PER IL 40° ANNIVERSARIO DEL 1968 A PRAGA

 

Soldati sovietici a Praga (maggio 1945)

pubblicata da Valter Rossiil giorno domenica 27 maggio 2012 alle ore 19.28

 

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Pongo all’attenzione dei compagni un mio scritto utilizzato per un dibattito sul 1968 in Cecoslovacchia. Credo che i contenuti siano sempre attuali, per chi oggi lavora per ricostruire il partito comunista sulle basi del marxismo-leninismo nel nostro paese e deve contestualmente contrastare a sinistra una parte purtroppo ancora rilevante di forze opportuniste e revisioniste.

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Gli avvenimenti relativi a quelli che la borghesia ha battezzato la “primavera di Praga” rappresentano    per il proletariato cecoslovacco, e per quello di tutto il mondo,  una fase oggettivamente importante  della  storia del movimento comunista, con la quale  confrontarsi apertamente e criticamente per trarre le indicazioni più utili alla   causa della liberazione dalle catene del capitalismo, per rilanciare la lotta per una società socialista. I comunisti sanno bene che questa ricorrenza offre alla propaganda borghese solo il pretesto per continuare la sua opera di manipolazione e strumentalizzazione della storia del socialismo, per tentare di annichilire anche il senso più elementare di critica oggettiva.

Il dissolvimento repentino dei principali partiti operai in Europa ed il clima politico  conseguente al grave arretramento che in generale  il movimento comunista  internazionale in questi ultimi anni ha dovuto subire sotto l’incalzare della poderosa controffensiva della borghesia contro la classe operaia e le sue conquiste, utilizzando la macchina propagandistica senza scrupolo alcuno,  hanno finora impedito che si sviluppasse compiutamente un’analisi dalle giuste posizioni di classe tra le masse lavoratrici. Tuttavia la convinzione che il movimento operaio  saprà  riorganizzarsi per rispondere a tutti gli attacchi arroganti e violenti della borghesia,   ci fa sperare che  in un prossimo futuro possano ristabilirsi le condizioni  perché questo episodio sia valutato e assimilato nel modo  appropriato. Come comunisti abbiamo il  dovere di esprimere almeno sommariamente il nostro punto di vista, con lo scopo di porre una base seria di discussione nella sinistra  di classe che  sia corrispondente ai principi del marxismo-leninismo, ai quali noi cerchiamo di rifarci con coerenza in questo scritto.

La borghesia ovviamente fa del 68 un’arma propagandistica per infierire sul Partito Comunista Cecoslovacco in particolare, sul  socialismo così come è stato realizzato in Cecoslovacchia, sul movimento comunista in generale. L’odio anticomunista e antisovietico non sono armi nuove  nell’arsenale ideologico della borghesia. Si può dire che  all’indomani del trionfo della Grande Rivoluzione Socialista di Ottobre, si sia scatenato a livello planetario una feroce reazione da parte delle forze del capitale, che  avevano colto nella vittoria del proletariato russo l’inizio della controffensiva ideologicamente organizzata del movimento operaio mondiale. Dunque l’anticomunismo nasce con il movimento comunista, così come l’antisovietismo sorge come avversione immediata al primo stato proletario del mondo.  Alle   forze delle borghesia al potere in tutti i paesi interessa  condannare l’intervento armato del 1968, e con esso tutta l’esperienza del socialismo in Cecoslovacchia, per rimuovere dalle coscienze del proletariato il fatto che comunque in Cecoslovacchia si è tentato di realizzare  una società senza sfruttati e sfruttatori,  fondata sul lavoro libero e cosciente, proiettata al soddisfacimento dei bisogni psicofisici dell’uomo.

Non è il livello volgare, aggressivo, menzognero e  bieco dell’odierna  propaganda   che  ci impensierisce. Lo stato  della gravissima situazione socioeconomica nel mondo intero si incarica di dimostrare con i fatti come l’anticomunismo e l’antisovietismo siano solo il  fragile paravento con cui la classe dominante tenta miseramente di celare la propria  responsabilità per lo  sfacelo attuale. Inoltre vediamo bene come la classe politica della repubblica Ceca, serva ed espressione in prima istanza degli interessi del capitale occidentale più rapace e oppressivo ed in second’ordine della borghesia indigena, sia colpevole del tracollo sociale, economico e morale in cui ha gettato la Cecoslovacchia, dopo averla proditoriamente smembrata. Affermiamo pertanto che il  giudizio sull’esperienza fino ad oggi realizzata per la costruzione del socialismo, con i suoi grandi  successi,  le indiscutibili verità e ragioni, ed anche con i suoi  errori e limiti,   spetta soltanto ai comunisti, espressione più avanzata delle posizioni di classe, e che occorre respingere con energia le manovre propagandistiche, più o meno rozze o sofisticate,  espressione del pensiero borghese.

