ImageImage

 

Image

Il crimine di Gheddafi: Far funzionare l’economia della Libia a vantaggio dei libici
 
di Gowans Stephen
 
06/05/2012
 
“Le compagnie petrolifere sono controllate da stranieri, che grazie ad esse hanno guadagnato milioni. Ora, i libici devono trarre profitto da questo denaro”, Muammar Gheddafi, 2006.
 
Il Wall Street Journal del 5 maggio fornisce la prova, oltre a quelle già raccolte, che alla radice dell’intervento militare della NATO in Libia dello scorso anno vi era l’opposizione alla politica economica del governo Gheddafi.
 
Secondo il quotidiano statunitense, gli accordi più favorevoli ai libici, che il governo Gheddafi stava contrattando, fecero infuriare le compagnie petrolifere private tanto da “sperare in un cambio di regime in Libia… che potrebbe alleggerire alcune delle dure condizioni che avevano dovuto accettare nella partnership” con la compagnia petrolifera nazionale libica. [1]
 
Per decenni, molte compagnie europee avevano goduto di accordi che garantivano loro la metà della del petrolio di alta qualità prodotto negli impianti libici. Alcune grandi compagnie petrolifere speravano che il paese avrebbe aperto ulteriormente agli investimenti, dopo che da Washington erano state revocate le sanzioni nel 2004 e i giganti statunitensi erano rientrati nella nazione nordafricana.
 
Ma negli anni che seguirono, il regime di Gheddafi rinegoziò la quota delle compagnie petrolifere spettante da ogni impianto, facendola passare dal 50% circa a un decisamente più basso 12%.
 
Subito dopo la caduta del regime, diverse compagnie petrolifere straniere hanno manifestato la speranza di ottenere condizioni migliori negli accordi esistenti o più interessanti per quelli futuri. Fra quelle che nutrono speranze in un’espansione libica vi sono la francese Total e l’olandese Shell.
 
“Vediamo la Libia sotto il nuovo governo come una grande opportunità”, diceva Sara Akbar, amministratore delegato della compagnia privata Kuwait Energy, lo scorso novembre in un’intervista, e aggiungeva che “Sotto Gheddafi, le esplorazioni erano ferme a causa dei termini molto duri”. [2]
 
Il giornale aveva già riferito dei termini “duri” (leggasi pro-libici) che il governo Gheddafi aveva imposto alle compagnie petrolifere straniere.
 
Nel quadro di un nuovo e più stringente sistema, noto come EPSA-4, il regime vagliava le offerte delle grandi compagnie discriminando sulla base di quanta parte della produzione futura avrebbero lasciato la Libia. I vincitori abitualmente promettevano oltre il 90% della loro produzione alla National Oil Corp. (NOC, la compagnia nazionale petrolifera libica).
 
Intanto, la Libia manteneva i suoi gioielli off limits agli stranieri. Gli immensi campi petroliferi terrestri, che rappresentavano la maggior parte della sua produzione, rimanevano prerogativa delle compagnie statali libiche.
 
Anche le imprese da anni presenti in Libia avevano ricevuto un trattamento duro. Nel 2007, le autorità iniziarono a forzarle per rinegoziare i loro contratti per portarli in linea con EPSA-4.
 
Una vittima è stata Eni, il colosso energetico italiano. Nel 2007, ha dovuto pagare 1 miliardo di dollari di incentivi per riuscire a prolungare la durata dei suoi interessi libici fino al 2042. Anche la sua quota di produzione è caduta dal 35-50%, a seconda dell’impianto, ad appena il 12%. [3]
 
L’insoddisfazione delle compagnie petrolifere stava anche nel fatto che la compagnia di stato libica “stabiliva che le società straniere dovevano assumere libici ai migliori posti di lavoro”. [4]
 
Nel novembre 2007, il dipartimento di Stato degli Stati Uniti avvertiva che “la leadership politica ed economica della Libia persegue politiche sempre più nazionalistiche nel settore energetico” e che vi erano “prove crescenti di nazionalismo sulle risorse libiche” [5], citando un discorso del 2006 in cui Gheddafi dichiarava: “Le compagnie petrolifere sono controllate da stranieri che grazie ad esse hanno guadagnato milioni. Ora, i libici devono trarre profitto da questo denaro”. [6]
 
Il Governo di Gheddafi aveva forzato le compagnie petrolifere a dare alle loro filiali locali dei nomi libici. Peggio ancora, “le leggi sul lavoro sono state modificate per ‘libianizzare’ l’economia”, vale a dire riformate a vantaggio dei libici. Le compagnie petrolifere “sono state spinte ad assumere dirigenti, tecnici e capi del personale libici”. [7]
 
Il New York Times riassume così le critiche dell’Occidente. “Il colonnello Gheddafi si è dimostrato essere un partner problematico per le compagnie petrolifere internazionali, alzando spesso tasse ed imposte ed avanzando altre richieste”. [8]
 
Anche se l’opposizione delle compagnie petrolifere private e del governo degli Stati Uniti alle politiche economiche filo-libiche di Gheddafi non prova che l’intervento militare della NATO sia avvenuto per rovesciare il governo, è tuttavia coerente con tutta una serie di prove che vanno in questa direzione.
 
