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Materialismo Dialettico e Materialismo Storico

Joseph Stalin


MATERIALISMO DIALETTICO E MATERIALISMO STORICO

Il materialismo dialettico è la concezione del mondo del partito marxista-leninista. Si chiama materialismo dialettico perché il suo modo di conside­rare i fenomeni della natura, il suo metodo per investigare e per conoscere i fenomeni della natura è dialettico, mentre la sua interpretazione, la sua con­cezione di questi fenomeni, la sua teoria, è materialistica. Il materialismo storico estende i princìpi del materialismo dialettico allo studio della vita sociale, li applica ai fenomeni della vita sociale, allo studio della società, allo studio della storia della società.
Definendo il loro metodo dialettico Marx ed Engels si riferiscono di soli­to a Hegel, come al filosofo che ha fissato i tratti fondamentali della dia­lettica. Questo però non vuol dire che la dialettica di Marx e di Engels sia identica a quella di Hegel. In realtà Marx ed Engels hanno preso dalla dialettica di Hegel solo il suo “nucleo razionale”, gettando via la cortec­cia idealistica hegeliana e sviluppando la dialettica, per imprimerle un carattere scientifico moderno.

“Il mio metodo dialettico — dice Marx — non solo differisce dal metodo hegeliano nella base, ma ne è diametralmente l’opposto. Per Hegel il processo del pensiero, che egli trasforma perfino, sotto il nome di Idea, in un soggetto indipendente, è il demiurgo (il creatore) della realtà, la quale è solo la manifestazione estrinseca dell’Idea. Per me, al contrario, l’elemento ideale non è che l’elemento materiale, trasportato e trasposto nel cervello dell’uomo”.

Definendo il loro materialismo Marx ed Engels si riferiscono di solito a Feuerbach, come al filosofo che ha ristabilito nei suoi diritti il materiali­smo. Questo però non vuol dire che il materialismo di Marx e di Engels sia identico a quello di Feuerbach. Marx ed Engels, in realtà, hanno preso dal materialismo di Feuerbach solo il “nucleo essenziale”, sviluppandolo in una teoria filosofica scientifica del materialismo e respingendone le sovrapposizioni idealistiche ed etico-religiose. È noto che Feuerbach, pur essendo fon­damentalmente materialista, insorgeva contro il termine materialismo. Engels ha dichiarato più di una volta che Feuerbach “malgrado la ‘base’ [materialistica], non si è ancora liberato dai vecchi impacci idealistici”, che “il vero idealismo di Feuerbach salta agli occhi non appena si arriva alla sua filosofia della religione e alla sua etica”.

Dialettica deriva dalla parola greca dialego, che significa conversare, pole­mizzare. Per dialettica si intendeva, nell’antichità, l’arte di raggiungere la verità, scoprendo le contraddizioni racchiuse nel ragionamento dell’avversario e superandole. Alcuni filosofi dell’antichità ritenevano che la scoperta delle contraddizioni nel pensiero e il cozzo  delle opposte opinioni fossero il mezzo migliore per scoprire la verità.  

Questo modo dialettico di pensare, esteso in seguito ai fenomeni della natura, è diventato il metodo dialettico di conoscenza della natura, metodo secondo il quale i fenomeni della natura sono perpetuamente in moto e in trasformazione e lo sviluppo della natura è il risultato dello sviluppo delle contraddizioni nella natura, il risultato dell’azione reciproca delle forze opposte nella natura. Nella sua essenza, la dialettica è diametralmente l’opposto della metafisica.

Il metodo dialettico marxista è caratterizzato dai seguenti tratti essenziali:

a) Contrariamente alla metafisica, la dialettica considera la natura non come un ammasso casuale di oggetti, di fenomeni, staccati gli uni dagli altri, isolali e indipendenti gli uni dagli altri, ma come un tutto coerente unico, nel quale gli oggetti, i fenomeni sono organicamente collegati tra loro, dipendono l’uno dall’altro e si condizionano reciprocamente. Perciò il metodo dialettico ritiene che nessun fenomeno della natura può essere capito se preso a sè, isolatamente, senza legami coi fenomeni che lo circondano, poiché qualsiasi fenomeno, in qualsiasi campo della natura, può diventare un assurdo se lo si considera al di fuori delle con­dizioni che lo circondano, distaccato da esse; e, al contrario, qualsiasi fenomeno può essere compreso e spiegato se lo si considera nei suoi legami inscindibili coi fenomeni che lo circondano, condizionalo dai fenomeni che lo circondano.

b) Contrariamente alla metafisica, la dialettica considera la natura non come uno stato di riposo e di immobilità, di stagnazione e di immutabilità, ma come uno stato di movimento e di cambiamento perpetui, di rinnova­mento e sviluppo incessanti, dove sempre qualche cosa nasce e si sviluppa, qualche cosa si disgrega e scompare.
Perciò il metodo dialettico esige che i fenomeni vengano considerati non solo dal punto di vista dei loro mutui legami e del loro condizionamento reciproco, ma anche dal punto di vista del loro movimento, del loro cam­biamento e del loro sviluppo, dal punto di vista del loro sorgere e del loro sparire.

Per il metodo dialettico è soprattutto importante non già ciò che, a un dato momento, sembra stabile ma già comincia a deperire, bensì ciò che nasce e si sviluppa, anche se nel momento dato sembra instabile poiché per il meto­do dialettico solo ciò che nasce e si sviluppa è invincibile. “La natura intera — dice Engels — dalle sue particelle infime ai corpi più grandi, dal granellino di sabbia fino al sole, dal protista [cellula vivente pri­mitiva] fino all’uomo, si uova in un processo eterno di nascita e di distru­zione, in un flusso incessante, in perpetuo movimento e cambiamento”. Perciò, dice Engels, la dialettica “considera le cose e il loro riflesso mentale principalmente nelle loro relazioni reciproche, nel loro concatenamento, nel loro movimento, nel loro sorgere e sparire”.

c) Contrariamente alla metafisica, la dialettica considera il processo di svi­luppo non come un semplice processo di crescenza, nel quale i cambiamen­ti quantitativi non portano a cambiamenti qualitativi, ma come uno sviluppo che passa da cambiamenti quantitativi insignificanti e latenti a cambia­menti aperti e radicali, a cambiamenti qualitativi, uno sviluppo nel quale i cambiamenti qualitativi non si producono gradualmente ma rapidamente, all’improvviso, a salti da uno stato all’altro, e non si producono a caso ma secondo leggi oggettive, come risultato dell’accumulazione d’impercettibi­le e graduali cambiamenti quantitativi.

Perciò il metodo dialettico ritiene che il processo di sviluppo deve essere compreso non come un movimento circolare, non come una semplici’ ripetizione di ciò che è già avvenuto, ma come un movimento progressivo, ascendente, come il passaggio dal vecchio stato qualitativo a un nuovo stato qualitativo, come uno sviluppo dal semplice al complesso, dall’inferiore al superiore. “La natura — dice Engels — è la pietra di paragone della dialettica, e le scienze naturali moderne forniscono per questa prova materiali straordina­riamente ricchi, che aumentano di giorno in giorno; esse hanno così dimo­strato che nella natura, in ultima istanza, tutto si compie in modo dialettico e non metafisico, che essa non si muove in un circolo eternamente identico che si ripeta perpetuamente, ma vive una storia reale. A questo proposito occorre innanzitutto ricordare Darwin, che ha inferto un durissimo colpo alla concezione metafisica della natura, dimostrando che l’intero mondo organico come esiste oggi, le piante e gli animali, e quindi anche l’uomo, è il prodotto di un processo di sviluppo che dura da milioni di anni”.  

Caratterizzando lo sviluppo dialettico come il passaggio dai cambiamenti quantitativi a quelli qualitativi, Engels dice:

“in fisica… ogni mutamento è un passaggio dalla quantità alla qualità, la conseguenza di un mutamento quantitativo della quantità del movimento di qualsiasi forma, insita nel corpo o a lui trasmessa. Così, per esempio, la temperatura dell’acqua non ha da principio nessuna importanza per il suo stato liquido; ma, aumentando o diminuendo la temperatura dell’acqua, giunge il momento in cui il suo stato di coesione si modifica e l’acqua si trasforma, nel primo caso in vapore, nel secondo caso in ghiaccio… Così è necessario un minimo determinato di forza della corrente elettrica perché un filo di platino diventi luminoso; così ogni metallo ha la sua temperatura di fusione; così ogni liquido, a una data pressione, ha il suo punto determi­nato di congelamento e di ebollizione, nella misura in cui i nostri mezzi ci permettono di ottenere le temperature necessarie; così, infine, vi è per ogni gas un punto critico in cui, mediante una pressione e un raffreddamento adeguati, lo si può far passare allo stato liquido… Le cosiddette costanti della fisica [i punti di passaggio da uno stato all’altro] non sono, nella maggior parte dei casi, che punti nodali dove, in un corpo dato, l’aumento o la diminuzione di movimento (cambiamento quantitativo) provoca un cambiamento qualitativo del suo stato, e dove quindi la quantità si trasfor­ma in qualità”.

