SCHIZZI DI FANGO. Di Amedeo Curatoli


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Roberto Saviano, dopo essere diventato un filo-Usa (“I crimini della dittatura castrista”) e un sionista perfetto (“i crimini di Hamas e di Hezbollah”) ha messo il naso nelle faccende della storia del comunismo di cui ha forse orecchiato, illo tempore, qualcosa. Si è entusiasmato per un saggio di un professore Orsini che essendo in cerca di notorietà, alla maniera di Erostrato (che incendiò il tempio di Artemide per diventare famoso), ha voluto “distruggere” Antonio Gramsci. E questa cosa è piaciuta moltissimo a Saviano. Non vogliamo ripetere le calunniose cretinate di Orsini- Erostrato, ma solo cogliere lo spunto da questo penoso episodio per difendere ancora una volta dagli avventurieri dell’ultima ora e dai revisionisti di sempre la figura di Antonio Gramsci.

Nel clima rivoluzionario del biennio rosso Gramsci scrisse e fece approvare dalla sezione torinese del Psi un documento che diceva:

 

“Da partito parlamentare piccolo-borghese il partito deve diventare il partito del proletariato rivoluzionario…un partito omogeneo, coeso con una sua propria dottrina una sua tattica, una disciplina rigida e implacabile. I non comunisti rivoluzionari devono essere eliminati dal partito e la direzione, liberata dalla preoccupazione di conservare l’unità e l’equilibrio tra le diverse tendenze e tra i diversi leaders deve rivolgere tutta la sua energia per organizzare le forze operaie sul piede di guerra…Il Partito deve lanciare un manifesto nel quale la conquista rivoluzionaria del potere politico sia posta in modo esplicito, nel quale il proletariato industriale e agricolo sia invitato a prepararsi ad armarsi e nel quale siano accennati gli elementi delle soluzioni comuniste per i problemi attuali: controllo proletario sulla produzione e sulla distribuzione, disarmo dei corpi armati mercenari, controllo dei municipi esercitato dalle organizzazioni operaie.” ( Giuseppe Fiori, “Vita di Gramsci”, ed. Laterza, 1966,  pag. 150)

 

Tale documento, profeticamente, conteneva l’analisi, in termini crudi e concreti, dei possibili sviluppi della situazione:

 

“La fase attuale della lotta di classe in Italia è la fase che precede: o la conquista del potere politico da parte del proletariato rivoluzionario…o una tremenda reazione da parte della classe proprietaria e della casta governativa. Nessuna violenza sarà trascurata per soggiogare il proletariato industriale e agricolo a un lavoro servile: si cercherà di spezzare inesorabilmente gli organismi di lotta politica della classe operaia (il Partito socialista) e di incorporare gli organismi di resistenza economica (i sindacati e le cooperative) negli ingranaggi dello Stato borghese” (ibid. pag.151)

 

Le Tesi di Lione di qualche anno dopo, redatte sotto la direzione di Gramsci, ribadiranno, punto per punto tale impostazione rivoluzionaria. Questo era Gramsci. Non esiste un Gramsci rivoluzionario prima della carcerazione e uno riformista (divenuto tale)  nel carcere. E’ un modo per disonorarlo, per tradirlo. Il compito dei marxisti italiani è denunziare e svelare e dimostrare l’inganno togliattiano e dei suoi asserviti “esperti gramsciani” del tipo dei Gerratana e dei Vacca, inganno che  è consistito nel fare del grande rivoluzionario sardo il padre spirituale della via pacifica al socialismo. Può aver avuto Gramsci, una volta caduto nella trappola mortale del carcere fascista, un ripensamento sui modi e sui tempi della rivoluzione in Italia? Forse si, forse no. Ma innanzitutto bisogna tener presente che le casematte, la guerra di posizione e la guerra di movimento, non rappresentano una “teoria” alternativa alla linea rivoluzionaria delle tesi di Lione per questo semplice motivo: nelle decine e decine di Quaderni dal carcere che una volta stampati sono diventati 4 volumi di oltre 3300 pagine fittissime, solo poche righe sono dedicate alla “teoria” delle casematte e alla presunta maggiore complessità delle istituzioni occidentali rispetto a quelle orientali, e sono queste:

