LA FALSA EQUIDISTANZA DEL FILOSOFO COSTANZO PREVE di Amedeo Curatoli

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De Gaulle si proclamava “au-dessus de la melée” (al di sopra della mischia) e quando, all’indomani della Liberazione della Francia vi fu la sfilata che partendo dall’Arc de Triomphe percorse gli Champs Elysées, egli non volle nessuno accanto a sé: “S’il vous plait, monsieurs –disse agli esponenti di partiti che gli si affollavano intorno- un pas derrière moi! (Per favore, signori, disponetevi un passo dietro di me!). Costanzo Preve con un atteggiamento di altrettanta altezzosità ed eccessiva considerazione di sé, dall’alto della sulla sua cattedra di filosofo afferma di non parteggiare né per Trotski, né per Stalin, di essere, appunto, au dessus de la melée.

Il grande storico Mathiez dimostrò che Danton tradì effettivamente la Rivoluzione e che Robespierre non era quella figura di mostro sanguinario che la borghesia termidoriana descrisse e tramandò ai posteri. Presumibilmente ancora oggi l’opinione pubblica e la storiografia francese è divisa su tale argomento, sarà tuttavia difficile vedere robespierristi e dantoniani prendersi a legnate nei boulevards di Parigi in occasioni commemorative della Grande Rivoluzione. Disgraziatamente, invece, “nella nebbiosa Milano dei primi anni Settanta -dice Preve- giunsero a sprangarsi i tifosi retroattivi di Stalin e i tifosi retroattivi di Trotski”. Ma forse questo filosofo non sa che anche a Napoli, ‘o Paese d’o sole, in quella stessa epoca, i marxisti leninisti picchiavano e mettevano in fuga quelli di Avanguardia operaia, notoriamente trotskisti. Questi scontri, per Preve, rappresentano “una manifestazione surrealistica da teatro dell’assurdo”. Sarà poi vera questa sintesi previana? Davvero si trattava di scontri fra mentecatti “tifosi retroattivi”?

In effetti, questo filosofo del doppio né (né con Trotski né con Stalin) ci dà di Trotski una rappresentazione lusinghiera, afferma che la “grandezza politica e morale di Trotzky” è fuori discussione; afferma che Trotski “previde con grande intelligenza gli avvenimenti cinesi del 1927”; afferma che Trotski “aveva perfettamente ragione nell’auspicare un fronte unito anti-hitleriano in Germania fra il 1931 ed il 1933 e che “seppe dare prova di grande moralità rivoluzionaria fra il 1938 ed il 1940 quando contro i suoi stessi seguaci sostenne la linea della difesa dell’URSS nonostante i grandi processi sterminatori di Stalin”. Qui l’apologia di Trotski si combina con il tradizionale livore antistalinista che ha alimentato l’odio, la paura e il disprezzo borghese per il comunismo storico. Preve non può elevarsi al di sopra della mischia. Non è possibile. Chi ha la pretesa di farlo commette un’operazione fraudolenta, un’operazione da fachiro che fa credere alla gente che per lui non esiste la legge di gravità. Noi siamo immersi nella storia della nostra epoca che non è quella della dinastia achemenide o delle guerre puniche, la nostra è l’epoca dell’imperialismo e del comunismo, è una storia di cui siamo stati diretti testimoni e a cui siamo legati da mille fili, e, se siamo marxisti, il disastro della scomparsa dell’Urss e l’apparente trionfo dell’imperialismo ci obbliga fare un bilancio del comunismo per quello che è stato storicamente, senza rifugiarci nelle illusioni piccolo-borghesi di socialismi “compiuti” o delle rifondative balordaggini bertinottiane. Preve, che accusa i marxisti (quelli tra virgolette, naturalmente) di “far parte di una sorta di club informale di collezionisti delle Figurine Panini” è egli stesso il branditore di una di queste immaginette, quella in cui è ritratto Trotski, “grande figura morale” che complottò per la disfatta militare dell’Urss in combutta con i nazisti. Soltanto uno che si si è ridotto, ideologicamente, allo “stadio supremo della regressione senile del comunismo” cioè soltanto un filosofo di area senilcomunista può parlare dei “grandi processi sterminatori di Stalin” riecheggiando la propaganda imperialista. I Processi di Mosca furono processi alla Quinta colonna capeggiata da Zinoviev, Kamenev, Bukarin, Rikov, Yagoda e da altri cinquanta imputati. Furono 3 processi pubblici, 1936, 1937,1938 alla presenza della stampa mondiale e tutti gli imputati, compresi i capi che agivano su direttive di Trotski confessarono ignominiosamente i loro misfatti. I capi della congiura, che certamente misero in bilancio l’eventualità di essere scoperti, dovettero discutere fra di loro e quindi decidere quale fosse il miglior modo per non rendere credibili gli eventuali processi, ed in effetti, una volta portati davanti ai giudici ebbero, tutti, lo stesso identico atteggiamento di servile autoflaggellazione, definendo criminali le loro azioni e non vergognandosi neppure, in qualche caso, di inneggiare a Stalin. Quando i marxisti leninisti pubblicheranno, in italiano, questi processi, gliene manderanno una copia in omaggio, con dedica, al professor Preve pregandolo, cortesemente, di leggerli.

