A PROPOSITO DEI FATTI D’UNGHERIA,Considerazioni di Alberto Lombardo, Università di Palermo e membro del Comitato Centrale di CSP-PARTITO COMUNISTA.

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Il 7 aprile sul sito dall’Associazione MARX XXI è stato ripubblicato un intervento di Domenico Losurdo, A proposito dei fatti d’Ungheria, scritto nel 1996. Questo autore è stato esaltato come un intransigente difensore della storia del movimento comunista (si veda STALIN: Storia e critica di una leggenda nera). In questo articolo contestiamo alcuni suoi punti di vista e asserzioni che – a nostro parere – invece non aiutano alla comprensione di quel periodo turbolento. Losurdo non solo non fa alcuna differenza tra la politica dell’URSS (ripetutamente chiamata grottescamente il “Grande Fratello”) prima e dopo il 1956, ossia non si accorge dell’enorme rottura che il XX Congresso del PCUS ha determinato anche nella politica estera del Paese socialista, ma denigra tutto l’operato del campo socialista, riducendolo alla mera ragion di Stato, riducendo l’operato dell’URSS né più né meno che a quello di tutte le altre grandi potenze, in modo che nessuno sia legittimato a “scagliare la prima pietra”. Questa posizione per i comunisti è inaccettabile, soprattutto perché non è rispondente al vero, come cercheremo di argomentare nel seguito.

 

Considerazioni di Alberto Lombardo, Università di Palermo e membro del Comitato Centrale di CSP-PARTITO COMUNISTA.

 

L’articolo di Losurdo inquadra gli avvenimenti del 1956 all’interno della questione nazionale, che interagiva con le tensioni politiche tra blocco imperialista e blocco socialista, nota come “guerra fredda”. In particolare si ricorda la cosiddetta “dottrina Monroe” che delimitava le sfere di influenza dei blocchi, così come usciti dalla Conferenza di Yalta e dalla Seconda Guerra Mondiale. Losurdo con un paio di citazioni cerca di accreditare la tesi che questa dottrina fosse non solo assunta dal blocco imperialista (USA e GB) ma anche dall’URSS di Stalin, citando infatti una sua frase, riportata da Gilas in una sua conversazione,

«Questa guerra è diversa da tutte quelle del passato; chiunque occupa un territorio gli impone anche il suo sistema sociale. Ciascuno impone il suo sistema sociale, fin dove riesce ad arrivare il suo esercito; non potrebbe essere diversamente» (Milovan Gilas, Conversazioni con Stalin, Feltrinelli, Milano1978, p. 121).

Derivare una “dottrina” da una singola frase riportata in una conversazione da un altro è un po’ azzardato. Dopo aver citato alcune lugubri frasi di Ernest Bevin, laburista e ministro inglese degli esteri, e di Kennedy, reduce dall’ingloriosa avventura della Baia dei Porci, Losurdo afferma:

«Non sembrano esserci differenze rilevanti nella visione dei rapporti internazionali espressa dai tre statisti [Stalin, Bevin, Kennedy], nessuno dei quali ha dubbi sul fatto che nella Monroe sovietica rientra a pieno titolo l’Ungheria, che con Horty ha partecipato all’aggressione hitleriana e che successivamente è stata liberata e occupata dall’Armata Rossa…

All’interno di ognuna di queste due Monroe è il paese guida a decidere il sistema politico-sociale. La vecchia regola del periodo delle guerre di religione (cuius regio eius religio) sembra ora rivivere appena trasformata: cuius regio eius.»

Tuttavia i conti non tornano da subito a Losurdo. Infatti egli ricorda che tra le due sfere d’influenza il rapporto è tutt’altro che pacifico, citando il violento discorso d’insediamento presidenziale di Eisenhower nel 1953 e lo Stalin di un anno prima che richiama l’attenzione sul «compito d’avanguardia» e di «”reparto d’assalto” del movimento comunista internazionale» proprio del suo partito e del suo paese ma per precisare che, dopo la vittoria della rivoluzione in Europa e in Asia, il PCUS e l’URSS possono finalmente svolgere questo ruolo di direzione assieme ad altri partiti e paesi comunisti.

