Tatiana Bogdanova

Alla Comune di Parigi Image

ELYA EHRENBURG
LA PIPA DEL COMUNARDO (1922)

Esistono tante splendide città, una tra tutte, la vera superlativa, è Parigi; dove ridono allegramente le donne spensierate, sotto le larghe fronde dei castagni i bellimbusti bevono dei liquori rosso-rubino e migliaia di luci sciamano, rispecchiandosi nell’ardesia tirata a lucido delle ampie piazze.
Il muratore, Louis Roux, nacque a Parigi. Ed era memore di quei «giorni di giugno» del 1848. Aveva sette anni allora e aveva fame. Come il pulcino di un corvo, silenziosamente, apriva la bocca e attendeva; attendeva invano: suo padre, Jean Roux, non aveva pane. Aveva solo un fucile, ma non si poteva mangiare un fucile. Louis si ricordava bene quel mattino d’estate, quando il padre puliva il fucile e la madre piangeva, asciugandosi il viso con il grembiule. Louis corse dietro al padre – credeva che il padre, con il fucile pulito, volesse uccidere il fornaio e prendersi la pagnotta di pane più grossa che ci fosse, più grande di Louis, grande quanto una casa. Ma il padre si incontrò con tanti altri uomini che pure avevano dei fucili in mano. Tutti insieme si misero a cantare e gridare: «Pane! Pane!..»
Louis si aspettava che, in risposta a canti così meravigliosi, piovessero fittamente da ogni finestra: panini, croissant e focacce. Invece si sentì un forte fracasso e da ogni parte piovvero fittamente pallottole. Uno degli uomini che gridava: «Pane! Pane!», – urlò: «Ma che male!» – e cadde. Allora il padre e gli altri uomini fecero delle cose incomprensibili rovesciarono per terra due panchine, da un cortile portarono una grossa botte di legno, un tavolo rotto e perfino una grande gabbia-pollaio. Disposero il tutto attraverso la strada e si distesero per terra. Louis capì che gli adulti stanno giocando a nascondino. Poi loro spararono con i fucili e qualcuno sparò loro contro. E dopo arrivarono altri uomini ancora. Avevano anch’essi dei fucili in mano, ma sorridevano allegramente, sui loro copricapo brillavano dei fregi bellissimi e tutti li chiamavano: «soldati della guardia». Questi uomini presero il padre e lo portarono lungo il boulevard St-Martin. Louis credette che gli allegri soldati della guardia ora avrebbero dato al padre da mangiare e li seguì, pur se era ormai troppo tardi per gironzolare tutto da solo per un bambino così piccolo. Sul viale ridevano spensieratamente le donne, i bellimbusti, sotto le larghe fronde dei castagni, bevevano i loro liquori rosso-rubino e migliaia di persone sciamavano, rispecchiandosi, sull’ardesia tirata a lucido del marciapiede. Nei pressi di porte St-Martin, una delle donne spensierate, seduta al tavolino di un caffè, gridò ai soldati della guardia: «A che serve portarlo tanto lontano? Può benissimo ricevere anche qua la sua porzione…»
Louis corse vicino alla donna ridente e, silenziosamente, proprio come un pulcino del corvo, aprì la bocca. Una delle guardie impugnò il fucile e sparò di nuovo. Il padre fece un solo grido e stramazzò al suolo e la donna rise. Louis si lanciò verso il padre, si aggrappò alle sue gambe, ancor saltellanti, come se, pur da disteso, il padre volesse andar avanti; e si mise a strillare.
La donna allora disse: «Uccidete anche il cucciolo!..»
Un bellimbusto, invece, al tavolino vicino, che beveva il liquore rosso-rubino, contraddisse: «E chi lavorerebbe allora?»
