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La sottile linea rossa nell’affaire Equitalia: note per una lettura di classe
 
Collettivo Autorganizzato Universitario – Napoli
Lavoratori della metropoli in lotta Clash City Workers
 
15/05/2012
 
In questi giorni l’affaire Equitalia è salito agli onori delle cronache e ha offerto più di qualche spunto e suggestione ai titolisti dei principali media nazionali. Le ragioni principali di questa improvvisa visibilità vanno probabilmente rintracciate in due fattori. Il primo, come appare sempre più lampante, riguarda il disperato tentativo di (ri-)mettere in piedi una strategia della tensione criminalizzando chiunque – movimenti e persino sindacati – sia ritenuto potenzialmente in grado di organizzare ed orientare il dissenso e la rabbia (crescenti, ma allo stesso tempo “disordinati” e privi di “messa a fuoco”) derivati dal violento attacco alle condizioni dei lavoratori, dallo smantellamento del welfare e dei diritti, dalla progressiva proletarizzazione della classe media e dal processo di polarizzazione sociale ed economica che sta cambiando il volto del nostro paese.
 
Non ci dilungheremo su questo primo aspetto, pure fondamentale, su cui abbiamo già scritto qualche giorno fa. Preferiamo invece concentrarci su un secondo ordine di discorso, che ci pare sia stato poco considerato anche da chi si oppone ad Equitalia, chiedendoci: perché di tale questione se n’è parlato tanto? Perché è così “sentita”? Perché tanti e diversi soggetti invocano la chiusura di Equitalia? Che cosa è e cosa rappresenta, fuori dalla retorica de “l’usura”, dello “strozzinaggio” etc? Senza avere la pretesa di offrire un’analisi esauriente e tantomeno ricette preconfezionate, proveremo in questo documento a smarcarci dai tanti luoghi comuni e a riflettere sulle potenzialità e i modi in cui i movimenti possono affrontare la battaglia contro Equitalia nell’unica prospettiva che, ci sembra, possa essere vincente, quella di classe.
 
1. Una strana “lotta”
 
Iniziamo ponendoci una domanda, un po’ provocatoria: perché – al netto delle strumentalizzazioni politiche che si sono fatte fortissime negli ultimi giorni – in tutti questi mesi ogni gesto contro Equitalia, ogni manifestazione di disagio nei confronti dell’ente di riscossione, ha goduto di ampia visibilità sui media? È possibile che sia successo solo perché l’affaire Equitalia riguarda centinaia di migliaia di persone, e che i media abbiano voluto sintonizzarsi con quest’ostilità diffusa? Difficile accontentarsi di questa risposta. Basti pensare che tanti provvedimenti “lacrime e sangue” del Governo Monti – solo per esempio, la riforma delle pensioni – sono state accolti con assoluta ostilità da milioni di persone, eppure a quest’ostilità non è stato dato altrettanto spazio. Contro tutti questi provvedimenti di Monti si sono sviluppate mobilitazioni anche significative: scioperi sindacali, cortei con decine di migliaia di persone, petizioni, dibattiti, assemblee su tutto il territorio italiano… Eppure i media li hanno letteralmente fatti sparire, hanno banalizzato le loro ragioni, non li hanno mai messi nelle prime pagine. La linea più o meno condivisa da tutti i media ogni volta che si evocava Equitalia invece era sempre molto “neutra”: certo, le violenze vanno sempre condannate, però Equitalia pare non piacere proprio a nessuno.
Ma chi è questo “nessuno”? E’ la “gente”, concetto quanto mai vago, o è un nessuno fatto di diversi gruppi e classi sociali, che condividono e dovrebbero condividere ben poco? Risponderemo più avanti a questa domanda, per il momento notiamo un dato di fatto: non sempre (in verità purtroppo sempre più raramente) siamo in grado di imporre la nostra “agenda”, di costringere i giornali e le televisioni a dare risalto alle nostre battaglie: ormai tutti abbiamo provato, e ripetutamente, l’amara sensazione di veder completamente cancellato, rimosso dai mezzi di comunicazione ufficiali, un corteo, un presidio, un’iniziativa per quanto ben riusciti e partecipati. E questo succede ogni volta che la protesta ha una chiara connotazione in difesa dei lavoratori e delle fasce sociali più deboli…
 
