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Stato e Rivoluzione

La dottrina marxista dello Stato e i compiti del proletariato nella rivoluzione

Prefazione alla prima edizione

Il problema dello Stato assume ai nostri giorni una particolare importanza, sia dal punto di vista teorico che dal punto di vista politico pratico. La guerra imperialista ha accelerato e acutizzato a un grado estremo il processo di trasformazione del capitalismo monopolistico in capitalismo monopolistico di Stato. L’oppressione mostruosa delle masse lavoratrici da parte dello stato, il quale si fonde sempre più strettamente con le onnipotenti associazioni dei capitalisti, acquista proporzioni sempre più mostruose. I paesi più avanzati si trasformano – ci riferiamo alle loro “retrovie” – in case di pena militari per gli operai.

Gli inauditi orrori e flagelli di una guerra di cui non si vede la fine, rendono insostenibile la situazione delle masse, aumentano la loro indignazione. La rivoluzione proletaria internazionale matura in modo visibile, e il problema del suo atteggiamento verso lo Stato assume un significato pratico.

Gli elementi di opportunismo che si son venuti accumulando nel corso di decenni di sviluppo relativamente pacifico, hanno fatto sorgere la corrente socialsciovinista che domina nei partiti socialisti ufficiali di tutto il mondo. Questa corrente (Plekhanov, Potresov, Bresckovskaia, Rubanovic, e, in forma appena velata, i signori Tsereteli, Cernov e consorti in Russia; Scheidemann, Legien, David e altri in Germania; Renaudel, Guesde, Vandervelde in Francia e nel Belgio; Hyndman e i fabiani in Inghilterra, ecc.), – che è socialismo a parole e sciovinismo nei fatti – si distingue per l’adattamento piatto, servile dei “capi” del “socialismo” agli interessi non solo della “propria” borghesia nazionale, ma precisamente del “proprio” Stato, giacchè da lungo tempo la maggior parte delle cosiddette grandi potenze sfruttano e asserviscono numerosi popoli piccoli e deboli. Orbene, la guerra imperialista è appunto una guerra per la spartizione e la ridistribuzione di un simile bottino. La lotta per sottrarre le masse lavoratrici all’influenza della borghesia in generale, e in particolare della borghesia imperialista, è impossibile senza una lotta contro i pregiudizi opportunistici sullo “Stato”.

Esamineremo innanzitutto la dottrina di Marx e di Engels sullo Stato, soffermandoci più a lungo sugli aspetti di questa dottrina che sono stati dimenticati o travisati dall’opportunismo. Studieremo poi in special modo il più autorevole rappresentante di queste deformazioni, Karl Kautsky, il capo più noto di quella Seconda Internazionale (1889-1914) così miseramente fallita nel corso della guerra attuale. Trarremo infine i principali insegnamenti dall’esperienza delle rivoluzioni russe, del 1905 e soprattutto del 1917. Quest’ultima, a quanto pare, volge in questo momento (principio d’agosto 1917) al termine della sua prima fase di sviluppo; ma tutta questa rivoluzione non può essere concepita se non come un anello della catena delle rivoluzioni proletarie socialiste provocate dalla guerra imperialista. La questione dell’atteggiamento della rivoluzione socialista del proletariato nei confronti dello Stato acquista quindi un significato non solamente politico pratico, ma assume anche un carattere di scottante attualità, perchè si tratta di far comprendere alle masse che cosa dovranno fare per liberarsi, in un avvenire prossimo, dal giogo del capitale.

Agosto 1917
L’Autore

Poscritto alla prima edizione

Il presente opuscolo fu scritto nell’agosto-settembre 1917. Avevo già preparato il piano di un VII capitolo: “L’esperienza delle rivoluzioni russe del 1905 e del 1917”, ma all’infuori del titolo non ho avuto tempo di scriverne una sola riga; ne fui “impedito” dalla crisi politica, vigilia della Rivoluzione d’Ottobre 1917. Non c’è che da rallegrarsi di un tale “impedimento”. Ma la seconda parte di questo opuscolo (“L’esperienza delle rivoluzioni russe del 1905 e del 1917”) dovrà certamente essere rinviata a molto più tardi; è più piacevole e più utile fare “l’esperienza di una rivoluzione” che non scrivere su di essa.

Prefazione alla seconda edizione

Questa seconda edizione è quasi perfettamente conforme alla prima. E’ stata fatta una sola aggiunta: il 3º paragrafo del II capitolo.

Stato e Rivoluzione

I. La società classista e lo Stato

1. Lo Stato, prodotto dell’antagonismo inconciliabile tra le classi

Accade oggi alla dottrina di Marx quel che è spesso accaduto nella storia alle dottrine dei pensatori rivoluzionari e dei capi delle classi oppresse in lotta per la loro liberazione. Le classi dominanti hanno sempre ricompensato i grandi rivoluzionari, durante la loro vita, con incessanti persecuzioni; la loro dottrina è stata sempre accolta con il più selvaggio furore, con l’odio più accanito e con le più impudenti campagne di menzogne e di diffamazioni. Ma, dopo morti, si cerca di trasformarli in icone inoffensive, di canonizzarli, per così dire, di cingere di una certa aureola di gloria il loro nome, a “consolazione” e mistificazione delle classi oppresse, mentre si svuota del contenuto la loro dottrina rivoluzionaria, se ne smussa la punta, la si avvilisce. La borghesia e gli opportunisti in seno al movimento operaio si accordano oggi per sottoporre il marxismo a un tale “trattamento”. Si dimentica, si respinge, si snatura il lato rivoluzionario della dottrina, la sua anima rivoluzionaria. Si mette in primo piano e si esalta ciò che è o pare accettabile alla borghesia. Tutti i socialsciovinisti – non ridete! – sono oggi “marxisti”. E gli scienziati borghesi tedeschi sino a ieri specializzati nello sterminio del marxismo, parlano sempre più spesso di un Marx “nazionaltedesco” che avrebbe educato i sindacati operai, così magnificamente organizzati per condurre una guerra di rapina!

Così stando le cose, e dato che le deformazioni del marxismo si sono diffuse in modo inaudito, compito nostro è, innanzi tutto, ristabilire la vera dottrina di Marx sullo Stato. Dovremo a tal fine fare lunghe citazioni dalle opere stesse di Marx e di Engels. Naturalmente queste lunghe citazioni renderanno più pesante l’ esposizione e non contribuiranno affatto a renderla popolare. Ma è assolutamente impossibile farne a meno. Tutti i passi, o almeno tutti i passi fondamentali di Marx e di Engels sullo Stato, debbono essere riportati in maniera quanto più è possibile completa, perchè il lettore possa farsi un’idea personale dell’insieme delle concezioni dei fondatori del socialismo scientifico, dello sviluppo di queste concezioni e anche per dimostrare, con le prove alla mano, in modo evidente, che il “kautskismo” attualmente dominante le ha snaturate.

Cominciamo con l’opera più diffusa di F. Engels, L’origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato, pubblicata già nella sesta edizione a Stoccarda nel 1894. Dobbiamo tradurre dall’originale tedesco perchè le traduzioni russe, per quanto numerose, sono nella maggior parte incomplete o molto difettose.

“Lo Stato dunque – dice Engels, arrivando alle conclusioni della sua analisi storica – non è affatto una potenza imposta alla società dall’esterno e nemmeno “la realtà dell’idea etica”, “l’immagine e la realtà della ragione”, come afferma Hegel. Esso è piuttosto un prodotto della società giunta a un determinato stadio di sviluppo, è la confessione che questa società si è avvolta in una contraddizione insolubile con se stessa, che si è scissa in antagonismi inconciliabili che è impotente a eliminare. Ma perché questi antagonismi, queste classi con interessi economici in conflitto, non distruggano se stessi e la società in una sterile lotta, sorge la necessità di una potenza che sia in apparenza al di sopra della società, che attenui il conflitto, lo mantenga nei limiti dell'”ordine”; e questa potenza che emana dalla società, ma che si pone al di sopra di essa e che si estranea sempre più da essa, è lo Stato” [1] (pp. 177-178, sesta edizione tedesca).

Qui è espressa, in modo perfettamente chiaro, l’idea fondamentale del marxismo sulla funzione storica e sul significato dello Stato. Lo Stato è il prodotto e la manifestazione degli antagonismi inconciliabili tra le classi. Lo Stato appare là, nel momento e in quanto, dove, quando e nella misura in cui gli antagonismi di classe non possono essere oggettivamente conciliati. E, per converso, l’esistenza dello Stato prova che gli antagonismi di classe sono inconciliabili.

E’ precisamente su questo punto di capitale e fondamentale importanza che comincia la deformazione deI marxismo, deformazione che segue due linee principali.

Da un lato gli ideologi borghesi, e soprattutto piccolo-borghesi, costretti a riconoscere, sotto la pressione di fatti storici incontestabili, che lo Stato esiste soltanto dove esistono antagonismi di classe e la lotta di classe, “correggono” Marx in modo tale che lo Stato appare come l’organo della conciliazione delle classi. Per Marx, se la conciliazione delle classi fosse possibile, lo Stato non avrebbe potuto né sorgere né continuare ad esistere. Secondo i professori e pubblicisti piccolo-borghesi e filistei – che molto spesso si riferiscono con compiacimento a Marx – è proprio lo Stato a conciliare le classi. Per Marx lo Stato è l’organo del dominio di classe, un organo di oppressione di una classe da parte di un’altra; è la creazione di un “ordine” che legalizza e consolida questa oppressione, moderando il conflitto fra le classi. Per gli uomini politici piccolo-borghesi l’ordine è precisamente la conciliazione delle classi e non l’oppressione di una classe da parte di un’altra; attenuare il conflitto vuol dire per essi conciliare e non già privare le classi oppresse di determinati strumenti e mezzi di lotta per rovesciare gli oppressori.

Così nella rivoluzione del 1917, quando la questione del significato e della funzione dello Stato si pose in tutta la sua ampiezza, si pose praticamente come un problema di azione immediata, e, per di più, di azione di massa, tutti i socialisti-rivoluzionari e i menscevichi caddero subito e pienamente nella teoria piccolo-borghese della “conciliazione” delle classi “per opera dello Stato”. Innumerevoli risoluzioni e articoli di uomini politici di quei due partiti sono profondamente impregnati di questa teoria piccolo-borghese e filistea della “conciliazione”. Che lo Stato sia l’organo di dominio di una classe determinata, che non può essere conciliata col suo antipode (la classe che è al polo opposto), la democrazia piccolo-borghese non sarà mai in grado di capirlo. L’atteggiamento dei nostri socialistirivoluzionari e dei nostri menscevichi verso lo Stato è una delle prove più evidenti che essi non sono affatto dei socialisti (ciò che noi, bolscevichi, abbiamo sempre dimostrato), ma dei democratici piccolo-borghesi che usano una fraseologia quasi socialista.

D’altra parte, la deformazione “kautskiana” del marxismo è molto più sottile. “Teoricamente” non si contesta che lo Stato sia l’organo del dominio di classe, né che gli antagonismi di classe siano inconciliabili. Ma si trascura o attenua quanto segue: se lo Stato è un prodotto dell’inconciliabilità degli antagonismi di classe, se esso è una forza che sta al di sopra della società e che “si estranea sempre più dalla società”, è evidente che la liberazione della classe oppressa è impossibile non soltanto senza una rivoluzione violenta, ma anche senza la distruzione dell’apparato del potere statale che è stato creato dalla classe dominante e nel quale questa “estraneazione” si è materializzata. Questa conclusione, teoricamente di per sé chiara, è stata tratta da Marx con perfetta precisione, come vedremo più tardi, dall’ analisi storica concreta dei compiti della rivoluzione. Kautsky ha… “dimenticato” e travisato appunto questa conclusione, come dimostreremo particolareggiatamente nel seguito della nostra esposizione.

2. Distaccamenti speciali di uomini armati, prigioni, ecc.

“…Nei confronti dell’antica organizzazione gentilizia [della tribù o del clan] – continua Engels – il primo segno distintivo dello Stato è la divisione dei cittadini…”

Questa divisione a noi sembra “naturale”, ma essa richiese una lunga lotta con l’antica organizzazione per clan o per stirpi.

“…Il secondo punto è l’istituzione di una forza pubblica che non coincide più direttamente con la popolazione che organizza se stessa come potere armato. Questa forza pubblica particolare è necessaria perchè un’organizzazione armata autonoma della popolazione è divenuta impossibile dopo la divisione in classi… Questa forza pubblica esiste in ogni Stato e non consta semplicemente di uomini armati, ma anche di appendici reali, prigioni e istituti di pena di ogni genere, di cui nulla sapeva la società gentilizia… “. [2]

Engels sviluppa la nozione di questa “forza”, chiamata Stato, forza che è sorta dalla società ma che si pone al di sopra di essa e se ne estranea sempre più. In che consiste principalmente questa forza? Essa consiste anzitutto in distaccamenti speciali di uomini armati che dispongono di prigioni, ecc.

Abbiamo il diritto di parlare di distaccamenti speciali di uomini armati, perchè il potere pubblico proprio di ogni Stato “non coincide più direttamente” con la popolazione armata, con la sua “organizzazione armata autonoma”.

Come tutti i grandi pensatori rivoluzionari, Engels si sforza di attirare l’attenzione dei lavoratori coscienti su ciò che il filisteismo dominante considera come meno degno d’attenzione, come più usuale, come cosa consacrata da pregiudizi non solo tenaci, ma, si potrebbe dire, fossilizzati. L’esercito permanente e la polizia sono i principali strumenti di forza del potere statale. Ma potrebbe forse essere altrimenti?

Per la gran maggioranza degli europei della fine del secolo decimonono, a cui Engels si rivolgeva, e che non avevano vissuto né osservato da vicino nessuna grande rivoluzione, non poteva essere altrimenti. Essi non comprendevano assolutamente che cosa fosse questa “organizzazione armata autonoma della popolazione”. Perchè è apparsa la necessità di distaccamenti speciali di uomini armati (polizia, esercito permanente), posti al di sopra della società e che si estraneano da essa? A tale domanda i filistei dell’Europa occidentale o della Russia sono inclini a rispondere con una copia di frasi prese in prestito da Spencer o da Mikhailovski e tirano in ballo la crescente complessità della vita sociale, la differenziazione delle funzioni, ecc.

Questi argomenti sembrano “scientifici” ed assopiscono meravigliosamente il buon pubblico, velando la cosa principale, essenziale: la scissione della società in classi inconciliabilmente nemiche.

Se non ci fosse questa scissione, “l’organizzazione armata autonoma della popolazione” differirebbe per la sua complessità, per la sua tecnica progredita, ecc. dall’organizzazione primitiva d’un branco di scimmie armate di bastoni, o da quella di uomini primitivi o associati in clan, ma tuttavia sarebbe possibile.

Essa è impossibile perchè la società civile è divisa in classi ostili, e per di più inconciliabilmente ostili, il cui armamento “autonomo” determinerebbe una lotta armata fra di esse. Lo Stato si forma; si crea una forza distinta, si creano distaccamenti speciali di uomini armati; e ogni rivoluzione, distruggendo l’apparato statale, ci dimostra con tutta evidenza come la classe dominante si sforza di ricostruire distaccamenti speciali di uomini armati che la servano, e come la classe oppressa si sforza di creare una nuova organizzazione dello stesso genere, capace di servire non più gli sfruttatori, ma gli sfruttati.

Nel passo citato, Engels pone teoricamente lo stesso problema che ogni grande rivoluzione pone praticamente davanti a noi con evidenza, e, inoltre, nell’ampiezza di una azione di massa, e precisamente: il problema del rapporto tra i distaccamenti “speciali” di uomini armati e l’ “organizzazione armata autonoma della popolazione”. Vedremo come questo problema è concretamente illustrato dalla esperienza delle rivoluzioni europee e russe.

Ma torniamo all’ esposizione di Engels.

Egli mostra che talvolta, per esempio in certe regioni dell’America del Nord, il potere pubblico è debole (si tratta di un’eccezione assai rara nella società capitalistica e delle regioni dell’ America del Nord in cui, nel periodo preimperialistico, predominava il colono libero), ma che, in generale, esso va rafforzandosi:

[ La forza pubblica] “…si rafforza nella misura in cui gli antagonismi di classe all’interno dello Stato si acuiscono e gli Stati tra loro confinanti diventano più grandi e popolosi. Basta guardare la nostra Europa di oggi, in cui la lotta di classe e la concorrenza nelle conquiste ha portato il potere pubblico a un’altezza da cui minaccia di inghiottire l’intera società e perfino lo Stato”.[ [3]]

Queste righe furono scritte poco dopo il 1890, non più tardi. L’ultima prefazione di Engels ha la data del 16 giugno 1891. L’evoluzione verso l’imperialismo – sia nel senso del dominio assoluto dei trust che dell’onnipotenza delle grandi banche e della politica coloniale in grande, ecc. – era in quel tempo appena ai primi albori in Francia; ed ancora più debole era in America e in Germania. Da allora la “concorrenza nelle conquiste” ha fatto passi da gigante, tanto più che il globo terrestre si era trovato all’inizio del decennio 1910-1920 definitivamente spartito fra questi “concorrenti nelle conquiste”, cioè fra le grandi potenze predatrici. Da allora gli armamenti di terra e di mare si sono accresciuti in proporzioni incredibili, e la guerra di rapina del 1914-1917, per il dominio sul mondo dell’Inghilterra o della Germania e per una ripartizione del bottino, ha avvicinato a una catastrofe completa il processo grazie al quale un potere statale vorace “minaccia di inghiottire” tutte le forze della società.

Sin dal 1891 Engels aveva saputo denunciare la “concorrenza nelle Conquiste” come una delle più importanti caratteristiche della politica estera delle grandi potenze, mentre i mascalzoni del socialsciovinismo, nel 1914-1917, quando appunto questa rivalità, diventata ancora più acuta, ha generato la guerra imperialista, coprono la loro difesa degli interessi predatori della “loro” borghesia con frasi sulla “difesa della patria”, sulla “difesa della repubblica e della rivoluzione”, ecc.!

3. Lo Stato, strumento di sfruttamento della classe oppressa

Per mantenere un potere pubblico speciale, posto al di sopra della società, sono necessarie delle imposte e un debito pubblico.

“…In possesso della forza pubblica e del diritto di riscuotere imposte, – scrive Engels – i funzionari appaiono ora come organi della società al di sopra della società. La libera, volontaria stima che veniva tributata agli organi della costituzione gentilizia non basta loro, anche se potessero riscuoterla.” Si fanno leggi speciali sulla santità e sull’inviolabilità dei funzionari. Il “più misero poliziotto” ha più “autorità” degli organi della società gentilizia, ma persino …il capo dell’esercito di un paese civile potrebbe invidiare al capo gentilizio la stima spontanea e incontestata che gli viene tributata” [4]

Si pone qui la questione dei privilegi dei funzionari quali organi del potere statale. Il punto essenziale è questo: che cosa li pone al di sopra della società? Vedremo come questa questione teorica sia stata risolta in pratica dalla Comune di Parigi nel 1871 e come sia stata messa in ombra in modo reazionario da Kautsky nel 1912.

“…Lo Stato, poiché è nato dal bisogno di tenere a freno gli antagonismi di classe, ma contemporaneamente è nato in mezzo al conflitto di queste classi, è, per regola, lo Stato della classe più potente, economicamente dominante che, per mezzo suo, diventa anche politicamente dominante e così acquista un nuovo strumento per tenere sottomessa e per sfruttare la classe oppressa”…Non solo lo Stato antico e lo Stato feudale erano organi deIlo sfruttamento degli schiavi e dei servi, ma anche “lo Stato rappresentativo moderno è lo strumento per lo sfruttamento del lavoro salariato da parte del capitale. Eccezionalmente tuttavia, vi sono dei periodi in cui le classi in lotta hanno forze pressoché eguali, cosicchè il potere statale, in qualità di apparente mediatore, momentaneamente acquista una certa autonomia di fronte ad entrambe”. Così la monarchia assoluta dei secoli decimosettimo e decimottavo, il bonapartismo del primo e del secondo Impero in Francia, Bismarck in Germania.

Così aggiungiamo noi, il governo di Kerenski nella Russia repubblicana, dopo ch’esso è passato alle persecuzioni contro il proletariato rivoluzionario nel momento in cui i Soviet sono già impotenti per causa dei loro dirigenti piccolo-borghesi, e la borghesia non è ancora abbastanza forte per scioglierli senz’altro.

Nella repubblica democratica – continua Engels – “la ricchezza esercita il suo potere indirettamente, ma in maniera tanto più sicura”, in primo luogo con la “corruzione diretta dei funzionari” (America), in secondo luogo con “l’alleanza tra governo e Borsa” (Francia e America). [5]

Nel momento attuale, l’imperialismo e il dominio delle banche “hanno sviluppato” sino a farne un’arte raffinata, in qualsiasi repubblica democratica, questi due metodi di difesa e di realizzazione dell’onnipotenza della ricchezza. Se, per esempio, fin dai primi mesi della repubblica democratica in Russia, durante, per così dire, la luna di miele del connubio dei “socialisti” – socialisti-rivoluzionari e menscevichi – con la borghesia nel governo di coalizione, il signor Palcinski [6] ha sabotato tutti i provvedimenti tendenti a frenare i capitalisti e la loro speculazione, il saccheggio da parte loro dell’erario mediante le forniture militari; se in seguito il signor Palcinski, uscito dal ministero (e naturalmente sostituito da una altro Palcinski del suo stesso stampo), è stato “gratificato” dai capitalisti di una piccola sinecura con uno stipendio di centoventimila rubli all’anno, – che cosa è questo? corruzione diretta o indiretta? alleanza del governo con le organizzazioni dei capitalisti o “semplicemente” relazioni di buona amicizia? Quale funzione hanno i Cernov e gli Tsereteli, gli Avksentiev e gli Skobelev? Sono alleati “diretti”, o soltanto indiretti, dei milionari concussionari?

L’onnipotenza della “ricchezza” è, in una repubblica democratica, tanto più sicura in quanto non dipende da un cattivo involucro politico del capitalismo. La repubblica democratica è il migliore involucro politico possibile per il capitalismo; per questo il capitale, dopo essersi impadronito (grazie ai Palcinski, ai Cernov, agli Tsereteli e consorti) di questo involucro – che è il migliore – fonda il suo potere in modo talmente saldo, talmente sicuro, che nessun cambiamento, né di persone, né di istituzioni, né di partiti nell’ambito della repubblica democratica borghese può scuoterlo.

Bisogna ancora rilevare che Engels definisce in modo categorico il suffragio universale come uno strumento di dominio della borghesia. Il suffragio universale, egli dice, tenendo evidentemente conto della lunga esperienza della socialdemocrazia tedesca, è

“la misura della maturità della classe operaia. Più non può né potrà mai essere nello Stato odierno”.

I democratici piccolo-borghesi, sul tipo dei nostri socialistirivoluzionari e dei nostri menscevichi, come i loro fratelli, tutti i socialsciovinisti e opportunisti dell’Europa occidentale, aspettano dal suffragio universale proprio qualche cosa “di più”. Essi condividono e inculcano nel popolo la falsa concezione che il suffragio universale possa “nello Stato odierno” esprimere realmente la volontà della maggioranza dei lavoratori e assicurarne la realizzazione.

Noi possiamo qui soltanto rilevare che questa concezione è falsa e far notare che l’affermazione chiara, precisa e concreta di Engels è ad ogni passo travisata nella propaganda e nell’agitazione dei partiti socialisti “ufficiali” (cioè opportunisti). Dimostreremo in modo particolareggiato quanto sia falsa la concezione che Engels qui respinge, esponendo più avanti le teorie di Marx e di Engels sullo Stato odierno.

Nella sua opera più popolare, Engels dà un riassunto conclusivo delle sue concezioni con le parole seguenti:

“Lo Stato non esiste dunque dall’eternità. Vi sono state società che ne hanno fatto a meno e che non avevano alcuna idea di Stato e di potere statale. In un determinato grado dello sviluppo economico, necessariamente legato alla divisione della società in classi, proprio a causa di questa divisione lo Stato è diventato una necessità. Ci avviciniamo ora, a rapidi passi, ad uno stadio di sviluppo della produzione nel quale la esistenza di queste classi non solo ha cessato di essere una necessità ma diventa un ostacolo effettivo alla produzione. Perciò esse cadranno così ineluttabilmente come sono sorte. Con esse cadrà ineluttabilmente lo Stato. La società, che riorganizza la produzione in base a una libera ed eguale associazione di produttori, relega l’intera macchina statale nel posto che da quel momento le spetta, cioè nel museo delle antichità accanto alla rocca per filare e all’ascia di bronzo”. [7]

Questa citazione non accade di incontrarla spesso nella letteratura di propaganda e di agitazione della socialdemocrazia contemporanea. E quando la si ricorda, lo si fa per lo più come se ci si volesse genuflettere davanti a un’icona, per rendere cioè ufficialmente omaggio a Engels, senza il minimo tentativo di riflettere sull’ampiezza e la profondità della rivoluzione che è presupposta in questo “relegare l’intera macchina statale nel museo delle antichità”. Il più delle volte non si arriva neppure a comprendere ciò che Engels intende per macchina dello Stato.

4. L'”estinzione” dello Stato e la rivoluzione violenta

Le parole di Engels sull'”estinzione” dello Stato godono di una così larga notorietà, sono così spesso citate, mettono così bene in rilievo l’essenza stessa della falsificazione abituale del marxismo acconciato alla maniera opportunista, che è necessario soffermarsi su di esse in modo particolare. Citiamo tutto il passo da cui sono tratte:

Il proletariato si impadronisce del potere dello Stato e anzitutto trasforma i mezzi di produzione in proprietà dello Stato. Ma così sopprime se stesso come proletariato, sopprime ogni differenza di classe e ogni antagonismo di classe e sopprime anche lo Stato come Stato. La società esistita sinora, muoventesi sul piano degli antagonismi di classe, aveva necessità dello Stato, cioè di una organizzazione della classe sfruttatrice in ogni periodo, per conservare le condizioni esterne della sua produzione e quindi specialmente per tener con la forza la classe sfruttata nelle condizioni di oppressione date dal modo vigente di produzione (schiavitù, servitù della gleba, semiservitù feudale, lavoro salariato). Lo Stato era il rappresentante ufficiale di tutta la società, la sua sintesi in un corpo visibile, ma lo era in quanto era lo Stato di quella classe che per il suo tempo rappresentava, essa stessa, tutta quanta la società: nell’antichità era lo Stato dei cittadini padroni di schiavi, nel medioevo lo Stato della nobiltà feudale, nel nostro tempo lo Stato della borghesia. Ma, diventando alla fine effettivamente il rappresentante di tutta la società, si rende, esso stesso, superfluo. Non appena non ci sono più classi sociali da mantenere nell’oppressione, non appena con l’eliminazione del dominio di classe e della lotta per l’esistenza individuale fondata sull’anarchia della produzione sinora esistente, saranno eliminati anche le collisioni e gli eccessi che sorgono da tutto ciò, non ci sarà da reprimere più niente di ciò che rendeva necessaria una forza repressiva particolare, uno Stato. Il primo atto con cui lo Stato si presenta realmente come rappresentante di tutta la società, cioè la presa di possesso di tutti i mezzi di produzione in nome della società, è ad un tempo l’ultimo suo atto indipendente in quanto Stato. L’intervento di una forza statale nei rapporti sociali diventa superfluo successivamente in ogni campo e poi viene meno da se stesso. Al posto del governo sulle persone appare l’amministrazione delle cose e la direzione dei processi produttivi. Lo Stato non viene ” abolito”: esso si estingue. Questo è l’apprezzamento che deve farsi della frase “Stato popolare libero”, tanto quindi per la sua giustificazione temporanea in sede di agitazione, quanto per la sua definitiva insufficienza in sede scientifica; e questo è del pari l’apprezzamento che deve farsi dell’esigenza dei cosiddetti anarchici che lo Stato debba essere abolito dall’oggi al domani” [8] ( Antidühring. [La scienza sovvertita dal signor Eugenio Dühring], pp. 302-303, terza ed. tedesca, 1894).

Si può dire senza timore di sbagliare che di tutto questo ragionamento di Engels, straordinariamente ricco di idee, i partiti socialisti di oggi non hanno veramente acquisito nel loro pensiero che la formula secondo cui, per Marx, lo Stato “si estingue”, in contrapposizione alla dottrina anarchica dell'”abolizione” dello Stato. Amputare in tal modo il marxismo vuol dire ridurlo all’opportunismo, poichè, dopo una tale “interpretazione” non rimane che il concetto vago di un cambiamento lento, uguale, graduale, senza sussulti né tempeste, senza rivoluzione. La “estinzione” dello Stato nel concetto corrente, generalmente diffuso, di massa, se così si può dire, è senza dubbio la scomparsa, se non la negazione, della rivoluzione.

Ebbene, questa “interpretazione” è la piu grossolana deformazione del marxismo, utile solo alla borghesia, ed è teoricamente possibile solo se si trascurano i principali elementi e, per esempio, gli argomenti indicati nello stesso ragionamento “conclusivo” di Engels che abbiamo citato per esteso.

Primo. Proprio al principio del suo ragionamento Engels dice che il proletariato, impadronendosi del potere sopprime con ciò “Lo Stato in quanto Stato”. Riflettere sul significato di questa frase è cosa che “non entra nelle abitudini”. Per lo più o si trascura completamente questo pensiero o vi si vede una specie di “debolezza hegeliana” di Engels. In realtà, in queste parole è espressa in forma incisiva l’esperienza di una delle più grandi rivoluzioni proletarie, l’esperienza della Comune di Parigi del 1871, di cui parleremo a lungo più avanti. In realtà, Engels parla qui di “soppressione” dello Stato della borghesia per opera della rivoluzione proletaria, mentre ciò ch’egli dice sull’estinzione dello Stato riguarda i resti dello Stato proletario che sussisteranno dopo la rivoluzione socialista. Lo Stato borghese, secondo Engels, non “si estingue”; esso viene “soppresso” dal proletariato nel corso della rivoluzione. Ciò che si estingue dopo questa rivoluzione, è lo Stato proletario o semi-Stato.

