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INDICE

Prefazione

Stalin come Robespierre

Connotati di classe dell’antistalinismo

Il rapporto «segreto» di Krusciov su Stalin

Stalin: un bilancio?

II testamento di Stalin
   a) L’internazionalismo proletario e i compiti storici dei partiti comunisti
   b) La pace e la guerra
   c) La costruzione del comunismo nell’Urss
      1 – la questione dello «sviluppo delle forze produttive»
      2 – La questione del superamento della proprietà colcosiana

Appendice: Il giuramento di Stalin alla morte di Lenin

Prefazione

La figura del segretario del partito comunista bolscevico e capo del governo sovietico, in uno dei periodi più difficili della storia dell’ U.R.S.S. (1923-1953) riteniamo che vada vista sullo sfondo dei drammatici e nello stesso tempo. grandiosi avvenimenti storici di quegli anni ed ha bisogno di essere storicamente approfondita. Il che non significa essere direttamente ispirati all’apologia e neppure alla preconcetta ostilità.

È con questa premessa che proponiamo ai compagni ed ai lavoratori coscienti questo breve testo: “Riflessioni su Stalin” di Franco Molfese, pubblicato per la prima volta nel 1982 sulla rivista “Ideologia Proletaria” e che resta, tuttora a nostro avviso, un serio e valido contributo alla riflessione.

Questo è il primo lavoro fatto dal centro documentazione popolare di Torino, per contribuire allo sviluppo di un dibattito politico e storico, dal punto di vista degli oppressi e dei lavoratori, con gli strumenti del marxismo e del leninismo. nella prospettiva del ribaltamento degli attuali rapporti di forza tra le classi

Stalin come Robespierre


Nella prima pagina del Manifesto del partito comunista Marx ed Engels osservano sarcasticamente che «uno spettro si aggira per l’Europa – lo spettro del comunismo», turbando i giorni e le notti di preti e coronati, ministri conservatori e liberali, radicali borghesi e poliziotti.
A 130 anni di distanza, quando il comunismo o, per essere più precisi, la contrastata e a volte tortuosa transizione dal capitalismo al socialismo sta divenendo una concreta realtà mondiale, ancora una volta uno «spettro» turba i giorni e le notti di borghesi grandi e piccoli, di preti e di intellettuali, di «progressisti» e democratici «puri», di «socialisti» e di reazionari: lo «spettro» di Stalin.

Stalin è morto 29 anni fa e il suo destino in vita ha avuto un aspetto comune a quello di molti altri uomini di grande rilievo storico che hanno guidato lotte durissime e decisive fra contrasti politici e sociali acuti: di avere, cioè, suscitato amore e odio intensi tra le masse umane, esaltazioni incondizionate, giudizi apologetici e condanne categoriche senza attenuanti. Quel che, peraltro, appare singolare nella «storia» della valutazione della figura di Stalin, è l’accanimento e la pervicacia con i quali i suoi detrattori, utilizzando le centomila bocche dei mezzi di comunicazione di massa attive nel mondo capitalistico, continuano a condannare, a falsificare o a tacerne l’opera pur dopo il trascorrere di un intero periodo storico. Dato che i procedimenti di tale instancabile campagna di tutti i settori della borghesia internazionale sono tutt’altro che scientifici e «storiografici», è evidente che una grande lotta politica e di classe continua a svolgersi intorno alla figura e all’opera di Stalin.

Un primo aspetto che colpisce l’osservatore è l’analogia della vicenda storica di Stalin con quella toccata a Robespierre: due grandi rivoluzioni, l’una borghese, l’altra proletaria; due dittature, quella giacobina e quella leninista-staliniana; due “Termidori”, ossia due colpi d’arresto, due riflussi, due assestamenti delle rispettive rivoluzioni, che coincidono all’incirca con la scomparsa dei due capi eminenti. L’analogia o, quantomeno, il precedente sembra estendersi anche alle vicende del giudizio storiografico. Robespierre per quasi un secolo venne considerato dagli storici e dai borghesi post-controrivoluzionari soltanto come il responsabile principale del terrore, il «mostro assetato di sangue», colui che aveva deviato il corso della rivoluzione dalle supposte idilliache destinazioni. Eppure col tempo, ossia seguendo il corso alterno delle lotte di classe in Francia per buona parte del secolo XIX (che furono essenzialmente una continuazione e uno sviluppo della grande rivoluzione) e con l’esperienza teorica e pratica delle nuove grandi rivoluzioni – proletarie questa volta – che, fra l’altro, riveleranno l’esistenza di determinate «leggi della rivoluzione», il giudizio degli storici più penetranti e via via il giudizio storico generale su Robespierre si modifica e infine si capovolge. Così si è visto che la grande rivoluzione borghese della Francia fu salvata dalla ferrea dittatura giacobina che organizzò la resistenza vittoriosa all’aggressione reazionaria esterna e lo schiacciamento di quella interna, trovando l’alleanza delle masse contadine. Inoltre si è compreso che soltanto la dittatura giacobina poté spingere l’eterogeneo moto politico rivoluzionario fino ai limiti politici e sociali estremi (temporaneamente sorpassandoli) compatibili in quel tempo con gli obiettivi perseguiti dalle forze motrici fondamentali della rivoluzione.

Si può intravedere qualcosa di simile nella valutazione dell’opera di Stalin? Riteniamo di sì per almeno tre ragioni di fondo. La prima, è che la figura di Stalin rimane emblematica per una parte considerevole del proletariato mondiale, di vari partiti del movimento comunista internazionale, dei combattenti antifascisti e dei popoli oppressi che si oppongono alla sua condanna. In secondo luogo, perché la Rivoluzione d’Ottobre «continua» nel nostro secolo sul piano mondiale attraverso i conflitti sempre più acuti fra imperialismo e socialismo. In terzo luogo, perché il giudizio su Stalin non è soltanto affare di studiosi versati nella particolare metodologia della storiografia ma appare sempre più come una questione di classe di importanza storica mondiale. Sull’antistalinismo della grande borghesia «laica» o clericale, «democratica» o autoritaria che sia, non c’è da spendere molte parole. Esso coincide con l’odio viscerale, classista verso il proletariato, il suo moto politico ed economico di emancipazione, la sua teoria rivoluzionaria, il suo potere, là dove è stato costituito. Essa non perdona a Stalin di essere stato l’organizzatore più intransigente della disfatta del fascismo, ma non può dirlo apertamente, in omaggio alla «democrazia» cui anche gli imperialisti e le multinazionali sono costretti oggigiorno a tributare i salamelecchi di rito. Un aspetto grottesco è certamente quello della virtuosa indignazione della grande borghesia per le «repressioni» staliniane nei confronti dei «rivoluzionari» che la grande borghesia, per parte sua, discrimina, perseguita, getta in carcere o sopprime fisicamente ogniqualvolta sia in condizione di farlo.

Connotati di classe dell’antistalinismo


Il discorso diviene più serio ed articolato per la piccola borghesia, che è il terreno d’elezione di un antistalinismo bifronte. Nella società capitalistica sviluppata, monopolistica, i vari strati sociali che si suole raggruppare sotto il termine comune di piccola borghesia, continuano a basarsi sulla piccola produzione, sulla piccola proprietà perlopiù parassitaria e sul commercio, anche se lo sviluppo di un’«economia sommersa» (il che significa in buona parte illegale) e del settore terziario dei servizi ausiliari della produzione e della distribuzione, accresce quantitativamente la piccola borghesia che si cimenta – congiuntura economica permettendolo – in imprese di varia natura di cui non poche superflue e talune decisamente dannose. Soggetta ad un ricambio incessante per cui una minoranza soltanto della piccola borghesia ascende al rango superiore mentre dall’altro lato settori consistenti slittano o franano continuamente nei ranghi del proletariato, la mentalità piccolo-borghese è necessariamente il riflesso dell’instabilità sociale, dell’insicurezza e dell’impotenza economica della classe. Essa si distingue perciò per la mancanza di energia e di grandi iniziative, per un timore cronico, per la contraddittorietà delle sue vedute culturali e filosofiche, sociali e politiche. Da una parte la piccola borghesia è pressata dalla grande borghesia le cui scelte economiche e politiche, messe in essere anche col mezzo dell’apparato statale, condizionano il tenore di vita e a volte l’esistenza stessa dei piccoli borghesi che nutrono così in quella direzione sentimenti di invidia, ammirazione, servilismo e sordo risentimento allo stesso tempo.

Sul versante opposto la piccola borghesia confina col proletariato che disprezza e teme e con il quale pure deve fare i conti giorno dopo giorno sia in prima persona, sia per conto della classe dominante. La sua posizione sociale la rende perciò oscillante, facilmente disorientata e incapace di centralizzazione sul piano politico. La piccola borghesia diviene perlopiù la base di massa dei regimi fascisti nei momenti di crisi della società e di acuta lotta di classe. In altri momenti, quando le crisi si avvicinano ma il proletariato non si solleva ancora, la piccola borghesia delega talvolta ai suoi giovani il compito di «arrabbiarsi» per le ingiustizie sociali, il che essi fanno manifestando a parole sentimenti sovversivi e di «estrema sinistra» ma nei fatti mostrando la consueta mancanza di fermezza, di disciplina, di tenacia nell’organizzazione e coltivando diffidenza e incomprensione per le ragioni del proletariato.

Di regola, dopo l’ondata «rivoluzionaria» i giovani arrabbiati piccolo-borghesi ricadono rapidamente nell’apatia nel «disimpegno» e non di rado fanno atto di sottomissione o si dedicano a coltivare le mode lanciate dalle «avanguardie» culturali borghesi. L’esempio dei giovani piccolo-borghesi «sessantottini» è lampante: partirono come «extra parlamentari» contestando stato e società borghesi, rifacendosi al pensiero di Mao; rivendicarono il potere all’«immaginazione» (il solo potere di cui erano provvisti) e al termine di un ciclone essenzialmente verbale i più sagaci tra loro sono finiti parlamentari o dirigenti di partiti e partitini più o meno appartenenti all’«arco costituzionale» della democrazia borghese e clericale, oppure nella posizione ancor più tranquilla di funzionari negli uffici-studi delle banche o come avviati professionisti.

Nei periodi storici di lotta politica e sociale relativamente «pacifica» la piccola borghesia si ritrova in generale soddisfatta sul terreno del pacifismo «borghese» e della democrazia «pura». Essa teorizza in tal modo la propria avversione ai cambiamenti e agli scontri di classe fra grande borghesia e proletariato che vorrebbe conciliare predicando la «programmazione» della politica economica. Essa aspira a «migliorare» lo stato e la società borghesi per ritagliarvisi una condizione particolare, più sicura e redditizia. Perciò ascolta con interesse ogni programma «democratico» che predichi una diminuzione del peso dello sfruttamento da parte dei monopoli e delle banche e la collaborazione delle classi, da attuarsi mediante un regime sostanzialmente corporativo. Di conseguenza la piccola borghesia riconosce al proletariato, più o meno a malincuore, il diritto a più alti salari e a migliori condizioni di lavoro ma si sforza di imporgli in contraccambio la condizione inderogabile di rinunciare a qualsiasi disegno di rovesciamento radicale della società capitalistica. La piccola borghesia circonda socialmente, economicamente e culturalmente da ogni lato il proletariato, preme su di esso incessantemente e giorno per giorno si sforza di farvi penetrare i propri punti di vista, i propri costumi, il proprio modo di vivere. Ma questo processo sociale spontaneo appare storicamente inadeguato rispetto agli obiettivi perseguiti, in specie da quando il proletariato nel corso del suo moto di emancipazione, ha cominciato a costituirsi un contropotere economico e politico dapprima embrionale, poi sempre più solido e una strategia e una tattica illuminate da una teoria molto avanzata, il materialismo storico e dialettico. Nell’epoca dell’imperialismo e delle rivoluzioni proletarie, la sola penetrazione spontanea non poteva essere più efficace: occorreva «organizzare» il lavoro, adibirvi un corpo di specialisti e cioè un apposito settore degli intellettuali (politologi, letterati, artisti, filosofi vecchi e nuovi, tecnici, professionisti, giornalisti, politicanti e sindacalisti più o meno acculturati).

Gli intellettuali, per dirla con Gramsci, sono, a prescindere dalla loro «statura», i «commessi del gruppo dominante per l’esercizio delle funzioni subalterne dell’egemonia sociale e del governo politico». La loro estrazione sociale, le loro condizioni di esistenza e di lavoro sono perlopiù piccolo-borghesi. Del tutto conseguente ne è la mentalità e il carattere per cui fatte le debite eccezioni accanto alla prontezza dell’intelligenza e alla padronanza delle metodologie specifiche, convivono deficienze caratteriali quali l’individualismo, il carrierismo, l’opportunismo, la fame di guadagni, rinomanza, pubblicità e vita agiata.

Ora, come parte di tutto un processo sociale, politico e culturale in cui la lotta di classe si svolge in forme più o meno acute, tra gli intellettuali si effettua una divisione del lavoro vera e propria, in parte spontanea, in parte guidata da centrali più o meno occulte (imperialistiche, borghesi, cattoliche, trotzkiste). Una parte degli intellettuali si pone direttamente ed apertamente al servizio della grande borghesia capitalistica e del suo potere statale. Una parte minore, animata talvolta inizialmente da «buone intenzioni» e da un generico populismo, assolve il suo compito fondamentale indirettamente e gradualmente, introducendosi nei ranghi del partito della classe operaia e del proletariato e comunque nell’area del movimento operaio.

Qui però li fronteggia una grossa contraddizione e cioè lo spirito di classe e di disciplina, la circolazione, più o meno intensa, delle idee del materialismo storico e dialettico, strutture centralizzate formatesi attraverso un processo storico, nonché il prestigio dei dirigenti storici del proletariato. Tutte cose che ripugnano alla mancanza di disciplina, all’individualismo anarcoide, all’eclettismo, all’idealismo, al dilettantismo filosofico di buona parte degli intellettuali piccolo-borghesi.

Tuttavia una parte di essi, sostenuti anche dall’«inconscio desiderio di realizzare essi l’egemonia della loro propria classe sul popolo», possiedono volontà sufficiente per conseguire l’obbiettivo individuale di arrivare a farsi capi dei lavoratori. Per ottenere ciò, dovranno operare gradualmente e collegarsi dapprima copertamente, poi – con il favore incessante dall’esterno della borghesia capitalistica – sempre più apertamente, propagandando nel partito e nel movimento operaio il «loro» immaginario e nebuloso socialismo piccolo-borghese, la loro concezione libertaria e lassista della vita di partito, il loro culto per il «pluralismo democratico», il loro odio per la dittatura proletaria, per la teoria del marxismo e del leninismo (che sviseranno e falsificheranno in tutti i modi), per l’opera di tutti i maggiori esponenti teorici e politici del proletariato internazionale. Storici rappresentanti di un tal genere di opposizione piccolo-borghese a Marx, Engel, Lenin e Stalin sono stati via via Bakunin, Kautsky, Trotzkij, Krusciov.

La parabola compiuta in una trentina di anni dal gruppo dirigente del partito comunista italiano è un’autentica «illustrazione» da riferirsi al periodo staliniano e post-staliniano. I giovani piccolo-borghesi, di cui non pochi avevano fatto le loro prime prove politiche nelle file fasciste, entrati a legioni nel Pci durante o dopo la Resistenza attraverso le porte spalancate del «partito di massa» di Togliatti (accanto a piccole minoranze dotate di una certa serietà spesseggiavano, come sempre, gli «avvocati senza causa, i medici senza malati e senza scienza, studenti di bigliardo e altri impiegati di commercio e principalmente giornalisti della piccola stampa di una reputazione più o meno equivoca» di cui parlava Engels riferendosi proprio all’Italia), al termine di un intenso periodo storico sono riusciti ad esprimere un gruppo dirigente che ha via via emarginato i militanti comunisti, ha scelto incondizionatamente la «via pacifica» e l’integrazione nella democrazia borghese e clericale, ha capitolato di fatto dinnanzi all’imperialismo, ha condotto una lotta instancabile quanto subdola contro il marxismo-leninismo divenuta manifesta, non a caso, in occasione della “destalinizzazione” di marca kruscioviana e togliattiana. ed è giunto oggi, attraverso le tappe di una degenerazione ideologica, politica ed organizzativa di tipo socialdemocratico, all’ultima spiaggia del distacco da ogni eredità della rivoluzione d’Ottobre. L’antistalinismo del gruppo dirigente piccolo-borghese intellettuale del Pci è stato quindi uno degli strumenti più sfruttati per portare avanti l’operazione politica di grande portata e di conseguenze storiche che ha provocato l’infradiciamento opportunistico del Pci o, quantomeno, del suo quadro dirigente con le sue diramazioni sindacali.

Beneficiari non potranno che esserne la conservazione interna e l’imperialismo internazionale.

Non si tratta di un fenomeno del tutto nuovo, se non nelle proporzioni. Già Gramsci osservava freddamente 50 anni fa: «Negli altri paesi il movimento operaio e socialista elaborò singole personalità politiche, in Italia invece elaborò interi gruppi di intellettuali che come gruppi passarono all’altra classe».

Se una lezione ed un ammaestramento si possono trarre da tutto ciò per lavorare alla ricostruzione storicamente necessaria di un autentico partito comunista in Italia, sono ancora quelli che cento anni fa Marx ed Engels formulavano categoricamente rivolgendosi ai dirigenti della socialdemocrazia tedesca: «Quando siffatte persone provenienti da altre classi aderiscono al movimento proletario, la prima esigenza è che non portino con sé nessun residuo dei pregiudizi borghesi, piccolo-borghesi, ecc., ma che facciano proprio senza riserve il modo di considerar le cose del proletariato… Se vi sono delle ragioni per tollerarli momentaneamente nel partito, vi è il dovere di tollerarli soltanto, di non consentire loro nessuna influenza sulla direzione del partito, di rendersi sempre conto che la rottura con essi è solo una questione di tempo».

Il rapporto «segreto» di Krusciov su Stalin


Il XX congresso del Pcus si svolse in Mosca dal 14 al 25 febbraio 1956 e fu il primo congresso tenuto dopo la morte di Stalin (5 marzo 1953). Verso la conclusione dei lavori, in una seduta a porte chiuse, Krusciov, allora segretario del Comitato centrale, lesse quello che fu poi denominato correntemente il «rapporto segreto» su Stalin. Questo rapporto è certamente uno dei documenti più sensazionali ed esplosivi della storia contemporanea, ma lo è molto più per gli effetti che provocò che non per le cose in esso contenute. Infatti da esso data l’inizio ufficiale della «destalinizzazione» nell’Urss, nelle democrazie popolari e nella gran parte dei partiti comunisti operanti nel mondo capitalistico. Dopo di esso si manifesta apertamente nel movimento comunista internazionale il revisionismo di Krusciov, Tito e Togliatti, con la conseguenza a breve scadenza della scissione a sinistra del partito comunista cinese, del partito del lavoro d’Albania e altri, e, sulla destra, con il graduale allontanamento dall’Urss e dal Pcus del Pci e di altri partiti comunisti dei paesi capitalistici sviluppati che approderanno infine, dopo un progressivo e protratto processo di socialdemocratizzazione, all’«eurocomunismo». Nel mondo capitalistico il rapporto «segreto» fu il segnale per un attacco anticomunista di proporzioni mai viste che culminò, nel corso dello stesso 1956, nei gravi fatti di Polonia e di Ungheria. Da quel momento 1’antistalinismo divenne la bandiera comune di tutte le forze controrivoluzionarie e anticomuniste che scatenarono una lotta ideologica e politica ancora oggi in pieno svolgimento e che, oltrepassando la figura e l’opera di Stalin, mira alla demolizione dell’intera teoria e pratica del marxismo-leninismo. Riconsiderato a 25 anni di distanza, il rapporto «segreto» si mostra per quello che fu realmente e cioè lo strumento per un vero e proprio «golpe» ideologico e politico mirante a cancellare nell’Urss e altrove quanto sussisteva del regime della dittatura del proletariato e del partito leninista. Non ci si trova dinnanzi ad una analisi e ad un giudizio storici, ma in presenza di un pamphlet di scadente qualità dove si mira soprattutto all’effetto immediato.

