La rivoluzione di Napoli nel 1848 di Ferdinando Petruccelli della Gattina

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L’Europa si è chiusa sul mezzodì dell’Italia come le onde del mare sur un vascello naufragato. I deboli gridi, che giungono a scappar fuori da quella muda, non producono più alcuna impressione. Impassibile, indolente l’Europa assiste alla consumazione del lento sacrifizio di quei miseri senza che un segno di simpatia, senza che un motto di protesta si slanci per confirmare a Ferdinando Borbone il crisma di carnefice di Napoli, mannaia d’Italia, e gridargli: arresta! Tanto oblio è un’ingiustizia. E se ciò è il fatto della provvidenza o della fatalità che spinge la vita umana, l’uomo non deve piegarvi rassegnato la testa, fino ad autorizzare un delitto. La prima scintilla della rigenerazione sociale del 1848 è scoppiata in quella terra di vulcani. Quando tutta l’Europa soggiaceva all’azione deleteria della diplomazia, che con una novella bevanda di Circe abbrutiva i popoli: quando, dopo un lavoro poco fecondo delle idee democratiche, l’Europa si attemperava ad aspettare giorni più lieti e confidava nelle riforme dell’avvenire; quando lo scoraggiamento faceva veder quasi infrangibili le catene della santa alleanza, e saldo il pugno in cui i Principi stringevano le sorti dell’uomo, laggiù l’idea abbordava la consacrazione del fatto, la possibilità si traduceva in rivolta. Quegli sforzi sono adesso obliati: a quel popolo non si offre adesso neppure una parola di consolazione e di speranza. L’Europa si è chiusa sulla nazione napoletana, o ne recita freddamente la formola del martirio come un curato ubbriaco il breviario. In due anni una grande demolizione si è operata sul continente. Ma la caduta di Roma, di Venezia, di Ungheria eccita ovunque un segno di dolore e di simpatia; la caduta di Napoli, quando non è stigmatizzata da una parola di oltraggio, non desta alcuna sensazione. Come una vecchia donna non ha più alcuno che la vagheggi: come una canzone triviale non trova più un menestrello che la canti. L’eco della mia voce non ha una grande estensione: il mio nome non ha la potenza di santificare un fatto ed imporlo alla coscienza dell’universale. Ciò nonostante io offro alla mia patria quest’altro tributo di devozione, unico che nell’esilio mi è dato di offrirle. Solo mi addolora che, nel passare a rivista i fatti della rivoluzione napolitana, debba sovente tacere i nomi. Non posso che delineare l’idea, seguirla nel suo cammino, e lasciare da lato gli uomini. La mia parola potrebbe valere un’accusa in questi feroci tempi: la memoria di loro servire di elemento ad un processo. E si rammenti il lettore che nelle prigioni di Napoli si muoiono adesso quasi ventimila disgraziati! la mia storia sarà la psicologia della rivoluzione. Del resto che importa l’uomo? il dolore e la gloria di queste ultime rivolture sono collettive: il martire di Pesth è come il martire di Messina. Lo spirito umano solidariamente si è sollevato ed ha gittato l’ultimo soffio sulla vecchia società europea. Questo edifizio tarlato, screpolato da altre due rivoluzioni, è caduto per terra. Ma per divorarne sino gli avanzi che ingombrano ancora il campo di battaglia, la demolizione continua, e continua in Russia come in Sicilia. Kossuth, Mazzini, Ledru- Rollin, Roberto Blum, Riccardo Cobden, Beni, Garibaldi non appartengono al paese dove intonarono l’inno della resurrezione. Essi sono come altrettanti plenipotenziarii delegati dalla democrazia europea per rappresentare i suoi principii; sono i sacerdoti di quella grande idea che il Vangelo ha fecondata per diciannove secoli, malgrado la resistenza sacrilega del pontificato romano. La storia di Napoli quindi non è che una pagina della storia della commozione europea, e n’è l’iniziazione. Io la racconto affinché ognun si ricordi donde siamo partiti, affinché questo Nilo fecondo riveli le sue sorgenti. D’altronde coloro che più non sono, coloro che soffrono, non hanno forse diritto di domandare questo conforto di memorie? Non è carità ed accorgimento far passare tra i ferri delle prigioni un volume che parli di speranze, che rammemori gli sforzi dei generosi? La disperazione condurrebbe al suicidio il prigioniero, il quale si sente morire sul suo putrido pagliericcio, il galeotto cui tormenta il peso delle catene se si persuadesse che il suo supplizio è una voce senza eco, che al di là di quelle mura d’inferno non ci ha neppur uno che si sovvenga di loro, che fuori dell’uscio fatale hanno lasciata ogni simpatia ed ogni ricordanza, come forse ci hanno lasciata ogni speme. No: qualunque sia il valore dell’uomo che profferisce la parola di consolazione e che trae dall’oblio nobili atti, io pronunzierò la parola, rivelerò il fondo e le cagioni dei mali, e le scriverò senza collera e senza entusiasmo. Per quanto è possibile, unirò la freddezza del cronista alla passione dell’attore.

1. La nazione napolitana è incognita nella famiglia dei popoli di Europa. I viaggiatori rimuginano sino negli ultimi recessi dei poli, sino nell’ultima oasis del Sahara, ricercano le sorgenti dei fiumi, salgono i culmini delle montagne, e trascurano rivolgere uno sguardo ad una terra sulla quale vive un popolo poetico ed appassionato, e per la quale Iddio ha esaurita la sua opulenza di creazione. Chiusa dai mari che, al dire di Shakespeare, la cingono come un diamante in un cerchio di argento, attivata dal sole che ogni giorno la irriga di un lusso di luce, variata di piani e di monti, ricca delle fortune, dei prodotti, delle bellezze di tutte le zone, profumata e voluttuosa come un’odalisca, sempre giovane, sempre nuova, sempre vergine come una Flora, la natura le ha profusi i suoi tesori per compensare forse la missione di vittima che gli uomini o il destino le hanno imposto. Non vi ha zolla di quel paese che sia povera di una memoria: ogni pietra è un monumento della pristina civiltà. I suoi piani, le sue montagne sono contrassegnate da grandi o atroci fatti, assistettero alla ruina od alla nascita di nuove dominazioni, di nuovi popoli, e nuovo incivilimento. Le più speciose evoluzioni della storia si sono quivi rappresentate con la successione continua dei giorni. Laonde quando si crede camminare sur uno strato di pietre calcaree si cammina sulle ossa bianchite dei combattenti: dove oggi una squallida spiaggia comprime l’anima di malinconia, ieri sorgeva una città. Il passato si solleva d’innanzi ad ogni passo per ravvivare le forze dell’intelletto: il presente solletica lo sguardo con la spontaneità creatrice e malinconica di una natura non adulterata. Quella terra sembra slanciata dalla provvidenza in mezzo agli oceani compatta e finita come un pensiero.

Aperta agli urti delle razze slave e meridionali, i suoi popoli avevano sulla catena degli Appennini, che la percorrono, un punto di congiungimento come i nervi sulla spina dorsale. Quivi le forze vitali della nazione si aggruppavano, si ritemperavano. Tutto ciò che avevasi attinto di straniero si evaporava nella mistione nazionale, ed in quel nucleo, spesso additato come covo di banditi, lo spirito della patria manifestavasi intero, il cuore palpitava di affetti non obliati. A quella gente non è mancato sovente che un Pelagio per riscattare un popolo nell’idea di Dio, creato per esser uno e fuso in una famiglia sola, ed a cui la violenza e la tristizia diedero tre fisonomie, anche oggi distinte quasi ed incomposte. Gli Abruzzi, le Puglie, le Calabrie sono sempre tre parole differenti benché compongano una frase. Le razze e le dominazioni straniere si sono succedute su quel suolo, e non vi sono passate se non per togliergli qualche fibra d’individualità, e lasciargli molti vizi, molte miserie, ed un tesoro di odio per qualunquesiasi dominio e qualunquesiasi straniero. La Germania però, la Grecia e la Spagna hanno impresso un marchio più pronunziato su quei tre brani. L’opera loro si riconosce ancora; ma per quelle tracce informi e deboli quali potevano lasciarne conquistatori, che ci giungevano guidati dal prestigio del clima e dell’avidità, ci restavano estranei come padroni, e ne partivano scacciati da forza maggiore, sazi di sangue, carichi di oro. Il loro passaggio si riconosce ancora nelle sommità sociali, cui nell’attraversare lambivano e contaminavano; e se in qualche luogo attinsero persino la media borghesia, in niuno penetrarono mai sino al popolo. L’indigenato è restato salvo da ogni contatto: il popolo, sostrato eterno ed inalterabile, sorgente di vita, di nazionalità, di libertà, il popolo è rimasto popolo ed italiano sotto il cielo italiano.