E a proposito della chimica Engels prosegue:

“La chimica si può definire la scienza dei cambiamenti qualitativi dei corpi che si producono sotto l’influenza di cambiamenti quantitativi nei componenti dei corpi. Hegel stesso già lo sapeva… Si prenda l’ossigeno: se in una molecola si uniscono tre atomi invece di due, come ordinaria­mente, si ottiene l’ozono, un corpo che si distingue nettamente dall’ossi­geno ordinario per il suo odore e per le sue reazioni. Che dire poi delle diverse combinazioni dell’ossigeno con l’azoto o con lo zolfo, ognuna delle quali forma un corpo qualitativamente differente da tutti gli altri corpi?”.

Infine, criticando Duhring, che copre Hegel di invettive pur appropriandosi sotto mano della sua nota tesi, secondo la quale il passaggio dal regno del mondo insensibile a quello della sensazione, dal regno del mondo inorgani­co a quello della vita organica, è un salto a un nuovo stato, Engels dice:

“È questa la linea nodale hegeliana dei rapporti di misura, in cui un aumen­to o una diminuzione puramente quantitativa provoca, in punti nodali deter­minati, un salto qualitativo, come per esempio nel caso del riscaldamento o del raffreddamento dell’acqua, nel quale i punti di ebollizione e di congela­mento rappresentano i nodi dove si compie — a una pressione normale — il salto verso un nuovo stato di aggregazione, e dove, di conseguenza, la quantità si trasforma in qualità”.

d) Contrariamente alla metafisica, la dialettica parte dal principio che gli oggetti e i fenomeni della natura implicano contraddizioni interne, poiché hanno tutti un lato negativo e un lato positivo, un passato e un avvenire, elementi che deperiscono ed elementi che si sviluppano, e che la lotta tra questi opposti, tra il vecchio e il nuovo, tra ciò che muore e ciò che nasce, tra ciò che deperisce e ciò che si sviluppa, è l’intimo contenuto del processo di sviluppo, il contenuto intimo della trasformazione dei cambiamenti quantitativi in cambiamenti qualitativi.
Perciò il metodo dialettico ritiene che il processo di sviluppo dall’inferiore al superiore si operi non già attraverso un’armonica evoluzione dei fenome­ni, bensì attraverso il manifestarsi delle contraddizioni inerenti agli oggetti, ai fenomeni, attraverso una “lotta” delle tendenze opposte che agiscono sulla base di queste contraddizioni.

“La dialettica nel senso proprio della parola — dice Lenin — è lo studio delle contraddizioni nell’essenza stessa delle cose”.
E più avanti:

“Lo sviluppo è la ‘lotta degli opposti”.

Tali, in breve, i tratti fondamentali del metodo dialettico marxista. Non è difficile comprendere di quale immensa importanza sia l’estensio­ne dei princìpi del metodo dialettico allo studio della vita sociale, allo studio della storia della società, di quale immensa importanza sia l’appli­cazione di questi princìpi alla storia della società, all’attività pratica del partito del proletariato. Se è vero che non vi sono al mondo fenomeni isolati, se tutti i fenomeni sono collegati tra loro e si condizionano a vicenda, è chiaro che ogni regi­me sociale e ogni movimento sociale, nella storia, devono essere giudicati non dal punto di vista della “giustizia eterna” o di qualsiasi altra idea pre­concetta, come fanno non di rado gli storici, ma dal punto di vista delle condizioni che hanno generato quel regime e quel movimento sociale, e con le quali essi sono legati.

Il regime schiavistico, nelle condizioni attuali, sarebbe un nonsenso, sareb­be un’assurdità contro natura. Il regime schiavistico, invece, nelle condizio­ni del regime della comunità primitiva in decomposizione, è un fenomeno perfettamente comprensibile e logico, poiché significa un passo in avanti rispetto al regime della comunità primitiva.
Rivendicare la repubblica democratico-borghese sotto lo zarismo e nella società borghese, per esempio nella Russia del 1905, era cosa del tutto comprensibile, giusta, rivoluzionaria, perché la repubblica borghese signifi­cava allora un passo in avanti. Ma rivendicare la repubblica democratico-borghese nelle nostre attuali condizioni, nell’URSS, non avrebbe senso, sarebbe controrivoluzionario, perché la repubblica borghese è un passo indietro rispetto alla Repubblica sovietica. Tutto dipende dalle condizioni, dal luogo e dal tempo. È chiaro che, senza questo metodo storico nello studio dei fenomeni sociali, non è possibile che la scienza storica esista e si sviluppi; poiché solo un tale metodo impedisce alla scienza storica dì diventare un caos di contingenze e un cumulo dei più assurdi errori.

Proseguiamo. Se è vero che il mondo è in perpetuo movimento e sviluppo, se è vero che la scomparsa di ciò che è vecchio e la nascita di ciò che è nuovo sono una legge dello sviluppo, è chiaro che non esistono più regimi sociali “immutabili”, né “princìpi eterni” di proprietà privata e di sfrutta­mento, né “idee eterne” di sottomissione dei contadiniai proprietari fondia­ri e degli operai ai capitalisti.

Vuol dire che il regime capitalista può essere sostituito dal regime sociali­sta, nello stesso modo che il regime capitalista ha sostituito, a suo tempo, il regime feudale.

Vuol dire che è necessario fondare la propria azione non già sugli strati sociali che non si sviluppano più, ancorché rappresentino in un momento dato la forza predominante, bensì sugli strati che si sviluppano e che hanno davanti a sé l’avvenire, anche se per il momento non rappresentano la forza predominante. Nel decennio 1880-1890, al tempo della lotta dei marxisti contro i populisti, il proletariato era in Russia una piccola minoranza rispetto alla massa dei contadini, i quali formavano la stragrande maggioranza della popolazio­ne. Ma il proletariato in quanto classe si sviluppava, mentre i contadini, in quanto classe si disgregavano. Ed è proprio perché il proletariato si stava sviluppando come classe che i marxisti fondarono la loro azione su di esso. E non si sono sbagliati perché, com’è noto, il proletariato, pur essendo allo­ra una forza poco importante è divenuto in seguito una forza storica e poli­tica di prim’ordine.

Vuol dire che, per non sbagliarsi in politica, è necessario guardare avanti e non indietro.

Proseguiamo. Se è vero che il passaggio dai cambiamenti quantitativi lenti a bruschi e rapidi cambiamenti qualitativi è una legge dello sviluppo, è chiaro che i rivolgimenti rivoluzionari compiuti dalle classi oppresse rap­presentano un fenomeno assolutamente naturale e inevitabile.

Vuol dire che il passaggio dal capitalismo al socialismo e la liberazione della classe operaia dal giogo capitalistico non possono realizzarsi per mezzo di cambiamenti lenti, a mezzo di riforme, ma solo mediante un cambiamento qualitativo del regime capitalista, mediante la rivoluzione.

Vuol dire che, per non sbagliarsi in politica, è necessario essere un rivoluzionario e non un riformista.

Proseguiamo. Se è vero che lo sviluppo si compie attraverso il manife­starsi delle contraddizioni interne, attraverso il conflitto delle forze oppo­ste sulla base di queste contraddizioni, conflitto destinato a superarle, è chiaro che la lotta diclasse del proletariato è un fenomeno assolutamente naturale e inevitabile.

Vuol dire che non bisogna dissimulare le contraddizioni del regime capita­lista, ma denunciarle e metterle in evidenza, che non bisogna soffocare la lotta di classe, ma condurla fino in fondo.

Vuol dire che, per non sbagliarsi in politica, è necessario condurre una poli­tica proletaria intransigente di classe, e non una politica riformista di armo­nia tra gli interessi del proletariato e gli interessi della borghesia, e non una politica di conciliazione, di “integrazione” del capitalismo nel socialismo. Così si presenta il metodo dialettico marxista nella sua applicazione alla vita sociale, alla storia della società.

A sua volta il materialismo filosofico marxista è, per la sua essenza, esattamente l’opposto dell’idealismo filosofico.

Il materialismo filosofico marxista è caratterizzato dai seguenti tratti essenziali:

a) Contrariamente all’idealismo, che considera il mondo come l’incarnazio­ne dell’ “idea assoluta”, dello “spirito universale”, della “coscienza”, il materialismo filosofico di Marx parte dal principio che il mondo è, per sua natura, materiale; che i molteplici fenomeni del mondo rappresentano diversi aspetti della materia in movimento; che i mutui legami e il condizio­namento reciproco dei fenomeni accertati col metodo dialettico costituisco­no le leggi necessarie dello sviluppo della materia in movimento; che il mondo si sviluppa secondo le leggi del movimento della materia e non ha bisogno di nessuno “spirito universale”.

“La concezione materialistica del mondo — dice Engels — significa semplicemente la comprensione della natura, quale essa è, senza alcuna aggiunta estranea”.