Vediamo innanzitutto i singolari aspetti della «segretezza» di questo documento. Chiudendo la sua esposizione, Krusciov dichiarò: «Dobbiamo esaminare con tutta serietà la questione del culto della personalità. Non possiamo permettere che l’argomento esca dall’ambiente del partito e sopratutto che vada in pasto alla stampa: per questo che lo trattiamo qui, a porte chiuse. Dobbiamo avere il senso della misura ed evitare di fornire armi al nemico. Non dobbiamo lavare i nostri panni sporchi sotto i loro occhi». In contrasto con queste belle affermazioni, sta il fatto che il resto del rapporto «segreto» mai diffuso tra il popolo sovietico venne. inviato nelle democrazie popolari per i «dirigenti di partito» e, non a caso, da Varsavia nel maggio 1956 finì direttamente nelle mani della C.I.A. statunitense.
Qui comincia il «bello» della vicenda.
L’autorevole «New York Times» del 25 dicembre 1977 ha rivelato nel corso di una serie di articoli dedicali alle infiltrazioni della C.I.A. nel campo dei mezzi di comunicazione di massa mondiali e senza essere stato smentito che la C.I.A. stessa, venuta in possesso di un documento così ghiotto ma giudicandolo evidentemente insufficiente per gli obbiettivi sensazionali che se ne riprometteva, provvide nei suoi uffici della Virginia a inserire brani compilati dai suoi agenti in ben 34 punti del testo originale (periodi, capoversi, interi paragrafi). I comunisti di tutto il mondo appresero così «gli errori e i delitti di Stalin» dalla stampa borghese. Ultimo, ma certamente non meno sconcertante aspetto della «segretezza» del rapporto, è il fatto che il testo del rapporto di Krusciov, quantunque inquinato dalla C.I.A. non è mai stato apertamente disconosciuto dal suo primo autore, forse compiaciuto dell’effetto amplificatore prodotto dalla collaborazione, volontaria o involontaria che fosse.

Entrando nel merito del lunghissimo documento, il contenuto si può riassumere in due argomenti: polemica col «culto della personalità» di Stalin «errori e delitti» derivati da tale «culto». È incontestabile che il «culto» di qualsiasi dirigente del movimento comunista internazionale costituisce una manifestazione anomala e patologica alla luce del marxismo-leninismo ed è incontestabile pure che negli ultimi anni di Stalin il «culto» avesse attecchito ampiamente e non nella sola Urss, distorcendo il corretto rapporto dirigenti-partito-classe-masse. Krusciov ha quindi buon giuoco nel condannare in maniera ossessiva il «culto» di Stalin, tanto più in quanto egli, ciò facendo, muove da posizioni «leniniste» e propone ripetutamente come modello corretto i comportamenti di Lenin.

Tuttavia oggi la sappiamo lunga sul «leninismo» di Krusciov e non possiamo perciò che concludere che il «ritorno a Lenin» di Krusciov è stato una copertura abile quanto ingannevole per facilitare la «destalinizzazione», per non parlare di tutto quello che è venuto dopo. Oltre a ciò, nel rapporto di Krusciov inquinato dalla C.I.A. manca qualsiasi approfondimento delle cause politiche e sociali del «culto». Questo sarebbe effetto della paranoia di Stalin e della sua sete di potere assoluto. Ma, analizzando bene la cosa sulla base di ciò che è avvenuto poi anche in Cina per Mao, si finirà per scoprire che i più interessati ad alimentare il «culto» in certi paesi socialisti ed anche in certi partiti comunisti sono proprio quei gruppi e quei settori dell’apparato del partito e dello stato che lavorano per la successione nel potere e per un capovolgimento della linea generale. Nell’intento unilaterale di demolire la figura e l’opera di Stalin, Krusciov affastella aneddoti incontrollabili, esagerazioni e persino assurdità ridicole. Stalin dirigeva le operazioni militari su un «mappamondo». Stalin diceva del maresciallo Zhukov che questi decideva o non di attaccare dopo aver raccolto e annusato una manciata di terra. Stalin «conosceva il paese e l’agricoltura solo attraverso i films». «I fatti e le cifre non lo interessavano minimamente». Con particolare accanimento Krusciov si sforza di annientare la fama di stratega e di organizzatore militare di Stalin. Incurante, o forse ignorando ciò che avevano scritto a tal riguardo vari conservatori insospettabili, tra i quali Churchili e sir Alanbrooke, capo di stato maggiore generale delle forze britanniche durante la seconda guerra mondiale, Krusciov assicura che una opportuna revisione porterà ad un ridimensionamento di Stalin anche su questo terreno. Previsione smentita, peraltro, dallo sviluppo ulteriore della storiografia militare sovietica che non ha mai contestato il ruolo eminente di Stalin.

Ma il nocciolo del rapporto di Krusciov inquinato dalla CIA e l’argomento che diverrà il cavallo di battaglia dell’antistalinismo e dell’anticomunismo sul piano mondiale, è quello delle «repressioni» staliniane fra gli anni 1934 e il 1938. Non si può certamente dire che il documento a tale proposito sia ricco di fatti e soprattutto di prove. Si illustrano a lungo tre casi di militanti di partito che sarebbero stati ingiustamente condannati a morte (Eikhe, Rudzutak, Rozenblum), si menziona qualche altro nome di sfuggita per periodi più recenti e poi si forniscono cifre praticamente incontrollabili senza la consultazione degli archivi sovietici: 7.679 riabilitati dopo la morte di Stalin, 98 su 136 membri del Comitato centrale uscito dal XVII congresso del PCUS (1934) condannati a morte; i due terzi di quei congressisti arrestati in quegli anni. Altre repressioni degli anni successivi sono indicate genericamente e affastellate insieme: deportazioni di alcune piccole minoranze nazionali compromesse nel collaborazionismo coi nazisti invasori, «affare» di Leningrado, cospirazione nazionalista in Georgia, complotto dei medici e infine – stranamente ma forse non casualmente mescolata all’elenco delle repressioni interne – la rottura dei rapporti con la Jugoslavia titoista nel 1948. Tutti gli esempi citati vengono generalizzati, amplificati e ripetuti nel documento creando in tal modo l’effetto desiderato e cioè di fornire di Stalin l’immagine di un despota assoluto, che agiva per libidine di potere secondo procedimenti puramente terroristici e che quindi era responsabile di tutto, al massimo con l’ausilio dei capi della polizia politica (per ultimo, Beria). Tutti gli arresti e le condanne appaiono quindi ingiustificati. Le confessioni estorte tutte con la tortura. Le riabilitazioni post-staliniane riguardano così soltanto innocenti, anche se di ciò non viene prodotta alcuna documentazione.

Se il discorso critico si dovesse limitare al rapporto di Krusciov, la cosa avrebbe un significato limitato. Oltretutto, oggi quel documento è quasi dimenticato dall’opinione pubblica e dalle masse. Tuttavia esso ricupera tutta la sua importanza primaria, ideologica e politica. per la storia dell’antistalinismo e dell’anticomunismo se si considera che in fondo esso costituisce l’archetipo, il cliché, di tutta l’enorme produzione di carta stampata, di discorsi e persino di spettacoli, con cui i mezzi di comunicazione di massa controllati dalla borghesia capitalistica hanno falsificato sistematicamente sul piano mondiale i termini reali della lotta di classe nell’ Urss e nel mondo per un intero periodo storico. Infatti gli anni delle repressioni staliniane, gli anni ’30, furono anche gli anni in cui la grande crisi attanagliava le economie dei paesi capitalistici provocando scontri politici e sociali sempre più acuti all’interno e contrasti politici, economici e diplomatici crescenti fra i vari imperialismi. Aggressioni imperialiste e fasciste creavano focolai di guerra in Cina, in Etiopia e in Spagna. Il nazismo, il regime dell’anticomunismo più feroce al potere in Germania, scatenava una nuova febbrile corsa agli armamenti, proclamava apertamente i propri obbiettivi di una nuova spartizione violenta del mondo e dell’annientamento del comunismo e dell’Urss. Favoriva in tutti i paesi dell’Europa e del mondo la costituzione di «quinte colonne» filo-naziste aventi il compito di disgregare dall’interno le democrazie borghesi coi metodi del terrore e della violenza. L ‘Urss, la prima dittatura del proletariato nel mondo, isolata ed accerchiata, ancora arretrata economicamente, era allo stesso tempo obbiettivo delle dichiarate mire fasciste e dei tortuosi disegni degli altri paesi imperialisti che si sforzavano di rovesciare verso l’Est l’aggressività hitleriana.

All’interno dell’Urss, la direzione staliniana, dopo la scelta obbligata della costruzione del socialismo in un paese solo, aveva affrontato i ciclopici problemi della industrializzazione e della collettivizzazione dell’agricoltura a tappe forzate, in previsione della incombente nuova guerra mondiale imperialista. Stalin e la maggior parte del Pcus godevano di un vastissimo seguito tra le masse degli operai e dei contadini poveri e medi. Ma sussistevano anche notevoli frange sociali all’opposizione, costituite dai numerosi resti delle classi rovesciate, dei Kulak recentemente espropriati e della piccola borghesia insofferente del socialismo. Questa opposizione era politicamente rappresentata principalmente nella «destra» del Pcus (Bukharin) ma i più attivi avversari del potere sovietico erano i trotzkisti e i loro fiancheggiatori i quali, dopo la sconfitta e l’esilio del loro massimo esponente, si erano andati organizzando in forma clandestina, con obbiettivi di infiltrazione, di disgregazione e di destabilizzazione del partito, dell’apparato statale e dell’economia coi metodi del sabotaggio, dello spionaggio, del terrore ed eventualmente del ricorso al «golpe» militare.

Trotzkij prevedeva la guerra a breve scadenza e riteneva che l’Urss sarebbe rimasta schiacciata fra Germania e Giappone. Perciò sollecitava pressantemente l’opposizione di destra e di «sinistra» a stringere un’unità di azione e ad accelerare e radicalizzare i metodi di lotta perché la guerra sarebbe stata comunque l’occasione per rovesciare Stalin e per conquistare il potere. Le carte del periodo, appartenenti all’archivio Trotzkij, depositato nella biblioteca Houghton dell’università di Harvard (Usa), sembra chiariscano largamente tutto ciò, testimoniando la gravità dei piani dell’opposizione destra-trotzkisti.

Che quest’ultima abbia concordato e sincronizzato i propri piani con gli stati maggiori e i servizi segreti della Germania nazista e del Giappone militarista, i processi celebrati a Mosca fra il 1936 e il 1938 lo sostengono mentre i trotzkisti seguitano a negarlo recisamente e di certo la cosa è oggetto di un dibattito storico ancora aperto e che forse non si potrà mai concludere. Ma oggettivamente, per i suoi fini eversivi e per la sua azione clandestina e violenta, l’opposizione destro-trotzkista era, nell’interno dell’Urss, l’equivalente della «quinta colonna» negli altri paesi. Non fu facile combattere una lotta tanto acuta, avente caratteristiche di «contro-guerriglia» politica contro numerosi avversari annidati anche ad alto livello negli apparati del partito, del governo, della direzione economica e persino della polizia e delle forze armate. Si trattava di una lotta intestina in cui l’acquisizione della «certezza legale» dei reati è difficile e inevitabilmente dà luogo alla «certezza morale» o politica affidata alle inquisizioni poliziesche e ai metodi amministrativi. Per questo le «purghe» staliniane, attuate con l’epurazione del partito, con gli arresti, le carceri e le fucilazioni di esponenti dell’opposizione, finirono talvolta per colpire nel “mucchio” e provocarono anche persecuzioni ingiustificate e vittime incolpevoli. Alcuni torti furono riparati nell’imminenza e nel momento dell’aggressione nazista e conseguirono lo scopo di ricuperare onesti militanti di partito ed efficienti quadri militari per la lotta suprema e per la vittoria sul fascismo. Quanto allo scopo politico principale perseguito dalle repressioni staliniane, quello di stroncare preventivamente una opposizione interna che poteva divenire pericolosa o addirittura esiziale nel momento della guerra e dell’invasione, la storia indica nei fatti e nei risultati che esso fu conseguito, quali che fossero i costi pagati.

Una fonte insospettabile, Churchill, definì ,i processi e le «purghe» nell’Urss come «una spietata ma forse non inutile epurazione politico-militare». L’ambasciatore statunitense I.E. Davies, che seguì attentamente per conto del presidente Roosevelt vari pubblici dibattimenti dei processi di Mosca e notò, fra l’altro, che la maggior parte degli imputati non appariva affatto spezzata nel morale, controbatteva le accuse e si sforzava di non fare rivelazioni, annotò in seguito: “In Russia è mancata la cosiddetta «aggressione interna» pronta a collaborare con l’Alto comando tedesco… Il perché di questo va cercato nei cosiddetti processi di tradimento o di epurazione a cui avevo assistito e di cui avevo sentito parlare nel 1937 e nel 1938… Tutti quei processi, epurazioni e liquidazioni che sembravano allora tanto violenti e che scandalizzarono il mondo, appaiono ora chiaramente come uno degli aspetti del vigoroso e risoluto sforzo del governo di Stalin per proteggersi non solo da una rivoluzione all’interno, ma anche da un attacco dall’esterno”.

Queste, a nostro modo di vedere, sono le reali componenti storiche delle repressioni staliniane. Nulla può essere capito di quanto accadde allora, e nemmeno di quanto accadrà più tardi (fra l’altro, una sorta di rinnovata collusione ideologica e politica fra «destra» revisionista del movimento comunista mondiale e seguaci del trotzkismo) se ci si affida soltanto al soggettivismo, all’idealismo, all’unilateralità e alle vere e proprie distorsioni della verità storica contenute nel rapporto di Krusciov inquinato dalla CIA e nella gran parte della produzione più o meno «storiografica» che ne è derivata.

Stalin: un bilancio?


L’influenza esercitata dalla personalità di Stalin sul corso di taluni fra i maggiori avvenimenti storici della nostra epoca, costituirà indubbiamente un motivo di ricerche e di dibattito appassionati per gli storici nei prossimi decenni e forse ancora per qualche secolo. Il giudizio delle grandi masse umane al riguardo fluttuerà ancora a lungo, condizionato dalle vicende della lotta di classe che si combatte in modo sempre più duro sul piano mondiale, contrassegnando l’epoca della transizione dal capitalismo al socialismo. Ma è possibile già oggi tentare un primo bilancio storicamente attendibile dell’opera di Stalin? La risposta non può essere univoca. Da un punto di vista scientifico, ossia tecnico-storiografico, l’impresa appare ardua e gravida di pericoli di improvvisazione, presunzione e superficialità. Molte sono le scelte operate da Stalin su cui ancora non è praticamente disponibile alcuna documentazione e incerte o contraddittorie ne sono le fonti e le valutazioni. Ma, d’altra parte, un giudizio su Stalin è anch’esso un aspetto di una grande lotta ideologica e politica in corso e il risultato di questa lotta condizionerà, in ultima istanza, lo stesso giudizio storico. Infine, se con la scomparsa di Stalin si è chiuso un intero periodo storico, si sta ora concludendo anche il periodo che gli è succeduto. Il «panorama» storico ci si presenta così sufficientemente nitido nelle sue linee fondamentali anche se molti particolari non sono ancora «a fuoco» e forse non lo saranno mai. In ogni caso, per non cadere nell’angustia della storiografia idealistica e delle sue reviviscenze moderne, oppure nel soggettivismo del revisionismo, è necessario richiamare la lezione del materialismo storico e in particolare le pagine sulla funzione della personalità nella storia. Secondo tale concezione il processo di sviluppo delle società umane e gli avvenimenti storici attraverso cui si realizza, sono determinati in maniera più generale e decisiva dai modi della produzione materiale, dallo sviluppo delle forze produttive e dai connessi mutamenti dei rapporti di produzione, ossia quei rapporti economici e sociali che si stabiliscono tra gli uomini occupati nel processo della produzione stessa. Accanto a queste cause generali agiscono varie cause particolari, quali l’ambiente storico determinato in cui si sviluppano le forze produttive di un singolo popolo, a sua volta condizionato dagli analoghi processi di altri popoli. L’influenza delle cause particolari è completata dal concorso di molteplici cause singolari o individuali, tra cui in prima linea figurano le particolarità personali degli uomini politici o comunque detentori di potere, oltre a vari tipi di «casualità» e di «variabili».

Le cause singolari imprimono agli avvenimenti storici la loro «fisionomia individuale». Taluni individui, grazie a certe particolarità della loro personalità, quali la volontà, la lungimiranza, il talento, il coraggio, ecc., possono influenzare, anche in maniera importante, le sorti della società, possono cambiare la «fisionomia individuale» degli avvenimenti e talune conseguenze parziali (ad esempio, accelerando o ritardando taluni processi, ecc.). Tuttavia, la possibilità stessa e comunque la portata di tale influenza individuale, vengono predeterminate da tutta l’organizzazione della società, ossia dallo stato dei rapporti sociali, il che esclude che gli accadimenti seguano un corso radicalmente diverso da quello determinato dalle cause generali e particolari. Pertanto una personalità umana diviene realmente grande quando l’individuo più «capace» socialmente assume l’iniziativa e la responsabilità di adempiere le grandi necessità sociali della sua epoca, arreca un contributo decisivo alla soluzione dei problemi scientifici, indica con chiarezza le nuove esigenze sociali prodotte da tutto il precedente sviluppo culturale, economico e politico. Egli non può arrestare o deviare totalmente il corso naturale e necessario delle cose ma la sua azione costituisce una espressione cosciente e, in una certa misura, libera del corso necessario e incosciente dei rapporti sociali. «In ciò consiste tutta la sua importanza e tutta la sua forza.» osserva Plekhanov «Però questa importanza è colossale e questa forza tremenda».

Ora l’azione di Stalin si esplica nel periodo storico in cui la catena mondiale dell’imperialismo si spezza in uno dei suoi anelli deboli, la Russia zarista. Qui nasce il primo potere proletario della storia, si rafforza, costruisce strutture socialiste e si contrappone al mondo capitalistico attraverso gli urti più duri. Questo potere diviene il centro e la «testa di ariete» del movimento comunista ed operaio internazionale e del movimento di liberazione nazionale dei popoli oppressi. Questo potere è la dittatura del proletariato di cui Lenin è stato l’architetto geniale e Stalin sarà il costruttore rigoroso. L’azione di Stalin coincide perciò con lo sviluppo e l’affermazione del regime politico e sociale della dittatura del proletariato, s’intreccia, a volte in modo inestricabile, con l’azione del partito leninista, del regime sovietico e quindi delle grandi masse proletarie russe. Stalin e la sua direzione esercitano pertanto la loro influenza in un contesto storico di avvenimenti, di scelte e di orientamenti le cui cause generali e determinanti sono la rivoluzione proletaria e il passaggio dal capitalismo al socialismo in Russia; le cause particolari, l’ambiente storico che imprime talune particolarità sia al passaggio rivoluzionario che alla dittatura del proletariato e alla costruzione del socialismo. Infine, le cause individuali sono costituite in una certa misura dalle caratteristiche della personalità di Stalin.

Si tratta di trent’anni di mutamenti grandiosi, di successi storici conseguiti non soltanto nell’interesse della classe operaia sovietica ma di tutto il proletariato internazionale. Ad essi contribuirono con sacrifici sovrumani in primo luogo le masse lavoratrici sovietiche, sostenute dalla solidarietà del proletariato mondiale. In tutto questo periodo Stalin diresse il partito e lo stato sovietici e, in misura importante, anche il movimento comunista internazionale, grazie alle sue doti di fermezza ideologica e di inflessibilità politica, accoppiate alla duttilità e all’empirismo nel campo tattico. Strategicamente, furono perlopiù gli orientamenti di fondo delle grandi masse lavoratrici dell’Urss ad ispirarlo, tranne forse negli ultimi anni di vita in cui la situazione obbiettiva lo costrinse qualche volta ad imporre la propria volontà anche controcorrente. Nell’insieme la sua opera di direzione, che si attenne alle grandi indicazioni leniniane, fu adeguata alle esigenze vitali della dittatura di classe. In tempi di ferro, che ricordano – ma estesi sui decenni – gli anni superbi della rivoluzione francese, la sua fu una direzione dalle caratteristiche giacobine, «robespierriste», spietata nel rigore, accentrata al massimo nelle forme ma poggiante stabilmente sulle forze sociali motrici della rivoluzione. I grandi nodi storici di quel periodo sono noti: la decisione della costruzione del socialismo in un paese solo, con i corollari della priorità dell’industria pesante e della collettivizzazione accelerata e in parte forzata dell’agricoltura; la condotta politica e militare della guerra contro il nazifascismo e il contributo decisivo fornito dall’Urss alla vittoria della coalizione antihitleriana; la ricostruzione dell’economia sovietica nel dopoguerra e la ferma opposizione ai piani egemonici dell’imperialismo Usa.