2. Sul vertice dei monti, nel seno dei villaggi, nei focolari più poveri e più obliati della plebe si vive oggi una vita di anacronismo. Essa vi custodisce con religione costumi, affetti e pensieri di secoli oramai dimenticati, e che atterrirebbero questa superfetazione divorante che chiamasi governo, se si degnasse interrogarli e studiarli. Quivi non si trova l’uomo della età moderna, che, come dice Michelet, è parte della società; quivi è l’uomo dell’età antica, l’uomo intero. La sedicente civiltà dell’età monarchica della storia è passata al di sopra di queste teste. Al cuore è restata straniera, l’intelligenza non l’ha compresa. Quivi si agita quello istinto immortale di libertà e di progresso che spinge le generazioni: quivi palpita quella forza occulta che gli storici hanno chiamata provvidenza o fatalità, e che non è invero se non la memoria mezzo ottenebrata di uno stato anteriore, la tradizione di un passato grande e libero, che lentamente, ma con travaglio incessante, rimuove ed impelle lo spirito italiano e della intera democrazia dell’universo. La società ne sente il soffio e trascura investigarne l’asilo. Il governo di Napoli credeva avere abbrutita la plebe con la pressione della miseria, con la religione della polizia: lusingavasi che l’ignoranza ne avesse spento ogni lume, represso ogni elatere. Ma la possibilità di ricuperare diritti, con una specie di mistero custoditi nel fondo del cuore e da generazione in generazione trasmessi, si offrì; la parola di Libertà rimbombò nell’orizzonte, ed il governo vide che ella surse repente, repente gittò il mantello di piombo, il quale a guisa dei dannati di Dante la soffocava, ed assunse le nuove forme con la facile spontaneità di chi ricomincia un’esistenza anteriore interrotta. Alla verginità del pensiero essa riunisce l’energia e la solennità di affetti non ancora violati e lordi. Una religione istintiva le si fa giorno sotto le squame della religione corrotta della Chiesa. Al di là del Cristo, che serve d’intermedio, e che per lei non ha alcuna espressione, non risveglia nel cuore altra corda tranne quella della pietà; al di là del Cristo vede Iddio simboleggiato nella grandezza imponente della creazione che la circonda, e forse, al di sopra anche di Dio, al di sopra di tutte le credenze, l’ispirazione la più poetica del cristianesimo, Maria. Nell’aspirazione verso il cielo il paesano ha sempre qualche cosa di primitivo e di calmo, una sensazione malinconica e voluttuosa. Come le intelligenze adulterate, egli non vede Iddio in una notte tempestosa sul mare, nell’uragano che atterrisce e percuote; egli lo riconosce nelle espansioni di una danza, in una raccolta ubertosa, in una nottata di amore. Egli sposa l’utilità della creazione con lo sfoggio armonioso della sua poesia. Le idee morali non sono per lui un vincolo sociale, ma un istinto. Dall’intimo dell’anima sua soffia mai sempre qualche cosa che lo guida, che lo solleva, che mette in contrasto perenne l’oltraggio sociale, che lo ha gittato per terra, con l’opera di Dio che in lui si offre luminosa, sia nella solennità della sua rassegnazione, sia nella sobrietà dei suoi bisogni, sia nella severità dei suoi affetti. Inchiodato alla terra da una provvidenza umana inesorabile, il paesano s’identifica in certo modo con la natura del suolo che abita, ed una reciprocità di emanazione si stabilisce tra loro: perciò preferisce la vita dei campi. La terra feconda, il cielo aperto, lo spazio, l’aria, la luce, la manifestazione infinita della natura libera lo attiva, lo assorbe; e si contenta della sofferenza per isfuggire lo strazio – la città. Per lui la città, prodotto sociale, è un’espiazione. Per lui la casa, necessità cittadina, è un dolore; è il testimonio eloquente dell’ingiustizia degli uomini e della forza del dominio, è una tomba in cui saggia tutte le privazioni, sente tutte le miserie, trova tutti i supplizi; e più che una tomba è una prigione, obbligato a subire tutti i giorni festivi. In effetti, che vi ha di più tristo e di più squallido della sua casa? la stessa luce, patrimonio universale, vi è proscritta: la stessa aria che pura e senza misura Iddio ha messa a disposizione delle creature, è un veleno: la pioggia ve lo inonda: il fumo ve lo soffoga: la lordura ve lo fa avvizzire: ve lo divorano gl’insetti. Inoltre egli abomina la città. Per lui la città è il creditore che lo rode, che succhia il suo sangue: è l’esattore delle imposte che profitta solo del sudore della sua fronte: è il birro che lo tormenta, il magistrato che lo condanna, il gendarme che lo imprigiona, il ricco che gli prostituisce la moglie e la figlia. La città è il prete che gli predica un culto incomprensibile, ed in nome di Dio gli glorifica la schiavitù; è il soldato che gli devasta il campo; in una parola, è il governo che sotto tutte le sue molteplici facce lo incatena e lo tortura. Nella città egli sente l’odio per chi lo perseguita, sente l’invidia delle ricchezze, il bisogno sotto tutte le sue pressioni; là comprende il lusso, là concepisce la voluttà. L’acqua della fontana, qualche pomo di terra bollito quando giunge ad averne, supremo benefizio che ritrae da una terra fecondata dal suo sudore, una crosta di pane nero che è il lusso delle sue vivande ed il medicamento delle sue malattie, due piote ricoperte di erba, il padiglione risplendente del cielo; ecco tutta la parte delle delizie della sua esistenza, che egli ritrova nella campagna. Pure vi si rassegna e la preferisce a quella più dolorosa che la società gli aveva assegnata, la fame, il freddo, il fango della strada e la lordura. La città gli fa male. Egli vi è stimolato dal bisogno di mangiare la carne, che pure non mangia se non una volta o due nell’anno, nelle grandi feste e il dì delle sue nozze. Là sente la voglia di bere il vino, che pure beve tanto raramente; e forse anche di ubbriacarsi e di attaccar brighe. Allora egli agogna un letto soffice e caldo, cui, se per avventura gli è dato premere una volta, abbandona repente come un supplizio, come qualche cosa che lo incatena e quasi gli dà l’incubo e gl’impedisce di dormire. In una parola, nella vita libera del campo egli è povero, infelice anzi, ma si è abituato a trovarsi di faccia a faccia con Dio, con le sue interne ispirazioni. Egli è là con un passato che gli parla nell’anima una voce misteriosa sì, ma potente e poetica, egli non arrossisce di nulla. Nella città tutte le sproporzioni sociali e le idee fittizie lo prendono alla gola, lo stupiscono. Perciò è impacciato e goffo; sembra non comprendere più nulla. La vita è per lui un orribile geroglifico. Il prete non gli parla più del suo Dio, o non lo riconosce in quel fantasima terribile ed esigente che gli si addita. I suoi fratelli di miseria gli sembrano lupi, vampiro inflessibile il governo che gli domanda il frutto del suo travaglio, la sua libertà, i suoi figli, la sua volontà, la sua anima tutta intera. Un abisso lo separa dal resto dei cittadini, e questo abisso è l’organizzazione sociale, è la fame.