Così Louis rimase vivo. Dopo un giugno minaccioso arrivò un silenzioso luglio, nessuno più cantò e non sparò più nessuno. Louis crebbe e si mostrò degno della fiducia del bellimbusto buono. Suo padre, Jean Roux, era stato muratore e divenne muratore Louis Roux. Indossando larghe braghe di velluto e una blusa blu, costruiva le case, costruiva d’estate e d’inverno. La splendida, la superlativa Parigi voleva esserlo molto di più ancora, e Louis era lì, dove venivano costruite le strade nuove, la Place de l’Etoile a raggiera lucente, i larghissimi boulevards des Osman e des Malesherbes, inverditi dalla piantagione dei castagni, la solenne prospettiva principale – avenue de l’Operà, con i suoi edifici ricoperti ancora dai ponteggi, ma dove dei mercanti impazienti portavano già le loro rare merci: pellicce, pizzi e merletti, pietre preziose, gioielli. Costruiva dei teatri e delle botteghe, dei caffè e delle banche, edificava dei palazzi stupendi, affinché le donne spensierate, mentre per le strade soffiava il ventaccio gelido dalla Manica e nelle mansarde i corpi degli operai si agghiacciavano dall’umidità fredda delle nebbie novembrine, potessero continuare a sorridere spensieratamente; costruiva dei bar, affinché, nelle notti buie senza stelle, i bellimbusti non smettessero di bere liquori rosso-rubino. Sollevando le pietre pesanti, edificava un leggerissimo manto della città, la vera superlativa tra tutte le altre – Parigi.
Fra le migliaia di operai, fra le cosiddette Bluse blu, c’era uno di nome Louis Roux con le braghe di velluto impolverate di calce, con un cappello piatto a larghe falde, con una pipa d’argilla tra i denti, che, come migliaia di altri come lui, lavorava onestamente alla grandiosa bellezza del Secondo Impero.
Costruiva case meravigliose, ma personalmente di giorno stava sui ponteggi, di notte, invece, si coricava in una fetida stanzuccia in rue de Veuve Noire, al bourg St-Antoine. La stanzetta odorava di latte di calce, di sudore, del pessimo tabacco da quattro soldi; tutta la casa puzzava di gatti e di biancheria sporca; invece la rue de Veuve Noire, come tutte le stradine del bourg St-Antoine, era impregnata dall’odore nauseante di sugna dei bracieri dei venditori ambulanti di patatine fritte, dall’odore insulso delle macellerie equine con la carne di cavallo color viola, di aringhe, di pozzi neri e di fumo acre delle stufette. Dopotutto non è mica per la rue de Veuve Noire, ma per i viali larghissimi profumati di mughetti, di mandarini e dei tesori di profumeria della rue de la Paix – per questi viali e per l’Etoile a raggiera lucente, dove di giorno oscillavano sui ponteggi le Bluse blu, Parigi era denominata la vera superlativa tra tutte le altre.
Louis Roux costruiva caffè e bar: portava di peso le grosse pietre per il Cafè du régence – prediletto dai giocatori degli scacchi; per Cafè Anglais – un ritrovo degli snob, dei proprietari di cavalli da corsa e degli stranieri illustri; per la Taverne Madrid, che radunava tra le sue mura gli attori di venti teatri diversi, e per moltissimi altri edifici dignitosi. Ma Louis Roux, dal giorno della morte di suo padre, neppure si avvicinò ai caffè ormai costruiti definitivamente e neanche una volta assaggiò uno di quei liquori rosso-rubino. Quando riceveva dalle mani dell’appaltatore alcune monetine bianche, queste monete se le prendeva un vecchio oste in rue de Veuve Noire, restituendo a Louis alcune grosse monete nere e gli versava in un boccale del liquido opaco. Louis d’un fiato beveva l’assenzio ed andava a dormire nel suo bugigattolo.
Quando, invece, non c’erano né monete bianche, né nere, né assenzio, né pane, né lavoro, Louis raccoglieva dal fondo della tasca un pizzico di tabacco o per strada un mozzicone di sigaretta, riempiva la pipa d’argilla e, fumando, s’incamminava per le stradine del bourg St-Antoine. Non cantava e non urlava «Pane! Pane!», come fece un giorno suo padre, Jean Roux, perché non aveva un fucile per sparare, né un figlio, che spalancasse la bocca come il pulcino d’un corvo.
Louis Roux costruiva le case, in modo che le donne di Parigi potessero ridere spensieratamente, ma, sentendo le loro risa, si scostava intimorito; così rise un giorno una donna al caffè sul boulevard St-Martin, quando Jean Roux stava disteso sul lastrico, cercando da disteso di andare avanti. Sino a venticinque anni Louis non ebbe mai vicino una giovane donna. Quando compì venticinque anni traslocò da una mansarda della rue de Veuve Noire in un’altra e gli capitò quel che succede, prima o poi, a tutti gli uomini. In una mansarda adiacente abitava una giovane lavoratrice a giornata, Julietta. Una sera Louis si incontrò con Julietta sulla stretta scala a chiocciola, fece una puntatina da lei per prendere dei fiammiferi, perché il suo acciarino si era consumato, e, una volta entrato – ne uscì soltanto all’alba. Il giorno dopo Julietta traslocò, portando nella mansarda di Louis due camicie, una tazza, una spazzola da pavimenti e divenne sua moglie, e ancora un anno dopo nella mansarda apparve un inquilino nuovo, che fu registrato presso il municipio con nome di Paul Marie Roux.