La decisione di costruire il socialismo nell’Urss arretrata e accerchiata dai paesi capitalistici, fu dettata dalla stessa necessità storica, dalla stabilizzazione relativa del capitalismo dopo la prima guerra mondiale, dal riflusso della rivoluzione proletaria nei paesi capitalistici sviluppati. In polemica con l’avventuroso ed astratto disegno della «rivoluzione permanente» di Trotzkij, Stalin osservava nel 1924: «che fare se la rivoluzione mondiale sarà costretta a giungere con ritardo? Rimarrà qualche briciola di speranza per la nostra rivoluzione? Trotzkij non ce ne lascia nessuna, perché “gli interessi contrastanti che dominavano la situazione di un governo operaio… non potevano portare ad una soluzione che… nell’arena della rivoluzione proletaria mondiale”. Secondo questo piano, non rimane alla nostra rivoluzione che una prospettiva: vegetare nelle proprie contraddizioni e marcire nelle midolla in attesa della rivoluzione mondiale». Stalin e la maggioranza del Pcus, sia pure con differenziazioni interne non trascurabili, avevano fiducia nella dedizione al socialismo degli operai e dei contadini sovietici e comprendevano debitamente anche le esigenze nazionali e statali dell’Urss. Trotzkij, invece, diffidava dei contadini e finiva oggettivamente anche per sottovalutare il ruolo della stessa classe operaia sovietica, negando la possibilità di costruire compiutamente il socialismo nell’Urss senza l’appoggio «statale», ossia del proletariato vittorioso al potere nei principali paesi capitalistici sviluppati. La storia ha dato ragione alla scelta obbligata di Stalin, anche se gli alti costi materiali e morali pagati per la gigantesca operazione hanno influito inevitabilmente su tutta la storia successiva dell’Urss e taluni di essi costituiscono ancora nodi parzialmente irrisolti che ritardano od ostacolano il passaggio alla fase superiore del socialismo, il comunismo.

In tutto questo contesto l’impronta della personalità di Stalin apparve evidente soprattutto nei tempi e nei modi dell’industrializzazione e della collettivizzazione agricola, avviate col primo piano quinquennale del 1929, che provocarono la rottura con una parte della stessa maggioranza del Pcus, la destra bukhariniana, rappresentante della piccola borghesia urbana e agraria oscillante. Ma anche qui la storia non concedeva esitazioni. Il mondo capitalistico precipitava nella grande crisi economica; tutte le contraddizioni politiche e sociali nel mondo si acutizzavano; il fascismo conquistava il potere in Germania, scatenava una febbrile corsa al riarmo; la seconda guerra mondiale veniva preparata da una serie di aggressioni imperialistiche e fasciste che miravano all’isolamento, all’attacco e alla distruzione dell’Urss. Parlando ai dirigenti dell’industria nel 1931, Stalin prevedeva con precisione i tempi decisivi della congiuntura storica: «La storia della vecchia Russia consistette, fra l’altro, nel fatto che la Russia fu continuamente battuta, a causa della sua arretratezza… Noi ritardiamo sui paesi avanzati da cinquanta a cento anni. Dobbiamo coprire questa distanza in dieci anni. O lo faremo, o saremo schiacciati».

Sulla condotta politica e militare staliniana della guerra antifascista, è utile ricordare almeno due aspetti tra i tanti già noti. Inprimo luogo, l’abile mossa diplomatica del patto di non-aggressione del 1939 con la Germania hitleriana che valse a frustrare i tenebrosi disegni degli imperialisti occidentali tendenti a dirottare contro l’Urss l’aggressione nazista. Insecondo luogo, un fatto inoppugnabile: gli oppositori esterni e interni del regime sovietico contavano molto sulla chiamata alle armi del popolo sovietico, nella speranza, in caso di sconfitta, di un rovesciamento della direzione staliniana, uscita a loro modo di vedere «indebolita» dalle epurazioni del 1934-38. Invece i popoli sovietici fronteggiarono coraggiosamente l’aggressione nazista e l’invasione, si batterono eroicamente a prezzo di sacrifici inenarrabili, sostennero il regime socialista ed espressero, nella loro stragrande maggioranza, una fiducia incondizionata nella direzione di Stalin. Questi in effetti si addossò una parte preminente di responsabilità politiche e militari alla testa del comitato statale per la difesa e del comando supremo, carica che conservò per tutta la guerra. Poteva contare su una serie di abili e valorosi quadri militari coi quali soleva consultarsi strettamente per le decisioni più importanti. Il 3 luglio 1941 chiamò i popoli sovietici alla resistenza ad oltranza. Il 7 novembre di quell’anno, in Mosca investita dalle armate naziste, espresse la sua fiducia nella vittoria finale perché la guerra condotta dall’Urss era una guerra fondamentalmente giusta. La straordinaria mobilitazione militare e industriale di tutto il potenziale umano ed economico dell’Urss, la combattività e la maestria conseguite dalle forze armate sovietiche animate dal partito, produssero la storica vittoria del 1945 con la distruzione del nazismo e del militarismo giapponese e la conquista di nuove più favorevoli posizioni per l’avanzata mondiale del socialismo e della democrazia e con la costituzione di un campo di paesi socialisti o a democrazia popolare.

Tuttavia con la vittoria non cessarono gli anni delle dure prove. L’Urss usciva dalla guerra con un immenso prestigio ma venti milioni di cittadini erano caduti, decine di migliaia di città e villaggi e 32.000 imprese industriali erano state completamente distrutte dagli invasori, il 30% della ricchezza nazionale annientato. La borghesia capitalistica internazionale, spaventata dall’avanzata del socialismo e del movimento di liberazione nazionale in tutti i continenti, si stringeva attorno al potente ed intatto imperialismo Usa che manifestava apertamente le sue mire di egemonia mondiale e a tale scopo agitava minacciosamente l’arma atomica di cui allora era il solo a disporre. Furono anni molto duri, quelli della «guerra fredda». Ancora una volta, sotto la direzione del partito e di Stalin, i lavoratori e tutti i popoli dell’Urss, quantunque giustamente desiderosi di pace, di benessere e di libertà, vennero chiamati a nuovi duri sforzi per la ricostruzione accelerata del paese, per fronteggiare senza cedimenti il ricatto atomico imperialista e per prestare l’aiuto internazionalista ai popoli in lotta per la propria emancipazione. Quando Stalin morì, il 5 marzo 1953, la ricostruzione economica era praticamente compiuta, il Pcus stava affrontando autocriticamente i compiti della sfida ideologica capitalistica, l’Urss era venuta anch’essa in possesso dell’arma atomica e i tentativi, anche militari, compiuti dall’imperialismo per ricacciare indietro il socialismo e il movimento di liberazione nazionale, erano stati respinti, da Berlino alla Corea.

Lungo un cammino così irto di difficoltà e di pericoli mortali, furono commessi non pochi errori. Ciò era in buona parte inevitabile perché si dovettero aprire vie inesplorate. A parte le preziose indicazioni di massima di Marx e di Lenin, mancava il precedente di una esperienza concreta. La «caccia agli errori» di Stalin costituisce da circa un quarto di secolo un importante settore dell’aspra lotta ideologica fra capitalismo e socialismo. La borghesia capitalistica considera tutto un «errore» non soltanto Stalin ma la dittatura del proletariato e tutto il marxismo-leninismo e li combatte furiosamente. I rappresentanti ed agenti dell’ideologia borghese in seno al movimento comunista ed operaio internazionale, da buoni specialisti della mistificazione ideologica e politica si ripartiscono meglio i compiti e non attaccano frontalmente il marxismo-leninismo e la dittatura del proletariato ma concentrano i colpi sugli «errori» di Stalin per poi risalire gradatamente agli «errori» di Lenin e di Marx. I revisionisti moderni si sono specializzati nella denuncia del «culto della personalità» e nelle violazioni del centralismo democratico e della «legalità socialista» compiute da Stalin, ma nel loro soggettivismo hanno evitato di approfondire le cose e tutto sommato preferiscono il silenzio. Gli «eurocomunisti» lamentano la mancanza di «democrazia» nell’esperienza leniniana e staliniana della rivoluzione d’Ottobre e le contrappongono i valori «pluralistici» della democrazia «occidentale» ovvero borghese. I trotzkisti hanno trovato da tempo, e una volta per tutte, la chiave di tutti gli «errori» nella «degenerazione burocratica» dell’Urss e degli altri paesi più o meno socialisti.

Ora è chiaro innanzitutto che la dittatura del proletariato non è la realizzazione della «democrazia» per tutti, ma è soltanto la democrazia per la maggioranza degli sfruttati e la repressione, ovvero la mancanza di democrazia per la minoranza degli sfruttatori. Taluni innegabili e reali errori di Stalin si manifestarono quindi nell’ambito della «democrazia socialista», ossia della democrazia per le classi proletarie sostenitrici della loro dittatura. Si tratta di talune violazioni del principio del centralismo democratico nella direzione del partito, dello stato e del movimento comunista internazionale; repressioni allargate negli anni ’30; esaltazione eccessiva del ruolo della personalità dirigente. Stalin, soprattutto dopo il 1945, all’apogeo dei successi, si staccò talvolta in una certa misura dalle masse e in parte vi fu costretto dalla necessità storica e dalla profonda convinzione di operare sempre nell’interesse delle sorti dell’Urss e del socialismo mondiale. La centralizzazione eccessiva del potere provocò soggettivismo e arbitrio in talune decisioni (ad esempio, lo scioglimento della III Internazionale) e facilitò incrostazioni burocratiche. Le purghe degli anni ’30 furono senza dubbio eccessivamente estese. Tuttavia le persecuzioni staliniane fino al 1934 furono in realtà colpi politici vibrati agli oppositori piccolo-borghesi della collettivizzazione agricola. Nel 1937-38 furono invece la manifestazione di una lotta senza quartiere condotta contro i settori infidi del partito e dell’apparato statale (burocrati, intellettuali, ex borghesi). Tale lotta ebbe un carattere prevalentemente amministrativo e in ciò sta il limite dell’azione staliniana e l’impossibilità di una vittoria definitiva sulla parte imborghesita della burocrazia. Il «culto della personalità» che ne derivò, fu forse tollerato ma non fomentato da Stalin e lo stesso rovesciamento del «culto», promosso dal XX Congresso, ci appare ormai in questa luce come il contorto e contraddittorio riflesso della inestinguibile ostilità della parte imborghesita della burocrazia verso Stalin e la dittatura del proletariato ch’egli continuava ad impersonare grazie al sostanziale controllo del partito e allo stabile sostegno delle masse lavoratrici e proletarie.

D’altra parte, soltanto una critica autenticamente da «sinistra», ossia marxista-leninista, può individuare e analizzare nella direzione staliniana una fonte di errori nella ripetuta affermazione, che risale all’incirca al 1936, sulla conseguita «unità della società sovietica». Infatti una tesi del genere contraddice alle leggi desunte dal materialismo storico e dialettico sulle perduranti, anche se non antagonistiche, contraddizioni fra le classi e fra le strutture economico-sociali e le sovrastrutture politiche, giuridiche e culturali in particolare nella fase inferiore del comunismo, il socialismo. Su questa categoria di errori i puntigliosi critici da «destra», vecchi e nuovi, dell’azione di Stalin hanno sempre preferito sorvolare prudentemente. Invece una critica marxista-leninista che affronti spregiudicatamente le questioni degli errori di Stalin, rientra nel metodo corretto della critica e dell’autocritica che non soltanto non pone in questione i principi fondamentali della teoria e della prassi ma mira, anzi ad una migliore elaborazione ed applicazione della strategia e della tattica rivoluzionarie. In conclusione, i successi di importanza storica mondiale conseguiti dalla dittatura del proletariato nell’Urss lungo tutto il periodo della direzione staliniana, autorizzano a sostenere che gli errori commessi non erano connaturati col sistema socialista ma furono provocati principalmente da vari fattori storici (e tra questi soprattutto l’arretratezza del paese e la pressione controrivoluzionaria) e da errati metodi di lavoro adottati in certi periodi per determinati settori e per determinare scelte. Nel contempo, la portata grandiosa di questi successi, alla cui «fisionomia individuale» Stalin contribuì con l’influenza della sua eminente personalità, stabiliscono nettamente, storicamente, che i suoi meriti dinnanzi al movimento comunista ed operaio internazionale sopravanzano di gran lunga i suoi difetti e i suoi errori.

Occupandosi della questione di Stalin nei giorni del XX Congresso del Pcus e delle denuncie kruscioviane circa il «culto della personalità», i comunisti cinesi ricorsero ad una formula matematica popolare per sintetizzare la loro indipendente valutazione: «i meriti e gli errori di Stalin sono nel rapporto di sette a tre». Oggi, a distanza di un quarto di secolo, quando le emozioni suscitate in quell’anno «indimenticabile» sono ormai estinte, e il periodo storico che ne prese avvio sta concludendosi; il revisionismo ha iniziato il suo declino e grandi orizzonti si aprono per nuove avanzate del marxismo-leninismo, pensiamo che quel rapporto può essere ulteriormente migliorato da una più approfondita valutazione delle cose. Non si tratta più soltanto di analizzare «meriti ed errori» del passato ma di richiamare anche le indicazioni staliniane destinate al futuro più o meno lontano.

II testamento di Stalin


Non sappiamo se Stalin ha lasciato un testamento politico vero e proprio. Probabilmente un tale documento non esiste. Tuttavia negli interventi noti degli ultimi mesi della vita, Stalin lasciò alcune indicazioni fondamentali su taluni problemi storici del movimento comunista ed operaio internazionale nel periodo in corso del passaggio dal capitalismo al socialismo sul piano mondiale. Queste indicazioni testimoniano la sua inscuotibile fiducia nella forza espansiva dei principi e della prassi del marxismo-leninismo e confermano la sua sollecitudine per il futuro dell’Urss e del socialismo mondiale. Queste indicazioni riguardano principalmente l’internazionalismo proletario e i compiti storici dei partiti comunisti, i problemi della pace e della guerra e il passaggio al comunismo nell’Urss. Richiamarle, non costituisce soltanto una esercitazione storiografica. Il riconoscimento della loro validità riveste un preciso significato politico-ideologico nelle complesse controversie attuali sulle vie del socialismo.

a) L’internazionalismo proletario e i compiti storici dei partiti comunisti

Nell’ultima seduta del XIX Congresso del Pcus. tenutosi nell’ottobre del 1952, Stalin con un conciso intervento ricordò innanzitutto i rapporti di mutuo appoggio sempre intercorsi fra il Pcus e gli altri partiti comunisti, fra l’Urss e gli altri popoli «fratelli». Sottolineò il grande contributo fornito dall’Urss, «reparto d’assalto» del movimento rivoluzionario e operaio internazionale, in specie con la vittoria nella II guerra mondiale che aveva liberato i popoli dell’Europa e dell’ Asia dalla minaccia della schiavitù fascista. Dichiarò poi che il difficile «compito d’onore» addossatosi dall’Urss quando era sola, veniva ora agevolato dalla costituzione dei nuovi «reparti d’assalto» delle democrazie popolari, dalla Cina alla Cecoslovacchia. Si rivolse quindi ai partiti comunisti o «operai-contadini» che si trovavano impegnati in lotte, talvolta durissime, sotto il tallone delle «draconiane leggi borghesi». Il loro lavoro, indubbiamente difficile, era tuttavia illuminato dalle esperienze di «errori e di successi» compiute dall’Urss e dalle democrazie popolari. Inoltre – affermò Stalin – la borghesia internazionale si è trasformata in modo molto profondo, è diventata più reazionaria,, ha perso i legami col popolo e quindi si è indebolita. Prima praticava il liberalismo, difendeva le libertà democratico-borghesi. Oggi del liberalismo non rimane più traccia. È scomparsa la cosiddetta «libertà individuale», i diritti della persona sono riconosciuti soltanto a chi detiene il capitale, mentre tutti gli altri uomini sono considerati come «grezzo materiale umano, buono soltanto per essere sfruttato». Anche il principio dell’uguaglianza dei popoli e degli individui è sistematicamente calpestato, i pieni diritti spettano soltanto alla minoranza sfruttatrice. Prima la borghesia si considerava alla testa della nazione e ne difendeva i diritti e l’indipendenza «al di sopra di tutto». Adesso non vi è più traccia del «principio nazionale» e la borghesia «vende i diritti e l’indipendenza della nazione per dollari». Le bandiere delle libertà democratico-borghesi e dell’indipendenza e sovranità nazionali sono state gettate a mare dalla borghesia capitalistica. Tocca ai partiti comunisti risollevare queste bandiere se vorranno raggruppare attorno a sé la maggioranza del popolo e divenire in tal modo la forza dirigente della nazione. Non vi è nessun altro che possa farlo.

Gli ultimi trent’anni di storia della lotta di classe nei paesi capitalistici dimostrano quanto sia ancora valida l’indicazione staliniana. Fra l’altro, quei partiti comunisti – in particolare il Pci e gli altri «eurocomunisti» – che hanno gradatamente rinunciato alla lotta per l’indipendenza nazionale, hanno in pari tempo imboccato la via dei cedimenti dinnanzi alla propria borghesia e all’imperialismo Usa e hanno attentato o spezzato i legami fraterni con l’Urss e gli altri paesi del campo del socialismo. Ma questa capitolazione non ha fruttato neppure sul terreno del mantenimento della «democrazia». Sotto l’incalzare della aggravata crisi globale delle società capitalistiche, anche le libertà democratico-borghesi svaniscono aprendo la via alla «democrazia protetta», all’autoritarismo, quando non addirittura a nuove forme più o meno larvate di fascismo.

b) La pace e la guerra

Verso la fine del 1951 nell’Urss si accese un grande dibattito, che impegnò il partito, le organizzazioni economiche e gli specialisti intorno alla proposta di redazione di un manuale di economia politica che raccogliesse in forma sistematica e i principi scientifici elaborati da Marx e da Lenin ed attuati nella costruzione del socialismo nell’Urss. Stalin intervenne più volte nel dibattito e in una di tali occasioni allargò il discorso ai problemi determinanti della pace, della guerra e dell’imperialismo. Basandosi sulle tesi leniniste dell’imperialismo quale causa principale delle guerre nella nostra epoca ed appoggiandosi sull’esperienza storica della prima metà del secolo, Stalin ribadì il principio dell’inevitabilità delle guerre imperialiste provocate dallo sviluppo ineguale dei vari capitalismi, ma sottolineò anche con forza l’inevitabilità delle guerre fra paesi capitalistici osservando: «Si dice che i contrasti tra il capitalismo e il socialismo sono più forti che i contrasti fra i paesi capitalistici. Teoricamente, certo, questo è vero. È vero anche solo oggi, ai nostri giorni, ma era vero anche alla vigilia della seconda guerra mondiale. E lo capivano, in maggiore o minore misura, anche i dirigenti dei paesi capitalistici. Eppure la seconda guerra mondiale non incominciò con la guerra contro l’Urss, ma con la guerra fra i paesi capitalistici. Perché? Perché, in primo luogo, la guerra contro l’Urss, in quanto guerra contro il paese del socialismo, è più pericolosa per il capitalismo della guerra fra i paesi capitalistici, giacché, mentre la guerra fra i paesi capitalistici pone solo la questione del predominio di determinati paesi capitalistici su altri paesi capitalistici, la guerra control’Urss deve invece necessariamente porre la questione dell’esistenza del capitalismo stesso. In secondo luogo, perché i capitalisti, sebbene a scopo di “propaganda” facciano chiasso circa l’aggressività dell’Unione Sovietica, non credono essi stessi a questa aggressività, poiché tengono conto della politica pacifica dell’Unione Sovietica e sanno che l’Unione Sovietica non attaccherà, dal canto suo, i paesi capitalistici». Notò poi che il movimento in difesa della pace (allora molto ampio, combattivo ed omogeneo) pur essendo prezioso per i fini «democratici» del mantenimento della pace oper scongiurare orinviare una determinata guerra, non era sufficiente ad eliminare l’inevitabilità delle guerre fra paesi capitalistici se non si elevava al livello superiore della lotta per il socialismo. Infatti l’imperialismo continuerebbe a sussistere e a conservare le sue forze e quindi a rendere inevitabili le guerre. Stalin concludeva con un grande monito: “Per eliminare l’inevitabilità della guerra, è necessario distruggere l’imperialismo». La «sottolineatura» staliniana sull’inevitabilità delle guerre fra paesi capitalistici anche nell’epoca della coesistenza e del confronto fra imperialismo e socialismo, è importante, nelle sue molteplici implicazioni, per l’elaborazione di una globale strategia antimperialista da parte del campo mondiale del socialismo e del movimento per la liberazione nazionale e per la pace.