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3. La nazione napolitana è divisa in due classi: il proletario e la borghesia. L’aristocrazia è un essere incompleto ed impotente, la quale non ha che un nome infecondo financo di memorie. Passiamo su lei. Abbiamo guardato il proletario il quale non ha altra risorsa fuori del braccio e dell’intelletto: esaminiamo la borghesia: Questa abbraccia tutti coloro che possiedono, incluso il clero e queglino che attingono la sussistenza nello stato discusso, ossia i funzionari pubblici. La forza sociale è attaccata al possesso della terra. Il capitale mobile vi è nello stato d’infermità e quasi d’intruso, perché il governo ne ha tarpato ogni slancio, ovvero con savie provvidenze non ha curato mai dargli una vita energica ed attiva. Perciò poca industria e quasi nessun commercio; perciò una subordinazione violenta allo straniero, il quale, quando non ha potuto dominarci con la spada e con la verga, ci ha dominati con i trattati: in guisa che quando finiamo di essere schiavi ci troviamo coloni. La ricchezza del paese quindi, essenzialmente agricola, è concentrata in poche famiglie e qualche corpo morale, i quali formano un’oligarchia, fortunatamente non assai compatta, perché sottoposta di continuo, per la paura del governo, all’azione dissolvente di quell’atroce e volgare massima di stato: divide et impera. Questa oligarchia si guarda torva e sospettosa, ed è penetrata ancora del formalismo iberico che la informa della sua superba barbarie, e neutralizza tutta la forza demolitrice del secolo XVIII. Questa oligarchia elevata a principio, ha rimpiazzata l’antica feudalità, e più trista, più avida, più inesorabile poiché è l’aristocrazia dei pervenuti, e perché accoppia all’istinto dell’usuraio le pretensioni del gran signore. Non vi è piccola città, non vi è piccolo contado o borgata che non abbia uno o due di queste incarnazioni di delitto, tra loro nemici, nemici a tutti. E le disegno col nome di delitto incarnato, perché le loro ricchezze non sono di ordinario frutto di nobile lavoro cumulato, ma prodotto veloce di qualche immondizia sociale, come usurpazione dei beni municipali, servizio occulto renduto alla famiglia borbonica nei giorni dei suoi rovesci, usure, furti nelle sventure delle rivolte, o altre sordidezze le cui tradizioni non sono cancellate nei nipoti, benché commesse dagli avi. L’educazione di questa genia è monca ed adulterata. Ha perduto la rustichezza e la bonomia del villano, ma non ha assunto ancora quei modi squisiti, quello slancio sicuro, illuminato e mondo di pregiudizi cui dà una civiltà perfetta, quella cognizione chiara e profonda delle leggi morali che conducono la società. Tenuta nello stato d’infanzia intellettuale da un governo perfido e corruttore, spoglia di quel criterio che dà l’istinto ad uomini da Dio fortemente organizzati, ingannata nella soluzione dei problemi dello spirito, avvelenata su tutte le nobili tendenze dell’anima, disseccata nel cuore ad ogni affetto generoso, evirata, pervertita, abbindolata, essa non ha avuto campo di meditare i destini umani nel loro splendore e nella loro grandezza, è stata slanciata anzi ed incitata a divorare solo il cammino delle passioni brutali. Sozza dello più schifoso materialismo, per essa, l’alta borghesia, non vi ha che un duplice Iddio, l’oro ed il piacere – il piacere sotto le sue più triste divise, il gioco e l’orgia. Straniera ad ogni sentimento gentile, avida di guadagni e di dispotismo, piega abiettamente il capo al più vile famiglio del potere cui piaccia imporle un desiderio qualunque, per sovraimporre a sua volta questo desiderio al proletario, e su di questo satollarsi di quelle lussurie di dominio e di avarizia che non le dan mai tregua, talché dopo il pasto ha più fame che pria. Non ci ha disonestà, non ci ha avvilimento, non ci ha tristizia di cui questa classe di tirannelli rimessi a nuovo non si senta capace di farsi strumento. La coscienza non ha per lei più voce: la dignità umana non ha per lei più forma: la virtù ed il vizio sono simboli di successo. Infine non la cede in nefandezze che al prete, a volta a volta suo organo e suo maestro.

4. Si, il prete: ed io non ho colori forti abbastanza, parole energiche troppo per caratterizzare questa setta; e sì che vorrei gittare un drappo sopra così immonda gemonia per risparmiare il disgusto di chi mi legge. In una famiglia composta di più individui, il più brutto, il più stupido, il più brutale, il più ributtante di animo è scelto per la carriera sacerdotale. Quando un padre ritrova in uno dei figli la stoffa per un capestro, quando ne vede uno improprio ad ogni arte gentile, destituito di ogni facoltà brillante e generosa, lo incardina alla chiesa, per poi destinarlo alla sorveglianza dei campi ed al maneggio dell’azienda domestica. Maltrattati da una natura madrigna, avviliti dal disgusto generale, conscii della propria difformità morale, come Riccardo III della sua bruttezza, educati a quella specie d’inferiorità sociale in cui debbono tenersi, questi proseliti di Cristo entrano nei seminari per istruirsi. Odiando la società che li scaccia, posti in istato di guerra col mondo che li confina in una sfera di privazioni, di martirii, di disgusti e di violenze, e loro vieta qualunque sfogo di passione, questi giovani disgraziati si trovano di fronte ad altri cui l’ipocrisia ha corrotti già o l’astinenza resi fanatici e crudeli. Il volo delle loro intelligenze è tarpato e conficcato come Prometeo sopra lo squallido scoglio delle dottrine ascetiche. Essi cominciano dal rinunziare al più prezioso dei doni di Dio, la ragione, onde tuffarsi interi in una fede illogica e mostruosa. Cominciano dal rinunziare ad ogni volontà, ad ogni libertà, per essere manodotti come macchine sopra la strada dell’obbedienza passiva e della rassegnazione stupida, che la chiesa ha sostituito dove prima era la carità, ed ha chiamato via del cielo. Tutto quanto vi era di nobile nell’uomo è colpito di anatema: ogni attività della vita è proscritta. Pel prete non vi è altro che l’autorità: autorità di altrui nelle scienze, autorità di altrui nello sviluppo delle passioni, autorità di altrui nella condotta sociale, autorità di altrui fino in quell’elevazione a Dio, in cui l’anima tormentata dallo spasimo apre libere le ali e trova solo refrigerio e perseveranza. L’uomo non basta più a se stesso, non è più libero. Ils ne sont pas libres d’être justes, dice Michelet, ni d’haïr: ils reçoivent d’en haut les paroles qu’ils doivent dire, leurs sentiments, leurs pensées. Qu ‘ils soient de plus en plus malheureux, on exploitera d’autant mieux leur inquiète activité: qu’ils n’aient ni foyer, ni famille, ni patrie, ni coeur, s’il se peut: pour servir un système mort, il faut des morts, des morts errans, agités, sans sépulcre et sans repos. La freddezza più ripugnante, la sterilità più amara, il rigore, l’inflessibilità, ecco ciò che accoglie gli alunni dei seminari entrando in quelle squallide mura: l’anima loro ne è agghiacciata e spaventata di un tratto. Tutto inoltre si mette in opera per completare la loro degradazione, fino la perversità degli alimenti, fino ad assoggettarli al mestiere di servitori; e quasi questo fosse poco, si chiama in soccorso lo spionaggio, l’ipocrisia, e la denunzia organizzata come un dovere. Lo spirito è inaridito in uno studio infecondo e disgustoso, il corpo demoralizzato da passioni e da abitudini mostruose, l’anima pervertita da principii velenosi, da affetti colpevoli, e resa tabida dall’ipocrisia, dal fanatismo, dall’ignoranza. Quest’uomo, dopo aver lottato lunghi anni contro le violenze della natura, l’astuzia, il cinismo dei suoi pari, scende nell’arena del mondo per lottare contro gli uomini. Egli viene armato di tutto punto, ed il combattimento che impegna è contro lo spirito umano e tutte le sue doti, contro la vita e tutte le delizie. Egli odia la libertà, la bellezza, i piaceri, la ragione, la gioia, perché tutti questi soavi beni sono per lui delitti: egli si fa strumento di chi opprime, perché lunghi anni ha sopportato l’oppressione ed offerto in olocausto la libertà: egli grida anatema contro ogni speculazione intellettuale, contro ogni nuovo lume di scienza, perché per lui non vi è altro che la grazia, perché l’albero della scienza è per lui l’albero della morte. D’altronde eminentemente ignorante, straniero ai piaceri morali, ottuso alle sensazioni delicate, non lo stimola che l’invidia dell’oro e l’orgia occulta la più brutale e feroce. In faccia all’oro, quindi in faccia alla possibilità della più triviale scostumatezza, nulla l’arresta. E come Madama di Chantal passava sul corpo ai propri figli onde arrivare al Paride di Sales, egli passerebbe per sopra cose anche più sante, se ve ne fossero, per saziare cotali ignobili voluttà. Laonde la polizia lo assolda per far mercato dei segreti del confessionale: nel confessionale egli perverte le anime vergini e la gioventù pudente, sia per consumare la missione che gli è stata imposta, sia per disbramare i suoi appettiti, i quali assopiti, con nuovi delitti ne cancella le tracce. In una parola, maltrattati dalla natura, oltraggiati dalla società, pervertiti dall’educazione, violentati dai vincoli di casta, i preti trovano la vita una sventura, e si studiano di renderla altrui un supplizio e un’infamia.