Losurdo ricorda ancora che:

«… Stalin cerca di sfruttare in senso anti-americano la questione nazionale non solo nei paesi coloniali o ex-coloniali ma nella stessa Europa occidentale, chiamando i partiti comunisti a “risollevare” la “bandiera della indipendenza nazionale e della sovranità nazionale […] gettata a mare” dai governanti borghesi.»

 Ma per Losurdo non c’è differenza qualitativa tra i due schieramenti infatti prosegue:

«Da una parte e dall’altra la questione nazionale viene percepita e agitata solo come strumento per mettere in crisi il campo nemico. Coloro invece che la fanno valere anche all’interno del campo in cui sono collocati vengono condannati in quanto affetti da una visione provinciale e grettamente nazionalistica che, in modo indiretto o diretto e consapevole, fa il gioco del nemico. Se l‘URSS chiama alla vigilanza e alla lotta contro i titoisti, gli USA s’impegnano a isolare, qualche anno più tardi, i gollisti.»

Losurdo deriva la crisi ungherese dalla negazione che il sistema socialista ha realizzato della questione nazionale:

«Per qualche tempo, un compromesso analogo e forse più avanzato sembra delinearsi a Budapest, tanto più che in questo momento l‘URSS ha iniziato una marcia di avvicinamento alla Jugoslavia di Tito; pare così delinearsi un’articolazione del campo socialista più rispettosa dell’autonomia nazionale dei singoli paesi.»

Quindi Losurdo ricorda che le cose sono cambiate radicalmente dopo l’insediamento al potere dei kruscioviani che hanno subito cominciato a flirtare con Tito, in quel momento il grimaldello più potente in mano all’imperialismo. Ma ne ricava un’interpretazione totalmente opposta: Tito, e con lui i seguaci ungheresi di Nagy, rappresentano quelli che rispettano le “autonomie nazionali”, a cui i Krusciov si stanno accodando.

«Nonostante il compromesso di tipo “titoista”, che sembra per qualche tempo delinearsi, la rivolta continua. Ad alimentarla provvedono anche le trasmissioni-radio provenienti dall’Occidente.

Ma torniamo allo sviluppo degli avvenimenti del 1956. L’URSS interviene quando giunge alla conclusione che Nagy è solo una figura di transizione, dietro la quale si agitano e stanno per prendere il sopravvento ambienti e personaggi ben più inquietanti.»

Quindi è vero quello che sostiene Enver Hoxha nel suo I Kruscioviani:

«Il ruolo dei kruscioviani nella tragedia ungherese era chiaro per me. Gli sforzi di Krusciov e Tito, per liquidare quanto di sano c’era in Ungheria, concordavano ed è per questo che essi coordinarono le loro azioni. Dopo la visita di Krusciov a Belgrado, i loro attacchi miravano a riabilitare i cospiratori titisti,… La direzione del partito ungherese, con a capo Rakosi e Gerö, aveva anche forse commesso degli errori di ordine economico, ma non furono questi errori a provocare la controrivoluzione. Principale errore di Rakosi e dei suoi compagni è stato quello di non aver saputo resistere con fermezza, di aver ceduto alle pressioni di nemici esterni ed interni. Essi non mobilitarono il partito, il popolo, la classe operaia per soffocare in embrione i tentativi della reazione, ma le fecero delle concessioni, riabilitarono nemici come Raik ed altri, lasciarono che la situazione precipitasse fino allo scoppio della controrivoluzione» (pp.272-3)

Le memorie di Hoxha continuano, ricordando il colloquio avuto con Suslov nell’agosto 1956:

«Da quest’incontro avemmo l’impressione che i sovietici, dopo aver definitivamente condannato Rakosi, erano allarmati e in preda alla paura a causa della situazione in Ungheria, perché non sapevano che partito prendere e cercavano quindi una soluzione per prevenire la burrasca. Si erano sicuramente impagnati in trattative con Tito per una soluzione comune… E così avvenne» (pag.282)