Della rivoluzione cinese Trotski non capì nulla, non la seppe inquadrare storicamente e teoricamente, non riusciva a capire (e non è mai riuscito a capirlo per tutta la sua vita) la distinzione di principio fra paesi imperialisti e paesi poveri, fra paesi aggressori e paesi aggrediti. Trotski era un astuto controrivoluzionario a doppia faccia: mentre parlava falsamente di difesa dello “Stato operaio degenerato” (mettendo nel sacco gli ingenui e fra questi, postumamente, anche Preve), auspicava, desiderava, bramava la disfatta militare dell’Urss ad opera dei nazisti come unica, estrema possibilità di ritornare, come quisling di Hitler, ai vertici del Paese che egli tradì.

Lusinghiero con Trotski, feroce con Stalin. “Il modello staliniano di socialismo -ci dice Preve- non era assolutamente di “transizione” (perchè non “transitava” per nulla verso il comunismo), ma era una formazione economico-sociale inedita ed anomala di classe, in cui la vecchia borghesia privatistica era sostituita da una nuova borghesia burocratica di stato. Come si vede, la mia opinione è simile a quella del maoismo degli anni Sessanta e Settanta”. Come si vede, diciamo noi, l’opinione di Preve sull’inesistenza del socialismo in Urss è identica alla teoria trotskista della “burocrazia”, e il richiamo bislacco al “maoismo” degli anni Sessanta (?) e degli anni Settanta (?) è un imbroglio, è una cortina fumogena per nascondere il legame Preve-Trotski e per millantare, invece, un legame Preve-Maoismo attribuendo al “maoismo” medesimo la paternità della teoria della inesistenza del socialismo in epoca staliniana! La verità è che il “maoismo” (vale a dire il Partito Comunista Cinese) in opposizione al criminale Krusciov ha sempre strenuamente difeso fino ad oggi la figura e l’opera di Stalin. Si cimenti, Preve, a dimostrare il contrario.