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5. A fianco al prete camminano coloro che vivono sul budget, funzionarii pubblici e soldati. Di costoro io non dirò che un motto. Molti hanno al sito del cuore uno scudo: molti subiscono la fatalità del bisogno e si piegano al potere inflessibile di chi comanda, e che sovente è più duro della fame. Ma questa categoria sociale non ha propriamente né principii basati di fede politica né affezione per chicchessia. Sicura che tutti i governi han d’uopo d’istrumenti di attività, penetrata della massima troppo vera di Talleyrand, non molto zelo, si attacca piuttosto a quella catena morale che chiamasi dovere, anzi che all’artigiano che questa catena ha fabbricata. Gli ufficiali pubblici sono generalmente eccletici, se pure non sono scettici. Essi oppongono piuttosto una specie d’inerzia anzi che una repulsione ostinata a tutto ciò che varia, che cangia, che succede; ed assuefatti all’occaso di taluni soli politici, i quali tramontano spesso tra le tempeste, l’anima loro resta fredda, non prova alcun movimento di simpatia né per chi parte né per chi arriva; basta che la disciplina non sia severa, il lavoro soverchio ed il soldo sia puntuale. Gente senza convinzione e senza affetto, hanno sempre pronto un Te-deum a cantare, si mettono subito senza rimorso e senza cura sotto lo stendardo di colui a cui la vittoria è restata. Essi non odiano che l’uomo onesto, il quale loro vieti di fare un piccolo commercio delle proprie funzioni e di cavare un soprassoldo da spendere alla taverna. Il soldato poi ha per istinto di obbedire a tutto quanto gli è immediatamente al di sopra, di opprimere tutto quanto gli cede: l’istinto del paesano adulterato dalla disciplina, traviato dalla civiltà! Esso non ha alcuna coscienza della sua parte sociale: non ha alcuno stimolo che determini la sua condotta. Sa di essere soldato e non dimanda più in là: si vieta anzi di fargliene sapere di vantaggio. Innanzi ai suoi occhi non posa che un’immagine, il re. E questa immagine egli l’abomina come un ostacolo che lo attraversa, perché a fronte a lui vede il villaggio nativo che ha dovuto abbandonare, vede la donna che ama cui ha dovuto sacrificare, e la severa disciplina che lo crocifigge senza posa. Se egli potesse passar per sopra a quest’idolo, senza paura del consiglio di guerra, non esiterebbe un istante: ma l’abitudine, l’incertezza lo ritengono. Ed è perciò che è sempre partigiano del fatto compiuto, ed ama lo statu quo. Il fatto compiuto gli risparmia lavoro e pericoli, lo statu quo non gli dà l’imbarazzo di scegliere, e perciò lo mette al sicuro di tentazioni, le quali, se non ottengono un esito prospero, lo conducono innanzi alle commissioni militari. In una parola, queste due classi sono il sedimento di ogni governo. In esse le nuove rivoluzioni trovano un materiale pronto a resistere, se vacillano; ed un fondamento sempre esistente su cui basarsi, se riescono. Il loro Dio tutelare è la fortuna. Però fra tutte queste classi traviate ed infelici vi è bene una stella per non fare aborrire la razza umana, e gittare un sorriso di amore e di speranza sull’avvenire dei destini dell’uomo. Questa stella è la donna.

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6. A guardare nella nazione napolitana solamente l’uomo, a contemplare l’enorme sciupio delle leggi morali e religiose, ogni anima onesta sarebbe tentata a gridare: Dio non è, o l’uomo non è l’opera della sua mano! Ma quando lo sguardo ricade su quelle soavi creature, in cui non sai che più ammirare, se lo splendore della bellezza o la nobilità dello spirito, quando vagheggi quell’opàla eterna i cui fuochi non muoiono mai; allora ti riconcilii con Dio e dici: quest’uomo è caduto, e la sua tristizia è un’espiazione. Un’espiazione forse della sapienza etrusca, della signoria romana, della libertà proficua del medio evo; un’espiazione della codardia moderna e dello scoraggiamento di oggidì. Io non scrivo un’ode, ma una storia: eppure sento non aver colori né vivi né poetici troppo per riprodurre la fisonomia vera della donna di quelle contrade, incognita troppo, incognita a queglino stessi tra cui vive. La donna di quella parte d’Italia è la donna di Oriente. La stessa ignoranza, la stessa riservatezza, lo stesso passare istantaneo dalla mestizia alla gioia, la stessa superstizione, la stessa prontezza all’entusiasmo, lo stesso delirio di piaceri, e quello istinto inquieto che la tormenta e la spinge incessante, la spinge sempre verso la libertà. L’amore è il fondo del suo cuore; ma il movente di questa passione, il paradiso a cui aspira, è la libertà. Questa incognita nella vita riveste per lei i colori più fantastici, le lusinghe più ideali, le voluttà più angeliche, è l’aspirazione perenne su cui tutte le altre passioni vanno a poggiarsi, è la riva a cui tutti gli altri desiderii vanno a morire. Fiera ed indomita come il cavallo di Mazzeppa, ella non sa essere macchiata da ignobili affetti. Ed anche quando è caduta, anche quando vende l’amore per comperare del pane, come una regina destituita sembra fare piuttosto una grazia che riconoscere un diritto. La corruzione è impossente su lei. Allontanata dalla vita pubblica, confinata nelle trivialità delle domestiche funzioni, le compie come un dovere: ma in quell’atto di abdicazione, in quell’atto di devozione alla missione, che una società malata ed egoista le impone, la sua anima nobile trasparisce e tacitamente protesta. Il suo istinto sente l’oltraggio che le si fa gittandola in un grado di subordinazione servile, sente il torto di essere tenuta in uno stato perenne di minorità, ed allontanata da tutte le passioni maschie; e con vigoria maggiore aspira alla libertà. Vi aspira per la via della religione, per mezzo della poesia, per mezzo delle passioni nobili che mostra sentire e comprendere, per la rassegnazione, per l’entusiasmo che tutta la comprende agli atti soavi e generosi che sente raccontare e di cui tanto si mostra avida, per la facilità al perdono delle offese ed al disprezzo di ogni viltà, per la consolazione che spande su tutti i dolori e la fiducia nell’avvenire che divide con la giovane generazione. Essa comprende che non è nata solamente per fare dei figli, come brutalmente disse Napoleone: il cristianesimo l’ha riabilitata, l’ha innalzata sopra il trono dei cieli e l’ha messa al livello di Dio. Inchinatevi e cedetele il passo. Essa sola colaggiù ha saputo respingere con energia tutte le calunnie contro gli uomini della rivoluzione: essa sola non ha piegato ad alcuna suggestione per arrestare l’opera o avvelenarla col ridicolo: essa sola ha avuto il coraggio di rigettare ad alta voce, di rigettar sempre sul viso dell’oppressore la protesta dell’imprescrittibilità dei diritti dei popoli: essa sola ha difesi i vinti e li ha sottratti come ha potuto all’ira del despotismo: essa sola come l’albero della foresta si è tenuta all’erta, quando le foglie della rivoluzione, inverdite un istante, sono ad una ad una cadute: essa sola ha fede nella vittoria del domani dopo la sconfitta della vigilia: essa sola medica i feriti e conforta gli scoraggiati. Questa parte eletta della nazione non ha che una bandiera, quella dell’indipendenza. La parola Italia, una parola magica, una parola per lei sino ad ieri incognita e per lungo tempo scomunicata come una bestemmia; la parola Italia è risuonata nel suo cuore, ed una rivoluzione profonda si è compiuta nei suoi affetti. Puerilità di forme, puerilità di principii, puerilità di abitudini, puerilità di convenienze; tutto è svaporato come la nebbia trasparente dell’alba, e non è restata che questa idea severa e solenne come la credenza in Dio, la libertà dell’Italia una ed intera. Tutte le mene meschine del governo, tutte le intimidazioni sono state inefficaci: l’anima non ha saputo ritemperarsi ed è rimasta incardinata come le Alpi sulla idea potente della libertà, la quale uscita da quella specie di vago ed indeterminato in cui aveva navigato sinora, si è concentrata in un essere vivo, bello, giovane sempre benché gualcito, seducente sempre benché prostituito, l’Italia. L’idealismo si è personificato. Le donne di quelle meste contrade accolsero come una fascinazione il grido d’indipendenza e di libertà; vi trovarono risoluto il problema arcano della vita intima del loro cuore. E malgrado le sventure del 1849 gli sono sopravvissute fedeli con la decisione della disperazione; malgrado i patiboli e le prigioni, malgrado le persecuzioni ed i martirii di ogni maniera, esse non hanno mutato di fede, non hanno cessato di gridare: coraggio e speranza! Le donne quindi di tutte le età e di tutti i gradi, il proletario e la gioventù di qualunque condizione, la generazione nata dopo il 1820, la generazione men divorata dall’educazione del gesuita sotto la mannaia e l’ergastolo della monarchia, ecco i soldati della rivoluzione: il prete, il militare, parte dei publici funzionarii e l’aristocrazia della proprietà, ecco i combattenti pel diritto divino, per l’autorità illimitata. Questi due campi sono stati di fronte con sorte varia, dalla fine del passato secolo: lo sono ancora per darsi l’ultima battaglia – la battaglia senza quartieri e senza prigioni come ne voleva la Convenzione.