Riferendosi alla concezione materialistica esposta dal filosofo antico Eraclito, secondo il quale “il mondo è un tutto unico, che non fu creato da alcun dio né da alcun uomo, ma fu, è e sarà una fiamma eternamente viven­te, che si avviva e si ammorza secondo leggi determinate”, Lenin dice che è un'”eccellente esposizione dei princìpi del materialismo dialettico”.

b) Contrariamente all’idealismo, il quale asserisce che solo la nostra coscienza ha un’esistenza reale, mentre il mondo materiale, l’essere, la natura esistono solo nella nostra coscienza, nelle nostre sensazioni, rappresentazioni, concetti, il materialismo filosofico marxista parte dal principio che la materia, la natura, l’essere, è una realtà oggettiva, esistente al di fuori e indipendentemente dalla coscienza; che la materia è il dato primo, perché è la fonte delle sensazioni, delle rappresentazioni, della coscienza, mentre la coscienza è il dato secondario, è un dato derivato, perché è il riflesso della materia, il riflesso dell’essere; che il pensiero è un prodotto della materia, che ha raggiunto nel suo sviluppo un alto grado di perfezione, che cioè è il prodotto del cervello, e il cervello è l’organo del pensiero; che non si può dunque separare il pensiero dalla materia se non si vuol cadere in un errore grossolano.

“Il problema supremo di tutta la filosofia — dice Engels — è quello del rapporto del pensiero coll’essere, dello spirito colla natura… I filosofi si sono divisi in due grandi campi secondo il modo in cui rispondevano a tale quesito. I filosofi che affermavano la priorità dello spirito rispetto alla natu­ra… formavano il campo dell’idealismo. Quelli che affermavano la priorità della natura appartenevano alle diverse scuole del materialismo”. E più oltre:

“… Il mondo materiale, percepibile dai sensi e a cui noi stessi appartenia­mo, è il solo mondo reale… La nostra coscienza e il nostro pensiero, per quanto appaiano soprasensibili, sono il prodotto di un organo materiale, corporeo, il cervello… La materia non è un prodotto dello spirito, ma lo spi­rito stesso non è altro che il più alto prodotto della materia”. Riferendosi al problema della materia e del pensiero, Marx dice:

“Non si può separare il pensiero dalla materia pensante.Questa materia è il substrato di tutti i cambiamenti che si operano”.
Definendo il materialismo filosofico marxista, Lenin così si esprime:

“Il materialismo ammette in generale l’esistenza dell’essere reale ogget­tivo (la materia), indipendente dalla coscienza, dalle sensazioni, dall’esperienza… La coscienza… è solo il riflesso dell’essere, nel miglio­re dei casi un riflesso approssimativamente esatto (adeguato, di una pre­cisione ideale)”. E ancora:

“La materia è ciò che, agendo sui nostri organi dei sensi, produce le sensa­zioni; la materia è una realtà oggettiva che ci è data nelle sensazioni… La materia, la natura, l’essere, il fisico è il dato primo, mentre lo spirito, la coscienza, la sensazione, lo psichico è il dato secondario “. “Il quadro del mondo è il quadro che mostra come la materia si muova e come ‘la materia pensi”. “Il cervello è l’organo del pensiero”.

c) Contrariamente all’idealismo, che contesta la possibilità di conoscere il mondo e le sue leggi, non crede alla validità delle nostre conoscenze, non riconosce la verità oggettiva e considera il mondo pieno di “cose in sé” le quali non potranno mai essere conosciute dalla scienza, il materialismo filosofico marxista parte dal principio che il mondo e le sue leggi sono per­fettamente conoscibili, che la nostra conoscenza delle leggi della natura, verificata dall’esperienza, dalla pratica, è una conoscenza valida, che ha il valore di una verità oggettiva; che al mondo non esistono cose inconoscibili ma solo cose ancora ignote, che saranno scoperte e conosciute grazie alla scienza e alla pratica.
Criticando la tesi di Kant e degli altri idealisti, per i quali il mondo e le “cose in sé” sarebbero inconoscibili e difendendo la nota tesi materialistica circa la validità delle nostre conoscenze, Engels scrive:

“La confutazione più decisiva di questa ubbia filosofica, come del resto di tutte le altre, è data dalla pratica, particolarmente dall’esperimento e dall’industria. Se possiamo dimostrare che la nostra comprensione di un dato fenomeno naturale è giusta, creandolo noi stessi, producendolo dalle sue condizioni e, quel che più conta, facendolo servire ai nostri finì, l’inaf­ferrabile ‘cosa in sé’ di Kant è finita. Le sostanze chimiche che si formano negli organismi animali e vegetali restarono ‘cose in sé’ fino a che la chimica organica non si mise a prepararle l’una dopo l’altra; quando ciò avvenne, la ‘cosa in sé’ si trasformò in una cosa per noi, come per esempio l’alizarina, materia colorante della garanza, che non ricaviamo più dalle radici della garanza coltivata nei campi, ma molto più a buon mercato e in modo più semplice dal catrame di carbone. Il sistema solare di Copernico fu per tre secoli un’ipotesi su cui vi era da scommettere cento, mille, dieci­mila contro uno ma pur sempre un’ipotesi. Quando però Leverrier, con i dati ottenuti grazie a quel sistema, non solo dimostrò che doveva esistere un altro pianeta ignoto fino a quel tempo, ma calcolò pure in modo esatto il posto occupato da quel pianeta nello spazio celeste, e quando in seguito Galle lo scoprì, il sistema copernicano era provato”.

Accusando di fideismo Bogdanov, Bazarov, Iusckevic e altri seguaci di Mach, e difendendo la nota tesi materialistica circa la validità delle nostre conoscenze scientifiche delle leggi della natura e circa la verità oggettiva delle leggi della scienza, Lenin dice:

“Il fideismo contemporaneo non ripudia in nessun modo la scienza; ne respinge soltanto le ‘pretese eccessive’ e cioè la pretesa di scoprire la verità oggettiva. Se esiste una verità oggettiva (come pensano i materialisti), se le scienze della natura, riflettendo il mondo esterno nell’esperienza umana, sono le sole capaci di darci la verità oggettiva, ogni fideismo deve essere respinto in modo assoluto”.

Tali, in breve, i tratti caratteristici del materialismo filosofico marxista. È facile comprendere di quale immensa importanza sia la estensione dei princì­pi del materialismo filosofico allo studio della vita sociale, allo studio della sto­ria della società, di quale enorme importanza sia l’applicazione di questi princì­pi alla storia della società, all’attività pratica del partito del proletariato.

Se è vero che i legami reciproci tra i fenomeni della natura e il loro recipro­co condizionamento rappresentano leggi necessarie dello sviluppo della natura, ne deriva che i legami e il condizionamento reciproco tra i fenomeni della vita sociale rappresentano essi pure non delle contingenze, ma delle leggi necessarie dello sviluppo sociale.
Vuol dire che la vita sociale, la storia della società, cessa di essere un cumulo di “contingenze”, giacché la storia della società si presenta come uno sviluppo della società secondo leggi determinate, e lo studio della sto­ria della società diventa una scienza.

Vuol dire che l’attività pratica del partito del proletariato deve fondarsi non già sui lodevoli desideri di “individualità eccezionali”, né sulle esigenze della “ragione”, della “morale universale”, ecc., bensì sulle leggi dello svi­luppo della società, sullo studio di queste leggi.

Proseguiamo. Se è vero che il mondo è conoscibile e se è vero che la nostra conoscenza delle leggi dello sviluppo della natura è una conoscenza valida, che ha il valore di una verità oggettiva, ne deriva che la vita sociale e lo sviluppo della società sono pure conoscibili, e che i dati della scienza sulle leggi dello sviluppo della società sono dati validi, che hanno il valore di verità oggettive.

Vuol dire che la scienza della storia della società, nonostante tutta la com­plessità dei fenomeni della vita sociale, può diventare una scienza altrettan­to esatta quanto, ad esempio, la biologia, capace di utilizzare le leggi di svi­luppo della società per servirsene nella pratica.

Vuol dire che, nella sua attività pratica, il partito del proletariato deve richiamarsi, anziché a motivi fortuiti, alle leggi  di sviluppo della società e alle conclusioni pratiche che derivano da queste leggi. Vuol dire che il socialismo, da sogno che era d’un migliore avvenire del genere umano, diventa una scienza.Vuol dire che il legame tra la scienza e l’attività pratica, il legame della teo­ria con la pratica, la loro unità deve diventare la stella che guida la rotta del partito del proletariato.