In questo modo Louis conobbe una donna, ma a differenza di tante altre donne, di cui era così fiera la superlativa Parigi, Julietta mai rise spensieratamente, anche se Louis Roux l’amava forte; così come è capace di amare veramente un muratore che sappia sollevare pesanti pietre e costruire magnifiche case. Probabilmente, Julietta non rideva mai perché abitava in rue de Veuve Noire, dove un giorno aveva riso spensieratamente solo una vecchia lavandaia, Mary, mentre la stavano portando via per ricoverarla al manicomio. E’ probabile che non ridesse anche per il fatto d’avere due camicie sole e Louis, non avendo spesso nelle tasche né monete bianche né nere e cupamente brancolava con la pipa tra i denti per le stradine del bourg St-Antoine, non poteva darle neppure una moneta gialla per comprarsi un nuovo abito.
Nella primavera del 1869, quando Louis Roux aveva ventotto anni e suo figlio, Paul, due anni, Julietta prese due camicie, una tazza, una spazzola da pavimenti e traslocò nell’appartamento del macellaio che vendeva la carne equina in rue de Veuve Noire. Lasciò Paul al marito, in quanto il macellaio era un uomo nervoso e, amando le giovani donne, non amava bambini. Louis prese il figlio in braccio, lo cullò in modo che non piangesse, lo cullò senza saperci fare – era abile a sollevare pietre, non bimbi – e si avviò con la pipa tra i denti per le stradine del bourg St-Antoine. Amava molto Julietta, tuttavia comprendeva che aveva agito bene: il macellaio aveva tante monete gialle, poteva perfino traslocare in una via più bella, e così Julietta finalmente avrebbe potuto ridere spensieratamente. Gli vennero in mente le parole di suo padre, Jean, mentre usciva da casa in una mattina di giugno con un fucile appena pulito, che, rivolgendosi alla madre di Louis che stava piangendo, disse: «Io debbo andare e tu, donna, devi cercare di trattenermi. Un gallo cerca un posatoio più alto, una nave – il mar aperto, una donna – la vita comoda. C’est la vie.»
Adesso, ricordando le parole del padre, Louis ancora una volta credette d’aver ragione, cercando di trattenere Julietta, ma che pure Julietta avesse ragioni da vendere, andando a vivere dal macellaio ricco.
Louis riprese di nuovo a costruire case e in più badava al figlioletto. Ma da lì a poco iniziò la guerra e la superlativa Parigi fu circondata dai prussiani malvagi. Nessuno più volle costruire le case e i ponteggi degli edifici non terminati rimasero vuoti. Le palle dei cannoni dei prussiani, cadendo, demolivano molti stupendi palazzi della superlativa Parigi, per l’edificazione dei quali avevano faticato con sudore in fronte Louis Roux e gli altri muratori. Louis non aveva lavoro, non aveva pane e Paul di tre anni aveva già imparato a spalancare, silenziosamente, la bocca come il pulcino del corvo. A questo punto a Louis diedero un fucile. Prendendolo nelle mani, non andò a cantare e gridare: «Pane! Pane!», ma come tante altre migliaia di muratori, carpentieri e fabbri, a difendere dai prussiani malvagi la vera superlativa tra tutte le città – la magnifica Parigi. Al piccolo Paul diede asilo una donna buona, madame Moreau, una fruttivendola. Louis Roux insieme alle altre Bluse blu, nel gelo invernale, scalzo, nei pressi di fort St-Vincent, faceva rotolare le palle da fuoco verso un cannone e il cannone sparava contro i prussiani malvagi. Per lunghi giorni non mangiò nulla – a Parigi regnava la carestia. Patì il congelamento degli arti inferiori – l’inverno dell’assedio si distinse per il freddo senza precedenti. Le palle dei cannoni prussiani colpirono il fort St-Vincent e le file delle Bluse blu si diradarono in modo impressionante, tuttavia il muratore Louis Roux, non abbandonò il suo posto vicino ad un piccolo cannone: difendeva Parigi. La vera superlativa tra le città si meritava, veramente, una tale difesa. Ma, nonostante fame e freddo, sciamavano le luci, rispecchiandosi nell’ardesia tirata a lucido, sui boulevards des Italiens e des Capucines; permaneva un sorriso spensierato sui visi delle donne e non diminuivano i liquori rosso-rubino per i bellimbusti.