La nostra preoccupazione riguarda proprio l’assenza di un’analisi corretta anche da parte di chi si propone di pronunciarsi su quei fatti con argomentazioni nominalmente progressiste.

Affrontiamo dunque gli avvenimenti che hanno generato l’intervento armato degli altri paesi socialisti nella Cecoslovacchia per denunciare come vengano commessi  grossolani errori di valutazioni.

E’ molto grave, per esempio, che ancora oggi si  insista su un possibile decorso riformista del socialismo, iniziato prima del 1968,  lanciato all’apertura verso obiettivi di democrazia e libertà nel significato borghese di queste categorie. I comunisti  sanno, perché  Marx,  Engels e Lenin ce lo hanno insegnato,  che questi   valori  assumono piena concretezza solo  con  la vittoria definitiva del socialismo prima e del comunismo successivamente:  quando cioè l’operaio sarà sottratto al ruolo di mero possessore della forza lavoro necessaria alla valorizzazione del capitale ed avrà riacquistato la sua dimensione umana e cosciente;  quando la borghesia monopolista sarà emarginata come classe  parassitaria di sfruttatori;  quando l’imperialismo sarà annientato e tutti i popoli saranno liberati dalla  violenta sottomissione e  schiavitù alle quali sono condannati dalla sete di profitto dei capitalisti.  E vincere nella costruzione del socialismo significa prima di tutto spezzare la resistenza della borghesia e respingere l’assedio degli imperialisti, utilizzando anche i mezzi coercitivi che l’ipocrisia borghese  definisce dittatoriali. Non è ammesso rifuggire dagli strumenti che il proletariato può impiegare per difendere le proprie conquiste, né tantomeno scendere nel campo dell’ideologia borghese per argomentare le ragioni del proletariato. Del resto possiamo constatare facilmente come “l’amore e la verità”, propagate da Havel (un personaggio che non si è fatto scrupolo di giustificare i criminali bombardamenti NATO sulla Jugoslavia nel 1999)  siano stati alcuni degli elementi  filosofici dell’idealismo borghese utilizzati per  spalancare le porte al saccheggio e alla rapina del capitale occidentale, soprattutto tedesco, e come le “libere elezioni” siano ininfluenti rispetto alle scelte economiche che di fatto vengono  dettate  dalle  multinazionali e dagli istituti bancari internazionali. Oggi, con l’affermazione della democrazia borghese, vediamo che la squallida attività della borsa riveste evidentemente maggiore rilevanza di quella del parlamento. Ovunque, e non solo in quello che resta della Cecoslovacchia.

Un’altra contraddizione insostenibile di taluni sedicenti comunisti, o sinistri,  è quella di richiamarsi al tentativo del PCC  di riformare il socialismo, di accreditare la cosiddetta primavera di Praga come un evento votato al rafforzamento del socialismo. Con questa considerazione si opera l’avallo politico di quanto è accaduto nell’89. Il  filo che lega queste due date  della storia della Cecoslovacchia  è molto forte, poiché unisce  i momenti di una crisi di debolezza profonda,  che al termine  si è rivelata mortale. In molte occasioni di dibattito si è affermato inoltre che il socialismo è stato discreditato dopo il 1968 e si sostiene che Dubcek, se  avesse potuto proseguire nella sua opera di riforma, avrebbe fatto guadagnare alla Cecoslovacchia  prestigio nel consesso internazionale.  Il discredito che ha seppellito il partito  comunista cecoslovacco, come quello di altri importanti partiti della classe operaia rivoluzionaria, è derivato invece dalla mancanza di rigore nel perseguire gli obiettivi del socialismo e del comunismo, dall’immagine che ha dato di un’organizzazione che raccoglieva funzionari burocratizzati, allontanatisi dai bisogni delle masse. All’interno del PCC, ed i fatti seguiti all’autodissoluzione del 1989 lo confermano clamorosamente, si erano installati una serie di personaggi che rispetto al marxismo-leninismo erano lontani anni luce. Quanti di questi cosiddetti comunisti abbiamo visto abbandonare il partito per abbracciare la causa, molto più remunerativa, del commercio, e quanti funzionari di aziende  iscritti al partito si sono trasformati in padroni diretti? Troppi per non capire che i vertici del partito del proletariato erano in realtà composti da elementi borghesi e che lo stesso partito comunista non godeva più della fiducia dei lavoratori. Ancora: per ogni comunista che abbia almeno una cognizione minima dello scontro di classe che opponeva (e che oppone) l’imperialismo alle forze rivoluzionarie della classe operaia, è insensato pensare che al capitale interessi veramente una qualsiasi forma di  socialismo, qualunque volto possa offrire al capitale, che tollera lo stato solo quando può diventare una fonte di finanziamento a costo zero per coprire il proprio dissesto.  Se è vero che Dubcek pretendeva di realizzare le riforme necessarie perché in Cecoslovacchia si consolidasse il socialismo, dobbiamo chiederci del motivo per il quale questo personaggio ha goduto del sostegno da parte dei paesi capitalisti (salvo poi considerarlo un ostacolo allo smembramento del paese pianificato nelle capitali occidentali, e in questo senso facciamo nostri i dubbi di chi avanza l’ipotesi che l’incidente mortale di Dubcek non sia stato fortuito). Possibile che ancora oggi si riconosca ai “riformatori” le qualità necessarie per rendere il socialismo compatibile con  il capitale? Non è sufficiente guardare all’URSS di Gorbaciov e alla Cina di  Deng per cogliere la devastazione a cui ha condotto la  strada delle cosiddette riforme? Proprio la storia recente dimostra che il graduale allontanamento dagli ideali del socialismo conduce immancabilmente alla resa incondizionata alla borghesia, alla restaurazione del più spietato ordinamento capitalistico.