Proseguiamo. Se è vero che la natura, l’essere, il mondo materiale è il dato primo, e la coscienza, il pensiero è il dato secondario, derivato; se è vero che il mondo materiale rappresenta una realtà oggettiva che esiste indipen­dentemente dalla coscienza degli uomini, e la coscienza è il riflesso di questa realtà oggettiva; ne deriva che la vita materiale della società, il suo esse­re, è pure il dato primo, mentre la sua vita spirituale è il dato secondario, derivato, che la vita materiale della società è una realtà oggettiva, la quale esiste indipendentemente dalla volontà degli uomini, mentre la vita spiri­tuale della società è un riflesso di questa realtà oggettiva, un riflesso dell’essere.
Vuol dire che la fonte della formazione della vita spirituale della società, la fonte dell’origine delle idee sociali, delle teorie sociali, delle concezioni politiche, delle istituzioni politiche, si deve ricercare non già nelle idee, teo­rie, concezioni, istituzioni politiche stesse, bensì nelle condizioni della vita materiale della società, nell’essere sociale, di cui queste idee, teorie, conce­zioni, ecc. sono il riflesso.

Vuol dire che, se nei differenti periodi della storia della società si osservano diverse idee sociali, teorie, concezioni, istituzioni politiche, se, sotto il regi­me schiavistico, incontriamo determinate idee sociali, teorie, concezioni e istituzioni politiche, mentre, sotto il feudalesimo, ne incontriamo altre, e altre ancora sotto il regime capitalistico, ciò si spiega non già con la “natu­ra”, né con le “proprietà” di tali idee, concezioni, istituzioni politiche, ma con le differenti condizioni della vita materiale della società, nei differenti periodi dello sviluppo sociale.

Qual’è l’essere sociale, quali sono le condizioni della vita materiale della società, tali sono le idee, le teorie, le concezioni politiche, le istituzioni politiche della società. A questo proposito Marx dice:

“Non è la coscienza degli uomini che determina il loro essere, ma è al con­trario il loro essere sociale che determina la loro coscienza”. Vuol dire che, per non sbagliarsi in politica e non abbandonarsi a vuote fan­tasticherie, il partito del proletariato deve fondare la sua azione non sugli astratti “princìpi della ragione umana”, ma sulle condizioni concrete della vita materiale della società, forza decisiva dello sviluppo sociale; non sui lodevoli desideri dei “grandi uomini”, ma sulle esigenze reali dello svilup­po della vita materiale della società.

Il fallimento degli utopisti e, tra di essi, dei populisti, degli anarchici, dei socialisti-rivoluzionari si spiega, fra l’altro, col fatto che essi non riconob­bero la funzione primordiale che nello sviluppo della società hanno le con­dizioni della sua vita materiale e, caduti nell’idealismo, basarono la loro attività pratica non già sulle esigenze dello sviluppo della vita materiale della società, ma, indipendentemente da esse e contro di esse, su “piani ideali” e “progetti universali”, staccati dalla vita reale della società. La forza e la vitalità del marxismo-leninismo stanno nel fatto che esso fonda la sua azione pratica proprio sulle esigenze dello sviluppo della vita materiale della società, non staccandosi mai dalla vita reale della società. Dalle parole di Marx non deriva però che le idee e le teorie sociali, le concezioni e le istituzioni politiche non abbiano alcuna importanza nella vita della società, che non esercitino a loro volta un’influenza sull’essere socia­le, sullo sviluppo delle condizioni materiali della vita della società. Abbiamo parlato fin qui soltanto dell’origine delle idee e teorie sociali, delle concezioni e istituzioni politiche, del loro sorgere, abbiamo detto che la vita spirituale della società è il riflesso delle condizioni della sua vita materiale. Ma in quanto alla importanza delle idee e teorie sociali, delle concezioni e istituzioni politiche, in quanto alla loro funzione nella storia, il materialismo storico è ben lontano dal negarle, anzi, sottolinea la funzio­ne e l’importanza considerevoli che esse hanno nella vita e nella storia della società.

Le idee e le teorie sociali possono essere di vario tipo. Vi sono idee e teorie vecchie, che hanno fatto il loro tempo e servono gli interessi delle forze sociali in declino. La loro funzione sta nel fatto che esse frenano lo sviluppo della società, il suo progresso. Vi sono idee e teorie nuove, d’avanguardia, che servono gli interessi delle forze d’avanguardia della società. La loro funzione sta nel fatto che esse agevolano lo sviluppo della società, il suo pro­gresso; esse acquistano inoltre tanto maggiore importanza, quanto più riflet­tono fedelmente le esigenze dello sviluppo della vita materiale della società. Le idee e le teorie sociali nuove sorgono solo quando lo sviluppo della vita materiale della società pone di fronte alla società compiti nuovi. Ma, sorte che siano, diventano una forza estremamente importante, che agevola l’adempimento dei nuovi compiti posti dallo sviluppo della vita materiale della società, che agevola il progresso della società. Ed è proprio allora che si rivela la grandissima importanza della funzione organizzatrice, mobilizzatrice e trasformatrice delle nuove idee, delle nuove teorie, delle nuove concezioni, delle nuove istituzioni politiche. Certo, se Idee e teorie sociali nuove sorgono, ciò avviene appunto perché esse sono necessarie alla società, perché senza la loro azione organizzatrice, mobilizzatrice e trasfor­matrice, è impossibile la soluzione dei problemi urgenti posti dallo sviluppo della vita materiale della società. Suscitate dai nuovi compiti posti dallo sviluppo della vita materiale della società, le idee e le teorie sociali nuove si aprono il cammino, diventano patrimonio delle masse popolari, le mobilita­no, le organizzano contro le forze morenti della società, e facilitano in tal modo l’abbattimento di queste forze, che intralciano lo sviluppo della vita materiale della società.

Così avviene che le idee e le teorie sociali, le istituzioni politiche suscitate dai compiti urgenti posti dallo sviluppo della vita materiale della società, dallo sviluppo dell’essere sociale, agiscano a loro volta sull’essere sociale, sulla vita materiale della società, creando le condizioni necessarie per con­durre a termine la soluzione dei compiti urgenti posti dalla vita materiale della società e per rendere possibile il suo sviluppo ulteriore. È a questo proposito che Marx dice: “La teoria diventa una forza materiale non appena conquista le masse”. Vuol dire che per poter agire sulle condizioni della vita materiale della società e affrettare il loro sviluppo, accelerare il loro miglioramento, il par­tito del proletariato si deve appoggiare su una teoria sociale, su un’idea sociale che esprima in modo giusto le esigenze dello sviluppo della vita materiale della società e sia capace, perciò, di mettere in movimento le grandi masse popolari, capace di mobilitarle e di organizzarle nel grande esercito del partito del proletariato pronto a spezzare le forze reazionarie e ad aprire la strada alle forze d’avanguardia della società. Il fallimento degli “economicisti” e dei menscevichi si spiega, fra l’altro, col fatto che essi non riconobbero la funzione mobilitante, organizzatrice e trasformatrice della teoria d’avanguardia, delle idee d’avanguardia e, caduti nel materialismo volgare, ridussero la funzione di questi fattori quasi a nulla, condannando di conseguenza il partito alla passività, alla stagnazione. La forza e la vitalità del marxismo-leninismo stanno nel fatto che esso si appoggia su una teoria d’avanguardia che esprime in modo giusto le esi­genze dello sviluppo della vita materiale della società, che esso eleva la teoria all’alto livello che le spetta, e considera suo compito utilizzarne al massimo la forza mobilitante, organizzatrice e trasformatrice. Così il materialismo storico risolve la questione dei rapporti tra l’essere sociale e la coscienza sociale, tra le condizioni di sviluppo della vita materiale e lo sviluppo della vita spirituale della società.

IL MATERIALISMO STORICO

Rimane da chiarire una questione: che cosa si deve intendere, dal punto di vista del materialismo storico, per “condizioni della vita materiale della società” determinanti, in ultima analisi, la fisionomia della società, le sue idee, concezioni, istituzioni politiche, ecc.? Che cosa sono dunque le “condizioni della vita materiale della società”? Quali ne sono le caratteristiche?
Senza dubbio, il concetto di “condizioni della vita materiale della società” comprende innanzitutto la natura che circonda la società: l’ambiente geo­grafico, che è una delle condizioni necessarie e permanenti della vita mate­riale della società e che, evidentemente, influisce sullo sviluppo della società. Quale funzione ha l’ambiente geografico nello sviluppo della società? Non è l’ambiente geografico la forza principale che determina la fisionomia della società, il carattere del regime sociale degli uomini, il pas­saggio da un regime all’altro?
Il materialismo storico risponde negativamente a questa domanda. L’ambiente geografico è, incontestabilmente, una delle condizioni perma­nenti e necessarie dello sviluppo della società e naturalmente influisce su questo sviluppo, accelerandone o rallentandone il corso. Ma la sua influen­za non è un’influenza determinante, perché i cambiamenti e lo sviluppo della società sono di gran lunga più rapidi che i cambiamenti e lo sviluppo dell’ambiente geografico. In tremila anni sono potuti tramontare l’uno dopo l’altro, in Europa, tre ordinamenti sociali differenti: la comunità primitiva, il regime schiavistico, il regime feudale; e nell’Europa orientale, sul territo­rio dell’URSS, sono tramontati perfino quattro ordinamenti sociali. Ebbene nello stesso periodo le condizioni geografiche dell’Europa o non sono cam­biate per niente, o sono cambiate così poco che la geografia non ne parla neppure. Ciò si comprende agevolmente. Affinché cambiamenti di una certa importanza si verifichino nell’ambiente geografico sono necessari milioni di anni, mentre per i mutamenti, sia pure i più importanti, del regi­me sociale degli uomini bastano soltanto alcune centinaia o un paio di migliaia di anni.

