfali.

Quando Bonaparte poté credere di aver entusiasmato il popolo in questo modo, si mise in moto per guadagnarsi l’esercito. Fece tenere grandi riviste nella pianura di Satory presso Versailles, nelle quali cercò di cattivarsi i soldati con salsicce all’aglio, sciampagna e sigari. Come il vero Napoleone, in mezzo agli strapazzi delle sue marce di conquista, sapeva animare i propri soldati spossati con qualche istante di familiarità patriarcale, cosi lo pseudo-Napoleone credeva che le truppe gli fossero riconoscenti quando gridavano: – Viva Napoleone, viva la salsiccia! – ch’è quanto dire: Viva la salsiccia, viva il pagliaccio! [12].

Queste riviste fecero scoppiare il dissenso che da lungo tempo covava tra Bonaparte e il suo ministro della guerra d’Hautpoul da un lato e Changarnier dall’altro. In Changarnier il partito dell’ordine aveva trovato il suo vero uomo neutrale, il quale non poteva avere nessuna pretesa dinastica per conto proprio. Esso lo aveva designato a successore di Bonaparte. Changarnier, inoltre, grazie al suo contegno del 29 gennaio e del 13 giugno 1849, era diventato il grande generale del partito dell’ordine, l’Alessandro moderno, il cui intervento brutale aveva, agli occhi del cittadino pauroso, reciso il nodo gordiano della rivoluzione. In fondo altrettanto ridicolo quanto Bonaparte, egli era così diventato una potenza, molto a buon mercato, ed era stato contrapposto dall’Assemblea nazionale al presidente perché lo sorvegliasse. Egli stesso poi civettava, per esempio nella questione della dotazione, con la protezione che accordava a Bonaparte, e si comportava in modo sempre più altezzoso verso lui e verso i ministri. Allorché, in occasione della legge elettorale, si era in attesa di un’insurrezione, egli aveva vietato ai suoi ufficiali di accettare qualsiasi ordine dal ministro della guerra o dal presidente. La stampa contribuì a sua volta a ingrandire la figura di Changarnier. Nella completa assenza di grandi personalità, il partito dell’ordine si vide naturalmente spinto ad attribuire la forza, mancante a tutta la propria classe, a un solo individuo, e quindi a gonfiare questo individuo in modo prodigioso. Così sorse il mito di Changarnier, del “bastione della società“. La ciarlataneria presuntuosa, il misterioso fare d’importanza, con cui Changarnier si abbassava a portare sulle proprie spalle il mondo, formano il contrasto più degno di riso cogli avvenimenti che si svolsero durante e dopo la rivista di Satory, i quali dimostrarono inconfutabilmente che bastava un semplice tratto di penna di Bonaparte, dell’infinitamente piccolo, per ricondurre questo fantastico rampollo della paura borghese, il colosso Changarnier, alle dimensioni della mediocrità, e per trasformare l’eroe salvatore della società, in un generale in pensione.

Bonaparte si era già da tempo vendicato di Changarnier provocando il ministro della guerra a conflitti disciplinari coll’incomodo protettore. L’ultima rivista a Satory fece finalmente scoppiare il vecchio rancore. L’indignazione costituzionale di Changarnier non conobbe più limiti, quando vide sfilare davanti a sé i reggimenti di cavalleria al grido anticostituzionale di Viva l’imperatore! Bonaparte, per prevenire ogni discussione spiacevole a proposito di questo grido nell’imminente sessione della Camera, allontanò il ministro della guerra d’Hautpoul, nominandolo governatore di Algeri. Al suo posto mise un vecchio generale fidato, del tempo dell’impero, che in fatto di brutalità poteva perfettamente competere con Changarnier. Ma affinché il congedo di d’Hautpoul non apparisse come una concessione a Changarnier, trasferì contemporaneamente il braccio destro del grande salvatore della società, il generale Neumayer, da Parigi a Nantes. Era stato Neumayer che nell’ultima rivista aveva fatto sfilare tutta la fanteria davanti al successore di Napoleone in un silenzio glaciale. Changarnier, colpito egli stesso in Neumayer, protestò e minacciò. Invano. Dopo due giorni di trattative, comparve nel “Moniteur” il decreto di trasferimento di Neumayer, e all’eroe dell’ordine altro non rimase che sottomettersi alla disciplina o dimettersi.

La lotta di Bonaparte con Changarnier è la continuazione della sua lotta col partito dell’ordine. La riapertura dell’Assemblea nazionale l’11 novembre avviene perciò sotto minacciosi auspici. Sarà una tempesta in un bicchier d’acqua. In sostanza, il vecchio giuoco deve continuare. La maggioranza del partito dell’ordine si vedrà intanto costretta, malgrado le grida dei campioni dei princìpi delle sue diverse frazioni, a prolungare il potere del presidente. Nonostante tutte le proteste pregiudiziali, Bonaparte, a sua volta, già stremato dalla mancanza di denaro, accoglierà questo prolungamento del potere come semplice delegazione dalle mani dell’Assemblea nazionale. Cosí la soluzione viene rinviata, lo status quo viene mantenuto; ogni frazione del partito dell’ordine si trova compromessa, indebolita, resa impossibile dall’altra; la repressione contro il nemico comune, contro la massa della nazione, viene allargata e spinta agli estremi, sino a che le condizioni economiche stesse abbiano un’altra volta raggiunto il punto di sviluppo in cui un nuovo scoppio mandi all’aria tutti quanti questi partiti in eterno conflitto, insieme con la loro repubblica costituzionale.

Per tranquillizzare il cittadino si deve dire, del resto, che lo scandalo fra Bonaparte e il partito dell’ordine ha per risultato di rovinare alla Borsa una moltitudine di piccoli capitalisti e di far scivolare le loro sostanze nelle tasche dei grandi lupi di Borsa.

Note

1. Marx-Engels, Rassegna maggio-ottobre (in Marx-Engels, Opere, v. X, Roma, Editori Riuniti, 1976, pp. 501-546).

2. L’intero paragrafo costituisce un’avvertenza scritta da Engels per l’edizione del 1895.

3. L’estrazione dell’oro dalle miniere della California, iniziata in modo massiccio dal 1848 (a cui si aggiunse più tardi l’oro delle nuove miniere australiane), accrebbe notevolmente il metallo prezioso presente in Europa e specialmente nella Francia. Ciò portò a un deprezzamento dell’oro nei confronti delle monete d’argento e rese possibile una forte speculazione su questi mutamenti di valore.

4. Il Journal des débats politiques et littéraires era un quotidiano francese fondato nel 1789 a Parigi, giornale governativo durante la monarchia di luglio, come organo della borghesia orleanista; durante la rivoluzione del 1848 rappresentò le idee della borghesia controrivoluzionaria, il cosiddetto partito dell’ordine.

5. L’Assemblée nationale: giornale prima repubblicano, poi legittimista, uscito a Parigi dal 1848 al 1857.

6. Le Constitutionnel: quotidiano fondato nel 1815; dal 1844 al 1848 ne fu redattore capo il Thiers; antirepubblicano dopo la rivoluzione di febbraio sostenne successivamente Luigi Napoleone.

7. Testimonianze di povertà.

8. L’abate costituzionalista Adrien Lamourette, membro, durante la Rivoluzione francese, dell’Assemblea legislativa e ghigliottinato nel 1794, aveva proposto, il 7 luglio 1792, un “bacio fraterno” come atto di pacificazione fra i partiti ostili. I capi di questi corsero allora ad abbracciarsi, ma il giorno successivo i loro contrasti ripresero con pari violenza.

9. Le Pouvoir (Il potere), foglio bonapartista, pubblicato con il titolo Le Dix décembre, journal dè l’ordre dall’aprile 1849 al giugno 1850 a Parigi e poi, dal giugno 1850 al gennaio 1851, con il titolo Le Pouvoir, journal du dix décembre, sotto la direzione di Granier de Cassagnac.

10. Cioè nelle terre degli infedeli, all’estero.

11. Nel novembre del 1850, in cui fu scritto il quarto articolo, queste parole di Marx non sono che previsioni. Esse si realizzeranno in gran parte nel corso del 1851, quando Luigi Napoleone, preparando il colpo di Stato del 2 dicembre, farà infatti appello, contro il partito dell’ordine, al suffragio universale che questo aveva eliminato con la legge del 31 maggio.

12. Gioco di parole intraducibile. Infatti salsiccia in tedesco si dice Wurst e pagliaccio si dice Hanswurst.

Friedrich Engels

Introduzione a

“Le lotte di classe in Francia” (edizione 1895)

Il lavoro che qui viene ristampato fu il primo tentativo di Marx di spiegare mediante la sua concezione materialistica un frammento di storia contemporanea partendo dalla situazione economica corrispondente. Nel “Manifesto comunista” la teoria era stata applicata a grandi linee a tutta la storia moderna negli articoli di Marx e miei nella “Neue Rheinische Zeitung” essa era stata continuamente impiegata per interpretare gli avvenimenti politici correnti. Qui invece si trattava di dimostrare, nel corso di uno sviluppo di parecchi anni, altrettanto critico quanto caratteristico per tutta l’Europa, l’intimo nesso causale, e quindi, secondo il concetto dell’autore, di ricondurre gli avvenimenti politici all’azione di cause in ultima istanza economiche.

Nel giudicare avvenimenti e serie di avvenimenti della storia contemporanea non si sarà mai in condizione di risalire sino alle cause economiche ultime. Persino oggi che la stampa tecnica specializzata fornisce un materiale così ricco, non è possibile nemmeno in Inghilterra seguire giorno per giorno il corso dell’industria e del commercio sul mercato mondiale e i mutamenti che sopravvengono nei metodi di produzione, in modo da poter in qualsiasi momento fare il bilancio generale di questi fattori multiformi, complessi e in continua mutazione, fattori di cui i più importanti, inoltre, agiscono a lungo e in modo latente prima di erompere improvvisamente e violentemente alla superficie. Una netta visione della storia economica di un periodo determinato non può mai formarsi contemporaneamente, ma soltanto successivamente, dopo che sia stato raccolto e studiato il materiale. La statistica è qui un ausiliare necessario, ed arriva sempre in ritardo. Per la storia contemporanea corrente si è quindi costretti anche troppo spesso a considerare questo fattore, che è il più decisivo, come costante, ad assumere come data e immutabile per l’intero periodo la situazione che si riscontra all’inizio del periodo considerato, o a prendere in considerazione soltanto quei mutamenti di questa situazione che sgorgano da avvenimenti che sono manifesti e che perciò si presentano essi pure in modo aperto. Il metodo materialistico dovrà perciò limitarsi anche troppo spesso a ricondurre i conflitti politici a lotte di interesse delle classi sociali e delle frazioni di classe preesistenti, determinate dalla evoluzione economica, e a ravvisare nei singoli partiti politici l’espressione politica più o meno adeguata di queste stesse classi o frazioni di classe.

