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L’aggressione alla Libia, crimine internazionale dei “forti”, dunque impunito[1]
 
di Aldo Bernardini, Professore emerito di Diritto internazionale dell’Università di Teramo
 
Roma, 7 ottobre 2011
 

Da “La Repubblica” (11 agosto 2011). Di fronte alle rivolte e sommosse in varie città, determinate da grave disagio sociale, il premier britannico Cameron proclama la linea dura: la polizia è autorizzata a utilizzare ogni mezzo necessario per riportare l’ordine ad ogni costo nel paese: “Chiunque sarà incriminato per disordini violenti finirà in prigione e non ci preoccuperemo di diritti umani fasulli (corsivo nostro)”. Morti, feriti e decine di arresti hanno fatto seguito [2].
 
Da “Il Messaggero” (11 agosto 2011): “Libia e Iran difendono i rivoltosi” in Gran Bretagna, “la comunità internazionale non può restare a guardare tanta violenza” e a tal fine “chiedono l’intervento del C. d. s. dell’ONU” (naturalmente invano).
 
Dichiarazione di Aisha Gheddafi, figlia del Colonnello (3 settembre 2011): “l’Occidente ed i suoi mercenari prendano nota: Aisha Gheddafi non si arrenderà mai alla loro congiura demoniaca. Io porto nelle mie vene il sangue di un padre eroico e non ho mai conosciuto l’idea della resa. La NATO e gli assassini occidentali hanno ucciso mio marito ed il mio bambino. Ma loro devono sapere che da ora Aisha Gheddafi è un soldato. Anche al prezzo della mia vita, io libererò il mio paese…” – Da una lettera aperta al popolo francese del 29 aprile 2011: “Il destino della Libia non sarà mai quello dell’Iraq e il neocolonialismo non tornerà nella terra di Omar El-Mokhtar e Gheddafi”.

 
Sommario
 
Introduzione: 1. L’aggressione alla Libia.
Il diritto: 2. Norme e principii internazionali sulla sovranità-indipendenza degli Stati. 3. Asseriti limiti determinati dalle discipline dei diritti umani e del diritto umanitario. 4. …e dalla riserva, pretesa come totale, delle misure coercitive ex Cap. VII Carta N. U. alla competenza interna esclusiva degli Stati. 5. I limiti invalicabili dell’azione del C. d. s.
I fatti: 6. Quelli giuridicamente non rilevanti, ma illuminanti. 7. La disinformazione. 8. Fatti giuridicamente rilevanti: l’intervento esterno.
Conclusione: 9. L’azione contro la Libia in sede N.U. e il suo fondamentale carattere di illegittimità-illiceità.

 
Introduzione
 
1. Esiste l’osceno nella vita internazionale. Dopo Jugoslavia, Iraq, Afghanistan, adesso la Libia. Mi astengo per ora dal porre l’accento su considerazioni di fondo, pur essenziali, sulle azioni dei “giusti”, dei “buoni”, dei “nostri”, in sintesi dei “forti”[3]: ricoperte malamente prima o ex post da posizioni extrastatutarie del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite e dal ricorso distorto e abusivo, in funzione di pessima ideologia, fuori o al di là del contesto del diritto vigente, a principii c. d. umanitari e ai diritti dell’uomo – mai questi principii e le stesse N.U. esposti in tal misura al discredito totale come negli ultimi decenni. Azioni che oggi concretano, contro lo Stato libico, un’aggressione “natista” (della NATO, cioè): a chi si irritasse di una certa assonanza si consiglierebbe di rivolgere gli umori a coloro che dell’attività consonante sono artefici. Nomina sunt consequentia rerum.
 
Il mio discorso intende porsi per l’essenziale su un piano giuridico, scevro soprattutto dei preconcetti scaturienti dall’ideologia vanamente e vacuamente “nobilitante” che mira a farci trangugiare un riesumato concetto di “guerra giusta”, inter alia di colonialistica memoria. La guerra contro uno Stato che si è liberato dal dominio coloniale, e proprio contro il governo che di quel riscatto è stato protagonista, la guerra scatenata da potenze, che quel passato colonialista avevano generato e imposto, è qualcosa di inverecondo, di intollerabile. Nessuna belluria ideologica può mimetizzare tanta regressione barbarica. Al diritto, dunque, almeno nella sua funzione disvelatrice.
 