c) La costruzione del comunismo nell’Urss

1 – La questione dello «sviluppo delle forze produttive»

Il vivace dibattito attorno al progetto di un manuale di economia politica marxista-leninista si elevò nel corso del 1952 ad una discussione di fondo sulle vie per il passaggio dal socialismo al comunismo nell’Urss. Si delinearono due posizioni contrastanti: quella staliniana fermamente ancorata ai principi del marxismo-leninismo, e quella che sosteneva la teoria dello «sviluppo delle forze produttive». Stalin nel maggio 1952 concentrò la sua polemica sulle tesi dell’economista Iaroscenko, ben comprendendo che questi rappresentava soltanto la «punta emergente» di un iceberg. Iaroscenko sosteneva che nell’economia politica del socialismo non importava tanto discutere delle categorie (quali: valore, merce, denaro, credito, ecc.) quanto sviluppare i temi dell’organizzazione razionale delle forze produttive, della pianificazione dello sviluppo dell’economia, della «giustificazione scientifica» dell’organizzazione. Iaroscenko andava oltre, sostenendo che nel socialismo la lotta essenziale per edificare la società comunista si riduceva alla lotta per la «giusta» e «razionale» organizzazione delle forze produttive e che il comunismo consisteva nella «più alta organizzazione scientifica delle forze produttive nella produzione sociale». Stalin richiamò innanzitutto la lezione scientifica di Marx che metteva in risalto l’importanza dei rapporti di produzione (rapporti degli uomini fra loro) rispetto ai rapporti degli uomini con la natura (forze produttive), nel processo generale e unitario della produzione sociale, socialista o non. I rapporti di produzione riguardano le forme della proprietà sui mezzi di produzione, quindi i rapporti fra i vari gruppi sociali nella produzione e infine le forme della distribuzione dei prodotti. Subito dopo Stalin chiarì il rapporto dialettico esistente fra i rapporti di produzione e lo sviluppo delle forze produttive, sottolineando il fatto che storicamente i rapporti di produzione possono costituire in certi periodi, quando sono superati, un freno per le forze produttive, ma in altri periodi, una volta rinnovati, costituiscono un fattore di propulsione principale (e citò il rinnovamento dei rapporti di produzione introdotto dalla rivoluzione d’ottobre e approfonditosi nelle campagne con la collettivizzazione degli anni ’30). Tutto ciò costituiva la materia essenziale dell’economia politica.

Circa il passaggio al comunismo, Stalin denunciò il semplicismo di Iaroscenko secondo cui la formula del comunismo: «A ognuno secondo i suoi bisogni» poteva essere soddisfatta con una organizzazione razionale delle forze produttive che assicurasse l’abbondanza dei prodotti, e ciò senza mutare fatti economici di fondo, strutturali, quali la proprietà di gruppo colcosiana, la produzione e la circolazione mercantili, ecc…. Non si tratta soltanto di questioni di produzione e di consumo ma dello scopo, del compito che la società pone alla sua produzione sociale. Nel regime capitalistico, scopo supremo della produzione di merci è la creazione di plusvalore, del massimo profitto capitalistico da conseguire con ogni mezzo (sfruttamento dei popoli, militarizzazione, guerre). I bisogni reali degli uomini sono praticamente estranei a tale logica. Al contrario, lo scopo della produzione socialista è l’assicurazione del massimo soddisfacimento delle sempre crescenti esigenze materiali e culturali di tutta la società, mediante l’aumento ininterrotto e il perfezionamento della produzione socialista sulla base di una tecnica superiore. Per Iaroscenko la produzione diventa fine a sé stessa e i bisogni dell’uomo scompaiono: una sorta di riaffermazione del primato dell’ideologia borghese sull’ideologia marxista, qualcosa che riecheggiava le tesi di Bukharin sulla «distruzione dell’economia politica» e sulla «tecnica dell’organizzazione sociale». Dopo queste premesse, Stalin espose i punti di vista marxisti-leninisti sulle condizioni per un passaggio effettivo al comunismo. In primo luogo si dovrà assicurare non una mitica «organizzazione razionale» delle forze produttive, ma uno sviluppo ininterrotto di tutta la produzione sociale con uno sviluppo prevalente dei mezzi di produzione, presupposto per una riproduzione allargata. In secondo luogo, occorre elevare la proprietà colcosiana al livello di proprietà di tutto il popolo e sostituire gradualmente alla circolazione mercantile un sistema globale di scambio dei prodotti, controllato nell’interesse della società da un centro economico-sociale. In terzo luogo, per promuovere lo sviluppo culturale dei lavoratori occorrerà diminuire la giornata lavorativa a sei o anche cinque ore, migliorare le abitazioni, aumentare i salari reali di almeno due volte, se non più. Soltanto dopo l’attuazione di tutte queste misure preliminari, il lavoro diverrà non più un «pesante fardello» ma – come dicevano Marx ed Engels – «la prima necessità dell’esistenza», «una gioia».

2 – La questione del superamento della proprietà colcosiana

Nel settembre 1952 Stalin fu indotto ad intervenire nuovamente nel dibattito in corso e questa volta per combattere la proposta degli economisti Sanina e Vensger i quali si erano occupati della capitale questione della trasformazione della proprietà colcosiana in proprietà di tutto il popolo. Stalin comprendeva bene che tali proposte costituivano non soltanto la «punta emersa» di un iceberg ma coinvolgevano pure la fondamentale questione dell’alleanza fra operai e contadini nella costruzione del socialismo e nel passaggio al comunismo. Stalin chiarì preliminarmente che la proprietà colcosiana, pur essendo una forma di proprietà collettiva di gruppo e non una proprietà di tutto il popolo, era tuttavia una forma di proprietà di tipo socialista e non capitalista. Misure di nazionalizzazione o di statizzazione erano perciò da considerarsi del tutto inappropriate, anche perché la proprietà di tutto il popolo con l’estinzione dello stato sarebbe finita storicamente per approdare alla socializzazione. Stalin si occupò quindi della principale proposta avanzata dai due economisti e cioè di elevare la proprietà colcosiana al livello di proprietà di tutto il popolo mediante la vendita in proprietà dei colcos dei principali mezzi di produzione concentrati nelle stazioni di macchine e trattori (SMT). La critica staliniana a tale proposito fu serrata. Innanzitutto era necessario distinguere fra l’attrezzamento agricolo minuto – che veniva correntemente venduto dallo stato ai colcos – e i grossi mezzi di produzione delle SMT. Il primo non decideva in alcun modo le sorti della produzione colcosiana mentre le macchine e i trattori, con la terra, influivano in maniera determinante sulle sorti dell’agricoltura sovietica. Ora, la produttività in agricoltura e l’ascesa continua della produzione agricola nell’Urss dipendevano dal progresso tecnico incessante dei mezzi di produzione, dalla loro continua sostituzione con mezzi più moderni. Ma ciò comportava investimenti giganteschi che potevano essere ammortizzati – a parte le perdite inevitabili – in periodi di non meno di sei-otto anni. I colcos, anche i più prosperi, non potevano addossarsi spese e perdite di tale entità. Soltanto lo stato poteva sostenere tali oneri. Così stando le cose, la proposta di vendita ai colcos delle SMT avrebbe significato perdite e rovina per molti colcos, un declino della meccanizzazione dell’agricoltura e una diminuzione dei ritmi della produzione colcosiana.

Passando ad esaminare l’influenza che la vendita delle SMT ai colcos avrebbe avuto sull’adempimento delle condizioni per il passaggio al comunismo, Stalin rilevò che con la vendita i colcos sarebbero divenuti proprietari dei principali strumenti di produzione, situazione di anormale privilegio non goduta da alcuna azienda sovietica, neppure del settore nazionalizzato. Con ciò la proprietà colcosiana si sarebbe allontanata, non avvicinata, alla proprietà di tutto il popolo e quindi la prospettiva del passaggio dal socialismo al comunismo si sarebbe anch’essa allontanata per questa via. Inoltre un’enorme quantità di strumenti della produzione agricola sarebbe entrata nella sfera della circolazione mercantile. Le conclusioni di Stalin a questo riguardo furono perentorie: «La circolazione mercantile è incompatibile con la prospettiva del passaggio dal socialismo al comunismo… noi marxisti partiamo dalla nota tesi marxista secondo cui il passaggio dal socialismo al comunismo e il principio comunista della ripartizione dei prodotti secondo i bisogni escludono qualsiasi scambio mercantile, quindi anche la trasformazione dei prodotti in merci e al tempo stesso la loro trasformazione in valore». Approfondendo ulteriormente l’analisi, Stalin constatava che i colcos, non essendo proprietari della terra e dei principali mezzi di produzione, erano in realtà proprietari soltanto del prodotto della produzione colcosiana (a parte gli edifici e le aziende individuali dei colcosiani). Tuttavia una buona parte di tale produzione, le eccedenze rispetto alle vendite allo stato, ecc. si riversava sul mercato ed entrava nella circolazione mercantile. Ciò ostacola il processo di elevamento della proprietà colcosiana a proprietà di tutto il popolo. Occorrerà quindi escludere le eccedenze della produzione colcosiana dalla circolazione mercantile e inserirle via via nel sistema dello scambio diretto dei prodotti fra l’industria statale e i colcos. Questo sistema, ancora allo stato embrionale, andrà introdotto gradualmente anche perché presuppone un gigantesco aumento della produzione fornita dalla città alla campagna. Ma la sua progressiva estensione a tutti i rami dell’agricoltura agevolerà anche l’inserimento della produzione colcosiana nel sistema della pianificazione generale e anche per questa via accelererà la transizione dal socialismo al comunismo.

Per trarre alcune prime, per quanto approssimate conclusioni, è necessario delineare un quadro, sia pure molto sommario e in parte lacunoso, degli assetti dell’agricoltura sovietica risultati dal nuovo corso aperto dal XX Congresso del Pcus del 1956 e continuato attraverso gli anni della «destalinizzazione» e della stessa destituzione di Krusciov del 1964. Dalla seconda metà degli anni ’50 più volte lo Stato sovietico aumentò i prezzi di acquisto dai colcos dei prodotti più importanti e concesse sgravi fiscali. Nel 1958 venne adottata la fondamentale misura strutturale della vendita da parte dello stato dei mezzi delle SMT ai colcos che ne divennero proprietari. Nel 1964-65 fu vietato alle istanze locali del partito, dei soviet e degli organismi economici, di fissare obbiettivi di produzione ai colcos. Furono ridotte le misure delle consegne obbligatorie allo stato (in particolare per grano, ortaggi, patate, semi oleosi), vennero stabilizzati i prezzi di acquisto e i quantitativi. I crediti ai colcos vennero pagati direttamente dalle banche, senza più l’intermediazione e la compensazione da parte degli organismi degli ammassi. Vennero praticamente annullati i debiti dei colcos verso lo stato, con uno stanziamento di 2.250 milioni di rubli. Fra il 1969 e il ’70, in particolare in occasione del II congresso dei colcosiani dell’Urss, vennero adottati nuovi statuti-modello della cooperazione agricola che, unitamente ad altri provvedimenti adottati in quel torno di tempo, comportarono mutamenti profondi nell’ordine della pianificazione, restando attribuite ai colcos le decisioni circa l’estensione delle aree da seminare, il rendimento delle singole coltivazioni del bestiame, mentre lo stato stabilisce la misura delle consegne dei prodotti e della vendita. Ai singoli colcos venne riconosciuta la facoltà di modificare le clausole degli statuti. Non fu più richiesto di precisare l’ammontare del prelievo sui redditi colcosiani da destinare ai fondi sociali. Le relative decisioni furono lasciate ai colcosiani stessi.

In sostanza, i colcos oggigiorno, partendo dal piano statale pluriennale di vendite a prezzi stabili, determinano l’ordine delle loro attività economiche e le priorità nella destinazione dei fondi che all’incirca rimangono fissate come segue: sementi – conti verso lo stato (ammassi, prestiti) – salari – vari. Precedentemente le priorità erano nell’ordine: conti verso lo stato – sementi – salari. I colcos vendono l’eccedenza della loro produzione immettendola sul mercato per la popolazione o cedendola alle cooperative di consumo o agli organismi degli ammassi (a prezzi maggiorati). I pagamenti in moneta si sono andati generalizzando, sostituendo quelli in natura, e ciò sia per i salari colcosiani, sia per i pagamenti dei costi di produzione, debiti verso lo stato, fondi sociali, ecc.. È da notare inoltre che lo sviluppo delle forze produttive nelle campagne ha comportato la nascita e la diffusione di tutto un settore agro-industriale e di mestieri connessi con la trasformazione, conservazione e trasporto dei prodotti, i cui impianti e relativi mezzi di produzione (ad esempio, centrali elettriche, almeno entro certe capacità produttive) sono di proprietà dei colcos. Una rapida rassegna risulterebbe incompleta se mancasse un cenno al settore degli appezzamenti agricoli individuali (concessione della terra a tempo indeterminato), che è un aspetto specifico dei rapporti sociali nell’agricoltura sovietica, sopravvissuto alla collettivizzazione. Negli ultimi anni della direzione kruscioviana si era tentato di limitare questo settore, ma nel 1964 vennero ripristinate le condizioni precedenti. Il 60% della produzione di queste imprese individuali proviene dai colcosiani, il rimanente da operai e impiegati. La famiglia colcosiana ha quindi in uso l’appezzamento individuale e in proprietà la casa e le costruzioni annesse, il bestiame, volatili, piccoli strumenti agricoli e può inoltre avvalersi degli animali, dei pascoli e dei mezzi di trasporto dei colcos. L’importanza e la specializzazione relative di questo settore della produzione agricola può misurarsi dalle seguenti cifre: su una superficie coltivabile pari al 2,7% di quella totale, nel 1977 si allevava circa il 20% del totale di bovini, suini e ovini, mentre la produzione di carne, latte e uova si aggirava attorno al 35% del totale. Una consistente parte di tale produzione viene immessa direttamente nel mercato senza alcun obbligo di consegna. Malgrado la tendenza generale alla diminuzione della parte di popolazione dedita all’agricoltura, la produzione individuale mostra ritmi di sviluppo tendenti alla crescita.

Il senso delle riforme compiute nell’agricoltura sovietica nel periodo post-staliniano sta nell’obiettivo fondamentale di promuovere lo sviluppo delle forze produttive mediante l’interessamento materiale e la partecipazione decisionale dei colcosiani, in un quadro di rapporti economici e giuridici fra stato e colcos che si avvicina molto all’«autogestione». Probabilmente le riforme rispondevano in una certa misura ad esigenze oggettive e ad aspirazioni soggettive reali, in specie se si tiene conto della rigida pianificazione centralizzata precedente e dei grandi sacrifici richiesti per lungo tempo alle masse lavoratrici contadine. Una riprova di tutto ciò potrebbe essere vista nello slancio registrato nella produzione agricola e culminato attorno al 1970 con ottimi raccolti dei prodotti più importanti. Tuttavia l’autonomia economica e la «democrazia colcosiana» portano con sé anche inconvenienti e pericoli seri. È vero che è illusorio costruire il socialismo chiamando le masse lavoratrici a contribuirvi soltanto sulla base dell’entusiasmo o anche della sola convinzione. Ma è anche certo che la proprietà collettiva di gruppo, in specie se rafforzata dal possesso di mezzi di produzione ragguardevoli, e se sottratta in buona parte alla regola di una giusta pianificazione centralizzata e di un corretto e continuo orientamento e controllo politico, costituisce la base per lo sviluppo spontaneo di tendenze psicologiche di massa verso l’egoismo corporativo, l’edonismo e magari il consumismo. Ciò sul terreno soggettivo. Ma sul terreno dei rapporti economici, l’affievolimento del principio centralizzatore della pianificazione e il contemporaneo incremento della circolazione mercantile, fanno riemergere inevitabilmente l’azione di talune leggi economiche inerenti al mercato, tra cui quella della concorrenza ma soprattutto quella della ricerca del profitto. Sulla base della ricerca del profitto, e sia pure di un profitto di gruppo, è breve il passo al processo di una differenziazione economica fra gli strati contadini, per quanto collettivizzati, tanto più se esposti continuamente alla tentazione di un uso e di uno sfruttamento individuale della terra.

È innegabile che le riforme post-staliniane nell’agricoltura hanno comportato una riduzione dell’area della pianificazione centralizzata e un aumento della produzione mercantile con annessa circolazione monetaria e un potenziamento della proprietà collettiva di gruppo. È vero che lo stesso Stalin difendeva la funzione positiva della produzione mercantile e della proprietà collettiva di gruppo nelle condizioni economiche, sociali e politiche del potere socialista sovietico. Ma la sua era una concezione «dinamica» e storicistica del fenomeno. In altri termini, un assetto da utilizzare per un certo periodo (storico) ma con l’impegno risoluto a passare a forme superiori appena possibile. «Nel momento attuale» – scriveva nel maggio 1952 – «questi fenomeni vengono da noi utilizzati con successo per sviluppare l’economia socialista ed essi recano alla nostra società un utile indubbio. Non v’è dubbio che recheranno questa utilità anche nel prossimo futuro; ma sarebbe una cecità imperdonabile non vedere che in pari tempo questi fenomeni cominciano già adesso a frenare il potente sviluppo delle nostre forze produttive in quanto creano ostacoli alla completa estensione a tutta l’economia nazionale, in modo particolare all’agricoltura, della pianificazione statale. Non vi può essere dubbio che più si andrà avanti e più questi fenomeni freneranno l’ulteriore sviluppo delle forze produttive del nostro paese. Di conseguenza, il compito consiste nel liquidare queste contraddizioni mediante la trasformazione graduale della proprietà colcosiana in proprietà di tutto il popolo e mediante l’introduzione – anch’essa graduale – dello scambio dei prodotti invece della circolazione mercantile». Le persistenti difficoltà dell’agricoltura sovietica, i suoi insufficienti ritmi di sviluppo che si ripercuotono sfavorevolmente sull’intera economia socialista e l’accentuazione del fenomeno negli ultimi anni, inducono a ritenere che si tratta proprio del genere di contraddizioni strutturali previste da Stalin. Esse coinvolgono direttamente anche i tempi del processo di transizione al comunismo.

La «destalinizzazione» fu accompagnata da una particolare enfasi propagandistica posta sulla prospettiva ravvicinata della costruzione delle basi materiali e dello stesso passaggio alla fase economico-sociale del comunismo. Il XX Congresso del Pcus indicò l’obiettivo di raggiungere e superare gli Usa nella produzione agricola pro-capite (in particolare latte, burro e carne). Nell’anno seguente fu delineato un piano di 15 anni per cui la costruzione della società comunista diventava «l’obiettivo immediato e pratico del partito e del popolo sovietico». Il XXI Congresso del Pcus del 1959 fu definito il congresso dei «costruttori del comunismo» in una «fase avanzata di costruzione del comunismo» e il piano settennale 1959-65 venne presentato come la «tappa decisiva nella creazione della base tecnico-materiale del comunismo». Oggigiorno, a più di venti anni da quelle enunciazioni trionfalistiche, sono subentrati cautela e realismo. Si continua a sottolineare il ruolo determinante dello sviluppo delle forze produttive. Se ne deduce la possibilità del passaggio al comunismo attraverso un processo graduale e pacifico di integrazione e di compenetrazione delle due forme di proprietà socialista nelle campagne, la proprietà di tutto il popolo e la proprietà collettiva di gruppo. Tuttavia, anche qui la storia non concede all’Urss fasi troppo prolungate di «respiro» o di «grandi NEP». Il socialismo «maturo» potrebbe infradiciare nelle sue stesse basi se la transizione al comunismo ritardasse o venisse procrastinata indefinitamente. D’altra parte, il nuovo approfondimento della crisi generale del capitalismo comporta nuovi conflitti interimperialistici con la connessa tentazione da parte del mondo capitalistico di regolare i conti col campo mondiale del socialismo e con l’Urss. Svanisce il periodo storico della «coesistenza pacifica» e subentra quello delle guerre economiche e della preparazione delle guerre imperialiste. All’Urss incombe ancora una volta il compito storico di fronteggiare, ritardare, deviare o stroncare l’aggressione imperialista, di mantenere e di ristabilire la pace, e comunque di sostenere una pesante corsa agli armamenti e quindi una dura sfida sul terreno economico.