Louis Roux sapeva che non c’era più l’imperatore e che ora a Parigi c’era la Repubblica. Facendo rotolare le palle da fuoco verso il cannone, non aveva tempo per fermarsi e riflettere su che cosa fosse la «Repubblica», però le Bluse blu, che arrivavano da Parigi, dicevano che i caffè dei grandi viali del centro erano, come prima, pieni di donne spensierate e di bellimbusti. Louis Roux, ascoltando il loro mormorio rabbioso, si rendeva conto che a Parigi non era cambiato nulla, che la Repubblica non si trovava in rue de Veuve Noire, ma nei larghissimi viali di place de l’Etoile a raggiera lucente, e che non appena il muratore sarà riuscito a scacciare i prussiani malvagi, il piccolo Paul continuerà nuovamente a spalancare invano la bocca. E, pur sapendolo, Louis Roux non lasciò il suo posto vicino al cannone ed i malvagi prussiani non riuscivano ad entrare a Parigi.
Ma arrivò un mattino, quando ricevette l’ordine di abbandonare il cannone e tornare in rue de Veuve Noire. La gente che si chiamava «Repubblica» e che era, evidentemente, composta dalle donne spensierate e dai bellimbusti, fece entrare dei prussiani malvagi nella superlativa Parigi. Louis Roux con la pipa tra i denti, cupo e accigliato, riprese a camminare senza meta per le stradine del bourg St-Antoine.
I prussiani arrivarono e se ne andarono, ma nessuno riprese a costruire le case. Paul, come il pulcino del corvo, spalancava la bocca e Louis Roux si mise a pulire il fucile. Allora sui muri fu affissa un’ordinanza minacciosa, affinché le bluse blu consegnassero tutti i fucili – le donne spensierate e i bellimbusti, che si chiamavano «Repubblica», si ricordavano bene le giornate di giugno del 48.
Louis Roux non voleva restituire il suo fucile e come lui tutte le altre bluse blu del bourg St-Antoine e di tante altre borgate. Tutti loro uscirono per strada coi fucili in mano e spararono. Questo avvenne in una serata piuttosto calda agli inizi di una primavera parigina.
Il giorno dopo, Louis Roux, vide trascinarsi lungo le vie della capitale delle carrozze lussuose, dei cocchi dondolanti, dei furgoni e dei carri. Sui carri si trovava ogni sorta di ricchezza e nelle carrozze stavano sedute le persone, che Louis Roux era abituato scorgere nei caffè dei grandi viali o al Bois de Boulogne. Tra loro c’erano i minuscoli generali coi chepì color lampone e con dei baffi minacciosamente pendenti; le giovani donne con le gonne sulle crinoline adornate dai preziosi merletti; gli abati flaccidi con le sottane viola; i vecchi bellimbusti luccicanti coi loro cilindri color sabbia, rossicci e neri; giovani ufficiali che mai avevano prestato servizio né al fort St-Vincent né agli altri forti; gli altezzosi lacchè calvi; i cagnolini con fiocchetti sul pelo ben spazzolato, lucido e setoso, e persino i pappagalli chiassosi. Tutti quanti loro si precipitavano verso la frontiera de Versailles. E quando Louis Roux, di sera, si avviò verso la place de l’Operà, vide soltanto dei caffè desolati, dove i bellimbusti non bevevano più i loro liquori rosso-rubino e dei negozi sbarrati da assi di legno, nei pressi dei quali non ridevano donne spensierate. La gente, gli abitanti dei quartieri Champs Elysées, l’Operà, Saint Germain, seccata terribilmente dal comportamento delle Bluse Blu, che si rifiutavano di consegnare le armi, lasciò la superlativa Parigi, e gli specchi dell’ardesia tirata a lucido dei marciapiedi, non riflettendo più le luci che erano spente, nereggiavano malinconicamente.
Louis Roux notò che tutta la «Repubblica» era andata via dentro le carrozze lussuose ed i furgoni. Così domandò alle altre Bluse Blu: chi era rimasto invece – gli risposero: la «Comune di Parigi», e Louis comprese che la Comune di Parigi dimorava assai vicino alla rue de Veuve Noire.