Ma per questo non può farsi a meno di prendere come punto di riferimento, se non altro sommario, la situazione di fatto rispetto a cui il diritto deve trovare applicazione. Tutto è, o sembra essere, reso opaco da una dominante rappresentazione della realtà che comunque si rivelerà in larga misura artefatta; ma che, prima ancora, tende o porta a deviare dalla retta selezione degli elementi rilevanti del diritto internazionale, questo in larga misura ponendosi, per la vicenda libica, al di là della situazione che, artefatta o meno, viene spinta al centro della vicenda. Si tratta della rappresentazione, fatta propria dal complesso mediatico dei paesi occidentali o a questi comunque collegato o subalterno, e dalle forze politiche qui dominanti, per cui l’origine della crisi libica sarebbe da attribuirsi a gravi violazioni dei diritti umani e del diritto umanitario nella repressione di “pacifiche” manifestazioni “democratiche” di “civili” contro il governo “dittatoriale” libico. Vedremo che tutto ciò, pur se fosse vero, non giustificherebbe in diritto internazionale l’attacco alla Libia. Ma… nell’oceano di rappresentazioni fabbricate capita qualche scivolone verso la verità. Mi son dovuto stropicciare gli occhi quando, su un quotidiano nazionale (e di ciò più avanti) – per verità ho poi trovato diverse menzioni nello stesso senso – ho letto del costruito equivoco tra “insorti” e “civili”. Ma come, non si trattava di tutelare la popolazione libica civile contro il proprio governo (sempre impregiudicato il punto se il diritto internazionale consenta siffatte azioni “benefiche”)? Viene dunque lasciato trapelare qualche barlume di verità: una “voce dal sen fuggita” ci indirizza alla dimensione giuridica, correttamente intesa, della vicenda libica. Al centro, non la repressione, bensìl’insurrezione, per di più sostenuta dall’esterno (visibilmente a vicenda iniziata, e ciò già sarebbe sufficiente per dissipare le rappresentazioni correnti, ma secondo assoluta verosimiglianza fin da prima). Quindi, in prima linea non questioni di diritti dell’uomo e diritto umanitario, bensì i problemi della sovranità-indipendenza degli Stati e del relativo nucleo fondamentale: tanto di fronte ad un conflitto interno, quanto se fin dall’inizio si riconosce un profilo di intervento esterno. L’assunzione invece di un falso baricentro spiega anche perché mai nella sconvolgente vicenda libica si parli poco di diritto internazionale. Forse perché fa comodo l’opinione che il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, con le due risoluzioni adottate per la Libia, abbia esaurito il problema. Non è certo così.
 
Le N.U. non sono federazione mondiale, il C.d.s non è né governo né legislatore del mondo. Come invece – se non altro sotto il profilo delle conseguenze pratiche – viene fatto generalmente ritenere almeno a partire dalla prima guerra irachena (si ricorda, nel contesto storico del processo di estinzione dell’Unione sovietica): si arriva ad accreditare come giuridicamente idoneo che il C.d.s. a discrezione invochi il Cap. VII della Carta ( a parte l’aggressione, minacce e rotture della pace, internazionale di per sé, cioè nei rapporti fra Stati, ma qui si innesta il “trucco”) perché si proclami legittima la decisione di ogni sorta d’azione nei confronti di uno Stato, anche al di fuori delle tipologie – comunque almeno indicative – disegnate dalla Carta: pure per fatti interni, come un’insurrezione (ai quali venga, sempre discrezionalmente, affibbiata dal C. d. s. una rilevanza internazionale o equivalente: questo è il “trucco”), e – nel caso di misure con l’uso della forza – arrivandosi, riteniamo anche qui ed ancor più illegittimamente, ad “autorizzare” gli Stati che lo vogliano (i “volenterosi”) ad intervenire contro lo Stato preso di mira. Per di più, “con tutte le misure necessarie”…Secondo dunque scelte e pertanto intenti ed interessi dei “volenterosi”: l’opposto radicale del sistema N. U. Magari, ed è il caso della Libia, perché quello Stato “non protegge” la propria popolazione contro se stesso, e cioè gli insorti contro lo Stato centrale: una recente trovata fantagiuridica per giustificare gli interventi. Questo non è diritto e non è diritto internazionale: e su tutto ciò andrà sviluppato il discorso, ma senza buttar tempo sulla fantasmatica nozione della responsibility to protect[4]. Ben pochi Stati avrebbero accettato la Carta, se quella ne fosse stata esplicitamente la portata: così il presidente jugoslavo Milosevic, vittima illustre e tragica di un sistema internazionale mistificato ed aberrante, nel colloquio che ebbi con lui nel suo carcere di Scheveningen nell’agosto 2001.
 
Siamo davanti a un copione ormai usurato, ma purtroppo abituale, che viene sfoderato per distruggere uno Stato o governo sgradito perché non subalterno. Il “despota” o “tiranno”, il “dittatore” sempre naturalmente “sanguinario”, che viene criminalizzato con sfrenate campagne mediatiche, le atrocità, le stragi, le fosse comuni, i diritti umani violati, e via “atrocizzando” (e su tutto questo trito e ripugnante scatenamento sarà gustoso annotare più avanti uno specifico dato normativo o almeno interpretativo): solo a posteriori a volte si scoprirà la mala informazione. Qualche protesta o rivolta ovviamente contrastata dal potere costituito, ed immediatamente incoraggiata dall’esterno, quando non preventivamente stimolata, eccessi veri o presunti contro “civili innocenti” (spesso rivoltosi incendiari e armati): di qui – e solo dove ritenuti profittevoli e comunque non proibitivamente costosi sotto ogni rispetto – gli interventi dei “buoni”, con o senza “avallo” del C.d.s, sino alla guerra con effetti catastrofici (con le differenze dei casi, Jugoslavia, Iraq, Somalia, Afghanistan…). Perché il risultato finale delle forzature della Carta N.U. , e comunque dei principii fondamentali del diritto internazionale, avallate dalla complessivamente prevalente dottrina, è – va ripetuto – che il sistema di sicurezza collettiva delle stesse N.U. si tramuta nel suo opposto: lungi dall’evitare la guerra, se ne fa promotore; lungi dal bandirla e porvi rimedio, la fa rivivere, fra l’altro mistificando l’aggredito per aggressore.
 