In che modo tali compiti supremi saranno conciliabili col passaggio al comunismo? La risposta è tremendamente ardua. Quel che è certo, è che l’Urss dovrà adottare necessariamente una concentrazione e una pianificazione mai viste di tutte le sue risorse economiche e umane e della sua direzione politica, economica e militare, oltreché favorire processi analoghi nei paesi più o meno avanzati sulla via del socialismo o nel movimento comunista internazionale. È ben difficile che tutto ciò potrà essere conseguito senza un ritorno alla rigorosa definizione ed applicazione in tutti i settori della vita sociale dei principi basilari del marxismo-leninismo.

Appendice

Il giuramento di Stalin alla morte di Lenin

Lasciandoci, il compagno Lenin ci ha comandato di tener alto e serbar puro il grande appellativo di membro del partito.
Ti giuriamo, compagno Lenin, che adempiremo con onore il tuo comandamento !

Lasciandoci, il compagno Lenin ci ha comandato di salvaguardare, come la pupilla dei nostri occhi, l’unità del nostro partito.
Ti giuriamo, compagno Lenin, che adempiremo con onore anche questo tuo comandamento !

Lasciandoci, il compagno Lenin ci ha comandato di rinsaldare con tutte le forze l’alleanza degli operai e dei contadini.
Ti giuriamo, compagno Lenin, che adempiremo con onore anche questo tuo comandamento !

Lasciandoci il compagno Lenin ci ha comandato di essere fedeli ai principi dell’Internazionale Comunista.
Ti giuriamo, compagno Lenin,
che non risparmieremo la nostra vita pur di rafforzare e di estendere l’unione dei lavoratori di tutto il mondo,
l’Internazionale Comunista !

30 Gennaio 1924

http://www.resistenze.org/sito/ma/di/sc/madsmost.htm#a04

www.resistenze.org – materiali resistenti – disponibili in linea – saggistica contemporanea – 10.03.03

Franco Molfese

REFLEXIONES SOBRE STALIN

ÍNDICE

Prefacio

Stalin como Robespierre

Las connotaciones de clase dell’antistalinismo

El informe “secreto” de Kruschev a Stalin

Stalin: un presupuesto?

La voluntad de Stalin
a) El internacionalismo proletario y las tareas históricas de los partidos comunistas
b) La paz y la guerra
c) La construcción del comunismo en la URSS
1 – El tema del “desarrollo de las fuerzas productivas”
2 – El tema de la superación de la propiedad colectiva de la finca

Apéndice: El juramento a la muerte de Stalin, Lenin

Prefacio

La figura del secretario del Partido Comunista Bolchevique y jefe del gobierno soviético, en uno de los períodos más difíciles en la historia de la URSS ” (1923-1953) que creemos que debe considerarse en el contexto de la dramática y, al mismo tiempo. los grandes acontecimientos históricos de aquellos años y necesita ser históricamente profundo. Esto no quiere decir que se inspira directamente en disculpas ni la hostilidad preconcebida.

Es con esta premisa que ofrecemos a nuestros socios y empleados sean conscientes de este breve texto: “Reflexiones de Stalin” de Franco Molfese, publicado por primera vez en 1982 en la revista “ideología proletaria”, y que aún se encuentra en nuestra opinión, una grave y valiosa contribución a la reflexión.

Este es el primer trabajo realizado por un centro de documentación del Pueblo de Turín, para ayudar a desarrollar un debate histórico y político, desde el punto de vista de los oprimidos y los trabajadores con las herramientas del marxismo y del leninismo. a fin de revertir las relaciones de poder existentes entre las clases

Stalin como Robespierre

En la primera página del Manifiesto Comunista de Marx y Engels observó sarcásticamente que “un fantasma recorre Europa – el espectro del comunismo”, alterando los días y las noches de los sacerdotes y coronado, los ministros conservadores y radicales liberales, burgueses y de la policía .
A 130 años más tarde, cuando el comunismo o, más exactamente, la transición turbulenta y tortuoso a veces, del capitalismo al socialismo se está convirtiendo en una realidad concreta del mundo, una vez más un “fantasma” persigue a los días y las noches de los grandes y de clase media los niños, sacerdotes e intelectuales, los demócratas “progresistas” y “puros” de “socialistas” y los reaccionarios: el “fantasma” de Stalin.

Stalin murió hace 29 años y su destino en la vida tenía un aspecto común a la de muchos otros hombres de las grandes luchas históricas que han llevado a los contrastes políticos y sociales fuertes y decisivas entre aguda: tener, es decir, el amor y el odio despertado intensa entre las masas de la humanidad, exaltaciones incondicionales, juicios categóricos y oraciones apologéticas, sin circunstancias atenuantes. Lo que, sin embargo, parece único en la “historia” de la evaluación de la figura de Stalin, es la tenacidad y la obstinación con que sus detractores, utilizando los cien mil bocas de los medios de operación de comunicación de masas en el mundo capitalista, siguen condenando , falsificar o tacerne el trabajo, incluso después de la muerte de todo un período histórico. Teniendo en cuenta que las actuaciones de esta campaña implacable de todos los sectores de la burguesía internacional no tienen nada de científico “historiografía”, es evidente que una gran lucha política y de clase se sigue desarrollando en torno a la figura y la obra de Stalin.

Un primer aspecto que llama el observador es la analogía de la historia de Stalin con el que afectó a Robespierre: dos grandes revoluciones, los burgueses, los otros proletarios, dos dictaduras, y que los dos jacobino-leninista-estalinista ” Termidori “, es decir, dos rondas de arresto, dos subidas y dos asentamientos de sus respectivas revoluciones, que coinciden a grandes rasgos con la desaparición de dos dirigentes destacados. La analogía, o por lo menos el primero parece que se extiende a los hechos de la sentencia historiográfico. Robespierre durante casi un siglo era considerado por los historiadores y los de venta libre post-burguesa sólo como el principal culpable de terror, el “monstruo sediento de sangre” que se había desviado el curso de la revolución de los destinos supuestamente idílicas. Sin embargo, el paso del tiempo, es decir, siguiendo el curso de la clase alternando las luchas en Francia durante gran parte del siglo XIX (que eran esencialmente una continuación y desarrollo de la revolución) y de la experiencia teórica y práctica de las grandes revoluciones nuevos – el proletariado en esta ocasión – que, entre otras cosas, ponen de manifiesto la existencia de ciertas “leyes de la revolución,” el juicio de los historiadores más penetrantes y el juicio histórico general de Robespierre, y luego cambiar las puntas. Por lo tanto, se observa que la gran revolución burguesa en Francia se salvó por la dictadura jacobina de hierro que organizó la victoriosa resistencia a la agresión externa y reaccionario aplastamiento de la interna, la búsqueda de la alianza de los campesinos. Además se entiende que sólo la dictadura jacobina fue capaz de empujar el diverso movimiento político revolucionario a los límites extremos políticos y sociales (temporalmente sorpassandoli) compatibles en ese momento con los objetivos de las fuerzas motrices de la revolución.

Se puede ver algo similar en la evaluación de la obra de Stalin? Creo que sí por tres razones básicas. La primera es que la figura de Stalin sigue siendo emblemático para una parte considerable del proletariado mundial, las distintas partes del movimiento comunista internacional, los combatientes antifascistas y los pueblos oprimidos que se oponen a su condena. En segundo lugar, porque la Revolución de Octubre “continúa” en este siglo a nivel mundial a través del conflicto cada vez más aguda entre el imperialismo y el socialismo. En tercer lugar, porque el juicio de Stalin no es sólo de académicos versados ​​en la metodología de negocio en particular de la historiografía, pero se parece más a una cuestión de clase de la importancia histórica. Sull’antistalinismo la gran burguesía “secular” o de oficina, “democrático” o autoritarios no está allí para pasar un montón de palabras. Coincide con el odio visceral, de clase del proletariado, su emancipación política y económica de movimiento, su teoría revolucionaria, su poder, en el que se organiza. No le perdona a Stalin de haber sido el organizador de la más intransigente de la derrota del fascismo, pero no puede decirlo abiertamente, en homenaje a la “democracia” que ni siquiera los imperialistas y las multinacionales se ven obligados hoy a rendir homenaje al ritual de reverencias. Un aspecto grotesco fue sin duda el de la justa indignación de la alta burguesía de la “represión” contra los estalinistas “revolución” que la gran burguesía, por su parte, discrimina, procesados, encarcelados o eliminar físicamente cada vez que les permite hacerlo.

Las connotaciones de clase dell’antistalinismo

La conversación se hizo más seria y estructurada por la pequeña burguesía, que es el fundamento de la elección de una de dos caras contra el estalinismo. En la sociedad capitalista desarrollada, monopólica, los diversos estratos de la sociedad que generalmente se agrupan bajo el término común de la pequeña burguesía, siguen dependiendo de la pequeña producción, en su mayoría parásitos de la pequeña propiedad y el comercio, aunque el desarrollo de una economía”, negro ‘ (lo que significa que en su mayoría ilegales) y el sector terciario de servicios auxiliares a la producción y distribución, aumenta cuantitativamente la pequeña burguesía que intenta su mano – lo que le permite económica – en empresas de diversos tipos que no están seguros de un buen número innecesario y dañino. Sometido a un intercambio incesante de las cuales sólo una minoría de la pequeña burguesía asciende a un orden superior y en el otro lado, grandes áreas o franano constantemente caer en las filas del proletariado, la pequeña burguesía necesariamente un reflejo del malestar social, la inseguridad la impotencia y la clase económica. Por lo tanto, representa la falta de iniciativas de energía y mayores de un miedo crónico, las opiniones contradictorias de su oferta cultural y filosófico, social y política. Por un lado, la pequeña burguesía es presionado por la gran burguesía, cuyo económica y política opciones, también puso en su lugar por medio del Estado, afectar el nivel de vida, ya veces la propia existencia de la pequeña burguesía que abrigan tales sentimientos en esa dirección de la envidia, la admiración, la sumisión y resentimiento sordo, al mismo tiempo.

En el lado opuesto de la pequeña burguesía con el proletariado de las fronteras que desprecia y teme y que también tiene que enfrentar día a día en primera persona, o en nombre de la clase dominante. Su posición social la hace girar tan fácilmente desorientado e incapaz de la centralización política. La pequeña burguesía se convierte principalmente en la base de masas de los regímenes fascistas en tiempos de crisis aguda de la sociedad y la lucha de clases. En otras ocasiones, cuando una crisis se está acercando, pero aún plantea el proletariado, la pequeña burguesía, a veces, delegado a sus jóvenes la tarea de “enojado” por la injusticia social, que están expresando sentimientos en palabras y subversivos “de izquierda “pero en realidad que muestra la habitual falta de firmeza, disciplina, perseverancia en la organización y la desconfianza y la incomprensión cultivar por las razones del proletariado.

Como regla general, después de la ola “revolucionaria” airado joven de clase media, la apatía rápidamente caer en la “desconexión” y no pocas veces un acto de sumisión o se dedican a cultivar el modo de marcha de la “vanguardia” la cultura burguesa. El ejemplo de los jóvenes pequeño-burgués “sessantottini” es clara: la izquierda como “extraparlamentaria” sociedad de la impugnación de Estado y de la burguesía, en referencia al pensamiento de Mao afirmaba el poder de “la” imaginación “(el único poder que se proporcionan) y al final de un ciclón esencialmente verbal el más astuto de ellos están terminados y los líderes parlamentarios de los partidos y los partidos pequeños, más o menos pertenecientes a” del arco constitucional “de la democracia burguesa y de oficina, o en la posición más tranquila en las oficinas de los funcionarios-el estudio de los bancos empezaron como profesionales.

En los períodos de los historiadores políticos y sociales relativamente “pacífico” de la pequeña burguesía en general, se encuentra satisfecho en el terreno del pacifismo “burgués” y democracia “pura”. Se teoriza así su oposición a los cambios y las luchas de clase entre la gran burguesía y el proletariado, que se combinan la predicación de la “programación” de la política económica. Su objetivo es “mejorar” el ritagliarvisi Estado y la sociedad burguesa por una condición particular, más seguro y más rentable. Así que escucha con interés a cada programa, “demócrata” que predican una reducción de peso de la explotación de los monopolios y los bancos y la colaboración de clases, por medio de un sistema esencialmente corporativista. En consecuencia, la pequeña burguesía al proletariado reconoce, más o menos a regañadientes, el derecho a salarios más altos y mejores condiciones de trabajo, pero a cambio trata de imponer la condición necesaria para renunciar a cualquier plan de derrocamiento radical de la sociedad capitalista. La pequeña burguesía en torno social, económica y cultural de cada lado del proletariado, pulse sobre el mismo y constantemente se esfuerza a diario para que pueda penetrar en sus puntos de vista, sus costumbres, su forma de vida. Pero este proceso es espontáneo social históricamente inadecuada a los objetivos perseguidos, especialmente desde que el proletariado durante su movimiento de la emancipación, ha comenzado a construir un embrión de la lucha contra el económico y político primero, y luego más rápido y una estrategia sólida e iluminada una táctica por una teoría muy avanzada, el materialismo histórico y dialéctico. En la era de las revoluciones del imperialismo y el proletariado, la penetración sólo espontánea no podría ser más eficaz: es necesario “organizar” el trabajo, adibirvi un cuerpo de especialistas que es un departamento separado de la propiedad intelectual (los científicos políticos, escritores, artistas, filósofos y viejos nuevos técnicos, profesionales, periodistas, sindicalistas y políticos más o menos educados).

Los intelectuales, las palabras de Gramsci, que son, independientemente de su “estatura”, el “grupo dominante comprometidos con el desempeño de la hegemonía social subordinada y el gobierno político”. Sus orígenes sociales, sus condiciones de existencia y el trabajo son en su mayoría de clase media. Por lo tanto, es totalmente la mentalidad y el carácter que hizo las exclusiones necesarias junto a la disposición de la inteligencia y el dominio de metodologías específicas, coexisten las deficiencias de carácter, como el individualismo, el arribismo, el oportunismo y el hambre de beneficios, su reputación , la publicidad, y la vida cómoda.

Ahora, como parte de un proceso de entorno social, político y cultural en que la lucha de clases tiene lugar en más o menos agudo, los intelectuales están haciendo una verdadera división del trabajo, en parte espontánea, impulsada en parte por el centro más o menos oculto (imperialista, trotskista burguesa, católica). A los intelectuales de las porciones surge directa y abiertamente al servicio de la gran burguesía capitalista y su poder estatal. Una proporción menor, a veces animado inicialmente por buenas intenciones y un populismo genérico, lleva a cabo su tarea fundamental indirecta y poco a poco entrando en las filas del partido de la clase obrera y el proletariado, y aún en el movimiento obrero.

Aquí, sin embargo, se enfrenta a una gran contradicción a ellos, es decir, el espíritu de clase y la disciplina, la circulación, más o menos intenso, las ideas del materialismo dialéctico e histórico, las estructuras centralizadas formados a través de un proceso histórico, así como el prestigio de los líderes históricos del proletariado. Todas las cosas que son repugnantes a la falta de disciplina, el individualismo anárquico, el eclecticismo, el idealismo y el amateurismo filosófico de gran parte de los intelectuales pequeñoburgueses.

Sin embargo, parte de ellos, apoyado también por “el deseo inconsciente de hacer que su hegemonía de clase sobre el pueblo”, tendrá suficiente para alcanzar el objetivo individual de los trabajadores llegar a ser líderes. Para lograr esto, deben funcionar sin problemas y para conectar en un primer momento en secreto, y luego – con el apoyo constante de la parte exterior de la burguesía capitalista – cada vez más abiertamente, hacer propaganda en el partido y el movimiento obrero “su” imaginario y nebuloso socialismo pequeñoburgués, su y la concepción laxa libertaria de la vida del partido, su adoración por el “pluralismo democrático”, su odio a la dictadura del proletariado, para la teoría del marxismo y del leninismo (que sviseranno falsificheranno y en todos los sentidos), por el trabajo de todos los representantes de los principales teóricos y políticos del proletariado internacional. Representantes históricos de esta clase de la pequeña burguesía oposición a Marx, Engels, Lenin y Stalin fueron poco a poco, Bakunin, Kautsky, Trotsky y Jruschov.

La parábola a cabo en treinta años por el liderazgo del Partido Comunista Italiano es una verdadera “ilustración” para referirse a la época estalinista y post-estalinista. Los jóvenes de clase media, de los cuales no pocos habían hecho sus primeras pruebas las políticas fascistas en las filas, las legiones entró en el PCI durante o después de la Resistencia a través de las puertas abiertas del “partido de masas” en Togliatti (al lado de una pequeña minoría con spesseggiavano cierta gravedad, como siempre, “porque no hay abogados, médicos sin enfermos y sin la ciencia, los estudiantes de billar y otros empleados de comercio y los periodistas de prensa escrita en su mayoría pequeños una reputación más o menos inequívoca” mencionado por Engels se refiere a su Italia), después de un intenso período de la historia han sido capaces de expresar un equipo ejecutivo que ha ido marginado a los militantes comunistas, de manera incondicional elegido la “vía pacífica” y la integración en la democracia burguesa y clerical, ha capitulado ante el hecho de ante el imperialismo, encabezó una lucha incansable contra la insidiosa marxismo-leninismo se puso de manifiesto, no por casualidad, durante la “desestalinización” kruscioviana marca y Togliatti. y llegó hoy, a través de las etapas de la degeneración ideológica tipo de organización política y social-, la última playa de la separación de cualquier legado de la Revolución de Octubre. La lucha contra el estalinismo de la dirección intelectual pequeño-burgués del Partido Comunista era entonces uno de los más explotados para llevar a cabo la operación de las principales consecuencias políticas e históricas que causó el PCI infradiciamento oportunista o al menos parte de su Poder Ejecutivo con sus sindicatos.

Los beneficiarios sólo va a almacenar el imperialismo nacional e internacional.

Esto no es un fenómeno nuevo, aunque no en proporción. Ya hace 50 años, Gramsci comentó fríamente: “En otros países el movimiento obrero y socialista personalidades políticas desarrolladas en Italia en lugar de grupos enteros de intelectuales que trabajaron como grupo fue a otra clase.”

Si una lección y una lección se puede extraer de todo este trabajo para la reconstrucción de una necesidad histórica verdadero partido comunista en Italia, los que todavía hace cien años, Marx y Engels formularon categóricamente hablando a los líderes de la socialdemocracia alemana: “Cuando la gente este tipo de de otras clases se unen al movimiento proletario, el primer requisito es que no lleva consigo prejuicios residuales de la burguesía, pequeña burguesía, etc., pero no propias reservas de considerar cómo las cosas del proletariado … Si hay razones para tolerar un momento en el partido, no sólo es un deber de tolerar, no les otorga ninguna influencia sobre la dirección del partido, siendo siempre conscientes de la ruptura con ellos es sólo una cuestión de tiempo “.