Ma da questo consegue che l’ambiente geografico non può essere la causa principale, la causa determinante dello sviluppo sociale, poiché ciò che rimane quasi immutato durante decine di migliaia di anni non può essere la causa principale dello sviluppo di ciò che è soggetto a cambiamenti radicali nel corso di alcune centinaia di anni.

Senza dubbio, poi, anche l’aumento e la densità della popolazione devono essere compresi nel concetto di “condizioni della vita materiale della società”, perché gli uomini sono un elemento indispensabile delle condizio­ni della vita materiale della società, e senza la presenza di un certo numero di uomini non può esservi nessuna vita materiale della società. Non è l’aumento della popolazione la forza principale che determina il carattere del regime sociale degli uomini?
Il materialismo storico risponde negativamente anche a questa domanda. Certo, l’aumento della popolazione influisce sullo sviluppo della società, lo agevola o lo rallenta, ma non può esserne la forza principale, e la sua influenza sullo sviluppo sociale non può essere l’influenza determinante, perché l’aumento della popolazione, di per se stesso, non ci dà la chiave per spiegare le ragioni per cui a un determinato ordinamento sociale succede proprio quel nuovo ordinamento e non un altro, le ragioni per cui alla comunità primitiva succede proprio il regime schiavistico, al regime schiavistico il regime feudale, al regime feudale il regime borghese e non un altro qualunque.

Se l’aumento della popolazione fosse la forza determinante dello sviluppo sociale, una maggior densità di popolazione dovrebbe necessariamente generare un tipo di regime sociale rispettivamente superiore. Ma in realtà le cose non stanno così. La popolazione in Cina è quattro volte più densa che negli Stati Uniti d’America, eppure gli Stati Uniti d’America si trovano a un livello di sviluppo sociale più elevato della Cina, poiché qui continua a dominare un regime semifeudale, mentre gli Stati Uniti d’America hanno già raggiunto da molto tempo il più alto stadio di sviluppo del capitalismo. La popolazione nel Belgio è 19 volte più densa che negli Stati Uniti d’America e 26 volte più che nell’URSS, eppure gli Stati Uniti d’America sono a un livello di sviluppo sociale più elevato del Belgio e, rispetto all’URSS, il Belgio è in ritardo di un’intera epoca storica perché vi domina il regime capitalista, mentre l’URSS ha già posto fine al capitalismo e instaurato il regime socialista. Ma da questo consegue che l’aumento della popolazione non è e non può essere la forza principale nello sviluppo della società, la forza che determi­na il carattere del regime sociale, la fisionomia della società.

a) Ma allora, qual è dunque, nel sistema delle condizioni della vita materiale della società, la forza principale che determina la fisionomia della società, il carattere del regime sociale, lo sviluppo della società da un regime all’altro?
Il materialismo storico considera che questa forza è il modo con cui si ottengono i mezzi di sussistenza necessari alla vita degli uomini, il modo di produzione dei beni materiali — alimenti, indumenti, scarpe, abitazioni, combustibili, strumenti di produzione, ecc. — necessari perché la società possa vivere e svilupparsi.

Per vivere bisogna disporre di alimenti, indumenti, scarpe, abitazioni, com­bustibili, ecc.: per avere questi beni materiali è necessario produrli; e per produrli è necessario avere gli strumenti di produzione coll’aiuto dei quali gli uomini producono gli alimenti, gli indumenti, le scarpe, le abitazioni, il combustibile, ecc.; è necessario saper produrre questi strumenti, è necessa­rio sapersene servire.

Gli strumenti di produzione con l’aiuto dei quali si producono i beni materiali, gli uomini che mettono in movimento questi strumenti di produzione e producono i beni materiali, grazie a una certa esperienza della produzione e a delle abitudini di lavoro: ecco gli elementi che, presi tutti insieme, costi­tuiscono le forze produttive della società.

Ma le forze produttive non costituiscono che uno degli aspetti della produ­zione, uno degli aspetti del modo di produzione, l’aspetto che esprime l’atteggiamento degli uomini verso gli oggetti e le forze della natura, di cui essi si servono per produrre i beni materiali. L’altro aspetto della produzio­ne, l’altro aspetto del modo di produzione, è costituito dai rapporti reciproci degli uomini nel processo della produzione, dai rapporti di produzione tra gli uomini. Gli uomini lottano contro la natura e sfruttano la natura per la produzione dei beni materiali non isolatamente gli uni dagli altri, non come unità staccate le une dalle altre, ma in comune, a gruppi, in società. Perciò la produzione è sempre, in qualunque condizione, una produzione sociale. Nella produzione dei beni materiali gli uomini stabiliscono tra loro questi o quei rapporti reciproci all’interno della produzione, stabiliscono questi o quei rapporti di produzione. Questi rapporti possono essere rapporti di col­laborazione e di aiuto reciproco tra uomini liberi da ogni sfruttamento, pos­sono essere rapporti di dominio e di sottomissione, possono essere, infine, rapporti di transizione da una forma di rapporti di produzione a un’altra. Qualunque sia però il loro carattere, i rapporti di produzione costituiscono — sempre e in tutti i regimi — un elemento altrettanto indispensabile della produzione quanto le forze produttive della società.
“Nella produzione — dice Marx — gli uomini non agiscono soltanto sulla natura, ma anche gli uni sugli altri. Essi producono soltanto in quanto colla­borano in un determinato modo e scambiano reciprocamente le proprie attività. Per produrre, essi entrano gli uni con gli altri in determinati legami e rapporti, e la loro azione sulla natura, la produzione, ha luogo soltanto nel quadro di questi legami e rapporti sociali”.

Dunque la produzione, il modo di produzione, abbraccia tanto le forze pro­duttive della società quanto i rapporti di produzione fra gli uomini, ed incarna così la loro unione nel processo di produzione dei beni materiali.

b) La prima particolarità della produzione consiste nel fatto che essa non rimane mai per un lungo periodo a un punto determinato, ma è in continuo mutamento e sviluppo; inoltre i cambiamenti del modo di produzione provo­cano inevitabilmente cambiamenti di tutto il regime sociale, delle idee socia­li, delle concezioni e delle istituzioni politiche, provocano una trasformazio­ne di tutto il sistema sociale e politico. Nei diversi gradi dello sviluppo sociale gli uomini si servono di differenti modi di produzione, ossia per par­lare più semplicemente, gli uomini hanno un diverso modo di vita. Nella comunità primitiva esiste un determinato modo di produzione; sotto la schia­vitù ne esiste un altro; sotto il feudalesimo un terzo, e via di seguito. In rap­porto con questi cambiamenti anche il regime sociale degli uomini, la loro vita spirituale, le loro concezioni, le loro istituzioni politiche sono diversi. Quale è il modo di produzione della società, tale sostanzialmente è la società stessa, tali le sue idee e teorie, le sue concezioni e istituzioni politiche. Ossia, più semplicemente: quale è il modo di vita degli uomini, tale è il loro modo di pensare.

Questo vuol dire che la storia dello sviluppo della società è, innanzitutto, storia dello sviluppo della produzione, storia dei modi di produzione che si susseguono nel corso dei secoli, storia dello sviluppo delle forze produttive e dei rapporti di produzione tra gli uomini.

Vuol dire che la storia dello sviluppo sociale è, nello stesso tempo, storia dei produttori stessi dei beni materiali, storia delle masse lavoratrici che sono le forze fondamentali del processo di produzione e producono i beni materiali necessari all’esistenza della società.

Vuol dire che la scienza storica, se vuol essere una vera scienza, non può più ridurre la storia dello sviluppo sociale alle gesta dei re e dei condottieri, alle gesta dei “conquistatori” e degli “assoggettatori” di Stati, ma deve innanzitutto essere storia dei produttori dei beni materiali, storia delle masse lavoratrici, storia dei popoli.
Vuol dire che la chiave per lo studio delle leggi della storia della società bisogna cercarla non nel cervello degli uomini, e neppure nelle concezioni e nelle idee della società, ma nel modo di produzione praticato dalla società in ogni periodo storico determinato, nell’economia della società.