Secondo. Lo Stato è una “forza repressiva particolare”. Questa definizione di Engels, meravigliosa e in sommo grado profonda, è qui enunciata con perfetta chiarezza. E ne deriva che questa “forza repressiva particolare” del proletariato da parte della borghesia, di milioni di lavoratori da parte di un pugno di ricchi, deve essere sostituita da una “forza repressiva particolare” della borghesia da parte del proletariato (dittatura del proletariato). In ciò appunto consiste “la soppressione dello Stato in quanto Stato”. In ciò consiste 1′”atto” della presa di possesso dei mezzi di produzione in nome della società. E’ ovvio che questa sostituzione di una “forza particolare” (quella della borghesia) con un’altra “forza particolare” (quella del proletariato), non può avvenire nella forma di “estinzione”.

Terzo. Questa “estinzione”, o, per parlare con più risalto e più colore, questo “assopimento”, Engels lo riferisce in modo chiaro ed evidente al periodo che segue “la presa di possesso di tutti i mezzi di produzione in nome della società”, cioè al periodo che segue la rivoluzione socialista. E’ noto a tutti noi che la forma politica dello “Stato” in tale momento è la democrazia più completa. Ma a nessuno degli opportunisti che snaturano sfrontatamente il marxismo viene in mente che qui si tratta quindi, in Engels, dell'”assopimento” e dell'”estinzione” della democrazia. A prima vista ciò pare molto strano; ma è “incomprensibile” soltanto per chi non ricordi che anche la democrazia è uno Stato e che anch’essa, quindi, scompare quando scompare lo Stato. Solo la rivoluzione può “sopprimere” lo Stato borghese. Lo Stato in generale, cioè la democrazia più completa, non può che “estinguersi”.

Quarto. Enunciando la sua celebre tesi: “Lo Stato si estingue”, Engels si affretta a precisare che essa è diretta e contro gli opportunisti e contro gli anarchici. Inoltre da Engels è posta in primo piano quella conclusione dalla tesi sull'”estinzione dello Stato” che è diretta contro gli opportunisti.

Si può scommettere che su diecimila persone che hanno letto o hanno sentito parlare dell'”estinzione” dello Stato, novemilanovecentonovanta ignorano assolutamente o hanno dimenticato che Engels dirigeva le conclusioni di questa tesi non soltanto contro gli anarchici. E sulle dieci che restano, ce ne sono certamente nove che non sanno che cosa sia “lo Stato popolare libero”, e perchè mai nell’attacco contro questa parola d’ordine è contenuto un attacco contro gli opportunisti. Così si scrive la storia! Così si altera in sordina la grande dottrina rivoluzionaria accomodandola alla maniera del filisteismo dominante. La conclusione contro gli anarchici è stata mille volte ripetuta, banalizzata, conficcata nel modo più semplicista nei cervelli e ha acquistato la tenacia di un pregiudizio. E la conclusione contro gli opportunisti è stata messa in ombra e “dimenticata “!

Lo “Stato popolare libero” era una rivendicazione programmatica, una parola d’ordine corrente dei socialdemocratici tedeschi degli anni 1870-1880. In questa parola d’ordine non v’è alcun contenuto politico salvo una pomposa enunciazione piccolo-borghese della nozione di democrazia. In quanto essa faceva legalmente allusione alla repubblica democratica, Engels era disposto a “giustificarla” “temporaneamente” dal punto di vista dell’agitazione. Ma questa parola d’ordine era opportunista, non soltanto perchè imbelliva la democrazia borghese, ma anche perchè esprimeva l’incomprensione della critica socialista di ogni Stato in generale. Noi siamo per la repubblica democratica, in quanto essa è, in regime capitalista, la forma migliore di Stato per il proletariato, ma non abbiamo il diritto di dimenticare che la sorte riservata al popolo, anche nella più democratica delle repubbliche borghesi, è la schiavitù salariata. Proseguiamo. Ogni Stato è una “forza repressiva particolare” della classe oppressa. Quindi uno Stato, qualunque esso sia, non è libero e non è popolare. Marx ed Engels l’hanno spiegato cento volte ai loro compagni di partito negli anni 1870-1880.

Quinto. La stessa opera di Engels, in cui si trova il ragionamento sull’estinzione dello Stato che tutti ricordano, contiene anche una considerazione sul significato della rivoluzione violenta. La valutazione storica della sua funzione si trasforma in Engels in un vero panegirico della rivoluzione violenta. Nessuno “se ne ricorda”; nei partiti socialisti contemporanei non usa parlare dell’importanza di questa idea e nemmeno pensarvi; nella propaganda e nell’agitazione quotidiana fra le masse queste idee non trovano nessun posto. Eppure esse sono indissolubilmente legate all’idea dell'”estinzione” dello Stato, con la quale formano un tutto.

Ecco questa considerazione di Engels:

“…che la violenza abbia nella società ancora un’altra funzione [oltre al male che essa produce], una funzione rivoluzionaria, che essa, secondo le parole di Marx, sia la levatrice di ogni vecchia società gravida di una nuova, che essa sia lo strumento con cui si compie il movimento della società, e che infrange forme politiche irrigidite e morte, di tutto questo nel sig. Dühring non si trova neanche una parola. Solo con sospiri e con gemiti egli ammette la possibilità che per abbattere l’economia dello sfruttamento sarà forse necessaria la violenza…purtroppo! Infatti [secondo Dühring] ogni uso di violenza demoralizza colui che la usa. E questo di fronte all’elevato slancio morale e intellettuale che è stato il risultato di ogni rivoluzione vittoriosa! E questo in Germania, dove una violenta collisione, che potrebbe anche essere imposta al popolo, avrebbe almeno il vantaggio di estirpare lo spirito servile che, a causa dell’ avvilimento conseguente alla guerra dei trenta anni, ha permeato la coscienza nazionale. E questa mentalità da predicatore, fiacca, insipida e impotente, ha la pretesa di imporsi al partito più rivoluzionario che la storia conosca?” [9] (p. 193, terza ed. tedesca, fine del 4° capitolo, II parte).

Come unire nella stessa dottrina questo panegirico della rivoluzione violenta, tenacemente presentato da Engels ai socialdemocratici tedeschi dal 1878 al 1894, cioè fino alla sua morte [10], e la teoria dell’ “estinzione” dello Stato?

Di solito li si unisce con un procedimento eclettico, ricorrendo senza criterio e in modo sofistico, arbitrariamente (o per compiacere ai detentori del potere), ora all’uno, ora all’altro di questi ragionamenti, e novantanove volte su cento, se non di più, è precisamente 1′”estinzione” che è messa in primo piano. L’eclettismo è sostituito alla dialettica; nei confronti del marxismo questa è la cosa più consueta, più frequente nella letteratura socialdemocratica ufficiale dei nostri giorni. Questa sostituzione non è certo una novità; si potè osservarla persino nella storia della filosofia greca classica. Nella falsificazione opportunista del marxismo, la falsificazione eclettica della dialettica inganna con più facilità le masse, dà loro una apparente soddisfazione, finge di tener conto di tutti gli aspetti del processo di tutte le tendenze dello sviluppo e di tutte le influenze contraddittorie ecc., ma in realtà non dà alcuna nozione completa e rivoluzionaria del processo di sviluppo della società.

Abbiamo già detto prima, e lo dimostreremo in modo più particolareggiato nel seguito della nostra argomentazione, che la dottrina di Marx e di Engels sulla necessità della rivoluzione violenta si riferisce allo Stato borghese. Questo non può essere sostituito dallo Stato proletario (dittatura del proletariato) per via di “estinzione”; può esserlo unicamente, come regola generale, per mezzo della rivoluzione violenta. Il panegirico con cui Engels esalta la rivoluzione violenta concorda pienamente con le numerose dichiarazioni di Marx (ricordiamo la conclusione della Miseria della filosofia e del Manifesto del Partito comunista che proclama fieramente e categoricamente l’ineluttabilità della rivoluzione violenta; ricordiamo la critica del programma di Gotha nel 1875, circa trent’anni più tardi, dove Marx flagella implacabilmente l’opportunismo di questo programma). Questo panegirico non è per nulla effetto di una “infatuazione”, né una declamazione, né una trovata polemica. La necessità di educare sistematicamente le masse in questa – e precisamente in questa – idea della rivoluzione violenta, è alla base di tutta la dottrina di Marx e di Engels. Il tradimento della loro dottrina perpetrato dalle tendenze socialsciovinista e kautskiana oggi dominanti si esprime con particolare rilievo nell’oblio di questa propaganda, di questa agitazione da parte dell’una e dell’altra.

La sostituzione dello Stato proletario allo Stato borghese non è possibile senza rivoluzione violenta. La soppressione dello Stato proletario, cioè la soppressione di ogni Stato, non è possibile che per via di “estinzione”.

Marx ed Engels svilupparono queste concezioni in modo particolareggiato e concreto, studiando ogni situazione rivoluzionaria particolare, analizzando gli insegnamenti forniti dall’esperienza di ogni rivoluzione. Passiamo a questa parte, – indubbiamente la più importante, – della loro dottrina.

Note

1. F. Engels, L’origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato, Roma, Editori Riuniti, 1963, p. 200

2. Op. cit., pp. 200-201.

3. Op. cit., p. 201.

4. Op. cit., pp. 201-202.

5. Op. cit., pp.202-203.

6. Uomo di fiducia di gruppi industriali e finanziari russi, P. I. Palcinski fece parte per qualche tempo, come vice-ministro all’industria e commercio, del governo provvisorio costituito dopo la rivoluzione di febbraio del 1917.

7. Op cit., pp. 203-204

8. F. Engels, Antidühring, Roma, Edizioni Rinascita, III ediz., 1955, p. 305.

9. Op. cit., p. 202.

10. In realtà Engels morì, come è noto, il 5 agosto 1895 ed è di quell’anno la sua Introduzione alle Lotte di classe in Francia di Marx (trad. it. Roma, Editori Riuniti, 1962) che Lenin, evidentemente di proposito, non cita nè ricorda mai in Stato e rivoluzione. Questo testo infatti era ben presente a Lenin, e ciò risulta dagli appunti del quaderno Il marxismo sullo Stato, dove però si sottolinea più di una volta la ragione per cui questo scritto di Engels non veniva preso in considerazione, date le tendenziose mutilazioni che aveva subito nel corso della sua pubblicazione.

II. Lo Stato e la rivoluzione. L’esperienza del 1848-1851

1. La vigilia della rivoluzione

Le prime opere del marxismo giunto a maturità, la Miseria della filosofia e il Manifesto del Partito comunista, appartengono appunto al periodo che precede immediatamente la rivoluzione del 1848. Grazie a questa circostanza, noi troviamo in esse, in una certa misura, accanto all’esposizione dei princípi generali del marxismo, un riflesso della situazione rivoluzionaria concreta di quel tempo; conviene quindi, io credo, studiare ciò che gli autori di queste opere dicono dello Stato, immediatamente prima di esporre le loro conclusioni sull’esperienza degli anni 1848-1851.

” …La classe lavoratrice scrive Marx nella Miseria della filosofia – sostituirà, nel corso del suo sviluppo, all’antica società civile un’associazione che escluderà le classi e il loro antagonismo, e non vi sarà più potere politico propriamente detto, poiché il potere politico è precisamente il riassunto ufficiale dell’antagonismo [delle classi] nella società civile” [11] (p. 182, ed. tedesca, 1885).

E’ istruttivo mettere a confronto questa esposizione generale dell’idea della scomparsa dello Stato dopo l’abolizione delle classi con l’esposizione fattane nel Manifesto del Partito comunista, scritto da Marx e da Engels alcuni mesi più tardi, cioè nel novembre del 1847.

“…Tratteggiando le fasi più generali dello sviluppo del proletariato, abbiamo seguito la guerra civile più o meno occulta entro la società attuale fino al momento in cui essa esplode in una rivoluzione aperta, e col rovesciamento violento della borghesia il proletariato stabilisce il suo dominio…

“…Abbiamo già visto sopra come il primo passo nella rivoluzione operaia sia l’elevarsi del proletariato a classe dominante, la conquista della democrazia.

“Il proletariato si servirà della sua supremazia politica per strappare alla borghesia, a poco a poco, tutto il capitale, per accentrare tutti gli strumenti di produzione nelle mani dello Stato, vale a dire del proletariato stesso organizzato come classe dominante, e per aumentare, con la massima rapidità possibile, la massa delle forze produttive” [12] (pp. 31 e 37, settima edizione tedesca, 1906).

Vediamo qui formulata una delle più notevoli e importanti idee del marxismo a proposito dello Stato, l’idea della “dittatura del proletariato” ( espressione che Marx ed Engels cominciano ad usare dopo la Comune di Parigi) vi troviamo in seguito una definizione dello Stato del più alto interesse e che fa anch’essa parte delle “parole dimenticate” del marxismo: “lo Stato, vale a dire il proletariato organizzato come classe dominante“.

Questa definizione dello Stato non solo non è mai stata commentata nella letteratura di propaganda e di agitazione che predomina nei partiti socialdemocratici ufficiali. Peggio ancora, essa è stata dimenticata appunto perché è assolutamente inconciliabile col riformismo e perché contrasta in modo irriducibile con i pregiudizi opportunistici abituali e con le illusioni piccolo-borghesi sullo “sviluppo pacifico della democrazia”.

Il proletariato ha bisogno di uno Stato, ripetono tutti gli opportunisti, i socialsciovinisti e i kautskiani, assicurando che questa è la dottrina di Marx, ma “dimenticando” di aggiungere che innanzi tutto il proletariato, secondo Marx, ha bisogno unicamente di uno Stato in via di estinzione, organizzato cioè in modo tale che cominci subito ad estinguersi, e non possa non estinguersi. E, in secondo luogo, che i lavoratori hanno bisogno dello “Stato”, “cioè del proletariato organizzato come classe dominante”.

Lo Stato è un’organizzazione particolare della forza, è l’organizzazione della violenza destinata a reprimere una certa classe. Qual è, dunque, la classe che il proletariato deve reprimere? Evidentemente una sola: la classe degli sfruttatori, vale a dire la borghesia. I lavoratori hanno bisogno dello Stato solo per reprimere la resistenza degli sfruttatori, e solo il proletariato è in grado di dirigere e di attuare questa repressione, perché il proletariato è la sola classe rivoluzionaria fino in fondo, la sola classe capace di unire tutti i lavoratori e tutti gli sfruttati nella lotta contro la borghesia, per soppiantarla completamente.

Le classi sfruttatrici hanno bisogno del dominio politico per il mantenimento dello sfruttamento, vale a dire nell’interesse egoistico di un’infima minoranza contro l’immensa maggioranza del popolo. Le classi sfruttate hanno bisogno del dominio politico per sopprimere completamente ogni sfruttamento, vale a dire nell’interesse dell’immensa maggioranza del popolo, contro l’infima minoranza dei moderni schiavisti: i proprietari fondiari e i capitalisti.

I democratici piccolo-borghesi, questi sedicenti socialisti che hanno sostituito alla lotta delle classi le loro fantasticherie sull’intesa fra le classi, si sono rappresentati anche la trasformazione socialista come una fantasticheria; non come l’abbattimento del dominio della classe sfruttatrice, ma come la sottomissione pacifica della minoranza alla maggioranza, consapevole dei propri compiti. Questa utopia piccolo-borghese, indissolubilmente legata al riconoscimento di uno Stato al di sopra delle classi, praticamente non ha portato ad altro che al tradimento degli interessi delle classi lavoratrici, come è stato provato, per esempio, dalla storia delle rivoluzioni francesi del 1848 e del 1871, come è stato provato dall’esperienza della partecipazione “socialista” ai ministeri borghesi in Inghilterra, in Francia, in Italia e altrove alla fine del secolo decimonono e all’inizio del secolo ventesimo.

Marx lottò tutta la vita contro un tale socialismo piccolo-borghese, risuscitato oggi in Russia dai partiti socialista-rivoluzionario e menscevico. Marx sviluppò la dottrina della lotta di classe in modo coerente, ricavando da essa la dottrina del potere politico, dello Stato.

L’abbattimento del dominio borghese è possibile soltanto ad opera del proletariato, come classe particolare, preparata a questo rovesciamento dalle proprie condizioni economiche di esistenza che gli danno la possibilità e la forza di compierlo. Mentre la borghesia fraziona, disperde la classe contadina e tutti gli strati piccolo-borghesi, essa concentra, raggruppa e organizza il proletariato. Grazie alla sua funzione economica nella grande produzione, solo il proletariato è capace di essere la guida di tutti i lavoratori e di tutte le masse sfruttate, che la borghesia spesso sfrutta, opprime, schiaccia non meno e anche più dei proletari, ma che sono incapaci di lottare indipendentemente per la loro emancipazione.

La dottrina della lotta di classe, applicata da Marx allo Stato e alla rivoluzione socialista, porta necessariamente a riconoscere il dominio politico del proletariato, la sua dittatura, il potere cioè ch’esso non divide con nessuno e che si appoggia direttamente sulla forza armata delle masse. L’abbattimento della borghesia non è realizzabile se non attraverso la trasformazione del proletariato in classe dominante, capace di reprimere la resistenza inevitabile, disperata della borghesia, di organizzare per un nuovo regime economico tutte le masse lavoratrici e sfruttate.

Il potere statale, l’organizzazione centralizzata della forza, l’organizzazione della violenza, sono necessari al proletariato sia per reprimere la resistenza degli sfruttatori, sia per dirigere l’immensa massa della popolazione – contadini, piccola borghesia, semiproletariato – nell’ opera di “avviamento” dell’economia socialista.

Educando il partito operaio, il marxismo educa una avanguardia del proletariato, capace di prendere il potere e di condurre tutto il popolo al socialismo, capace di dirigere e di organizzare il nuovo regime, d’essere il maestro, il dirigente, il capo di tutti i lavoratori, di tutti gli sfruttati, nell’organizzazione della loro vita sociale senza la borghesia e contro la borghesia. L’opportunismo oggi dominante educa invece il partito operaio in modo da farne il rappresentante dei lavoratori meglio retribuiti, che si staccano dalle masse, “si sistemano” abbastanza comodamente nel regime capitalistico e vendono per un piatto di lenticchie il loro diritto di primogenitura, rinunciando cioè alla loro funzione di guida rivoluzionaria del popolo nella lotta contro la borghesia.

“Lo Stato, vale a dire il proletariato organizzato come classe dominante”, – questa teoria di Marx è indissolubilmente legata a tutta la sua dottrina sulla funzione rivoluzionaria del proletariato nella storia. Questa funzione culmina nella dittatura proletaria, nel dominio politico del proletariato.

Ma se il proletariato ha bisogno dello Stato in quanto organizzazione particolare della violenza contro la borghesia, ne scaturisce spontaneamente la conclusione: la creazione di una tale organizzazione è concepibile senza che sia prima annientata, distrutta la macchina dello Stato che la borghesia ha creato per sé? Il Manifesto del Partito comunista conduce direttamente a questa conclusione, ed è di questa conclusione che Marx parla quando fa il bilancio dell’esperienza della rivoluzione del 1848-l851.

2. Il bilancio di una rivoluzione

Sul problema dello Stato che ci interessa, Marx, nella sua opera Il 18 Brumaio di Luigi Bonaparte, fa con questo ragionamento il bilancio dei risultati della rivoluzione del 1848-l851.

“…Ma la rivoluzione va fino al fondo delle cose. Sta ancora attraversando il purgatorio. Lavora con metodo. Fino al 2 dicembre [1851]” (data del colpo di Stato di Luigi Bonaparte) “non ha condotto a termine che la prima metà della sua preparazione; ora sta compiendo l’altra metà. Prima ha elaborato alla perfezione il potere parlamentare, per poterlo rovesciare. Ora che ha raggiunto questo risultato, essa spinge alla perfezione il potere esecutivo, lo riduce alla sua espressione più pura, lo isola, si leva di fronte ad esso come l’unico ostacolo, per concentrare contro di esso tutte le sue forze di distruzione” ( il corsivo è nostro). “E quando la rivoluzione avrà condotto a termine questa seconda metà del suo lavoro preparatorio, l’Europa balzerà dal suo seggio e griderà: Ben scavato, vecchia talpa!

“Questo potere esecutivo, con la sua enorme organizzazione burocratica e militare, col suo meccanismo statale complicato e artificiale, con un esercito di impiegati di mezzo milione accanto a un altro esercito di mezzo milione di soldati, questo spaventoso corpo parassitario che avvolge come un involucro il corpo della società francese e ne ostruisce tutti i pori, si costituì nel periodo della monarchia assoluta, al cadere del sistema feudale, la cui caduta aiutò a rendere più rapida.” La prima rivoluzione francese sviluppò la centraIizzazione, “e in pari tempo dovette sviluppare l’ampiezza, gli attributi e gli strumenti del potere governativo. Napoleone portò alla perfezione questo meccanismo delIo Stato. La monarchia legittima e la monarchia di luglio non vi aggiunsero nulla, eccetto una più grande divisione del lavoro…

” …La repubblica parlamentare, infine, si vide costretta a rafforzare nella sua lotta contro la rivoluzione, assieme alle misure di repressione, gli strumenti e la centralizzazione del potere dello Stato. Tutti i rivolgimenti politici non fecero che perfezionare questa macchina, invece di spezzarla” (il corsivo è nostro). “I partiti che successivamente lottarono per il potere considerarono il possesso di questo enorme edificio dello Stato come il bottino principale del vincitore” (Il 18 Brumaio di Luigi Bonaparte, [13] pp. 98-99, quarta ed. tedesca, Amburgo, 1907).

In questo ammirevole ragionamento il marxismo fa un grandissimo passo in avanti in confronto al Manifesto del Partito comunista. Il problema dello Stato nel Manifesto era posto in modo ancora troppo astratto, in nozioni e termini dei più generici. Qui il problema è posto concretamente e la conclusione è estremamente precisa, ben definita, praticamente tangibile: tutte le rivoluzioni precedenti non fecero che perfezionare la macchina dello Stato, mentre bisogna spezzarla, demolirla.

Questa conclusione è la cosa principale, essenziale della dottrina marxista sullo Stato. E appunto questa cosa essenziale non solo è stata completamente dimenticata dai partiti socialdemocratici ufficiali dominanti, ma è stata perfino snaturata (come vedremo) dal più eminente teorico della Seconda Internazionale, K. Kautsky.

Nel Manifesto del Partito comunista si ricavano gli insegnamenti generali della storia; questi insegnamenti ci mostrano lo Stato come l’organo del dominio di una classe e ci portano a questa necessaria conclusione: il proletariato non potrebbe rovesciare la borghesia senza aver prima conquistato il potere politico, senza essersi assicurato il dominio politico, senza trasformare lo Stato in “proletariato organizzato come classe dominante”; e questo Stato proletario comincerà ad estinguersi subito dopo la sua vittoria, poichè lo Stato è inutile ed impossibile in una società senza antagonismi di classe. Il problema di determinare in che cosa consista – dal punto di vista dello sviluppo storico – questa sostituzione dello Stato proletario allo Stato borghese qui non è posto.

Proprio questo è il problema che Marx pone e risolve nel 1852. Fedele alla sua filosofia, il materialismo dialettico, Marx prende come base l’esperienza storica dei grandi anni rivoluzionari 1848-l851. Qui, come sempre, la dottrina di Marx è il bilancio di un’esperienza, bilancio illuminato da una profonda concezione filosofica del mondo e da una vasta conoscenza della storia.

Il problema dello Stato si pone in modo concreto: come è sorto storicamente lo Stato borghese, la macchina statale necessaria al dominio della borghesia ? Quali trasformazioni, quali evoluzioni ha subito nel corso delle rivoluzioni borghesi e di fronte ai movimenti autonomi delle classi oppresse? Quali sono i compiti del proletariato rispetto a questa macchina statale ?

Il potere statale centralizzato, proprio della società borghese, apparve nel periodo della caduta dell’assolutismo. Le due istituzioni più caratteristiche di questa macchina statale sono: la burocrazia e l’esercito permanente. Marx ed Engels parlano molte volte, nelle loro opere, dei mille legami che collegano queste istituzioni appunto con la borghesia. L’esperienza acquisita da ogni lavoratore gli spiega in modo estremamente evidente e convincente questi legami. La classe operaia impara a conoscerli a proprie spese. Per questo essa afferra con tanta facilità ed assimila così bene la scienza che afferma l’ineluttabilità di questi legami, scienza che i democratici piccolo-borghesi negano per ignoranza o per leggerezza, quando non abbiano la leggerezza ancora maggiore di ammetterla “in generale”, trascurando però di trarne le corrispondenti conclusioni pratiche.

La burocrazia e l’esercito permanente sono dei “parassiti” sul corpo della società borghese, parassiti generati dalle contraddizioni interne che dilaniano questa società, ma parassiti appunto che ne “ostruiscono” i pori vitali. L’opportunismo kautskiano, oggi prevalente nella socialdemocrazia ufficiale, ritiene che questa concezione dello Stato, considerato come organismo parassitario, sia propria degli anarchici, ed esclusivamente degli anarchici. Questa deformazione del marxismo è certo, estremamente vantaggiosa ai piccoli borghesi che hanno portato il socialismo all’inaudita vergogna di giustificare e di imbellire la guerra imperialistica applicandole il concetto di “difesa della patria”, ma rimane tuttavia una deformazione incontestabile.

Questo apparato burocratico e militare si sviluppa, si perfeziona e si rafforza attraverso le numerose rivoluzioni borghesi di cui l’Europa è stata teatro dalla caduta del feudalesimo in poi. Tra l’altro, la piccola borghesia si lascia attrarre dalla parte della grande borghesia, ed è sottomessa a quest’ultima, in misura notevole proprio per mezzo di questo apparato che dà agli strati superiori dei contadini, dei piccoli artigiani, dei commercianti, ecc. impieghi relativamente comodi, tranquilli ed onorifici e che pongono i loro titolari al di sopra del popolo. Si pensi a quello che è avvenuto in sei mesi, dopo il 27 febbraio 1917, in Russia: i posti di funzionari, una volta riservati di preferenza agli ultrareazionari, sono divenuti il bottino dei cadetti, dei menscevichi e dei socialisti-rivoluzionari. Non si è pensato, in fondo, a nessuna riforma seria; si è cercato di rinviare le riforme “fino all’Assemblea costituente”, e di rinviare a poco a poco l’Assemblea costituente fino alla fine della guerra! Ma per la divisione del bottino, per l’attribuzione di sinecure ministeriali, di sottosegretariati di Stato, di posti di governatori generali, ecc. ecc. non si è perso tempo e non si è aspettata nessuna Assemblea costituente! Il giuoco delle combinazioni ministeriali non è stato, in fondo, che l’espressione di questa divisione e nuova spartizione del “bottino” alla quale si procede, dall’alto al basso, in tutto il paese, in tutte le amministrazioni centrali e locali. E’ chiaro il risultato, il risultato obiettivo, dopo sei mesi – dal 27 febbraio al 27 agosto 1917 – di tutto ciò: le riforme sono rinviate, la spartizione degli impieghi è compiuta e gli “errori” commessi in questa spartizione sono stati corretti con qualche nuova spartizione.

Ma più si procede a “nuove spartizioni” dell’apparato amministrativo fra i diversi partiti borghesi e piccolo-borghesi (cadetti. socialisti-rivoluzionari e menscevichi, se si prende l’esempio della Russia), e con maggiore evidenza appare alle classi oppresse, e al proletariato che ne è il capo, la loro ostilità irreducibile alla società borghese nel suo insieme. Di qui la necessità per tutti i partiti borghesi, anche i più democratici e “democratici rivoluzionari”, di accentuare la repressione contro il proletariato rivoluzionario, di rafforzare l’apparato di coercizione, cioè questa stessa macchina statale. Questo corso degli avvenimenti obbliga perciò la rivoluzione a “concentrare tutte le sue forze di distruzione” contro il potere dello Stato; le impone il compito non di migliorare la macchina statale, ma di demolirla, di distruggerla.

Non le deduzioni logiche, ma il corso reale degli avvenimenti, l’esperienza vissuta del 1848-1851, hanno condotto a porre il problema in questi termini. Fino a che punto Marx si attenga strettamente alla base reale della esperienza storica, è dimostrato dal fatto che nel 1852 egli non si domanda ancora in concreto che cosa si debba sostituire a questa macchina dello Stato che deve essere distrutta. L’esperienza non aveva allora fornito degli esempi che potessero far sorgere questa questione, che solo più tardi, nel 1871, la storia mise all’ordine del giorno.

Nel 1852 si poteva unicamente constatare, con la precisione propria delle scienze naturali, che la rivoluzione proletaria affrontava il compito di “concentrare tutte le sue forze di distruzione” contro il potere dello Stato, il compito di “spezzare” la macchina statale.

Si potrebbe a questo punto porre la domanda se sia giusto generalizzare l’esperienza, le osservazioni e le conclusioni Marx e applicarle a un campo più vasto della storia di tre anni della Francia: daI 1848 al 1851. Ricordiamo innanzi tutto, per analizzare la questione, un’osservazione di Engels. Passeremo poi all’esame dei fatti.

“…La Francia – scriveva Engels nella prefazione alla terza edizione del 18 Brumaio – è il paese in cui le lotte di classe della storia vennero combattute sino alla soluzione decisiva più che in qualsiasi altro luogo; e in cui quindi anche le mutevoli forme politiche, dentro alle quali quelle lotte si svolgono e in cui si riassumono i loro risultati, prendono i contorni più netti. Centro del feudalesimo nel medioevo, paese classico, a partire dal Rinascimento, della monarchia unitaria a poteri limitati, la Francia ha, con La Grande Rivoluzione, distrutto il feudalesimo e fondato il puro dominio della borghesia, in forma classica come nessun altro paese europeo. Anche la lotta del proletariato in ascesa contro la borghesia dominante assume qui una forma acuta, che altrove è sconosciuta” [14] (p. 4, edizione del 1907).

Quest’ultima osservazione è invecchiata, poichè dopo il 1871 la lotta rivoluzionaria del proletariato francese ha subíto una interruzione; interruzione però che, per quanto lunga, non esclude affatto che la Francia possa, nel corso della futura rivoluzione proletaria, rivelarsi ancora una volta come il paese classico della lotta delle classi condotta risolutamente fino in fondo.

Ma gettiamo uno sguardo d’insieme sulla storia dei paesi avanzati alla fine del secolo decimonono e al principio del secolo ventesimo. Vedremo come, più lentamente, in forme più varie, su un’area molto più estesa, si sia svolto lo stesso processo: da un lato, l’elaborazione di un “potere parlamentare”, tanto nei paesi repubblicani (Francia, America, Svizzera), quanto in quelli monarchici (Inghilterra, Germania, fino a un certo punto, Italia, paesi scandinavi, ecc.); dall’altro, la lotta per il potere dei diversi partiti borghesi e piccolo-borghesi che si dividono e si ridistribuiscono il “bottino” degli incarichi statali, mentre immutate restano le basi del regime borghese; finalmente un processo di perfezionamento e di rafforzamento del “potere esecutivo”, del suo apparato burocratico e militare.