[1] Un primo nucleo di questo saggio è stato pubblicato, fra i varii quotidiani a cui era stato inviato, da “La Padania” dell’8 maggio 2011. Il testo attuale è tratto da “I diritti dell’uomo – cronache e battaglie”, n.2, 2011.
[2] Non verifichiamo l’autenticità della citazione di “Repubblica” né l’esattezza della traduzione. Parlano i fatti per avvalorare la veridicità. Toute proportion gardée.
[3] Per tali si intendono non solo Stati “potenti”, ma quelli – gli Stati occidentali – che pretendono dominio o egemonia economici e culturali, con l’imposizione dei loro modelli socio-politici e l’abuso di ideologie “umanitarie” da loro stessi disattese quando conveniente, e in funzione di restaurazioni dopo gli eventi mondiali del 1989-91. Si tratta complessivamente degli Stati colonialisti di un passato che si pretende di ripristinare.
[4] E cioè un obbligo, asserito erga omnes (verso tutti gli altri Stati), non si sa su quale norma internazionale fondato, di ogni Stato di tutelare la propria popolazione da genocidi, massacri, trattamenti disumani ecc., che includerebbe anche i comportamenti “repressivi” dello stesso Stato e che, se non rispettato ed attuato da quello Stato (secondo la valutazione di Stati terzi o di un organo internazionale quale il C.d.s.), giustificherebbe l’intervento armato anche dall’esterno. È chiaro che i comportamenti statali presi di mira fanno parte dei compiti e funzioni di uno Stato verso la sua popolazione (secondo il proprio diritto interno), da contemperarsi però con altri doveri e funzioni, quali la sicurezza interna e la tenuta del sistema di governo, ma costruirli quali oggetto di un comprensivo obbligo di diritto internazionale generale (erga omnes) è indimostrabile. Anzi, contrario fra l’altro al principio basilare di non ingerenza, che le “nuove prospettazioni” mirano, neppur troppo celatamente, ad incrinare. Singole categorie di comportamenti possono essere previste da specifiche norme internazionali, per lo più convenzionali, con le conseguenze da esse stabilite (vi si tornerà). Si tratta, con la posizione qui rifiutata, di una tesi fra l’altro elaborata da dottrina statunitense in vena della ricerca di scalzamenti delle sovranità statali, gestibili appunto ai fini di ingerenze e interventi esterni. Precedenti dell’abnorme teoria sarebbero in posizioni francesi (vedi CONFORTI-FOCARELLI, Le Nazioni Unite, Padova, 2010, p. 319) come droit d’ingérence in caso di asserite emergenze umanitarie in uno Stato che non potesse o volesse provvedere alla tutela della (sua) popolazione colpita, anche senza il consenso dello stesso Stato. Begli espedienti per un neo-colonialismo dei giorni nostri. La ris. 60/1 del 24 ottobre 2005 dell’Assemblea generale N.U. (Documento finale del Vertice mondiale del 2005) ai par. 138 ss. evoca quella asserita responsabilità, in termini che vanno incontro alle tendenze segnalate, ma ovviamente senza valore giuridico vincolante e senza riflessi sui problemi e le esigenze della sovranità-indipendenza. Anzi, a mio parere, indicare tra i motivi di intervento la (asserita) mancata ottemperanza al (preteso) dovere di “proteggere” la propria popolazione, non essendo il C.d.s. dotato di potere normativo (se non quello concreto relativo alle misure ex Cap. VII), costituisce motivo di illegittimità della risoluzione. Vedi pure CANNIZZARO, Corso di diritto internazionale, Milano, 2011, p. 21 s., che esclude valore normativo alla dottrina in discorso e nega quindi la possibilità di azioni “reattive” degli Stati. Propende invece per la possibilità di intervento da parte del C.d.s. e ne ravvisa un’applicazione nella ris. 1973 del 2011 di quell’organo, relativa alla Libia. Lascia sconcertati questa inclinazione a riconoscere al C.d.s. una competenza “a soffietto”, che si allarga per autoaffermazione. Certo, se si dimenticano i presupposti-base della vita internazionale, resta inutile e impotente qualunque richiamo a tali presupposti e si afferma un vero Führerprinzip in capo al C.d.s. nelle relazioni internazionali. “Vuolsi così colà dove si puote ciò che si vuole”. Peccato che, in tal modo, del dichiarato intento di evitare danni umanitari, in particolare alla popolazione (di buone intenzioni è lastricata la strada dell’inferno), si fa strame: questi danni si moltiplicano, rinasce, come ripetutamente diciamo in queste pagine, l’istituto della guerra, bandito dal sistema N.U., e questo sistema “va a ramengo”. Il principio di indipendenza è incancellabile, per gli Stati e i popoli, e quindi le dirigenze, che resistono in suo nome.
L’aggressione alla Libia, crimine internazionale dei “forti”, dunque impunito
 
di Aldo Bernardini, Professore emerito di Diritto internazionale dell’Università di Teramo
 
Parte prima
 
Parte seconda: … e la replica bramata contro la Siria
 
31/05/2012
 
10. L’esito tragico della vicenda libica
11. L’aggressione bramata contro la Siria
 
10. Il bestiale assassinio del leader libico Gheddafi (20 ottobre 2011) [1] ha rappresentato il coronamento scellerato dell’impresa criminale. Sin dall’inizio iscritto nella tabella di marcia dell’aggressione degli Stati NATO. Che ora si può senza ambagi confermare come tale, superati con nessuna possibilità di dubbio dagli aggressori i pur laschi e scivolosi limiti della ris. 1973 del C.d.s.
 