In questa nebbia di speculazioni idealistiche  sfugge l’aspetto essenziale di tutta la questione: il partito comunista cecoslovacco era minato dal virus letale del revisionismo, ed i fatti del 68 prima,  e dell’89 dopo, ne sono la testimonianza triste ed inconfutabile. Nel 1968 il  partito si stava avviando, più o meno consapevolmente,  verso la capitolazione di fronte alle forze antisocialiste che     l’intervento militare della comunità socialista ha ritardato di un ventennio, quando anche in URSS il PC era  anch’esso imploso sotto la pressione revisionista. Il PC Cecoslovacco del 1989 era oramai solo un’istituzione che sopravviveva per inerzia in una struttura socialista, pronto oramai a confluire con la borghesia per il favore della situazione interna ed internazionale. Il problema del revisionismo che immancabilmente affiora nei partiti operai, meriterebbe di essere opportunamente approfondito, per comprendere appieno come il processo degenerativo dei maggiori partiti operai iniziato intorno alla seconda metà degli anni cinquanta non si sia arrestato ed abbia progressivamente annientato l’organizzazione politica del proletariato rivoluzionario.  Senza la percezione esatta di questo fenomeno che si manifesta ovunque e sempre con minore o maggiore visibilità, ogni partito comunista è destinato a cadere fatalmente nella trappola dell’opportunismo  socialdemocratico.

L’emozione non offre lo spunto adatto per valutare obiettivamente quanto si è prodotto in Cecoslovacchia già a partire dalla vittoria del 1948, e la borghesia lo sa bene, poiché sfrutta la sensazione generale di panico, scoramento, disorientamento e debolezza per parlare solo di occupazione e di invasione. In un altro contesto, senza la tronfia arroganza preponderante del pensiero borghese che tutto offusca e distorce, le immagini dei carri armati sovietici che attraversano le strade di Praga nel 1968 potrebbero avere un reale parallelismo con quelle stesse del maggio 1945,  se la lotta di liberazione nazionale si fosse saldata, in un più naturale sbocco, alla lotta di classe del proletariato cecoslovacco contro il revisionismo e le forze del capitale con esso colluse. Così purtroppo non è stato, e così oggi al gioco propagandistico della borghesia   torna utile dipingere i cingoli dei tank che avrebbero schiacciato  l’anelito di libertà e democrazia del popolo, per  tentare di mascherare la vergognosa restaurazione del sistema dei rapporti capitalistici e l’asservimento agli interessi del capitale internazionale e del  militarismo atlantico, che tanta devastazione, orrore e sangue continuano a spargere per il mondo .

Siamo convinti che solo in questo quadro si possano valutare gli avvenimenti che hanno segnato la storia della Cecoslovacchia dalla fine della seconda guerra mondiale. La spinta propulsiva della Grande Rivoluzione Socialista di Ottobre ha permesso di avviare la costruzione del socialismo in Cecoslovacchia, ma, come è accaduto per molti altri importanti partiti operai, il PCC non è stato capace di arginare la penetrazione degli elementi borghesi al suo interno ed ha dovuto soccombere  sotto i colpi del revisionismo.

Ai compagni sinceramente impegnati a valutare con spirito critico questi avvenimenti, non può sfuggire l’importanza della  salvaguardia del marxismo-leninismo  e della lotta contro il revisionismo all’interno del partito del proletariato rivoluzionario. Il movimento operaio internazionale ha pagato un prezzo troppo alto  già a partire dal XX Congresso del PCUS, quando si sono create le prime divisioni tra i partiti comunisti ed al loro interno ha preso avvio la deriva revisionista. E’ una lezione che per quanto possa essere amara  il proletariato cecoslovacco, come quello di tutti i paesi del mondo, deve comprendere bene per rilanciare il suo progetto di una società nuova, socialista, fondata sul lavoro libero dallo sfruttamento e sui valori umani più veri.

 

novembre ’08

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