Non v’è alcun dubbio che questi sono i caratteri comuni a tutta l’evoluzione moderna degli Stati capitalistici in generale. In tre anni, dal 1848 al 1851, la Francia mostrò, in una forma rapida, netta e concentrata, i processi di sviluppo propri dell’insieme del mondo capitalistico.

L’imperialismo – epoca del capitale bancario e dei giganteschi monopoli capitalistici, epoca in cui il capitalismo monopolistico si trasforma in capitalismo monopolistico di Stato – mostra in modo particolare lo straordinario consolidamento della “macchina statale”, l’inaudito accrescimento del suo apparato burocratico e militare per accentuare la repressione contro il proletariato, sia nei paesi monarchici che nei più liberi paesi repubblicani.

La storia universale pone oggi, senza alcun dubbio, e su scala incomparabilmente più ampia che neI 1852, il compito della “concentrazione di tutte le forze” della rivoluzione proletaria per la “distruzione” della macchina statale.

Con che cosa il proletariato la sostituirà? La Comune di Parigi ci ha fornito a questo proposito gli esempi più istruttivi.

3. Come Marx poneva la questione nel 1852 [15]

Mehring pubblicava nel 1907 nella Neue Zeit ( XXV, 2, 164 ) alcuni estratti di una lettera di Marx a Weydemeyer, del 5 marzo 1852. Questa lettera contiene fra l’altro il seguente importantissimo passo:

“Per quello che mi riguarda, a me non appartiene né il merito di aver scoperto l’esistenza delle classi nella società moderna né quello di aver scoperto la lotta tra di esse. Già molto tempo prima di me degli storici borghesi avevano esposto la evoluzione storica di questa lotta delle classi, e degli economisti borghesi avevano esposto l’anatomia economica delle classi. Quel che io ho fatto di nuovo è stato di dimostrare: l. che l’esistenza delle classi è soltanto legata a determinate fasi di sviluppo storico della produzione [historische Entwicklungsphasen der Produktion]; 2. che la lotta di classe necessariamente conduce alla dittatura del proletariato; 3. che questa dittatura stessa costituisce soltanto il passaggio alla soppressione di tutte le classi e a una società senza classi…”. [16]

In queste righe Marx è riuscito in primo luogo a esprimere con una impressionante nitidezza l’elemento essenziale e fondamentale che distingue la sua dottrina dalle dottrine dei più profondi e avanzati pensatori della borghesia. In secondo luogo, egli ha qui indicato la sostanza della sua dottrina dello Stato.

L’elemento essenziale della dottrina di Marx è la lotta di classe. Cosí si dice e si scrive molto spesso. Ma questo non è vero e da questa affermazione errata deriva, di solito, una deformazione opportunista del marxismo, un travestimento del marxismo nel senso di renderlo accettabile alla borghesia. Perchè la dottrina della lotta di classe non è stata creata da Marx, ma dalla borghesia prima di Marx. e può, in generale, essere accettata dalla borghesia. Colui che si accontenta di riconoscere la lotta delle classi non è ancora un marxista, e può darsi benissimo che egli non esca dai limiti del pensiero borghese e dalla politica borghese. Ridurre il marxismo alla dottrina della lotta delle classi, vuol dire mutilare il marxismo, deformarlo, ridurlo a ciò che la borghesia può accettare. Marxista è soltanto colui che estende il riconoscimento della lotta delle classi sino al riconoscimento della dittatura del proletariato. In questo consiste la differenza più profonda tra il marxista e il banale piccolo-borghese (e anche il grande). E’ questo il punto attorno al quale bisogna mettere alla prova la comprensione e il riconoscimento effettivi del marxismo. E non vi è da meravigliarsi che, nel momento in cui la storia dell’Europa ha condotto la classe operaia a porsi praticamente questa questione, non solo tutti gli opportunisti e i riformisti, ma anche tutti i “kautskiani” (gente che oscilla tra il riformismo e il marxismo) abbiano rivelato di essere dei miserabili filistei e dei democratici piccolo-borghesi che negano la dittatura del proletariato. L’opuscolo di Kautsky La dittatura del proletariato, uscito nell’agosto 1918, cioè molto tempo dopo la pubblicazione della prima edizione del presente libro, è un modello di deformazione piccolo-borghese del marxismo e di vile rinuncia ad esso nei fatti, unite a un riconoscimento ipocrita di esso a parole (si veda il mio opuscolo: La rivoluzione proletaria e il rinnegato Kautsky, Pietrogrado e Mosca 1918).

L’opportunismo contemporaneo, personificato dal suo maggiore rappresentante, l’ex marxista K. Kautsky, rientra completamente nella caratteristica attribuita da Marx alla posizione borghese, perchè esso riconosce la lotta di classe soltanto nei limiti dei rapporti borghesi. (Ma entro questi limiti, nel quadro di questi rapporti, nessun liberale colto si rifiuta di riconoscere “in linea di principio” la lotta di classe!) L’opportunismo non porta il riconoscimento della lotta di classe sino al punto precisamente essenziale, sino al periodo del passaggio dal capitalismo al comunismo, sino al periodo dell’abbattimento della borghesia e del suo annientamento completo. In realtà, questo periodo è inevitabilmente un periodo di lotta di classe di un’asprezza inaudita, un periodo in cui le forme di questa lotta diventano quanto mai acute, e quindi anche lo Stato di questo periodo deve essere uno Stato democratico in modo nuovo (per i proletari e i non possidenti in generale), e dittatoriale in modo nuovo (contro la borghesia).

Ancora. L’essenza della dottrina dello Stato di Marx può essere compresa fino in fondo soltanto da colui che comprende che la dittatura di una sola classe è necessaria non solo per ogni società classista in generale, non solo per il proletariato dopo aver abbattuto la borghesia, ma per un intero periodo storico, che separa il capitalismo della “società senza classi”, dal comunismo. Le forme degli Stati borghesi sono straordinariamente varie, ma la loro sostanza è unica: tutti questi Stati sono in un modo o nell’altro, ma in ultima analisi, necessariamente, una dittatura della borghesia. Il passaggio dal capitalismo al comunismo, naturalmente, non può non produrre un’enorme abbondanza e varietà di forme politiche, ma la sostanza sarà inevitabilmente una sola: la dittatura del proletariato.

Note

11. K. Marx, Miseria della filosofia, Roma, Edizioni Rinascita, 1949, p. 140.

12. K. Marx F. Engels, Manifesto del partito comunista, cit., pp. 74 e 87-88.

13. Trad. it. cit., pp. 205 206.

14. Op cit., p. 40.

15. Questo paragrafo mancava nella prima edizione di Stato e rivoluzione e fu aggiunto dall’autore nel dicembre 1918, in occasione della pubblicazione della seconda edizione.

16. K. Marx-F. Engels, Sul materialismo storico, Roma, Edizioni Rinascita, 1949, pp. 72-73.

III. Lo Stato e la rivoluzione.
L’ esperienza della Comune di Parigi (1871).
L’analisi di Marx

1. In che cosa consiste l’eroismo del tentativo dei comunardi?

E’ noto che alcuni mesi prima della Comune, nell’ autunno del 1870, Marx metteva in guardia gli operai parigini, mostrando loro che ogni tentativo di rovesciare il governo sarebbe stato una sciocchezza dettata dalla disperazione [17]. Ma quando, nel marzo 1871, la battaglia decisiva fu imposta agli operai, ed essi l’accettarono cosicchè l’insurrezione divenne un fatto compiuto, Marx, nonostante i cattivi presagi, salutò con entusiasmo la rivoluzione proletaria. Egli non si ostinò a condannare per pedanteria un movimento “inopportuno”, come fece Plekhanov, il tristemente celebre rinnegato russo del marxismo, che nei suoi scritti del novembre 1905 incoraggiava gli operai e i contadini alla lotta e, dopo il dicembre 1905, gridava alla maniera dei liberali: “Non bisognava prendere le armi”.

Marx non si limitò tuttavia ad entusiasmarsi per l’eroismo dei comunardi che, com’egli diceva, “davano l’assalto al cielo”. Nel movimento rivoluzionario delle masse, benchè esso non avesse raggiunto il suo scopo, Marx vide una esperienza storica di enorme importanza, un sicuro passo in avanti della rivoluzione proletaria mondiale, un tentativo pratico più importante di centinaia di programmi e di ragionamenti. Analizzare questa esperienza, ricavarne delle lezioni di tattica, rivedere, sulla base di questa esperienza, la sua teoria – questo fu il compito che Marx si pose.

L’unico “emendamento” che Marx giudicò necessario apportare al Manifesto del Partito comunista, lo fece sulla base dell’esperienza rivoluzionaria dei comunardi di Parigi.

L’ultima prefazione a una nuova edizione tedesca del Manifesto del Partito comunista firmata insieme dai due autori porta la data del 24 giugno 1872. In questa prefazione Karl Marx e Friedrich Engels dicono che il programma del Manifesto del Partito comunista “è oggi qua e là invecchiato”.

“…La Comune, specialmente, – essi aggiungono, – ha fornito la prova che “la classe operaia non può impossessarsi puramente e semplicemente di una macchina statale già pronta e metterla in moto per i suoi propri fini”…” . [18]

Le ultime parole, fra virgolette, di questa citazione sono prese dagli autori dall’opera di Marx: La guerra civile in Francia. Così, a questo insegnamento principale e fondamentale della Comune di Parigi, venne attribuita da Marx ed Engels un’importanza talmente grande da trarne un emendamento sostanziale al Manifesto del Partito comunista.

E’ estremamente caratteristico che gli opportunisti abbiano snaturato proprio questo emendamento sostanziale; e i nove decimi, se non i novantanove centesimi, dei lettori del Manifesto del Partito comunista non ne afferrano certamente la portata. Su questa deformazione parleremo in particolare, in un capitolo successivo dedicato in modo speciale alle deformazioni. Qui basta rilevare che l'”interpretazione” corrente, volgare, della famosa formula di Marx, da noi citata, è che Marx vi avrebbe sottolineato l’idea dell’evoluzione lenta, in contrapposizione con la conquista del potere, ecc.

In realtà, è proprio il contrario. L’idea di Marx è che la classe operaia deve spezzare, demolire la “macchina statale già pronta”, e non limitarsi semplicemente ad impossessarsene.

Il 12 aprile 1871, vale a dire precisamente durante la Comune, Marx scriveva a Kugelmann:

“…Se tu rileggi l’ultimo capitolo del mio 18 Brumaio troverai che io affermo che il prossimo tentativo della rivoluzione francese non consisterà nel trasferire da una mano ad un’altra la macchina militare e burocratica, come è avvenuto fino ad ora, ma nello spezzarla” (il corsivo è di Marx; zerbrechen nell’originale) “e che tale è la condizione preliminare di ogni reale rivoluzione popolare sul Continente. In questo consiste pure il tentativo dei nostri eroici compagni parigini” [19] (Neue Zeit, XX, I, 1901-1902. p. 709). (Le lettere di Marx a Kugelmann sono state pubblicate in russo almeno in due edizioni, una delle quali da me curata e preceduta da una mia prefazione.)

“Spezzare la macchina burocratica e militare”: in queste parole è espresso in modo incisivo l’insegnamento principale del marxismo sui compiti del proletariato nella rivoluzione per ciò che riguarda lo Stato. E proprio questo è l’insegnamento che non solo è stato assolutamente dimenticato, ma addirittura deformato dall'”interpretazione” dominante, kautskiana, del marxismo!

Quanto al passo del 18 Brumaio al quale Marx si riferisce, l’abbiamo citato più sopra integralmente.

E’ interessante segnalare soprattutto due punti del passo citato da Marx. Anzitutto Marx limita la sua conclusione al Continente. Questo era comprensibile nel 1871, quando l’Inghilterra era ancora il modello d’un paese capitalistico puro, ma senza militarismo e in misura notevole senza burocrazia. Perciò Marx escludeva l’Inghilterra, dove la rivoluzione, e anche una rivoluzione popolare, si presentava ed era allora possibile senza la condizione preliminare della distruzione della “macchina statale già pronta”.

Attualmente, nel 1917, nell’epoca della prima grande guerra imperialista, questa riserva di Marx cade: l’Inghilterra e l’America, che erano, in tutto il mondo, le maggiori e le ultime rappresentanti della “libertà” anglosassone per quanto riguarda l’assenza di militarismo e di burocrazia, sono precipitate interamente nel lurido, sanguinoso pantano, comune a tutta Europa, delle istituzioni militari e burocratiche che tutto sottomettono a sé e tutto comprimono. Oggi, in Inghilterra e in America, la “condizione preliminare di ogni reale rivoluzione popolare” è la rottura, la distruzione della “macchina statale già pronta” (portata in questi paesi nel 1914-1917 a una perfezione “europea”, imperialistica).

In secondo luogo, merita un’ attenzione particolare la osservazione straordinariamente profonda di Marx che la distruzione della macchina burocratica e militare dello Stato è “la condizione preliminare di ogni reale rivoluzione popolare“. Questo concetto di rivoluzione “popolare” sembra strano in bocca a Marx, e i plekhanovisti e i menscevichi russi, questi seguaci di Struve che vogliono farsi passare per marxisti, potrebbero dire che questa espressione di Marx è un “lapsus”. Essi hanno deformato il marxismo in modo così piattamente liberale che nulla esiste per loro all’infuori dell’antitesi: rivoluzione borghese o rivoluzione proletaria, e anche quest’antitesi è da essi concepita nel modo più scolastico che si possa immaginare.

Se si prendono come esempio le rivoluzioni del ventesimo secolo, bisogna ben riconoscere che sia la rivoluzione portoghese che la rivoluzione turca furono rivoluzioni borghesi. Ma né l’una né l’altra furono “popolari”; né nell’una né nell’altra, infatti, la massa del popolo, la sua stragrande maggioranza, agì in modo attivo, indipendente, con le sue particolari esigenze economiche e politiche. La rivoluzione borghese russa del 1905-1907, invece, pur non avendo ottenuto i “brillanti” successi riportati in certi momenti dalle rivoluzioni portoghese e turca, fu incontestabilmente una rivoluzione “veramente popolare”, poichè la massa del popolo, la sua maggioranza, i suoi strati sociali “inferiori”, più profondi, oppressi dal giogo e dallo sfruttamento, si sollevarono in modo indipendente e lasciarono su tutta la rivoluzione l’impronta delle loro esigenze, dei loro tentativi di costruire a modo loro una nuova società al posto dell’antica ch’essi distruggevano.

Nell’Europa del 1871, il proletariato non formava la maggioranza del popolo in nessun paese del Continente. Una rivoluzione poteva essere “popolare”, mettere in movimento la maggioranza effettiva soltanto a condizione di abbracciare il proletariato e i contadini. Queste due classi costituivano allora il “popolo”. Queste due classi sono unite dal fatto che la “macchina burocratica e militare dello Stato” le opprime, le schiaccia, le sfrutta. Spezzare questa macchina, demolirla, ecco il vero interesse del “popolo”, della maggioranza del popolo, degli operai e della maggioranza dei contadini, ecco la “condizione preliminare” della libera alleanza dei contadini poveri con i proletari. Senza quest’alleanza non è possibile una democrazia salda, non è possibile una trasformazione socialista.

E’ noto che la Comune di Parigi si era aperta una strada verso questa alleanza, ma non raggiunse il suo scopo per ragioni di ordine interno ed esterno.

Parlando quindi di una “reale rivoluzione popolare”, senza dimenticare affatto le particolarità della piccola borghesia (delle quali parlò molto e spesso), Marx teneva dunque rigorosamente conto dei reali rapporti di forza fra le classi della maggior parte degli Stati continentali dell’Europa del 1871. D’altra parte egli costatava che gli operai e i contadini sono egualmente interessati a spezzare la macchina statale, che ciò li unisce e pone di fronte a loro il compito comune di sopprimere il “parassita” e di sostituirlo con qualche cosa di nuovo.

Con che cosa precisamente ?

2. Con che cosa sostituire la macchina statale spezzata?

A questa domanda Marx non dava ancora, nel 1847, nel Manifesto del Partito comunista, che una risposta puramente astratta; per meglio dire indicava i problemi e non i mezzi per risolverli. Sostituire la macchina dello Stato spezzata con 1′”organizzazione del proletariato come classe dominante”, con la “conquista della democrazia”: questa era la risposta del Manifesto del Partito comunista.

Senza cadere nell’utopia, Marx aspettava dall’esperienza di un movimento di massa la risposta alla questione: quali forme concrete avrebbe assunto questa organizzazione del proletariato come classe dominante e in che modo precisamente questa organizzazione avrebbe coinciso con la più completa e conseguente “conquista della democrazia”.

Nella Guerra civile in Francia Marx sottopone l’esperienza della Comune, per quanto breve essa sia stata, a un’analisi attentissima. Citiamo i passi principali di questo scritto:

Nel secolo decimonono, trasmesso dal medioevo, si sviluppava “il potere statale centralizzato, con i suoi organi dappertutto presenti: esercito permanente, polizia, burocrazia, clero e magistratura”. A misura che l’antagonismo di classe tra capitale e lavoro si accentuava, “il potere dello Stato assumeva sempre più il carattere […] di forza pubblica organizzata per l’asservimento sociale, di uno strumento di dispotismo di classe. Dopo ogni rivoluzione che segnava un passo avanti nella lotta di classe, il carattere puramente repressivo del potere dello Stato risaltava in modo sempre più evidente”. Dopo la rivoluzione del 1848-1849 il potere dello Stato diviene uno “strumento pubblico di guerra del capitale contro il lavoro”. Il Secondo Impero non fa che consolidarlo.

“La Comune fu l’antitesi diretta dell’Impero.” “Fu la forma positiva” di “una repubblica che non avrebbe dovuto eliminare soltanto la forma monarchica del dominio di classe, ma lo stesso dominio di classe…”.

In che cosa consisteva questa forma “positiva” di repubblica proletaria, socialista? Quale era lo Stato ch’essa aveva cominciato a creare?

“…Il primo decreto della Comune fu la soppressione dell’esercito permanente, e la sostituzione ad esso del popolo armato…” [20]

Questa rivendicazione figura oggi nel programma di tutti i partiti che desiderano chiamarsi socialisti. Ma quel che valgono i loro programmi, lo dimostra nel modo migliore la condotta dei nostri socialisti-rivoluzionari e dei nostri menscevichi che, appunto dopo la rivoluzione del 27 febbraio, di fatto si rifiutarono di attuare questa rivendicazione!

“…La Comune fu composta dei consiglieri municipali eletti a suffragio universale nei diversi mandamenti di Parigi, responsabili e revocabili in qualunque momento. La maggioranza dei suoi membri erano naturalmente operai, o rappresentanti riconosciuti della classe operaia… Invece di continuare ad essere agente del governo centrale, la polizia fu immediatamente spogliata delle sue attribuzioni politiche e trasformata in strumento responsabile della Comune revocabile in qualunque momento. Lo stesso venne fatto per i funzionari di tutte le altre branche dell’amministrazione. Dai membri della Comune in giù, il servizio pubblico doveva essere compiuto per salari da operai. I diritti acquisiti e le indennità di rappresentanza degli alti dignitari dello Stato scomparvero insieme coi dignitari stessi… Sbarazzatisi dell’esercito permanente e della polizia, elementi della forza fisica del vecchio governo, la Comune si preoccupò di spezzare la forza di repressione spirituale, il “potere dei preti”… I funzionari giudiziari furono spogliati di quella sedicente indipendenza… dovevano essere elettivi, responsabili e revocabili…”. [21]

La Comune avrebbe dunque “semplicemente” sostituito la macchina statale spezzata con una democrazia più completa: soppressione dell’esercito permanente, assoluta eleggibilità e revocabilità di tutti i funzionari. In realtà ciò significa “semplicemente” sostituire – opera gigantesca – a istituzioni di un certo tipo altre istituzioni basate su princípi diversi. E’ questo precisamente un caso di “trasformazione della quantità in qualità”: da borghese che era, la democrazia, realizzata quanto più pienamente e conseguentemente sia concepibile, è diventata proletaria; lo Stato (forza particolare destinata a opprimere una classe determinata) s’è trasformato in qualche cosa che non è più propriamente uno Stato.

Ma la necessità di reprimere la borghesia e di spezzarne la resistenza permane. Per la Comune era particolarmente necessario affrontare questo compito, e il non averlo fatto con sufficiente risolutezza è una delle cause della sua sconfitta. Ma qui l’organo di repressione è la maggioranza della popolazione, e non più la minoranza, come era sempre stato nel regime della schiavitù, del servaggio e della schiavitù salariata. E dal momento che è la maggioranza stessa del popolo che reprime i suoi oppressori, non c’è più bisogno di una “forza particolare” di repressione! In questo senso lo Stato comincia ad estinguersi. Invece delle istituzioni speciali di una minoranza privilegiata ( funzionari privilegiati, capi dell’esercito permanente), la maggioranza stessa può compiere direttamente le loro funzioni, e quanto più il popolo stesso assume le funzioni del potere statale, tanto meno si farà sentire la necessità di questo potere.

A questo proposito è da notare in particolar modo un provvedimento preso dalla Comune e che Marx sottolinea: la soppressione di tutte le indennità di rappresentanza, la soppressione dei privilegi pecuniari dei funzionari, la riduzione degli stipendi assegnati a tutti i funzionari dello Stato al livello di “salari da operai“. Qui appunto si fa sentire con speciale rilievo la svolta dalla democrazia borghese alla democrazia proletaria, dalla democrazia degli oppressori alla democrazia delle classi oppresse, dallo Stato come “forza particolare” destinata a reprimere una classe determinata, alla repressione degli oppressori ad opera della forza generale della maggioranza del popolo, degli operai e dei contadini. Ed è precisamente su questo punto particolarmente evidente – il più importante forse nella questione dello Stato – che gli insegnamenti di Marx sono stati più dimenticati! Gli innumerevoli commenti dei volgarizzatori non ne fanno cenno! E’ “consuetudine” tacere su questo punto, come su di una “ingenuità” che ha fatto il suo tempo, esattamente come i cristiani “dimenticarono”, quando il loro culto divenne religione di Stato, le “ingenuità” del cristianesimo primitivo e il suo spirito democratico rivoluzionario.

La riduzione delle retribuzioni degli alti funzionari pare “semplicemente” l’esigenza di un democratismo ingenuo, primitivo. Uno dei “fondatori” del moderno opportunismo, l’ex socialdemocratico Ed. Bernstein, s’è molte volte esercitato a ripetere banali motteggi borghesi a proposito del democratismo “primitivo”. Come tutti gli opportunisti, come i kautskiani dei nostri giorni, Bernstein non ha assolutamente compreso che, in primo luogo, il passaggio dal capitalismo al socialismo è impossibile senza un certo “ritorno” al democratismo “primitivo” (come si potrebbe altrimenti far compiere alla maggioranza della popolazione, e poi alla intera popolazione, le funzioni dello Stato?); in secondo luogo, che il “democratismo primitivo” sulla base del capitalismo e della civiltà capitalistica non è il democratismo primitivo delle epoche patriarcali e precapitalistiche. La civiltà capitalistica ha creato la grande produzione, le officine, le ferrovie, la posta, il telefono, ecc.; e su questa base, l’immensa maggioranza delle funzioni del vecchio “potere statale” si sono a tal punto semplificate e possono essere ridotte a così semplici operazioni di registrazione, d’iscrizione, di controllo, da poter essere benissimo compiute da tutti i cittadini con un minimo di istruzione e per un normale “salario da operai”; si può (e si deve) quindi togliere a queste funzioni ogni minima ombra che dia loro qualsiasi carattere di privilegio e di “gerarchia”.

Eleggibilità assoluta, revocabilità in qualsiasi momento di tutti i funzionari senza alcuna eccezione, riduzione dei loro stipendi al livello abituale del “salario da operaio”: questi semplici e “naturali” provvedimenti democratici, mentre stringono pienamente in una comunità di interessi gli operai e la maggioranza dei contadini, servono in pari tempo da passerella tra il capitalismo e il socialismo. Questi provvedimenti concernono la riorganizzazione statale, puramente politica, della società; ma essi, naturalmente, assumono tutto il loro significato e tutta la loro importanza solo in legame con la “espropriazione degli espropriatori” realizzata o preparata; in legame cioè con la trasformazione della proprietà privata capitalistica dei mezzi di produzione in proprietà sociale.

“La Comune – scriveva Marx – fece una realtà della frase pubblicitaria delle rivoluzioni borghesi, il governo a buon mercato, distruggendo le due maggiori fonti di spese, l’esercito permanente e il funzionarismo statale”. [22]

Fra i contadini, come fra le altre categorie della piccola borghesia, solo un’infima minoranza “si eleva”, “arriva” nel senso borghese della parola; solo alcuni individui divengono cioè delle persone agiate, dei borghesi o dei funzionari con posizione sicura e privilegiata. L’immensa maggioranza dei contadini, in tutti i paesi capitalistici in cui esistono dei contadini (e questi paesi sono la maggioranza), è oppressa dal governo e aspira a rovesciarlo, aspira ad un governo “a buon mercato”. Solo il proletariato può assolvere questo compito, e assolvendolo egli fa in pari tempo un passo verso la riorganizzazione socialista dello Stato.

3. La soppressione del parlamentarismo

“La Comune – scrisse Marx – non doveva essere un organismo parlamentare, ma di lavoro, esecutivo e legislativo allo stesso tempo…

“…Invece di decidere un volta ogni tre o sei anni quale membro della classe dominante dovesse mal rappresentare [ver- und zertreten] il popolo nel Parlamento, il suffragio universale doveva servire al popolo costituito in comuni così come il suffragio individuale serve ad ogni altro imprenditore privato per cercare gli operai e gli organizzatori della sua azienda.” [23]

Questa mirabile critica del parlamentarismo, fatta nel 1871, appartiene oggi anch’essa, grazie al dominio del socialsciovinismo e dell’opportunismo, alle “parole dimenticate” del marxismo. Ministri e parlamentari di professione, traditori del proletariato e socialisti “d’affari” dei nostri tempi hanno abbandonato agli anarchici il monopolio della critica del parlamentarismo e per questa ragione, di eccezionale saviezza, hanno qualificato di “anarchismo” qualsiasi critica del parlamentarismo! Nulla di strano quindi che il proletariato dei paesi parlamentari “progrediti”, disgustato dalla vista di “socialisti” come gli Scheidemann, i David, i Legien, i Sembat, i Renaudel, gli Henderson, i Vandervelde, gli Staunig, i Branting, i Bissolati e compagnia, abbia riversato sempre più spesso le sue simpatie sull’anarco-sindacalismo, per quanto questo sia fratello dell’opportunismo.

Ma per Marx la dialettica rivoluzionaria non fu mai quella vuota fraseologia alla moda, quel gingillo in cui la trasformarono Plekhanov, Kautsky e altri. Marx seppe romperla implacabilmente con l’anarchismo per la sua incapacità di utilizzare anche la “stalla” del parlamentarismo borghese. soprattutto quando è evidente che la situazione non è rivoluzionaria; ma egli seppe in pari tempo dare una critica veramente proletaria e rivoluzionaria del parlamentarismo.

Decidere una volta ogni qualche anno qual membro della classe dominante debba opprimere, schiacciare il popolo nel Parlamento: – ecco la vera essenza del parlamentarismo borghese, non solo nelle monarchie parlamentari costituzionali, ma anche nelle repubbliche le più democratiche.

Ma se si pone la questione dello Stato, se si considera il parlamentarismo come una delle istituzioni dello Stato, dal punto di vista dei compiti del proletariato in questo campo, dove è la via per uscire dal parlamentarismo? Come si può farne a meno?

Siamo costretti a ripeterlo ancora: gli insegnamenti di Marx, basati sullo studio della Comune, sono stati dimenticati così bene che il “socialdemocratico” contemporaneo (si legga: il rinnegato contemporaneo del socialismo) è veramente incapace di concepire altra critica del parlamentarismo che non sia quella degli anarchici o dei reazionari.

Senza dubbio la via per uscire dal parlamentarismo non è nel distruggere le istituzioni rappresentative e il principio dell’eleggibilità, ma nel trasformare queste istituzioni rappresentative da mulini di parole in organismi che “lavorino” realmente. “La Comune non doveva essere un organismo parlamentare. ma di lavoro, esecutivo e legislativo allo stesso tempo.”

Un organismo “non parlamentare, ma di lavoro”: questo colpisce direttamente voi, moderni parlamentari e “cagnolini” parlamentari della socialdemocrazia! Considerate qualsiasi paese parlamentare, dall’America alla Svizzera, dalla Francia all’Inghilterra, alla Norvegia, ecc.: il vero lavoro “di Stato” si compie fra le quinte, e sono i ministeri, le cancellerie, gli stati maggiori che lo compiono. Nei Parlamenti non si fa che chiacchierare, con lo scopo determinato di turlupinare il “popolino”. Questo è talmente vero che anche nella repubblica russa, repubblica democratica borghese, tutte queste magagne del parlamentarismo si fanno già sentire ancor prima che essa sia riuscita a darsi un vero Parlamento. Gli eroi del putrido fi1isteismo, gli Skobelev e gli Tsereteli, i Cernov e gli Avksentiev, sono riusciti a incancrenire persino i Soviet, trasformandoli in mulini di parole sul tipo del parlamentarismo borghese più rivoltante. Nei Soviet i signori ministri “socialisti” ingannano con la loro fraseologia e le loro risoluzioni i fiduciosi mugik. Nel governo si balla una quadriglia permanente, da un lato, per sistemare a turno attorno alla “torta” dei posticini remunerativi e onorifici il più gran numero possibile di socialisti-rivoluzionari e di menscevichi; d’altro lato, per “occupare l’ attenzione” del popolo, E nelle cancellerie, negli stati maggiori “si sbrigano” le faccende “dello Stato”.