Innumerevoli conferme si sono avute circa un elemento centrale della turpe vicenda: i “ribelli” [2] – a parte ogni loro connotazione ideologica e politica, nell’assoluta maggioranza tutt’altro che “democraticista”, qualunque poi sia il senso di questo distintivo – sono stati, come già osservato, gli ascari sul terreno di un’offensiva condotta dal cielo con spaventosa brutalità dagli Stati NATO, della quale ora gli USA rivendicano la guida [3]. Finanziati, armati, forniti di consiglieri da parte di quegli Stati. La maschera dei pacifici manifestanti disarmati, della “popolazione civile” da proteggere, si è continuato ad innalzarla pur contro ogni evidenza, al fine di fingere l’esistenza delle condizioni per protrarre artificiosamente l’applicazione della ris. 1973 sino a provocare quello che questa risoluzione in sé e per sé non prevedeva né avrebbe potuto legittimamente prevedere: il regime change in Libia dall’esterno, come al di là di ogni truccatura è stato conseguito, addirittura con l’efferato linciaggio del leader [4].
 
Un’aggressione che ha distrutto uno Stato arabo di impronta laica, di forte ispirazione sociale, non subalterno sulla scena mondiale: il cui dirigente, portato al massacro, era stato protagonista delle lotte anticolonialiste del passato e ancor oggi – al di là di ogni ambiguità – stava sulla trincea dell’indipendenza [5].
 
E tutto ciò per arrivare ad una situazione che i mezzi di comunicazione pur corrivi non hanno potuto in definitiva nascondere, nei mesi recenti, negli innumeri profili negativi, sottolineati ad es. da ultimo dal “Corriere della Sera” del 13 maggio 2012: fra l’altro menzionandosi “l’involuzione caotica fra le diverse milizie armate che si sono sostituite alla soldataglia [sic: in realtà le forze del legittimo governo libico] di Gheddafi, sino alla crescita dell’elemento radicale islamico al cuore delle nuove forze politiche trionfanti…in Libia”. Per aggiungere le ripetutamente denunciate violazioni estese degli sbandierati diritti dell’uomo e diritto umanitario da parte dei “ribelli” [6]. Mentre veniva alla luce quanta disinformazione fosse stata gettata a proposito dei “crimini” ascritti al legittimo governo libico.
 
È difficile pensare oggi alla Libia come ad uno Stato indipendente e sovrano, a quello che viene oggi chiamato il suo governo come a un organo non dipendente dal sostegno estero (anzitutto gli Stati NATO), o che controlli tutto l’ambito territoriale e di popolazione. E persino posto sotto una parziale tutela ONU per taluni organismi stabiliti da risoluzioni del C.d.s.: su ciò più avanti. È difficile pensare che fra le forze in sommovimento non vi siano quelle dei resistenti di ascendenza gheddafiana: ciò che minerebbe il “consolidamento” della situazione nuova ai sensi dell’effettività.
 
Che cosa possiamo registrare in sede NU a fronte di quel che è avvenuto in rottura di un principio fondamentale come la sovrana indipendenza di uno Stato membro e il correlato divieto di ingerenza?
 
Nulla da aspettarsi dalla Corte penale internazionale, che si rivelerà ancora una volta strumento dei “forti”, sul piano dei crimini NATO e dei “ribelli”, in particolare sull’uccisione di Gheddafi: questi si aggiunge a Milosevic e a Saddam Hussein nella lista dei leaders “indipendentisti” eliminati anche fisicamente nel quadro di operazioni degli Stati occidentali.
 
Altre reazioni? Come da scarne notazioni di stampa [7], Cuba “ha di nuovo chiesto all’ONU una commissione di inchiesta sui bombardamenti NATO in Libia”. Si tratta della richiesta al Consiglio dei diritti umani delle NU presentata il 9 marzo 2012 dall’ambasciatore cubano Rodolfo Reyes.
 
A parte questa reazione, non sappiamo se isolata, data l’avarizia mirata delle informazioni di stampa, quanto operato in sede NU sulla vicenda libica, dopo le due risoluzioni scatenanti (1970 e 1973), suscita nel complesso sconcerto, per non dire scandalo. Con incredibile – a dir poco – superficialità l’Assemblea generale aveva adottato senza voto, all’inizio della vicenda, la ris. 65/265 del 1 marzo 2011 con cui si sospendeva la Libia dalla partecipazione al Consiglio dei diritti umani delle NU. Con la ris. 66/11 del 18 novembre 2011 la suddetta sospensione, a risultato raggiunto dagli aggressori, viene abrogata. E qui si è avuta una quasi unica manifestazione di ripulsa: la risoluzione è stata approvata solo a maggioranza, importanti le dichiarazioni (AG/11176 del 18 novembre 2011) di alcuni Stati latinoamericani, che si riportano per motivare la loro non adesione alla risoluzione. Cuba spiega l’astensione, “reiterando che rigetta categoricamente la ris. 1973 del C.d.s.: autorizzante la NATO a ‘violare’ il diritto internazionale. Per più di sei mesi la NATO ha bombardato la Libia senza interruzioni, provocando la morte e la sofferenza di migliaia di esseri umani, senza che l’Assemblea generale o il Consiglio dei diritti dell’uomo si pronunciasse prima di deplorare il ‘dramma umanitario’ svolgentesi in Libia”. Quanto al Nicaragua, “spiegando la sua opposizione alla risoluzione, rigetta l’idea della guerra fra i popoli o come modo di regolare una controversia fra Stati. La comunità internazionale è stata testimone della manipolazione consacrata dalla ris. 1973 del C.d.s., si denuncia il carattere ‘illegale’ di una guerra mossa dalla NATO contro uno Stato sovrano membro delle NU. La NATO ha aggredito militarmente un paese per imporre un mutamento di regime in funzione dei suoi interessi geopolitici: vanno stigmatizzati quei paesi che si sono attribuiti il ruolo di ‘giudici sovrani’ abilitati alla valutazione delle violazioni dei diritti dell’uomo, mentre essi stessi sono campioni della violazione di tali diritti in tutto il mondo. Il popolo libico, che merita l’esercizio del suo diritto alla pace, deve essere rappresentato da un governo legittimo”. E ancora il Venezuela: “si oppone alla risoluzione, come si era già opposto all’esclusione della Libia dal Consiglio dei diritti dell’uomo, ravvisandovi una manovra delle ‘potenze imperiali’ per intervenire in un paese sovrano e imporvi con la forza un governo. Denuncia i bombardamenti incessanti che hanno fatto ‘migliaia’ di vittime fra la popolazione civile, affermando che questo non è il modo di instaurare la democrazia, ma piuttosto di negarla. Il Venezuela non riconoscerà mai un governo ‘imposto dai missili e dalle bombe delle potenze imperiali'”. Quanto alla Bolivia, “si oppone al testo, denunciando il fatto che la ris. 1973 del C.d.s. è stata una manipolazione sfociata in un mutamento di regime neppure previsto dal C.d.s. Vi è preoccupazione per la continuazione delle violazioni dei diritti dell’uomo in Libia: vi regna il caos e non è in vista alcun chiaro processo di transizione”.   
 