Poniamoci ora un’altra domanda, altrettanto provocatoria. Perché la lotta contro le agenzie di riscossione è stata sempre un cavallo di battaglia della destra, in particolar modo di quella fascista? Perché in questi ultimi mesi a tuonare contro Equitalia si è sentita spessissimo la Lega? Di quale blocco sociale e di quali classi questi gruppi politici hanno sempre difeso gli interessi? Anche qui, porsi questa domanda non vuol dire già trovare una risposta. Però questo fatto dovrebbe essere una “spia”: i gruppi che fanno politica in modo demagogico e populista, difendendo interessi di classe ben precisi, quelli del piccolo padronato e della piccola/media borghesia, hanno da sempre individuato in tale questione il loro terreno d’azione per eccellenza. Questo non vuol dire che riteniamo che la battaglia contro Equitalia sia necessariamente di “destra”, perché qualsiasi contraddizione può essere affrontata e utilizzata per estendere e approfondire la lotta di classe. Ma lo si può fare solo se si hanno le forze sufficienti e si capiscono bene quali siano le peculiarità che distinguono la nostra lettura della questione Equitalia dalla loro. Questo ci pare un aspetto finora poco considerato, e ripetere la retorica “moralistica” e fuorviante dell'”usura” e dello “strozzinaggio” non ci aiuta a sviluppare una posizione politica.
 
Non è vero infatti che “la questione è quella”, cioè che non ci possono essere modi diversi di affrontare il problema Equitalia. Infatti, in una società divisa in classi, gli stessi temi vengono sempre declinati in modo diverso a seconda di quale siano gli interessi da difendere. In questo si possono fare molteplici esempi in cui le posizioni della sinistra di classe sono sostanzialmente diverse da quelle fasciste. Si pensi alla lotta per la casa, dove i fascisti rivendicano il mutuo sociale e noi edilizia pubblica ed esproprio degli immobili sfitti, o meglio ancora al tema del lavoro, dove noi diciamo “lavorare meno, lavorare tutti” e loro invocano il rimpatrio degli stranieri… Ma soprattutto a distinguerci è il fatto che i comunisti non affrontano mai una questione in maniera slegata dal contesto generale, ma cercano sempre di trasformare ogni vertenza e ogni lotta sociale in un elemento di politicizzazione reale che possa contribuire alla formazione della coscienza di classe. Infatti non approfittare di ogni occasione per fornire ai proletari gli strumenti atti ad una corretta lettura della realtà fa sì che l’apparato ideologico e di propaganda borghese possa strumentalizzare, isolare e infine neutralizzare ogni rivendicazione pur se giusta e sacrosanta. È per questo che vi chiediamo di avere un po’ di pazienza e di seguire tutto il filo del ragionamento…
 
2. Un po’ di storia
 
Come tutti sanno, Equitalia è una società per azioni fondata nel 2007, di proprietà dell’INPS (49%) e dell’Agenzia Delle Entrate (51%) che ha come mission il recupero crediti per conto degli enti pubblici. In pratica quando l’erario o l’ente previdenziale riscontra un’evasione d’imposta o un ente locale commina una multa, e questa non viene pagata, interviene Equitalia che, avvalendosi degli strumenti previsti dalla legge, procede al recupero delle somme dovute maggiorate dell’interesse e dell’agio. Prima del 2007 l’attività di recupero era affidata ad una moltitudine di agenzie di riscossione per lo più di proprietà di banche che incassavano lauti compensi per il servizio conseguendo però scarsissimi risultati. Invece, da quando esiste Equitalia, secondo i dati della Corte dei Conti, le somme recuperate dallo Stato sono raddoppiate e i costi letteralmente abbattuti – dato che si utilizza personale dello Stato – con un utile netto che ogni anno supera abbondantemente il miliardo di euro…
 