In un articolo di fondo, il Dielo Naroda, organo dei “socialisti rivoluzionari”, partito al governo, confessava recentemente, con l’impareggiabile franchezza propria della gente della “buona società”, in cui “tutti” si abbandonano alla prostituzione politica, che anche nei ministeri appartenenti ai “socialisti” (si passi la parola!), persino in essi tutto l’apparato amministrativo rimane in fondo lo stesso, funziona come per il passato e sabota in piena “libertà” le riforme rivoluzionarie! Ma, anche senza questa confessione, la storia effettiva della partecipazione dei socialisti-rivoluzionari e dei menscevichi al governo non è forse la migliore prova di ciò? L’unica cosa caratteristica è qui che, trovandosi al governo in compagnia dei cadetti, i signori Cernov, Russanov, Zenzinov e altri redattori del Dielo Naroda abbiano perduto a tal punto il senso del pudore da raccontare pubblicamente e senza arrossire, come se si trattasse di un affare da nulla, che “da loro”, nei loro ministeri, tutto procede come prima!! Fraseologia democratica rivoluzionaria per abbindolare i sempliciotti di campagna e trafila burocratica per “farsi ben volere” dai capitalisti: ecco il fondo di questa “onesta” coalizione.

La Comune sostituisce questo parlamentarismo venale e corrotto della società borghese con istituzioni in cui la libertà di opinione e di discussione non degenera in inganno; poichè i parlamentari debbono essi stessi lavorare, applicare essi stessi le loro leggi, verificarne essi stessi i risultati, risponderne essi stessi direttamente davanti ai loro elettori. Le istituzioni rappresentative rimangono, ma il parlamentarismo, come sistema speciale, come divisione del lavoro legislativo ed esecutivo, come situazione privilegiata per i deputati, non esiste più. Noi non possiamo concepire una democrazia, sia pur una democrazia proletaria, senza istituzioni rappresentative, ma possiamo e dobbiamo concepirla senza parlamentarismo, se la critica della società borghese non è per noi una parola vuota di senso, se il nostro sforzo per abbattere il dominio della borghesia è uno sforzo serio e sincero e non una frase “elettorale” destinata a scroccare voti degli operai, come lo è per i menscevichi e i socialisti-rivoluzionari, per gli Scheidemann e i Legien, i Sembat e i Vandervelde.

E’ molto significativo che Marx, parlando delle funzioni di questo personale amministrativo necessario alla Comune e alla democrazia proletaria, scelga come termine di paragone il personale di “ogni altro imprenditore”, cioè un’ordinaria impresa capitalistica con “operai, sorveglianti e contabili”.

In Marx non v’è un briciolo di utopismo; egli non inventa, non immagina una società “nuova”. No, egli studia, come un processo di storia naturale, la genesi della nuova società che sorge dall’antica, le forme di transizione tra l’una e l’ altra. Egli si basa sui fatti, sull’ esperienza del movimento proletario di massa e cerca di trarne insegnamenti pratici. Egli “si mette alla scuola” della Comune, come tutti i grandi pensatori rivoluzionari non esitavano a mettersi alla scuola dei grandi movimenti della classe oppressa, senza mai far loro pedantemente la “morale” (come faceva Plekhanov dicendo: “Non bisognava prendere le armi”, o Tsereteli: “Una classe deve sapersi autolimitare”).

Non sarebbe possibile distruggere di punto in bianco, dappertutto, completamente, la burocrazia. Sarebbe utopia. Ma spezzare subito la vecchia macchina amministrativa per cominciare immediatamente a costruirne una nuova, che permetta la graduale soppressione di ogni burocrazia, non è utopia, è l’esperienza della Comune, è il compito primordiale e immediato del proletariato rivoluzionario.

Il capitalismo semplifica i metodi d’amministrazione “dello Stato”, permette di eliminare la “gerarchia” e di ridurre tutto a un’organizzazione dei proletari (in quanto classe dominante) che assume, in nome di tutta la società, “operai, sorveglianti e contabili”.

Noi non siamo degli utopisti. Non “sogniamo” di fare a meno, dall’ oggi al domani, di ogni amministrazione, di ogni subordinazione; questi sono sogni anarchici, fondati sull’incomprensione dei compiti della dittatura del proletariato, sogni che nulla hanno di comune con il marxismo e che di fatto servono unicamente a rinviare la rivoluzione socialista fino al giorno in cui gli uomini saranno cambiati. No, noi vogliamo la rivoluzione socialista con gli uomini quali sono oggi, e che non potranno fare a meno né di subordinazione, né di controllo, né di “sorveglianti, né di contabili”.

Ma bisogna subordinarsi all’avanguardia armata di tutti gli sfruttati e di tutti i lavoratori: al proletariato. Si può e si deve subito, dall’oggi al domani, cominciare a sostituire la specifica “gerarchia” dei funzionari statali con le semplici funzioni “di sorveglianti e di contabili”, funzioni che sono sin da ora perfettamente accessibili al livello generale di sviluppo degli abitanti delle città e possono facilmente essere compiute per “salari da operai”.

Organizziamo la grande industria partendo da ciò che il capitalismo ha già creato; organizziamola noi stessi, noi operai, forti della nostra esperienza operaia, imponendo una rigorosa disciplina, una disciplina di ferro, mantenuta per mezzo del potere statale dei lavoratori armati; riduciamo i funzionari dello Stato alla funzione di semplici esecutori dei nostri incarichi, alla funzione di “sorveglianti e ai contabili”, modestamente retribuiti, responsabili e revocabili (conservando naturalmente i tecnici di ogni specie e di ogni grado): è questo il nostro compito proletario; è da questo che si può e si deve cominciare facendo la rivoluzione proletaria. Questo inizio, fondato sulla grande produzione, porta da se alla graduale “estinzione” di ogni burocrazia, alla graduale instaurazione di un ordine – ordine senza virgolette, ordine diverso dalla schiavitù salariata – in cui le funzioni, sempre più semplificate, di sorveglianza e di contabilità saranno adempiute a turno, da tutti, diverrano poi un’abitudine e finalmente scompariranno in quanto funzioni speciali di una speciale categoria di persone.

Verso il 1870 un arguto socialdemocratico tedesco considerava la posta come un modello di impresa socialista, Giustissimo. La posta è attualmente un’azienda organizzata sul modello del monopolio capitalistico di Stato. A poco a poco l’imperialismo trasforma tutti i trust in organizzazioni di questo tipo. I “semplici” lavoratori, carichi di lavoro e affamati, restano sempre sottomessi alla stessa burocrazia borghese. Ma il meccanismo della gestione sociale è già pronto. Una volta abbattuti i capitalisti, spezzata con la mano di ferro degli operai armati la resistenza di questi sfruttatori, demolita la macchina burocratica dello Stato attuale, avremo davanti a noi un meccanismo mirabilmente attrezzato dal punto di vista tecnico, sbarazzato dal “parassita”, e che i lavoratori uniti possono essi stessi benissimo far funzionare assumendo tecnici, sorveglianti, contabili e pagando il lavoro di tutti costoro, come quelli di tutti i funzionari “dello Stato” in generale, con un salario da operaio. E’ questo il compito concreto, pratico, immediatamente realizzabile nei confronti di tutti i trust e che libererà dallo sfruttamento i lavoratori, tenendo conto dell’esperienza praticamente iniziata (soprattutto nel campo dell’organizzazione dello Stato) dalla Comune.

Tutta l’economia nazionale organizzata come la posta; i tecnici, i sorveglianti, i contabili, come tutti i funzionari dello Stato, retribuiti con uno stipendio non superiore al “salario da operaio”, sotto il controllo e la direzione del proletariato armato: ecco il nostro fine immediato. Ecco lo Stato, ecco la base economica dello Stato di cui abbiamo bisogno. Ecco ciò che ci darà la distruzione del parlamentarismo e il mantenimento delle istituzioni rappresentative, ecco ciò che sbarazzerà le classi lavoratrici della prostituzione di queste istituzioni da parte della borghesia.

4. L’organizzazione dell’unità nazionale

“…In un abbozzo sommario di organizzazione nazionale che la Comune non ebbe il tempo di sviluppare è detto chiaramente che la Comune doveva essere la forma politica anche del più piccolo borgo…” Le comuni avrebbero eletto la “delegazione nazionale” di Parigi.

“…Le poche ma importanti funzioni che sarebbero ancora rimaste per un governo centrale, non sarebbero state soppresse, come venne affermato falsamente in mala fede, ma adempiute da funzionari comunali, e quindi strettamente responsabili…

“L’unità della nazione non doveva essere spezzata, anzi doveva essere organizzata dalla costituzione comunale, e doveva diventare una realtà attraverso la distruzione di quel potere statale che pretendeva essere l’incarnazione di questa unità, indipendente e persino superiore alla nazione stessa, mentre non era che un’escrescenza parassitaria. Mentre gli organi puramente repressivi del vecchio potere governativo dovevano essere amputati, le sue funzioni legittime dovevano essere strappate a una autorità che usurpava una posizione predominante sulla società stessa, e restituite agli agenti responsabili della società.! [24]

Sino a qual punto gli opportunisti della socialdemocrazia contemporanea non abbiano capito, o per meglio dire, non abbiano voluto capire queste considerazioni di Marx, è provato nel modo migliore dal libro Le premesse del socialismo e i compiti della socialdemocrazia, col quale il rinnegato Bernstein si è acquistato una fama alla maniera di Erostrato. Proprio a proposito di questo passo di Marx, Bernstein scrisse che questo programma “per il suo contenuto politico, rivela, in tutti i suoi tratti essenziali, una straordinaria affinità col federalismo di Proudhon… Nonostante tutte le altre divergenze tra Marx e il “piccolo-borghese” Proudhon [Bernstein scrive “piccolo-borghese” tra virgolette, le quali, secondo lui, dovrebbero dare alle sue parole un senso ironico], il loro modo di vedere, è sotto questo aspetto, il più possibile simile”. Certo, continua Bernstein, l’importanza delle municipalità aumenta, ma “mi pare cosa dubbia che il primo compito della democrazia sia l’abolizione [Auflösung, letteralmente: scioglimento, dissoluzione] degli Stati moderni e un cambiamento [Umwandlung, metamorfosi] così completo della loro organizzazione come lo raffigurano Marx e Proudhon: formazione di un’assemblea nazionale di delegati delle assemblee provinciali o dipartimentali, che a loro volta sarebbero composte di delegati delle comuni, in modo che le rappresentanze nazionali nella loro forma attuale scomparirebbero completamente” (Bernstein, Le premesse, pp. 134 e 136, edizione tedesca del 1899).

E’ semplicemente mostruoso! Confondere le concezioni di Marx sulla “soppressione del potere dello Stato parassita” col federalismo di Proudhon! Ma non è per caso, giacchè all’opportunista non viene nemmeno in mente che Marx qui non parla affatto del federalismo in opposizione al centralismo, ma della demolizione della vecchia macchina dello Stato borghese esistente in tutti i paesi borghesi.

All’opportunista viene in mente soltanto ciò che egli vede attorno a se, nel suo ambiente di filisteismo piccolo-borghese e di stagnazione “riformista”, vale a dire le sole “municipalità”! Quanto alla rivoluzione del proletariato, l’opportunista ha disimparato persino a pensarci.

E’ ridicolo. Ma è degno di nota che, su questo punto, nessuno abbia contraddetto Bernstein. Molti hanno confutato Bernstein, in particolare Plekhanov nella letteratura russa e Kautsky in quella europea, ma nessuno dei due ha mai detto niente di questa deformazione di Marx ad opera di Bernstein.

L’opportunista ha disimparato così bene a pensare da rivoluzionario e a riflettere sulla rivoluzione, ch’egli attribuisce del “federalismo” a Marx, confondendolo così con Proudhon, fondatore dell’anarchismo. E Kautsky e Plekhanov, che pretendono di essere marxisti ortodossi e di difendere la dottrina del marxismo rivoluzionario, tacciono su questo punto! Ecco una delle ragioni essenziali del modo estremamente banale, proprio tanto dei kautskiani quanto degli opportunisti, su cui dovremo ritornare, di considerare la differenza esistente tra il marxismo e l’anarchismo.

Nelle considerazioni di Marx già citate sull’ esperienza della Comune non c’è la minima traccia di federalismo. Marx è d’accordo con Proudhon proprio su un punto che l’opportunista Bernstein non vede; Marx dissente da Proudhon proprio là dove Bernstein vede la concordanza.

Marx è d’ accordo con Proudhon in quanto entrambi sono per la “demolizione” dell’attuale macchina statale. Questa concordanza del marxismo con l’ anarchismo (sia con Proudhon che con Bakunin) non vogliono vederla né gli opportunisti né i kautskiani, perchè su questo punto essi si sono allontanati dal marxismo.

Marx dissente sia da Proudhon che da Bakunin appunto a proposito del federalismo (per non parlare poi della dittatura del proletariato). In linea di principio, il federalismo deriva dalle vedute piccolo-borghesi dell’anarchismo. Marx è centralista. E in tutti i passi citati non si troverà la minima rinuncia al centralismo. Soltanto gente imbevuta di una volgare “fede superstiziosa” nello Stato può scambiare la distruzione della macchina borghese con la distruzione del centralismo!

Ma se il proletariato e i contadini poveri si impadroniscono del potere statale, si organizzano in piena libertà nelle comuni e coordinano l’azione di tutte le comuni per colpire il capitale, spezzare la resistenza dei capitalisti, rimettere a tutta la nazione, a tutta la società la proprietà privata delle ferrovie, delle officine, della terra, ecc, non è questo forse centralismo? Non è forse il centralismo democratico più conseguente, e, con ciò, un centralismo proletario?

Bernstein è semplicemente incapace di concepire la possibilità di un centralismo volontario, di un’unione volontaria delle comuni in nazione, di una volontaria fusione delle comuni proletarie nell’opera di distruzione del dominio borghese e della macchina statale borghese. Bernstein, come ogni filisteo, si rappresenta il centralismo come un qualcosa che, venendo unicamente dall’alto, non può essere imposto e mantenuto se non dalla burocrazia e dal militarismo.

Marx, quasi avesse previsto che le sue idee potevano essere travisate, sottolinea intenzionalmente che accusare la Comune di aver voluto distruggere l’unità nazionale e sopprimere il potere centrale equivale a commettere scientemente un falso. Marx adopera intenzionalmente l’espressione “organizzare l’unità della nazione” per contrapporre il centralismo proletario cosciente, democratico, al centralismo borghese, militare, burocratico.

Ma… non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire. Gli opportunisti della socialdemocrazia contemporanea non vogliono appunto sentir parlare di distruggere il potere dello Stato, di amputare questo parassita.

5. La distruzione dello Stato parassita

Abbiamo già citato, su questo punto, i passi corrispondenti di Marx; dobbiamo ora completarli.

“…E’ comunemente destino di tutte le creazioni storiche completamente nuove di essere prese a torto per riproduzione di vecchie e anche di defunte forme di vita sociale, con le quali possono avere una certa rassomiglianza. Così questa nuova Comune, che spezza [bricht] il moderno potere statale, venne presa a torto per una riproduzione dei comuni medioevali… una federazione di piccoli Stati, come era stata sognata da Montesquieu e dai Girondini… una forma esagerata della vecchia lotta contro l’eccesso di centralizzazione…

“…La costituzione della Comune avrebbe invece restituito al corpo sociale tutte le energie sino allora assorbite dallo Stato parassita, che si nutre alle spalle della società e ne intralcia i liberi movimenti. Con questo solo atto avrebbe iniziato la rigenerazione della Francia..

“…In realtà, la costituzione della Comune metteva i produttori rurali sotto la direzione intellettuale dei capoluoghi dei loro distretti, e quivi garantiva loro, negli operai, i naturali tutori dei loro interessi. L’esistenza stessa della Comune portava con se, come conseguenza naturale, la libertà municipale locale, ma non più come un contrappeso al potere dello Stato ormai diventato superfluo…” [25]

“Distruzione del potere totale”, questa “escrescenza parassitaria”, “amputazione”, “demolizione” di questo potere, “il potere dello Stato ormai diventato superfluo”: è in questi termini che Marx parla dello Stato, giudicando e analizzando l’ esperienza della Comune.

Tutto ciò è stato scritto circa mezzo secolo fa; ed oggi bisogna ricorrere quasi a degli scavi archeologici per far penetrare nella coscienza delle grandi masse questo marxismo non deformato. Le conclusioni che Marx trasse dall’ultima grande rivoluzione ch’egli visse, sono state dimenticate proprio quando è giunta l’ora di nuove grandi rivoluzioni del proletariato.

” …La molteplicità delle interpretazioni che si danno della Comune e la molteplicità degli interessi che nella Comune hanno trovato la loro espressione, mostrano che essa fu una forma politica fondamentalmente espansiva, mentre tutte le precedenti forme di governo erano state unilateralmente repressive. Il suo vero segreto fu questo: che essa fu essenzialmente un governo della classe operaia, il prodotto della lotta della classe dei produttori contro la classe appropriatrice, la forma politica finalmente scoperta. nella quale si poteva compiere la emancipazione economica del lavoro…

“…Senza quest’ultima condizione, la costituzione della Comune sarebbe stata una cosa impossibile e un inganno…” [26]

Gli utopisti si sono sempre sforzati di “scoprire” le forme politiche nelle quali doveva prodursi la trasformazione socialista della società. Gli anarchici si sono disinteressati della questione delle forme politiche in generale. Gli opportunisti dell’odierna socialdemocrazia hanno accettato le forme politiche borghesi dello Stato democratico parlamentare come un limite al di là del quale è impossibile andare; si sono rotta la testa a furia di prosternarsi davanti a questo “modello” e hanno tacciato come anarchico ogni tentativo di demolire queste forme.

Da tutta la storia del socialismo e della lotta politica Marx trasse la conclusione che lo Stato è condannato a scomparire e che la forma transitoria dello Stato in via di sparizione (transizione dallo Stato al non-Stato) sarà “il proletariato organizzato come classe dominante”. In quanto alle forme politiche di questo avvenire, Marx non si preoccupò di scoprirle. Si limitò all’osservazione esatta della storia francese, alla sua analisi e alla conclusione che scaturiva dall’ anno 1851: le cose marciano verso la distruzione della macchina dello Stato borghese.

E quando il movimento rivoluzionario di massa del proletariato scoppiò, Marx, nonostante l’insuccesso del movimento, nonostante la sua breve durata e la sua impressionante debolezza, si mise a studiare le forme ch’esso aveva rivelato.

La Comune è la forma “finalmente scoperta” dalla rivoluzione proletaria sotto la quale poteva prodursi la emancipazione economica del lavoro.

La Comune è il primo tentativo della rivoluzione proletaria di spezzare la macchina dello Stato borghese; è la forma politica “finalmente scoperta” che può e deve sostituire quel che è stato spezzato.

Vedremo più avanti che le rivoluzioni russe del 1905 e del 1917 continuano, in una situazione differente, in altre condizioni, l’opera della Comune e confermano la geniale analisi storica di Marx.

Note

17. Cfr. il Secondo Indirizzo del Consiglio generale dell’Internazionale sulla guerra franco-prussiana (9 settembre 1870). in K. Marx-F. Engels, Il partito e l’Internazionale, cit., p. 155

18. Ediz. it. cit., p. 33.

19. K. Marx, Lettere a Kugelmann, Roma, Edizioni Rinascita, 1950, p. 139.

20. K. Marx, La guerra civile in Francia, in Il partito e l’Internazionale, cit., p. 177.

21. Ivi, pp. 177-178.

22. Op. cit., p. 181.

23. Ivi, pp. 178, 179.

24. Op. cit., pp. 178-179.

25. Op. cit., p. 180.

26. Ivi, p. 181.

IV. Seguito. Spiegazioni complementari di Engels

Marx ha detto ciò che è essenziale sull’importanza dell’esperienza della Comune. Engels è ritornato più volte su questo tema, interpretando l’analisi e le conclusioni di Marx e spiegando talvolta altri aspetti della questione con tale vigore e con tale rilievo che è necessario soffermarsi in modo particolare su queste spiegazioni.

1. “La questione delle abitazioni”

Nella sua opera sulla questione delle abitazioni (1872) Engels si basa già sull’esperienza della Comune quando, a più riprese, si sofferma sui compiti della rivoluzione nei confronti dello Stato. E’ interessante vedere come in questo tema concreto appaiano con chiarezza, da un lato, i tratti di affinità tra lo Stato proletario e lo Stato attuale, – tratti che permettono in entrambi i casi di parlare di Stato – e, dall’altro lato, i tratti che li distinguono l’uno dall’altro, o il passaggio alla soppressione dello Stato.

“Come risolvere dunque la questione delle abitazioni? Nell’odierna società, esattamente come si risolve qualsiasi altra questione sociale: mediante la graduale perequazione economica di domanda ed offerta, soluzione che crea sempre nuovamente la stessa questione, e che quindi non è una soluzione. La soluzione che darebbe alla questione una rivoluzione sociale non dipende soltanto dalle condizioni del momento, ma anche è connessa ad una serie di questioni di molto maggior ampiezza, fra le quali una delle più importanti è quella dell’eliminazione dell’antitesi fra città e campagna. Dato che noialtri non siamo di quelli che creano dei sistemi utopistici per l’instaurazione della società futura, dilungarci in proposito sarebbe superfluo. Però un fatto è sicuro fin da adesso, e cioè che nelle grandi città vi sono già sufficienti edifici di abitazioni da permettere di porre immediato riparo, con una utilizzazione razionale delle abitazioni medesime, ad ogni reale “insufficienza di abitazioni”. Ciò può naturalmente farsi solo a condizione che siano espropriati gli attuali proprietari o siano occupate le loro case da parte dei senza tetto o degli operai che in precedenza vivevano ammassati in numero eccessivo nelle loro abitazioni; e non appena il proletariato avrà conquistato il potere politico. una tale misura – prescritta dal bene pubblico – sarà facile a compiere esattamente quanto sono facili oggi altre espropriazioni ed occupazioni da parte dell’ attuale Stato” [27] (p. 22, edizione tedesca del 1887).

Non si prende qui in considerazione il cambiamento di forma del potere statale, ma soltanto il contenuto della sua attività. Anche per ordine dello Stato attuale si procede ad espropriazioni e a requisizioni di alloggi. Dal punto di vista formale, lo Stato proletario “ordinerà” esso pure delle requisizioni di alloggi e delle espropriazioni di case. Ma è evidente che il vecchio apparato esecutivo, la burocrazia legata alla borghesia, sarebbe semplicemente incapace di applicare le decisioni dello Stato proletario.

“…D’altronde si deve costatare che la “effettiva presa di possesso” di tutti gli strumenti di lavoro, la presa di possesso di tutta l’industria da parte del popolo lavoratore, sono esattamente il contrario del “riscatto” proudhoniano. Col riscatto il singolo lavoratore diviene proprietario dell’abitazione, della cascina, degli strumenti di lavoro; con l’espropriazione il “popolo lavoratore” rimane proprietario in toto delle case, delle fabbriche e degli attrezzi, e – almeno nel periodo di trapasso – sarà difficile che ne conceda l’usufrutto a singoli o a società senza corresponsione delle spese. Proprio come l’abolizione della proprietà fondiaria non è l’abolizione della rendita fondiaria, ma il suo trasferimento, sia pure in forma modificata, alla società. La presa di possesso effettiva di tutti gli strumenti di lavoro da parte del popolo lavoratore non esclude dunque affatto il permanere dei rapporti di affittanza.” [28] (p. 69).

Esamineremo nel capitolo seguente la questione qui accennata, e cioè quella delle basi economiche dell’estinzione dello Stato. Engels si esprime con estrema prudenza dicendo che lo Stato proletario “probabilmente”, “almeno nel periodo transitorio”, non distribuirà gli alloggi gratuitamente. L’affitto degli alloggi, proprietà di tutto il popolo, a queste o quelle famiglie col corrispettivo di una certa pigione, suppone dunque la percezione di questa pigione, un certo controllo e l’istituzione di certe norme di ripartizione degli alloggi. Tutto ciò esige una certa forma di Stato, ma non rende affatto necessario uno speciale apparato militare e burocratico, con funzionari che godano d’una situazione privilegiata. Il passaggio a uno stato di cose tale in cui gli alloggi possono essere assegnati gratuitamente è connesso alla totale “estinzione” dello Stato.

Parlando dei blanquisti che, dopo la Comune e influenzati dalla sua esperienza, aderirono alle posizioni di principio del marxismo, Engels così definisce di sfuggita la loro posizione:

“…necessità dell’azione politica del proletariato e della sua dittatura, come fase di transizione verso l’abolizione delle classi e, con esse, dello Stato…” [29] (p. 55).

Dilettanti di critica letterale o borghesi “distruttori del marxismo” vedranno forse una contraddizione tra questo riconoscimento dell'”abolizione dello Stato” e la negazione di questa stessa formula, considerata come anarchica, nel passo da noi già citato dell’Antidühring. Non ci sarebbe di che meravigliarsi nel vedere gli opportunisti classificare anche Engels fra gli “anarchici”: accusare gli internazionalisti di anarchismo è un’abitudine oggi sempre più diffusa fra i socialsciovinisti.

Il marxismo ha sempre insegnato che con l’abolizione delle classi si compie anche l’abolizione dello Stato. Il passo a tutti noto dell’Antidühring sull'”estinzione dello Stato” rimprovera gli anarchici non tanto di essere per l’abolizione dello Stato, quanto di pretendere che sia possibile abolire lo Stato “dall’oggi al domani”.

Poichè la dottrina “socialdemocratica” oggi dominante ha completamente deformato l’atteggiamento del marxismo verso l’anarchismo circa la questione della soppressione dello Stato, sarà particolarmente utile ricordare una polemica di Marx e di Engels con gli anarchici.

2. Polemica con gli anarchici

Questa polemica risale al 1873. Marx ed Engels avevano pubblicato, in una raccolta socialista italiana, [30] degli articoli contro i proudhoniani, “autonomisti” o “anti-autoritari”, articoli che solo nel 1913 comparvero in traduzione tedesca nella Neue Zeit.

“…Se la lotta politica della classe operaia – scriveva Marx deridendo gli anarchici e la loro negazione della politica – assume forme violente, se gli operai sostituiscono la loro dittatura rivoluzionaria alla dittatura della classe borghese, essi commettono il terribile delitto di leso-principio, perché per soddisfare i loro miserabili bisogni profani di tutti i giorni, per schiacciare la resistenza della classe borghese, invece di abbassare le armi e di abolire lo Stato, essi gli dànno una forma rivoluzionaria e transitoria…” [31] (Neue Zeit, 1913-1914, A. XXXII, vol. I, p. 40).

E’ contro questa “abolizione” dello Stato, – e solo contro questa, – che Marx si levava nella sua polemica contro gli anarchici! Non contro I’idea che lo Stato scompare con la scomparsa delIe classi, o sarà abolito con la abolizione delIe classi, ma contro la rinuncia degli operai a fare uso delle armi, della violenza organizzata, vale a dire dello Stato, che deve servire a “schiacciare la resistenza deIla classe borghese”.

Perchè non si travisi il vero significato della sua lotta contro l’anarchismo. Marx sottolinea intenzionalmente “la forma rivoluzionaria e transitoria“dello Stato necessario al proletariato. Il proletariato ha bisogno dello Stato solo per un certo periodo di tempo. Quanto all’abolizione dello Stato, come fine, noi non siamo affatto in disaccordo con gli anarchici. Affermiamo che per raggiungere questo fine è indispensabile utilizzare temporaneamente, contro gli sfruttatori, gli strumenti, i mezzi e i metodi del potere statale, così com’è indispensabile, per sopprimere le classi, stabilire la dittatura temporanea della classe oppressa. Nel porre la questione contro gli anarchici, Marx sceglie il modo più incisivo e più chiaro: abbattendo il giogo dei capitalisti, gli operai debbono “deporre le armi” o rivolgerle contro i capitalisti per spezzare la loro resistenza? E se una classe fa sistematicamente uso delle armi contro un’altra classe, che cosa è questo se non una “forma transitoria” di Stato?

Si domandi quindi ogni socialdemocratico: è così che egli ha posto il problema dello Stato nella polemica contro gli anarchici? è così che il problema è stato posto dall’immensa maggioranza dei partiti socialisti ufficiali della Seconda Internazionale?

Engels sviluppa le stesse idee in modo ancor più particolareggiato e popolare. Egli deride innanzi tutto la confusione di idee dei proudhoniani che si chiamavano “anti-autoritari”, negavano cioè ogni autorità, ogni subordinazione, ogni potere. Prendete una fabbrica, una ferrovia, un piroscafo in alto mare, – dice Engels, – non è evidente che senza una certa subordinazione, e quindi senza una certa autorità o un certo potere, non è possibile far funzionare nemmeno uno di questi complicati apparati tecnici, fondati sull’impiego delle macchine e la metodica collaborazione di un gran numero di persone?

“…Allorchè io sottoposi simili argomenti ai più furiosi anti-autoritari, – scrive Engels, – essi non seppero rispondermi che questo: ” Ah! Ciò vero, ma qui non si tratta di un’autorità che noi diamo ai delegati, ma di un incarico!”. Questi signori credono aver cambiato le cose quando ne hanno cambiato i nomi…” [32]

Dopo aver così dimostrato che autorità ed autonomia sono nozioni re1ative, che il campo della loro applicazione varia secondo le differenti fasi dello sviluppo sociale, e che è assurdo considerarle come qualcosa

di assoluto; dopo aver aggiunto che il campo di applicazione delle macchine e della grande industria va sempre più estendendosi, Engels passa dalle considerazioni generali sull’autorità al problema dello Stato.

” …Se gli autonomisti – egli scrive – si limitassero a dire che l’organizzazione sociale dell’avvenire restringerà l’autorità ai soli limiti nei quali le condizioni della produzione la rendono inevitabile, si potrebbe intendersi; invece, essi sono ciechi per tutti i fatti che rendono necessaria la cosa, e si avventano contro la parola.

“Perchè gli anti-autoritari non si limitano a gridare contro l’autorità politica, lo Stato? Tutti i socialisti sono d’accordo in ciò, che lo Stato politico e con lui l’autorità politica scompariranno in conseguenza della prossima rivoluzione sociale, e cioè che le funzioni pubbliche perderanno il loro carattere politico, e si cangieranno in semplici funzioni amministrative veglianti ai veri interessi sociali. Ma gli anti-autoritari domandano che lo Stato politico autoritario sia abolito d’un tratto, prima ancora che si abbiano distrutte le condizioni sociali, che l’hanno fatto nascere. Eglino domandano che il primo atto della rivoluzione sociale sia l’abolizione dell’autorità. Non hanno mai veduto una rivoluzione questi signori? Una rivoluzione è certamente la cosa più autoritaria che vi sia; è l’atto per il quale una parte della popolazione impone la sua volontà all’altra parte col mezzo di fucili, baionette e cannoni, mezzi autoritari, se ce ne sono; e il partito vittorioso, se non vuol avere combattuto invano, deve continuare questo dominio col terrore che le sue armi ispirano ai reazionari. La Comune di Parigi sarebbe durata un sol giorno, se non si fosse servita di questa autorità di popolo armato, in faccia ai borghesi? Non si può al contrario rimproverarle di non essersene servita abbastanza largamente?