In primo luogo, possiamo rigettare le argomentazioni occidentali che spiegano l’impiego della sua alleanza militare per motivi umanitari. Mentre la guerra civile in Libia diventava incandescente, un’alleanza di petromonarchie a guida saudita inviava truppe e carri armati in Bahrain per schiacciare una rivolta. Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia – alla guida dell’intervento in Libia – non hanno fatto nulla per fermare questa violenta repressione. Significativamente, il Bahrain ospita la V Flotta statunitense. Altrettanto significativamente, la sua politica economica, a differenza della Libia sotto Gheddafi – è stata concepita per mettere gli investitori stranieri al primo posto.
 
In secondo luogo, quei paesi oggetto dei tentativi occidentali di cambio di regime – Corea del Nord, Siria, Venezuela, Cuba, Zimbabwe, Bielorussia, Iran – hanno posto gli interessi economici di tutta o una parte della loro popolazione, sopra quelli degli investitori e delle società straniere. È vero che le politiche economiche di India, Russia e Cina sono in certe misure nazionaliste e che questi paesi non devono affrontare nella stessa misura le pressioni per un cambio di regime, ma per un’alleanza statunitense sono troppo grandi da conquistare senza un pesante costo in sangue e denaro. L’Occidente prende di mira i più deboli.
 
Infine, i governi occidentali sono dominati da grandi investitori e compagnie. Il dominio delle corporation e della finanza sullo Stato avviene in diversi modi: con attività di lobby; comprando i politici attraverso il finanziamento della campagna elettorale e la promessa di incarichi remunerativi dopo il mandato; attraverso il finanziamento di think-tank per guidare la politica del governo e con la collocazione di amministratori delegati e avvocati aziendali nelle posizioni chiave dello Stato. Aspettarsi che la politica estera sia modellata su preoccupazioni di carattere umanitario e non invece sugli interessi delle industrie petrolifere, di armi, delle società specializzate nella ricostruzione e esportazione post-bellica, significa di ignorare la grande influenza che il grande capitale e la grande finanza esercitano sugli Stati occidentali.
 
In alcune parti del mondo è diverso. Là, i governi hanno orientato le economie al servizio dei loro cittadini, piuttosto che mettere il lavoro, i mercati del paese e le loro risorse naturali, al servizio degli investitori esterni e delle grandi aziende straniere.
 
Per aver rifiutato di sacrificare la vita dei loro cittadini all’arricchimento dei titani stranieri della finanza e dell’industria, a questi paesi viene fatto pagare un prezzo. I loro dirigenti sono vilipesi dalla becera propaganda e minacciati di persecuzioni da parte dei tribunali penali internazionali finanziati e controllati dagli Stati occidentali. Sono colpiti con devastanti blocchi economici e da sanzioni le cui caotiche conseguenze sono ingiustamente addossate alla “cattiva gestione” e alle “errate” politiche economiche, con lo scopo di creare una miseria diffusa e spingere le popolazioni a sollevarsi contro i loro governi. Con il finanziamento e supporto occidentale vengono create delle quinte colonne per progettare il cambiamento di regime dall’interno. Infine, l’onnipresente minaccia di un intervento militare esterno che è mantenuta per fare pressione sui governi di questi paesi affinché facciano marcia indietro.
 
I peccati di Gheddafi non erano crimini contro l’umanità, ma azioni al suo servizio. La sua reputazione infangata, il governo rovesciato, il paese assediato dall’esterno e destabilizzato dall’interno, la sua vita finita per aver osato mettere in atto un’idea radicale – spingere l’economia al servizio del popolo del proprio paese, piuttosto che il suo popolo e le sue risorse naturali al servizio degli interessi delle imprese straniere.
 
Fonte – http://gowans.wordpress.com/2012/05/06/gadhafis-crime-making-libyas-economy-work-for-libyans/
 
Note 
1, 2. Benoit Faucon, “For big oil, the Libya opening that wasn’t, ” The Wall Street Journal, May 4, 2012. 
3, 4. Guy Chazan, “For West’s oil firms, no love lost in Libya, ” The Wall Street Journal, April 15, 2011. 
5, 6, 7. Steven Mufson, “Conflict in Libya: U.S. oil companies sit on sidelines as Gaddafi maintains hold, ” The Washington Post, June 10, 2011. 
8. Clifford Kraus, “The scramble for access to Libya’s oil wealth begins, ” The New York Times, August 22, 2011.

 

 

www.resistenze.org – pensiero resistente – imperialismo e globalizzazione – 21-05-12 – n. 410

da mltoday.com/subject-areas/imperialism/gadhafi-s-crime-making-libya-s-economy-work-for-libyans-1382.html
Traduzione dall’inglese per www.resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare
 

 

Annunci