Vuol dire che il compito primordiale della scienza storica è quello di stu­diare e scoprire le leggi della produzione le leggi secondo le quali si svilup­pano le forze produttive e i rapporti di produzione, le leggi dello sviluppo economico della società.
Vuol dire che il partito del proletariato, se vuol essere un vero partito, deve possedere innanzitutto la conoscenza delle leggi dello sviluppo della produ­zione, la conoscenza delle leggi dello sviluppo economico della società. Vuol dire che, per non sbagliarsi in politica, il partito del proletariato, tanto nello stabilire il suo programma quanto nella sua attività pratica, deve ispi­rarsi innanzitutto alle leggi dello sviluppo della produzione, alle leggi dello sviluppo economico della società.

c) La seconda particolarità della produzione consiste nel fatto che i suoi cambiamenti e il suo sviluppo cominciano sempre con quelli delle forze produttive e, innanzitutto, col cambiamento e con lo sviluppo degli stru­menti di produzione. Le forze produttive sono, di conseguenza, l’elemento più mobile e più rivoluzionario della produzione. Dapprima si modificano e si sviluppano le forze produttive della società e poi, in dipendenza da tali cambiamenti e conformemente ad essi si modificano i rapporti di produzio­ne tra gli uomini, i loro rapporti economici. Questo non vuol dire tuttavia che i rapporti di produzione non influiscano sullo sviluppo delle forze pro­duttive e che queste ultime non dipendano dai primi. Sviluppandosi in dipendenza dallo sviluppo delle forze produttive, i rapporti di produzione agiscono a loro volta sullo sviluppo delle forze produttive, al carattere delle forze produttive, i rapporti di produzione agiscono a loro volta sullo svilup­po delle forze produttive, affrettandolo o rallentandolo. È necessario inoltre osservare che i rapporti di produzione non possono troppo a lungo rimanere addietro allo sviluppo delle forze produttive e trovarsi in contraddizione con tale sviluppo, perché le forze produttive possono svilupparsi pienamen­te solo nel caso in cui i rapporti di produzione corrispondano al carattere, allo stato delle forze produttive e ne permettano il libero sviluppo. Perciò, qualunque sia il ritardo dei rapporti di produzione sullo sviluppo delle forze produttive, i rapporti di produzione devono presto o tardi finire col corri­spondere, ed è ciò che essi fanno effettivamente, al livello di sviluppo delle forze produttive, al carattere delle forze produttive. Qualora ciò non avve­nisse, l’unità delle forze produttive e dei rapporti di produzione, nel sistema della produzione, verrebbe radicalmente scossa, si verificherebbe una rottu­ra nell’insieme della produzione, una crisi della produzione, una distruzio­ne di forze produttive.

Un esempio di disaccordo tra i rapporti di produzione e il carattere delle forze produttive, un esempio di conflitto tra di essi ci è offerto dalle crisi economiche nei paesi capitalistici, dove la proprietà privata capitalistica dei mezzi di produzione è in flagrante disaccordo col carattere sociale del pro­cesso di produzione, col carattere delle forze produttive. Risultato di questo disaccordo sono le crisi economiche che portano a una distruzione di forze produttive; anzi, questo stesso disaccordo è la base economica della rivolu­zione sociale, destinata a distruggere i rapporti attuali di produzione e a crearne di nuovi, conformi al carattere delle forze produttive. Viceversa l’economia nazionale socialista dell’URSS, dove la proprietà sociale dei mezzi di produzione è in perfetto accordo con il carattere sociale del processo di produzione e dove perciò non esistono crisi economiche né si distruggono forze produttive, è un esempio di perfetto accordo tra i rap­porti di produzione e il carattere delle forze produttive. Le forze produttive, quindi, non sono solamente l’elemento più mobile e più rivoluzionario della produzione, ma sono anche l’elemento che determi­na lo sviluppo della produzione.

Quali sono le forze produttive, tali devono essere i rapporti di produzione. Se lo stato delle forze produttive indica con quali strumenti di produzione gli uomini producono i beni materiali che sono loro necessari, lo stato dei rapporti di produzione indica a sua volta in possesso di chi si trovano i mezzi di produzione (terre, foreste, acque, sottosuolo, materie prime, strumenti di lavoro, edifici destinati alla produzione, mezzi di trasporto e di comunicazione, ecc.), indica a disposizione di chi si trovano i mezzi di pro­duzione: se a disposizione di tutta la società oppure se a disposizione di sin­goli individui, di gruppi, di classi che li utilizzano per lo sfruttamento di altri individui, gruppi o classi.

Ecco il quadro schematico dello sviluppo delle forze produttive, dai tempi più remoti ai nostri giorni: passaggio dai grossolani utensili di pietra all’arco e alle frecce e, quindi passaggio dal modo di vita fondato sulla cac­cia all’addomesticamento e allevamento primitivo del bestiame; passaggio dagli utensili di pietra a quelli metallici (ascia di ferro, aratro col vomero di ferro, ecc. ) e, quindi, passaggio alla coltivazione delle piante e all’agricol­tura; nuovo perfezionamento degli utensili metallici per la lavorazione dei materiali, passaggio alla forgia a mantice, alla produzione delle terre cotte e, quindi, sviluppo dei mestieri, separazione dei mestieri dall’agricoltura, sviluppo di una produzione artigiana indipendente e poi di una produzione manifatturiera; passaggio dagli strumenti della produzione artigiana alle macchine, e trasformazione della produzione artigiana manifatturiera in industria meccanizzata; passaggio al sistema delle macchine e sorgere della grande industria meccanizzata moderna: tale è il quadro generale, ben lungi dall’essere completo, dello sviluppo delle forze produttive della società durante la storia dell’umanità. È inoltre comprensibile che lo sviluppo e il perfezionamento degli strumenti di produzione sono stati realizzati da uomini aventi legami con la produzione, e non indipendentemente dagli uomini. Quindi, nello stesso tempo in cui sono cambiati e si sono sviluppati gli strumenti di produzione, sono cambiati e si sono sviluppati anche gli uomini, elemento essenziale delle forze produttive; sono cambiate e si sono sviluppate la loro esperienza produttiva, le loro abitudini di lavoro, la loro capacità di adoperare gli strumenti di produzione.

In accordo con questi cambiamenti e con questo sviluppo delle forze pro­duttive della società sono cambiati e si sono sviluppati, nel corso della sto­ria, i rapporti di produzione tra gli uomini, i loro rapporti economici. La storia conosce cinque tipi fondamentali di rapporti di produzione: la comunità primitiva, la schiavitù, il regime feudale, il regime capitalista e il regime socialista.

Nel regime della comunità primitiva la proprietà sociale dei mezzi di pro­duzione costituisce la base dei rapporti di produzione. Ciò corrisponde, essenzialmente, al carattere delle forze produttive in questo periodo. Gli utensili di pietra, e l’arco e le frecce apparsi più tardi, escludevano la possi­bilità di lottare isolatamente contro le forze della natura e contro le bestie feroci. Per raccogliere i frutti nelle foreste, per pescare, per costruire un’abitazione qualsiasi, gli uomini debbono lavorare in comune se non vogliono morire di fame, o essere preda delle bestie feroci, o cadere in mano alle comunità vicine. Il lavoro collettivo conduce alla proprietà collettiva, sia dei mezzi di produzione che dei prodotti. Non si ha ancora nozione della proprietà privata dei mezzi di produzione, salvo la proprietà personale di alcuni strumenti di produzione, che sono in pari tempo armi di difesa contro gli animali feroci. Non esistono ne sfruttamento né classi. Sotto il regime della schiavitù la base dei rapporti di produzione è costituita dalla proprietà del padrone di schiavi sui mezzi di produzione e anche sul produttore, sullo schiavo, che egli può vendere, comprare, uccidere come bestiame. Tali rapporti di produzione corrispondono essenzialmente allo stato delle forze produttive in questo periodo. Invece degli utensili di pietra gli uomini dispongono ora di strumenti di metallo; invece di un’economia misera e primitiva, fondata sulla caccia e che ignora tanto l’allevamento del bestiame quanto la coltivazione della terra, sorgono l’allevamento del bestiame, l’agricoltura, i mestieri, la divisione del lavoro tra questi diversi rami di produzione; diventa possibile lo scambio dei prodotti tra individui e gruppi diversi; diventa possibile l’accumulazione di ricchezza nelle mani di pochi, l’accumulazione reale dei mezzi di produzione nelle mani di una minoranza; diventa possibile la sottomissione della maggioranza alla mino­ranza e la trasformazione dei membri della maggioranza in schiavi. Non esiste già più il lavoro comune e libero di tutti i membri della società nel processo della produzione, ma domina il lavoro forzato degli schiavi, sfrut­tati da padroni che non lavorano. Non esiste quindi più una proprietà comu­ne né dei mezzi di produzione né dei prodotti. Essa è sostituita dalla pro­prietà privata. Il padrone di schiavi è il primo e principale proprietario, il proprietario assoluto.Ricchi e poveri, sfruttatori e sfruttati, uomini che hanno tutti i diritti e uomini che non ne hanno nessuno, un’aspra lotta di classe tra gli uni e gli altri: tale è il quadro del regime schiavistico.