«Era chiaro che egli [Nagy] era un agente di Tito e della reazione mondiale. Egli godeva anche dell’appoggio di Krusciov, al quale sfuggì di mano perché voleva andare ed effettivamente andò più lontano» (pag. 295)

Quanto è diversa l’analisi che fa un coerente marxista-leninista che ha vissuto in prima persona quelle tristi pagine! Quanto è coerente e convincente il suo racconto al confronto delle molte incongruenze della ricostruzione di Losurdo! Il quale continua:

«E come dopo la prima guerra mondiale, i sentimenti nazionali dell’Ungheria vengono umiliati (e successivamente il governo di Bela Kun viene rovesciato) in nome del cordone sanitario antisovietico, così ora questi medesimi sentimenti nazionali vengono brutalmente calpestati in nome del controcordone sanitario di cui l’URSS avverte il bisogno contro la Germania e la NATO.

La parabola del comunismo ungherese è la parabola del movimento comunista internazionale. Un paradosso ovvero una contraddizione di fondo attraversa la sua storia. La sua formazione e il suo sviluppo non si possono comprendere senza la presa di coscienza dell’«enorme importanza della questione nazionale» (Lenin, 1955, vol. XXI, p. 90).»

In realtà i sentimenti nazionali nella vicenda ungherese non c’entrano proprio nulla e tentare di accostare la Rivoluzione dei Consigli del 1919 di Bela Kun con la controrivoluzione ordita dai titoisti e dalla reazione americana è davvero troppo. Non manca il solito tentativo di mettere il pensiero di Lenin contro l’opera di Stalin

«… si pensi anche alla “grande guerra patriottica” contro l’esercito hitleriano … la quale consente a Stalin di ricucire, almeno per qualche tempo, gli strappi e le lacerazioni provocati dalla politica di terrore da lui sviluppata anche nei confronti delle minoranze nazionali.»

Vorremmo sapere a cosa si riferisce Losurdo, aldilà della solita propaganda borghese.

«Epperò, la questione nazionale, che emerge in modo così drammatico nella rivolta ungherese, svolge un ruolo decisivo nella dissoluzione del “campo socialista” e della stessa Unione Sovietica. Diamo uno sguardo ai momenti più gravi di crisi e di discredito del “socialismo reale”: 1948 (rottura dell’URSS con la Jugoslavia); 1956 (invasione dell’Ungheria); 1968 (invasione della Cecoslovacchia); 1981 (legge marziale in Polonia per prevenire un possibile intervento «fraterno» dell’URSS e tenere a freno un movimento di opposizione che trova largo seguito anche facendo appello all’identità nazionale conculcata dal Grande fratello). Queste crisi hanno in comune la centralità della questione nazionale.»

Non vi è uno straccio di prova di quello che si dice. Mettere insieme avvenimenti successi prima e dopo il 1956 è completamente fuorviante. La contesa con Tito non è stata fatta assolutamente su problemi “nazionali” ma squisitamente ideologici. Stalin non ha mai cercato di intaccare l’unità nazionale della Jugoslavia e l’Albania ha sempre rifuggito dal mettere in mezzo problemi territoriali nella sua polemica con la Jugoslavia. Dell’Ungheria abbiamo visto le trame imperialiste e i tentennamenti dei kruscioviani, che si sono trovati presi in contropiede nella loro opera di smantellamento del sistema socialista e di adesione alle controriforme titoiste. Anche in Cecoslovacchia, su cui occorrerebbero ulteriori approfondimenti, possiamo dire che il tema nazionale era del tutto assente. Mentre certamente in Polonia fu più forte il fattore “religioso” che si impadronì dei temi nazionalisti più reazionari.

A questo punto Losurdo comincia una serie di citazioni sempre più contraddittorie di Togliatti e Tito, fino all’assurdo di citare un articolo del Quotidiano del Popolo (in cui i dirigenti cinesi si preoccupano di mettere in guardia contro «la tendenza allo sciovinismo da grande nazione») del 1971, in piena rottura con l’URSS di Brezniev, come se avesse un’attinenza coi fatti ungheresi. In realtà il PCC appoggiò l’intervento sovietico in Ungheria, e è sempre stato nettamente anti-titoista, almeno durante gli anni ’60, contrastando le cosiddette “vie nazionali” togliattiane. Anche la citazione successiva di Mao Tzetung è completamente priva di ogni riferibilità ai fatti ungheresi.