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7. I governi si trovano mai sempre di fronte quattro influenze, quella della religione, quella della guerra, quella della intelligenza, e quella delle finanze. La storia non è che la lotta di queste influenze centrifughe contro il potere di assorbimento che esercitano gli Stati. La monarchia di Napoli non ebbe differenti avversarii e neppur essa rinculò dal combattimento. Alla religione oppose il guadagno, il guadagno sotto la sua forma più cinica, l’oro, e vinse. Alla milizia profuse gli allettamenti, gli onori, le promesse, e la guadagnò. Sull’intelligenza si spinse furiosa con le galere ed i carnefici, la avviluppò di preti e di sbirri, cercò forviarla, adulterarla, e fece molti martiri, se non fece proseliti; ritrasse molti invalidi e qualche tregua, se non giunse mai ad ottenere vittoria. Alle finanze infine, alle fortune s’impose come una provvidenza, quasi una condizione necessaria perché esse potessero esistere, se le fece complici, mostrò solidarietà d’interessi, le atterrì insomma per comparirne poi il salvatore. I mezzi di qualunque natura non furono risparmiati per guadagnar terreno: virtù o vizio non ebbero più significato per assicurare l’esito. Ferdinando I, Sardanapalo plebeo, regnò con la mannaia e con lo spergiuro; Francesco I, il Claudio de’ tempi moderni, con l’inquisizione, con gli ergastoli, con la forca, ed alla vigilia di una morte contristata da truci fantasmi, protestò voler radiata dalla lingua umana la parola perdono; Ferdinando II, questo pulcinella sanguinario, regna con le bombe, con i gesuiti e con le proscrizioni. La missione comune di questa famiglia è stata dunque corrompere o uccidere: scopo supremo, contaminare lo spirito umano o sopprimerlo: mezzi per riuscire, il carnefice ed il prete, e qualche volta l’oro. Disprezzati ed obliati nella famiglia europea, la storia loro è stata monotona, è stata una lunga esecuzione nel seno oscuro di un carcere, in cui i testimonii e il giudice erano di troppo. Il regno del figlio non ha cangiato da quello del padre: il domani non ha variato dalla vigilia: la formola intera si è rinchiusa tra una processione ed una sentenza di morte. Noi quindi non abbiamo molti fatti da raccontare per trovare la radice della rivoluzione del 1848, e scoprire la sorgente di quella solenne protesta, onde leggere nei precedenti l’avvenire. Potremmo partire dal 1830, dal regno di Ferdinando II; ma questo stesso racconto è assai sterile, perché si concentra nelle meschine dimensioni delle mura di una corte, è la storia di un uomo che non ha neppure i grandi vizii dei re. La vita di quest’uomo, avvelenata alla sorgente da un monsignor Olivieri suo precettore, la vita di quest’uomo si è compendiata in un furto sistematico del tesoro dello Stato, in una confessione quotidiana dei proprii peccati ad un prete, che lo vendeva ad un gendarme e lo volgeva in ridicolo. La vita di quest’uomo si è manifestata in una rivista perpetua di soldati, mostra brillante di forze, che poi si è coronata con la fuga dai campi romani: è scritta ne’ fasti della bigotteria, delle smargiasserie, dell’avarizia, sì che se avesse potuto espropriare il regno intero o farne un fagotto lo avrebbe venduto ai mercanti di Londra: limitato, plebeo in tutto, e fatuo. Sotto l’influenza della paura degli uomini, fomentata da un birro, e della paura delle idee novelle, destata in lui da un monsignore, tirato a rimorchio da entrambi, egli assunse la parte di sbarbicare ogni fecondità della mente, atterrire ogni ardito. Egli volle dare l’impulso alla società, sulla quale si elevava per la grazia di Dio e di Talleyrand, e ridurla al regime del convento e della caserma. Ma non è degli uomini dominare le idee, non è degli uomini arrestare le passioni mature. Malgrado tutto, malgrado gli assassinii di Aquila, del Cilento, di Calabria, di Sicilia; malgrado le messe di obbligo, le prediche, le suggestioni degl’institutori, le dogane messe alla intelligenza, lo spionaggio; malgrado infine tutti i prodotti di enervazione del genio malefico di Metternich e di Guizot, la generazione nuova accolse le idee di riordinamento sociale, e non seppe dominare lo slancio del proprio cuore. Un uomo di mediocre ingegno, ambizioso e temerario come Catilina, sanguinario come Silla, ateo, dissoluto, superbo, il marchese Francesco Saverio Delcarretto comprese la situazione e cercò dominarla. Tutti i mezzi che può adoperare un uomo senza principii e senza cuore, erano stati adoperati da lui. I martirii dell’inquisizione erano stati risuscitati; i soprusi feudali tornati a vita; la spia ed il confessore messi in opera; le leggi lacerate per dar luogo all’arbitrio; ogni specie di prostituzione decorata; il birro ed il gendarme fatto signore del paese; il dominio della polizia steso su tutte le regioni del governo; il trabocchetto, l’assassinio non risparmiato; tutto infine quanto il pervertimento della mente umana aveva saputo creare per sopprimere, scoraggiare, ed atterrire, era stato sperimentato da lui. Ma non lo scoraggiamento, non l’atterrimento fu quello che si raccolse, sibbene l’odio senza misericordia, e la perseveranza nel riconquistare i diritti usurpati dalla casa di Borbone. Questa messe terribile avrebbe forse spaventato qualunque altro uomo, ma Delcarretto accettò la sfida e cercò rivolgerla a suo profitto. Egli si era trovato sempre sulle trincee quando un Borbone aveva avuto bisogno di un essere a tempra spietata per percuotere senza viscere e consumare come l’incendio. Egli aveva comandato lo sgozzamento in massa del Cilento, ed aveva tirato l’aratro e seminato il sale su parecchie borgate: egli aveva ordinato il massacro di Palermo, le proscrizioni di Aquila, le fucilazioni di Cosenza. Dovunque vi era sangue a versare e terre a distruggere, Ferdinando lo investiva dei suoi istinti con un alter ego e lo mandava. La sua natura, composta di tutti gli eccessi, si esilarava nelle scene le più infami. Niente lo arrestava se non la soddisfazione; niente lo soddisfaceva se non l’abnormale e l’orribile. Egli aveva trovata la poesia nel delitto. Però alla necessità del sangue che metteva in orgasmo le sue fibre e destava per un istante una vita sciupata per diciotto anni in ogni maniera di dissolutezze, in ogni maniera di arbitrii, di libidini, di delitti, le specialità di Margherita di Borgogna non escluse, a tutta questa epilessia di enormità subentrò l’ambizione. Con i suoi eccessi aveva accelerata la rivolta, voleva compierla. Perciò non sentì egli l’ambizione che lo avea dominato fin allora, cioè quella del servo che si vuol rendere aggradevole al suo signore; non quella dell’uomo probo che vuol salvare il suo paese e colui che gli ha confidati i suoi destini; ma l’ambizione di un pretoriano che cerca finirla con un padrone stupido e vile; ma l’ambizione di un satrapo che anela soppiantare il suo signore; l’ambizione di un Cromwello senza genio e senza principii; l’ambizione di un Robespierre volgare, la velleità forse di una seconda edizione di Espartero. Delcarretto quindi seguì il movimento progressivo delle idee, assistette con l’arma al braccio alla propaganda, seppe tutto e lasciò fare. Voleva con ciò riabilitarsi? domandava accomodarsi un perdono per i delitti passati? no: voleva sorprendere; sorprendere il vigliacco tirannello che lo aveva adoperato fin allora e, sull’orlo del precipizio, o balzarlo giù o obbligarlo ad abdicare: sorprende il popolo, rivelandosi ad un tratto come il suo liberatore, rivestendo della toga di Cassio il corpo di un Tigellino, e farsi nominar primo console o dittatore. La sua ambizione era smisurata come la sua ferocia, come la sua stoltizia.