È evidente che tale inevitabile negligenza di quei mutamenti della situazione economica, – base vera di tutti gli avvenimenti che si devono indagare – che si producono durante gli avvenimenti stessi, non può essere che una fonte di errori. Ma tutte le condizioni di una esposizione sintetica della storia contemporanea racchiudono in sé inevitabilmente fonti di errori, il che però non impedisce a nessuno di scrivere la storia contemporanea.

Quando Marx si accinse a questo lavoro la accennata fonte di errori era ancora più inevitabile. Durante il periodo rivoluzionario del 1848-49 era semplicemente impossibile seguire le fluttuazioni economiche che si compivano in quello stesso momento, o anche solo abbracciarle con uno sguardo generale. Lo stesso dicasi dei primi mesi dell’esilio di Londra, nell’autunno e nell’inverno 1849-50. Ebbene, fu appunto quello il momento in cui Marx incominciò il suo lavoro. E nonostante queste circostanze sfavorevoli, l’esatta conoscenza tanto della situazione economica della Francia prima della rivoluzione di febbraio, quanto della storia politica di questo paese dopo questa rivoluzione, gli permise di dare una esposizione degli avvenimenti che rivela la loro intima connessione con una perfezione che non fu più raggiunta in seguito, e che resistette brillantemente alla duplice prova cui la sottopose in seguito lo stesso Marx.

La prima prova la si ebbe quando Marx, a partire dalla primavera del 1850, ebbe nuovamente agio di dedicarsi agli studi economici, e si accinse innanzi tutto allo studio della storia economica degli ultimi dieci anni. In questo modo gli risultò completamente chiaro dai fatti stessi ciò che sino allora egli aveva ricavato in modo quasi aprioristico da materiali insufficienti: che la crisi commerciale mondiale del 1847 era stata la vera madre delle rivoluzioni di febbraio e di marzo, e che la prosperità industriale ristabilitasi a poco a poco dalla metà del 1848 e giunta al suo apogeo nel 1849 e nel 1850, fu la forza che dette vita e nuovo vigore alla reazione europea. Ciò fu decisivo. Mentre nei primi tre articoli (apparsi nei fascicoli di gennaio, febbraio e marzo della “Neue Rheinische Zeitung” Amburgo 1850) traspare ancora l’attesa di una prossima ripresa di energia rivoluzionaria, la rassegna storica, fatta da Marx e da me nell’ultimo fascicolo doppio, apparso nell’autunno del 1850 (maggio-ottobre), rompe una volta per sempre con questa illusione: “Una nuova rivoluzione non è possibile se non in seguito a una nuova crisi. L’una è però altrettanto sicura quanto l’altra”. Ma questo era altresì l’unico mutamento sostanziale che vi era da introdurre. Quanto alla interpretazione degli avvenimenti data nei capitoli precedenti e al nesso causale che in essi veniva stabilito, non vi era assolutamente nulla da cambiare, come lo prova il seguito della narrazione, dato nella stessa rassegna, e che va dal 10 marzo sino all’autunno 1850. Perciò ho inserito questo seguito nell’attuale ristampa, come quarto articolo.

La seconda prova fu ancora più dura. Immediatamente dopo il colpo di Stato di Luigi Napoleone del 2 dicembre 1851 Marx prese nuovamente in esame la storia della Francia dal febbraio 1848 sino a questo avvenimento, il quale poneva temporaneamente un termine al periodo rivoluzionario (“Il 18 brumaio di Luigi Bonaparte” terza edizione, Amburgo, Meissner, 1885). In questo opuscolo viene nuovamente trattato, sebbene più succintamente, il periodo esposto nel nostro scritto. Si confronti con la presente questa seconda esposizione, scritta alla luce di un avvenimento decisivo avvenuto un anno più tardi, e si vedrà che l’autore ebbe ben poco da cambiare.

Ciò che conferisce inoltre un’importanza del tutto speciale al nostro scritto è che esso enuncia per la prima volta la formula in cui l’unanimità dei partiti operai di tutto il mondo riassume brevemente la sua rivendicazione della trasformazione economica: l’appropriazione dei mezzi di produzione da parte della società. Nel secondo capitolo, a proposito del “diritto al lavoro” che viene designato come “prima formulazione goffa in cui si riassumono le rivendicazioni rivoluzionarie del proletariato”, si dice: “Ma dietro il diritto al lavoro sta il potere sul capitale, dietro il potere sul capitale sta l’appropriazione dei mezzi di produzione, il loro assoggettamento alla classe operaia associata, e quindi l’abolizione del lavoro salariato, del capitale e dei loro rapporti reciproci” [1]. qui è dunque – per la prima volta – formulata la proposizione secondo la quale il socialismo operaio moderno si distingue nettamente tanto da tutte le diverse sfumature di socialismo feudale, borghese, piccolo-borghese, ecc., quanto dalla confusa comunità dei beni del comunismo utopistico e del comunismo operaio primitivo. Quando Marx, in seguito, estese questa formula all’appropriazione anche dei mezzi di scambio, questa estensione, che del resto sulla base del “Manifesto comunista” si comprende da sé, non esprimeva che un corollario della proposizione principale. Recentemente in Inghilterra alcuni sapientoni hanno ancora aggiunto che anche i “mezzi della distribuzione” debbono essere passati alla società. Sarebbe difficile a questi signori dire quali siano questi mezzi economici di distribuzione, diversi dai mezzi di produzione e di scambio, a meno che non si parli di mezzi di distribuzione politici, imposte, assistenza ai poveri, compresi il Sachsenwald [2] e altre dotazioni. Ma in primo luogo questi sono già ora mezzi di distribuzione in possesso della comunità, dello Stato o del comune, e in secondo luogo noi li vogliamo appunto abolire.

Quando scoppiò la rivoluzione di febbraio ci trovavamo ancora tutti, per quanto riguarda le nostre concezioni circa le condizioni e lo sviluppo dei movimenti rivoluzionari, sotto l’influenza della precedente esperienza storica, specialmente della Francia. Era proprio quest’ultima, infatti, che aveva dominato tutta la storia europea a partire dal 1789, e da cui anche ora era stato nuovamente dato il segnale del rivolgimento generale. Era quindi naturale e inevitabile che le nostre concezioni della natura e dello sviluppo della rivoluzione “sociale” proclamata a Parigi nel febbraio 1848, della rivoluzione del proletariato, fossero fortemente colorite dai ricordi dei modelli del 1789-1830 [3]. E specialmente quando il sollevamento di Parigi trovò la sua eco nelle insurrezioni vittoriose di Vienna, Milano, Berlino, quando tutta l’Europa sino alla frontiera russa venne trascinata nel movimento; quando poi in giugno a Parigi venne combattuta la prima grande battaglia per il potere tra il proletariato e la borghesia; quando la vittoria stessa della propria classe scosse a tal punto la borghesia di tutti i paesi che essa si rifugiò di nuovo nelle braccia della reazione feudale monarchica poco prima rovesciata, date le condizioni di allora non poteva più esistere per noi nessun dubbio che era scoppiata la grande lotta decisiva e che questa lotta doveva venir combattuta in un solo periodo rivoluzionario di lunga durata e pieno di alternative, il quale però poteva chiudersi soltanto con la vittoria definitiva del proletariato.

Dopo la sconfitta del 1849 non condividemmo in nessun modo le illusioni della democrazia volgare raccolta attorno ai governi provvisori futuri in partibus [4]. Questa contava su una vittoria rapida, decisiva una volta per tutte, del “popolo” sugli “oppressori”; noi su una lotta lunga, dopo l’eliminazione degli “oppressori”, tra gli elementi contraddittori che si celavano precisamente in questo “popolo”. La democrazia volgare aspettava la nuova esplosione dall’oggi al domani; noi dichiaravamo già nell’autunno 1850 che almeno il primo capitolo del periodo rivoluzionario era chiuso e che non vi era da aspettarsi nulla sino allo scoppio di una nuova crisi economica mondiale. Per questo fummo messi al bando come traditori della rivoluzione da quegli stessi che in seguito fecero tutti, quasi senza eccezione, la pace con Bismarck, nella misura in cui Bismarck trovò che ne valeva la pena.

Ma la storia ha dato torto anche a noi; ha rivelato che la nostra concezione d’allora era una illusione. La storia è andata anche più lontano; essa non ha soltanto demolito il nostro errore di quel tempo; essa ha pure sconvolto le condizioni in cui il proletariato ha da lottare. Il modo di combattere del 1848 è oggi sotto tutti gli aspetti antiquato, e questo è un punto che in questa occasione merita di essere esaminato più da vicino.

Tutte le passate rivoluzioni hanno condotto alla sostituzione del dominio di una classe con quello di un’altra; ma sinora tutte le classi dominanti erano soltanto piccole minoranze rispetto alla massa del popolo dominata. Così una minoranza dominante veniva rovesciata, un’altra minoranza prendeva il suo posto al timone dello Stato, e rimodellava le istituzioni politiche secondo i propri interessi. E ogni volta si trattava di quel gruppo di minoranza che le condizioni dello sviluppo economico rendevano atto e chiamavano al potere, e appunto per questo e soltanto per questo avveniva che la maggioranza dominata partecipava al rivolgimento schierandosi a favore di quella minoranza, oppure si adattava tranquillamente al rivolgimento stesso. Ma se prescindiamo dal contenuto concreto di ogni caso, la forma comune di tutte quelle rivoluzioni consisteva nel fatto che esse erano tutte rivoluzioni di minoranze. Anche quando la maggioranza prendeva in esse una parte attiva, lo faceva soltanto, coscientemente o no, al servizio di una minoranza; questo fatto però, o anche solo il fatto dell’atteggiamento passivo e della mancanza di resistenza della maggioranza, dava alla minoranza l’apparenza di essere rappresentante di tutto il popolo.

Dopo il primo grande successo la minoranza vittoriosa in generale si scindeva: una metà era soddisfatta dei risultati raggiunti, l’altra voleva andare più avanti e presentava nuove rivendicazioni, che corrispondevano almeno in parte all’interesse reale o apparente della grande massa popolare. Queste rivendicazioni più radicali vennero in certi casi anche realizzate, ma spesso solo per un momento, ché il partito più moderato prendeva di nuovo il sopravvento e le ultime conquiste andavano in tutto o in parte perdute di nuovo. Gli sconfitti gridavano allora al tradimento, o attribuivano la sconfitta al caso. In realtà però le cose stavano per lo più a questo modo: le conquiste della prima vittoria non erano state assicurate che dalla seconda vittoria del partito più radicale; raggiunto questo punto, e quindi anche ciò che era momentaneamente necessario, i radicali e i loro successi sparivano nuovamente dalla scena.