Tuttavia i bellimbusti e le donne spensierate, che lasciarono Parigi, non volevano scordare la vera superlativa tra le città. Non desideravano renderla a muratori, carpentieri e fabbri. E le palle dei cannoni iniziarono nuovamente a demolire gli edifici, ma adesso non le mandavano i prussiani malvagi, ma i bravi abitué del Café Anglais e degli altri. E Louis capì che doveva ritornare al suo posto al fort St-Vincent. Madame Moreau, la fruttivendola, che non era solo una donna buona, ma anche una buona cattolica, rifiutò di tener a casa sua il figlio di uno di quegli atei che si macchiarono di sangue, uccidendo il vescovo di Parigi, perciò Louis Roux mise la pipa tra i denti, il figlio Paul sulle spalle e si avviò verso il fort St-Vincent. Rotolava le palle verso il cannone e il piccolo Paul giocava con i bossoli vuoti. Di notte il bambino dormiva nella casetta del guardiano della stazione di pompaggio d’acqua di fort St-Vincent. Il guardiano aveva regalato a Paul una pipa d’argilla nuova di zecca, identica a quella che fumava suo padre, Louis Roux e un pezzetto di sapone. Adesso Paul, quando si stufava di ascoltare gli spari e di guardare un cannone che sputava fuoco e palle, poteva mettersi a fare le bolle di sapone. Variopinte: azzurre, rosa e lilla, e somigliavano tanto ai palloncini che si compravano ai bambini vestiti a festa nel Jardin Tuileries le donne spensierate e i bellimbusti. Sebbene le bolle del figlio di una blusa blu vivessero solo un attimo e i palloncini, legati forte ad un filo, dei bambini del quartiere Champs Elysées, una giornata intera, tuttavia entrambi erano bellissimi e comunque morivano presto ambedue. Paul, lanciando in aria le bolle di sapone, dimenticava di spalancar la bocca e attendere un tozzo di pane. Quando si avvicinava agli uomini, chiamati da tutti «comunardi», tra cui c’era Louis Roux, e, imitando il padre, con importanza stringeva tra i denti la sua pipa vuota, questi uomini si dimenticavano per un minuto del cannone e con dolcezza dicevano a Paul: «Sei un vero comunardo, piccolo!»
Le bluse blu avevano pochi cannoni e munizioni e perfino le stesse bluse blu non erano poi tanto numerose. Invece la gente che era andata via da Parigi e che abitava adesso nell’ex residenza dei re di Francia – Versailles, ogni giorno portava dei soldati nuovi, reclutati tra i gretti figli dei contadini francesi limitati mentalmente e i cannoni nuovi, regalati dai prussiani malvagi, avvicinandosi sempre più e più ai bastioni che circondavano la superlativa Parigi. Molti forti oramai erano nelle loro mani e nessuno più arrivava per dare il cambio ai cannonieri morti ammazzati che, insieme a Louis Roux, difendevano il fort St-Vincent. Il muratore, a questo punto, faceva tutto da solo: rotolava le palle del cannone, lo armava e sparava e lo aiutavano soltanto altre due bluse blu, rimaste vive.
Nell’ex residenza dei re di Francia regnava l’euforica allegria. I caffè provvisori all’aperto, costruiti in fretta e furia con assi di legno, non riuscivano a far fronte a tutti quelli che desideravano liquori rosso-rubino. Gli abati con le sottane viola servivano dei te deum pomposi. I generali, carezzandosi i lunghi baffi minacciosi, discutevano allegramente con gli ufficiali prussiani. I lacchè calvi già si affaccendavano attorno alle valigie dei padroni, preparandosi al ritorno nella vera superlativa tra tutte le città. Un parco stupendo, costruito sulla pelle di ventimila lavoratori, che scavarono giorno e notte la terra, aprirono dei varchi nel bosco, prosciugarono le paludi per non sgarrare ai tempi stabiliti da Re Sole: era adesso tutto adornato con le bandiere della vittoria. Di giorno i trombettieri di rame gonfiavano le guance, i tritoni di pietra delle nove grandi fontane e quaranta piccole versavano lacrime di ipocrisia, di notte invece, quando a Parigi dissanguata le luci spente non sciamavano, rispecchiandosi, nell’ardesia tirata a lucido delle ampie piazze, brillavano tra il fogliame della vegetazione del parco i monogrammi trionfanti dei lumini.