Sotto il regime feudale la base dei rapporti di produzione è costituita dalla proprietà del signore feudale sui mezzi di produzione e dalla sua proprietà limitata sul produttore, sul servo, che il feudatario non può più uccidere, ma può vendere e comprare. Accanto alla proprietà feudale esiste la pro­prietà individuale del contadino e dell’artigiano sugli strumenti di produ­zione e sulla loro economia privata, basata sul lavoro personale. Tali rap­porti di produzione corrispondono essenzialmente allo stato delle forze produttive in questo periodo. L’ulteriore perfezionamento della fusione e della lavorazione del ferro, la diffusione generale dell’aratro di ferro e del telaio, lo sviluppo ulteriore dell’agricoltura, dell’orticoltura, dell’industria vinicola, della fabbricazione dei grassi, il sorgere delle manifatture accan­to alle botteghe degli artigiani: tali sono i tratti caratteristici dello stato delle forze produttive.

Le nuove forze produttive esigono che il lavoratore abbia una certa ini­ziativa nella produzione, che sia propenso e interessato al lavoro. Per questa ragione il padrone feudale rinuncia allo schiavo che non ha nes­sun interesse al lavoro e non ha nessuna iniziativa, e preferisce aver a che fare con un servo che possiede un’azienda propria, i propri strumenti di produzione e ha qualche interesse per il lavoro, interesse indispensabile perché il servo coltivi la terra e paghi al feudatario, sul proprio raccol­to, un tributo in natura.

La proprietà privata in questo periodo continua a svilupparsi. Lo sfrutta­mento è quasi altrettanto duro che in regime schiavistico; si è solo appena mitigato. La lotta di classe tra sfruttatori e sfruttati è la caratteristica fondamentale del regime feudale.

Sotto il regime capitalistico la base dei rapporti di produzione è costituita dalla proprietà capitalistica sui mezzi di produzione, mentre la proprietà sui produttori, sugli operai salariati non esiste più: il capitalista non può né ucciderli né venderli, perché essi sono liberi dalla dipendenza personale, ma sono privi dei mezzi di produzione e, per non morire di fame, sono costretti a vendere la loro forza-lavoro al capitalista, a sottomettersi al giogo dello sfruttamento. Accanto alla proprietà capitalistica dei mezzi di produzione esiste, ed è nei primi tempi largamente diffusa, la proprietà pri­vata del contadino e dell’artigiano — emancipatisi dalla servitù della gleba — sui mezzi di produzione: proprietà che si fonda sul lavoro personale. Le botteghe degli artigiani e le manifatture vengono sostituite da immense fab­briche e officine, fornite di macchine. I domini dei nobili, già coltivati con gli strumenti primitivi dei contadini, vengono sostituiti da grandi aziende capitalistiche, gestite con i criteri della scienza agronomica e munite di macchine agricole.
Le nuove forze produttive esigono che i lavoratori siano più progrediti e più intelligenti dei servi ignoranti e arretrati, che siano capaci di capire la mac­china e di maneggiarla nel modo dovuto.

Per questo i capitalisti preferisco­no aver a che fare con operai salariati, liberi dai vincoli servili e abbastanza progrediti per maneggiare le macchine nel modo dovuto. Ma avendo sviluppato le forze produttive in proporzioni gigantesche, il capitalismo è caduto in un groviglio di contraddizioni insolubili. Producendo quantità sempre maggiori di merci e diminuendone i prezzi, il capitalismo accentua la concorrenza, rovina la massa dei piccoli e medi proprietari priva­ti, li converte in proletari e diminuisce la loro capacità d’acquisto, in conse­guenza di che lo smercio dei prodotti diventa impossibile. Allargando la produzione e raggruppando in immense fabbriche e officine milioni di operai, il capitalismo imprime al processo della produzione un carattere sociale e mina, per questo fatto stesso, la propria base, poiché il carattere sociale del processo della produzione esige la proprietà sociale dei mezzi di produzione, mentre la proprietà dei mezzi di produzione rimane una proprietà privata, capitalistica, incompatibile col carattere sociale del processo della produzione.

Queste contraddizioni inconciliabili tra il carattere delle forze produttive e i rapporti di produzione si manifestano nelle crisi periodiche di sovrapprodu­zione, quando i capitalisti, non trovando compratori solvibili a causa della rovina delle masse, di cui essi stessi sono i responsabili, sono costretti a bruciare le derrate, a distruggere le merci, ad arrestare la produzione, a distruggere le forze produttive, mentre milioni di uomini sono costretti alla disoccupazione e alla fame,non perché manchino le merci ma perché ne sono state prodotte troppe. Ciò significa che i rapporti capitalistici di produzione hanno cessato di cor­rispondere allo stato delle forze produttive della società e sono entrati con esse in contraddizione insanabile.

Ciò significa che il capitalismo è gravido di una rivoluzione, chiamata a sostituire l’attuale proprietà capitalistica dei mezzi di produzione con la proprietà socialista. Ciò significa che un’acutissima lotta di classe tra sfruttati e sfruttatori è il tratto caratteristico essenziale del regime capitalista. Nel regime socialista, che, per il momento, esiste solo nell’URSS, la pro­prietà sociale dei mezzi di produzione costituisce la base dei rapporti di produzione. Qui non esistono più né sfruttatori né sfruttati. I prodotti ven­gono ripartiti secondo il lavoro compiuto e secondo il principio: “Chi non lavora non mangia”. I rapporti tra gli uomini nel processo della produzio­ne sono rapporti di collaborazione fraterna e di mutuo aiuto socialista tra lavoratori liberi dallo sfruttamento. Qui i rapporti di produzione corri­spondono perfettamente allo stato delle forze produttive, perché il caratte­re sociale del processo della produzione è rafforzato dalla proprietà socia­le sui mezzi di produzione.

Perciò la produzione socialista nell’URSS ignora le crisi periodiche di sovrapproduzione e tutte le assurdità che le accompagnano. Perciò le forze produttive si sviluppano nell’URSS con un ritmo accelerato, dato che i rapporti di produzione che gli sono conformi gli offrono tutte le possibilità di sviluppo.

Tale è il quadro dello sviluppo dei rapporti di produzione tra gli uomini, nel corso della storia dell’umanità.
Tale è la dipendenza dello sviluppo dei rapporti di produzione dallo svilup­po delle forze produttive della società, e innanzitutto dallo sviluppo degli strumenti della produzione, dipendenza in virtù della quale i cambiamenti e lo sviluppo delle forze produttive conducono, presto o tardi, a un cambia­mento e a uno sviluppo corrispondenti dei rapporti di produzione.

“L’impiego e la creazione dei mezzi di lavoro (gli strumenti di produzione) — dice Marx — benché si trovino in germe presso qualche specie animale, caratterizzano eminente­mente il processo del lavoro umano. È perciò che Franklin definisce l’uomo a toolmaking animal, un animale fabbricatore di strumenti. Gli avanzi degli antichi mezzi di lavoro hanno, per lo studio delle forme economiche delle società scomparse, la stessa importanza che la struttura delle ossa fossili ha per la cognizione degli organismi delle specie animali estinte. Le epoche economiche si distinguono non per ciò che vi si produce, ma per il modo in cui si produce… I mezzi di lavoro non danno soltanto la misura del grado dello sviluppo della forza di lavoro umana, ma sono l’indice dei rapporti sociali in cui si lavora”. E più oltre:

“I rapporti sociali sono intimamente legati alle forze produttive. Acquistando nuove forze produttive gli uomini cambiano il loro modo di produzione, e cambiando il modo di produzione, il modo di guadagnarsi la vita, essi cambiano tutti i loro rapporti sociali. Il mulino a braccia vi darà la società diretta dal signore [feudale], il mulino a vapore, la società diretta dal capitalista industriale”.

“Vi è un movimento continuo di aumento delle forze produttive, di distru­zione dei rapporti sociali, di formazione delle idee; immobile è solo l’astra­zione del movimento”.

Engels, caratterizzando il materialismo storico definito nel Manifesto del Partito comunista, dice:

“La produzione economica e la struttura sociale che necessariamente ne deriva formano, in qualunque epoca storica, la base della storia politica e intellettuale dell’epoca stessa… Conforme a ciò, dopo il dissolversi della primitiva proprietà comune del suolo, tutta la storia è stata una storia di lotte di classe, di lotte tra le classi sfruttate e le classi sfruttatrici, tra classi dominate e classi dominanti, nelle varie tappe dello sviluppo sociale… Questa lotta ha ora raggiunto un grado in cui la classe sfruttata e oppressa (il proletariato ) non può liberarsi dalla classe che la sfrutta e la opprime (la borghesia) senza liberare anche ad un tempo, e per sempre, tutta la società dallo sfruttamento, dall’oppressione e dalla lotta di classe…”

d) La terza particolarità della produzione sta in ciò, che il sorgere delle nuove forze produttive e dei rapporti di produzione corrispondenti non avviene al di fuori del vecchio regime, dopo la sua scomparsa, ma nel seno stesso del vecchio regime; non è il risultato di un’azione premeditata e cosciente degli uomini, ma avviene spontaneamente, indipendentemente dalla coscienza e dalla volontà degli uomini. Esso avviene spontaneamente, indipendentemente dalla coscienza e dalla volontà degli uomini per le seguenti due ragioni.