Il C.d.s. ha adottato una serie di risoluzioni che, prescindendo completamente dall’aggressione, si pongono in funzione, come è stato detto, “adattiva”[8]: tutte risoluzioni unanimi nonostante le avvenute palesi violazioni della Carta, del diritto internazionale generale, della stessa ris. 1973, per nulla prese in considerazione da tali successive risoluzioni: ciò non cancella la radicale illiceità dell’aggressione, l’illegittimità della situazione di fatto scaturitane con la (sia pur almeno teorica) caducità di questa, soprattutto a fronte di una resistenza armata (fattualità come effettività non consolidata). Si tratta della ris. 2009 del 16 settembre 2011 (prima quindi della morte di Gheddafi!), con cui fra l’altro si formulano indicazioni circa linee di condotta di un auspicato “governo interinale” libico; in base dichiaratamente all’art. 41 Carta si stabilisce una Missione di appoggio delle NU in Libia per sostenere gli sforzi in questo paese al fine di ristabilire ordine e sicurezza pubblica e promuovere lo stato di diritto; aprire una concertazione politica senza esclusioni, incoraggiare la riconciliazione nazionale e avviare la redazione della Costituzione e il processo elettorale; estendere l’autorità dello Stato, in particolare rinforzando le istituzioni responsabili che cominciano a costituirsi e ristabilendo i servizi pubblici; difendere e proteggere i diritti dell’uomo…; prendere le misure immediate per rilanciare l’economia; coordinare il sostegno che potrebbe eventualmente venir richiesto ad altri intervenienti multilaterali e bilaterali (art. 12). Altre indicazioni appaiono nelle ris. 2016 del 27 ottobre 2011 e 2017 del 31 ottobre 2011; la ris. 2022 del 2 dicembre 2011 prolunga ed amplia il mandato della Missione d’appoggio ad un sostegno alla Libia nella prevenzione della proliferazione di armi e materiale connesso di ogni tipo, in particolare missili portatili terra-aria. Da ultimo la ris. 2040 del 12 marzo 2012 manifesta preoccupazione per la situazione in Libia e proroga ulteriormente il mandato della Missione di appoggio, ampliandolo al sostegno alle autorità libiche nel determinare i bisogni e le priorità in tutto il paese e in particolare a gestire la transizione democratica, promuovere lo stato di diritto, ristabilire la sicurezza pubblica, lottare contro la proliferazione illecita delle armi e materiale connesso, coordinare l’aiuto internazionale e stabilire organismi pubblici in materia di aiuto internazionale, sostenere gli sforzi per la riconciliazione nazionale.
 
Come già accennato, le risoluzioni del C.d.s. in qualche modo tengono conto implicitamente della situazione ancora non stabilizzata in Libia, e in definitiva instaurano una sia pur parziale tutela sull’attuale “governo” libico mediante l’istituzione di organismi delle NU da affiancare alle autorità locali. Ricordo che Conforti, ad es., riporta tali espedienti in sede NU alle situazioni di “Stati collassati” (failed States) [9]. Si tratta di prassi nel quadro NU dall’incerto fondamento giuridico, non propriamente compatibili con il principio fondamentale dell’autodeterminazione, che nelle ipotesi del tipo considerato dovrebbe implicare l’autocostituzione statale. In realtà tutto ciò è segno non soltanto della situazione di grave instabilità provocata in Libia dall’aggressione, ma esprime in modo univoco il mutamento regressivo dalla situazione della Libia di Gheddafi indipendente e sovrana rispetto all’attuale situazione di ripristino, nella sostanza almeno, di rapporti di tipo coloniale [10].
 
11. La tragedia libica, tragedia dai risvolti criminali, si è cercato di ripeterla contro la Siria. Secondo un copione nelle grandi linee similare. Repubblica araba anch’essa di impronta laica, la Siria costituisce un altro esempio di Stato non allineato sui dettami dei “forti” sul piano mondiale. Alcune misure “liberalizzatici” hanno probabilmente contribuito a portare ad evidenza problemi di divisioni e contrasti interetnici e interreligiosi, sinora tenuti sotto controllo (non senza l’inevitabilità, già nel passato, di anche dure misure repressive). Nuove insorgenze nel contesto delle c.d. “primavere arabe”, dal marzo 2011, sono rapidamente passate da (almeno apparenti) proteste pacifiche a movimenti armati, e subito sostenuti, secondo il modello abituale, dall’esterno: sì da portare a misure di contrasto da parte del governo costituito e a scontri con un’opposizione, peraltro di variegata composizione e non unitaria.
 