El informe “secreto” de Kruschev a Stalin

El XX Congreso del PCUS en Moscú tuvo lugar 14-25 febrero, 1956, y fue la primera conferencia celebrada después de la muerte de Stalin (5 de marzo, 1953). Hacia el final de la obra, en una sesión a puerta cerrada, Jruschov, entonces secretario del Comité Central, leer lo que entonces se conocía como el “informe secreto” de Stalin. Este informe es sin duda uno de los documentos más sensacionalistas y explosivos de la historia contemporánea, pero mucho más que el efecto que causó no fuera por las cosas en él. De hecho, se ha dado el inicio oficial de “desestalinización” en la URSS, en las democracias, y en la mayoría de los partidos comunistas que operan en el mundo capitalista. Después se manifiesta abiertamente en el revisionismo movimiento comunista internacional de Jruschov, Tito y Togliatti, con el resultado de la escisión en el corto plazo a la izquierda del Partido Comunista de China, el Partido del Trabajo de Albania, y otros, y, a la derecha con la salida gradual de la URSS y el PCUS del Partido Comunista y otros partidos comunistas de los países capitalistas desarrollados, que culmina finalmente, después de un proceso gradual y prolongado de la social-democratización, todas las eurocomunismo” ‘. En el mundo capitalista la relación “secreta” fue la señal para un ataque de proporciones sin precedentes, anticomunista, que culminó, durante el 1956 igual, los graves acontecimientos en Polonia y Hungría. Desde ese momento se convirtió en 1’antistalinismo la bandera común de todas las fuerzas que desataron una lucha contrarrevolucionaria y anti-ideológica y política se encuentra todavía en pleno desarrollo y que, más allá de la figura y la obra de Stalin, tiene por objeto la demolición de toda la teoría y la la práctica del marxismo-leninismo. Reconsiderarse a 25 años de distancia, muestran “secreto” el informe de lo que realmente era y que es la herramienta para un verdadero “golpe” objetivos ideológicos y políticos para borrar la URSS y en otros lugares, porque no era el régimen de la dictadura del proletariado y el partido leninista. No se enfrenta a un análisis y un juicio histórico, pero en presencia de un panfleto de mala calidad, donde el objetivo es principalmente el efecto de inmediato.

Veamos en primer lugar los aspectos únicos del “secreto” de este documento. Para cerrar su presentación, Jruschov dijo: “Tenemos que examinar la cuestión con toda la seriedad del culto a la personalidad. No podemos dejar que el tema salga de la parte que pasa por encima y entregada a la prensa: Es por eso que lo tratamos aquí, detrás de puertas cerradas. Debemos tener un sentido de proporción y no proporcionar armas al enemigo. No debemos lavar nuestra ropa sucia ante sus ojos. ” En contraste con estas declaraciones bonitas, es el hecho de que nunca el resto del informe “secreto” era popular entre el pueblo soviético. enviado a los “líderes de los partidos” democracias populares y, como es lógico, de Varsovia mayo 1956 terminó en las manos de la CIA EE.UU..
Aquí comienza la “belleza” de la historia.
El influyente “The New York Times” del 25 de diciembre 1977 reveló durante una serie de artículos dedicali a la infiltración de la CIA en el campo de los medios de comunicación de todo el mundo, sin haber sido negado de que la CIA sí mismo, entró en posesión de un documento tan codicioso, pero a juzgar, evidentemente, insuficiente para las metas que se espera sensacional, previsto en sus oficinas en Virginia para incluir canciones recopiladas por el personal de al menos 34 puntos en el texto original (períodos, párrafos, secciones enteras ). Los comunistas de todo el mundo se enteró de que “los errores y los crímenes de Stalin” por la prensa burguesa. Por último, pero ciertamente no menos desconcertante aspecto del “secreto” del informe, es el hecho de que el texto del informe de Jruschov, aunque manchado por la CIA nunca ha sido abiertamente rechazado por el primer autor, tal vez satisfecho con el efecto producido por el amplificador juntos, fue voluntaria o involuntaria.

Entrando en el fondo del documento de gran extensión, el contenido se puede resumir en dos temas: la disputa con el “culto a la personalidad” de Stalin “errores y crímenes”, derivado de la “secta”. Es indiscutible que el “culto” de cualquier funcionario del movimiento comunista internacional es una manifestación de anormal y patológico en la luz del marxismo-leninismo y también es innegable que en los últimos años de Stalin “culto” se había arraigado ampliamente y no sólo en la URSS, lo que distorsiona la correcta gestión de las relaciones de clase-partido de masas. Jruschov fue tan bien en el juego obsesivamente condenado en el “culto” de Stalin, tanto más porque, al hacerlo, pasando de posiciones “leninista”, y propuso en varias ocasiones como un modelo de comportamiento correcto de Lenin.

Pero hoy sabemos mucho acerca de “leninismo”, Kruschev y no podemos concluir que el “retorno a Lenin” de Jruschov fue una versión inteligente para facilitar la engañosa “desestalinización”, por no hablar de todo lo que vino después . Además de esto, en la proporción de Jruschov contaminado por la CIA carece de profundización de las causas políticas y sociales de la “secta”. Esto afectaría a la paranoia de Stalin y su sed de poder absoluto. Sin embargo, el análisis de la cosa buena sobre la base de lo que ocurrió entonces en China por Mao, es muy probable que descubra que el más interesado en el poder, la “adoración” en algunos países socialistas y también en algunos partidos comunistas son precisamente esos grupos y sectores del Partido y el Estado trabaja para la sucesión en el poder y la inversión de la línea general. Con el fin de demoler la figura de un solo lado y la obra de Stalin, Jruschov incontrolable que reúne anécdotas, exageraciones y sin sentido y hasta ridículo. Stalin dirigió las operaciones militares en un “mundo”. Stalin dijo el mariscal Zhukov, o no se decidía a atacar después de recoger y olía un poco de tierra. Stalin “conocía el país y la agricultura sólo a través de películas”. “Los hechos y las cifras no le interesaba en absoluto.” Con la furia en particular Jruschov trata de destruir la reputación de ser un estratega y organizador militar de Stalin. Descuidado, o tal vez haciendo caso omiso de lo que habían escrito sobre este conservadores confiados varios, entre ellos Sir Churchili y Alanbrooke, Jefe del Estado Mayor de las fuerzas británicas durante la Segunda Guerra Mundial, Jruschov se asegura de que una revisión adecuada conducirá a una reducción de Stalin También en esta área. Pronóstico negó, sin embargo, por un mayor desarrollo de la historia militar soviética que nunca ha cuestionado el papel eminente de Stalin.

Pero el núcleo de la relación contaminada por la CIA y el argumento de la Kruschev se convertirá en el caballo de batalla de la lucha contra dell’antistalinismo ya nivel mundial, es el de la “represión” estalinista entre los años 1934 y 1938. Uno puede decir con certeza que la evidencia sobre este punto es especialmente rica en hechos y pruebas. Se describen tres casos de militantes del partido de largo que fueron condenados injustamente a muerte (Eije, Rudzutak, Rozenblum), menciona de pasada algún otro nombre para períodos más recientes, y luego proporcionar cifras prácticamente inaplicables, sin consultar a los archivos soviéticos: 7.679 rehabilitado después de la muerte de Stalin, 98 de 136 miembros del Comité Central provino del XVII Congreso del PCUS (1934) condenó a muerte a dos tercios de los congresistas detenidos durante esos años. Más años de represión se indican genéricamente y mezcladas: las deportaciones de algunas minorías nacionales más pequeños comprometidos en colaboración con los invasores nazis, “ganga” de Leningrado, conspiración nacionalista en Georgia, la conspiración de los médicos y, finalmente – por extraño pero tal vez no todos mezclados al azar ” lista de la represión interna – la ruptura de relaciones con la Yugoslavia de Tito en 1948. Todos estos ejemplos son generalizadas, amplificada y repetida en el documento, creando así el efecto deseado, es decir, dar una imagen de déspota absoluto de Stalin, quien actuó por la lujuria del poder por procesos puramente terroristas y que era responsable de todo, hasta el máximo con la ayuda de los líderes de la policía política (apellido, Beria). Todas las detenciones y las condenas son por lo tanto injustificada. Confesiones obtenidas mediante tortura todo. La rehabilitación post-estalinista preocupación por lo que sólo inocente, aunque esto no se produce ninguna documentación.

Si se va a limitar el discurso crítico del informe de Jruschov, que tendría una significación limitada. Por otra parte, que el documento está ahora casi olvidada por el público y las masas. Sin embargo, se recupera la totalidad de su importancia, ideológico y político. para la historia de la lucha contra dell’antistalinismo y si tenemos en cuenta que, básicamente, es el arquetipo, el cliché, de toda la enorme producción de papel impreso, los discursos e incluso espectáculos, con la que los medios de comunicación de masas controlado por la burguesía capitalista sistemáticamente han falseado el mundo real en términos de lucha de clases en ‘la URSS y el mundo para todo un período histórico. De hecho, los años de la represión estalinista, los años 30 fueron también los años en que la Gran Depresión se apoderó de las economías capitalistas de los países causantes de los disturbios políticos y los contrastes sociales dentro y cada vez más agudo político, económico y diplomático cada vez mayor entre los diversos imperialismos . La agresión imperialista y fascista creado brotes de guerra en China, Etiopía y España. Los nazis, el régimen de las más feroces contra el poder en Alemania desató una nueva carrera de armamentos febril, proclamaron abiertamente sus objetivos de un nuevo reparto del mundo y la aniquilación violenta del comunismo y la URSS. Favorecido en todos los países del mundo y el establecimiento de “quintas columnas” pro-nazis con la tarea de romper desde dentro de las democracias burguesas con los métodos de terror y violencia. La URSS, la primera dictadura del proletariado en el mundo, aislado y rodeado, todavía atrasado económicamente, fue en la meta, una vez declarado de los fascistas diseños y dibujos de tortuosas demás países imperialistas que intentaron derrocar a la agresión de Hitler hacia el Oriente .

Dentro de la URSS, la dirección de Stalin, después de la elección de la construcción del socialismo en un solo país, se había enfrentado a los gigantescos problemas de la industrialización y la colectivización de la agricultura en la hiper-disco en previsión de la inminente nueva guerra imperialista mundial. Stalin y la mayoría del Partido Comunista disfrutado de un gran número de seguidores entre las masas de los trabajadores y los campesinos pobres y medios. Pero también hubo considerables franjas sociales de oposición, formada por los numerosos restos de las clases derrocadas, el Kulak recientemente desposeídos y la pequeña burguesía intolerantes del socialismo. Esta oposición fue sobre todo político representado en el “derecho” del PCUS (Bujarin), pero los opositores más activos del poder soviético fueron los trotskistas y sus partidarios que, después de la derrota y el exilio de su máximo exponente, habían entrado en la organización de la forma ilegal, con objetivos de infiltración, la perturbación y desestabilización del aparato del partido estatal, y la economía por los métodos de sabotaje, el espionaje, el terror y, posiblemente, el uso del “golpe” militar.

Trotsky predijo la guerra en un futuro próximo y creía que la URSS habría sido aplastado entre Alemania y Japón. Así que sinceramente instó a la oposición de derecha e “izquierda” para forjar la unidad de acción y para acelerar y radicalizar los métodos de lucha para que la guerra aún no tendría la oportunidad de derrocar a Stalin y tomar el poder. Los documentos de la época, perteneciente al Archivo Trotsky, depositados en la Biblioteca Houghton de la Universidad de Harvard (EE.UU.), parece en gran medida aclarar todo, testigos de la gravedad de los planes de la oposición derechista-trotskista.

Que ha acordado los planes y sincronizada con su personal y los servicios secretos en la Alemania nazi y el Japón militarista, los juicios celebrados en Moscú entre 1936 y 1938 que lo apoyan sin dejar de negar de plano los trotskistas y, por supuesto, ¿Cuál es el tema de debate histórico sigue abierto y que tal vez nunca va a terminar. Pero objetivamente, para sus fines subversivos y para su acción ilegal y violenta, la oposición de derecha era trotskista, en el interior de la URSS, el equivalente de “quinta columna” en otros países. No fue fácil para librar una batalla tan agudo, con características de “contrainsurgencia” contra los opositores políticos anidados demasiado alto nivel que muchos en el aparato del partido, gobierno, economía e incluso la dirección de la policía y las fuerzas armadas. Fue una lucha en la que la adquisición de la “seguridad jurídica” de los delitos es difícil e inevitablemente da lugar a “certeza moral” o confiada a la policía inquisiciones políticas y los métodos administrativos. Por esta razón el “purgas” de Stalin, implementado con la purga del partido, con las detenciones, las prisiones y las ejecuciones de personalidades de la oposición, a veces, terminó de golpear la “pila” y el acoso también causó indebida y víctimas inocentes. Algunas fallas fueron reparadas y se produjo la agresión nazi inminente cuando el propósito de recuperar los militantes honestos del partido y eficientes cuadros militares para la lucha suprema por la victoria sobre el fascismo. En cuanto a la finalidad perseguida por las principales represiones estalinistas políticos, para aplastar a la oposición interna que anteriormente podría llegar a ser peligrosos o incluso fatales en tiempo de guerra y la invasión, cuenta la historia en hechos y resultados que se logró, cualquiera que sea el los costos de atención.

Una fuente inesperada, Churchill dijo, los procesos y las “purgas” en la URSS como “un despiadado pero tal vez no es inútil para purgar el político-militar”. El embajador de EE.UU. es decir, Davies, que siguió de cerca en nombre del presidente Roosevelt varias audiencias públicas de los juicios de Moscú y señaló, entre otras cosas, que la mayoría de los acusados ​​no aparece en absoluto en la moral rota, respondió las acusaciones y trató de no hacer revelaciones, señaló siguiente: “En Rusia no es el llamado” agresión interna “dispuesto a cooperar con el Alto Mando alemán … La razón de esta mentira en los procesos llamados de traición o de la purga que había presenciado, y que yo había oído en 1937 y 1938 … Todos estos procesos, purgas y liquidaciones que parecían entonces tan violento que conmocionó al mundo, ahora son claramente uno de los aspectos del esfuerzo vigoroso y decidido por el gobierno para proteger no sólo de Stalin, la revolución desde dentro, sino también de un ataque desde el exterior. ”

Se trata, en nuestra opinión, son los componentes reales históricos de las represiones estalinistas. Nada se puede entender de lo que sucedió entonces, e incluso lo que sucederá más tarde (entre otras cosas, una especie de complicidad renovada política e ideológica entre el “derecho” movimiento revisionista del mundo comunista y seguidores del trotskismo) si se basan sólo en el subjetivismo, el idealismo, el unilateralismo y la distorsión real de la verdad histórica en el informe de Jruschov contaminado por la CIA y en la mayoría de la producción más o menos “histórica” ​​que se produjo.

Stalin: un presupuesto?

La influencia de la personalidad de Stalin en el transcurso de algunos de los acontecimientos históricos más importantes de nuestro tiempo, de hecho constituye un motivo para la investigación y el debate apasionado por los historiadores en las próximas décadas y tal vez por algunos siglos. El juicio de las grandes masas de hombres a fluctuar alrededor de un largo tiempo, influenciado por los acontecimientos de la lucha de clases que se libra en un nivel global cada vez más difícil, que marca la época de transición del capitalismo al socialismo. Pero ya se puede realizar una evaluación inicial a tientas históricamente exacta de la obra de Stalin? La respuesta no puede ser única. Desde el punto de vista científico, técnico y de la historiografía, es decir, la empresa es difícil y plagado de peligros de la improvisación, la presunción y la superficialidad. Muchas son las decisiones tomadas por Stalin en la que sigue siendo prácticamente no hay documentación disponible y que son fuentes inciertas o contradictorias y las evaluaciones. Pero, por otro lado, un juicio de Stalin es también una cuestión de gran lucha política e ideológica en curso y el resultado de esta lucha determinará, en última instancia, el juicio histórico mismo. Por último, si la muerte de Stalin cerró todo un período histórico, ahora también se terminó el período en que ha tenido éxito. El un ‘panorama’ la historia tiene por lo suficientemente claro en su esquema básico, pero muchos detalles aún están “en llamas”, y tal vez nunca lo será. En cualquier caso, para no caer en la angustia de la historiografía idealista y sus avivamientos modernos, o el subjetivismo del revisionismo, es necesario recordar las lecciones de materialismo histórico y, en particular, las páginas sobre el papel de la personalidad en la historia. De acuerdo con este punto de vista el proceso de desarrollo de las sociedades humanas y los acontecimientos históricos a través de los que opera, se determinan de una manera más general y decisivo de la producción material, el desarrollo de las fuerzas productivas y los cambios asociados en las relaciones de producción, es decir, las relaciones económico y social que se establecen entre los hombres empleados en el proceso de producción mismo. Además de estas causas generales que actúan diversas causas particulares, tales como el medio ambiente histórico concreto en que se desarrollan las fuerzas productivas de un solo pueblo, a su vez, influidos por los procesos similares de otros pueblos. La influencia de las causas particulares del concurso se completa con las causas individuales singulares o múltiples, entre ellos a la vanguardia son las características personales de los políticos u otros titulares del poder, así como varios tipos de ‘azar’ y ‘variables’.

Las causas de la huella singular eventos historiadores su “forma individual”. Algunas personas, debido a ciertas peculiaridades de su personalidad, que la voluntad, la visión, el talento, el coraje, etc., Pueden influir, incluso en una forma importante, el destino de la sociedad, puede cambiar la “apariencia personal” de los acontecimientos y ciertas consecuencias parcial (por ejemplo, acelerando o retardando ciertos procesos, etc.). Sin embargo, la posibilidad y sin embargo, el grado de influencia que el individuo, están predeterminados por toda la organización de la sociedad, el estado de las relaciones sociales, que excluye a los acontecimientos que siguen un curso radicalmente diferente a la establecida por las causas generales y particulares . Por lo tanto se convierte en una personalidad humana verdaderamente grande cuando la persona más “capaz” social toma la iniciativa y la responsabilidad de cumplir con las grandes necesidades sociales de su época, aporta una contribución decisiva a la solución de problemas científicos, indica claramente las nuevas necesidades sociales producido por toda la oferta cultural anterior, económica y política. Él no es totalmente puede detener ni desviar el curso natural de las cosas y necesarios, pero su acción es una expresión consciente y, hasta cierto punto, libre, por supuesto, es necesario e inconsciente de las relaciones sociales. “Ahí reside toda su importancia y toda su fuerza.” Observa Plejánov “Sin embargo, esta importancia es enorme y esta fuerza tremenda.”

Ahora la acción se expresa en la era de Stalin en la que se rompe la cadena del imperialismo mundial en uno de sus eslabones más débiles, y la Rusia zarista. Aquí viene la primera potencia del proletariado en la historia, fortalece, construye estructuras en lugar de un mundo socialista y capitalista a través de los más golpes. Este poder se convierte en el centro y el “carnero cabeza” del movimiento comunista y del movimiento obrero internacional y la liberación nacional de los pueblos oprimidos. Este poder es la dictadura del proletariado es para Lenin y Stalin fue el arquitecto de genio, el fabricante será riguroso. La acción de Stalin, por lo tanto, coincide con el desarrollo y la afirmación de régimen político y social de la dictadura del proletariado, está ligado, indisolublemente, a veces, con la acción del partido leninista, el régimen soviético y las amplias masas proletariado ruso. Stalin y su liderazgo lo ejercen su influencia en un contexto histórico de los acontecimientos, decisiones y directrices, que son las causas generales y los factores determinantes de la revolución proletaria y la transición del capitalismo al socialismo en Rusia, las causas particulares, el entorno histórico que imparte ciertas características tanto a la transición revolucionaria a la dictadura del proletariado y la construcción del socialismo. Finalmente, los casos individuales se hacen en cierta medida de las características de la personalidad de Stalin.

Se encuentra a treinta años de grandes cambios, no sólo de los éxitos históricos conseguidos en los intereses de la clase obrera soviética, pero el proletariado internacional en su conjunto. Nos ayudaron con sacrificios sobrehumanos primeros de las masas trabajadoras soviéticas, apoyadas por la solidaridad del proletariado mundial. A lo largo de este período, Stalin dirigió el partido soviético y el Estado y, en medida importante, aunque el movimiento comunista internacional, gracias a sus habilidades como una inflexibilidad la empresa ideológica y política, junto con la flexibilidad y el empirismo en el campo táctico. Estratégicamente, la mayoría eran los lineamientos básicos de las grandes masas trabajadoras de la URSS a lo inspiran, excepto tal vez en los últimos años de vida en la que la situación objetiva lo obligaron a imponer a veces incluso contra su voluntad. En general, la dirección de su trabajo, que se adhirió a los grandes carteles leninistas, se adaptó a las necesidades vitales de la dictadura de clase. En tiempos de hierro, que recuerdan-, pero extendidos en las últimas décadas-los años de la Revolución francesa magnífica, se trataba de una dirección desde el jacobino características, “robespierriste” implacable en la sanción, el central más en las formas, pero sobre una base firme a las fuerzas sociales que impulsan la revolución. Los historiadores nodos grandes de la época son conocidos: la decisión de construir el socialismo en un solo país, con los corolarios de la prioridad de la industria pesada y la colectivización de la agricultura se aceleró y obligó a parte, y la conducta política y militar de la guerra contra el nazi, el fascismo y la contribución vital para la victoria de la URSS coalición contra Hitler, y la reconstrucción de la posguerra de la economía soviética y la fuerte oposición a los planes hegemónicos del imperialismo de EE.UU..