In primo luogo perché gli uomini non sono liberi nella scelta di questo o quel modo di produzione, perché ogni nuova generazione, al suo ingresso nella vita, trova forze produttive e rapporti di produzione già pronti, come risultato del lavoro delle generazioni precedenti, e quindi ogni nuova generazione è obbligata, in un primo tempo, ad accettare tutto ciò che trova già pronto nel dominio della produzione e ad adattarvisi, per avere la possibi­lità di produrre beni materiali.

In secondo luogo perché gli uomini, perfezionando questo o quello stru­mento di produzione, questo o quell’elemento delle forze produttive, non hanno la coscienza e la comprensione, né riflettono ai risultati sociali a cui quei perfezionamenti debbono portare; pensano semplicemente ai loro inte­ressi quotidiani, a rendere più facile il loro lavoro e ad ottenere un vantag­gio immediato e tangibile.  

Quando alcuni membri della comunità primitiva cominciarono a poco a poco, e come a tastoni, a passare dagli utensili di pietra agli utensili di ferro, certamente ignoravano e non concepivano i risultati sociali cui avrebbe por­tato quell’innovazione; essi non avevano la comprensione né la coscienza del fatto che il passaggio a strumenti di metallo significava una rivoluzione nella produzione, che tale passaggio doveva portare, infine, al regime schia­vistico. Essi volevano semplicemente rendere più facile il loro lavoro e otte­nere un vantaggio immediato e sensibile; la loro attività cosciente si limitava al quadro ristretto di questo vantaggio personale, quotidiano.  

Quando, durante il regime feudale, la giovane borghesia europea cominciò a costruire accanto alle piccole botteghe degli artigiani grandi manifatture, facendo in tal modo progredire le forze produttive della società, essa certa­mente non sapeva e non concepiva le conseguenze sociali cui avrebbe por­tato quell’innovazione; essa non aveva la comprensione né la coscienza del fatto che quella “piccola” innovazione doveva portare a un raggruppamento di forze sociali, il quale doveva concludersi con la rivoluzione contro il potere monarchico di cui essa tanto apprezzava la benignità, e contro la nobiltà nelle cui file sognavano spesso di entrare i suoi rappresentanti migliori. Essa voleva semplicemente ridurre il costo di produzione delle merci, gettare una maggior quantità di merci sui mercati dell’Asia e dell’America, solo allora scoperta, e trarne maggiori profitti; la sua attività cosciente si limitava al quadro ristretto di questa pratica quotidiana.
Quando i capitalisti russi insieme con i capitalisti stranieri cominciarono attivamente a introdurre in Russia la grande industria meccanizzata moderna, senza toccare lo zarismo e gettando i contadini in pasto ai gran­di proprietari fondiari, essi certo non sapevano e non concepivano le conseguenze sociali cui avrebbe portato quel poderoso aumento delle forze produttive; essi non avevano la comprensione né la coscienza del fatto che quel grande balzo delle forze produttive della società doveva portare a un raggruppamento di forze sociali che avrebbe permesso al proletariato di unire a sé i contadini e di far trionfare la rivoluzione socialista. Essi volevano semplicemente allargare al massimo grado la produzione indu­striale, impadronirsi del mercato interno immenso, monopolizzare la pro­duzione e trarre dall’economia nazionale i maggiori profitti possibili; la loro attività cosciente non superava la cerchia dei loro interessi quotidia­ni, puramente pratici. A questo proposito Marx dice:

“Nella produzione sociale della loro esistenza [ossia nella produzione dei beni materiali necessari alla vita degli uomini], gli uomini entrano in rapporti determinati, necessari, indipendenti dalla loro volontà, in rapporti di produzione che corrispondono a un determinato grado di sviluppo delle loro forze produttive materiali”.

Ciò non vuol dire tuttavia che i cambiamenti nei rapporti di produzione e il passaggio dai vecchi rapporti di produzione ai nuovi avvengano pacifica­mente, senza conflitti, senza scosse. Al contrario, un tale passaggio avviene di solito mediante l’abbattimento rivoluzionario dei vecchi rapporti di pro­duzione e l’instaurazione di rapporti nuovi. Fino a un certo momento lo svi­luppo delle forze produttive e i cambiamenti nel campo dei rapporti di pro­duzione si effettuano spontaneamente, indipendentemente dalla volontà degli uomini. Ma questo solo fino a un certo momento, fino al momento in cui le forze produttive, precedentemente sorte e sviluppatesi, siano sufficientemente mature.
Quando le nuove forze produttive sono giunte a maturazione, i rapporti di produzione esistenti e le classi dominanti che li perso­nificano si trasformano in una barriera “insormontabile”, che può essere tolta di mezzo solo dall’attività cosciente delle nuove classi, dall’azione violenta di queste classi, dalla rivoluzione. Appare allora in modo chiarissimo la funzione immensa delle nuove idee sociali, delle nuove istituzioni politiche, del nuovo potere politico, chiamati a sopprimere con la forza i vecchi rapporti di produzione. Sulla base del conflitto tra le nuove forze produttive e i vecchi rapporti di produzione, sulla base delle nuove esigenze economiche della società, sorgono nuove idee sociali; queste nuove idee organizzano e mobilitano le masse; le masse si uniscono in un nuovo eser­cito politico, creano un nuovo potere rivoluzionario e se ne servono per sopprimere con la forza il vecchio ordine nel campo dei rapporti di produ­zione, e per instaurarvi l’ordine nuovo. Il processo spontaneo di sviluppo cede il posto all’attività cosciente degli uomini lo sviluppo pacifico a un rivolgimento violento, l’evoluzione alla rivoluzione.

“…Il proletariato — dice Marx — nella lotta contro la borghesia si costitui­sce necessariamente in classe… per mezzo della rivoluzione trasforma se stesso in classe dominante e, come tale, distrugge violentemente i vecchi rapporti di produzione…”. E più avanti:

“Il proletariato si servirà della sua supremazia politica per strappare alla borghesia, a poco a poco, tutto il capitale, per accentrare tutti gli strumenti di produzione nelle mani dello Stato, vale a dire del proletariato stesso organizzato come classe dominante, e per aumentare con la massima rapi­dità possibile il totale delle forze produttive”.”La violenza è la levatrice di ogni vecchia società gravida di una società nuova”.Ecco come la sostanza del materialismo storico è stata genialmente esposta da Marx nel 1859, nella storica prefazione alla sua celebre opera Per la cri­tica dell’economia politica:

“Nella produzione sociale della loro esistenza gli uomini entrano in rapporti determinati, necessari, indipendenti dalla loro volontà, in rapporti di produ­zione che corrispondono a un determinato grado di sviluppo delle loro forze produttive materiali. L’insieme di questi rapporti di produzione costi­tuisce la struttura economica della società, ossia la base reale sulla quale si eleva una sovrastruttura giuridica e politica e alla quale corrispondono forme determinate della coscienza sociale. Il modo di produzione della vita materiale condiziona, in generale, il processo sociale, politico e spirituale della vita. Non è la coscienza degli uomini che determina il loro essere, ma è, al contrario, il loro essere sociale che determina la loro coscienza. A un dato punto del loro sviluppo le forze produttive materiali della società entrano in contraddizione con i rapporti di produzione esistenti, cioè con i rapporti di proprietà (il che è l’equivalente giuridico di tale espressione) dentro i quali dette forze per l’innanzi s’erano mosse. Questi rapporti, da forme di sviluppo delle forze produttive, si convertono in loro catene. E allora subentra un’epoca di rivoluzione sociale. Con il cambiamento della base economica si sconvolge più o meno rapidamente tutta la gigantesca sovrastruttura. Quando si studiano simili sconvolgimenti è indispensabile distinguere sempre fra lo sconvolgimento materiale delle condizioni economiche della produzione — che può essere constatato con la precisione delle scienze naturali — e le forme giuridiche, politiche, religiose, artistiche o filosofiche, ossia le forme ideologiche che permettono agli uomini di con­cepire questo conflitto e di combatterlo. Come non si può giudicare un uomo dall’idea che egli ha di se stesso, così non si può giudicare una simile epoca di sconvolgimento dalla coscienza che essa ha di se stessa; occorre invece spiegare questa coscienza con le contraddizioni della vita materiale, con il conflitto esistente tra le forze produttive della società e i rapporti di produzione. Una formazione sociale non perisce finché non si siano svilup­pate tutte le forze produttive a cui può dare corso; nuovi e superiori rapporti di produzione non subentrano mai prima che siano maturate in seno alla vecchia società le condizioni materiali della loro esistenza. Ecco perché l’umanità non si propone se non quei problemi che può risolvere, perché, a considerare le cose dappresso, si trova sempre che il problema sorge solo quando le condizioni materiali della sua soluzione esistono già,o almeno sono informazione”.

Ecco ciò che insegna il materialismo marxista applicato alla vita sociale, alla storia della società. Tali sono i tratti fondamentali del materialismo dialettico e storico.

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