Io capisco benissimo -afferma il nostro filosofo- che negli anni Venti e Trenta la questione della scelta “secca” fra Stalin e Trotzky fosse una scelta reale ed ineludibile per i comunisti di quelle generazioni, ma oggi la retrodatazione simbolica (e fantasmatica) della dicotomia può solo creare un universo parallelo e virtuale di disputanti teologici su contenziosi un tempo sanguinanti ma oggi del tutto esauriti”. “I comunisti di quelle generazioni” influenzavano il proletariato e i popoli oppressi del mondo intero, i comunisti erano fortissimi finanche negli Stati Uniti d’America al punto che il governo americano rifiutò il visto d’ingresso per motivi sanitari a Trotski gravemente ferito da Mercader per timore di disordini anti-Trotski. Allora non vi era la “dicotomia” di cui parla Preve: Stalin era il simbolo vivente dell’edificazione del socialismo, Trotski non contava nulla, viveva protetto in una villa messicana isolato, odiato e disprezzato dai “comunisti di quelle generazioni”. Il grande pittore Siqueiros assaltò con un gruppo di compagni la casa di Trotski e la incendiò ma furono respinti dalla polizia e Trotski fu tratto in salvo. Perché mai i “comunisti di quella generazione” avrebbero dovuto schierarsi con la “cosiddetta “industrializzazione” del 1929”, con “il patto Stalin-Hitler del 1939, ingiustificabile sul piano etico ed ideologico” o con la “rottura con Tito che fu un errore di arroganza staliniana”, con “i gulag” ecc. ecc.? Delle due l’una: o i “comunisti di quelle generazioni” appoggiavano consapevolmente e sostenevano la linea dei bolscevichi sovietici con alla testa Stalin ritenendo quella linea giusta e rivoluzionaria oppure si lasciavano ingannare da un “capitalismo burocratico di stato” e dalla conseguente linea politica “delittuosa” che da quello discendeva. Nella seconda di queste due ipotesi la linea del “capitalismo di stato” sub specie di socialismo non poteva essere in alcun modo giustificata, come fa Preve, né allora né mai, perché allora come oggi si sarebbe trattato (per usare un’espressione previana) di una rappresentazione “fantasmatica” ingannatrice di centinaia di milioni di operai, di oppressi e diseredati che inneggiavano ad uno Stalin burocrate-capitalista, ad un “massacratore di vecchi rivoluzionari”, ad un “ despota totalitario e spietato da studiare addirittura sulla base di una psicologia paranoica” (secondo la vulgata trotskista molto “simpatica” a Preve).

La “dicotomia” Stalin-Trotski esiste oggi non ieri per un motivo molto comprensibile: l’ignominiosa ed inaspettata fine dell’Unione Sovietica ha creato le condizioni (e non poteva non essere così) per una sorta di rivincita storica del trotskismo. In Italia, in Francia, in Germania si è diffusa una cultura trotskista dalle molte varianti ma accomunate tutte dalla criminalizzazione di Stalin il cui significato politico essenziale sta -ripetiamo- nella negazione del comunismo storico e nell’esecrazione per l’Unione Sovietica di cui si da una rappresentazione teratologica , come di un paese dove è stato compiuto ogni sorta di abusi contro l’umanità, una cultura che ha preso a prestito dall’antinazismo la parola “negazionista” da scagliare contro coloro che difendono Stalin. In questa cultura, accanto e in compagnia degli ideologi di sempre del trotskismo possono trovarsi anche quel particolare tipo di filosofi che Aristofane sfotteva, i quali, camminando con la testa in su guardando le nuvole, non si curano del pericolo di poter andare a finire con il piede nello sterco. E’ troppo facile chiamarsi fuori dalla mischia e appioppare etichette di “adoratori della memoria storica” e ridacchiare dei “riferimenti dottrinari ad universalismo presupposto” di tali “adoratori”. E’ questo un modo per eludere il problema centrale dei comunisti di oggi: il bilancio storico dell’Ottobre. Si è trattato della prima rivoluzione comunista vittoriosa, oppure di una evento “fantasmatico” che celava, sotto le mentite spoglie del socialismo, sempre e comunque capitalismo, soltanto capitalismo, eternamente capitalismo e quindi la gente, scoglionata, ha perso la fiducia e si è si ritirata a vita privata perché nihil sub sole novi (nulla di nuovo sotto il sole) è mai accaduto?

Non è vero che uno dei contributi dell’Italia alla cultura mondiale sia stato, insieme alla pizza e agli stilisti, l’Operaismo italiano (come scherzosamente dice Preve). In questo paniere bisognerebbe includere anche i “Comunisti da Ridere”, quelli che hanno inventato Vie Pacificoparlamentari al socialismo, Eurocomunismi sotto l’ombrello Nato, Altrimondipossibili, figure farsesche di Bertonottogandiani fuoritempomassimo, o di comunistiitaliani che bombardano la Jugoslavia (Oliver Bomber), insomma tutta gente che da oltre 50 anni non parla più di rivoluzione, lotta armata, abbattimento dello Stato borghese, esproprio dei grandi mezzi di produzione e delle banche eccetera.

Amedeo Curatoli  http://lanostralotta.org/?p=232

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