Il tenente dell’armata nazionale francese, François de Mognane, aveva portato alla sua fidanzata, Gabrielle de Bonivée, un bouquet di delicatissimi gigli, a testimonianza della propria nobiltà d’animo e dell’innocenza dei suoi sentimenti. I gigli immediatamente trovarono posto in un portbouquet d’oro tempestato di zaffiri, comprato a Versailles da un orafo di rue de la Paix, che aveva fatto in tempo a portar fuori da Parigi tutte le sue gioie preziose il giorno prima dell’insurrezione. Il bouquet era stato offerto, inoltre, per celebrare la vittoria: François de Mognane lasciò per un giorno soltanto il fronte parigino. Aveva raccontato alla fidanzata che i rivoltosi erano stati oramai sconfitti. L’indomani i suoi soldati avrebbero preso il fort St-Vincent ed avrebbero fatto ingresso a Parigi.
«Quando inizia la stagione dell’Operà?» – domandò Gabrielle.
Con ciò si abbandonarono al cinguettio amoroso, così naturale e ovvio fra un eroe fidanzato arrivato dal fronte e una fidanzata che gli stava ricamando una borsetta da tabacco di raso. Nel culmine di una tenerezza particolare, stringendo, con la sua eroica mano, di uno che aveva partecipato alla marcia assai difficile, il bustino color albicocca di Gabrielle, François disse: «Tesoro mio, se solo sapessi quanto sono brutali questi comunardi! Ho visto nel binocolo come al fort St-Vincent un bimbo piccolissimo sparava dal cannone. E pensa un po’, questo piccolo Nerone già fuma la pipa!..»
«Ma voi riuscirete ad ammazzarli tutti insieme ai figli, non è così, mio caro!» – cinguettò Gabrielle e il suo seno si mosse ancor più fortemente e velocemente sotto la mano dell’eroico partecipante alla marcia.
François de Mognane sapeva quel che diceva. La mattina dopo i soldati del suo reggimento ebbero l’ordine di assaltare il fort St-Vincent. Louis Roux, con altre due bluse blu rimaste vive, sparava contro i soldati. A questo punto François de Mognane ordinò di alzare la bandiera bianca e Louis Roux, che aveva sentito da qualcuno che la bandiera bianca significava pace, smise di sparare. Credeva che i soldati, avessero avuto pietà della superlativa tra tutte le altre città e desiderassero finalmente fare la pace con la Comune di Parigi. Le tre bluse blu, sorridendo e fumando le pipe, attendevano i soldati e il piccolo Paul, che non aveva più sapone per fare le bolle e, imitando in tutto il padre, teneva la pipa in bocca, sorrideva anche. Quando i soldati si avvicinarono rasenti al fort St-Vincent, François de Mognane affidò a tre di loro, tiratori scelti della Savoia alpina, il compito di uccidere gli insorti, disponendo che soltanto il piccolo comunardo fosse arrestato vivo, per poterlo mostrare alla fidanzata.
Gli alpini di Savoia sapevano sparare e, entrando finalmente al fort St-Vincent, i soldati lo poterono costatare per l’ennesima volta, vedendo i corpi di tre uomini con le pipe distesi per terra vicino al cannone. Ai soldati era capitato di vedere tanta gente morta ammazzata, perciò non si stupirono. Ma, vedendo sopra il cannone un piccolo bimbo con la pipa, si persero d’animo e ricordarono – alcuni Gesù santo, altri – un migliaio di diavoli.
«Com’è che ti trovi qua, brutta cimice?» – domandò uno dei savoiardi.
«Sono un vero comunardo» – rispose Paul Roux, sorridendo.
I soldati volevano finirlo a colpi di baionetta, ma il caporale disse che il capitano, François de Mognane, aveva dato l’ordine di accompagnare il piccolo comunardo in una delle undici aree create nella città, dove venivano radunati tutti i prigionieri.
«Chissà quanti dei nostri ha fatto fuori quest’angioletto?» – mormorarono i soldati, spingendo Paul a colpi di calcio dei fucili. Mentre il piccolo Paul, che non aveva mai ammazzato nessuno, ma lanciava solo le bolle di sapone dalla sua pipa, non riusciva a comprendere, perché questi uomini adulti lo rimproverassero e lo trattassero in malo modo.