La decisión de construir el socialismo en la URSS la parte de atrás y rodeado de los países capitalistas, fue dictada por la misma necesidad histórica, la relativa estabilización del capitalismo después de la Primera Guerra Mundial, por el reflujo de la revolución proletaria en los países capitalistas desarrollados. En la controversia con el diseño de aventura y el resumen de la “revolución permanente” de Trotsky, Stalin comentó en 1924: “¿qué pasaría si la revolución mundial se verá obligado a tener retraso? Seguirá siendo unas cuantas migajas de esperanza para nuestra revolución? Trotsky no deja ningún allí, porque “el conflicto de intereses que dominaban la situación de un empleado del gobierno … no se podría llevar a una solución … la arena de la revolución proletaria mundial.” De acuerdo con este plan, sigue siendo nuestro punto de vista de que una revolución:. A vegetar en sus propias contradicciones y se pudren en el núcleo de la revolución mundial en espera ” Stalin y la mayoría del PCUS, aunque con considerables diferencias internas, tenían confianza en el compromiso con el socialismo de los trabajadores y campesinos soviéticos e incluyó también a las necesidades nacionales y estatales de la URSS. Trotsky, sin embargo, era sospechoso de los campesinos y terminó objetiva por subestimar el papel de la clase obrera soviética en sí, completamente negar la posibilidad de construir el socialismo en la URSS sin el apoyo de “estado”, que el proletariado victorioso en el poder en los principales países capitalistas desarrollado. La historia ha reivindicado la elección de Stalin, aunque el alto costo pagado por el material y la operación de la escala moral inevitablemente tienen un impacto en toda la historia posterior de la URSS y algunos de ellos todavía están nudos parcialmente no resueltos que retrasan o impiden el paso la fase superior del socialismo, el comunismo.

En este contexto, la impronta de la personalidad de Stalin se hizo evidente sobre todo en el tiempo y la forma de la industrialización y la colectivización de la agricultura, con el primer plan quinquenal, lanzado en 1929 que causó la ruptura con una parte de la misma mayoría del PCUS, el derecho Bujarin, representante de la pequeña burguesía urbana, la agricultura y el swing. Pero incluso en este caso la historia no permitía dudar. El mundo capitalista sumido en una crisis económica, todas las contradicciones en el mundo político y social, el fascismo acutizzavano conquistó el poder en Alemania desató una febril carrera armamentista, la Segunda Guerra Mundial fue preparado por una serie de agresión imperialista y fascista que el aislamiento buscado, para atacar y destruir a la URSS. En declaraciones a líderes de la industria en 1931, Stalin previó claramente el momento de la coyuntura histórica crucial: “La historia de la vieja Rusia consistió, entre otras cosas, el hecho de que Rusia fue golpeado constantemente, debido a su retraso … Nos retrasamos los países avanzados de cincuenta a cien años. Tenemos que cubrir esta distancia en diez años. O lo que hacemos, o nos será aplastado “.

En la conducción política y militar de la estalinista guerra anti-fascista, es útil recordar al menos dos aspectos de los muchos ya conocidos. Inprimo lugar, el movimiento inteligente diplomático de pacto de no agresión con la Alemania de Hitler en 1939 que sirvió para frustrar los siniestros designios de los imperialistas occidentales tienden a desviar la Unión Soviética contra la agresión nazi. Lugar Insecondo, un hecho indiscutible: los opositores internos y externos del sistema soviético se basó tanto en la llamada a las armas del pueblo soviético, con la esperanza, en caso de pérdida, un cambio de la dirección de Stalin, la salida de su manera de ver “debilitada” por la las purgas de 1934-38. En cambio, los pueblos soviéticos enfrentaron valientemente la agresión nazi y la invasión, lucharon heroicamente en la costa de sacrificios indecibles, con el apoyo del régimen socialista y expresó, en su abrumadora mayoría, una fe ciega en la dirección de Stalin. Estos efectos en sí tuvo un papel preponderante de los líderes políticos y militares de la cabeza del Comité de Estado para la Defensa y el mando supremo, cargo que ocupó durante la guerra. Podía contar con una serie de cuadros militares inteligentes y valientes con los que se utilizan para consultar estrechamente en las decisiones importantes. El 03 de julio 1941 llamó a los pueblos soviéticos a la resistencia hasta el final. El 7 de noviembre de ese año, golpeado por los ejércitos nazis en Moscú, expresó su confianza en la victoria final, porque la guerra era una guerra llevada a cabo por la URSS, fundamentalmente correcto. La extraordinaria movilización industrial y militar de todo el potencial humano y económico de la URSS, el espíritu de lucha y habilidad adquirida por las fuerzas armadas soviéticas animados por el partido, llevaron a la victoria histórica de 1945 con la destrucción del nazismo y el militarismo japonés y la conquista de nuevas posiciones más favorables para el mundo avanzado del socialismo y la democracia y la constitución de un campo de la democracia popular o de los países socialistas.

Pero la victoria no puso fin a los años de penurias. La Unión Soviética emergió de la guerra con un enorme prestigio, pero veinte millones de ciudadanos fueron asesinados, decenas de miles de ciudades y pueblos y 32.000 empresas industriales habían sido completamente destruidas por los invasores, el 30% de la riqueza nacional destruido. La burguesía capitalista internacional, asustado por el avance del socialismo y del movimiento de liberación nacional en todos los continentes, se reunieron alrededor de la poderosa e intacta que el imperialismo EE.UU. manifestaron abiertamente su ambición por la hegemonía mundial, y que se agitó el arma atómica amenazadoramente Así que ese fue el único que tiene. Fueron años muy duros, los de la “Guerra Fría”. Una vez más, bajo la dirección del partido y Stalin, los trabajadores y los pueblos de la URSS, aunque justamente deseoso de la paz, la prosperidad y la libertad, fueron llamados a duras nuevos esfuerzos para la reconstrucción acelerada del país, para hacer frente a sin ceder al chantaje atómico oferta imperialista e internacionalista de la ayuda a los pueblos que luchan por su emancipación. Cuando Stalin murió, 5 de marzo de 1953, la reconstrucción económica era casi total, el PCUS se enfrenta a las tareas de auto-crítica cuestionar la ideología capitalista, la Unión Soviética también se produjo en la posesión de armas atómicas y los intentos, incluidos los militares, completado por “el imperialismo para hacer retroceder el socialismo y el movimiento de liberación nacional, había sido rechazada, de Berlín a Corea.

A lo largo de un camino tan lleno de dificultades y peligro de muerte, se cometieron muchos errores. Esto fue en gran parte inevitable, porque tenían que abrir caminos no hollados. Además de las valiosas indicaciones generales de Marx y Lenin, el primero carecía de una experiencia concreta. Los “errores” de Stalin de caza es de aproximadamente un cuarto de siglo, un importante campo de la dura lucha ideológica entre el capitalismo y el socialismo. La burguesía capitalista considera todo un “error” de Stalin, pero no sólo la dictadura del proletariado y el conjunto del marxismo-leninismo y la lucha contra ellos con furia. Representantes y agentes de la ideología burguesa en el movimiento comunista y obrero internacional, como buenos especialistas de la mistificación ideológica y las tareas políticas se dividen mejor y no atacar frontalmente el marxismo-leninismo y la dictadura del proletariado, pero los disparos se centran en los errores “Stalin antes de subir gradualmente a los” errores “de Lenin y de Marx. Los revisionistas modernos se han especializado en la denuncia del “culto a la personalidad” y violaciónes del centralismo democrático y la “legalidad socialista”, hecha por Stalin, pero en su subjetivismo han evitado las cosas más profundas y, básicamente, prefieren el silencio. Los “eurocomunistas” se quejan de la falta de “democracia” Lenin y Stalin en la experiencia de la Revolución de Octubre y los valores opuestos “pluralista” democracia “occidental” o burguesa. Los trotskistas han encontrado algún tiempo, y una vez por todas, la clave de todos los “errores” en la “degeneración burocrática” de la URSS y otros países socialistas más o menos.

En primer lugar, ahora está claro que la dictadura del proletariado no es la realización de la “democracia” para todo el mundo, pero es sólo la democracia para la mayoría de los explotados y la represión, o la falta de democracia para la minoría de explotadores. Algunos errores reales e innegables de Stalin a continuación se manifiesta en la “democracia socialista”, que es la democracia de la dictadura del proletariado de sus seguidores. Se trata de violaciónes algunos del principio del centralismo democrático en la dirección del Partido, el Estado y el movimiento comunista internacional, la represión se amplió en los años 30, la exaltación excesiva del papel de la personalidad de líder. Stalin, sobre todo después de 1945, la cumbre del éxito, a veces se separó en cierta medida por las masas y, en parte, se vio obligado por la necesidad histórica y la profunda convicción de actuar siempre en interés de la suerte del socialismo, la URSS y el mundo . La excesiva centralización del poder llevó al subjetivismo y la arbitrariedad en las decisiones de algunos (por ejemplo, la disolución de la Tercera Internacional), y facilitó incrustaciones burocrático. Las purgas de los años 30 fueron, sin duda, demasiado grande. Sin embargo, las persecuciones estalinistas hasta 1934 disparos fueron en realidad vibró con los opositores políticos de la colectivización agrícola pequeño-burguesa. En 1937-38 fueron más bien la manifestación de una lucha sin cuartel contra la conducta de las áreas del partido y traicionero del Estado (burócratas, intelectuales, clase media anterior). Esta lucha tuvo un predominantemente administrativo y ahí está el límite del período estalinista y la imposibilidad de una victoria definitiva sobre la burocracia imborghesita. El “culto a la personalidad” que se desarrolló, tal vez se tolera, pero no impulsada por Stalin y el derrocamiento de la “secta”, patrocinado por el XX Congreso, se nos aparece ahora en este punto de vista como el reflejo complicado y contradictorio de la enemistad eterna de la imborghesita Stalin y la burocracia a la dictadura del proletariado, él continuó jugando como debido al control sustancial de la fiesta y el apoyo sostenido de las masas trabajadoras y el proletariado.

Por otro lado, sólo una crítica genuina de la “izquierda”, es decir, marxista-leninista, capaz de identificar y analizar la dirección de Stalin como una fuente de errores en la reiterada declaración, que se remonta a 1936, que se logra la “unidad de la sociedad soviética” . De hecho, esta tesis contradice las leyes derivadas del materialismo histórico y dialéctico de continuar, incluso si no son contradicciones antagónicas entre las clases y entre las estructuras económicas y sociales y las superestructuras políticas, jurídicas y culturales, en particular, en la fase inferior del comunismo, el Socialismo. Esta categoría de errores por parte de los críticos exigentes “correctas”, antiguos y nuevos, siempre han preferido la acción de pasar por alto Stalin con cautela. En lugar de una crítica marxista-leninista sin escrúpulos que trata temas de errores de Stalin, se inscribe en el método correcto de crítica y la autocrítica que no sólo pone en tela de juicio los principios fundamentales de la teoría y la práctica, sino que busca mejorar la preparación y aplicación de la estrategia y la táctica revolucionarias. En conclusión, el éxito de trascendencia histórica alcanzados por la dictadura del proletariado en la URSS durante el período de la dirección de Stalin, nos autoriza a sostener que los errores no son inherentes al sistema socialista, pero fueron causadas principalmente por diversos factores históricos (entre ellos métodos, especialmente el atraso del país y la presión de venta libre) e incorrectas de trabajo adoptados en determinados momentos para ciertos sectores y para determinar las opciones. Al mismo tiempo, el alcance de estos grandes logros, el cual “la forma individual” de Stalin ayudó a la influencia de su carácter altivo, claramente establecido, históricamente, que sus méritos antes de que el movimiento comunista y la internacional del trabajo superan con creces sus defectos y sus errores.

Tratar con la cuestión de Stalin en los días de la XX Congreso del PCUS y kruscioviane quejas sobre el “culto a la personalidad”, los comunistas chinos recurrieron a una fórmula matemática para la síntesis de su popular auto-evaluación: “los méritos y errores de Stalin en proporción de siete a tres. ” Ahora, casi un cuarto de siglo, cuando la emoción de ese año “inolvidable” se han extinguido, y el período histórico que comenzó: está terminando, el revisionismo ha comenzado su declive y grandes abierto a nuevos horizontes avanzada del marxismo-leninismo, pensamos que la relación puede ser mejorado aún más por una evaluación más profunda de las cosas. Ya no es sólo para analizar “los méritos y errores” del pasado, sino también para pedir direcciones para el futuro estalinista más o menos lejano.

La voluntad de Stalin

No sabemos si Stalin ha dejado un testamento político en sí mismo. Es probable que tal documento no existe. Sin embargo, las intervenciones en los últimos meses de vida conocido, Stalin dio una idea de algunos de los problemas históricos fundamentales de los trabajadores internacionales y el movimiento comunista en el actual período de transición del capitalismo al socialismo en el escenario mundial. Estas declaraciones dan testimonio de su fe en la fuerza expansiva de inscuotibile los principios y la práctica del marxismo-leninismo y confirmar su preocupación por el futuro de la URSS y el socialismo mundial. Estas directrices se encuentran principalmente en las tareas históricas del internacionalismo proletario y de los partidos comunistas, los temas de la paz y la guerra y la transición al comunismo en la URSS. Recuerde, no es sólo un ejercicio de la historiografía. El reconocimiento de su validez tiene un significado preciso en las complejas disputas políticas e ideológicas sobre la actual forma de socialismo.

a) El internacionalismo proletario y las tareas históricas de los partidos comunistas

En la última sesión del XIX Congreso del PCUS. celebrada en octubre de 1952, Stalin con una breve intervención recordado principalmente las relaciones de apoyo mutuo siempre ha ocurrido entre el PCUS y otros partidos comunistas, entre la URSS y de los hermanos de otras personas. Hizo hincapié en la gran contribución hecha por la URSS, “punta de lanza” del movimiento revolucionario y obrero internacional, especialmente con la victoria en la Segunda Guerra Mundial que liberó a los pueblos de Europa y Asia “de la amenaza de la esclavitud fascista. Declaró entonces que el difícil “tarea de honor” addossatosi URSS cuando estaba solo, ahora estaba siendo facilitada por la creación de nuevas “tropas de asalto” de las democracias populares, de China a Checoslovaquia. Se volvió a comunista o “trabajadores-campesinos” que estuvieron involucrados en las peleas, a veces duras, bajo el talón de las “leyes draconianas burgueses”. Su trabajo, sin duda, difícil, sin embargo, fue iluminado por las experiencias de los errores y aciertos “hecho por la URSS y las democracias populares. También – dijo Stalin – la burguesía internacional se ha convertido en una manera muy profunda, se ha convertido en la más reaccionaria, han perdido los vínculos con la gente y debilita a continuación. Antes de practicar el liberalismo, defendió las libertades democrático-burguesas. Hoy en día no queda rastro del liberalismo. Desapareció la llamada “libertad individual”, los derechos del individuo sólo se reconocen a los dueños del capital, mientras que el resto son considerados como “materia prima humana, el bien sólo para ser explotados”. El principio de igualdad de los pueblos y los individuos es sistemáticamente pisoteado, todos los derechos pertenecen sólo a la minoría explotadora. Antes de la clase media está considerado como el jefe de la nación y la defensa de los derechos y la independencia “, sobre todo.” Ahora no hay ni rastro del “principio nacional” y la burguesía “vende los derechos y la independencia de la nación por dólares.” Las banderas de las libertades democrático-burguesas y de la independencia y la soberanía nacionales fueron arrojados al mar por la burguesía capitalista. Todo depende de los partidos comunistas plantear estas banderas si quieren agrupar en torno suyo la mayoría de la gente y así convertirse en la principal fuerza de la nación. No hay nadie más que hacer.

Los últimos treinta años de historia de la lucha de clases en los países capitalistas muestran cómo Stalin sigue siendo indicación válida. Entre otras cosas, los partidos comunistas, en particular la PCI y las otras “eurocomunistas” – se han ido abandonado la lucha por la independencia nacional, han tomado el mismo tiempo a causa de su fracaso antes de la burguesía y el imperialismo de EE.UU. ataque o rotas y tienen lazos fraternales con la URSS y otros países del campo socialista. Sin embargo, esta capitulación no ha dado aún en el terreno para el mantenimiento de la “democracia”. Bajo la presión de la crisis mundial empeoró las sociedades capitalistas, incluso las libertades democrático-burguesas desaparecen allanando el camino a la “democracia protegida”, al autoritarismo, si no más o menos enmascarados nuevas formas de fascismo.

b) La paz y la guerra

Hacia el final de 1951 la URSS se había encendido un gran debate, que participan de la fiesta, las organizaciones empresariales y especialistas de todo el proyecto de desarrollo de un manual de economía política que se reunían en una serie de principios sistemáticos y científicos desarrollados por Marx y Lenin y aplicado en la construcción del socialismo en la URSS. Stalin intervino en varias ocasiones en el debate y una de estas ocasiones se amplió el debate a cuestiones cruciales para la paz, la guerra y el imperialismo. Sobre la base de la teoría leninista del imperialismo como una de las principales causas de las guerras de nuestro tiempo y confiando en la experiencia histórica de la primera mitad del siglo, Stalin reafirmó el principio de la inevitabilidad de las guerras imperialistas causados ​​por el desarrollo desigual de los capitalismos diferentes, pero también subrayó con fuerza la inevitabilidad de las guerras entre los países capitalistas, observando lo siguiente: “Se dice que el conflicto entre el capitalismo y el socialismo son más fuertes que el contraste entre los países capitalistas. Teóricamente, por supuesto, esto es cierto. Esto es cierto aún hoy en día, en nuestros días, pero también era cierto en la víspera de la Segunda Guerra Mundial. Y tengo entendido que, en mayor o menor medida, los líderes de los países capitalistas. Sin embargo, la Segunda Guerra Mundial no comenzó con la guerra contra la URSS, pero con la guerra entre los países capitalistas. ¿Por qué? Porque, en primer lugar, la guerra contra la URSS, como la guerra contra el país del socialismo, el capitalismo es más peligroso para la guerra entre los países capitalistas, ya que, mientras la guerra entre los países capitalistas sólo se plantea la cuestión de la dominación de algunos países capitalistas de otros países capitalistas, la guerra en lugar control’Urss debe necesariamente plantear la cuestión de la existencia del capitalismo mismo. En segundo lugar, porque los capitalistas, aunque el propósito de “propaganda” hacer ruido sobre la agresividad de la Unión Soviética, no se creen a esta agresión, dado que tener en cuenta la política de paz de la Unión Soviética y saben que la Unión ataque soviético, por otro lado, los países capitalistas “. Entonces notó que el movimiento en defensa de la paz (en ese entonces muy grande, combativa y homogénea), aunque valioso para el propósito “demócratas” del mantenimiento de la paz opera orinviare evitar una guerra particular, no era suficiente para eliminar la inevitabilidad de las guerras entre los países capitalista, si no es elevado al nivel de la lucha por el socialismo. De hecho, el imperialismo continúa existiendo y mantener sus fuerzas, y por lo tanto mantener las guerras inevitables. Stalin acabó con una gran advertencia: “Para eliminar la inevitabilidad de la guerra, usted debe destruir el imperialismo.” El “guión” de Stalin acerca de la inevitabilidad de las guerras entre los países capitalistas, incluso en la era de la convivencia y la confrontación entre el imperialismo y el socialismo Es importante, en sus muchas implicaciones para el desarrollo de un mundial de estrategia antiimperialista por el campo en todo el mundo del socialismo y el movimiento por la liberación nacional y por la paz.

c) La construcción del comunismo en la URSS

1 – El tema del “desarrollo de las fuerzas productivas”

El debate sobre el borrador de un manual de economía política, marxista-leninista se elevó durante 1952 a un debate fundamental sobre el camino para la transición del socialismo al comunismo en la URSS. Destacó dos visiones opuestas: la de Stalin firmemente ancladas a los principios del marxismo-leninismo, y argumentó que la teoría del “desarrollo de las fuerzas productivas.” Stalin mayo 1952 centró su tesis sobre el economista de la controversia Iaroscenko, dándose cuenta de que esto representaba sólo la “punta de un” emergente del iceberg. Iaroscenko argumentó que la economía política del socialismo no importaba tanta discusión de las categorías (como el valor, mercancía, dinero, crédito, etc.) Como el desarrollo de los temas de la organización racional de las fuerzas productivas, la planificación del desarrollo de la economía, “justificación científica” de la organización. Iaroscenko fue más allá, argumentando que el socialismo en la lucha es esencial para construir una sociedad comunista se reduce a la lucha por la “derecha” y “racional” de la organización de las fuerzas productivas y el comunismo que fue el “mayor organización científica de las fuerzas productivas en la producción social ‘. Stalin llamó la lección primera ciencia que Marx hizo hincapié en la importancia de las relaciones de producción (las relaciones de los hombres entre ellos) con las relaciones del hombre con la naturaleza (fuerzas productivas), en el proceso general de producción social y solidaria, socialista o ninguna. Las relaciones de producción afectan a las formas de propiedad de los medios de producción, por lo que las relaciones entre los diferentes grupos sociales en las formas de producción y distribución, finalmente. Poco después de que Stalin se explica la relación dialéctica entre las relaciones de producción existentes y el desarrollo de las fuerzas productivas, haciendo hincapié en el hecho de que, históricamente, las relaciones de producción puede ser en ciertos momentos, cuando se superan, un freno a las fuerzas productivas, pero en otras ocasiones Una vez renovado, son un factor de propulsión principal (y citó la renovación de las relaciones de producción introducidos por la Revolución de Octubre y se profundizó con las campañas de colectivización en los años 30). Todo esto era la cuestión esencial de la economía política.