Superfluo soffermarci anche qui sulla campagna mediatica costruita per gettare sul governo siriano la responsabilità di quanto accade nel paese, al solito rovesciando i termini della realtà,ignorando o sminuendo le violenze dei rivoltosi, l’appoggio che questi ricevono dall’esterno: non solo i soliti Stati occidentali, ma particolarmente attivi, come in Libia, Arabia saudita e Qatar, due Stati notoriamente… molto democratici. Il segno di una macchinazione internazionale ai danni della Siria di Assad, come è stato per la Libia di Gheddafi, si manifesta palese agli occhi di chi sa e vuole vedere[11].
 
Ed anche il senso del progetto di risoluzione (S/2012/77) posto in votazione al C.d.s. il 4 febbraio 2012 e respinto per il voto negativo (veto) di Russia e Cina. La risoluzione sarebbe stata il primo gradino di una prevedibile scalata sfociante in attacchi aperti di forze straniere contro la Siria. Il veto russo-cinese ha bloccato, almeno per ora, uno sfrontato tentativo di replica della nefasta impresa contro la Libia. La motivazione del voto negativo è particolarmente netta nella dichiarazione del delegato russo Churkin (S/PV.6711): a partire dallo sbilanciamento del testo proposto, che tendeva a delineare responsabilità preminenti del governo siriano minimizzando quelle degli oppositori e che esprimeva apertamente la richiesta di un “cambio di regime” in Siria, mascherata come sostegno a una “transizione politica”. Viene affermata apertamente l’opposizione a tale testo: “dall’inizio della crisi siriana taluni membri influenti della comunità internazionale, di cui alcuni seduti a questo tavolo, hanno compromesso la possibilità di giungere a un regolamento politico invocando il mutamento di regime, incoraggiando l’opposizione a prendere il potere, lanciandosi in atti di provocazione e favorendo la lotta armata”. Veniva osservato che non si era tenuto conto degli emendamenti proposti dalla Russia che miravano ad esortare l’opposizione siriana a dissociarsi dai gruppi estremisti che commettono atti di violenza e a fare appello, a tutti gli Stati e a tutti coloro che ne abbiano la possibilità, di influire per impedire a quei gruppi di commettere violenza. Così pure che il ritiro delle forze armate siriane dalle città si sarebbe dovuto accompagnare con la cessazione degli attacchi dei gruppi armati contro le istituzioni pubbliche e i quartieri residenziali. Secondo il delegato cinese “la sovranità, l’indipendenza e l’integrità territoriale della Siria debbono essere pienamente rispettate. Le misure del C.d.s. devono essere conformi ai fini e ai principii della Carta e contribuire a pacificare le tensioni, promuovere il dialogo politico, regolare le controversie, preservare la pace e la stabilità nel Medio Oriente e non invece complicare la situazione… La Cina ritiene che nelle circostanze attuali porre l’accento sulle pressioni da esercitare sul governo siriano pregiudicando l’esito del dialogo o imporre una soluzione non potrà contribuire a regolare la questione. Ciò potrebbe al contrario complicare ancor di più la situazione”. Singolare l’affermazione del delegato sudafricano, il quale, pur favorevole al testo proposto, si rallegrava del fatto che questo “non cercasse di imporre un mutamento di regime alla Siria, ciò che sarebbe contrario ai fini e ai principii della carta delle NU”: importante l’affermazione di principio ma evidentemente la lettura del testo non era stata molto attenta.
 
Come reazione al fallimento del tentativo nel C.d.s., si riusciva, da parte dei “forti” e sodali, a fare approvare dall’Assemblea generale la ris. 66/253 del 21 febbraio 2012, con la quale venivano riproposti nella sostanza i termini della risoluzione non accolta nel C.d.s. per il veto russo-cinese. Questa risoluzione risultava approvata solo a maggioranza: 137 voti a favore, 12 contrari e 17 astensioni (GA/11207). Importanti talune dichiarazioni di delegati che non hanno votato a favore. Quello del Venezuela riaffermava “la fondamentale importanza della sovranità, indipendenza, unità e integrità territoriale, denunciando il tentativo di potenze imperiali e dei loro alleati di provocare un mutamento di regime in Siria, perfino al costo di ulteriore spargimento di sangue, riproducendo le funeste conseguenze della situazione libica. Queste potenze cercano di occupare la Siria, di fomentare un colpo contro le autorità legittime e di far divenire quel paese un protettorato. Il testo della risoluzione con tutti i meccanismi previsti rappresenta un intervento negli affari interni di uno Stato indipendente e attacca il governo per abusi sul piano dei diritti umani, mentre nasconde i crimini odiosi commessi da gruppi terroristi contro civili come pure gli attacchi armati contro pubblici ufficiali e istituzioni. Il testo ignora le iniziative del governo per promuovere il dialogo politico, nega allo Stato siriano il diritto di proteggere la sua popolazione e di assicurare la pace interna e la sicurezza e non fa appello ai gruppi di opposizione di dissociarsi dai gruppi esercitanti violenza. Non è auspicabile che prevalga la logica di guerra che gli imperialisti cercano di imporre contro la Siria”. Per il delegato della Repubblica democratica popolare di Corea “ogni questione relativa uno Stato membro va discussa in coerenza con i principii dell’integrità territoriale e della sovranità statale. La Siria non fa eccezione a tale principio: ogni violenza deve cessarvi, il destino e il futuro del paese devono restare nelle mani del popolo siriano che, solo, dovrebbe compiere il processo verso una soluzione pacifica negoziata da raggiungersi senza influenza esterna. Per questo la Corea popolare esprime voto contrario”. Anche la Russia si opponeva alla risoluzione, “in quanto chiaramente non seguiva i criteri per far cessare la violenza. Si sarebbero dovute formulare richieste alle forze di opposizione di dissociarsi dai gruppi armati e a questi gruppi di cessare i loro attacchi”. Osservazioni simili venivano formulate dal delegato cinese, che sottolineava in particolare la necessità di rispettare pienamente la sovranità e l’integrità territoriale della Siria e dichiarava “di non approvare un intervento armato o l’imposizione di un cosiddetto mutamento di regime in Siria”. Anche il delegato dell’Iran esprimeva voto contrario, in quanto era necessario in Siria un processo politico senza intervento esterno negli affari del paese, che solo peggiorerebbe la crisi e avrebbe conseguenze in tutta la regione. Per il rappresentante della Bolivia, il voto contrario veniva motivato con la richiesta all’Assemblea di esaminare attentamente ciò che stava accadendo in Siria, essendo evidente che nessuno conosceva esattamente la situazione reale. Ci si trovava di fronte ad una opposizione visibile e ad un governo pronto ad intraprendere significative riforme, in parte già avviate: “vi erano due possibili vie per porre termine alla situazione siriana, la prima essendo la ‘via libica’, in cui le NU avevano rilasciato un ‘lasciapassare per l’intervento’ per giustificare un mutamento di regime mediante uan risoluzione del C.d.s. Quel testo aveva in realtà provocato ulteriore destabilizzazione; si aggiungeva temersi che non si fossero tratte le dovute lezioni da quella situazione: l’anno scorso era stato il C.d.s., quest’anno tocca all’Assemblea generale. L’altra strada possibile sarebbe una soluzione pacifica, con gli sforzi compiuti dal popolo, senza intervento straniero”.
 