Tutte le rivoluzioni dell’età moderna, incominciando dalla grande rivoluzione inglese del secolo XVII, hanno presentato questi lineamenti, che sembravano inseparabili da ogni lotta rivoluzionaria. E sembrava che essi fossero da applicarsi anche alle lotte del proletariato per la sua emancipazione; tanto più applicabili in quanto proprio nel 1848 si potevano contare sulle dita coloro che comprendessero anche solo in una certa misura in quale direzione si dovesse cercare questa emancipazione. Persino a Parigi, anche dopo la vittoria, le stesse masse proletarie non avevano nessuna idea chiara circa la via da battere. Eppure il movimento esisteva, istintivo, spontaneo, insopprimibile. Non era proprio quella la situazione in cui doveva vincere la rivoluzione, diretta bensì da una minoranza, ma questa volta non nell’interesse della minoranza, bensì nel più genuino interesse della maggioranza? Se in tutti i periodi rivoluzionari un po’ lunghi si erano potute guadagnare così facilmente le grandi masse popolari anche solo mediante plausibili miraggi presentati loro dalle minoranze che le spingevano avanti, come avrebbero potuto essere meno accessibili a idee che erano il riflesso più esatto della loro situazione economica, che non erano altro che l’espressione chiara, razionale, dei loro bisogni, da loro stesse ancora incompresi, sentiti soltanto in modo ancora confuso? E vero che questo stato d’animo rivoluzionarlo delle masse aveva lasciato il posto quasi sempre, e per lo più molto presto, a uno spossamento, e si era persino trasformato nel suo contrario, non appena, svanita l’illusione, era subentrato il disinganno. Ma questa volta non si trattava di miraggi, bensì della soddisfazione degli interessi genuini della grande maggioranza stessa, interessi che non erano certamente chiari a questa grande maggioranza, ma che presto, nel corso della realizzazione pratica, avrebbero dovuto apparirle abbastanza chiari, con convincente evidenza. E se nella primavera del 1850, come è dimostrato nel terzo articolo di Marx, lo sviluppo della repubblica borghese sorta dalla rivoluzione “sociale” del 1848, aveva concentrato il vero potere nelle mani della grande borghesia – monarchica per giunta – e per contro aveva raggruppato tutte le altre classi sociali, i contadini come i piccoli borghesi, attorno al proletariato, in modo che durante e dopo la vittoria comune non esse, ma il proletariato agguerrito dall’esperienza doveva diventare il fattore decisivo, non esistevano forse in questa situazione tutte le prospettive di trasformare la rivoluzione della minoranza in rivoluzione della maggioranza?

La storia ha dato torto a noi e a quelli che pensavano in modo analogo. Essa ha mostrato chiaramente che lo stato dell’evoluzione economica sul continente era allora ancor lungi dall’esser maturo per l’eliminazione della produzione capitalistica; essa lo ha provato con la rivoluzione economica che dopo il 1848 ha guadagnato tutto il continente e ha veramente installato la grande industria in Francia, in Austria, in Ungheria, in Polonia e da ultimo anche in Russia; che ha veramente fatto della Germania un paese industriale di prim’ordine – tutto ciò su una base capitalistica, capace quindi ancora nel 1848 di ben grande espansione. Ma è stata precisamente questa rivoluzione industriale che ha fatto dappertutto luce sul rapporti di classe, che ha eliminato una massa di forme di transizione provenienti dal periodo della manifattura e, nell’Europa orientale, persino dall’artigianato corporativo, che ha creato una vera borghesia e un vero proletariato della grande industria e li ha spinti sulla scena dell’evoluzione sociale. Ma in conseguenza di ciò la lotta tra queste due grandi classi, che nel 1848, fuori dell’Inghilterra, esisteva soltanto a Parigi e tutt’al più in alcuni grandi centri industriali, si è estesa per la prima volta a tutta l’Europa e ha raggiunto un’intensità che nel 1848 non si poteva ancora concepire. Allora, i numerosi e oscuri evangeli delle sette con le loro panacee; oggi l’unica teoria di Marx universalmente riconosciuta, d’una chiarezza trasparente, e che formula con precisione gli obiettivi finali della lotta. Allora, le masse divise e distinte per località e nazionalità, legate soltanto dal sentimento delle sofferenze comuni, poco sviluppate, gettate confusamente dall’entusiasmo alla disperazione; oggi, un solo grande esercito internazionale di socialisti, che avanza senza soste, e di cui si accrescono ogni giorno il numero, l’organizzazione, la disciplina, la comprensione, la certezza della vittoria. E se anche questo potente esercito del proletariato non ha ancora raggiunto la meta, anche se esso, lungi dal conseguire la vittoria con una sola grande battaglia, deve progredire, lentamente, di posizione in posizione, con una lotta dura e tenace, ciò dimostra una volta per sempre come fosse impossibile conquistare la trasformazione sociale del 1848 con un semplice colpo di sorpresa.

Una borghesia divisa in due frazioni monarchiche dinastiche che prima di tutto però desiderava la calma e la sicurezza per i suoi affari pecuniari; di fronte ad essa un proletariato vinto [5], si, ma ancor sempre minaccioso, attorno al quale si raccoglievano sempre più la piccola borghesia e i contadini; la minaccia continua di un’esplosione violenta, che malgrado tutto non offriva nessuna prospettiva di soluzione definitiva, tale era la situazione, che si sarebbe detta fatta apposta per il colpo di Stato del terzo pretendente, del pretendente pseudodemocratico Luigi Bonaparte. Con l’aiuto dell’esercito, questi pose fine il 2 dicembre 1851 alla situazione tesa e assicurò all’Europa la pace interna, per gratificarla, in cambio, di una nuova era di guerre [6]. Il periodo delle rivoluzioni dal basso era, intanto, chiuso; seguì un periodo di rivoluzioni dall’alto.

Il ritorno all’impero del 1851 fornì una nuova prova dell’immaturità delle aspirazioni proletarie di quel tempo. Ma quel ritorno stesso doveva creare le condizioni nelle quali queste aspirazioni dovevano maturare. La tranquillità all’interno assicurò un pieno sviluppo al nuovo slancio dell’industria; la necessità di dare un’occupazione all’esercito e di distrarre con questioni di politica estera le correnti rivoluzionarie, generò le guerre in cui Bonaparte, col pretesto di far valere il “principio di nazionalità”, cercò di arraffare delle annessioni per la Francia. Il suo imitatore, Bismarck, seguì la stessa politica per la Prussia; fece nel 1866 il suo colpo di Stato, la sua rivoluzione dall’alto contro la Confederazione tedesca e l’Austria, non meno che contro la Konfliktskammer prussiana [7]. Ma l’Europa era troppo piccola per due Bonaparte; e così l’ironia della storia volle che Bismarck abbattesse Bonaparte, e che il re Guglielmo di Prussia non instaurasse soltanto l’impero piccolo-tedesco, ma anche la repubblica francese [8]. Il risultato generale fu però che in Europa la indipendenza e l’unità interna delle grandi nazioni, con la sola eccezione della Polonia, erano diventate realtà. Certo, entro confini relativamente modesti, ma in modo abbastanza ampio perché il processo di sviluppo della classe operaia non trovasse più un ostacolo essenziale nelle complicazioni nazionali. I becchini della rivoluzione del 1848 erano diventati i suoi esecutori testamentari. E accanto ad essi già si levava minaccioso l’erede del 1848, il proletariato, nell’Internazionale.

Dopo la guerra del 1870-71 Bonaparte scompare dalla scena e la missione di Bismarck è compiuta, cosicché questi può ridiscendere al livello di un grande proprietario fondiario qualunque. Il periodo viene chiuso, però, dalla Comune di Parigi. Un tentativo sornione di Thiers di rubare alla Guardia nazionale di Parigi i suoi cannoni provocò un’insurrezione vittoriosa. Apparve ancora una volta che a Parigi non è più possibile nessun’altra rivoluzione, che non sia una rivoluzione proletaria. Dopo la vittoria il potere cadde nelle mani della classe operaia da sé, senza la minima opposizione. E ancora una volta apparve quanto questo potere della classe operaia fosse impossibile anche allora, venti anni dopo il periodo illustrato nel nostro libro. Da una parte la Francia lasciò in asso Parigi, stette a guardare mentre questa si dissanguava sotto le palle di MacMahon; d’altra parte la Comune si consumò nella infeconda controversia dei due partiti che la dividevano, dei blanquisti (maggioranza) e dei proudhoniani (minoranza) ignari ambedue del da farsi. La vittoria gratuita del 1871 fu altrettanto infruttuosa quanto il colpo di sorpresa del 1848.

Con la Comune di Parigi si credette di aver definitivamente sepolto il proletariato combattente. Ma, tutt’al contrario, dalla Comune e dalla guerra franco-tedesca data la sua ascesa più poderosa. Il rivolgimento completo di tutta l’arte della guerra, causato dall’arruolamento di tutta la popolazione capace di portare le armi in eserciti che non si contano ormai più che per milioni, e da armi da fuoco, proiettili ed esplosivi di efficacia sinora sconosciuta, da un lato pose fine bruscamente al periodo delle guerre bonapartistiche e assicurò lo sviluppo pacifico dell’industria, rendendo impossibile ogni altra guerra che non sia una guerra mondiale di un orrore inaudito e di conseguenze assolutamente incalcolabili. D’altro lato questo rivolgimento dell’arte della guerra, grazie alle spese militari crescenti in progressione geometrica, spinse le imposte a un’altezza vertiginosa, e quindi gettò le classi popolari più povere nelle braccia del socialismo. L’annessione dell’Alsazia-Lorena, causa immediata della folle corsa agli armamenti, ben poté istigare sciovinisticamente l’una contro l’altra la borghesia francese e la borghesia tedesca; per gli operai dei due paesi essa divenne un nuovo mezzo di unione [9]. E l’anniversario della Comune di Parigi divenne il primo giorno di festa generale di tutto il proletariato.

Come Marx aveva predetto, la guerra del 1870-71 e la sconfitta della Comune avevano contemporaneamente spostato il centro di gravità del movimento operaio dalla Francia alla Germania. In Francia occorsero naturalmente degli anni per rifarsi del salasso del maggio 1871. In Germania, invece, dove l’industria, favorita dalla manna dei miliardi francesi [10], si sviluppava sempre più rapidamente, come in una serra calda, ancora più rapidamente e intensamente si sviluppava la socialdemocrazia. Grazie all’intelligenza con la quale gli operai tedeschi seppero far uso del suffragio universale introdotto nel 1866 lo sviluppo sorprendente del partito si manifestò apertamente al mondo intero in cifre inoppugnabili. 1871: 102.000; 1874: 352.000; 1877: 493.000 voti socialdemocratici. In seguito venne il riconoscimento di questi progressi da parte delle autorità superiori, sotto la forma della legge contro i socialisti [11]; il partito fu momentaneamente disperso, il numero dei voti cadde nel 1881 a 312.000. Ma ciò venne rapidamente superato, e ora, sotto la pressione della legge d’eccezione, senza stampa, senza organizzazione esteriore, senza diritto di associazione e di riunione, ora è incominciata per davvero la rapida estensione del movimento: 1884: 550.000; 1887: 763.000; 1890: 1.427.000 voti. Allora la mano dello Stato è stata paralizzata. La legge contro i socialisti è svanita; il numero dei voti socialisti è salito a 1.787.000, più di un quarto dei voti complessivi. Il governo e le classi dominanti avevano esaurito tutti i loro mezzi, senza utilità, senza scopo, senza successo. Le prove palpabili della loro impotenza, che le autorità, dal guardiano notturno sino al cancelliere del Reich, avevano dovuto subire – e ciò da parte dei disprezzati operai – queste prove si contavano a milioni. Lo Stato era giunto alla fine del suo latino; gli operai non erano che al principio del loro.