Acerca de la transición al comunismo, Stalin denunció la simplicidad de Iaroscenko que la fórmula del comunismo: “A cada cual según sus necesidades” puede estar satisfecho con una organización racional de las fuerzas productivas que garanticen una gran cantidad de productos, y esto sin cambiar los hechos económicas subyacentes, estructurales, tales como las propiedades de la granja colectiva del grupo, la producción y la circulación mercantil, etc …. No son sólo cuestiones de producción y consumo, pero el propósito de la tarea que la empresa pone a su producción social. Bajo el capitalismo, el fin último de la producción de bienes es la creación de la plusvalía, el máximo beneficio capitalista para lograr por cualquier medio (explotación de los pueblos, la militarización, las guerras). Las necesidades reales de los hombres son prácticamente ajenos a esta lógica. En cambio, el objetivo de la producción socialista es la garantía de la máxima satisfacción del material en crecimiento y las necesidades culturales de la sociedad, mediante el aumento y la mejora continua de la producción socialista sobre la base de una técnica superior. Para la producción de Iaroscenko se convierte en un fin en sí mismo y las necesidades de los hombres desaparecen: una especie de reafirmación de la primacía de la ideología marxista burgués, algo que se hizo eco de la tesis de Bujarin sobre la “destrucción de la economía política” y la técnica ” la organización social. ” Después de estas premisas, Stalin expuso los puntos de vista del marxismo-leninismo en las condiciones para una transición efectiva hacia el comunismo. En primer lugar, tendrá que asegurarse de que no una mítica “organización racional” de las fuerzas productivas, sino un continuo desarrollo de toda la producción social con un desarrollo predominante de los medios de producción, un requisito previo para la reproducción ampliada. En segundo lugar, es necesario elevar el nivel de propiedad de la granja colectiva propiedad de todo el pueblo, y poco a poco sustituir el sistema de circulación de mercancías, un intercambio global de productos, en el interés de las empresas controladas por un económico-social. En tercer lugar, para promover el desarrollo de los trabajadores culturales necesitan para reducir la jornada laboral a seis horas o incluso cinco años, mejorar la vivienda, aumentar los salarios reales por lo menos dos veces si no más. Sólo después de la aplicación de todos estos pasos preliminares, la obra ya no es una “pesada carga”, pero – como dijo Marx y Engels – “las necesidades de la existencia”, “una alegría”.

2 – El tema de la superación de la propiedad colectiva de la finca

En septiembre de 1952 Stalin estaba convencido de que intervenir de nuevo en el debate actual, y esta vez para luchar contra la propuesta y los economistas Vensger Sanina que habían ocupado la cuestión capital de la transformación de la propiedad colectiva de la finca propiedad de todo el pueblo. Stalin se entiende bien que estas propuestas no fueron sólo “la punta surgido” del iceberg, pero también participan la cuestión fundamental de la alianza entre obreros y campesinos en la construcción del socialismo y la transición al comunismo. Stalin dejó claro de antemano que la propiedad colectiva de la finca, aunque una forma de propiedad colectiva del grupo y no una propiedad de todas las personas, sin embargo, era una forma de propiedad de un capitalista, socialista y no. Medidas de nacionalización o estatización se considera por lo tanto, totalmente inadecuado, ya que las propiedades de todas las personas con la extinción del Estado han hecho históricamente para llegar a la socialización. Stalin tomó entonces la principal propuesta hecha por los dos economistas, a saber, elevar el nivel de propiedad de la granja colectiva propiedad de todo el pueblo por la venta de la propiedad de las granjas colectivas de los principales medios de producción concentrados en las estaciones de máquinas y tractores (SMT). La crítica estalinista en este sentido fue apretado. En primer lugar, era necesario distinguir entre los minutos de herramientas agrícolas – que se vende actualmente por el Estado a las granjas colectivas, grandes y los medios de producción de SMT. La primera no afecta en modo alguno decidió el destino de la producción colectiva de la finca, como automóviles y tractores, con la tierra para actuar decisivamente sobre el destino de la agricultura soviética. Ahora, la productividad en la agricultura y el aumento de la producción agrícola en la Unión Soviética continuó el progreso técnico dependía de la producción de los medios de comunicación incesante, de su continua sustitución por medios más modernos. Sin embargo, las enormes inversiones requeridas este que podrían ser dados de baja – al margen de las inevitables pérdidas-en períodos de no menos de seis u ocho años. Las granjas colectivas, incluso los más prósperos, no podía soportar los gastos y pérdidas de esta magnitud. Sólo el Estado puede apoyar a estos cargos. En estas circunstancias, la propuesta de venta de las granjas colectivas que significaría la pérdida de la traducción automática y la ruina para muchas granjas colectivas, la disminución de la mecanización de la agricultura y una disminución de los ritmos de la producción agrícola colectiva.

Pasando a examinar la influencia que la venta de la traducción automática a las granjas colectivas que tienen sobre el desempeño de las condiciones para la transición al comunismo, Stalin señaló que con la venta de las granjas colectivas se convierten en propietarios de los principales instrumentos de producción, no anormal situación de privilegio que gozan cualquier organización soviética, incluso el sector nacionalizado. Con esto, la propiedad colectiva de la finca se retira, no se acercaba, las propiedades de todas las personas y por lo tanto, la perspectiva de la transición del socialismo al comunismo, también se eliminarían de esta manera. Además, una gran cantidad de instrumentos de la producción agrícola entra en la esfera de la circulación de mercancías. Las conclusiones de Stalin a este respecto eran perentoria: “La circulación de mercancías es incompatible con la perspectiva de la transición del socialismo al comunismo … Los marxistas parten de la tesis marxista conocido que la transición del socialismo al comunismo y el principio comunista de distribución de productos de acuerdo a las necesidades de excluir a cualquier intercambio de mercancías, por tanto, también la transformación de los productos en mercancías, y al mismo tiempo, los convierte en valor. ” Yendo aún más lejos en el análisis, Stalin declaró que las granjas colectivas, no son dueños de la tierra y el principal medio de producción, eran en realidad sólo los dueños del producto de la producción agrícola colectiva (salvo los edificios y de sus tenencias individuales de los agricultores colectivos). Sin embargo, una buena parte de esta producción, los ingresos por ventas en el estado, etc. vierte en el mercado y entró en la circulación de mercancías. Esto dificulta el proceso de levantar una propiedad de las granjas colectivas propiedad de todo el pueblo. Por lo tanto, deben ser excluidos de los excedentes de las granjas colectivas de la producción y la circulación de mercancías poco a poco entrar en el sistema de intercambio directo de productos entre la industria granjas estatales y colectivas. Este sistema, aún en su infancia, se introducirá poco a poco también porque supone un aumento gigantesco en la producción de la ciudad al campo. Sin embargo, su expansión gradual a todas las ramas de la agricultura también facilitará la inclusión de los colectivos de la finca sistema de planificación de la producción en general y también de esta manera acelerar la transición del socialismo al comunismo.

Para extraer algunas primeras conclusiones, tal como se aproximan, es necesario esbozar un marco, aunque de manera muy aproximada e incompleta parcialmente, la estructura de los resultados de la agricultura soviética del campo de nueva construcción inaugurado el XX Congreso del PCUS en 1956 y continuó a través de los años de ” desestalinización “y la eliminación misma de Jruschov en 1964. Desde finales de los años 50 en varias ocasiones el Estado soviético aumento de los precios de compra de las granjas colectivas de la desgravación fiscal más importante y concedida. En 1958 adoptó la medida estructural fundamental de las ventas por el estado de los medios de SMT a las granjas colectivas que se convirtieron en los propietarios. En 1964-1965 se le prohibió a las necesidades de la fiesta local, los organismos soviéticos y económica, para establecer las metas de producción de las granjas colectivas. Se redujeron las medidas de las entregas obligatorias al Estado (en particular del trigo, vegetales, papas, semillas oleaginosas), se estabilizaron los precios de compra y las cantidades. Los préstamos a las granjas colectivas fueron pagados directamente por los bancos, sin la intermediación y liquidación de las organizaciones de las masas. Se cancelaron prácticamente las deudas de las granjas colectivas con el Estado, con un presupuesto de 2.250 millones de rublos. Entre 1969 y ’70, sobre todo en el segundo congreso de granjas colectivas de la URSS, los nuevos estatutos se aprobaron el modelo de cooperación de la finca, junto con otras medidas adoptadas en ese tiempo, que intervienen cambios profundos en el orden de planificación, que se atribuyen a las decisiones de las granjas colectivas sobre la extensión de las áreas a ser sembradas, el rendimiento del ganado a los distintos cultivos, mientras que el Estado determina el alcance de la entrega de productos y ventas. Individuales de las granjas colectivas se les dio la opción de cambiar las disposiciones de los estatutos. Ya no se requiere especificar el importe de la tasa sobre la renta colectiva de la finca que se asignarán a los fondos sociales. Sus decisiones se dejaron a los agricultores colectivos propios.

En esencia, las granjas colectivas, a partir de hoy con el plan estatal de varios años las ventas a precios estables, determinar el orden de sus actividades económicas y las prioridades en la asignación de los fondos que se mantienen más o menos como sigue: semillas – las cuentas del estado (grupos , préstamos) – salarios – Varios. Anteriormente, las prioridades estaban en orden: las cuentas con el Estado – la semilla – los salarios. Las granjas colectivas vender su excedente de producción para la población que entra en el mercado o venderlos a las cooperativas de consumo o de otros organismos de las agrupaciones (a precios más altos). Los pagos en monedas se han ido generalizando, en sustitución de las de la naturaleza, tanto por los salarios colectivos agrícolas, los pagos por los costos de producción, las deudas con el Estado, los fondos sociales, etc .. Cabe señalar que el desarrollo de las fuerzas productivas en el campo ha dado lugar a la aparición y propagación de todo un agro-industriales y de oficios relacionados con el procesamiento, almacenamiento y transporte de productos, cuyas instalaciones y los medios de producción (por ejemplo, plantas de energía, al menos dentro de cierta capacidad de producción) son propiedad de las granjas colectivas. Una rápida revisión sería incompleta si faltara un guiño a la superficie de las parcelas individuales (concesión de tierras permanente), que es un aspecto específico de las relaciones sociales en la agricultura soviética sobrevivió a la colectivización. En los últimos años la dirección de kruscioviana había tratado de acotar este ámbito, pero en 1964 fueron restauradas a las condiciones anteriores. 60% de la producción de estas empresas proviene de los agricultores individuales colectivos, trabajadores y empleados del resto. La familia entonces se ha utilizado el argumento de granjas colectivas y las propiedades individuales en la casa y sus dependencias, ganado, aves, pequeñas herramientas agrícolas, y también pueden hacer uso de los animales, los pastos y los medios de transporte de las granjas colectivas. La importancia y la especialización relativa en este sector de la producción agrícola puede ser medido por las siguientes cifras: una superficie cultivable de 2,7% del total en 1977 fue criado cerca del 20% del ganado total de cerdos y ovejas, mientras que la producción de carne, leche y huevos fue de alrededor de 35% del total. Una parte sustancial de esta producción se alimenta directamente en el mercado sin ningún tipo de obligación de entrega. A pesar de la tendencia general a la baja en la proporción de población agrícola, las tasas de producción individuales de desarrollo que tiende a mostrar un crecimiento.

La dirección de las reformas emprendidas en la agricultura en el objetivo soviético post-estalinista es esencial promover el desarrollo de las fuerzas productivas materiales mediante la participación y la participación en la toma de decisiones colectivas a los agricultores, en un marco de relaciones económicas y jurídicas entre el Estado y las granjas colectivas que está muy cerca de “sí mismo”. Es probable que las reformas respondieron, en cierta medida de las exigencias objetivas y subjetivas aspiraciones reales, especialmente cuando se toman en cuenta la anterior rígida planificación central y requiere grandes sacrificios durante mucho tiempo las personas que trabajan en el campesinado. Una prueba de esto puede verse en el impulso registrado en la producción agrícola y culminó alrededor de 1970, con grandes rendimientos de los principales productos. Sin embargo, la autonomía económica y la “granja de la democracia colectiva” también traen graves problemas y peligros. Es cierto que es ilusorio de construir el socialismo, llamando a las masas trabajadoras para contribuir únicamente sobre la base de entusiasmo o incluso la convicción de una sola. Pero también es cierto que la propiedad colectiva del grupo, especialmente si reforzada por la posesión de medios considerables de la producción, y si se toma distancia tanto de la regla de una planificación justa centralizada y una orientación política correcta y continua y el control, constituye la base para el desarrollo espontáneo de las tendencias psicológicas de masas hacia el egoísmo empresarial, tal vez el consumismo y el hedonismo. Este campo subjetivo. Pero en el terreno de las relaciones económicas, el debilitamiento del principio de centralizar la planificación y el aumento simultáneo de la circulación de mercancías, que inevitablemente resurgir de la acción de ciertas leyes económicas inherentes al mercado, incluido el de la competencia, pero sobre todo el de la obtención de beneficios. Con base en la búsqueda de beneficios, e incluso un grupo de lucro, es un pequeño paso para el proceso de diferenciación económica entre las capas de los campesinos, como colectivizada, sobre todo si continuamente expuestos a la tentación de usar y la explotación de un individuo de la tierra.

Ciertamente, las reformas post-estalinistas en la agricultura han llevado a una reducción de la planificación central y un aumento de la producción de mercancías, con una circulación monetaria se adjunta y fortalecer la propiedad colectiva del grupo. Es cierto que el propio Stalin defendió la función positiva de la producción mercantil y el grupo de propiedad colectiva en el poder económico, social y política del socialismo soviético. Sin embargo, su idea era “dinámico” y el fenómeno del historicismo. En otras palabras, una estructura que se utiliza durante un período determinado (histórico) pero con el compromiso determinado para pasar a formas superiores tan pronto como sea posible. “En el momento actual” – escribió en mayo de 1952 – “estos fenómenos se utilizan con éxito por nosotros para desarrollar la economía socialista y van a la empresa un beneficio sin duda. No hay duda de que esta utilidad se desplazará en un futuro próximo, pero sería ceguera imperdonable no ver que, al mismo tiempo, estos fenómenos ya están empezando ahora a frenar el desarrollo de gran alcance de nuestras fuerzas productivas, ya que crean obstáculos a la extensión a la totalidad ” economía nacional, especialmente la agricultura, la planificación estatal. No puede haber ninguna duda de que cuanto más se va a conseguir, las más de estos fenómenos que entorpezca el desarrollo de las fuerzas productivas de nuestro país. En consecuencia, la tarea consiste en liquidar a estas contradicciones a través de la transformación gradual de la propiedad colectiva de la finca propiedad de todo el pueblo y con la introducción – también poco a poco – el intercambio de los productos en lugar de la circulación de mercancías “. Los persistentes problemas de la agricultura soviética, su ritmo insuficiente del desarrollo que afectará negativamente a toda la economía socialista y la intensificación del fenómeno en los últimos años sugieren que este es precisamente el tipo de contradicciones estructurales proporcionados por Stalin. También afectan directamente al momento de la transición al comunismo.

La “desestalinización” fue acompañada por una propaganda puso especial énfasis en la perspectiva del cierre de las bases de construcción y materiales de la misma transición económica y social a la etapa del comunismo. El XX Congreso del PCUS, señaló a la meta para alcanzar y superar los EE.UU. en la producción per cápita agrícola (especialmente la leche, la mantequilla y la carne). Al año siguiente se esbozó un plan para 15 años, cuando la construcción de la sociedad comunista se convirtió en “el objetivo inmediato y práctico de la fiesta y el pueblo soviético”. El XXI Congreso del PCUS en 1959 fue llamado al Congreso de los “constructores del comunismo” en una “fase avanzada de construcción del comunismo” y el plan de siete años 1959-1965 se presentó como la etapa “decisiva en la creación de material técnico de base del comunismo ‘. Hoy en día, más de veinte años a partir de aquellas proposiciones triunfalistas, han dado paso a la cautela y realismo. Se sigue haciendo hincapié en el papel del desarrollo de las fuerzas productivas. Esto sugiere la posibilidad de transición al comunismo a través de un proceso gradual y pacífica de la integración y la interpenetración de las dos formas de propiedad socialista en el campo, la propiedad de todo el pueblo y el grupo de propiedad colectiva. Sin embargo, incluso en este caso la historia no conceder las fases de la URSS demasiado tiempo para “respirar” o “NEP grande.” “Maduro” socialismo podía presión en sus cimientos, si la transición al comunismo sería retrasado o pospuesto indefinidamente. Por otro lado, la profundización de la crisis general del capitalismo conduce a nuevos conflictos interimperialistici relacionados con la tentación por parte del mundo capitalista para ajustar cuentas con el campo del socialismo mundial y la URSS. Alarma en el expreso el período histórico de la “coexistencia pacífica” y sustituye a la de las guerras económicas de las guerras imperialistas y la preparación. URSS se avecina una vez más la tarea histórica de hacer frente, retrasar, desviar o aplastar a la agresión imperialista, para mantener o restablecer la paz, y en todo caso para apoyar la carrera de armamentos pesados ​​y un duro desafío en el campo económico.

¿Cómo estas tareas será la de conciliar con la mayor transición hacia el comunismo? La respuesta es tremendamente difícil. Lo cierto es que la URSS debe tener necesariamente una fuerza y ​​nunca había visto un calendario de todos sus recursos económicos y humanos y sus dirigentes políticos, económicos y militares, así como fomentar procesos similares en países más o menos avanzado en el camino del socialismo y del movimiento comunista internacional. Es muy poco probable que cualquier cosa que se puede lograr sin un retorno a la estricta definición y aplicación en todos los ámbitos de la vida social de los principios básicos del marxismo-leninismo.

Apéndice

El juramento a la muerte de Stalin, Lenin

Dejando a nosotros, el camarada Lenin nos ordenó mantener un serbar alta y pura el gran título de miembro del partido.
¿Jura usted, camarada Lenin, que cumpla con todos los honores a su orden!

Dejando a nosotros, el camarada Lenin nos ordenó a preservar, como la niña de nuestros ojos, la unidad de nuestro partido.
¿Jura usted, camarada Lenin, que cumpla con todos los honores también a su orden!

Dejando a nosotros, el camarada Lenin nos ordenó a consolidar todas las fuerzas con la alianza de obreros y campesinos.
¿Jura usted, camarada Lenin, que cumpla con todos los honores también a su orden!

Lo que nos deja el camarada Lenin nos ordenó a ser fieles a los principios de la Internacional Comunista.
¿Jura usted, camarada Lenin,
que no escatimaremos nuestras vidas para fortalecer y extender los trabajadores sindicalizados de todo el mundo,
la Internacional Comunista!

30 de enero 1924

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