Il mancato recupero dei crediti non era però dovuto all’incapacità delle banche o alla proverbiale disorganizzazione della pubblica amministrazione, ma ad una precisa volontà politica. Volontà di tutelare, anche una volta “scoperto”, il popolo degli evasori ovvero quella piccola e media borghesia che da sempre costituisce l’ossatura del capitalismo italiano. La peculiarità del nostro paese, come abbiamo sottolineato in altre occasioni, sta proprio nella sua struttura corporativa (introdotta durante il ventennio fascista con la finalità di arginare il movimento operaio e le spinte rivoluzionarie) fondata proprio sulla presenza di una diffusa piccola e media borghesia agevolata e tutelata attraverso una sostanziale esenzione fiscale. Detto modello, pur assolvendo alla sua funzione di governo e contenimento del conflitto sociale, ha determinato un’enorme arretratezza del capitalismo italiano di fatto poco profittevole e quindi scarsamente attrattivo per gli investimenti. Con l’esplodere della crisi nel 2007 questi limiti strutturali si sono manifestati in maniera dirompente ed hanno accelerato alcuni processi già in atto da tempo, tra i quali una riconfigurazione interna alla classe dominante. Semplificando la questione, si potrebbe dire che il grande capitale non si può più permettere di essere appesantito dalla zavorra costituita dalla piccola e media borghesia che, oltre a rappresentare una resistenza alla ricomposizione e all’accentramento dei capitali, rende impossibile all’Italia la competizione a livello internazionale, e produce, a causa del suo particolare regime fiscale, un alto costo del lavoro e un alto debito pubblico.
 
Negli anni’70, al manifestarsi della crisi, l’Italia, a differenza di altri paesi (uno su tutti l’Inghilterra della Thatcher), non ha operato una revisione radicale del proprio modello produttivo, soprattutto per la presenza di una forte componente rivoluzionaria. I governi italiani hanno preferito adottare una politica tesa al mantenimento della propria struttura corporativa: alla crisi di valorizzazione non si è risposto attaccando frontalmente il “lavoro” e fagocitando la piccola e media borghesia destinata a una progressiva proletarizzazione, ma si è preferito utilizzare gli strumenti della svalutazione monetaria e dell’indebitamento pubblico. Semplificando: non faccio pagare le tasse al bottegaio (ma anche al libero professionista, al piccolo imprenditore, etc.) e i soldi per mandare avanti la baracca li prendo in prestito, magari dallo stesso bottegaio, a tassi fuori mercato e a scadenza e – dato che la situazione non cambia – faccio altri debiti aumentando sempre di più la mia esposizione. Se si analizzano i grafici del debito pubblico italiano e si consultano i dati sull’aumento della ricchezza privata nello stesso arco temporale, la cosa risulta evidente.
 
Dall’inizio degli anni ’90 questa situazione ha cominciato a diventare chiaramente insostenibile e progressivamente è cambiato l’atteggiamento del grande capitale verso la piccola e media borghesia che, nonostante tutto, ha però continuato, per alcuni anni, a mantenere un peso politico significativo all’interno degli organi di rappresentanza. La crisi del 2007 ha accelerato questa tendenza e, per far ripartire il processo di accumulazione (quella che loro chiamano “ripresa”) si è scelto di abbassare il costo del lavoro e quindi di aumentare lo sfruttamento, tagliare il welfare a tutti i livelli, ma anche – è questa la novità – cominciare a spremere e assimilare le fazioni di capitale più deboli. Ciò avviene principalmente attraverso la lotta all’evasione, che, se pur ancor blanda, ha avuto un costante incremento negli ultimi anni (già col governo Berlusconi, non soltanto con quello Monti) e con il recupero di quelle somme formalmente dovute allo Stato e fino a poco tempo fa ufficiosamente abbonate.
Questa è la cornice in cui, a nostro avviso, va letta la questione Equitalia.
 