Ma gli operai tedeschi avevano reso alla loro causa anche un altro grande servizio, oltre al primo, che consisteva nella semplice loro esistenza come il partito socialista più forte, più disciplinato, più rapido nel suo sviluppo. Mostrando ai loro compagni di tutti i paesi come ci si serve del suffragio universale, essi avevano dato loro una delle armi più efficaci.

Il suffragio universale esisteva in Francia già da molto tempo, ma era caduto in discredito per l’abuso fattone dal governo bonapartista. Dopo la Comune non era più esistito un partito operaio che potesse utilizzarlo. Anche in Spagna esso esisteva dal tempo della repubblica [12], ma in Spagna l’astensione elettorale era sempre stata la regola di tutti i partiti seri di opposizione. Anche le esperienze svizzere di suffragio universale erano tutto fuorché un incoraggiamento per un partito operaio. Gli operai rivoluzionari dei paesi latini si erano abituati a considerare il diritto di voto come una trappola, come uno strumento di mistificazione governativa. In Germania fu tutt’altro. Già il “Manifesto comunista” aveva proclamato la conquista del suffragio universale, della democrazia, come uno dei primi e più importanti compiti del proletariato militante, e Lassalle aveva ripreso questo punto. Quando poi Bismarck si vide costretto a introdurre questo diritto di voto come unico mezzo per interessare le masse popolari ai suoi piani, i nostri operai immediatamente presero la cosa sul serio e inviarono August Bebel nel primo Reichstag costituente. E da quel giorno essi hanno utilizzato il diritto di voto in un modo che ha recato loro vantaggi infiniti e che è servito di esempio agli operai di tutti i paesi. Secondo le parole del programma marxista francese, il diritto di voto è stato da essi transformé, de moyen de duperie qu’il a été jusqu’ici, en instrument d’émancipation, trasformato da strumento d’inganno, quale è stato sino ad ora, in strumento di emancipazione [13]. E quando anche il suffragio universale non avesse dato altro vantaggio che quello di permetterci di contarci ogni tre anni, di avere, grazie alla regolare verifica del rapido e inatteso aumento dei voti, aumentato in egual misura la fede degli operai nella vittoria e la paura dell’avversario, diventando così il nostro miglior mezzo di propaganda; di darci una nozione esatta delle nostre proprie forze e di quelle di tutti i partiti avversari, fornendoci così un criterio superiore a qualsiasi altro per regolare la nostra azione e preservandoci tanto dalla pusillanimità inopportuna, quanto dalla intempestiva temerità; se questo fosse il solo vantaggio che abbiamo ricavato dal diritto di voto, sarebbe già più e più che sufficiente. Ma il suffragio universale ha fatto molto di più. Nell’agitazione elettorale ci ha fornito un mezzo che non ha l’eguale per entrare in contatto con le masse popolari là dove esse sono ancora lontane da noi; per costringere tutti i partiti a difendere dai nostri attacchi davanti a tutto il popolo le loro opinioni e le loro azioni. Inoltre esso ha aperto ai nostri rappresentanti al Reichstag una tribuna, dall’alto della quale essi hanno potuto parlare ai loro avversari nel parlamento e alle masse con tutt’altra autorità e libertà che nella stampa e nelle riunioni. Di quale aiuto è stata per il governo e per la borghesia la loro legge contro i socialisti, se l’agitazione elettorale e i discorsi socialisti nel Reichstag hanno continuamente aperto in essa delle brecce?

Ma con questa efficace utilizzazione del suffragio universale era entrato in azione un nuovo metodo di lotta del proletariato, che andò sviluppandosi rapidamente. Si trovò che le istituzioni dello Stato, in cui si organizza il dominio della borghesia, offrono ancora altri appigli a mezzo dei quali la classe operaia può combattere queste stesse istituzioni statali. Si partecipò alle elezioni delle differenti Diete, dei consigli comunali, dei probiviri; si contese alla borghesia ogni posto alla conquista del quale potesse partecipare una parte sufficiente del proletariato. E così accadde che la borghesia e il governo arrivarono a temere molto più l’azione legale che l’azione illegale del partito operaio, più le vittorie elettorali che quelle della ribellione.

Anche qui infatti le condizioni della lotta avevano subito un mutamento sostanziale. La ribellione di vecchio stile, la lotta di strada con le barricate, che sino al 1848 erano state l’elemento decisivo in ultima istanza, erano considerevolmente invecchiate.

Non facciamoci illusioni: una vera vittoria della insurrezione sull’esercito nella lotta di strada, una vittoria come tra due eserciti, è una delle cose più rare. Gli insorti stessi del resto ben di rado avevano contato su di essa. Si trattava per essi soltanto di paralizzare le truppe con influenze morali, che nella lotta tra gli eserciti di due paesi belligeranti non entrano affatto in gioco o vi entrano in misura molto piccola. Se la cosa riesce, la truppa rifiuta di marciare, oppure il comando perde la testa, e l’insurrezione è vittoriosa. Se la cosa non riesce, anche se l’esercito è inferiore come numero, si impone la superiorità derivante dal migliore armamento e dalla migliore istruzione militare, dalla unità di comando, dall’impiego razionale delle forze combattenti e dalla disciplina. Il massimo che l’insurrezione può dare in un azione veramente tattica, è la costruzione e la difesa razionale di una barricata singola. L’appoggio reciproco, la disposizione e l’impiego delle riserve, in una parola, la cooperazione e il collegamento nell’azione dei distaccamenti singoli, indispensabili anche solo per la difesa di un solo rione della città, nonché di tutta una grande città, per lo più non possono essere ottenuti o possono essere ottenuti soltanto in modo estremamente difettoso. Della concentrazione delle forze combattenti in un punto decisivo non si può dunque nemmeno parlare. Perciò la resistenza passiva è la forma di lotta che prevale: l’attacco si scatena qua e là, ma solo in via d’eccezione, sotto forma di incursioni e attacchi di fianco occasionali; di regola però si riduce all’occupazione delle posizioni abbandonate dalle truppe in ritirata. A questo si aggiunge ancora che l’esercito dispone di artiglieria e di truppe del genio perfettamente equipaggiate e istruite, mezzi di lotta che mancano quasi sempre agli insorti. Nessuna meraviglia dunque che anche le lotte sulle barricate combattute col più grande eroismo – a Parigi nel giugno 1848, a Vienna nell’ottobre 1848, e a Dresda nel maggio 1849 – terminassero con la sconfitta dell’insurrezione, non appena i capi che dirigevano l’attacco, immuni da riguardi politici, agirono con criteri puramente militari e i soldati rimasero loro fedeli.

I numerosi successi degli insorti fino al 1848 furono dovuti a cause molto varie. Nel luglio 1830 e nel febbraio 1848 a Parigi, come nella maggior parte delle battaglie di strada spagnole [14], tra gli insorti e l’esercito vi era una guardia civica, la quale o prendeva direttamente le parti dell’insurrezione, oppure col proprio contegno fiacco e irresoluto faceva esitare anche l’esercito e per di più forniva armi all’insurrezione. Là dove questa guardia civica si schierò sin dall’inizio contro l’insurrezione, come nel giugno 1848 a Parigi, questa venne senz’altro sconfitta. A Berlino la vittoria del popolo fu dovuta nel 1848 in parte al notevole afflusso di nuove forze armate durante la notte e il mattino del 19 marzo, in parte all’esaurimento e al cattivo vettovagliamento delle truppe, in parte infine alla paralisi del comando. Ma in tutti i casi la vittoria fu riportata perché la truppa si rifiutò di obbedire; o perché i capi militari mancarono di decisione o perché ebbero le mani legate.

Persino nell’epoca classica dei combattimenti di strada la barricata aveva dunque un effetto più morale che materiale. Essa era un mezzo per scuotere la resistenza dell’esercito. Se essa resisteva sino a che questo effetto era raggiunto, la vittoria era sicura. Se no, si era battuti.

[È questo l’elemento principale che bisogna tener presente anche quando si esaminano le probabilità di successo di eventuali futuri combattimenti di strada.]

Le probabilità di successo erano del resto abbastanza cattive già nel 1849. La borghesia si era gettata dappertutto dalla parte dei governi; “cultura e proprietà” salutavano e trattavano festosamente l’esercito impiegato contro le insurrezioni. La barricata aveva perduto il suo fascino; il soldato non vedeva più dietro ad essa “il popolo” ma ribelli, mestatori, saccheggiatori, spartitori di bottino, la feccia della società; l’ufficiale aveva col tempo acquistato esperienza delle forme tattiche del combattimento di strada; non marciava più diritto e senza coprirsi contro la trincea improvvisata, ma la aggirava attraversando giardini, cortili e case. E con un po’ di abilità, in nove casi su dieci la cosa riusciva.

Ma da quel tempo si sono verificati moltissimi altri cambiamenti, e tutti a favore dell’esercito. Se le grandi città sono diventate notevolmente più grandi, gli eserciti si sono accresciuti ancora di più. Parigi e Berlino non si sono quadruplicate dal 1848 ad oggi, ma le loro guarnigioni si sono più che quadruplicate. Per mezzo delle loro guarnigioni possono più che raddoppiarsi in ventiquattr’ore, e in quarantott’ore possono diventare eserciti giganteschi. L’armamento di questa massa di soldati enormemente accresciuta è diventato incomparabilmente più efficace. Nel 1848 il fucile non rigato a percussione; oggi il fucile a ripetizione di piccolo calibro, che tira quattro volte più lontano ed è dieci volte più preciso e dieci volte più rapido. Allora le palle massicce e gli obici dell’artiglieria scarsamente efficaci, oggi le granate a percussione, di cui una basta per mandare in aria la miglior barricata. Allora il piccone dei soldati del genio per far breccia nei muri divisori, oggi le cartucce di dinamite.

Dal lato degli insorti, al contrario, tutte le condizioni sono diventate peggiori. Una insurrezione che attiri le simpatie di tutti gli strati popolari è difficile si riproduca; nella lotta di classe non avverrà infatti mai che tutti i ceti medi si raggruppino in modo così esclusivo attorno al proletariato da far quasi scomparire il partito della reazione raccolto attorno alla borghesia. “Il popolo” apparirà quindi sempre diviso, e verrà perciò a mancare una leva potente che fu tanto efficace nel 1848. Se è vero che dalla parte degli insorti vi sarà un maggior numero di uomini che hanno compiuto il servizio militare, tanto più difficile sarà però il loro armamento. I fucili da caccia e di lusso degli armaiuoli – se pure la polizia non li avrà resi precedentemente inservibili asportando un pezzo dell’otturatore – anche in una lotta a piccola distanza non reggono assolutamente in confronto coi fucili a ripetizione dell’esercito. Fino al 1848 ci si poteva fabbricar da sé con polvere e piombo le necessarie munizioni; oggi la cartuccia è diversa per ogni fucile, e tutte si assomigliano soltanto per il fatto di essere un complicato prodotto della grande industria, e quindi impossibile a improvvisarsi, di modo che la maggior parte delle armi sono inservibili se non si posseggono le munizioni adatte ad esse. E infine, i nuovi quartieri delle grandi città, costruiti dopo il 1848, a vie lunghe, diritte e larghe, sembrano fatti apposta per l’azione dei nuovi cannoni e dei nuovi fucili. Sarebbe pazzo il rivoluzionario che scegliesse di sua volontà i nuovi distretti operai del nord e dell’est di Berlino per una lotta di barricate.