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8. I primi atti del governo di Pio IX avevano messa la febbre nel cuore degli italiani. Abituati a considerare il sacerdozio come baluardo di ogni tirannia, organo di ogni corruzione, e negazione di ogni misericordia; l’amnistia con cui Pio IX si presentava nel mondo politico fu una rivelazione. Non che ci avesse tocchi di entusiasmo un atto, che era una necessità di Stato improrogabile; ma quell’atto, nella persona di un prete, era la più alta significazione della maturità civile a cui erano giunti i principii della nuova società. Lo spavento con cui venne accolta dai principi questa iniziazione di transazione, fu il termometro più sicuro della loro debolezza e della loro colpabilità. Quell’atto li aveva colti in flagrante delitto: era una protesta per tutti, fatta in nome di colui che si diceva vicario di Cristo. All’amnistia successero taluni temperamenti municipali, per cui tante lagrime e tanto sangue sotto il pontefice passato si erano sparsi, e per cui Roma si allivellava agli altri Stati d’Italia. Il terrore dei principi crebbe; crebbe nel popolo la speranza e l’ardire: Pio IX per se stesso aveva fatte assai povere cose: però le sue riforme furono magnificate, affinché le lodi servissero d’insegnamento che il vecchio sistema doveva cadere, il mondo ritorcere cammino. Gli applausi prodigati a Pio IX furono il programma della rivoluzione novella, un principio, un simbolo, la sfida quasi che i popoli gittavano ai sovrani. Le riforme di Pio IX non mistificarono alcuno. Il popolo sapeva bene che il pontefice non è più il tribuno del popolo, ma il tribuno dei re; prevedevano che un dì non lontano avrebbe fatta ammenda onorevole delle sue velleità riformatrici e di quel leggiero capriccio di ammutinamento contro la rutina ed il vecchio bagaglio di Stato. Non pertanto Pio IX servì di parola d’ordine alla cospirazione. Essa si arrollò sotto uno stendardo a cui il tempo aveva dato una specie di consacrazione tradizionale, e prosperò, e si propagò con la rapidità della luce. Tutta Italia sentì il vigore del nuovo battesimo. Ma dove il cuore palpitò più forte, dove le fibre si misero in orgasmo più vivo, fu in Napoli; per la ragione appunto che quivi la tirannia era più fitta, che quivi il nome del papa era esoso al governo, e qualunque simpatia per lui fulminata di carcere. Al lavoro lento ed incessante delle idee si unì questo eccelso impulso. Allora non si camminò più, si corse, si volò; non si cospirò più, si protestò. Il marchese Delcarretto si accorse del fermento e lasciò fare. Forse non ne seppe abbastanza, forse fu tradito dai suoi agenti, forse si spaventò dell’imminenza del combattimento, forse attendeva l’ora opportuna o per soffocare la cospirazione come Laocoonte, o per dominarla e dettarle le leggi. Sia comunque, inscienza o cognizione, paura o tolleranza, favorì la rivolta che a grandi passi si approssimava ed apprestava le armi.