Il prigioniero rivoltoso Paul Roux, a quattro anni dalla nascita, veniva accompagnato a Parigi, riconquistata dai soldati dell’Armata nazionale di Francia. Ancora nelle borgate nord si udivano sparatorie, le poche bluse blu rimaste si difendevano sino all’ultimo sangue e respiro, ma nei quartieri di Champs Elysées, l’Operà e nel nuovo quartiere dell’Etoile a raggiera lucente la gente già si divertiva. Era il miglior mese dell’anno – maggio, nei larghi viali fiorivano i castagni, sotto i quali, attorno ai tavolini di marmo dei caffè, le donne sorridevano spensieratamente e i bellimbusti bevevano liquori rosso-rubino. Mentre passava il corteo dei soldati, che accompagnava il piccolissimo comunardo, questa gente urlava, pretendendo che Paul venisse consegnato nelle loro mani. Ma il caporale ricordava bene l’ordine del suo capitano e lo proteggeva. Ben volentieri però, venivano consegnati gli altri prigionieri: uomini e donne, che prima venivano sommersi da sputi, poi massacrati di botte coi bastoni eleganti e, soltanto dopo, quando questa gente inferocita si stancava, i rivoltosi, consegnati al linciaggio della folla degli eletti della società francese, venivano finiti con la baionetta, presa a uno dei soldati che passava di là.
Paul Roux fu condotto nel Jardin du Luxembourg. Lì, davanti alla reggia, era stata recintata una vasta area per radunare i comunardi arrestati. Paul, con importanza infantile, camminava tra loro tenendo la pipa d’argilla in bocca e, desiderando consolare alcune donne che piangevano amaramente, diceva: «Sono capace di fare le bolle di sapone. Il mio papà, Louis Roux, fumava la pipa e sparava dal cannone. Sono un vero comunardo, io»
Le donne però, che avevano lasciato i loro bambini da qualche parte al bourg St-Antoine o nelle altre borgate di Parigi, che pure, probabilmente, amavano fare le bolle di sapone, nell’ascoltare il piccolo Paul, versavano lacrime ancor più amare.
Allora Paul si sedette sull’erba e si mise a pensare alle bolle di sapone, quant’erano belle: azzurre, rosa, lilla. Ma, dato che non era capace di pensare a lungo e dato che la strada dal fort St-Vincent al Jardin du Luxembourg era stata tanto lunga, assai presto Paul si addormentò, non mollando di mano la sua pipa d’argilla.
Mentre lui dormiva, due magnifici trottatori portavano lungo la strada di Versailles un leggero landò: il capitano, François de Mognane, accompagnava la fidanzata, Gabrielle de Bonivée, nella superlativa Parigi. E mai la meravigliosa Gabrielle de Bonivée era stata tanto meravigliosa come in quella giornata. L’ovale fine del suo viso faceva venire in mente i ritratti degli antichi maestri fiorentini. Indossava un vestito di un tenue color limone, adornato dai preziosi merletti intrecciati nel monastero Malines. Un elegante ombrellino preservava la sua delicata pelle, color petali di fior di melo, dai raggi diretti del sole di maggio. In effetti, lei era la più bella donna di Parigi e, sapendolo, sorrideva spensieratamente.
Non appena furono entrati in città, François de Mognane chiamò un soldato del suo reggimento e gli domandò dove si trovasse il piccolo prigioniero del fort St-Vincent. E, quando gli innamorati entrarono nel Jardin du Luxembourg e videro i vecchi castagni in fiore, l’edera sopra la Fontana de Médicis e il saltellar lungo i viali dei merli neri, il cuore di Gabrielle de Bonivée si riempì di una tale tenerezza che, stringendo la mano del promesso sposo, balbettò: «Mio caro, vivere è stupendo!..»
I prigionieri, una parte dei quali alla scadenza d’ogni ora veniva condotta alla fucilazione, accolsero i galloni del capitano con terrore; ognuno pensò che fosse arrivata la sua ora. Ma François de Mognane non prestò loro alcuna attenzione, stava cercando il piccolo comunardo e, trovandolo addormentato, lo fece svegliare con un leggero calcio. Il bambino, svegliandosi bruscamente, dapprima si mise a piangere, ma poi vedendo il volto allegro di Gabrielle, così differente dai visi delle altre donne che lo circondavano, si mise in bocca la sua pipa d’argilla, sorrise e disse: «Sono un vero comunardo.»
Gabrielle, soddisfatta, proferì: «Davvero, è così piccolo!.. Credo che loro nascano già assassini, bisogna sterminarli tutti, perfino quelli appena nati…»
«Ora lo hai visto, quindi si può eliminarlo» – disse Francois e chiamò un soldato.
Ma Gabrielle gli chiese di attendere un pochino. Desiderava prolungare la delizia di questa giornata incantevole e spensierata. Le venne in mente che una volta, passeggiando nel Bois de Boulogne durante una fiera, le era capitato di vedere una baracca con le pipe d’argilla appese e alcune giravano velocemente, mentre i giovanotti, che stavano attorno, sparavano dai fucili contro quelle pipe.