[Vuol dire ciò che nell’avvenire la lotta di strada non avrà più nessuna funzione? Assolutamente no. Vuol dire soltanto che dal 1848 le condizioni sono diventate molto più sfavorevoli ai combattenti civili, e molto più favorevoli all’esercito. Una futura lotta di strada potrà dunque essere vittoriosa soltanto se questa situazione sfavorevole verrà compensata da altri fattori. Essa si produrrà perciò più raramente all’inizio di una grande rivoluzione che nel corso ulteriore di essa, e dovrà essere impegnata con forze molto più grandi. Ma allora queste, com’è avvenuto nel corso della grande rivoluzione francese. e poi il 4 settembre e il 31 ottobre a Parigi [15], preferiranno l’attacco aperto alla tattica passiva delle barricate.]

Comprende ora il lettore perché i poteri dominanti ci vogliono ad ogni costo condurre là dove i fucili sparano e le sciabole fendono? Perché oggi ci si accusa di vigliaccheria per il fatto che non scendiamo senz’altro nella strada, dove siamo in precedenza sicuri della sconfitta? Perché si invoca da noi con tanta insistenza che ci prestiamo una buona volta a far la parte della carne da cannone?

I signori sciupano invano tanto i loro inviti quanto le loro provocazioni. Non siamo così stupidi. Con egual ragione potrebbero pretendere dal loro nemico che nella prossima guerra scenda in campo contro di essi in formazioni di linea come ai tempi del vecchio Fritz [16], o a colonne di intere divisioni, come a Wagram e a Waterloo [17], e per giunta munito di fucili a pietra. Se sono cambiate le condizioni per la guerra tra i popoli, non meno sono cambiate per la lotta di classe. È passato il tempo dei colpi di sorpresa, delle rivoluzioni fatte da piccole minoranze coscienti alla testa di masse incoscienti. Dove si tratta di una trasformazione completa delle organizzazioni sociali, ivi devono partecipare le masse stesse; ivi le masse stesse devono già aver compreso di che si tratta, per che cosa danno il loro sangue e la loro vita. Questo ci ha insegnato la storia degli ultimi cinquant’anni. Ma affinché le masse comprendano quel che si deve fare è necessario un lavoro lungo e paziente, e questo lavoro è ciò che noi stiamo facendo adesso, e con un successo che spinge gli avversari alla disperazione.

Anche nei paesi latini si comprende sempre più che la vecchia tattica deve essere riveduta. Dappertutto [l’attacco senza preparazione è passato in seconda linea, dappertutto] si imita l’esempio tedesco dell’utilizzazione del diritto di voto, della conquista di tutti i posti che ci sono accessibili. In Francia, dove pure da più di cento anni il terreno è stato minato da rivoluzioni su rivoluzioni, dove non vi è partito che non abbia pagato il suo tributo alle cospirazioni rivoluzionarie; in Francia, dove in conseguenza di ciò l’esercito è tutt’altro che sicuro per il governo, e dove in generale le condizioni per un colpo di mano insurrezionale sono molto più favorevoli che in Germania, anche in Francia i socialisti si convincono sempre più che per essi nessuna vittoria durevole è possibile se non conquistano prima la grande massa del popolo che ivi è costituita dai contadini. Anche in Francia il lento lavoro di propaganda e l’attività parlamentare vengono riconosciuti come il compito immediato del partito. E i successi non si sono fatti aspettare. Non solamente sono stati conquistati numerosi consigli comunali; alla camera vi sono cinquanta socialisti, i quali hanno già abbattuto tre ministeri e un presidente della repubblica. In Belgio gli operai hanno conquistato l’anno scorso il diritto di voto e hanno vinto in un quarto dei collegi elettorali. Nella Svizzera, in Italia, in Danimarca, persino in Bulgaria e in Romania i socialisti sono rappresentati nel parlamento. In Austria tutti i partiti sono d’accordo nel ritenere che non ci sì può impedire più a lungo l’accesso al Reichsrat [18]. Che vi entreremo è certo; si discute soltanto per quale porta. E persino in Russia, quando si riunirà il famoso Zemski Sobor, l’assemblea nazionale contro la quale così inutilmente si impunta il giovane Nicola, possiamo essere sicuri che anche ivi saremo rappresentati [19].

Con questo naturalmente i nostri compagni all’estero non rinunciano affatto al loro diritto alla rivoluzione. Il diritto alla rivoluzione è del resto il solo vero “diritto storico”; l’unico su cui riposano tutti gli Stati moderni senza eccezione, compreso il Mecklemburgo, la cui rivoluzione aristocratica ebbe termine nel 1755 con quel “patto di successione” che ancor oggi costituisce la gloriosa consacrazione scritta del feudalesimo. Il diritto alla rivoluzione è così incrollabilmente penetrato nella coscienza universale, che persino il generale von Boguslawski fa risalire a questo diritto del popolo il diritto al colpo di Stato ch’egli rivendica per il suo imperatore.

Ma qualsiasi cosa possa accadere negli altri paesi, la socialdemocrazia tedesca si trova in una situazione speciale e ha quindi anche, almeno per ora, un compito speciale. I due milioni di elettori ch’essa manda alle urne, insieme ai giovani, non elettori, che la seguono, formano la massa più numerosa, più compatta, il “gruppo d’assalto” decisivo dell’esercito proletario internazionale. Questa massa fornisce già ora più di un quarto dei voti espressi, ed è in continuo aumento, come dimostrano le elezioni suppletive al Reichstag, le elezioni alle diete dei singoli Stati, le elezioni municipali e dei probiviri. Il suo aumento si compie in modo spontaneo, costante, irresistibile, e in pari tempo tranquillo, come un processo naturale. Tutti i tentativi del governo per ostacolarlo sono stati vani. Già oggi possiamo contare su due milioni e un quarto di elettori. Avanzando di questo passo, per la fine del secolo avremo conquistato la maggior parte dei ceti medi della società, dei piccoli borghesi come dei piccoli contadini, e saremo diventati nel paese la forza decisiva, alla quale tutte le altre dovranno inchinarsi, lo vogliano o non lo vogliano. Mantenere ininterrotto il ritmo di questo aumento, sino a che esso sopraffaccia da sé l’attuale sistema di governo [non consumare in combattimenti d’avanguardia questo gruppo d’assalto che si rafforza di giorno in giorno, ma conservarlo intatto sino al giorno decisivo], tale è il nostro compito fondamentale. E vi è un solo mezzo, con cui potrebbe esser momentaneamente arrestato e persino rigettato addietro per un certo tempo questo accrescimento continuo delle forze di combattimento del socialismo in Germania: un conflitto di grandi proporzioni con l’esercito, un salasso come quello del 1871 a Parigi. A lungo andare, anche questo verrebbe superato. Far sparire a colpi di fucile un partito che si conta a milioni è cosa cui non bastano tutti i fucili a ripetizione d’Europa e d’America. Ma la evoluzione normale sarebbe frenata, [il gruppo d’assalto forse non sarebbe più a disposizione nel momento critico] la lotta decisiva [20] verrebbe ritardata, protratta, e costerebbe gravi sacrifici.

L’ironia della storia capovolge ogni cosa. Noi, i “rivoluzionari”, I “sovversivi”, prosperiamo molto meglio coi mezzi legali che coi mezzi illegali e con la sommossa. I partiti dell’ordine, com’essi si chiamano, trovano la loro rovina nell’ordinamento legale che essi stessi hanno creato. Essi gridano disperatamente con Odilon Barrot: la légalité nous tue, la legalità è la nostra morte; mentre noi in questa legalità ci facciamo i muscoli forti e le guance fiorenti, e prosperiamo ch’è un piacere. E se non commetteremo noi la pazzia di lasciarci trascinare alla lotta di strada per far loro piacere, alla fine non rimarrà loro altro che spezzare essi stessi questa legalità divenuta loro così fatale.

Pel momento essi fanno nuove leggi contro la sovversione [21]. Tutto è di nuovo capovolto. Questi fanatici dell’antisovversione non sono essi stessi i fautori di ieri della sovversione? Siamo forse stati noi a provocare la guerra civile nel 1866? Siamo forse stati noi a cacciare il re dell’Hannover, il principe elettore d’Assia, il duca di Nassau, dai loro domini ereditari e legittimi e ad annettere questi domini? E questi sovvertitori della Confederazione tedesca e di tre corone per grazia di Dio si lamentano del sovversivismo? [22] Quis tulerit Graccos de seditione querentes? [23] Chi permetterà che gli adoratori di Bismarck scaglino insulti contro i sovversivi?

Ma facciano pure le loro leggi contro i sovversivi; le rendano pure anche più gravi; rendano pure di gomma elastica tutto il codice penale; non otterranno altro che una prova di più della loro impotenza. Per mettere sul serio alle strette la socialdemocrazia dovranno prendere ancora ben altre misure. Alla sovversione socialdemocratica, che per il momento vive nell’osservanza delle leggi, essi possono opporre solo la sovversione propria del partito dell’ordine, la quale non può vivere senza violare le leggi. Il signor Rössler, il burocrate prussiano, e il signor von Boguslawski, il generale prussiano, hanno indicato loro la sola via seguendo la quale forse possono ancora aver ragione degli operai, che decisamente non si lasciano più trascinare alla lotta di strada. Violazione della Costituzione, dittatura, ritorno all’assolutismo, regis voluntas suprema lex! [24] Orsù, coraggio, signori miei, qui non bastano le chiacchiere, qui bisogna far sul serio!

Ma non dimenticate che il Reich tedesco, come tutti i piccoli Stati e in generale come tutti gli Stati moderni, è il prodotto di un patto, del patto in primo luogo dei principi tra di loro e in secondo luogo dei principi col popolo. Se una parte rompe il patto, tutto il patto viene meno; e anche l’altra parte allora non è più vincolata. [Come Bismarck ci ha così ben dimostrato nel 1866. Se voi violate dunque la Costituzione del Reich, allora la socialdemocrazia è libera, e può fare nei vostri confronti ciò che vuole. Ma ciò che essa farà allora, si guarda bene dal farvelo sapere oggi!]