“Dunque, delle due cose l’una: o gli anti-autoritari non sanno ciò che si dicono, e in questo caso non seminano che la confusione; o essi lo sanno, e in questo caso tradiscono il movimento del proletariato. Nell’un caso e nell’altro essi servono la reazione” [33] (p. 39).

In questo passo si fa accenno a questioni che devono essere esaminate in connessione con il problema dei rapporti fra la politica e l’economia nel periodo dell’estinzione dello Stato. (Il capitolo seguente è dedicato a questo tema.) Tali sono i problemi relativi alla trasformazione delle funzioni pubbliche da funzioni politiche in semplici funzioni amministrative; tale è il problema dello “Stato politico”. Quest’ultima espressione, particolarmente suscettibile di far sorgere malintesi, mostra il processo dell’estinzione dello Stato: lo Stato che si estingue, a un certo punto dalla sua estinzione, può essere chiamato uno Stato non politico.

La cosa più notevole in questo passo di Engels è ancora una volta il modo con cui egli imposta la questione contro gli anarchici. I socialdemocratici, che pretendono di essere allievi di Engels, hanno polemizzato milioni di volte con gli anarchici dopo il 1873, ma non hanno discusso come i marxisti possono e debbono fare. L’idea che si fanno gli anarchici dell’abolizione dello Stato è confusa e non rivoluzionaria: ecco come Engels impostò la questione. E’ proprio la rivoluzione, nel suo sorgere e nel suo sviluppo, nei suoi compiti specifici rispetto alla violenza, all’autorità, al potere, allo Stato, che gli anarchici si rifiutano di vedere.

Per i socialdemocratici contemporanei la critica dell’anarchismo si riduce abitualmente a questa pura banalità piccolo-borghese: “Noi ammettiamo lo Stato, gli anarchici no!”. Naturalmente una tale banalità non può non suscitare l’avversione degli operai con un minimo di raziocinio e rivoluzionari. Ben altro è ciò che dice Engels: egli sottolinea che tutti i socialisti riconoscono che la scomparsa dello Stato è una conseguenza della rivoluzione socialista. In seguito egli pone in modo concreto la questione della rivoluzione, la questione appunto che i socialdemocratici, per il loro opportunismo, generalmente eludono, abbandonando agli anarchici il monopolio della pseudo “elaborazione” di questo problema. E ponendo tale questione, Engels prende il toro per le corna: la Comune non avrebbe dovuto forse servirsi maggiormente del potere rivoluzionario dello Stato, vale a dire del proletariato armato, organizzato come classe dominante?

La socialdemocrazia ufficiale e dominante ha eluso di solito il problema dei compiti concreti del proletariato nella rivoluzione, o con un semplice sarcasmo da filisteo, o, nel migliore dei casi, con questa battuta sofistica ed evasiva: “Si vedrà poi!”. Gli anarchici erano in diritto di rimproverare, a una tale socialdemocrazia, di venir meno al suo dovere di educare in uno spirito rivoluzionario gli operai. Engels mette a profitto l’esperienza dell’ultima rivoluzione proletaria appunto per studiare nel modo più concreto quello che il proletariato deve fare per ciò che riguarda sia le banche che lo Stato, e come deve farlo.

3. Una lettera a Bebel

Una delle considerazioni più notevoli, se non la più notevole, che troviamo negli scritti di Marx e di Engels sullo Stato, è nel seguente passo di una lettera di Engels a Bebel del 18-28 marzo 1875. Notiamo tra parentesi che questa lettera è stata pubblicata per la prima volta, per quanto mi è noto, nel secondo volume delle memorie di Bebel (Ricordi della mia vita), apparse nel 1911, cioè trentasei anni dopo che era stata scritta e inviata.

Engels aveva scritto a Bebel criticando il progetto del programma di Gotha, che anche Marx aveva criticato nella sua nota lettera a W. Bracke. Parlando in particolare del problema dello Stato, Engels scrive :

” …Lo Stato popolare libero si è trasformato in Stato libero. Secondo il senso grammaticale di queste parole, uno Stato libero è quello che è libero verso i suoi cittadini, cioè è uno Stato con un governo dispotico. Sarebbe ora di farla finita con tutte queste chiacchiere sullo Stato, specialmente dopo la Comune che non era più uno Stato nel senso proprio della parola. Gli anarchici ci hanno abbastanza rinfacciato lo “Stato popolare“, benchè già il libro di Marx contro Proudhon e in seguito il Manifesto del Partito comunista dicano esplicitamente che con l’instaurazione del regime sociale socialista lo Stato si dissolve da sé [sich auflöst] e scompare. Non essendo lo Stato altro che un’istituzione temporanea di cui ci si deve servire nella lotta, nella rivoluzione, per tener soggiogati con la forza i propri nemici, parlare di uno “Stato popolare libero” è pura assurdità: finchè il proletariato ha ancora bisogno dello Stato, ne ha bisogno non nell’interesse della libertà, ma nell’interesse dell’assoggettamento dei suoi avversari, e quando diventa possibile parlare di libertà allora lo Stato come tale cessa di esistere. Noi proporremo quindi di mettere ovunque invece della parola Stato la parola Gemeinwesen, una vecchia eccellente parola tedesca, che corrisponde alla parola francese Commune[34] (p. 322 dell’originale tedesco).

Bisogna ricordare che questa lettera si riferisce al programma del partito, criticato in una lettera di Marx scritta solo poche settimane dopo questa (la lettera di Marx è del 5 maggio 1875), e che Engels viveva allora con Marx a Londra. E’ dunque certo che Engels, dicendo nella sua ultima frase “noi”, propone, a nome suo e di Marx, al capo del partito operaio tedesco di sopprimere nel programma la parola “Stato” e di sostituirla con la parola “Comune“.

Come griderebbero all’ “anarchia” i capi del moderno “marxismo” adattato alle comodità degli opportunisti, se si proponesse loro un simile emendamento del programma!

Gridino pure! La borghesia li loderà.

Noi, da parte nostra, continueremo la nostra opera. Nel rivedere il programma del nostro partito dovremmo assolutamente tener conto del consiglio di Engels e di Marx, per accostarci alla verità, per ristabilire il marxismo, purificandolo da tutte le deformazioni, per meglio dirigere la classe operaia nella lotta per la sua liberazione. E’ certo che la raccomandazione di Engels e di Marx non troverà oppositori tra i bolscevichi. Non ci sarà, crediamo, che una difficoltà: la scelta del termine. In tedesco vi sono due parole che significano “Comune“; Engels scelse quella che indica non una singola comune, ma un insieme, un sistema di comuni. In russo non esiste una parola simile e bisognerà forse ricorrere alla parola francese “Commune”, quantunque presenti anch’essa certi inconvenienti.

“La Comune non era più uno Stato nel senso proprio della parola”: ecco l’affermazione di Engels, fondamentale dal punto di vista teorico. Dopo l’esposizione che precede, questa affermazione è perfettamente comprensibile. La Comune cessava di essere uno Stato nella misura in cui essa non doveva più opprimere la maggioranza della popolazione, ma una minoranza (gli sfruttatori); essa aveva spezzato la macchina dello Stato borghese; invece di una forza particolare di oppressione, era la popolazione stessa che entrava in campo. Tutto ciò non corrisponde più allo Stato nel senso proprio della parola. Se la Comune si fosse consolidata, le tracce dello Stato si sarebbero “estinte” da sé: la Comune non avrebbe avuto bisogno di “abolire” le sue istituzioni: queste avrebbero cessato di funzionare a mano a mano che non avrebbero più avuto nulla da fare.

“Gli anarchici ci rinfacciano lo “Stato popolare”.” Così dicendo Engels allude soprattutto a Bakunin e ai suoi attacchi contro i socialdemocratici tedeschi. Engels riconosce che questi attacchi sono in qualche modo giusti in quanto lo “Stato popolare” è un nonsenso e una deviazione dal socialismo, come lo è lo “Stato popolare libero”. Engels si sforza di correggere la lotta dei socialdemocratici tedeschi contro gli anarchici, di farne una lotta giusta nei principi, di sbarazzarla dai pregiudizi opportunisti sullo “Stato”. Ahimè! La lettera di Engels è rimasta per ben trentasei anni in un cassetto. Vedremo più avanti che, anche dopo la pubblicazione di questa lettera, Kautsky si ostina a ripetere in sostanza i medesimi errori contro i quali Engels aveva messo in guardia.

Bebel rispose a Engels il 21 settembre 1875, con una lettera nella quale dichiarava tra l’altro di essere “completamente d’accordo” con il giudizio da lui esposto sul progetto del programma e di aver rimproverato a Liebknecht di essere stato troppo accomodante (p. 304 dell’ed. tedesca delle memorie di Bebel, vol. II). Ma se prendiamo l’opuscolo di Bebel intitolato I nostri scopi vi troveremo delle considerazioni sullo Stato completamente sbagliate:

“Lo Stato fondato sulla dominazione di una classe deve essere trasformato in uno Stato popolare” (Unsere Ziele, ed. tedesca, 1886, p. 14).

E questo è pubblicato nella nona (nona!) edizione dell’opuscolo di Bebel! Non c’è da meravigliarsi che la socialdemocrazia tedesca si sia imbevuta di concezioni opportunistiche sullo Stato così ostinatamente ripetute, tanto più quando i commenti rivoluzionari di Engels giacevano in un cassetto e le circostanze della vita facevano “disimparare” per lungo tempo la rivoluzione.

4. Critica del progetto del programma di Erfurt

Non si può, in un’analisi della dottrina marxista sullo Stato, trascurare la critica del progetto del programma di Erfurt inviata da Engels a Kautsky il 29 giugno 1891 [35], e pubblicata solo dieci anni dopo nella Neue Zeit, perchè essa è soprattutto dedicata alla critica delle concezioni opportuniste della socialdemocrazia sui problemi dell’organizzazione dello Stato.

Rileviamo di sfuggita che Engels dà anche, sulle questioni economiche, una indicazione estremamente preziosa, che mostra con quale attenzione e quale profondità di pensiero egli seguisse le trasformazioni del capitalismo moderno, e come sapesse quindi, in una certa misura, presentire i problemi della nostra epoca imperialista. Ecco questa indicazione: a proposito della parola Planlosigkeit (assenza di piano) adoperata nel progetto di programma per caratterizzare il capitalismo, Engels scrive:

“…Se poi dalle società per azioni passiamo ai trust, che dominano e monopolizzano intere branche dell’industria, non soltanto non esiste più produzione privata, ma non possiamo parlare più neppure di assenza di un piano” [36] (Neue Zeit, A. XX, vol. I, 1901-1902, p. 8).

Nella valutazione teorica del capitalismo moderno, cioè dell’imperialismo, è colto qui l’essenziale, vale a dire che il capitalismo si trasforma in capitalismo monopolistico. E da sottolineare capitalismo perchè uno degli errori più diffusi è l’affermazione riformista borghese, secondo la quale il capitalismo monopolistico o monopolistico di Stato non è già più capitalismo e può essere chiamato “socialismo di Stato”, ecc. Naturalmente i trust non hanno mai dato, non danno sinora e non possono dare la regolamentazione di tutta l’economia secondo un piano. Ma per quanto essi stabiliscano un piano, per quanto i magnati del capitale calcolino in anticipo il volume della produzione su scala nazionale e persino internazionale, per quanto essi regolino questa produzione in base a un piano, rimaniamo tuttavia in regime capitalistico, benchè in una sua nuova fase, ma, indubbiamente, in regime capitalistico. La “vicinanza” di tale capitalismo al socialismo deve essere per i veri rappresentanti del proletariato un argomento in favore della vicinanza, della facilità, della possibilità, dell’urgenza della rivoluzione socialista, e non già un argomento per mostrarsi tolleranti verso la negazione di questa rivoluzione e verso l’abbellimento del capitalismo, nella qual cosa sono impegnati tutti i riformisti.

Ma ritorniamo al problema dello Stato. Engels ci dà qui indicazioni particolarmente preziose su tre punti: primo, sul problema della repubblica; secondo, sul legame esistente tra la questione nazionale e l’organizzazione dello Stato; terzo, sull’amministrazione autonoma locale.

Engels fa della questione della repubblica il punto cruciale della sua critica nel programma di Erfurt. Se ricordiamo quale importanza il programma di Erfurt aveva assunto per tutta la socialdemocrazia internazionale, come era servito di modello a tutta la Seconda Internazionale, si potrà dire, senza timore di esagerare, che Engels critica qui l’opportunismo di tutta la Seconda Internazionale.

“Le rivendicazioni politiche del progetto – egli scrive – hanno un grosso difetto. In esse manca proprio ciò che invece doveva essere detto[37] (il corsivo è di Engels).

E più avanti dimostra che la Costituzione tedesca è, in sostanza, una copia ricalcata della Costituzione ultrareazionaria del 1850; che il Reichstag non è altro, come diceva Wilhelm Liebknecht, che “la foglia di fico dell’assolutismo”, e che voler realizzare – sulla base di una Costituzione che consacra l’ esistenza di piccoli Stati tedeschi e della confederazione di questi piccoli Stati – la “trasformazione dei mezzi di lavoro in proprietà comune” è “manifestamente privo di senso”.

“E’ pericoloso toccare questo tasto”, – aggiunge Engels, il quale sa benissimo che non si può, in Germania, enunciare legalmente in un programma la rivendicazione della repubblica. Tuttavia Engels non si adatta puramente e semplicemente a questa considerazione evidente di cui “tutti” si accontentano. Egli continua: “Ma l’argomento, in un modo o nell’altro, va affrontato. Quanto sia necessario lo sta dimostrando proprio ora l’opportunismo che è penetrato [einreissende] in una grande parte della stampa socialdemocratica. Per timore di una ripresa delle leggi antisocialiste, a causa del ricordo di tutte le varie dichiarazioni prematuramente espresse quando quelle leggi erano in vigore, all’improvviso l’attuale situazione legale in Germania dovrebbe essere sufficiente al partito per attuare per via pacifica tutte le sue rivendicazioni…” [38]

I socialdemocratici tedeschi hanno agito per paura di un rinnovo delle leggi eccezionali: – è questo il fatto essenziale che Engels pone in primo piano e definisce, senza mezzi termini, opportunismo, dichiarando che, appunto perchè in Germania non v’è repubblica e non v’è libertà, sognare una via “pacifica” è cosa insensata. Engels è abbastanza prudente per non legarsi le mani. Egli riconosce che nei paesi retti a repubblica o che godono di una grandissima libertà “si può concepire” (soltanto “concepire”!) un’evoluzione pacifica verso il socialismo, ma in Germania, egli ripete,

“…in Germania, dove il governo è quasi onnipotente e il Reichstag e gli altri organismi rappresentativi sono privi di reale potere, e per di più proclamarlo senza necessità, significa togliere all’assolutismo la foglia di fico e servirsene per coprire le proprie nudità…”. [39]

A fare da copertura all’assolutismo furono infatti, nella loro grande maggioranza, i capi ufficiali della socialdemocrazia tedesca, che aveva messo “nel dimenticatoio” gli avvertimenti di Engels.

“…Una simile politica, alla lunga, non può non indurre in errore il partito. Si pongono in prima linea questioni politiche astratte, generali, e si celano così le questioni concrete e più urgenti, quelle questioni che al primo grande avvenimento, alla prima crisi politica, si pongono da sé all’ordine del giorno. Che altro può derivarne, se non il fatto che al momento decisivo il partito si trovi improvvisamente perplesso, che sui punti decisivi regnino la confusione e la discordia perchè questi punti non sono mai stati discussi?…

“Questo dimenticare i grandi principi fondamentali di fronte agli interessi passeggeri del momento, questo lottare e tendere al successo momentaneo senza preoccuparsi delle conseguenze che ne scaturiranno, questo sacrificare il futuro del movimento per il presente del movimento, può essere considerato onorevole, ma è e rimane opportunismo, e l’opportunismo “onorevole” è forse il peggiore di tutti…

“Se vi è qualcosa di certo, è proprio il fatto che il nostro partito e la classe operaia possono giungere al potere soltanto sotto la forma della repubblica democratica. Anzi, questa è la forma specifica per la dittatura del proletariato, come già ha dimostrato la Grande Rivoluzione francese…” [40]

Engels ripete qui, mettendola particolarmente in rilievo, l’idea fondamentale che attraversa, come un filo ininterrotto, tutte le opere di Marx: la repubblica democratica è la via più breve che conduce alla dittatura del proletariato. Questa repubblica, infatti, benchè non sopprima affatto il dominio del capitale, e quindi l’oppressione delle masse e la lotta di classe, porta inevitabilmente questa lotta a un’estensione, a uno sviluppo, a uno slancio e ad un’ampiezza tale che, una volta apparsa la possibilità di soddisfare gli interessi essenziali delle masse oppresse, questa possibilità si realizza necessariamente e unicamente con la dittatura del proletariato, con la direzione di queste masse da parte del proletariato. Per tutta la Seconda Internazionale anche queste sono state “parole dimenticate” del marxismo, e questa dimenticanza si è manifestata con particolare evidenza nella storia del partito menscevico durante i primi sei mesi della rivoluzione russa del 1917.

Sul problema della repubblica federativa in relazione con la composizione nazionale della popolazione, Engels scriveva:

“Che cosa dovrebbe subentrare al loro posto?” (al posto della costituzione monarchica reazionaria dell’attuale Germania e della sua non meno reazionaria suddivisione in piccoli Stati, che perpetua le caratteristiche specifiche del “prussianesimo” anziché dissolverle in una Germania come un tutto unico). “A mio giudizio, il proletariato può utilizzare soltanto la forma della repubblica una e indivisibile. La repubblica federale ancora oggi, nel complesso, è una necessità, data la gigantesca estensione territoriale degli Stati Uniti, sebbene nella loro parte orientale costituisca già un impedimento. Sarebbe un progresso in Inghilterra, dove sulle due isole vivono quattro nazioni, e dove nonostante un Parlamento unico sussistono già oggi, uno accanto all’altro, tre tipi di sistemi legislativi. Già da tempo essa è divenuta un ostacolo nella piccola Svizzera, sopportabile soltanto perché la Svizzera si accontenta di essere un membro puramente passivo del sistema degli Stati europei. Per la Germania una imitazione del federalismo svizzero sarebbe un enorme passo indietro. Due punti dividono lo Stato federale dallo Stato unitario, cioè il fatto che ogni singolo Stato federato, ogni Cantone, ha la propria legislazione civile e penale e la propria organizzazione giudiziaria, e il fatto che accanto al Parlamento del popolo (Volkshaus) esiste un Parlamento degli Stati (Staatenhaus), nel quale ogni Cantone, grande o piccolo, vota come tale.”

In Germania lo Stato federale rappresenta una forma di transizione verso uno Stato completamente unitario; non si deve far retrocedere la “rivoluzione dall’alto”, compiuta nel 1866 e nel 1870, ma si deve completarla con un “movimento dal basso” [41].

Ben lontano dal disinteressarsi delle forme dello Stato, Engels si sforza al contrario di analizzare con la massima attenzione proprio le forme transitorie, per determinare in ogni caso specifico, in base alle particolarità storiche concrete, quale passaggio, da che cosa e verso che cosa, rappresenti la forma transitoria esaminata

Come Marx, Engels difende, dal punto di vista del proletariato e della rivoluzione proletaria, il centralismo democratico, la repubblica una e indivisibile. Egli considera la repubblica federale o come un’eccezione alla regola e un ostacolo allo sviluppo, o come una transizione tra la monarchia e la repubblica centralizzata, come un “passo avanti”, in certe condizioni particolari. E fra queste condizioni particolari, mette in evidenza la questione nazionale.

Sia in Engels che in Marx, benché essi abbiano criticato implacabilmente il carattere reazionario degli staterelli in quanto tali e l’utilizzazione, in casi concreti, della questione nazionale per mascherare questo carattere reazionario, non si troverà, in nessuno dei loro scritti, neppur l’ombra della tendenza ad eludere la questione nazionale, tendenza di cui parlano spesso i marxisti olandesi e polacchi, pur partendo dalla lotta del tutto legittima contro il nazionalismo angustamente piccolo-borghese dei “loro” piccoli Stati.

Persino in Inghilterra, dove le condizioni geografiche, la comunanza della lingua e una storia multisecolare sembrerebbero “aver messo fine” alla questione nazionale per singole piccole suddivisioni del paese, – persino qui Engels tiene conto del fatto evidente che la questione nazionale non è ancora superata e riconosce perciò che la repubblica federale costituirebbe un “passo in avanti”. Ma non vi è qui neppur l’ombra della rinuncia a criticare i difetti della repubblica federale e a condurre la propaganda e la lotta più decisa in favore della repubblica unitaria, democratica, centralizzata.

Ma Engels non concepisce affatto il centralismo democratico nel senso burocratico dato a questa nozione dagli ideologi borghesi e piccolo-borghesi, compresi, fra questi ultimi, gli anarchici. Per Engels il centralismo non esclude affatto una larga autonomia amministrativa locale, la quale, mantenendo le “comuni” e le regioni volontariamente l’unità dello Stato, sopprime recisamente ogni burocrazia e ogni “comando” dall’alto.

“…Dunque repubblica unitaria, – scrive Engels sviluppando le concezioni programmatiche del marxismo a proposito dello Stato. – Ma non nel senso di quella francese odierna, che non è altro se non l’impero senza imperatore, fondato nel 1798. Dal 1792 al 1798 ogni dipartimento francese, ogni comune (Gemeinde) godettero di una amministrazione completamente autonoma, secondo il modello americano, e anche noi dobbiamo averla.

L’ America e la prima repubblica francese mostrarono a noi tutti in che modo si debba istituire l’amministrazione autonoma e come si possa fare a meno della burocrazia, e ancor oggi ce lo dimostrano l’Australia, il Canadà e le altre colonie inglesi. Tale amministrazione autonoma provinciale e comunale è assai più libera che, ad esempio, il federalismo svizzero, dove il Cantone è bensì assai indipendente rispetto alla Confederazione, ma lo è anche rispetto al distretto e al comune. I governi cantonali nominano governatori distrettuali e prefetti, mentre di tutto questo non si ha traccia nei paesi di lingua inglese, e anche noi in futuro vorremmo garbatamente fare a meno di essi come dei presidenti distrettuali e dei consiglieri di prefettura prussiana.”

Engels propone quindi di formulare nel modo seguente l’articolo del programma relativo all’autonomia amministrativa: “Amministrazione completamente autonoma nella provincia,” (governatorato o regione) “nei distretti e nei comuni, da parte di impiegati eletti con suffragio universale. Abolizione di ogni autorità locale e provinciale nominata dallo Stato”. [42]

Nella Pravda (n. 68, 28 maggio 1917), proibita dal governo di Kerenski e dagli altri ministri “socialisti”, ho già avuto occasione di mostrare che, su questo punto, – il quale evidentemente è tutt’altro che il solo, – i nostri rappresentanti pseudosocialisti di una pseudodemocrazia pseudorivoluzionaria si allontanano in modo clamoroso dai princípi democratici. Si comprende come questa gente, legata dalla sua “coalizione” con la borghesia imperialista, sia rimasta sorda a queste considerazioni.

E’ molto importante rilevare che Engels, prove alla mano, smentisce con il più preciso degli esempi il pregiudizio straordinariamente diffuso – specie nella democrazia piccolo-borghese, – secondo il quale una repubblica federale significhi necessariamente maggiore libertà di quanto non si abbia in una repubblica centralizzata. E’ falso. I fatti citati da Engels relativi alla repubblica francese centralizzata del 1792-l798 e alla repubblica federale svizzera confutano questa affermazione. In realtà la repubblica centralizzata, effettivamente democratica, diede maggiore libertà che non la repubblica federale. In altri termini: la maggiore libertà locale, regionale, ecc., che la storia abbia conosciuta è stata data dalla repubblica centralizzata e non dalla repubblica federale.

La nostra propaganda e la nostra agitazione di partito hanno dedicato e dedicano tuttora una insufficiente attenzione a questo fatto, come, in generale, a tutto il problema della repubblica federale e centralizzata e della autonomia amministrativa locale.

5. La prefazione del 1891 alla “Guerra civile” di Marx

Nella sua prefazione alla terza edizione della Guerra civile in Francia – prefazione in data del 18 marzo 1891, pubblicata per la prima volta nella rivista Neue Zeit -, accanto ad alcune interessanti riflessioni incidentali sui problemi connessi all’atteggiamento nei confronti dello Stato, Engels dà un riassunto meravigliosamente incisivo degli insegnamenti della Comune. Questo riassunto, – arricchito di tutta l’esperienza del periodo di vent’anni che separa il suo autore dalla Comune, e in particolar modo rivolto contro la “fede superstiziosa nello Stato” tanto diffusa in Germania, – può a buon diritto essere considerato come l’ultima parola del marxismo sulla questione in esame.

In Francia, dopo ogni rivoluzione, – osserva Engels, – gli operai erano armati; “per i borghesi che si trovavano ancora al governo dello Stato il disarmo degli operai era quindi il primo comandamento. Ecco quindi sorgere dopo ogni rivoluzione vinta dagli operai una nuova lotta, la quale finisce con la disfatta degli operai”. [43]

Questo bilancio dell’esperienza delle rivoluzioni borghesi è tanto succinto quanto eloquente. Il fondo del problema – come, fra l’altro, nella questione dello Stato (la classe oppressa dispone di armi?) – è individuato in modo ammirevole. Ed è proprio questo fondo che tanto i professori influenzati dall’ideologia borghese quanto i democratici della piccola borghesia eludono cosí spesso. Nella rivoluzione russa del 1917 fu al “menscevico” Tsereteli, “marxista anche lui”, che toccò l’onore (l’onore d’un Cavaignac) di svelare inavvertitamente questo segreto delle rivoluzioni borghesi. Nel suo “storico” discorso dell’11 giugno, Tsereteli ebbe l’imprudenza di annunziare che la borghesia era decisa a disarmare gli operai di Pietrogrado, decisione ch’egli naturalmente presentò anche come propria e, in generale, come una necessità “di Stato”!

Lo storico discorso di Tsereteli, pronunciato l’11 giugno, sarà certamente per tutti gli storici della rivoluzione del 1917 una delle migliori illustrazioni del passaggio del blocco dei socialisti-rivoluzionari e dei menscevichi, con a capo il signor Tsereteli, dalla parte della borghesia, contro il proletariato rivoluzionario.

Un’altra riflessione incidentale di Engels, anch’essa legata al problema dello Stato, riguarda la religione. E’ noto che la socialdemocrazia tedesca, a mano a mano che si incancreniva e diventava sempre più opportunista, scivolava con sempre maggiore frequenza verso una interpretazione erronea e filistea della celebre formula: “La religione è un affare privato”. Questa formula infatti era interpretata come se, anche per il partito del proletariato rivoluzionario, la questione della religione fosse un affare privato!! Contro questo completo tradimento del programma rivoluzionario del proletariato si levò Engels, che, non potendo ancora, nel 1891, osservare nel suo partito se non dei debolissimi germi di opportunismo, si esprimeva quindi con grande prudenza:

“Come nella Comune vi erano quasi solo operai o rappresentanti riconosciuti degli operai, così anche le sue deliberazioni avevano una decisa impronta proletaria. O decretavano riforme che la borghesia repubblicana aveva trascurato soltanto per viltà, ma che rappresentavano una base necessaria per la libertà d’azione della classe operaia, come l’attuazione del principio che di fronte allo Stato la religione non è che un semplice affare privato; oppure emettevano deliberazioni nell’interesse diretto della classe operaia, che talvolta incidevano anche profondamente sull’antico ordinamento sociale…” [44].

E’ con intenzione che Engels ha sottolineato le parole “di fronte allo Stato”; in tal modo egli attaccava in pieno l’opportunismo tedesco che dichiarava la religione un affare privato di fronte al partito e abbassava così il partito del proletariato rivoluzionario al livello del più volgare piccolo-borghese “libero pensatore”, che è disposto ad ammettere che si possa rimanere fuori della religione, ma rinnega il compito del partito di lottare contro la religione, quest’oppio che inebetisce il popolo.

Il futuro storico della socialdemocrazia tedesca, ricercando le prime fonti della sua vergognosa bancarotta nel 1914, troverà numerosi documenti interessanti su questa questione, a cominciare dalle dichiarazioni evasive fatte nei suoi articoli dal capo ideologico del partito, Kautsky, dichiarazioni che spalancavano le porte all’opportunismo, per finire con l’atteggiamento del partito verso il Los-von-Kirche-Bewegung (movimento per la separazione dalla Chiesa) nel 1913.

Ma vediamo come, vent’ anni dopo la Comune, Engels riassumeva gli insegnamenti ch’essa – aveva dato al proletariato in lotta.

Ecco gli insegnamenti che Engels poneva in primo piano:

“…Proprio l’opprimente potere del precedente governo centralizzato, il potere dell’ esercito della polizia politica, della burocrazia, che Napoleone aveva creato nel 1798 e che da allora in poi ogni nuovo governo aveva accettato come uno strumento ben accetto e aveva sfruttato contro i suoi avversari, proprio quel potere doveva cadere dappertutto, come già era caduto a Parigi.

“La Comune dovette riconoscere sin dal principio che la classe operaia, una volta giunta al potere, non può continuare ad amministrare con la vecchia macchina statale; che la classe operaia, per non perdere di nuovo il potere appena conquistato, da una parte deve eliminare tutto il vecchio macchinario repressivo già sfruttato contro di essa, e dall’altra deve assicurarsi contro i propri deputati e impiegati, dichiarandoli revocabili senza alcuna eccezione e in ogni momento…”. [45]

Engels sottolinea ancora una volta che non solo in una monarchia, ma anche nella repubblica democratica, lo Stato rimane lo Stato; conserva cioè la sua caratteristica fondamentale: trasformare i funzionari, da “servitori della società” e suoi organi, in padroni della società.