3. Il “succo politico” della storia
 
Possiamo così provare a rispondere alle domande che ci siamo posti prima. Se la questione sociale di questi ultimi anni è la proletarizzazione di quote non irrilevanti di piccola e media borghesia, non dobbiamo quindi meravigliarci del fatto che leghisti e neofascisti negli ultimi anni abbiano dato centralità al tema di Equitalia, , che a questo punto è di vitale importanza per il loro soggetto sociale di riferimento. Con questo vogliamo forse dire che il problema sia solo della borghesia? No! Non si può infatti negare che anche i lavoratori dipendenti e parasubordinati (pure in percentuali assolutamente minori) sono interessati da Equitalia perché magari hanno qualche multa non pagata o hanno commesso qualche errore nella dichiarazione dei redditi e, soprattutto verso di loro, la società di recupero crediti è “implacabile”. E’ quindi assolutamente sacrosanta la rivendicazione di esenzione dal pagamento per i proletari, per i disoccupati, per i soggetti più deboli ma, per non cadere in facili tranelli, è necessario tracciare una netta linea (rossa), la linea della classe. Proviamo a entrare ancora di più nel merito.
 
Anche se in materia è difficile reperire dati, il grosso del lavoro di Equitalia è nel recupero dell’evasione. Proviamo a fare un esempio: una parte significativa dei provvedimenti di Equitalia riguarda il recupero dei contributi pensionistici non versati dagli imprenditori. Per essere più chiari: molti padroni non pagano i contributi ai loro dipendenti; quando la magagna si scopre il lavoratore ha comunque diritto alla pensione. Dove si pescano i soldi? Dal fondo cassa INPS, ovvero dai contributi versati altri lavoratori! Allora che dobbiamo dire quando Equitalia va da questi padroni a recuperare implacabilmente queste cifre? Che sbaglia?
 
Questo è solo un esempio provocatorio per sottolineare come l’argomentazione per la quale i piccoli imprenditori (piccoli evasori) tartassati chiudono baracca e quindi vanno tutelati non può mai essere “nostra”. Tantomeno ci può riguardare il fatto che i “grandi” evasori/imprenditori, minacciando anni di processi, si avvalgano del concordato e trovino infine una mediazione che gli consenta di pagare meno tasse (ma subito), mentre i piccoli vengono strozzati (a questi verrebbe da dire che è la dura legge della libera impresa, niente di più). Noi sosteniamo che padroni grandi e piccoli devono pagare tutto e tutti…e non pretendiamo nemmeno che paghino tanto caro, visti gli sgravi di cui beneficiano, perché quelle tasse non corrisposte non sono solo soldi in più rimasti nelle loro tasche, ma soldi reinvestiti, fatti fruttare (mentre lo Stato ha dovuto recuperare tramite l’implemento del debito pubblico, pagandoci su gli interessi!), e mentre loro hanno guadagnato valuta, a noi sono stati chiesti sacrifici. Gli importi delle tasse evase – che si sono poi decuplicati di cartella esattoriale in cartella esattoriale – ci appartengono, sono stati decurtati dal nostro conto, sono uno scippo fatto ai lavoratori. L’idea di non pagare le tasse appartiene alla galassia di pensiero del liberismo più spinto o, a limite, a quello degli imbroglioni da quattro soldi, degli accattoni.
 
Qui non si tratta di essere statalisti, ma vedere come la lotta di classe si sviluppi anche sul piano della fiscalità generale, e di non concedere nulla a quel capitalismo italiano che ha usato l’evasione (e lo sfruttamento più becero nelle fabbrichette, nelle aziende, nelle cooperative, nei negozi e nei locali etc) come leva competitiva. Stiamo parlando, secondo le stime più basse, di 120 miliardi di euro annui di evasione: soldi con i quali si potrebbero – contemporaneamente – raddoppiare pensioni e casse integrazioni, distribuire sussidi di disoccupazione e potenziare servizi sociali! Se non si parla prima di tutto questo, se non si pone questa come priorità di lotta, il rischio è accodarsi a quel costume tutto italiano e piccolo borghese che si incazza contro lo Stato salvo poi beneficiare ed appropriarsi di quello che è di tutti.
 