Sono passati quasi esattamente 1600 anni da quando nell’Impero romano agiva ugualmente un pericoloso partito sovversivo. Esso minava la religione e tutte le basi dello Stato; esso negava per l’appunto che il volere dell’imperatore fosse la legge suprema; esso era senza patria, internazionale, si estendeva in tutte le terre dell’impero, dalla Gallia all’Asia, e al di là dei confini dell’impero. Esso aveva fatto per un lungo periodo di tempo un lavoro segreto sotterraneo, di disgregazione; ma da parecchio tempo già si sentiva abbastanza forte per mostrarsi alla luce del sole. Questo partito sovversivo, conosciuto col nome di cristianesimo, era anche fortemente rappresentato nell’esercito: intere legioni erano cristiane. Quando erano comandate a prestar servizio d’onore alle cerimonie dei sacrifici della chiesa di Stato pagana, i soldati sovversivi spingevano la temerità sino a porre sui loro elmi in segno di protesta dei distintivi particolari: delle croci. Persino le abituali vessazioni di caserma dei superiori erano vane. L’imperatore Diocleziano non poté più assistere passivamente al modo come l’ordine, l’obbedienza e la disciplina venivano minate nel suo esercito. Egli prese misure energiche, mentre vi era ancora tempo. Promulgò una legge contro i socialisti, volevo dire contro i cristiani. Le riunioni dei sovversivi vennero proibite; i loro locali vennero chiusi o addirittura demoliti; i distintivi cristiani, croci ecc., vennero proibiti come i fazzoletti rossi in Sassonia. I cristiani vennero dichiarati incapaci a coprire cariche di Stato; essi non potevano nemmeno essere caporali. Siccome allora non si disponeva ancora di giudici così ben addestrati alla “considerazione delle persone” come li prevede il disegno di legge del signor von Köller, si proibì puramente e semplicemente ai cristiani di domandar giustizia davanti ai tribunali. Anche questa legge eccezionale rimase senza effetto. I cristiani la strapparono dai muri per ischerno; anzi, si dice che a Nicomedia [25] essi avrebbero incendiato il palazzo in cui si trovava l’imperatore. Allora questi si vendicò con la grande persecuzione dei cristiani dell’anno 303 dell’era nostra. Essa fu l’ultima del genere. E fu così efficace che diciassette anni dopo l’esercito era composto in gran maggioranza di cristiani, e che il successivo autocrate di tutto l’impero romano, Costantino, dai preti detto il Grande, proclamò il cristianesimo religione di Stato.

Londra, 6 marzo 1895

Friedrich Engels

Note

1. Cfr. sopra, capitolo II (il corsivo è di Engels).

2. Vasta proprietà regalata nel 1871 al cancelliere tedesco Bismarck dall’imperatore di Germania Guglielmo I.

3. Cioè dei modelli della rivoluzione francese (1789-1794) e della rivoluzione parigina del luglio 1830.

4. Propriamente in partibus infìdelium: nelle terre degli infedeli. In questo caso significa governo-fantoccio.

5. Si allude alla sconfitta degli operai parigini nel giugno 1848.

6. Successivamente al colpo di Stato del 2 dicembre 1851, che assicurò a Luigi Napoleone prima la dittatura e poi l’impero, dopo aver emanato severe leggi repressive contro il movimento operaio e annientato l’opposizione, Napoleone III trascinò la Francia in una lunga serie di guerre: la guerra di Crimea (1854-1855), l’estensione delle conquiste francesi nel Sahara, in Algeria e nel Senegal (1854-1860), la guerra con l’Austria in alleanza col Regno di Sardegna (1859), l’inizio della conquista francese dell’Indocina e la spedizione in Siria (1860-1861), la spedizione nel Messico (1862-1967), la guerra contro la Prussia (1870-1871). Inoltre la neutralità francese, concordata con Bismarck, consentí l’attacco prussiano all’Austria (1866), seguito alla precedente guerra austroprussiana contro la Danimarca (1864).

7. Con Konfliktskammer si intende qui la Camera prussiana, in cui la borghesia liberale rivendicava per sé, contro il governo, il potere politico esclusivo ed un governo eletto dalla propria maggioranza. Engels istituisce un parallelo fra la “rivoluzione dall’alto” compiuta da Luigi Napoleone contro la Costituzione francese con il colpo di Stato del 2 dicembre e la “rivoluzione dall’alto” compiuta da Bisimarck.

8. Furono chiamati “piccoli tedeschi” i sostenitori di un impero tedesco sotto l’egemonia prussiana e con l’esclusione dell’Austria, in contrapposizione ai “grandi tedeschi” che volevano un impero comprendente anche le province tedesche dell’Austria. Durante la guerra franco-prussiana del 1870-1871, in seguito alla disfatta francese di Sédan, Napoleone III fu preso prigioniero e il 4 settembre 1870 fu proclamata a Parigi la repubblica. Successivamente, il 18 gennaio 1871, nel castello di Versailles, tutti i principi tedeschi riuniti offrirono a Guglielmo I la corona imperiale germanica.

9. La Francia cedette l’Alsazia-Lorena alla Prussia col trattato di pace di Francoforte del 10 maggio 1871.

10. Si allude qui all’indennità di guerra di cinque miliardi di franchi oro che la Francia s’impegnò a pagare col trattato di pace del 10 maggio 1871.

11. Essa fu emanata nel 1878, prendendo a pretesto un attentato contro l’imperatore Guglielmo I.

12. Nel 1873-1874 vi fu in Spagna la repubblica, a cui seguì, con Alfonso XII, la restaurazione borbonica, accompagnata dalla concessione di una nuova Costituzione.

13. Questa frase è tolta dalla parte introduttiva del programma del Partito operaio francese di J. Guesde e P. Lafargue, redatto sotto le direttive di Marx e approvato nel congresso di Le Havre nel 1880.

14. Si allude qui alla guerra civile spagnola (1833-1839).

15. Il 4 settembre 1870 fu abbattuto l’impero di Napoleone III e proclamata la repubblica; il 31 ottobre 1871 alcuni battaglioni di operai parigini, sotto la direzione di Blanqui, dettero l’assalto al municipio di Parigi, senza però raggiungere il loro intento di creare un governo rivoluzionario.

16. Federico II il Grande re di Prussia dal 1740.

17. A Wagram, il 6 luglio 1809 Napoleone batté gli Austriaci; a Waterloo, il 18 giugno 1815, Napoleone fu definitivamente battuto dagli eserciti inglese e prussiano.

18. Consiglio dell’impero.

19. In origine gli Zemski Sobor erano assemblee dei boiari, dei nobili e di una parte dei mercanti, convocate saltuariamente dagli zar per discutere questioni politiche particolarmente importanti. Nella seconda meta dell’800, quando da varie parti si rivendicava la convocazione di un’assemblea rappresentativa, il nome di Zemski Sobor venne adoperato dai liberali nel significato di parlamento con poteri limitati, e dai rivoluzionari populisti nel senso di assemblea costituente. In questo senso lo adopera anche Engels.

20. Nel testo pubblicato sul Vorwärts la parola “Entscheidungskampf” (lotta decisiva) era stata sostituita con “Entscheidung” (decisione).

21. Si allude qui al nuovo progetto di legge contro i socialisti presentato al Reichstag il 5 dicembre 1894 e discusso da una commissione speciale fino al 25 aprile 1895. L’11 maggio il progetto venne respinto.

22. Intenzionato a escludere dalla politica tedesca l’Austria (che presiedeva la Confederazione germanica costituita nel 1815) Bismarck riuscì a provocare incidenti fra Austria e Prussia a proposito dell’amministrazione austro-prussiana dei ducati ex danesi dello Schleswig, Holstein e Lauenburg, trovando così il pretesto per intraprendere un’azione di forza, con la neutralità di Napoleone III e l’alleanza dell’Italia. La pace di Praga del 23 agosto 1866 sancì l’annessione alla Prussia dell’Hannover, dell’Assia-Kassel e del Nassau, lo scioglimento della precedente Confederazione germanica presieduta dall’Austria, la costituzione della Confederazione della Germania settentrionale che comprendeva tutti gli Stati a nord della cosiddetta linea del Meno ed era presieduta dal re di Prussia, mentre i quattro Stati della Germania meridionale (Württemberg, Baden, Baviera e Assia granducale) venivano legati con trattati segreti alla Prussia.

23. Chi sopporterà che i Gracchi accusino gli altri di sedizione?

24. La volontà del re legge suprema.

25. Antica città della Bitinia (sul mar di Marmara), una delle quattro capitali dell’impero romano sotto Diocleziano e sede di quest’ultimo.

Schede biografiche dei personaggi citati [1]

Adolfo Guglielmo Carlo Augusto (1817-1905). Duca di Nassau dal 1839 al 1866; granduca di Lussemburgo dal 1890 al 1902 con il nome di Adolfo v.

Anteo. Personaggio mitologico, gigante della Libia figlio di Poseidone e della Terra.

Barbès Armand (1809-1870). Rivoluzionario francese; democratico piccolo-borghese; durante la monarchia di luglio fu uno dei capi dell’associazione segreta Societé des saisons; deputato dell’Assemblea nazionale costituente nel 1848; condannato al carcere a vita per aver partecipato alla dimostrazione popolare del 15 maggio 1848; amnistiato nel 1854; emigrato dopo l’amnistia, si ritirò dall’attività politica.

Baroche Pierre-Jules (1802-1870). Uomo politico francese, bonapartista, appartenne a vari governi dopo il colpo di Stato del 2 dicembre 1851.

Barrot Camille-Hyacinthe-Odilon (1791-1873). Uomo politico francese, capo dell’opposizione liberale legittimista durante la monarchia di luglio; dal dicembre 1848 all’ottobre 1849 a capo di un ministero appoggiato da un blocco monarchico conservatore.

Bastiat Frédéric (1801-1850). Economista francese, apologeta del capitalismo.

Bastide Jules (1800-1879). Uomo politico e pubblicista repubblicano francese, uno dei redattori del giornale “Le National” (1836-1846); nel 1848 deputato dell’Assemblea nazionale costituente e ministro degli esteri.

Beaumarchais Pierre-Augustin Caron de (1732-1799). Drammaturgo francese.

Beaune Jean-Baptiste-Augustin de (1796-1849). Uomo politico francese, deputato legittimista all’Assemblea nazionale costituente nel 1848.

Bebel August (1840-1913). Operaio tornitore, fu uno dei principali esponenti del movimento operaio. Appartenne alla Prima Internazionale e fu uno dei fondatori e capi della socialdemocrazia tedesca e della Seconda Internazionale. Nel 1871 fu eletto al primo parlamento dell’Impero tedesco. Critico dell’anarchismo e del revisionismo, negli ultimi anni di vita raggiunse una posizione centrista di custode dell’ortodossia del marxismo.

Berryer Pierre-Antoine (1790-1868). Avvocato e uomo politico francese legittimista; durante la II Repubblica deputato all’Assemblea nazionale costituente e a quella legislativa.

Bismarck Otto von (1815-1898). Cancelliere del Reich tedesco dal 1871 al 1890.

Blanc Jean-Joseph-Louis (1811-1882). Socialista francese, giornalista e storico; nel 1848 membro del governo provvisorio e presidente della Commissione del Lussemburgo; emigrato nell’agosto 1848 in Inghilterra, fu colà uno dei capi dell’emigrazione piccolo-borghese.