“…Contro questa trasformazione, inevitabile finora in tutti gli Stati, dello Stato e degli organi dello Stato da servitori della società in padroni della società, la Comune applicò due mezzi infallibili. In primo luogo, assegnò elettivamente tutti gli impieghi amministrativi, giudiziari, educativi, per suffragio generale degli interessati e con diritto costante di revoca da parte di questi. In secondo luogo, per tutti i servizi, alti e bassi, pagò solo lo stipendio che ricevevano gli altri lavoratori. Il più alto assegno che essa pagava era di 6.000 franchi [*]. In questo modo era posto un freno sicuro alla caccia agli impieghi e al carrierismo, anche senza i mandati imperativi per i delegati ai Corpi rappresentativi, che furono aggiunti per soprappiù…” [46]

Engels affronta qui l’interessante limite, passato il quale la democrazia conseguente da un lato si trasforma in socialismo, e dall’altro richiede il socialismo. Infatti, per sopprimere lo Stato è necessario trasformare le funzioni del servizio statale in operazioni di controllo e di registrazione, talmente semplici da essere alla portata dell’immensa maggioranza della popolazione e, in seguito, di tutta la popolazione. Ma per sopprimere completamente il carrierismo, bisogna che un impiego statale “onorifico”, anche se non retribuito, non possa servire di passerella per raggiungere impieghi molto lucrativi nelle banche e nelle società anonime, come sistematicamente avviene in tutti i paesi capitalistici, anche i più liberi.

Engels non cade però nell’errore che commettono, ad esempio, certi marxisti a proposito del diritto delle nazioni all’autodecisione: in regime capitalistico, essi dicono, questo diritto è irrealizzabile, e in regime socialista diventa superfluo. Questo ragionamento, che vorrebbe essere spiritoso, ma è soltanto sbagliato, potrebbe essere applicato a qualsiasi istituzione democratica, compreso il modesto stipendio assegnato ai funzionari, poichè un sistema democratico rigorosamente conseguente non è possibile in regime capitalistico, e in regime socialista ogni democrazia finirà per estinguersi.

E’ un sofisma del genere della vecchia barzelletta: in quel momento l’uomo che perde ad uno ad uno i suoi capelli può essere considerato calvo?.

Sviluppare la democrazia fino in fondo, ricercare le forme di questo sviluppo, metterle alla prova della pratica, ecc.: tutto ciò costituisce uno dei problemi fondamentali della lotta per la rivoluzione sociale. Preso a sé, nessun sistema democratico, qualunque esso sia, darà il socialismo; ma nella vita il sistema democratico non sarà mai “preso a sé”, sarà “preso nell’insieme” ed eserciterà la sua influenza anche sull’economia di cui stimolerà la trasformazione, mentre esso stesso subirà l’influenza dello sviluppo economico, ecc. E’ questa la dialettica della storia viva.

Engels continua:

“…Questa distruzione violenta [Sprengung] del potere dello Stato esistente e la sostituzione ad esso di un nuovo potere veramente democratico, è descritta esaurientemente nel terzo capitolo della Guerra civile. Era però necessario ritornar qui brevemente sopra alcuni tratti di essa, perchè proprio in Germania la fede superstiziosa nello Stato si è trasportata dalla filosofia nella coscienza generale della borghesia e perfino di molti operai. Secondo la concezione filosofica, lo Stato è “la realizzazione dell’Idea” ovvero il regno di Dio in terra tradotto in linguaggio filosofico, il campo nel quale la verità e la giustizia eterne si realizzano o si devono realizzare. Di qui una superstiziosa venerazione dello Stato e di tutto ciò che ha relazione con lo Stato, che subentra tanto più facilmente in quanto si è assuefatti fin da bambini a immaginare che gli affari comuni a tutta la società non possono venir curati altrimenti che come sono stati curati fino a quel momento cioè per mezzo dello Stato e dei suoi ben pagati funzionari. E si crede è liberati dalla fede nella monarchia ereditata e si giura nella repubblica democratica. Però lo Stato non è in realtà che una macchina per l’oppressione di una classe da parte di un’ altra, nella repubblica democratica non meno che nella monarchia; e nel migliore dei casi è un male che viene lasciato in eredità al proletariato riuscito vittorioso nella lotta per il dominio di classe i cui lati peggiori il proletariato non potrà fare a meno di amputare subito, nella misura del possibile come fece la Comune, finchè una generazione, cresciuta in condizioni sociali nuove, libere, non sia in grado di scrollarsi dalle spalle tutto il ciarpame statale”. [47]

Engels metteva in guardia i tedeschi perchè non dimenticassero, nell’eventualità della sostituzione della monarchia con la repubblica, i princípi del socialismo sul problema dello Stato in generale. Questi suoi avvertimenti appaiono oggi come una lezione impartita direttamente ai signori Tsereteli e Cernov, che hanno manifestato, nella loro pratica di “coalizione”, la loro fede superstiziosa nello Stato e la loro superstiziosa venerazione verso di esso!

Ancora due osservazioni: 1) Quando Engels dice che nella repubblica democratica “non meno” che nella monarchia, lo Stato rimane “una macchina per l’oppressione di una classe da parte di un’altra”, ciò non significa affatto che la forma d’oppressione sia indifferente per il proletariato, come “insegnano” certi anarchici. Una forma più larga, più libera, più aperta, di lotta di classe e di oppressione di classe facilita immensamente al proletariato la sua lotta per la soppressione delle classi in generale. 2) Perchè soltanto una nuova generazione sarà in grado di scrollarsi dalle spalle tutto il ciarpame statale? Questo problema è connesso a quello del superamento della democrazia, del quale parleremo ora.

6. Engels sul superamento della democrazia

Engels ha avuto modo di pronunciarsi su questo punto trattando della inesattezza scientifica della denominazione “socialdemocratico”.

Nella prefazione alla raccolta dei suoi articoli degli anni 1870 su diversi temi, dedicati in prevalenza ad argomenti “internazionali” (Internatiolanes aus dem Volkstaat [48]), – prefazione in data 3 gennaio 1894, cioè scritta un anno e mezzo prima della sua morte, – Engels scrive che in tutti i suoi articoli egli ha impiegato la parola “comunista” e non “socialdemocratico”, perchè a quell’epoca si chiamavano socialdemocratici i proudhoniani in Francia e i lassalliani in Germania.

“…Per Marx come per me, continua Engels, – era dunque assolutamente impossibile adoperare un’espressione così elastica per definire la nostra posizione. Oggi la cosa è diversa, e questa parola” (“socialdemocratico”) “può forse andare [mag passieren] per quanto rimanga imprecisa [unpassend, impropria] per un partito il cui programma economico non è semplicemente socialista in generale, ma veramente comunista; per un partito il cui scopo politico finale è la soppressione di ogni Stato e, quindi, di ogni democrazia. Del resto, i veri (il corsivo è di Engels) partiti politici non hanno mai una denominazione che loro convenga perfettamente; il partito si sviluppa, la denominazione rimane.”

Il dialettico Engels nel declino dei suoi giorni rimane fedele alla dialettica. Marx ed io, egli dice, avevamo per il partito un nome eccellente, scientificamente esatto, ma allora non c’era un vero partito, cioè un partito proletario di massa. Ora (fine del secolo decimonono) esiste un vero partito, ma la sua denominazione è scientificamente inesatta. Non importa, essa “può andare” purchè il partito si sviluppi, purchè l’inesattezza scientifica del suo nome non gli sfugga e non gli impedisca di svilupparsi in una giusta direzione!

Qualche burlone potrebbe forse venirci a consolare, noi bolscevichi, alla maniera di Engels: noi abbiamo un vero partito; esso si sviluppa nel migliore dei modi: dunque il nome assurdo e barbaro di “bolscevico”, che non esprime assolutamente nulla se non il fatto puramente accidentale che al congresso di Bruxelles-Londra del 1903 avemmo la maggioranza, può anch’esso “andare”… Forse, ora che le persecuzioni del nostro partito da parte dei repubblicani e della democrazia piccolo-borghese “rivoluzionaria” nel luglio-agosto 1917, hanno reso così popolare, così onorevole il titolo di bolscevico e hanno inoltre confermato l’immenso progresso storico del nostro partito nel corso del suo sviluppo reale, io stesso esiterei forse a proporre, come in aprile, di cambiare il nome del nostro partito. Proporrei forse ai compagni un “compromesso”: chiamarci Partito comunista, conservando, fra parentesi, la parola “bolscevico”…

Ma la questione del nome del partito è infinitamente meno importante di quella dell’atteggiamento del proletariato rivoluzionario verso lo Stato.

Discutendo sullo Stato si cade abitualmente nell’errore contro il quale Engels mette qui in guardia e che noi abbiamo già prima segnalato di sfuggita: si dimentica cioè che la soppressione dello Stato è anche la soppressione della democrazia, e che l’estinzione dello Stato è l’estinzione della democrazia.

A prima vista questa affermazione pare del tutto strana e incomprensibile: alcuni potrebbero forse persino temere che noi auspichiamo l’avvento di un ordinamento sociale in cui non verrebbe osservato il principio della sottomissione della minoranza alla maggioranza; perché in definitiva che cos’è la democrazia se non il riconoscimento di questo principio?

No! La democrazia non si identifica con la sottomissione della minoranza alla maggioranza. La democrazia è uno Stato che riconosce la sottomissione della minoranza alla maggioranza, cioè l’organizzazione della violenza sistematicamente esercitata da una classe contro un’altra, da una parte della popolazione contro l’altra.

Noi ci assegniamo come scopo finale la soppressione dello Stato, cioè di ogni violenza organizzata e sistematica, di ogni violenza esercitata contro gli uomini in generale. Noi non auspichiamo l’avvento di un ordinamento sociale in cui non venga osservato il principio della sottomissione della minoranza alla maggioranza. Ma, aspirando al socialismo, noi abbiamo la convinzione che esso si trasformerà in comunismo, e che scomparirà quindi ogni necessità di ricorrere in generale alla violenza contro gli uomini, alla sottomissione di un uomo a un altro, di una parte della popolazione a un’altra, perchè gli uomini si abitueranno a osservare le condizioni elementari della convivenza sociale, senza violenza e senza sottomissione.

Per mettere in risalto questo elemento di consuetudine, Engels parla della nuova generazione, “cresciuta in condizioni sociali nuove, libere” e che sarà “in grado di scrollarsi dalle spalle tutto il ciarpame statale”, ogni forma di Stato, compresa la repubblica democratica.

Per chiarire questo punto dobbiamo analizzare le basi economiche dell’estinzione dello Stato.

Note

27. F. Engels, La questione delle abitazioni, Edizioni Rinascita, 1950, pp. 43-44.

28. Op. cit., pp. 131-132.

29. Op. cit., p.108.

30. L’Almanacco repubblicano per l’anno 1874, Milano-Lodi, 1873. Vi apparvero un articolo di Marx, L’indifferenza in materia politica, e uno di Engels, Dell’autorità.
Ripubblicati in K. Marx-F. Engels, Contro l’anarchismo, Roma, Edizioni Rinascita, 1950.

31. Contro l’anarchismo, cit., p.10.

32. Op. cit., p.46.

33. Op. cit., pp. 47-48.

34. K. Marx-F. Engels, Il partito e l’internazionale, cit., pp. 250-251.

35. Per la traduzione italiana cfr. F Engels, Per la critica del progetto di programma del Partito socialdemocratico – 1891 (a cura di E. Ragionieri), in Critica marxista, a. I, n. 3, maggio-giugno 1963, pp. 118-132. Si tratta del progetto di programma della socialdemocrazia tedesca discusso al congresso di Erfurt nell’ottobre 1891.

36. F. Engels, Op. cit., p.125.

37. Op. cit., p. 127.

38. Op. cit., pp. 127-128.

39. Op. cit., p. 128.

40. Op. cit., pp. 128-129.

41. Op. cit., pp. 129-130.

42. Op. cit., pp. 130-131.

43. K. Marx, La guerra civile in Francia, in Il partito e l’Internazionale, cit., p. 131.

44. Op. cit., p. 136.

45. Op. cit., pp. 139-140.

*. Ciò che fa circa 2400 rubli al corso nominale, e 6.000 al corso attuale. I bolscevichi che propongono, ad esempio nei municipi, stipendi di 9.000 rubli, invece di proporre per tutto lo Stato un massimo di 6.000 rubli – somma sufficiente -, commettono un errore imperdonabile.

46. Op. cit., pp. 140-141.

47. Op. cit., p. 141.

48. Traduzione italiana di questa raccolta: F Engels, Cose internazionali estratte dal Volkstaat (1871-1875), Roma, L. Mongini ed., poi riunito in Marx-Engels-Lassalle, Opere, a cura di E. Ciccotti, vol. IV, Milano, Società Editrice Avanti!, 1914.

V. Le basi economiche dell’estinzione dello Stato

Lo studio più approfondito di questo problema lo troviamo in Marx, nella sua Critica del programma di Gotha (lettera a Bracke del 5 maggio 1875, pubblicata soltanto nel 1891 nella Neue Zeit, IX, l, e di cui apparve una edizione separata in russo). La parte polemica di questa importante opera, che contiene la critica del lassallismo, ha lasciato per così dire nell’ombra la parte positiva, cioè l’analisi della connessione tra lo sviluppo del comunismo e l’estinzione dello Stato.

l. L’impostazione della questione in Marx

Se si sottopongono a un superficiale confronto la lettera di Marx a Bracke del 5 maggio 1875 e la lettera del 28 marzo 1875 di Engels a Bebel, esaminata più sopra, può sembrare che Marx sia molto più “statalista” di Engels e che la differenza fra le concezioni dei due scrittori sullo Stato sia molto notevole.

Engels invita Bebel a smetterla con le chiacchiere sullo Stato, a bandire completamente dal programma la parola “Stato” e a sostituirla con la parola “Comune”; Engels dichiara persino che la Comune non era più uno Stato nel senso proprio della parola. Marx invece parla del “futuro Stato della società comunista”, cioè sembra ammettere la necessità dello Stato anche in regime comunista.

Ma una tale interpretazione sarebbe profondamente errata. Un più attento esame mostra che le idee di Marx e di Engels sullo Stato e sull’estinzione dello Stato coincidono perfettamente e che l’espressione di Marx citata si riferisce appunto all’organizzazione statale in via di estinzione.

Non è possibile evidentemente determinare il momento in cui avverrà questa futura “estinzione”, soprattutto perchè essa sarà inevitabilmente un processo di lunga durata. L’apparente differenza tra Marx ed Engels si spiega con la differenza degli argomenti trattati e degli scopi da essi perseguiti. Engels si propone di dimostrare a Bebel, in modo clamoroso, incisivo, a grandi linee, tutta l’assurdità dei pregiudizi correnti (condivisi in gran parte da Lassalle) sullo Stato. Marx sfiora soltanto questo problema; un altro argomento l’interessa: lo sviluppo della società comunista.

Tutta la teoria di Marx è l’applicazione al capitalismo contemporaneo della teoria dell’evoluzione, nella sua forma più conseguente e completa, meditata e ricca di contenuto. Si comprende quindi che Marx abbia visto il problema dell’applicazione di questa teoria all’imminente fallimento del capitalismo e al futuro sviluppo del futuro comunismo.

Su quali dati ci si può dunque basare nel porre la questione del futuro sviluppo del futuro comunismo?

Sul fatto che il comunismo è generato dal capitalismo, si sviluppa storicamente dal capitalismo, è il risultato dell’azione di una forza sociale prodotta dal capitalismo. In Marx non vi è traccia del tentativo di inventare delle utopie, di fare vane congetture su quel che non si può sapere. Marx pone la questione del comunismo come un naturalista porrebbe, per esempio, la questione dell’evoluzione di una nuova specie biologica, una volta conosciuta la sua origine e la linea precisa della sua evoluzione.

Marx respinge innanzitutto la confusione in cui cade il programma di Gotha nella questione dei rapporti tra lo Stato e la società.

“…La “società odierna” – egli scrive, – è la società capitalistica, che esiste in tutti i paesi civili, più o meno libera di aggiunte medioevali, più o meno modificata dallo speciale svolgimento storico di ogni paese, più o meno evoluta. Lo “Stato odierno”, invece, muta con il confine di ogni paese. Nel Reich tedesco-prussiano esso è diverso che in Svizzera; in Inghilterra è diverso che negli Stati Uniti. Lo “Stato odierno ” è dunque una finzione. ”

Tuttavia i diversi Stati dei diversi paesi civili, malgrado le loro variopinte differenze di forma, hanno tutti in comune il fatto che stanno sul terreno della moderna società borghese, che è soltanto più o meno evoluta dal punto di vista capitalistico. Essi hanno perciò in comune anche alcuni caratteri essenziali. In questo senso si può parlare di uno “Stato odierno”, in contrapposto al futuro, in cui la presente radice dello Stato, la società borghese, sarà perita.

“Si domanda quindi: quale trasformazione subirà lo Stato in una società comunista? In altri termini: quali funzioni sociali persisteranno ivi ancora. che siano analoghe alle odierne funzioni statali? A questa questione si può rispondere solo scientificamente, e componendo migliaia di volte la parola popolo con la parola Stato non ci si avvicina alla soluzione del problema neppure di una spanna…” [49]

Avendo così ridicolizzato tutte le chiacchiere sullo “Stato popolare”, Marx mostra come si deve impostare la questione, e avverte che non le si può dare in qualche modo una risposta scientifica se non basandosi su dati scientifici solidamente stabiliti.

Il primo punto, stabilito con la massima precisione da tutta la teoria dell’evoluzione e, in generale, da tutta la scienza – punto che gli utopisti dimenticavano e che dimenticano gli opportunisti odierni, i quali temono la rivoluzione sociale – è il seguente: è storicamente certo che fra il capitalismo e il comunismo dovrà necessariamente esserci uno stadio particolare o una tappa particolare di transizione.

2. La transizione dal capitalismo al comunismo

“…Tra la società capitalistica e la società comunista, – prosegue Marx, – vi è il periodo della trasformazione rivoluzionaria dell’una nell’altra. Ad esso corrisponde anche un periodo politico di transizione, il cui Stato non può essere altro che la dittatura rivoluzionaria del proletariato…” [50]

Questa conclusione si basa, in Marx, sull’analisi della funzione che il proletariato ha nella società capitalistica odierna, sui dati dello sviluppo di questa società e sulla inconciliabilità degli opposti interessi del proletariato e della borghesia.

Prima la questione veniva posta in tal modo: per ottenere la sua emancipazione il proletariato deve rovesciare la borghesia, conquistare il potere politico, stabilire la sua dittatura rivoluzionaria.

Ora la questione si pone in modo un po’ diverso: il passaggio dalla società capitalistica, che si sviluppa in direzione del comunismo, alla società comunista è impossibile senza un “periodo politico di transizione”, e lo Stato di questo periodo non può esser altro che la dittatura rivoluzionaria del proletariato.

Ma qual è l’atteggiamento di questa dittatura verso la democrazia?

Abbiamo visto che il Manifesto del Partito comunista pone semplicemente uno accanto all’altro i due concetti: “trasformazione del proletariato in classe dominante” e “conquista della democrazia”. Tutto ciò che precede permette di determinare nel modo più preciso le modificazioni che subirà la democrazia nella transizione dal capitalismo al comunismo.

La società capitalistica, considerata nelle sue condizioni di sviluppo più favorevoli, ci offre nella repubblica democratica una democrazia più o meno completa. Ma questa democrazia è sempre limitata nel ristretto quadro dello sfruttamento capitalistico, e rimane sempre, in fondo, una democrazia per la minoranza, per le sole classi possidenti, per i soli ricchi. La libertà, nella società capitalistica, rimane sempre più o meno quella che fu nelle repubbliche dell’antica Grecia: la libertà per i proprietari di schiavi. Gli odierni schiavi salariati. in conseguenza dello sfruttamento capitalistico, sono talmente soffocati dal bisogno e dalla miseria, che “hanno altro pel capo che la democrazia”, “che la politica”, sicchè, nel corso ordinario e pacifico degli avvenimenti, la maggioranza della popolazione si trova tagliata fuori dalla vita politica e sociale.

L’esattezza di questa affermazione è confermata. forse con la maggiore evidenza, dall’esempio della Germania, perchè è proprio in questo paese che la legalità costituzionale si mantenne, per quasi mezzo secolo (1871-1914), con una costanza e una durata sorprendenti. e durante questo periodo la socialdemocrazia seppe, molto più che negli altri paesi, “usufruire della legalità” e organizzare in un partito politico una parte di operai molto più grande che in qualsiasi altro paese del mondo.

Quale è dunque questa parte – la più elevata fra quelle che si osservano nella società capitalistica – degli schiavi salariati politicamente coscienti e attivi? Un milione di membri del partito socialdemocratico su 15 milioni di operai salariati! Tre milioni di operai organizzati nei sindacati su 15 milioni di operai!

Democrazia per un’infima minoranza, democrazia per i ricchi: questo è il sistema democratico della società capitalistica. Se osserviamo più da vicino il meccanismo della democrazia capitalistica, si vedranno sempre dovunque – sia nei “piccoli” (i pretesi piccoli) particolari della legislazione elettorale (durata della residenza, esclusione delle donne, ecc.), sia nel funzionamento delle istituzioni rappresentative, sia negli ostacoli di fatto al diritto di riunione (gli edifici pubblici non sono per i “poveri”!), sia nell’ organizzazione puramente capitalistica della stampa quotidiana, ecc. – si vedranno restrizioni su restrizioni al sistema democratico. Queste restrizioni, eliminazioni, esclusioni, intralci per i poveri sembrano piccoli soprattutto a coloro che non hanno mai conosciuto il bisogno e non hanno mai avvicinato le classi oppresse né la vita delle masse che le costituiscono (e sono i nove decimi, se non i novantanove centesimi dei pubblicisti e degli uomini politici borghesi), ma, sommate, queste restrizioni escludono i poveri dalla politica e dalla partecipazione attiva alla democrazia.

Marx afferrò perfettamente questa caratteristica essenziale della democrazia capitalistica, quando, nella sua analisi dell’esperienza della Comune, disse: agli oppressi è permesso di decidere, una volta ogni qualche anno, quale fra i rappresentanti della classe dominante li rappresenterà e li opprimerà in Parlamento!

Ma l’evoluzione da questa democrazia capitalistica – inevitabilmente ristretta, che respinge in modo dissimulato i poveri, e quindi profondamente ipocrita e bugiarda – “a una democrazia sempre più perfetta”, non avviene così semplicemente, direttamente e senza scosse come immaginano i professori liberali e gli opportunisti piccolo-borghesi. No. Lo sviluppo progressivo, cioè l’evoluzione verso il comunismo, avviene passando per la dittatura del proletariato e non può avvenire altrimenti, poichè non v’è nessun’altra classe e nessun altro mezzo che possa spezzare la resistenza dei capitalisti sfruttatori.

Ora, la dittatura del proletariato, vale a dire l’organizzazione dell’avanguardia degli oppressi in classe dominante per reprimere gli oppressori, non può limitarsi a un puro e semplice allargamento della democrazia. Insieme a un grandissimo allargamento della democrazia, divenuta per la prima volta una democrazia per i poveri, per il popolo, e non una democrazia per i ricchi, la dittatura del proletariato apporta una serie di restrizioni alla libertà degli oppressori, degli sfruttatori, dei capitalisti. Costoro noi li dobbiamo reprimere, per liberare l’umanità dalla schiavitù salariata; si deve spezzare con la forza la loro resistenza; ed è chiaro che dove c’è repressione, dove c’è violenza, non c’è libertà, non c’è democrazia.

Engels lo ha espresso in modo mirabile nella sua lettera a Bebel scrivendo, come il lettore ricorda, che “finchè il proletariato ha ancora bisogno dello Stato, ne ha bisogno non nell’interesse della libertà, ma nell’interesse dell’assoggettamento dei suoi avversari, e quando diventa possibile parlare di libertà, allora lo Stato come tale cessa di esistere”.

Democrazia per l’immensa maggioranza del popolo e repressione con la forza, vale a dire esclusione dalla democrazia, per gli sfruttatori, gli oppressori del popolo: tale è la trasformazione che subisce la democrazia nella transizione dal capitalismo al comunismo.

Soltanto nella società comunista, quando la resistenza dei capitalisti è definitivamente spezzata, quando i capitalisti sono scomparsi e non esistono più classi (non v’è cioè più distinzione fra i membri della società secondo i loro rapporti coi mezzi sociali di produzione), soltanto allora “lo Stato cessa di esistere e diventa possibile parlare di libertà“. Soltanto allora diventa possibile e si attua una democrazia realmente completa, realmente senza alcuna eccezione. Soltanto allora la democrazia comincia a estinguersi, per la semplice ragione che, liberati dalla schiavitù capitalistica, dagli innumerevoli orrori, barbarie, assurdità, ignominie dello sfruttamento capitalistico, gli uomini si abituano a poco a poco a osservare le regole elementari della convivenza sociale, da tutti conosciute da secoli, ripetute da millenni in tutti i comandamenti, a osservarle senza violenza, senza costrizione, senza sottomissione, senza quello speciale apparato di costrizione che si chiama Stato.

L’espressione: “lo Stato si estingue” è molto felice in quanto esprime al tempo stesso la gradualità del processo e la sua spontaneità. Soltanto l’abitudine può produrre un tale effetto, e senza dubbio lo produrrà, poichè noi osserviamo attorno a noi milioni di volte con quale facilità gli uomini si abituano a osservare le regole per loro indispensabili della convivenza sociale, quando non vi è sfruttamento e quando nulla provoca l’indignazione, la protesta, la rivolta e rende necessaria la repressione.

La società capitalistica non ci offre dunque che una democrazia tronca, miserabile, falsificata, una democrazia per i soli ricchi, per la sola minoranza. La dittatura del proletariato, periodo di transizione verso il comunismo, istituirà per la prima volta una democrazia per il popolo, per la maggioranza, accanto alla repressione necessaria della minoranza, degli sfruttatori. Solo il comunismo è in grado di dare una democrazia realmente completa; e quanto più sarà completa, tanto più rapidamente diventerà superflua e si estinguerà da sé.

In altri termini: noi abbiamo, nel regime capitalistico, lo Stato nel vero senso della parola, una macchina speciale per la repressione di una classe da parte di un’altra e per di più della maggioranza da parte della minoranza. Si comprende come per realizzare un simile compito – la sistematica repressione della maggioranza degli sfruttati da parte di una minoranza di sfruttatori – siano necessarie una crudeltà e una ferocia di repressione estreme: fiumi di sangue attraverso cui l’umanità prosegue il suo cammino, sotto il regime della schiavitù, della servitù della gleba e del lavoro salariato.

In seguito, nel periodo di transizione dal capitalismo al comunismo, la repressione è ancora necessaria, ma è già esercitata da una maggioranza di sfruttati contro una minoranza di sfruttatori. Lo speciale apparato, la macchina speciale di repressione, lo “Stato”, è ancora necessario, ma è già uno Stato transitorio, non più lo Stato propriamente detto, perchè la repressione di una minoranza di sfruttatori da parte della maggioranza degli schiavi salariati di ieri è cosa relativamente così facile, semplice e naturale, che costerà molto meno sangue di quello che è costata la repressione delle rivolte di schiavi, di servi e di operai salariati, costerà molto meno caro all’umanità. Ed essa è compatibile con una democrazia che abbraccia una maggioranza della popolazione così grande che comincia a scomparire il bisogno di una macchina speciale di repressione. Gli sfruttatori non sono naturalmente in grado di reprimere il popolo senza una macchina molto complicata destinata a questo compito; il popolo, invece, può reprimere gli sfruttatori anche con una “macchina” molto semplice, quasi senza “macchina”, senza apparato speciale, mediante la semplice organizzazione delle masse in armi (come – diremo anticipando – i Soviet dei deputati operai e soldati).

Infine, solo il comunismo rende lo Stato completamente superfluo, perchè non c’è da reprimere nessuno, “nessuno” nel senso di classe, nel senso di lotta sistematica contro una parte determinata della popolazione. Noi non siamo utopisti e non escludiamo affatto che siano possibili e inevitabili eccessi individuali, come non escludiamo la necessità di reprimere tali eccessi. Ma anzitutto, per questo non c’è bisogno d’una macchina speciale, di uno speciale apparato di repressione; lo stesso popolo armato si incaricherà di questa faccenda con la stessa semplicità, con la stessa facilità con cui una qualsiasi folla di persone civili, anche nella società attuale, separa delle persone in rissa o non permette che venga usata la violenza contro una donna. Sappiamo inoltre che la principale causa sociale degli eccessi che costituiscono infrazioni alle regole della convivenza sociale è lo sfruttamento delle masse, la loro povertà, la loro miseria. Eliminata questa causa principale, gli eccessi cominceranno infallibilmente a “estinguersi“. Non sappiamo con quale ritmo e quale gradualità, ma sappiamo che si estingueranno. E con essi si estinguerà anche lo Stato.

Marx, senza abbandonarsi all’utopia, definì più in particolare ciò che è ora possibile definire di questo avvenire, e precisamente ciò che distingue la fase (gradino, tappa) inferiore dalla fase superiore della società comunista.

3. La prima fase della società comunista

Nella Critica del programma di Gotha Marx confuta minuziosamente l’idea di Lassalle che l’operaio debba ricevere in regime socialista il reddito “non ridotto” o il “reddito integrale del suo lavoro”. Marx dimostra che dal prodotto sociale complessivo di tutta la società bisogna detrarre: un fondo di riserva, un fondo per l’allargamento della produzione, un fondo destinato a reintegrare il macchinario “consumato”, ecc.; inoltre bisogna detrarre dagli oggetti di consumo un fondo per le spese di amministrazione, per le scuole, per gli ospedali, gli ospizi per i vecchi, ecc.

Invece della formula nebulosa, oscura e generica di Lassalle (“all’operaio il frutto integrale del suo lavoro”), Marx stabilisce lucidamente come deve essere la gestione di una società socialista. Egli affronta l’analisi concreta delle condizioni di vita di una società in cui non esisterà il capitalismo, e aggiunge:

“Quella con cui abbiamo da far qui” (analizzando il programma del partito operaio) “è una società comunista. non come si è sviluppata sulla sua propria base, ma, viceversa, come emerge dalla società capitalistica; che porta quindi ancora sotto ogni rapporto. economico, morale, spirituale, le “macchie” della vecchia società dal cui seno essa è uscita”. [51]

E’ questa società comunista appena uscita dal seno del capitalismo, e che porta ancora sotto ogni rapporto le impronte della vecchia società, che Marx chiama “la prima fase” o fase inferiore della società comunista.

I mezzi di produzione non sono già più proprietà privata individuale. Essi appartengono a tutta la società. Ogni membro della società, eseguendo una certa parte del lavoro socialmente necessario, riceve dalla società uno scontrino da cui risulta ch’egli ha prestato tanto lavoro. Con questo scontrino egli ritira dai magazzini pubblici di oggetti di consumo una corrispondente quantità di prodotti. Detratta la quantità di lavoro versata ai fondi sociali, ogni operaio riceve quindi dalla società tanto quanto le ha dato.