Per tornare a Equitalia, non è possibile sapere con precisione quanti proletari, in Italia sono tiranneggiati da quest’ente. Ma di certo si può dire che i lavoratori dipendenti le tasse le pagano fino all’ultimo spicciolo. Le cose su cui possono evadere sono poca roba: il canone RAI, la tassa sui rifiuti, qualche multa (anche per questo la questione è sentita con più forza nell’area metropolitana napoletana, dove per diversi motivi, dal culturale al materiale la tendenza a pagare le multe è meno pronunciata). E’ lecito quindi immaginare che,
assieme ai commercianti e ai piccoli imprenditori, ci siano anche tanti proletari, tante partite iva che mascherano lavoratori dipendenti, piccoli artigiani e piccolissime società senza dipendenti martoriate da Equitalia. Fasce sociali deboli contro i quali l’agenzia si accanisce, trasformando magari una piccola multa in un’ipoteca, contestando tributi già pagati, infierendo su chi ha dovuto scegliere cosa pagare fra tasse e tributi di ogni tipo perché non ce la fa più a campare.
Questa rabbia noi la dobbiamo interpretare. Ma proprio per questo ci sembra che la questione vada letta con attenzione, per non scivolare nel populismo, per fare proposte ben mirate, che tengano ben presente la linea di demarcazione di cui parlavamo sopra: ad alcuni non si deve e non si può chiedere più niente, da altri invece bisogna pretendere che paghino tutto.
 
In questo senso una proposta di classe su Equitalia potrebbe essere come quella che alcuni movimenti hanno avanzato sull’IMU (un’altra questione che riguarda una composizione trasversale). Se l’IMU sulla prima casa non la devono pagare i lavoratori dipendenti e i pensionati con un reddito mensile netto inferiore ai 1300 euro, oltre che, naturalmente i disoccupati, anche rispetto ad Equitalia si potrebbe dare un taglio analogo, ponendo al centro la difesa dei lavoratori dipendenti, dei pensionati e dei disoccupati.
 
4. Parliamo di noi!
 
Insomma, ancora una volta dobbiamo farci un quadro della situazione quanto più libero possibile dalle mistificazioni proposteci dai giornali nella loro costruzione di un immaginario sulla crisi. Perché se loro parlano di noi – cioè delle iniziative contro Equitalia – è forse perché noi per primi parliamo di loro, del loro soggetto di riferimento, delle loro istanze, e, senza nemmeno accorgercene, potremmo finire a recitare nella loro fiction in dieci puntate sulla morte del cigno della piccola impresa in Italia.
 
Quando leggiamo sulla prima pagina de “La Repubblica” o vediamo nel programma pomeridiano di Barbara D’Urso il racconto della vicenda di un piccolo imprenditore che si è ammazzato (per giunta, guardando i dati ISTAT, ci sembra che anche l’implemento dei suicidi dei piccoli imprenditori sia presunto più che reale e serva a contribuire a rafforzare l’idea che siano loro le vere vittime della crisi) non ci sentiamo la coscienza sporca a fare presente che i poveri cristi si sono sempre ammazzati e raramente sono finiti sulle prime pagine dei giornali. Perché oggi noi vogliamo parlare di quello che dovrebbe essere scritto a caratteri cubitali nella nostra agenda, della riforma del lavoro e delle pensioni, delle modifiche all’art.18 (anche qui) e del taglio degli ammortizzatori sociali. Perché, se è assolutamente comprensibile che qualche (e sottolineiamo qualche) proletario possa percepire più il danno dei 1000 euro pretesi subito da Equitalia piuttosto che la mancanza della pensione o della cassa integrazione domani, ciò non può valere per le soggettività politiche che (nel loro piccolissimo!) aspirano ad essere avanguardie.
 
In conclusione: proviamo a sfruttare tutta l’attenzione che si crea per rimettere al centro i nostri temi, proviamo a ricordare a tutte le persone che si avvicinano quali sono le vere priorità, proviamo a trovare sempre, su tutte le questioni, un punto di vista che sia inconciliabile con gli interessi del capitale, piccolo o grande che sia. Questa è l’unica garanzia per non sbagliare mai!
Eat the Rich!
Collettivo Autorganizzato Universitario – Napoli *caunapoli.org
Lavoratori della metropoli in lotta CLASH CITY WORKERS * clashcityworkers.org
 Da 1) – www.resistenze.org – osservatorio – italia – politica e società – 16-05-12 – n. 409
2) da caunapoli.org/index.php?option=com_content&view=article&id=1141:linea-rossa-equitalia&catid=77:cosa-pensiamo&Itemid=169
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