In tali dichiarazioni appare significativa la riaffermazione del principio di sovranità e di non ingerenza nei fatti interni, nonché del divieto del mutamento di regime dall’esterno. La manifestazione a favore di tali principii da parte degli Stati non associatisi alla risoluzione esprime contrarietà e fermo nei confronti della formazione di norme generali contrapposte, che la raccomandazione dell’Assemblea generale, pur approvata (a maggioranza), non può scalzare.
 
Né vanno in senso contrario le ris. 2042 del 14 aprile del 2012 e 2043 del 21 aprile 2012, stabilenti l’invio in Siria di una Missione di supervisione attraverso osservatori, che è stato avviato con il consenso del governo siriano. Ciò è stato ad esempio sottolineato dal delegato russo che ha preso in considerazione “la prerogativa del governo siriano di accettare e di accogliere la Missione di osservazione sul suo territorio”. Pure nel senso del rispetto dell’indipendenza, sovranità, unità e integrità territoriale della Siria e delle scelte del suo popolo è la dichiarazione del delegato cinese, essendo chiaro che “la Missione rispetterà pienamente la sovranità della Siria, agirà nello stretto rispetto del mandato del C.d.s., svolgerà il suo compito in modo neutrale, obiettivo e giusto”. Significativa, nella dichiarazione russa a proposito della ris. 2043, è l’affermazione auspicante che “tutte le parti applichino senza riserve le disposizioni della risoluzione. Ogni deviazione, sia per quel che riguarda le disposizioni stesse o la loro interpretazione, sarà inaccettabile. Il modello libico deve definitivamente appartenere al passato”.
 
Un’affermazione che non assolve quanto perpetrato ai danni della Libia e non giustifica i “Pilati” di allora, ma ci si augura costituisca un punto fermo per l’avvenire [12]. Anche se coloro che agognano al mutamento di regime in Siria non esiteranno ad avvalersi di tutti i mezzi per tale obiettivo, compresa l’attribuzione al legittimo governo di Damasco di massacri ed altre imprese criminali che sono leggibili solo nell’interesse delle forze ribelli e dei loro protettori occidentali nella loro bramosia di un mutamento di regime in Siria: in quanto operazioni costituenti pretesti – comunque giuridicamente di nessuna validità, l’intervento “umanitario” non essendo consentito, checché si schiamazzi in contrario – per sciagurate velleità di intervento militare contro la Siria [13]. Al fine di replicare dunque il crimine compiuto ai danni della Libia e proseguire negli sforzi di restaurazione colonialistica.
 

 
[1] Sulla sua figura e opera, per tutti, DEL BOCA, Gheddafi. Una sfida dal deserto, Bari, 2010. Sull’aggressione SINAGRA, L’intervento militare in Libia e il diritto internazionale, in Atti del Convegno in memoria di Luigi Sico, p. 498 ss., Napoli, 2011; VILLANI, L’intervento militare in Libia: responsibility to protect o…responsabilità per aggressione?, in I diritti dell’uomo-cronache e battaglie, 2011, n.2.
 
[2] In questa seconda parte preferiamo parlare di “ribelli” più che di “insorti”, maturata la convinzione trattarsi di elementi privi complessivamente di una loro autonomia nei confronti dei veri attori, gli Stati occidentali.
 
[3] Così dal “New York Times” del 14 aprile 2012 (che cita un rapporto elaborato a febbraio dal “NATO Joint Analysis and Lessons Learned Center” in Portogallo).
 
[4] Si veda Una vittoria per il popolo libico? I dieci miti che hanno più inciso sulla guerra contro la Libia, in www.resistenze.org, n. 378 del 28 settembre 2011.
 