Blanqui Louis-Auguste (1805-1881). Rivoluzionario francese, comunista utopista, organizzatore di numerose società segrete e congiure; partecipò alle rivoluzioni del 1830 e del 1848; passò complessivamente trentasei anni in carceri e colonie penali.

Boguslawski Albert von (1834-1905). Generale prussiano.

Boisguillebert Pierre Le Pesant de (1646-1714). Economista francese, precursore dei fisiocratici, fondatore dell’economia classica borghese in Francia.

Bonaparte, vedi Napoleone.

Bonaparte Jéróme-Napoléon-Joseph-Charles-Paul, principe Napoleone (1822-1891). Cugino di Napoleone III; deputato alla Costituente e alla Legislativa durante la II Repubblica; soprannominato Plon-Plon e principe “rosso”.

Borboni, dinastia reale francese; regnò in Francia (1589-1792 e 1815-1830), in Spagna (1701-1931), nel Regno delle due Sicilie (1735-1860) e a Parma (1748-1859).

Bréa Jean-Baptiste-Fidéle (1790-1848). Generale francese; nel 1848 partecipò alla repressione dell’insurrezione parigina di giugno e fu ucciso dagli insorti.

Bright John (1811-1889). Industriale e uomo politico inglese, fu con Richard Cobden uno dei fondatori della Lega contro le leggi sul grano.

Cabet Etienne (1788-1856). Avvocato e pubblicista francese, comunista utopista; autore del romanzo utopistico “Viaggio in Icaria”.

Capefigue Jean-Baptiste-Honoré-Raymond (1802-1872). Storico francese, pubblicista e uomo politico monarchico.

Carlier Pierre-Charles-Joseph (1799-1858). Prefetto di polizia a Parigi (1849-1851), bonapartista.

Carlo X (1757-1836). Re di Francia dal 1824 al 1830.

Carlo Alberto (1798-1849). Re di Piemonte e di Sardegna dal 1831 al 1849.

Carnot Lazare-Hippolyte (1801-1888). Pubblicista e uomo politico francese, repubblicano moderato; nel 1848 ministro della pubblica istruzione del governo provvisorio, deputato all’Assemblea nazionale costituente.

Carnot Lazare-Nicolas (1753-1823). Matematico e uomo politico francese, organizzatore dell’esercito repubblicano; durante la Rivoluzione fu dapprima giacobino, prese poi parte al colpo di Stato del 9 termidoro, nel 1795 entrò nel Direttorio; nel 1815 fu esiliato dai Borboni.

Catone Marco Porcio (Catone il Vecchio) (234-149 a.C.). Uomo politico e storico dell’antica Roma, difese i privilegi aristocratici.

Caussidière Marc (1808-1861). Socialista francese; partecipò nel 1834 all’insurrezione di Lione; nel 1848 prefetto di polizia a Parigi (febbraio-maggio); deputato all’Assemblea nazionale costituente; dopo la sconfitta dell’insurrezione di giugno esule in Inghilterra.

Cavaignac Louis-Eugène (1802-1857). Generale e uomo politico francese, repubblicano e moderato; nel 1848 governatore di Algeri, da maggio ministro della guerra; investito di pieni poteri dittatoriali dall’Assemblea nazionale costituente, represse nel sangue l’insurrezione di giugno del proletariato parigino; dal giugno al dicembre 1848 primo ministro.

Cesare Caio Giulio (100 circa-44 a.C.). Condottiero e statista romano.

Chambord Henri-Charles d’Artois, duca di Bordeaux, conte di (1820-1883). Nipote di Carlo X, sotto il nome di Enrico V pretendente dei legittimisti al trono francese.

Changarnier Nicolas-Anne-Théodule (1793-1877). Generale e uomo politico francese, monarchico; nel 1848-49 deputato all’Assemblea nazionale costituente e legislativa; dopo il giugno 1848 comandante della guardia nazionale e della guarnigione di Parigi, represse con la violenza la dimostrazione pacifica del 13 giugno 1849; dopo il colpo di Stato del 2 dicembre 1851 fu espulso dalla Francia.

Cobden Richard (1804-1865). Industriale di Manchester, liberale libero-scambista, uno dei fondatori della Lega contro le leggi sul grano.

Crémieux Adolphe (1796-1880). Avvocato e uomo politico francese, liberale; ministro della giustizia del governo provvisorio nel febbraio-maggio 1848; deputato all’Assemblea nazionale costituente e a quella legislativa nel 1848-1851; nel 1870-1871 membro del cosiddetto governo di difesa nazionale.

Créton Nicolas-Joseph (1798-1864). Avvocato e uomo politico francese; durante la II Repubblica deputato all’Assemblea nazionale costituente e a quella legislativa, orleanista.

Cubières Amédée-Louis Despans de (1786-1853). Generale e uomo politico francese, orleanista, dal 1839 al 1840 ministro della guerra; nel 1847 rinviato a giudizio e degradato per corruzione e truffa.

Daru Napoléon, conte (1807-1890). Uomo politico francese, membro della Camera dei pari dal 1832 al 1848, deputato all’Assemblea nazionale costituente e a quella legislativa di cui fu nominato vice presidente.

Davide (XI secolo a.C.). Re di Israele secondo l’Antico Testamento.

Demostene (384-322 a.C.). Oratore dell’antica Grecia; celebri i suoi discorsi contro Filippo il Macedone (“Filippiche”) per l’indipendenza della Grecia.

Diocleziano Caio Aurelio Valerio (245 circa-313). Imperatore romano dal 284 al 305.

Duclerc Charles-Théodore-Eugène (1812-1888). Giornalista e statista francese, redattore del giornale “Le National” dal 1840 al 1846; nel 1848-1849 deputato all-Assemblea nazionale costituente, ministro delle finanze nel maggio-giugno 1848; in seguito uno dei direttori del Crédit mobilier; nel 1875 vice presidente dell’Assemblea nazionale; nel 1882-1883 primo ministro.

Dupin André-Marie-Jean-Jacques (1783-1865). Giurista e uomo politico francese, orleanista, nel 1848-1849 deputato all’Assemblea nazionale legislativa, poi bonapartista.

Dupont de l’Eure Jacques-Charles (1767-1855). Uomo politico liberale francese, partecipò alla rivoluzione del 1789-1794 e a quella del 1830; repubblicano moderato, nel 1848 presidente del governo provvisorio.

Faucher Léon (1803-1854). Pubblicista, economista e uomo politico francese; liberale moderato e avversario del movimento operaio; orleanista e in seguito bonapartista.

Favand Étienne-Edouard-Charles-Eugène (1793-1854). Uomo politico francese, durante la II Repubblica montagnardo, deputato all’Assemblea nazionale costituente e a quella legislativa.

Federico II (il Grande) (1712-1786). Re di Prussia dal 1740 al 1786.

Flocon Ferdinand (1800-1866). Pubblicista e uomo politico francese, democratico; direttore del giornale “La Réforme” nel 1848 membro del governo provvisorio.

Flotte Paul-Louis-François-René de (Deflotte). Ufficiale di marina francese, democratico e socialista, blanquista, partecipò attivamente agli avvenimenti del 15 maggio e all’insurrezione del giugno 1848 a Parigi; nel 1850-1851 deputato all’Assemblea nazionale legislativa.

Fouché Joseph (1759-1820). Durante la rivoluzione francese giacobino, sotto Napoleone ministro di polizia.

Fould Achille (1800-1867). Banchiere e uomo politico francese, orleanista, in seguito bonapartista; nel 1848-1849 deputato all’Assemblea nazionale costituente; ministro delle finanze dal 1849 al 1860 e dal 1861 al 1867.

FouquierTinville Antoine-Quentin (1746-1795). Pubblico ministero del tribunale rivoluzionario durante la rivoluzione francese.

Girgio V (1819-1878). Re di Hannover dal 1851 al 1866.

Gracco Caio Sempronio (153-121 a.C.). Tribuno del popolo romano 123-122 a.C.

Gracco Tiberio Sempronio (162-133 a.C.). Tribuno del popolo romano nel 133 a.C.

Grandin Victor (1797-1849). Industriale e uomo politico conservatore francese; membro della Camera dei deputati dal 1839 al 1848 e deputato ultrareazionario all’Assemblea nazionale costituente e a quella legislativa nel 1848-1849.

Granier de Cassagnac Bernard-Adolphe (1806-1880). Giornalista e uomo politico francese, prima orleanista, poi bonapartista; deputato dal 1852 al 1870.

Guglielmo I (1797-1888). Principe di Prussia, principe reggente dal 1858 al 1861, re di Prussia dal 1861 al 1888, imperatore tedesco dal 1871 al 1888.

Hautpoul Alphonse-Henri marchese d’ (1789-1865). Generale francese legittimista, poi bonapartista, ministro della guerra dal 1849 al 1850.

Haynau Julius von (1786-1853). Feldmaresciallo austriaco, represse nel 1848-1849 i movimenti rivoluzionari in Italia e in Ungheria.

Hegel Georg Wilhelm Friedrich (1770-1831). Filosofo tedesco. Nato a Stoccarda da famiglia borghese benestante, in gioventù precettore privato, poi docente all’università di Jena, redattore del giornale a Bamberga, insegnante e preside di ginnasio a Norimberga, infine professore alle università di Heidelberg e di Berlino, fu il massimo rappresentante della corrente dell’idealismo oggettivo della filosofia tedesca dell’800. Il motore della sua filosofia è quello della contraddizione governato dal principio della dialettica. Dopo la sua morte i seguaci della scuola hegeliana si divisero in due correnti opposte, la destra e la sinistra alla quale appartenne Feuerbach e sia pure per un breve periodo lo stesso Marx.

Helvètius Claucle-Adrien (1715-1771) Filosofo illuminista francese, di tendenza materialistica. Nel suo trattato “Sullo spirito” (1758) spiegò la produzione del pensiero sulla sola base della sensibilità fisica e della memoria.

Kant Immanuel (1724-1804). Filosofo tedesco. Professore all’università di Königsberg dove passò tutta la vita. Il suo pensiero ebbe un’importanza eccezionale per la cultura filosofica moderna. Diede inizio alla fine del secolo XVIII a un processo di revisione delle idee filosofiche tradizionali. La sua opera fondamentale, la “Critica della ragion pura”, è del 1781. Decisivi sono i suoi scritti politici per la formulazione e la evoluzione del liberalesimo europeo.

KöIler Ernst Matthias von (1841-1928). Uomo politico prussiano, ministro degli interni dal 1894 al 1895.

Lacrosse Bertrand-Théobald-Joseph, barone di (17961865). Statista francese, orleanista, poi bonapartista; ministro dei lavori pubblici nel 1848-1849 e nel 1851, vice presidente dell’Assemblea nazionale costituente e di quella legislativa.

Laffitte Jacques (1767-1844). Banchiere e uomo politico francese, rappresentante della borghesia finanziaria.

Lagarde Barthélemy (1795-1887). Uomo politico francese, deputato all’Assemblea nazionale costituente e a quella legislativa (Montagna) durante la II Repubblica.