Si direbbe il regno dell'”uguaglianza”.

Ma quando, a proposito di quest’ordinamento sociale (abitualmente chiamato socialismo, e che Marx chiama prima fase del comunismo), Lassalle dice che c’è in esso “giusta ripartizione”, “uguale diritto di ciascuno all’uguale prodotto del lavoro”, egli si sbaglia e Marx spiega perchè.

Un “uguale diritto”, – dice Marx, – qui effettivamente l’abbiamo, ma è ancora il “diritto borghese”, che, come ogni diritto, presuppone la disuguaglianza. Ogni diritto consiste nell’ applicazione di un’unica norma a persone diverse, a persone che non sono, in realtà, né identiche, né uguali. L'”uguale diritto” equivale quindi a una violazione dell’uguaglianza e della giustizia. Infatti, per una parte uguale di lavoro sociale fornito, ognuno riceve un’uguale parte della produzione sociale (con le detrazioni indicate più sopra).

Gli individui però non sono uguali: uno è più forte, l’altro è più debole, uno è ammogliato, l’altro no, uno ha più figli, l’altro meno, ecc.

“…Supposti uguali il rendimento e quindi la partecipazione al fondo di consumo sociale, – conclude Marx, – l’uno riceve dunque più dell’altro, l’uno è più ricco dell’altro e così via. Per evitare tutti questi inconvenienti, il diritto, invece di essere uguale, dovrebbe essere disuguale..” [52]

La prima fase del comunismo non può dunque ancora realizzare la giustizia e l’uguaglianza; rimarranno differenze di ricchezze e differenze ingiuste; ma non sarà più possibile lo sfruttamento dell’uomo da parte dell’uomo, poichè non sarà più possibile impadronirsi, a titolo di proprietà privata, dei mezzi di produzione, fabbriche, macchine, terreni, ecc. Demolendo la formula confusa e piccolo-borghese di Lassalle sulla “uguaglianza” e la “giustizia” in generale, Marx indica il corso dello sviluppo della società comunista, costretta da principio a distruggere solo l'”ingiustizia” costituita dall’accaparramento dei mezzi di produzione da parte di singoli individui, ma incapace di distruggere di punto in bianco l’altra ingiustizia: la ripartizione dei beni di consumo “secondo il lavoro” (e non secondo i bisogni).

Gli economisti volgari, e fra essi i professori borghesi, compreso il “nostro” Tugan, rimproverano continuamente ai socialisti di dimenticare la disuguaglianza degli individui e di “sognare” la soppressione di questa disuguaglianza. Questi rimproveri, come si vede, dimostrano soltanto l’estrema ignoranza dei signori ideologi borghesi.

Non solo Marx tiene conto con molta precisione di questa inevitabile disuguaglianza delle persone, ma non trascura nemmeno il fatto che, da sola, la socializzazione dei mezzi ai produzione (“socialismo” nel senso abituale della parola) non elimina gli inconvenienti della distribuzione e la disuguaglianza del “diritto borghese” che continua a dominare fino a quando i prodotti sono divisi “secondo il lavoro”.

“…Ma questi inconvenienti – continua Marx – sono inevitabili nella prima fase della società comunista, quale è uscita, dopo i lunghi travagli del parto, dalla società capitalistica. Il diritto non può essere mai più elevato della configurazione economica e dello sviluppo culturale, da essa condizionato, della società…” [53]

Così, nella prima fase della società comunista (comunemente chiamata socialismo), il “diritto borghese” non è completamente abolito, ma solo in parte, soltanto nella misura in cui la rivoluzione economica è compiuta, cioè unicamente per quanto riguarda i mezzi di produzione. Il “diritto borghese” riconosce la proprietà privata su questi ultimi a individui singoli. Il socialismo ne fa una proprietà comune. In questa misura – e soltanto in questa misura – il “diritto borghese” è abolito.

Ma esso sussiste nell’altra sua parte, sussiste quale regolatore (fattore determinante) della distribuzione dei prodotti e del lavoro fra i membri della società. “Chi non lavora non mangia”: questo principio socialista è già realizzato; “a uguale quantità di lavoro, uguale quantità di prodotti”: quest’altro principio socialista è anche esso già realizzato. Tuttavia ciò non è ancora il comunismo, non abolisce ancora il “diritto borghese” che attribuisce a persone disuguali e per una quantità di lavoro disuguale (di fatto disuguale) una quantità uguale di prodotti.

E’ un “inconveniente”, dice Marx, ma esso è inevitabile nella prima fase del comunismo, in quanto non si può pensare, senza cadere nell’utopia, che appena rovesciato il capitalismo gli uomini imparino, dall’oggi al domani, a lavorare per la società senza alcuna norma giuridica; d’altra parte, l’abolizione del capitalismo non dà subito le premesse economiche per un tale cambiamento.

E non vi sono altre norme, all’infuori di quelle del “diritto borghese”. Rimane perciò la necessità di uno Stato che, mantenendo comune la proprietà dei mezzi di produzione, mantenga l’uguaglianza del lavoro e l’uguaglianza della distribuzione dei prodotti.

Lo Stato si estingue nella misura in cui non ci sono più capitalisti, non ci sono più e quindi non è più possibile reprimere alcuna classe.

Ma lo Stato non si è ancora estinto completamente, poichè rimane la salvaguardia del “diritto borghese” che consacra la disuguaglianza di fatto. Perchè lo Stato si estingua completamente occorre il comunismo integrale.

4. La fase superiore della società comunista

Marx continua:

“…In una fase più elevata della società comunista, dopo che è scomparsa la subordinazione asservitrice degli individui alla divisione del lavoro, e quindi anche il contrasto di lavoro intellettuale e fisico; dopo che il lavoro non è divenuto soltanto mezzo di vita, ma anche il primo bisogno della vita; dopo che con lo sviluppo onnilaterale degli individui sono cresciute anche le forze produttive e tutte le sorgenti della ricchezza collettiva scorrono in tutta la loro pienezza, solo allora l’angusto orizzonte giuridico borghese può essere superato, e la società può scrivere sulle sue bandiere: Ognuno secondo le sue capacità; a ognuno secondo i suoi bisogni!”. [54]

Ora soltanto possiamo apprezzare tutta la giustezza delle osservazioni di Engels, che colpisce implacabilmente con i suoi sarcasmi l’assurdo accoppiamento delle parole “libertà” e “Stato”. Finchè esiste lo Stato non vi è libertà; quando si avrà la libertà non vi sarà più Stato.

La condizione economica della completa estinzione dello Stato è che il comunismo giunga a un grado così elevato di sviluppo che ogni contrasto di lavoro intellettuale e fisico scompaia, e che scompaia quindi una delle principali fonti della disuguaglianza sociale contemporanea, fonte che la sola socializzazione dei mezzi di produzione, la sola espropriazione dei capitalisti non può inaridire di colpo.

Questa espropriazione renderà possibile uno sviluppo gigantesco delle forze produttive. E vedendo come, già ora, il capitalismo intralci in modo assurdo questo sviluppo, e quali progressi potrebbero essere realizzati grazie alla tecnica moderna già acquisita, abbiamo il diritto di affermare con assoluta certezza che l’espropriazione dei capitalisti darà necessariamente un gigantesco impulso alle forze produttive della società umana. Ma non sappiamo e non possiamo sapere quale sarà la rapidità di questo sviluppo, quando esso giungerà a una rottura con la divisione del lavoro, alla soppressione del contrasto fra il lavoro intellettuale e fisico, alla trasformazione del lavoro nel “primo bisogno della vita”.

Abbiamo perciò diritto di parlare unicamente dell’inevitabile estinzione dello Stato, sottolineando la durata di questo processo, la sua dipendenza dalla rapidità di sviluppo della fase più elevata del comunismo, lasciando assolutamente in sospeso la questione del momento in cui avverrà e delle forme concrete che questa estinzione assumerà, poichè non abbiamo dati che ci permettano di risolvere simili questioni.

Lo Stato potrà estinguersi completamente quando la società avrà realizzato il principio. “Ognuno secondo le sue capacità; a ognuno secondo i suoi bisogni”, cioè quando gli uomini si saranno talmente abituati a osservare le regole fondamentali della convivenza sociale e il lavoro sarà diventato talmente produttivo ch’essi lavoreranno volontariamente secondo le loro capacità. “L’angusto orizzonte giuridico borghese”, che costringe a calcolare con la durezza di uno Shylock: – non avrò per caso lavorato mezz’ora più di un altro, non avrò guadagnato un salario inferiore a un altro? -, questo ristretto orizzonte sarà allora sorpassato. La distribuzione dei prodotti non renderà più necessario che la società razioni i prodotti a ciascuno: ciascuno sarà libero di attingere “secondo i suoi bisogni”.

Dal punto di vista borghese è facile dichiarare che un tale regime sociale è “pura utopia” e coprire di sarcasmi i socialisti che promettono a ogni cittadino di ricevere dalla società, senza alcun controllo del suo lavoro, tutti i tartufi, tutte le automobili, tutti i pianoforti che desidera. Ancor oggi la maggior parte degli “scienziati” borghesi se la cavano con sarcasmi del genere rivelando in tal modo sia la loro ignoranza che la loro interessata difesa del capitalismo.

Ignoranza, perchè non a un solo socialista è mai venuto in mente di “promettere” l’avvento della fase superiore del comunismo; in quanto alla previsione dei grandi socialisti sul suo avvento, essa presuppone una produttività del lavoro diversa da quella attuale e non l’attuale borghese, capace, come i seminaristi di Pomialovski [55], di sperperare “a destra e a sinistra” le ricchezze pubbliche e di pretendere l’impossibile.

Fino all’avvento della fase “più elevata” del comunismo, i socialisti reclamano dalla società e dallo Stato che sia esercitato il più rigoroso controllo della misura del lavoro, e della misura del consumo; ma questo controllo deve cominciare con l’espropriazione dei capitalisti, con il controllo degli operai sui capitalisti, e deve essere esercitato non dallo Stato dei funzionari, ma dallo Stato degli operai armati.

La difesa interessata del capitalismo da parte degli ideologi borghesi (e dei loro reggicoda del tipo di Tsereteli, Cernov e consorti) consiste precisamente nell’eludere con discussioni e frasi su un lontano avvenire, la questione urgente e di scottante attualità della politica d’oggi: l’espropriazione dei capitalisti, la trasformazione di tutti i cittadini in lavoratori e impiegati di un unico e grande “cartello”, vale a dire lo Stato intero, e la completa subordinazione di tutto il lavoro di tutto questo cartello a uno Stato veramente democratico, allo Stato dei Soviet dei deputati operai e soldati.

In fondo quando un dotto professore, e dopo di lui il filisteo, e dopo di lui i signori Tsereteli e i signori Cernov parlano delle utopie insensate, delle promesse demagogiche dei bolscevichi, della impossibilità di “introdurre” il socialismo essi alludono appunto a questo stadio o a questa fase superiore del comunismo, che non solo nessuno ha mai promesso, ma non ha neppure mai pensato di “introdurre”, per la sola ragione che è impossibile “introdurla”.

Ci troviamo qui di fronte al problema della distinzione scientifica tra socialismo e comunismo, problema toccato da Engels nel brano precedentemente citato sulla denominazione non esatta di “socialdemocratico”. Dal punto di vista politico, la differenza fra la prima fase o fase inferiore e la fase superiore del comunismo probabilmente diventerà col tempo molto notevole, ma oggi, in regime capitalistico, sarebbe ridicolo farne caso, e forse solo certi anarchici potrebbero metterla in primo piano (se ci sono ancora fra gli anarchici uomini a cui la metamorfosi “plekhanoviana” dei Kropotkin, dei Grave, dei Cornelissen e di altre “stelle” dell’anarchismo in socialsciovinisti o anarchici delle trincee – per usare l’espressione di Gay, uno dei pochi anarchici che abbiano conservato l’onore e la coscienza – non ha insegnato nulla). [56]

Ma la differenza scientifica fra socialismo e comunismo è chiara. Marx chiama “prima” fase o fase inferiore della società comunista ciò che comunemente viene chiamato socialismo. La parola “comunismo” può essere anche qui usata nella misura in cui i mezzi di produzione divengono proprietà comune, purchè non si dimentichi che non è un comunismo completo. Ciò che conferisce un grande pregio all’esposizione di Marx è ch’egli applica conseguentemente anche qui la dialettica materialistica, la teoria dell’evoluzione, e considera il comunismo come un qualcosa che si sviluppa dal capitalismo. Anziché attenersi a definizioni “escogitate”, scolastiche e artificiali, a sterili dispute su parole (che cos’è il socialismo? che cos’è il comunismo?), Marx analizza quelli che si potrebbero chiamare i gradi della maturità economica del comunismo.

Nella sua prima fase, nel suo primo grado, il comunismo non può essere, dal punto di vista economico, completamente maturo, completamente libero dalle tradizioni e dalle vestigia del capitalismo. Di qui il fenomeno interessante qual è il mantenimento dell'”augusto orizzonte giuridico borghese” nella prima fase del regime comunista. Certo, il diritto borghese, per quel che concerne la distribuzione dei beni di consumo, suppone pure necessariamente uno Stato borghese, poichè il diritto è nulla senza un apparato capace di costringere all’osservanza delle sue norme.

Ne consegue che in regime comunista sussistono, per un certo tempo, non solo il diritto borghese ma anche lo Stato borghese, senza borghesia!

Ciò può sembrare un paradosso o un giuoco dialettico del pensiero e questo rimprovero è stato spesso mosso al marxismo da gente che non si è mai data la minima pena di studiarne la sostanza estremamente profonda.

Ma in realtà la vita ci mostra a ogni passo, nella natura e nella società, che vestigia del passato sopravvivono nel presente. Marx non introdusse arbitrariamente nel comunismo una particella del diritto “borghese”; egli si rese conto soltanto di ciò che, economicamente e politicamente, è inevitabile nella società uscita dal seno del capitalismo.

La democrazia ha una grandissima importanza nella lotta della classe operaia contro i capitalisti per la sua emancipazione. Ma la democrazia non è affatto un limite, un limite insuperabile; è semplicemente una tappa sulla strada che va dal feudalesimo al capitalismo e dal capitalismo al comunismo.

Democrazia vuol dire uguaglianza. Si arriva a concepire quale grande importanza hanno la lotta del proletariato per l’uguaglianza e la parola d’ordine dell’uguaglianza se si comprende quest’ultima in modo giusto, nel senso della soppressione delle classi. Ma democrazia significa soltanto uguaglianza formale. E appena realizzata l’uguaglianza di tutti i membri della società per ciò che concerne il possesso dei mezzi di produzione, vale a dire l’uguaglianza del lavoro, l’uguaglianza del salario, sorgerà inevitabilmente davanti all’umanità la questione di compiere un successivo passo in avanti, di passare dall’uguaglianza formale all’uguaglianza reale, cioè alla realizzazione del principio: “Ognuno secondo le sue capacità; a ognuno secondo i suoi bisogni”. Noi non sappiamo né possiamo sapere per quali tappe, attraverso quali provvedimenti pratici l’umanità andrà verso questo fine supremo. Ma quel che importa è vedere quanto sia falsa l’idea borghese corrente che il socialismo sia qualche cosa di morto, di fisso, di dato una volta per sempre, mentre in realtà soltanto col socialismo incomincerà, in tutti i campi della vita sociale e privata, un rapido, vero, movimento progressivo, effettivamente di massa, a cui parteciperà la maggioranza della popolazione prima, e tutta la popolazione poi.

La democrazia è una forma dello Stato, una delle sue varietà. Essa è quindi. come ogni Stato, l’applicazione organizzata, sistematica, della costrizione agli uomini. Questo, da un lato. Ma dall’altro lato, la democrazia è il riconoscimento formale dell’uguaglianza fra i cittadini, del diritto uguale per tutti di determinare la forma dello Stato e di amministrarlo. Ne deriva che, a un certo grado del suo sviluppo, la democrazia in primo luogo unisce contro il capitalismo la classe rivoluzionaria, il proletariato, e gli dà la possibilità di spezzare, di ridurre in frantumi, di far sparire dalla faccia della terra la macchina dello Stato borghese, anche se borghese repubblicano, l’esercito permanente, la polizia, la burocrazia. e di sostituirli con una macchina più democratica, ma che rimane tuttavia una macchina statale, costituita dalle masse operaie armate, e poi da tutto il popolo che partecipa alla milizia.

Qui la “quantità si trasforma in qualità”; arrivata a questo grado, il sistema democratico esce dal quadro della società borghese e comincia a svilupparsi verso il socialismo. Se tutti gli uomini partecipano realmente alla gestione dello Stato, il capitalismo non può più mantenersi. E lo sviluppo del capitalismo crea a sua volta le premesse necessarie a che “tutti” effettivamente possano partecipare alla gestione dello Stato. Queste premesse sono, tra l’altro, l’istruzione generale, già realizzata in molti paesi capitalistici più avanzati, poi l'”educazione e l’abitudine alla disciplina” di milioni di operai per opera dell’enorme e complesso apparato socializzato delle poste, delle ferrovie, delle grandi officine, del grande commercio, delle banche, ecc.

Con tali premesse economiche, è perfettamente possibile, dopo aver rovesciato i capitalisti e i funzionari, sostituirli immediatamente dall’oggi al domani, – per il controllo della produzione e della distribuzione, per la registrazione del lavoro e dei prodotti, – con gli operai armati, con tutto il popolo in armi. (Non bisogna confondere la questione del controllo e della registrazione con quella del personale tecnico scientificamente preparato, ingegneri, agronomi, ecc.; questi signori lavorano oggi agli ordini dei capitalisti, lavoreranno ancor meglio domani agli ordini degli operai armati.)

Registrazione e controllo: ecco l’essenziale, ciò che è necessario per l'”avviamento” e il funzionamento regolare della società comunista nella sua prima fase. Tutti i cittadini si trasformano qui in impiegati salariati dello Stato, costituito dagli operai armati. Tutti i cittadini diventano gli impiegati e gli operai d’un solo “cartello” di tutto il popolo, dello Stato. Tutto sta nell’ottenere che essi lavorino nella stessa misura, osservino la stessa misura di lavoro e ricevano nella stessa misura. La registrazione e il controllo in tutti questi campi sono stati semplificati all’estremo dal capitalismo che li ha ridotti a operazioni straordinariamente semplici di sorveglianza e di conteggio, e al rilascio di ricevute, cose tutte accessibili a chiunque sappia leggere e scrivere e fare le quattro operazioni. [*]

Quando la maggioranza del popolo procederà ovunque essa stessa a questa registrazione e a questo controllo dei capitalisti (trasformati allora in impiegati) e dei signori intellettuali che avranno conservato ancora delle abitudini capitaliste, questo controllo diventerà veramente universale, generale, nazionale, e nessuno potrà in alcun modo sottrarvisi, “non saprà dove cacciarsi” per sfuggirvi.

L’intera società sarà un grande ufficio e una grande fabbrica con uguaglianza di lavoro e uguaglianza di salario.

Ma questa disciplina “di fabbrica” che il proletariato, vinti i capitalisti e rovesciati gli sfruttatori, estenderà a tutta la società, non è affatto il nostro ideale né la nostra meta finale: essa è soltanto la tappa necessaria per ripulire radicalmente la società dalle brutture e dalle ignominie dello sfruttamento capitalistico e assicurare l’ulteriore marcia in avanti.

Dal momento in cui tutti i membri della società, o almeno l’immensa maggioranza di essi, hanno appreso a gestire essi stessi lo Stato, si sono messi essi stessi all’opera, hanno “organizzato” il loro controllo sull’infima minoranza dei capitalisti, sui signori desiderosi di conservare le loro abitudini capitaliste e sugli operai profondamente corrotti del capitalismo, – da quel momento la necessità di qualsiasi amministrazione comincia a scomparire. Quanto più la democrazia è completa, tanto più vicino è il momento in cui essa diventa superflua. Quanto più democratico è lo “Stato” composto dagli operai armati, che “non è più uno Stato nel senso proprio della parola”, tanto più rapidamente incomincia ad estinguersi ogni Stato.

Infatti quando tutti avranno imparato ad amministrare ed amministreranno realmente essi stessi la produzione sociale, quando tutti procederanno essi stessi alla registrazione e al controllo dei parassiti, dei figli di papà, dei furfanti e simili “guardiani delle tradizioni del capitalismo”, ogni tentativo di sfuggire a questa registrazione e a questo controllo esercitato da tutto il popolo diventerà una cosa talmente difficile, un’eccezione così rara, provocherà verosimilmente un castigo così pronto e così esemplare (poichè gli operai armati sono gente che hanno il senso pratico della vita e non dei piccoli intellettuali sentimentali; non permetteranno che si scherzi con loro), che la necessità di osservare le regole semplici e fondamentali di ogni società umana diventerà ben presto un costume.

Si spalancheranno allora le porte che permetteranno di passare dalla prima fase alla fase superiore della società comunista e, quindi, alla completa estinzione dello Stato.

Note

49. K. Marx, Critica del programma di Gotha, in K. Marx-F. Engels, Il partito e l’internazionale, cit., pp. 239-240.

50. Op. cit., p. 240.

51.Op. cit., p. 230.

52.Op. cit., pp. 231-232.

53.Op. cit., p. 232.

54.Op. cit., p. 232.

55. Allusione al romanzo di N. G. Pomialovski, Vita di seminario.

56. A. Iu. Gay fu uno degli anarchici russi che simpatizzarono con i bolscevichi e collaborarono con essi anche dopo la rivoluzione d’Ottobre. Fu membro del Comitato esecutivo centrale dei Soviet e del governo sovietico del Caucaso del nord. Nel 1919 cadde vittima del terrore bianco nel corso della guerra civile.

*. Quando lo Stato riduce le sue funzioni essenziali alla registrazione e al controllo da parte degli stessi operai, cessa di essere uno “Stato politico”; “le funzioni pubbliche perderanno il loro carattere politico e si cangeranno in semplici funzioni amministrative” (si veda sopra, cap. IV, paragrafo 2, la polemica di Engels con gli anarchici).

VI. La degradazione del marxismo negli opportunisti

Il problema dell’atteggiamento dello Stato nei confronti della rivoluzione sociale e della rivoluzione sociale nei confronti dello Stato, come del resto il problema della rivoluzione generale, ha preoccupato assai poco i teorici e i pubblicisti più in vista della Seconda Internazionale (1889-1914). Ma ciò che è più caratteristico nel processo dello sviluppo graduale dell’opportunismo, processo che è sboccato nel fallimento della Seconda Internazionale nel 1914, è che, persino nei momenti in cui il problema si imponeva con maggior acutezza, ci si sforzava di evitarlo o di non vederlo.

Si può dire in generale che la tendenza a eludere il problema dell’atteggiamento della rivoluzione proletaria verso lo Stato, tendenza vantaggiosa per l’opportunismo ch’essa alimentava, ha portato al travisamento del marxismo e alla sua completa degradazione.

Per caratterizzare, sia pure brevemente, questo deplorevole processo, consideriamo i teorici più in vista del marxismo: Plekhanov e Kautsky.

1. La polemica di Plekhanov con gli anarchici

Plekhanov dedicò al problema dell’atteggiamento dell’anarchismo verso il socialismo un opuscolo speciale: Anarchismo e socialismo [57], uscito in tedesco nel 1894.

Plekhanov si ingegnò a trattar questo tema eludendo completamente la questione più attuale, più scottante e, politicamente, più essenziale nella lotta contro l’anarchismo, e precisamente l’atteggiamento della rivoluzione nei confronti dello Stato e la questione dello Stato in generale! lI suo opuscolo comprende due parti: una storico-letteraria, ricca di preziosi documenti sulla storia delle idee di Stirner, di Proudhon, ecc.; l’altra filistea, con grossolane considerazioni su temi come quello che un anarchico non si distingue da un bandito.

Questa combinazione di temi è molto spassosa e caratterizza perfettamente tutta l’attività di Plekhanov alla vigilia della rivoluzione e nel corso di tutto il periodo rivoluzionario in Russia: semi-dottrinario, semi-filisteo, a rimorchio della borghesia in politica, tale si mostrò Plekhanov nel periodo 1905- l 917.

Abbiamo visto come, nelle loro polemiche con gli anarchici, Marx ed Engels avessero chiarito con la massima cura i loro punti di vista sull’atteggiamento della rivoluzione nei confronti dello Stato. Pubblicando nel 1891 la Critica del programma di Gotha di Marx, Engels scriveva: “Noi [cioè Engels e Marx] eravamo impegnati allora, appena due anni dopo il Congresso dell’Aja della [Prima] Internazionale, in una violentissima lotta contro Bakunin e i suoi anarchici”. [58]

Gli anarchici tentarono appunto di presentare la Comune di Parigi come una cosa per così dire “loro”, che confermava la loro dottrina, ma non capirono niente degli insegnamenti della Comune e dell’analisi che Marx ne fece. Sulle questioni politiche concrete: bisogna spezzare la vecchia macchina dello Stato? e con che cosa sostituirla? l’anarchia non ha dato nulla che si avvicini, sia pur approssimativamente, alla verità.

Ma parlare di “anarchismo e socialismo” eludendo totalmente la questione dello Stato, senza vedere tutto lo sviluppo del marxismo prima e dopo la Comune, voleva dire cadere inevitabilmente nell’opportunismo. Ciò che infatti occorre all’opportunismo è che le due questioni che noi abbiamo qui indicate non siano affatto poste. Ciò costituisce di per sé una vittoria dell’opportunismo.

2. La polemica di Kautsky con gli opportunisti

La letteratura russa possiede certamente assai più traduzioni di Kautsky che non qualsiasi altra. Non è senza ragione che alcuni socialdemocratici tedeschi dicono scherzando che Kautsky è molto più letto in Russia che in Germania. (C’è in questa battuta, sia detto tra parentesi, un fondamento storico molto più profondo di quanto non sospettino quelli che l’hanno lanciata; cioè gli operai russi. avendo presentato nel 1905 una richiesta straordinariamente elevata, mai vista, delle migliori opere della migliore letteratura socialdemocratica del mondo e avendo ricevuto traduzioni e edizioni di queste opere in quantità non conosciuta negli altri paesi, hanno, per così dire, trapiantato a un ritmo accelerato, nella giovane terra del nostro movimento proletario, la notevole esperienza di un paese vicino più avanzato.)

Oltre che per la sua esposizione popolare del marxismo, Kautsky è conosciuto da noi soprattutto per la sua polemica con gli opportunisti, capeggiati da Bernstein. Ma c’è un fatto quasi ignorato e che non si può passare sotto silenzio se si vuole studiare come Kautsky abbia potuto perdere così vergognosamente la testa e cadere, durante la grande crisi del 1914-1915, nella difesa del social-sciovinismo. Questo fatto è che prima della sua campagna contro i rappresentanti più in vista dell’opportunismo in Francia (Millerand e Jaurès) e in Germania (Bernstein), Kautsky aveva manifestato grandi esitazioni. La rivista marxista Zarià, che usciva a Stoccarda nel 1901-l902 e difendeva le idee proletarie rivoluzionarie, aveva dovuto polemizzare con Kautsky e qualificare come risoluzione “di caucciù” la risoluzione mitigata, evasiva, conciliante verso gli opportunisti, da lui proposta al Congresso socialista internazionale di Parigi del 1900. Nella stampa tedesca furono pubblicate lettere di Kautsky che rivelano esitazioni non meno rilevanti prima della sua campagna contro Bernstein.

Una importanza molto maggiore ha tuttavia il fatto che nella stessa polemica di Kautsky con gli opportunisti, nel suo modo di porre e di trattare la questione, noi costatiamo ora, studiando la storia del suo recente tradimento verso il marxismo, una deviazione sistematica verso l’opportunismo proprio sul problema dello Stato.

Prendiamo la prima opera importante di Kautsky contro l’opportunismo, il suo libro Bernstein e il programma socialdemocratico [59]. Qui egli confuta minutamente Bernstein, ma ecco ciò che vi è di caratteristico.

Nelle sue Premesse del socialismo, che gli hanno fruttato una fama alla maniera di Erostrato, Bernstein accusa il marxismo di “blanquismo” (accusa in seguito mille volte ripetuta dagli opportunisti e dai borghesi liberali in Russia contro i bolscevichi, rappresentanti del marxismo rivoluzionario). Bernstein si sofferma qui specialmente sulla Guerra civile in Francia di Marx e tenta molto infelicemente, come abbiamo visto, di identificare il modo di vedere di Marx sugli insegnamenti della Comune con quello di Proudhon. Ciò che attrae soprattutto l’attenzione di Bernstein è la conclusione che Marx sottolineò nella prefazione del 1872 al Manifesto del Partito comunista, dove è detto: “La classe operaia non può impossessarsi puramente e semplicemente di una macchina statale già pronta e metterla in moto per i suoi propri fini”.

Questa espressione è talmente “piaciuta” a Bernstein ch’egli la ripete non meno di tre volte nel suo libro, interpretandola nel senso, più deformato, più opportunistico.

Come abbiamo visto, Marx vuol dire che la classe operaia deve spezzare, demolire, far saltare (Sprengung, esplosione. Il termine è di Engels) tutta la macchina dello Stato. Ora, secondo Bernstein, Marx avrebbe con ciò messo in guardia la classe operaia contro un ardore troppo rivoluzionario nel momento della presa del potere.

Non si può immaginare una falsificazione più grossolana e più mostruosa del pensiero di Marx.

Come ha proceduto dunque Kautsky nella sua minuziosissima confutazione del bernsteinismo?

Egli si è ben guardato dall’analizzare in tutta la sua profondità la falsificazione del marxismo da parte degli opportunisti su questo punto. Egli ha riprodotto il brano già citato nella prefazione di Engels alla Guerra civile di Marx dicendo che, secondo Marx, la classe operaia non può impadronirsi puramente e semplicemente della macchina statale già pronta, ma che, in generale, essa può impadronirsene, e nient’altro. Che Bernstein attribuisse a Marx esattamente il contrario del suo vero pensiero e che, fin dal 1852, Marx avesse assegnato alla rivoluzione proletaria il compito di “spezzare” la macchina statale, di tutto ciò in Kautsky non vi è nemmeno una parola.

Ne risulta che ciò che distingue in modo radicale il marxismo dall’opportunismo nella questione dei compiti della rivoluzione proletaria è da Kautsky fatto sparire!