Ci siano consentite delle riflessioni personali sulla politica internazionale dell’URSS nel periodo in cui Stalin era ancora vivo e la dirigeva.

  1. Stalin non ha mai fatto della ragion di Stato sovietica una politica in contrasto con gli interessi del proletariato mondiale.
  2. L’URSS è stato l’unico paese che ha ufficialmente e fattivamente aiutato la Repubblica spagnola coi mezzi che in quel momento si poteva permettere, anche considerando le distanze, mentre gli stati “democratici” hanno assistito passivamente alla sua distruzione.
  3. Sui rapporti con i paesi vicini.
    1. L’infelice guerra con la Finlandia fu provocata dalla necessità di occupare piccolissime isole del golfo di Leningrado che rendevano altrimenti indifendibile la base navale.

b.  Anche l’occupazione delle tre repubbliche baltiche fu dettata da ragioni militari.

  1. Il patto Ribentropp-Molotov fu un mero patto di non aggressione militare e avvenne ben dopo che col patto di Monaco le “Grandi Potenze” abbandonarono la Cecoslovacchia al suo carnefice nazista. L’URSS aveva più e più volte proposto al governo polacco di schierarsi insieme sui confini occidentali per contrastare l’assalto tedesco. L’Armata Rossa non entrò nei confini polacchi (riprendendosi tra l’altro territori che gli erano stati rubati solo vent’anni prima) prima che l’esercito polacco si fu completamente disfatto, salvando così in tal modo migliaia e migliaia di militari dai campi di concentramento tedeschi. (L’episodio di Katyn dello sterminio di ufficiali polacchi internati era stato completamente risolto dalla Croce Rossa internazionale subito dopo la fine della guerra con prove schiaccianti riguardanti i resti, i vestiti e i proiettili usati per l’eccidio, attribuendone interamente la responsabilità ai tedeschi. Solo recentemente l’ultimo dei capi del KGB, Putin, ha avuto l’impudenza di abbracciare l’abominevole versione antisovietica, così come anche ha fatto il Losurdo nel suo già citato libro STALIN.)

d.  Quanto al discusso ritardo nella liberazione di Varsavia ad opera dell’Armata Rossa, avvenuta dopo che i tedeschi ebbero il tempo di distruggere completamente la resistenza e radere al suolo la città, in realtà Stalin, dopo che i sovietici avevano effettuato un’avanzata di centinaia di chilometri e avevano la necessità di rafforzare il nuovo fronte, aveva chiesto invano di ritardare l’insurrezione. Furono i capi borghesi polacchi, che desideravano a tutti i costi evitare di unirsi alla resistenza rossa e non dover nulla all’URSS, che fecero precipitare gli eventi e portarono al disastro. Comunque le poche settimane perse davanti a Varsavia contro la quasi totalità della macchina nazista è nulla rispetto ai due anni persi dagli Alleati in Italia contro 200mila tedeschi.

  1. Veniamo alla dottrina Monroe e alla “spartizione” di Yalta.
    1. Anche dopo la guerra mai la politica di stato sovietica interferì col movimento comunista piegandolo ai propri interessi, ma anzi fu di massimo sostegno a esso.

b.  I territori che l’URSS si riprese dalla Polonia, vent’anni dopo la fine della I Guerra Mondiale, prevalentemente agricoli e popolati da contadini russofoni, furono ricompensati più che abbondantemente da territori tedeschi di grandissimo pregio industriale e culturale, come la Slesia e Danzica.