La Hitte Jean-Ernest Ducos, visconte di (1789-1878). Generale francese, bonapartista, ministro degli esteri e della guerra nel 1849-1859.

Lamartine Alphonse-Marie-Louis de (1790-1869). Poeta francese, storico e uomo politico; repubblicano moderato; nel 1848 ministro degli esteri nel governo provvisorio; deputato all’Assemblea nazionale costituente.

Lamourette Adrien (1742-1794). Vescovo francese, nel 1792 deputato all’Assemblea nazionale costituente, giustiziato nel 1794 come controrivoluzionario.

Larocheja(c)quelein (La Rochejacquelein) Henri-Auguste-Georges marchese di (1805-1867). Uomo politico francese, uno dei capi dei legittimisti; nel 1848 deputato all’Assemblea nazionale costituente e nel 1849 a quella legislativa; sotto Napoleone III fu senatore.

Lassalle Ferdinand (1825-1864). Avvocato e filosofo socialista tedesco. Prese parte alla rivoluzione del 1848. Fondò l’Associazione generale degli operai tedeschi e fu sostenitore di un socialismo di Stato, che pensava di attuare attraverso il compromesso con Bismarck e con la monarchia prussiana.

Leclerc Alexandre. Commerciante parigino, sostenitore del partito dell’ordine, nel 1848 prese parte alla repressione dell’insurrezione di giugno degli operai parigini.

Ledru-Rollin Alexandre-Auguste (1807-1874). Pubblicista e uomo politico francese, uno dei capi della democrazia piccolo-borghese, redattore del giornale “La Réforme”; nel 1848 ministro degli interni del governo provvisorio e membro della commissione esecutiva; deputato all’Assemblea nazionale costituente, dove fu capo della Montagna; dopo la dimostrazione del 13 giugno 1849 fu costretto a emigrare in Inghilterra; uno dei capi dell’emigrazione piccolo-borghese a Londra.

Lerminier Jean-Louis-Eugène (1803-1857). Giurista e pubblicista francese, conservatore; professore di diritto comparato al Collège de France dal 1831 al 1839.

Luigi IX (il Santo) (1214-1270). Re di Francia dal 1226 al 1270.

Luigi XIV (1638-1715). Re di Francia dal 1643 al 1715.

Luigi Filippo (1773-1850). Duca d’Orléans, re dei francesi dal 1830 al 1848.

Luigi Napoleone, vedi Napoleone III.

Macaire Robert. Tipo del truffatore creato e impersonato dal famoso attore Frédérick Lamaître e rappresentato in caricatura da Daumier.

Mac-Mahon Marie-Edme-Patrice-Maurice de, duca di Magenta (1808-1893). Maresciallo di Francia, comandante in capo dell’esercito di Versailles contro la Comune di Parigi nel 1871.

Marche. Operaio parigino, prese parte alla rivoluzione del 1848.

Marie de Saint-Georges Alexandre-Thomas (1795-1870). Avvocato e uomo politico francese, repubblicano borghese; nel 1848 ministro dei lavori pubblici nel governo provvisorio, membro della Commissione esecutiva, presidente dell’Assemblea nazionale costituente, ministro della giustizia nel governo Cavaignac.

Marrast Armand (1801-1852). Repubblicano moderato francese; direttore del giornale “Le National”; nel 1848 membro del governo provvisoiro e sindaco di Parigi, nel 1848-49 presidente dell’Assemblea nazionale costituente.

Martin Alexandre (pseudonimo Albert) (1815-1895). Operaio francese, uno dei capi delle organizzazioni blanquiste durante la monarchia di luglio, membro del governo provvisorio nel 1848.

Mathieu de la Drôme Philippe-Antoine (1808-1865). Uomo politico francese, nel 1848-1851 deputato all’Assemblea nazionale costituente e a quella legislativa (Montagna); emigrato in Belgio dopo il colpo di Stato del 1851.

Mniewski Theophil (1809-1849). Rivoluzionario polacco, prese parte all’insurrezione del Baden-Palati nato; condannato a morte da un tribunale di guerra prussiano fu giustiziato.

Molé Louis-Mathieu, conte (1781-1855). Statista francese; primo ministro dal 1836 al 1839; nel 1848-1851 deputato all’Assemblea nazionale costituente e a quella legislativa fu uno dei capi del partito dell’ordine monarchico-conservatore.

Monck (Monk) George, duca di Albemarle (1608-1670). Generale e statista inglese; fu prima realista, poi prestò servizio nell’esercito di Cromwell, per contribuire, alla fine, alla restaurazione degli Stuart nel 1660.

Montalembert Charles-Forbes de Tyron, conte di (1810-1870). Uomo politico e pubblicista francese, deputato all’Assemblea nazionale costituente e a quella legislativa durante la II Repubblica, orleanista, capo del partito cattolico; appoggiò Luigi Bonaparte durante il colpo di Stato del 2 dicembre 1851, ma passò subito dopo all’opposizione.

Napoleone I Bonaparte (1769-1821). Imperatore dei francesi dal 1804 al 1814 e nel 1815.

Napoleone III (Luigi Bonaparte), (1808-1873). Nipote di Napoleone I; presidente della II Repubblica dal 1848 al 1852, imperatore dei francesi dal 1852 al 1870.

Neumayer Maximilian-Georg-Joseph (1789-1866). Generale francese, sostenitore del partito dell’ordine.

Ney Napoléon-Henri-Edgard (1812-1882). Generale francese, bonapartista, ufficiale dell’ordinanza del presidente Luigi Bonaparte.

Nicola II (1868-1918). Zar di Russia dal 1894 al 1917.

Orlando (o Rolando). Paladino di Carlo Magno, protagonista di molti poemi cavallereschi.

Orléans. Dinastia reale francese (1830-1848).

Orléans, duca d’, vedi Luigi Filippo.

Orléans Hélène-Louis-Elizabeth, duchessa d’ (1814-1858). Vedova di Ferdinand, figlio maggiore di Luigi Filippo.

0rléans Louis-Philippe-Albert, d’ (1838-1894). Conte di Parigi, erede del re Luigi Filippo.

Oudinot Nicolas-Charles-Victor (1791-1863). Generale francese, orleanista, nel 1849 comandò il corpo di spedizione contro la repubblica romana

Owen Robert (1771-1858). Socialista utopista inglese.

Pagnerre Laurent-Antoine (1805-1854). Editore e uomo politico francese, repubblicano; nel 1848 segretario generale del governo provvisorio e della commissione esecutiva, deputato all’Assemblea nazionale costituente.

Parmentier. Industriale e finanziere francese , rinviato a giudizio per corruzione di pubblico ufficiale nel 1847.

Passy Hippolyte-Philibert (1793-1880). Economista e uomo politico francese, orleanista; più volte ministro durante la monarchia di luglio, ministro delle finanze nel 1848-1849.

Putifarre. Personaggio biblico, eunuco del faraone.

Raspail François-Vincent (1794-1878). Naturalista e pubblicista francese, repubblicano-socialista, vicino alle posizioni del proletariato rivoluzionario; partecipò alle rivoluzioni del 1830 e del 1848; nel 1848 deputato all’Assemblea nazionale costituente.

Rateau Jean-Pierre Lamotte (1800-1887). Avvocato francese, deputato all’Assemblea nazionale costituente e a quella legislativa durante la II Repubblica bonapartista.

Ravez Auguste-Marie-Simon (1770-1849). Uomo politico francese, legittimista, presidente della Camera dei deputati dal 1819 al 1828; durante la II Repubblica deputato all’Assemblea nazionale legislativa.

Robespierre Maximilien-Marie-Isidore de (1758-1794). Uomo politico della rivoluzione francese, presidente del club dei giacobini, capo del governo rivoluzionario nel 1793-1794 al culmine della fase del Terrore. Venne ghigliottinato insieme a Saint-Just nel luglio 1794.

Sansone (sec. IX a.C.). Secondo l’Antico Testamento giudice di Israele dalla forza straordinaria.

Saul. Secondo l’Antico Testamento, primo re d’Israele.

Sébastiani Horace-François-Bastien, conte (1772-1851). Statista e diplomatico francese, maresciallo di Francia; ministro degli esteri dal 1830 al 1832 e ambasciatore a Londra dal 1835 al 1840.

Ségur d’Agusseau Raymond-Joseph-Paul, conte di (1803-1889). Uomo politico e avvocato francese, durante la II Repubblica sostenitore del partito dell’ordine all’Assemblea nazionale costituente.

Soulouque Faustin (1782 circa-1867). Presidente della repubblica negra di Haiti, nel 1849 si fece incoronare imperatore col nome di Faustino I.

Sue Eugène (1804-1857). Scrittore francese, autore di romanzi sentimentali e umanitari a sfondo sociale tra cui “I misteri di Parigi”.

Teste Jean-Baptiste (1780-1852). Avvocato e statista francese, orleanista; ministro del commercio, della giustizia e dei lavori pubblici durante la monarchia di luglio; venne processato per corruzione e truffa.

Thiers Louis-Adolphe (1797-1877). Storico e uomo politico francese, orleanista; primo ministro (1836 e 1840); deputato all’Assemblea nazionale costituente nel 1848; presidente della repubblica dal 1871 al 1873, represse nel sangue la Comune di Parigi.

Toussaint-Louwerture (L’Ouverture, dit Toussaint) François-Dominique (1743-1803). Guidò nel 1796-1802 l’insurrezione di San Domingo; deportato dai francesi nel 1802, morì prigioniero in Francia.

Trélat Ulysse (1795-1879). Medico e uomo politico francese, repubblicano; uno dei redattori del giornale “Le National”; nel 1848 vice presidente dell’Assemblea nazionale costituente, ministro dei lavori pubblici (maggio-giugno 1848).

Vauban Sébastien le Prêtre, marchese di (1633-1707). Maresciallo di Francia, ingegnere militare; autore dello scritto economico “Projet d’une dîme royale”.

Vidal François (1814-1872). Economista francese, socialista; nel 1848 segretario della Commissione del Lussemburgo, deputato all’Assemblea nazionale legislativa (1850-51).

Vivien Alexandre-François-Auguste (1779-1854). Avvocato e uomo politico francese, orleanista; nel 1840 ministro dei lavori pubblici nel governo Cavaignac.

Voltaire François-Marie Arouet de (1694-1778). Letterato, filosofo, storico e polemista francese (Voltaire era lo pseudonimo). Borghese di origine venne nel 1717 imprigionato nella Bastiglia per oltraggio alla vita di corte. Dovette poi dal 1726 al 1729 emigrare in Inghilterra. Fu l’esponente più celebre dell’illuminismo, sostenitore della tolleranza religiosa e dei programmi di convivenza civile e di riforme della vita pubblica ispirati al modello realizzato in Inghilterra. Visse a Berlino presso la corte di Federico II il Grande e nel 1775 si stabilì a Ginevra da dove irradiò in tutta l’Europa le sue idee illuministiche.

Note

1. Il presente indice si riferisce soltanto ai nomi citati negli scritti di Marx ed Engels.