“Possiamo in tutta tranquillità, – scrive Kautsky “contro” Bernstein, – lasciare all’avvenire la cura di risolvere il problema della dittatura del proletariato” (p. 172, ed. tedesca).

Questa non è una polemica contro Bernstein, ma, in sostanza, una concessione a Bernstein, una capitolazione di fronte all’opportunismo, perchè gli opportunisti non domandano di meglio che di “lasciare in tutta tranquillità all’avvenire” tutte le questioni capitali relative ai compiti della rivoluzione proletaria.

Per quarant’anni, dal 1852 al 1891, Marx ed Engels insegnarono al proletariato che esso deve spezzare la macchina dello Stato. E Kautsky nel 1899, di fronte al completo tradimento del marxismo da parte degli opportunisti su questo punto, sostituisce con un giochetto il problema se si debba spezzare questa macchina, con il problema delle forme concrete di questa demolizione e si trincera dietro questa “incontestabile” (e sterile) verità filistea: non possiamo conoscere in anticipo queste forme concrete!

Fra Marx e Kautsky c’è un abisso nell’atteggiamento verso il compito del partito del proletariato, che è di preparare la classe operaia alla rivoluzione.

Prendiamo l’opera successiva, più matura, di Kautsky, dedicata essa pure in notevole misura alla confutazione degli errori dell’opportunismo. E’ l’opuscolo sulla Rivoluzione sociale [60]. Qui l’autore ha scelto come tema specifico il problema della “rivoluzione proletaria” e del “regime proletario”. Egli enuncia molte idee estremamente preziose ma tralascia proprio il problema dello Stato. Nell’opuscolo si parla sempre della conquista del potere statale, e basta; viene scelta cioè una formula che è una concessione agli opportunisti, poiché essa ammette la conquista del potere senza la distruzione della macchina dello Stato. Nel 1902 Kautsky risuscita appunto ciò che Marx nel 1872 dichiarava “sorpassato” nel programma del Manifesto del Partito comunista.

L’opuscolo dedica un particolare paragrafo “alle forme e alle armi della rivoluzione sociale”. Vi si parla e dello sciopero politico di massa, e della guerra civile, e di quegli “strumenti di dominio di un grande Stato moderno quali sono la burocrazia e l’esercito”; ma degli insegnamenti che la Comune ha già fornito ai lavoratori non una parola. Evidentemente Engels aveva ragione di mettere in guardia soprattutto i socialisti tedeschi contro la “venerazione superstiziosa” dello Stato.

Kautsky presenta la cosa in questi termini: il proletariato vittorioso “realizzerà il programma democratico”, e ne espone i paragrafi. Di ciò che l’anno 1871 ha fornito di nuovo circa la sostituzione della democrazia proletaria alla democrazia borghese, non un cenno! Kautsky se la cava con alcune banalità dall’apparenza “seria”, come questa:

“E’ ovvio che non arriveremo al potere nell’attuale regime. La rivoluzione stessa presuppone una lotta prolungata, che vada in profondità e avrà quindi il tempo di modificare la nostra attuale struttura politica e sociale”.

Certo, ciò è “ovvio”, come è sicuro che i cavalli mangiano l’avena e che il Volga si getta nel Caspio. C’è solo da rimpiangere il fatto che con una frase vuota e reboante sulla lotta “che va in profondità” si eluda la questione capitale per il proletariato rivoluzionario, quella di sapere in che cosa consista la “profondità” della sua rivoluzione nei confronti dello Stato, nei confronti della democrazia, a differenza delle precedenti rivoluzioni non proletarie.

Eludendo questa questione, Kautsky fa in realtà, su questo punto capitale, una concessione all’opportunismo, al quale dichiara a parole una guerra minacciosa sottolineando l’importanza dell'”idea di rivoluzione” (ma che cosa può valere quest'”idea” quando si ha paura di diffondere fra gli operai gli insegnamenti concreti della rivoluzione?) o dicendo: “l’idealismo rivoluzionario innanzi tutto”, o dichiarando che gli operai inglesi non sono oggi “gran che meglio dei piccoli borghesi”.

“Nella società socialista, – scrive Kautsky, – possono esistere l’una accanto all’altra… le più svariate forme di imprese: burocratiche [??], sindacali, cooperative, individuali…” “Ci sono, per esempio, imprese che non possono fare a meno di un’organizzazione burocratica [??], come le ferrovie. L’organizzazione democratica può qui assumere la seguente forma: gli operai eleggono dei delegati che formano una specie di parlamento, e questo parlamento stabilisce il regime del lavoro e sorveglia la direzione dell’apparato burocratico. Altre imprese possono essere affidate ai sindacati; altre infine possono essere organizzate secondo i princípi della cooperazione” (pp. 148 e 115 della traduzione russa, pubblicata a Ginevra nel 1903).

Questo ragionamento è sbagliato, è un passo indietro rispetto ai chiarimenti che Marx ed Engels davano negli anni ’70 sulla base dell’esperienza della comune.

Per quanto riguarda la presunta necessità di una organizzazione “burocratica”, le ferrovie non si distinguono in nulla da qualsiasi altra azienda della grande industria meccanizzata, da qualsiasi officina, grande magazzino o grande azienda agricola capitalista. In tutte queste aziende, la tecnica impone la più rigorosa disciplina, la più grande puntualità nell’adempimento della parte di lavoro assegnata a ciascuno, pena l’arresto di tutta l’impresa o il deterioramento del meccanismo o delle merci. In tutte queste aziende naturalmente gli operai “eleggeranno delegati che formeranno una specie di parlamento“.

Ma il punto centrale è qui che questa “specie di parlamento” non sarà un parlamento nel senso delle istituzioni parlamentari borhesi. Il punto centrale è che questa “specie di parlamento” non si accontenterà di “stabilire il regime del lavoro e di sorvegliare la direzione dell’apparato burocratico” come immagina Kautsky, il cui pensiero non esce dal quadro del parlamentarismo borghese. Nella società socialista “una specie di parlamento” di deputati operai, naturalmente “stabilirà il regime del lavoro e sorveglierà il funzionamento” dell'”apparato”, ma quest’apparato non sarà “burocratico”. Gli operai, dopo aver conquistato il potere politico, spezzeranno il vecchio apparato burocratico, lo demoliranno dalle fondamenta, non ne lasceranno pietra su pietra e lo sostituiranno con un nuovo apparato, che sarà composto dagli stessi operai e dagli stessi impiegati; e contro il pericolo che anch’essi diventino dei burocrati, saranno immediatamente prese le misure minuziosamente studiate da Marx e da Engels: 1) non soltanto eleggibilità ma anche revocabilità ad ogni istante; 2) stipendio non superiore al salario di un operaio; 3) passaggio immediato a una situazione in cui tutti assumano le funzioni di controllo e di sorveglianza, in cui tutti diventino temporaneamente dei “burocrati”, e quindi nessuno possa diventare un “burocrate”.

Kautsky non ha affatto riflettuto sul senso delle parole di Marx: “La Comune doveva essere non un organismo parlamentare, ma di lavoro, esecutivo e legislativo allo stesso tempo”.

Kautsky non ha affatto capito la differenza fra il parlamentarismo borghese, che unisce la democrazia (non per il popolo) alla burocrazia (contro il popolo) e il sistema democratico proletario che prenderà immediatamente le misure necessarie per tagliare alle radici il burocratismo e sarà in grado di applicarle sino in fondo, sino alla completa distruzione della burocrazia, sino all’instaurazione di una completa democrazia per il popolo.

Kautsky ha qui dato prova della solita “venerazione superstiziosa” dello Stato, della solita “fede superstiziosa” nel burocratismo.

Passiamo all’ultima e migliore opera di Kautsky contro gli opportunisti, il suo opuscolo La via del potere [61] (non tradotto, mi sembra, in russo, perchè apparso nel 1909, quando da noi la reazione era al culmine). Questo opuscolo segna un grande passo avanti in quanto non tratta né del programma rivoluzionario in generale, come l’opera del 1899 contro Bernstein, né dei compiti della rivoluzione sociale indipendentemente dall’epoca del suo avvento, come l’opuscolo La rivoluzione sociale del 1902, ma delle condizioni concrete che ci costringono a riconoscere che “l’èra delle rivoluzioni” comincia.

L’autore parla chiaramente dell’acuirsi degli antagonismi di classe in generale, e dell’imperialismo che ha, sotto questo rapporto, una funzione particolarmente importante. Dopo il “periodo rivoluzionario del 1789-1871” per l’Europa occidentale, l’anno 1905 ha inaugurato un periodo analogo per l’Oriente. La guerra mondiale si avvicina con una paurosa rapidità. “Il proletariato non può più parlare di rivoluzione prematura”, “Siamo entrati nel periodo rivoluzionario”, “L’èra rivoluzionaria comincia”.

Queste dichiarazioni sono chiarissime. Quest’opuscolo di Kautsky può servire come utile termine di confronto per vedere ciò che la socialdemocrazia tedesca prometteva di essere prima della guerra imperialistica e quanto in basso essa (e Kautsky con essa) sia caduta allo scoppio della guerra. “La situazione attuale – scriverà Kautsky nell’opuscolo citato – comporta il pericolo che ci si possa facilmente prendere [noi, socialdemocratici tedeschi] per più moderati di quel che in realtà siamo.” E’ risultato che il partito socialdemocratico tedesco in realtà era incomparabilmente più moderato e più opportunista di quanto non sembrasse!

Tanto più caratteristico è il fatto che dopo aver proclamato in modo così categorico che l’èra delle rivoluzioni incominciava, Kautsky, in un opuscolo dedicato, secondo le sue stesse parole, proprio all’analisi del problema della “rivoluzione politica“, abbia ancora una volta completamente trascurato la questione dello Stato.

Dalla somma di queste omissioni, silenzi, reticenze, non poteva alla fin fine risultare che quel completo passaggio all’opportunismo, di cui parleremo subito.

La socialdemocrazia tedesca aveva l’aria di proclamare, per bocca di Kautsky: Io conservo le mie idee rivoluzionarie (1899). Riconosco in particolar modo l’ineluttabilità della rivoluzione sociale del proletariato (1902). Riconosco che una nuova èra di rivoluzioni comincia (1909). Ma tuttavia, nel momento in cui si pone la questione dei compiti della rivoluzione proletaria verso lo Stato (1912), vado indietro in confronto a ciò che Marx disse già nel 1852.

Così appunto fu posta la questione nella polemica di Kautsky con Pannekoek.

3. La polemica di Kautsky con Pannekoek

Pannekoek, quando entrò in polemica con Kautsky, era uno dei rappresentanti della tendenza “radicale di sinistra”, che contava nelle sue file Rosa Luxemburg, Karl Radek e altri, i quali, difendendo la tattica rivoluzionaria, concordavano nel riconoscere che Kautsky stava passando a una posizione di “centro”, priva di princípi, oscillante tra il marxismo e l’opportunismo. L’esattezza di questa valutazione è stata pienamente dimostrata dalla guerra, nel corso della quale la tendenza detta di “centro” (falsamente chiamata marxista) o “kautskiana” si è rivelata in tutta la sua rivoltante meschinità.

In un articolo, in cui si occupa del problema dello Stato, L’azione di massa e la rivoluzione [62] (Neue Zeit, 1912, XXX, 2), Pannekoek definiva la posizione di Kautsky come un “radicalismo passivo”, un “teoria dell’attesa inerte”. “Kautsky non vuol vedere il processo della rivoluzione” (p. 616). Ponendo in tal modo la questione Pannekoek affronta l’argomento che ci interessa sui compiti della rivoluzione proletaria nei confronti dello Stato.

“La lotta del proletariato – egli scriveva – non è soltanto una lotta contro la borghesia per il potere dello Stato; è anche una lotta contro il potere dello Stato… La rivoluzione proletaria consiste nell’annientare gli strumenti di forza dello Stato e nell’eliminarli [letteralmente: dissolverli, Auflösung] mediante gli strumenti di forza del proletariato… La lotta cessa soltanto quando, raggiunto il risultato finale, l’organizzazione dello Stato è completamente distrutta. L’organizzazione della maggioranza prova la sua superiorità annientando l’organizzazione della minoranza dominante” (p. 548).

Le formule con cui Pannekoek riveste le sue idee sono piene di gravi difetti. Ma l’idea è tuttavia chiara ed è interessante vedere in che modo Kautsky ha cercato di confutarla.

“Finora, egli dice, l’opposizione tra i socialdemocratici e gli anarchici consisteva nel fatto che i primi volevano conquistare il potere dello Stato, i secondi distruggerlo. Pannekoek vuole l’uno e l’altro” (p. 724).

Se l’esposizione di Pannekoek difetta di chiarezza e di concretezza (per non parlare degli altri difetti del suo articolo che non si riferiscono al tema qui discusso), Kautsky da parte sua affronta proprio il principio essenziale del problema accennato da Pannekoek e in questa questione essenziale di principio egli abbandona completamente le posizioni del marxismo per passare del tutto all’opportunismo. La distinzione che egli stabilisce tra socialdemocratici e anarchici è totalmente sbagliata; il marxismo è qui assolutamente snaturato e degradato.

I marxisti si distinguono dagli anarchici in questo: 1) i primi, pur ponendosi l’obiettivo della soppressione completa dello Stato, non lo ritengono realizzabile se non dopo la soppressione delle classi per opera della rivoluzione socialista, come risultato dell’instaurazione del socialismo che porta all’estinzione dello Stato; i secondi vogliono la completa soppressione dello Stato dall’oggi al domani, senza comprendere quali condizioni la rendano possibile; 2) i primi proclamano la necessità per il proletariato, dopo ch’esso avrà conquistato il potere politico, di distruggere completamente la vecchia macchina statale e di sostituirla con una nuova, che consiste nell’organizzazione degli operai armati, sul tipo della Comune; i secondi, pur reclamando la distruzione della macchina statale, si rappresentano in modo molto confuso con che cosa il proletariato la sostituirà e come utilizzerà il potere rivoluzionario; gli anarchici rinnegano persino qualsiasi utilizzazione del potere dello Stato da parte del proletariato rivoluzionario, la sua dittatura rivoluzionaria; 3) i primi vogliono che il proletariato si prepari alla rivoluzione utilizzando lo Stato moderno; gli anarchici sono di parere contrario.

In questa discussione è Pannekoek che rappresenta il marxismo, contro Kautsky, proprio Marx infatti ha insegnato che il proletariato non può conquistare puramente e semplicemente il potere statale, – nel senso che il vecchio apparato dello Stato passi in nuove mani, – ma deve spezzare, demolire questo apparato e sostituirlo con uno nuovo.

Kautsky abbandona il marxismo per l’opportunismo; nei suoi scritti infatti scompare appunto questa distruzione della macchina statale, cosa assolutamente inammissibile per gli opportunisti; egli lascia a questi ultimi una scappatoia che permette loro di interpretare la “conquista” del potere come un semplice conseguimento della maggioranza.

Per nascondere questa sua deformazione del marxismo, Kautsky si comporta da scolastico e ricorre a una “citazione” dello stesso Marx. Nel 1850 Marx parlava della necessità di una “decisissima centralizzazione del potere nelle mani dello Stato” [63]. E Kautsky trionfante domanda: vuole forse Pannekoek distruggere il “centralismo”?

E’ un semplice giuoco di prestigio che ricorda quello di Bernstein, con la sua identificazione di marxismo e proudhonismo a proposito dell’idea della federazione da opporre al centralismo.

La “citazione” di Kautsky cade a proposito come i cavoli a merenda. Il centralismo è possibile sia con la vecchia macchina dello Stato, che con la nuova. Se gli operai uniscono volontariamente le loro forze armate, si avrà del centralismo, ma questo centralismo sarà fondato sulla “completa distruzione” dell’apparato statale centralista, dell’esercito permanente, della polizia, della burocrazia. Kautsky si comporta in modo assolutamente disonesto eludendo le osservazioni ben note di Marx e di Engels sulla Comune per andare a cercare una citazione che non ha niente a che fare con la questione.

“…Vuol forse Pannekoek sopprimere le funzioni statali dei funzionari? – continua Kautsky. – Ma noi non possiamo fare a meno dei funzionari né nel partito né nei sindacati, senza parlare delle amministrazioni dello Stato. Il nostro programma richiede non l’eliminazione dei funzionari dello Stato, ma la loro elezione da parte del popolo… Non si tratta ora per noi di sapere quale forma assumerà l’apparato amministrativo nello “Stato futuro”, ma di sapere se la nostra lotta politica distruggerà [letteralmente: dissolverà, auflöst] il potere statale prima che noi l’abbiamo conquistato… [il corsivo è di Kautsky]. Quale ministro coi suoi funzionari potrebbe essere distrutto?” Ed enumera i ministri dell’Istruzione pubblica, della Giustizia, delle Finanze, della Guerra. “No, nessuno dei ministeri attuali sarà soppresso dalla nostra lotta politica contro il governo… Lo ripeto, per evitare malintesi: non si tratta di sapere quale forma la socialdemocrazia vittoriosa darà allo “Stato futuro”, ma come la nostra opposizione trasforma lo Stato attuale” (p. 725).

E’ un vero giuoco dei bussolotti. Pannekoek poneva precisamente il problema della rivoluzione. Il titolo del suo articolo e i brani citati lo dicevano chiaramente. Saltando alla questione dell'”opposizione” Kautsky non fa che sostituire al punto di vista rivoluzionario il punto di vista opportunista. Ne risulta quindi: adesso, opposizione; in quanto a ciò che bisognerà fare dopo la conquista del potere, si vedrà poi. La rivoluzione scompare… E’ proprio quello che occorre agli opportunisti.

Non è dell’opposizione né della lotta politica in generale che si tratta: si tratta della rivoluzione. La rivoluzione consiste nel fatto che il proletariato distrugge l'”apparato amministrativo” e tutto l’apparato dello Stato per sostituirlo con uno nuovo, costituito dagli operai armati. Kautsky rivela una “venerazione superstiziosa” per i “ministeri”; ma perché questi non potrebbero essere sostituiti, per esempio, da commissioni di specialisti presso i Soviet, sovrani e con pieni poteri, dei deputati operai e soldati?

L’essenziale non è affatto di sapere se rimarranno i “ministeri” o se saranno sostituiti da “commissioni di specialisti” o da altre istituzioni: questo non ha assolutamente nessuna importanza. La questione essenziale è di sapere se la vecchia macchina statale (legata con mille fili alla borghesia e impregnata di spirito burocratico e conservatore) sarà mantenuta oppure distrutta e sostituita con una nuova. La rivoluzione non deve consistere nel fatto che la nuova classe comandi o governi per mezzo della vecchia macchina statale, ma che, dopo averla spezzata, comandi e governi per mezzo di una macchina nuova: è questa l’idea fondamentale del marxismo che Kautsky fa sparire o non ha assolutamente capito.

La sua domanda a proposito dei funzionari mostra in modo evidente ch’egli non ha capito né gli insegnamenti della Comune né la dottrina di Marx. “Noi non possiamo fare a meno dei funzionari né nel partito né nei sindacati”…

Non possiamo fare a meno dei funzionari in regime capitalistico, sotto il dominio della borghesia. Il proletariato è oppresso e le masse lavoratrici sono asservite dal capitalismo. In regime capitalistico, la democrazia è ristretta, compressa, monca, mutilata, da tutto l’ambiente creato dalla schiavitù del salario, dal bisogno e dalla miseria delle masse. Per questo, e solo per questo, nelle nostre organizzazioni politiche e sindacali i funzionari sono corrotti (o, più esattamente, hanno tendenza a esserlo) dall’ambiente capitalistico e manifestano l’inclinazione a trasformarsi in burocrati, cioè in persone privilegiate, staccate dalle masse e poste al di sopra di esse.

Qui è l’essenza del burocratismo; e fino a quando i capitalisti non saranno stati espropriati, fino a quando la borghesia non sarà stata rovesciata, una certa “burocratizzazione” degli stessi funzionari del proletariato è inevitabile.

Secondo Kautsky risulta dunque che, poichè vi saranno impiegati eletti, vuol dire che anche in regime socialista ci saranno dei funzionari, ci sarà la burocrazia! Ma è proprio questo che è falso. Attraverso appunto l’esempio della Comune, Marx dimostrò che i detentori di funzioni pubbliche cessano, in regime socialista, di essere dei “burocrati” dei “funzionari” nella misura in cui viene introdotta, oltre all’eleggibilità, anche la loro revocabilità in ogni momento, e ancora, si riduce il loro stipendio al salario medio di un operaio e ancora si sostituiscono gl’istituti parlamentari con istituti “di lavoro, cioè esecutivi e legislativi allo stesso tempo”.

In fondo tutta l’argomentazione di Kautsky contro Pannekoek, e particolarmente il suo magnifico argomento sulla necessità dei funzionari nelle organizzazioni sindacali e di partito, provano che Kautsky ripete i vecchi “argomenti” di Bernstein contro il marxismo in generale. Nel suo libro Le premesse del socialismo, il rinnegato Bernstein si scaglia contro l’idea della democrazia “primitiva”, contro quello ch’egli chiama “democratismo dottrinario”: mandati imperativi, funzionari non rimunerati, rappresentanza centrale senza poteri, ecc.

Per provare l’inconsistenza di questo sistema democratico “primitivo”, Bernstein invoca l’esperienza delle trade-unions inglesi, quale è interpretata dai coniugi Webb. Nei settant’anni del loro sviluppo, le trade-unions, che si sarebbero sviluppate “in piena libertà” (p. 137 ed. tedesca), si sarebbero convinte appunto della inefficacia del sistema democratico primitivo e l’avrebbero sostituito con quello abituale: il parlamentarismo unito al burocratismo.

In realtà le trade-unions non si sono sviluppate “in piena libertà”, ma in piena schiavitù capitalistica, nella quale, certo, “non si può fare a meno” di una serie di concessioni al male imperante, alla violenza, alla menzogna, all’esclusione dei poveri dagli affari di amministrazione “superiore”. In regime socialista rivivranno necessariamente molti aspetti della democrazia “primitiva”, perchè per la prima volta nella storia delle società civili la massa della popolazione si eleverà a una partecipazione indipendente, non solo nelle votazioni e nelle elezioni, ma nell’amministrazione quotidiana. In regime socialista tutti governeranno, a turno, e tutti si abitueranno ben presto a far sí che nessuno governi.

Col suo geniale spirito critico e analitico Marx vide nei provvedimenti pratici della Comune quella svolta che gli opportunisti temono tanto e, per viltà, si rifiutano di riconoscere perchè rifuggono dal rompere definitivamente con la borghesia, e che anche gli anarchici si rifiutano di vedere, o perchè sono troppo imprudenti, o in generale perchè non comprendono le condizioni delle trasformazioni sociali di massa. “Non bisogna nemmeno pensare a distruggere la vecchia macchina statale; che cosa diverremmo senza ministeri e senza funzionari”: così ragiona l’opportunista imbevuto di spirito filisteo e che, in fondo, non solo non crede alla rivoluzione e alla sua potenza creatrice, ma ha di essa una paura mortale (come i nostri menscevichi e i nostri socialisti-rivoluzionari).

“Bisogna pensare unicamente alla distruzione della vecchia macchina statale; è inutile approfondire gli insegnamenti concreti delle rivoluzioni proletarie passate e analizzare con che cosa e come sostituire ciò che si distrugge”: così ragiona l’anarchico (il migliore degli anarchici, naturalmente, e non quello che, al seguito dei signori Kropotkin e compagni, si trascina dietro la borghesia); e l’anarchico arriva in tal modo alla tattica della disperazione, e non al lavoro rivoluzionario risoluto, inesorabile, che però al tempo stesso si pone dei compiti concreti e tiene conto delle condizioni pratiche del movimento delle masse.

Marx ci insegna ad evitare questi due errori; ci insegna a dar prova di illimitato coraggio nel distruggere tutta la vecchia macchina statale e ci insegna al tempo stesso a porre il problema in modo concreto: in poche settimane, la Comune potè incominciare a costruire una nuova macchina statale proletaria; ed ecco i provvedimenti da essa presi per realizzare una democrazia più perfetta e sradicare la burocrazia. Impariamo dunque dai comunardi l’audacia rivoluzionaria, cerchiamo di vedere nei loro provvedimenti pratici un abbozzo dei provvedimenti praticamente urgenti e immediatamente realizzabili e arriveremo allora, seguendo questa strada, alla completa distruzione della burocrazia.

La possibilità di questa distruzione ci è garantita dal fatto che il socialismo ridurrà la giornata di lavoro, eleverà le masse a una vita nuova e metterà la maggioranza della popolazione in condizioni tali da permettere a tutti, senza eccezione, di adempiere le “funzioni statali”, ciò che porta in ultima analisi alla completa estinzione di qualsiasi Stato in generale.

“…Il compito dello sciopero di massa continua Kautsky non può essere di distruggere il potere statale, ma soltanto di indurre il governo a fare delle concessioni su una determinata questione o di sostituire un governo ostile al proletariato con un governo che gli vada incontro [entgegenkommende] …Ma mai, in nessun caso, ciò” (cioè la vittoria del proletariato su un governo ostile) “può portare alla distruzione del potere statale, il risultato non può essere che un certo spostamento [Verschiebung] nel rapporto delle forze all’interno del potere statale… L’obiettivo della nostra lotta politica rimane dunque, come per il passato, la conquista del potere statale mediante il conseguimento della maggioranza in Parlamento e della trasformazione del Parlamento in padrone del governo” (pp. 726, 727, 732).

Questo è già purissimo e banalissimo opportunismo, la rinuncia di fatto alla rivoluzione, pur riconoscendola a parole. Il pensiero di Kautsky non va oltre un “governo che vada incontro al proletariato”, ed è un passo indietro verso il filisteismo in rapporto al 1847, anno in cui il Manifesto del Partito comunista proclamava “l’organizzazione del proletariato in classe dominante”.

Kautsky sarà costretto a realizzare l'” unità”, che gli sta tanto a cuore, con gli Scheidemann, i Plekhanov, i Vandervelde, tutti unanimi nel lottare per un governo “che vada incontro al proletariato”.

Quanto a noi, noi romperemo con questi rinnegati del socialismo e lotteremo per la distruzione di tutta la vecchia macchina dello Stato affinchè il proletariato armato diventi esso stesso il governo. Sono due cose del tutto diverse.

Kautsky sarà costretto a rimanere nella piacevole compagnia dei Legien e dei David, dei Plekhanov, dei Potresov, degli Tsereteli e dei Cernov, che sono pienamente d’accordo nel lottare per uno “spostamento nel rapporto delle forze all’interno del potere dello Stato”, per il “conseguimento della maggioranza in Parlamento e della trasformazione del Parlamento in padrone del governo”, nobilissimo obiettivo che può essere completamente accettato dagli opportunisti e che non esce per nulla dal quadro della repubblica borghese parlamentare.

Quanto a noi, noi romperemo con gli opportunisti; e il proletariato cosciente sarà tutto con noi nella lotta, non per uno “spostamento nel rapporto delle forze”, ma per il rovesciamento della borghesia, per la distruzione del parlamentarismo borghese, per una repubblica democratica sul tipo della Comune o della repubblica dei Soviet dei deputati operai e soldati, per la dittatura rivoluzionaria del proletariato.

Nel socialismo internazionale vi sono tendenze ancora più a destra di quella di Kautsky: la Rivista mensile socialista in Germania (Legien, David, Kolb e molti altri, compresi gli scandinavi Stauning e Branting); i jauressisti e Vandervelde in Francia e nel Belgio; Turati, Treves e gli altri rappresentanti della destra nel Partito socialista italiano; i fabiani e gli “indipendenti” (il “partito operaio indipendente” è sempre stato, in realtà, dipendente dai liberali) in Inghilterra e tutti gli altri. Tutti questi signori, che hanno una parte assai notevole e molto spesso preponderante nell’attività parlamentare e nella stampa del partito, respingono apertamente la dittatura del proletariato e rivelano un evidente opportunismo. Per essi la “dittatura” del proletariato è “in contraddizione” con la democrazia! In fondo niente di serio li distingue dai democratici piccolo-borghesi.

Abbiamo quindi diritto di concludere che la Seconda Internazionale, nell’immensa maggioranza dei suoi rappresentanti ufficiali, è completamente caduta nell’opportunismo. L’esperienza della Comune è stata non soltanto dimenticata ma travisata. Invece di infondere nelle masse operaie la convinzione che si avvicina il momento in cui esse dovranno agire e spezzare la vecchia macchina statale, sostituirla con una nuova e fare del loro dominio politico la base della trasformazione socialista della società, si è inculcato in esse la convinzione contraria, e la “conquista del potere” è stata presentata in modo tale che mille brecce rimanevano aperte all’opportunismo.

La deformazione e la congiura del silenzio intorno al problema dell’atteggiamento della rivoluzione proletaria nei confronti dello Stato non potevano mancare di esercitare un’immensa influenza, in un momento in cui gli Stati, muniti di un apparato militare rafforzato dalle competizioni imperialiste, sono diventati dei mostri militari che mandano allo sterminio milioni di uomini per decidere chi, tra l’Inghilterra e la Germania, tra questo o quel capitale finanziario, dominerà il mondo. [64]

Note

57. Trad. it.: Giorgio Plechanov, Anarchismo e socialismo, Milano, Società Editrice Avanti!, 1921.

58. Cfr. K. Marx-F. Engels, Il partito e l’Internazionale, cit., p. 222.

59. K. Kautsky, Bernestein und das sozialdemokratische Programm. Eine Antikritik, Stoccarda, Dietz, 1899.

60. K. Kaytsky, Die soziale Revolution, Berlino, ed. Vorwärts, 1902.

61. K. Kautsky, Der Weg zur Macht, Berlino, ed. Vorwärts, 1909.

62. Massenaktion und Revolution. In polemica contro questo articolo Kautsky scrisse sulla stessa rivista l’articolo Die neue Taktik (La nuova tattica), al quale Lenin si riferisce più avanti.

63. K. Marx-F. Engels, Indirizzo del Comitato centrale della Lega dei comunisti, in Il partito e l’Internazionale, cit., p. 96.

64. Nel manoscritto segue: “Capitolo VII. L’esperienza delle rivoluzioni russe del 1905 e del 1917. Il tema indicato in questo titolo è talmente vasto che gli si potrebbe e dovrebbe dedicare volumi. Nel presente opuscolo dovremo naturalmente limitarci agli insegnamenti più importanti fornitici dall’esperienza e che riguardano direttamente i compiti del proletariato nella rivoluzione, nei confronti del potere dello Stato”. (Il manoscritto è interrotto a questo punto.)

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