  1. Le repubbliche baltiche che furono annesse dopo elezioni regolari (almeno quanto quelle che si svolsero in Italia) non furono mai “russificate”, ma mantennero le loro lingua, così come tutte le Repubbliche sovietiche, grandi e piccole. Si veda al proposito gli scritti di Stalin sulla lingua, in cui egli contesta le tesi positivistiche di alcuni intellettuali che vedono nella lingua una sovrastruttura culturale, che può essere superata. Stalin invece correttamente annette alla lingua e alle tradizioni popolari una grande importanza, come testimonia il grande lavoro di recupero anche di lingue fin allora oppresse dallo zarismo.

d.  Dopo che buona parte della Boemia fu liberata dagli Americani, dal 1945 al 1949 in Cecoslovacchia vi fu un governo di coalizione in cui i comunisti erano in minoranza. Fu questo governo che decretò  l’espulsione dei Sudeti, cechi di lingua tedesca, che avevano favorito l’ingresso del III Reich nel 1938.

  1. Lo stesso si può dire per l’Ungheria e tutti gli altri paesi che l’Armata Rossa aveva liberato e che poi avevano scelto governi a guida comunista o governi di coalizioni in cui i comunisti svolgevano un ruolo predominante.
  2. Desideriamo concentrare l’attenzione su alcune eccezioni che però rivelano il vero quadro che smentisce la teoria delle “sfere di influenza”.
    1. Austria. Vienna fu liberata dall’Armata Rossa e sulle prime si realizzò una spartizione tra le potenze vincitrici come avvenne per Berlino. In Austria non si ebbero le condizioni affinché i comunisti andassero al governo, nonostante l’URSS avesse potuto forzare la mano, imponendo un governo favorevole. Pertanto l’Austria rimase fuori dalla sfera economica sovietica, col solo impegno di non entrare nella NATO e in altre alleanze politico-militari.

b.  Grecia. La Grecia faceva parte invece della sfera di influenza occidentale. In essa si svolse una guerra civile sanguinosissima, che i comunisti (tra quelli di più stretta osservanza filosovietica) persero. Se Stalin avesse voluto accettare in modo irreversibile i risultati di Yalta, questa guerra non ci sarebbe mai stata.

  1. Cina. Corea. Vietnam. Sono teatri dei maggiori e più sanguinosi scontri tra l’imperialismo e popoli che si sono ribellati al suo dominio dopo Yalta, sfidando persino l’olocausto nucleare. Senza l’appoggio sovietico o, peggio ancora, contro il volere del “Grande Fratello” queste rivoluzioni si sarebbero attuate? Il dissidio col Partito comunista cinese che si aprì nel 1961 avvenne a parti completamente rovesciate rispetto alla ricostruzione di Losurdo. Infatti i cinesi (e gli albanesi fin dal 1960) contestavano alla dirigenza neo-revisionista sovietica il voler comportarsi da “Grande Fratello” per imporre la dissoluzione dell’unità ideologica del campo socialista e far seguire a tutti le strade nazionali inaugurate da Tito e propugnate in primis da Togliatti, di abbandonare la contrapposizione all’imperialismo per abbracciare la “coesistenza pacifica” e fare del COMECON un’area integrata economicamente che negava l’indipendenza delle varie nazioni sottomettendole ai disegni strategici dell’ URSS. Si veda in questo il racconto ancora una volta illuminante che fa Enver Hoxha nel suo I Kruscioviani dei rapporti paritari che l’Albania strinse da subito con l’URSS di Stalin e invece l’integrazione subordinata economico-militare che Krusciov voleva imporre e a cui i comunisti albanesi si ribellarono.

d.  Movimenti di liberazione africani. Il contributo dell’URSS è inestimabile e limpido.

    e. Cuba. Qui la storia non farebbe altro che evidenziare le contraddizioni della dirigenza       revisionista di Krusciov, e non certo dell’URSS nel suo complesso.

In conclusione.

Lo scritto di Losurdo del 1996 vuole dimostrare una tesi che non sta in piedi in primis dal punto di vista storico e, per noi comunisti, neanche politico.

Losurdo non vede la cesura che c’è stata a causa del XX Congresso del PCUS e quindi confonde fatti e politiche, che invece a nostro avviso hanno segno diametralmente opposto.

Ci chiediamo come mai l’Associazione MarxXXI non abbia trovato di meglio che ripubblicare questo vecchio articolo per rispondere alle rinnovate infamie che periodicamente si abbattono sulla storia dei comunisti.

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