[5] Viene menzionato, fra gli elementi che hanno portato alla “condanna” di Gheddafi, il contratto sull’energia in corso di elaborazione con la russa Gazprom: cfr. su ciò Milosevic, Saddam, Gheddafi. Giustizia del linciaggio e geopolitica, http://www.resistenze.org, n. 398 del 1 marzo 2012. Si veda anche Il crimine di Gheddafi: far funzionare l’economia della Libia a vantaggio dei libici, in www.resistenze.org, n. 410 del 21 maggio 2012.
 
[6] Cfr. Un anno dopo la filo-imperialista rivolta. La Libia sprofonda nel caos, in www.resistenze.org, n. 398 del 1 marzo 2012.
 
[7] Così sul “Manifesto” del 29 aprile 2012.
 
[8] Nel senso che il C.d.s. procede da una situazione di fatto, comunque stabilita, che considera pericolosa sotto il profilo della pace, senza valutare come a tale situazione si sia pervenuti, magari in violazione della Carta o di principii fondamentali del diritto internazionale o di stesse proprie risoluzioni relative alla situazione in esame. Quest’ultimo è specificamente il caso della Libia rispetto alla ris. 1973, fra altri esempi quello dell’Iraq, preso in esame da ZOLO, La risoluzione 1546: un atto legittimo, una scelta infausta, in Emergency, giugno 2004, p.29 (a proposito dell’Iraq). Cfr. le nostre considerazioni in BERNARDINI, Ego te baptizo carpam: realtà e mistificazione giuridica nella perdurante guerra di aggressione all’Iraq, in I diritti dell’uomo – cronache e battaglie, 2004, n.3, nota 65.
 
[9] Cfr. CONFORTI-FOCARELLI, Le Nazioni Unite, Padova, 2010, pp. 241 ss., 260 ss., 291 ss., per diversi tipi di misure particolarmente intrusive, riportabili ad una funzione di Nation- o State-building.
 
[10] Né si trascuri la perdurante incombenza della NATO, su cui La Nato resta in Libia, www.resistenze.org, n. 378 del 23 settembre 2011. In particolare per una dichiarazione dell’esperto militare russo Igor Korotchenko, direttore del periodico “La difesa nazionale”: “Sin dall’inizio le azioni della NATO in Libia erano una violazione delle norme del diritto internazionale, poiché si trattava di sostenere la rivolta armata contro il governo legittimo. La decisione dell’Alleanza di prorogare il suo mandato è un segno, innanzitutto, del fatto che sul territorio libico restano focolai di resistenza armata. Seconda cosa. L’Alleanza ha dichiarato che, in caso di lotta partigiana da parte di Gheddafi e dei suoi seguaci, essa è pronta a mettere in opera il suo arsenale nucleare. È chiaro che le norme fondamentali del diritto internazionale in Libia si sono calpestate”.
 
[11] Cfr. Il terrorismo anti-siriano e i suoi collegamenti internazionali, in www.resistenze.org, n. 407 del 27 aprile 2012.
 
[12] Cfr. BERNARDINI, Qualche po’ di igiene giuridica, in Riv. coop. giur. int., 2012, n. 40, p. 7 ss.
 
[13] Cfr. su ciò Resistenza siriana, menzogna e naufragio dell’Impero, in www.resistenze.org , n. 411 del 29 maggio 2012, per tutti i dubbi suscitati dall’attribuzione quantomeno esclusiva al governo siriano del massacro di Hula, con l’osservazione: “vale la pena di farsi una domanda: il governo siriano che tanto ha lavorato negli ultimi tempi perché gli osservatori ONU arrivassero e il cui esercito sta difendendo il paese dall’azione di bande mercenarie e truppe speciali delle grandi potenze, dopo poche ore, proprio in questo momento, uccide 92 persone, in un quartiere sempre assediato dagli invasori? Può essere il segretario dell’ONU tanto ingenuo da credere a questa incoerenza, che significa esattamente quello che la Siria sta cercando disperatamente di evitare, un’invasione della NATO e delle sue truppe mercenarie?”. E conclusivamente LOSURDO, News management multimediale, costruzione dell’ennesimo “nuovo Hitler” e preparazione della guerra. Industria dell’indignazione e preparativi di guerra, in www.resistenze.org , n. 400 del 13 marzo 2012, con la rievocazione dei finti massacri di Timisoara e di Racak, con le loro false attribuzioni: “il dileguare della memoria storica è funzionale alla preparazione della guerra. Obama e i suoi alleati hanno fretta di scatenare i loro bombardieri e di riservare anche al presidente siriano il destino di linciaggio, tortura e morte già inflitto a Gheddafi…[Secondo un articolo di Alex de Waal sull’ “International Herald Tribune” del 10-11 marzo 2012]: Quali sono le conseguenze dei continui appelli all’intervento militare? Nei ribelli ciò provoca un perverso incentivo a scalare la violenza etnica in modo da provocare una risposta militare internazionale. Naturalmente, questo è per l’appunto l’obiettivo perseguito dalle cancellerie occidentali e in primo luogo dall’inquilino della Casa Bianca, imbaldanzito nel suo cinismo dal perseguimento del Premio Nobel per la Pace…Le grida isteriche a favore della guerra umanitaria contribuiscono a provocare quei massacri che pure esse pretendono di condannare”. Non si è voluto qui trattare, fra i motivi dell’accanimento antisiriano, della collocazione internazionale dell’attuale Siria, in particolare per il rapporto con un altro Stato “indipendentista” come l’Iran.
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www.resistenze.org – popoli resistenti – libia – 01-02-12 – n. 394