Mi pare che Ilici (Lenin) aveva compreso che occorreva un mutamento dalla guerra manovrata, applicata vittoriosamente in Oriente (in Russia) nel ’17, alla guerra di posizione che era la sola possibile in Occidente”. E più avanti:”In Oriente, lo Stato era tutto, la società civile era primordiale e gelatinosa; nell’Occidente, tra Stato e società civile c’era un giusto rapporto e nel tremolio dello stato si scorgeva subito una robusta struttura della società civile. Lo Stato era solo una trincea avanzata, dietro cui stava una robusta catena di fortezze e di casematte; più o meno da Stato a Stato, si capisce, ma questo appunto domandava un’accurata ricognizione di carattere nazionale”

Poi ancora, fugacemente, qui e lì, nei Quaderni, c’è un accenno ai due tipi di guerre (di posizione e di movimento). Insomma: Gramsci non ha scritto un saggio sull’argomento: far discendere da alcuni spunti sparpagliati un’organica teoria  altro non è che un imbroglio. E Togliatti e i togliattiani hanno commesso quest’imbroglio accogliendo come Bibbia queste 7 righe perché servivano egregiamente ad avallare la cosiddetta via italiana. Ma ammettiamo che, nella condizione del carcere fascista, Gramsci, sopravvalutando  la durata e la forza “egemonica” del fascismo, fosse davvero giunto alla conclusione della maggiore complessità della rivoluzione in Occidente. Ebbene, egli sarebbe stato il primo a riconoscere errata quest’idea di fronte al grandioso spettacolo di ciò che accadde in Europa all’indomani della Seconda guerra mondiale (cioè pochissimi anni dopo la presunta “teoria delle casematte”). L’idea dei tempi lunghi fu sbriciolata da rivoluzioni socialiste (cioè da guerre di movimento)che si fecero in mezza Europa. E anche in Italia scoppiò una rivoluzione antifascista armata (passata alla storia col termine mistificatorio di Resistenza) che non evolvé in rivoluzione socialista (come nei paesi dell’Europa orientale) solo per l’opportunismo della direzione  togliattiana durissimamente contestata dal Cominform.

Antonio Gramsci non è stato solo strumentalizzato e trasformato in un riformista, ma alcuni malefici intellettuali togliattiani hanno detto vergognose falsità sul suo conto. Il professor Vacca ha osato affermare che Gramsci fu “l’iniziatore della critica più pregnante dello stalinismo e del marxismo sovietico”. Il carattere truffaldino di questa affermazione è stato indirettamente dimostrato da uno scritto del compagno Aldo Bernardini “Gramsci e Stalin: un po’ di verirà sui Quaderni del carcere e sulle presunte rivalità tra i due” pubblicato sul nostro sito (lanostralotta.org) . Il curatore dei Quaderni dal carcere, Gerratana, nella cronologia della vita che precede gli scritti, ha incredibilmente omesso di riportare il messaggio in morte di  Gramsci del Comitato Esecutivo della Terza Internazionale. Più vigliacchi e falsari di così non si può essere. Ecco il messaggio:

  “La classe operaia italiana e il proletariato mondiale perdono nella persona di Gramsci uno dei loro migliori capi, uno dei migliori rappresentanti della generazione dei bolscevichi educata nelle file dell’Internazionale Comunista”

Morì giovanissimo, aveva 47 anni. Morì dopo 10 anni di torture fasciste. Saviano e il professore Orsini hanno solo aggiunto qualche schizzo di fango all’opera demolitoria e mistificatrice dei togliattiani. Il nostro dovere di marxisti è far riemergere tutt’intera la grandiosa figura del rivoluzionario di Ales.

Amedeo Curatoli

 

 

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