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9. La nazione napolitana era come un corpo in cui il vigore della vita si batte contro gli attacchi di una malattia mortale. La volontà ferma, l’ostinazione di non perire, l’hanno potuta solamente salvare. In un paese in cui tutte le ricchezze sono riposte nella coltura del suolo, l’agricoltura è ignota. Le leggi sulle successioni, quelle sulle ipoteche, sul registro e sul bollo, quelle del compascuo, quelle delle acque e foreste, la mancanza assoluta di strade e di ponti, i dazi, i balzelli, rendono la proprietà territoriale un peso, ed influiscono alla trascuratezza agricola. La mancanza di vendita dei prodotti fa maledire la fecondità della terra. Il commercio pallido e meschino di qualche produzione, esercitato per monopolio e per ogni verso gravato di acciacchi, era venuto a poco a poco a mancare; e già quello delle biade, dell’olio, delle lane, dei formaggi, della rubbia era stato usurpato da altre nazioni che gli facevano concorrenza; già quello dei frutti, delle sete, della liquirizia, della canapa e delle civaie agonizzava. Le industrie erano scarse, e qualcuna favorita da tanti privilegi ed eccezioni da rendere qualunque altra concorrenza impossibile, o mortale; qualche altra vietata di proposito deliberato. L’istruzione pubblica temuta; di modo che sopra sei milioni di cittadini al di qua del Faro, forse non ve n’erano trecentomila che sapessero leggere e scrivere. L’istruzione superiore assolutamente interdetta, o forviata dallo spirito della polizia e dalle adulterazioni teologiche. Aver dell’ingegno era una sventura. La stampa assolutamente vietata; talché si era trovato anche un certo numero di parole rivoluzionarie o irriverenti cui bisognava cancellare dal patrimonio della lingua, taluni nomi mettere al bando della civiltà e della memoria della storia. La lingua doveva veramente servire a nascondere le proprie idee come voleva Talleyrand. Il titolo di moralità e di merito consisteva in un certificato del confessore. Chi si sottometteva alla trista e stupida direzione dei preti era solamente buon cittadino, o meglio buon suddito. Le cariche, gli onori appartenevano in retaggio esclusivo a chi aveva prostituito il suo onore, la sua coscienza, e la sua famiglia a qualche ministro o a qualche vescovo e confessore, ovvero aveva molti danari per tutto dominare e comperare. La differenza del prezzo e della bellezza, la facilità della prostituzione, l’eccesso dell’ignoranza, e la bassezza del servire erano il termometro per occupare le funzioni dello Stato, ed assicurarsi un cantone nell’edifizio dello stato discusso. L’insolenza, il dispotismo, l’arbitrio dominavano in tutta la gerarchia degli uffiziali pubblici. Quando il ministro ed il confessore del re chiamavansi contenti, che importava il resto degli uomini? La spoliazione era la legge organica delle finanze: il mistero, la sua sola condizione di vita. Le leggi fiscali, intollerabili ed inique, assorbivano quasi intera la ricchezza nazionale. La produzione ed i suoi istrumenti, colpiti nella sorgente, venivano ricolpiti nella consumazione. Sopra gli oggetti di prima necessità gravitavano fino a sei dazi differenti. La volontà del re era la sola legge nella percezione e nell’uso dei danari pubblici: il budget discutevasi in segreto tra il ministro e il re. La consulta di Stato, corpo parassita e nullo, non avea voto, e contava due uomini solamente tra’ suoi membri nel caso di comprendere ciò che piacesse al re di sottomettere alla loro approvazione obbligatoria. L’ordine giudiziario, in gran parte ignorante, in grandissima parte corrotto, soggiaceva, nel decidere, ad ogni maniera d’influenze. Bastava una cedola di banco, una lettera di raccomandazione di qualche servitore di corte o di sacrestia, o una semplice lettera d’intimidazione del ministero: sopra tutto del formidabile Delcarretto. L’ordine amministrativo, schiavo perfetto e corrotto, compiva nel rubare la sua missione niente affatto dissimulata. Chi procurava al superiore più grossi guadagni, era il più abile; e dei guadagni partecipava il re, a cui il ministro delle finanze ciascun mese portava in dono una poliza vistosa col nome di risparmi. Le cariche, che si lasciavan vuote a disegno, erano devolute a benefizio del re, il quale ne toccava il salario. Qualunque lamento era punito del carcere misterioso della polizia. Le leggi non aveano vigore e significato, fuori quello che al principe ed ai suoi valletti fosse piaciuto dar loro. La rutina, la burocrazia, il dispendio, la fiscalità, la centralizzazione la più ottusa ed infeconda, l’annullamento di tutti i diritti individuali formavano la base dell’organizzazione dello Stato. La nazione era come interdetta e nello stato di alienazione, il paese tutto una prigione inviolabile. Il cittadino non aveva per sé che doveri da compiere: il trono e l’altare pompavano i dritti di tutti. Alle provincie, ai municipii non si accordava altra forma di esistenza che quella del pagare: ogni voto di mutar condizione, di migliorare, addimandavasi ribellione. La giustizia era un’utopia sovversiva dei vecchi carbonari e de’ nuovi settarii della Giovane Italia: la giustizia era la volontà e la forza del padrone. La miseria e l’ignoranza, assegnate come stato normale alla nazione, era la condizione prospera aggradevole al governo. La fame senza misura sulla scala delle sventure di quel popolo assorbiva qualunque altra forma dello spirito. Che mangiare domani? ecco il pensiero fisso ed inesorabile di otto decimi della nazione. Perciò uno scoraggiamento universale, un abbattimento disperato. Perciò lo squallore dei campi, la demoralizzazione, il languore, l’odio delle parti, il sospetto, l’ignoranza per sottrarsi a qualunque animadversione del potere, la rassegnazione violenta, la mestizia, l’incertezza terribile dell’avvenire, l’egoismo, la crudeltà, l’ateismo o la superstizione, l’aridità del cuore su tutte le sciagure, l’ipocrisia, l’avidità febbrile dei guadagni, l’assenza di ogni moralità sociale, l’aborrimento incommensurabile a qualunque manifestazione di governo, l’ansietà di cangiare, lo scetticismo di tutti i principii, quello stato mortale infine di una società che posa sulla negazione ed è vicina a dissolversi, quel periodo violento di un popolo che si sente avvelenato, si sente morire e non lo vorrebbe, si sente trascinato dalla vertigine e vorrebbe resistere, si sente attratto da una voragine e si afferra ai lembi dell’abisso, vede il suo corpo cadere a brani a brani ed ha l’anima forte, viva, direi quasi vergine nell’orgia satannica che l’attornia e la contamina, che quasi suo malgrado ha l’istinto dell’avvenire, della civiltà, della vita, della libertà, che malgrado le rovine d’onde è circondato sente il principio della resurrezione sociale vicino, sente spirare un soffio animatore attivo, potente, consolatore, che si sente schiavo, ma schiavo come Spartaco, si sente corrotto, ma corrotto come Seneca. In una parola, come l’eunuco del serraglio, in cui la profanazione del padrone nulla ha tolto alle eccitazioni dell’istinto solleticato dalla vista di tante bellezze, la nazione napolitana aveva subita l’azione dissolvente del governo, ma non n’era stata trasformata. La parte giovane di essa palpitava di forte vita. Questo cuore della nazione si abbandonava alla contemplazione della prosperità dei popoli transatlantici, studiava la profondità del male che la disorganizzava, malgrado tutti gl’impacci e le persecuzioni che le opponeva il governo, anelava a rompere i lacci che l’avviluppavano, cospirava, e protestava. Cospirava senza nascondersi, protestava senza temere. Infatti nell’inverno del 1847 si pubblicava il mio Ildebrando, che rivelando l’impura origine del potere temporale del papa, severi consigli volgeva a Pio IX, e l’incapacità e l’impossibilità del principato nel XIX secolo proclamava. Nella state veniva fuori la Protesta famosa, la quale era il manifesto all’Europa della rivoluzione cui andavamo a metter mano. Libello stupendo, forte, vero, scritto dal più bravo e dal più disinteressato dei cittadini napolitani, ora col vigore ironico di Tacito, ora con lo sdegno di Giovenale, cartello di sfida mortale lanciato da un uomo di carattere veramente antico, di cui son dolente non poter segnare qui il nome, ma che pure è nella bocca e nel cuore di tutti i più nobili miei compatriotti. Alle proteste successero i fatti.

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10. Nell’agosto dell’anno stesso la rivoluzione di Reggio scoppiava. Ma quella non era che l’espansione di animo esulcerato troppo, impeto d’ira involontario e non preparato di guisa alcuna. La rivolta di Calabria, capitanata da un Domenico Romeo, caldo amatore di libertà e nemico acerrimo del Borbone, fu piuttosto una manifestazione: fu, diciam così, l’araldo che s’inviava al nemico per prevenirlo del combattimento che si andava ad impegnare. Il nostro era un armeggiare legale, avevamo coscienza de’ nostri diritti.

Senza armi, senza munizioni, senza appello antecedente della nazione alla solenne protesta, senza aver neppure passata una parola di ordine, senza aver concertati né modi né tempi, senza attendere neppure che tutti i soldati accorressero alla bandiera, una parte dei liberali calabresi inalberò lo stendardo tricolore santificato dal sangue de’ Moro e dei fratelli Bandiera. Il grido di libertà da essi elevato fu una fiamma che si appiccò a tutti i cuori, ed al 1° settembre trovò sì nobile eco in Messina. Viva Pio IX, fu la frase prestigiosa che chiamò i popoli alla vita novella, perché quella frase compendiava tutto. Quella frase era un insulto gittato sul viso al governo borbonico il quale aveva dichiarato il papa scellerato e sacrilego. Quella frase significava riforma del governo, libertà, indipendenza d’Italia. Quella frase, per le masse orbe, santificava il principio della rivolta, promulgava un governo elettivo ed italiano, prometteva il regno dell’uguaglianza del vangelo, della sovranità del popolo. Pio IX era il simbolo della resurrezione d’Italia; non quale l’aveva intesa un filosofo, le cui triste visioni han fatto tanto male alla Penisola, ma come l’intendeva un popolo che, dopo avere espiato tanti secoli di gloria e di fortuna, domandava di assidersi al banchetto delle nazioni, sovrano di sé come l’anima, uno come il cattolicismo, ed indipendente. Pio IX era un mito, non un uomo, un’insegna, o se vuolsi anche un’arma, non il desiderio o il feticismo di un potere anormale, l’approvazione di un governo impossibile. A questo nome, che doveva collegare tutti i partiti, la simpatia fu universale, e dal Faro al Tronto non destò che un grido solo ed uno slancio di entusiasmo.