Anche se le radici di Gabrielle de Bonivée erano quelle di un nobile casato, le piacevano i divertimenti semplici dei popolani e, ricordandosi dell’attrattiva della fiera adesso, disse al fidanzato: «Voglio imparare a sparare. La moglie di un ufficiale dell’Armata nazionale francese deve saper tenere in mano un fucile. Permettimi, caro, di provare a centrare la pipa di questo piccolo boia.»
François de Mognane non rifiutava mai nulla alla fidanzata. Poco fa le aveva regalato una collana di perle da trentamila franchi. Poteva mai rifiutarle un divertimento innocente come questo? Prese il fucile dalle mani del soldato e lo diede alla fidanzata.
Nel vedere un fucile nelle mani della ragazza, i prigionieri si misero a scappare e si affollarono nell’angolo più lontano del recinto. Soltanto il piccolo Paul rimase tranquillo e fermo con la sua pipa, continuando a sorridere. Gabrielle voleva, invece, centrare una pipa-bersaglio mobile, perciò, mirando, disse al bambino: «Dài, scappa! Adesso sparo!..»
Ma Paul aveva visto spesso come la gente sparava dai fucili, perciò continuò tranquillamente a restare fermo. Gabrielle, perdendo la pazienza, sparò, ma dato che lo faceva per la prima volta, il suo bersaglio mancato era, ovviamente, del tutto scusabile.
«Mia cara,» – disse François de Mognane, – «sei molto più brava a trafiggere i cuori con le frecce d’amore, anziché le pipe d’argilla con le pallottole. Guarda, hai ammazzato questo piccolo bastardo, invece la pipa è rimasta intatta.»
Gabrielle de Bonivée nulla rispose. Si mise solo a respirare più frequentemente, fissando una piccola macchia rossa, e, stringendosi ancor più forte a François, propose di ritornare subito a casa, sentendo che aveva un irrefrenabile bisogno delle carezze languide del fidanzato.
Paul Roux, che aveva vissuto sulla terra soltanto quattro anni e che aveva amato più di ogni cosa al mondo lanciare dalla sua pipa d’argilla le bolle di sapone, rimase disteso immobile per terra.
Qualche tempo fa mi capitò di incontrare a Bruxelles un vecchio comunardo, Pierre Lautrec. Diventammo buoni amici e questo vecchio, assai solo nella vita, mi diede in dono l’unica sua ricchezza – una pipa d’argilla dalla quale, cinquant’anni prima, il piccolo Paul Roux faceva le bolle di sapone. Nel giorno di maggio, nel quale il piccolo insorto fu ammazzato da Gabrielle de Bonivée, Pierre Lautrec si trovava dentro il recinto dello Jardin du Luxembourg. Quasi tutti quelli che si trovarono lì imprigionati furono uccisi dai versaillesi. Pierre Lautrec rimase vivo, soltanto perché qualcuno dei bellimbusti si rese conto che alla superlativa Parigi, che vorrà diventarlo molto di più ancora, serviranno muratori, carpentieri e fabbri. Pierre Lautrec fu condannato a cinque anni di lavori forzati a Caienna, da dove fuggì in Belgio e, tra ogni tipo d’avversità della sua vita, portò intatta la pipa d’argilla, raccolta vicino al cadavere del piccolo comunardo, Paul Roux. Diede la pipa a me, e mi raccontò tutto quello che qui c’è scritto.
Mi capita spesso di avvicinare la pipa d’argilla alle mie labbra secche di rabbia. Avverto la leggerissima traccia di un respiro tenero e innocente, probabilmente, la traccia leggera delle bolle di sapone scoppiate una volta. Questo giocattolo del piccolo Paul Roux, ucciso dalla mano di una splendida fra le splendide donne, Gabrielle de Bonivée, una figlia della vera superlativa tra le città, Parigi, mi suggerisce un grande odio, cosicché, avvicinandola alle mie labbra, imploro: scorgendo una bandiera bianca mai abbassare l’arma, come fece il povero Louis Roux e, per amor di ogni gioia di vita, non tradire a fort St-Vincent, dove stanno lottando ancora, sino all’ultimo sangue e respiro, le tre bluse blu e un bambino che sta soffiando nel cielo le sue bellissime bolle di sapone.

Traduzione: T.B.

ELYA EHRENBURG, nato , 14 (16) gennaio 1891, Kiev –  morto il 31 agosto 1967 a Mosca!

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