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11. Questo assentimento unanime sbigottì il governo, perché in esso sentì la repulsione istintiva alle opere sue ed ai suoi principii. Incontanente un lusso di forze fu spiegato. Birri, gendarmi, soldati, preti, spioni furono messi in movimento. Le calunnie, il terrore, le suggestioni, le lusinghe, i nastri, l’oro furono adoperati per riuscire: e sopra tutti i mezzi la mitraglia, le galere, e la baionetta cieca e fanatica del soldato. I liberali furono chiamati assassini e banditi. La rivoluzione, presa così all’impensata e di tutto sprovveduta, facilmente fu vinta. La voce ne corse dovunque: il trionfo fu magnificato. Nessuno trepidò: solo si disilluse ognuno sul favore dello straniero alla libertà italiana, favore che era stato promesso da qualche diplomatico a Roma. La falange degli spioni, per darsi valore ed aumentare i guadagni, colorò di più vive tinte lo spirito ostile della nazione, la quale era pronta a sacrificar tutto per sottrarsi all’infame dominio. Si tentò apportarvi temperamento, e malgrado le contestazioni del ministro delle finanze Ferri, che dichiarava inviolabile il sistema delle imposte quella del sale fu diminuita di un terzo, quella del macino abolita del tutto. Questa misura, che si calcolava dovesse eccitare un entusiasmo universale nel popolo, fu accolta freddissimamente. Giungeva troppo tardi, accordava molto poco. E benché le classi povere ne fossero assai sollevate, esse non mostrarono alcuna simpatia o riconoscenza al benefizio. Era una giustizia lungamente ritardata, inspirata dal terrore non dall’amore; era una conquista non un dono. Questa nobile fierezza del popolo fu una rivelazione per tutti: una rivelazione che ne empì di gioia e di stupore, vedendo che l’opera di evirazione di tanti anni nulla aveva profittato; mise il principe nella costernazione, obbligandolo a persuadersi che i popoli giammai e nulla obbliano di ciò che loro appartiene, e che l’istinto non si adultera, giusta quella sentenza di Bossuet: il n ‘y a pas de lois contre le droit, et si longues que soient les proscriptions elles ne prevalent jamais contre les vérités éternelles.

Avendo scandagliato il calibro della volontà popolare la nostra energia radoppiò. La sollevazione di Calabria era stato un saggio senza speranza di successo; si pensò metter mano ad un’opera più grandiosa, ad un fatto più solenne. Si cercò di aggruppare le fila sparpagliate, fondere gli elementi difformi. Si adottò una divisa, un principio, una parola di recognizione, un grido di guerra. Le aspirazioni di libertà ben presto assunsero forma di cospirazione. Ed affinché si avesse potuto agire con sicurezza ed unità, si costituì un Comitato regolatore, nelle cui mani si deposero tutti i poteri, o, per meglio dire, s’impossessò di tutti i poteri per provvedere al movimento e dirigerlo. Fatalità che fu la prima radice delle sventure che seguirono e che or ora racconteremo. La determinazione di uscir dall’ignobile situazione attuale individualmente era universale. Il governo non rinveniva più simpatia né in alcun luogo, né in alcuna persona, nemmeno fra quegli stessi soldati, in mezzo ai quali re Ferdinando aveva vissuto famigliarmente per affezionarli alla sua persona. Lo spirito della rivolta soffiava dappertutto: una specie di abnegazione e di disinteresse si manifestava in ognuno. Non pertanto collettivamente pochi s’intendevano, pochissimi osavano confidarsi le proprie speranze ed i propri disegni, abituati qual erano al lungo vassallaggio, ed al sospetto di rinvenire in ogni uomo un agente di polizia. Inoltre le forze del governo magnificavansi di molto, e non mancava chi lo credesse, dal perché feroce ed inesorabile se n’era sentita pesar la mano per tanti anni. D’altra parte i mezzi di cui potesser disporre i liberali scarseggiavano. I giovani che si accingevano a misurarsi in campo aperto, a traverso tutti i pericoli, mancavano di sperienza e di fortune. I vecchi rivoluzionarii, i quali furon poi con profonda ironia denominati i martiri del 1820, apportavano nel patrimonio comune sospetto, scoraggiamento, pretensioni smisurate, disprezzo per la generazione novella, diffidenza, poca convinzione, nessuna moralità, e qualcuno manifesta malafede. La dissensione cominciò a nascere nel campo dei crociati, quasi prima di formarsi. Il dubbio dell’esito che innanzi non era sorto in alcuno, cominciò ad essere fecondato da un soffio occulto, che si sentiva senza comprendere e senza conoscere donde spirasse. L’avvenire palesò di poi che in mezzo a noi ci era un miserabile, che s’inspirava alla corte e che come madama Lafarge ci avvelenava a poco a poco. Un’ansietà divorante e malaticcia si manifestava a misura che si approssimava il giorno della denunziazione della rottura delle ostilità col governo; sì che fu d’uopo posporre per due volte il periodo. Vi volevano delle armi e si promettevano spesso, ma non si ottenevano mai. Vi volevano dei danari, ma i sacrifizi anche più leggeri trovavano sempre repugnanza, ed ogni giorno producevano la diserzione di un soldato. Vi volevano degli uomini per destare l’entusiasmo nelle provincie e combinare la coesione e la contemporaneità della sollevazione, ma nessuno si riconosceva popolare tanto da dominare lo spirito pubblico. Qualcuno era pronto ad esporre la propria vita, ma rinculava in faccia al compromesso della volontà altrui e declinava il cattivo esito della missione. Era forse orgoglio, era fierezza, era egoismo, forse anche convinzione, ma non paura; era un dubbio avvelenatore che agghiadava tutti. Infine vi voleva della scaltrezza, del sapere, dell’opinione, della popolarità, e nessuno era trovato da tanto che innalzata la bandiera della rivolta avesse attirata a sé la considerazione e la simpatia generale fosse giudicato competente da tutta la nazione, creduto e seguito senza discutere. Un Kossuth, un Garibaldi, un Manin, un Mazzini ed altrettali di quelle probità e capacità politiche che sono proclamate e riconosciute dall’universale, che personificano e danno una significazione ad una rivolta, non eran presso di noi. Perciò una specie di stanchezza prima di cominciare, una specie di stupore. Si era svogliati, si titubava, si respirava l’alito della rivolta con precauzione e con difficoltà. Le individualità erano molte e non sceme di risoluzione, di attività; ma il lievito che doveva metterle in fermentazione, il cemento che doveva accozzarle per ridurle a corpo, l’anima insomma che doveva fecondarle mancava o era insufficiente. Non pertanto si scelse, ovvero, per dir meglio, un uomo si offerse da sé, facendo valere il passato in guarentigia dell’avvenire.

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12. Francesco Paolo Bozzelli che aveva alquanti anni esulato per aver partecipato alla rivoluzione del 1820, si era saputo orpellare di vaghe penne, stemperando in fanfaluche metafisiche qualche pagine triviali di pubblicista. Aveva opportunamente assunta la divisa di liberale, aveva vissuto povero e ritirato. Fu perciò creduto capo idoneo di un Comitato centrale che si formava in Napoli, e che doveva servire di mente e di cuore alla rivoluzione. Il sospetto sorse in vero in qualcuno, ma tosto fu soffocato, e si credette carità di patria non mettere la diffidenza nel consiglio stesso di Agramante. Bozzelli, d’intelletto volgare, di anima sterile e scettica, sapeva mentire come una cortigiana. Nato per essere commediante, ne aveva tutte le risorse, sino a mettere in evidenza con l’abilità dell’istrione le più meschine idee, le più vaporose frasi. Della scuola immorale e materialista dei dottrinari di Francia, informe caricatura di Guizot, ne parodiava l’intelligenza e la tristizia. Come lui preferiva le strade oblique in tutto: come lui non comprendeva che il passato ed il lato plastico della società. Per lui la libertà non aveva significato; l’avvenire non esisteva. Miope in politica, debole in dritto, arido in morale, ottuso nella coscienza, spregiudicato su tutti i principii, insensibile a tutte le sofferenze, profondamente egoista, scelleratamente gesuita, facile ad ogni genere di tentazioni, vuoto infine, comune, quest’uomo seppe sedurre con una mellifluità muliebre, seppe mascherarsi. Aveva nascosto il triviale dei suoi lavori scientifici sotto una veste alemanna nebulosa e fitta; celò la reità dei suoi disegni sotto le forme dell’entusiasmo, sotto l’evocazione del passato. La corazza di Baiardo coprì l’anima di Gano da Maganza. Fu creduto. L’effetto delle ombre, che tanto prestigio dà ai quadri di Rembrandt, riuscì anche a lui. Quell’aria di riservatezza, quel sussiego severo, quell’importanza studiata, quel non palesarsi mai per intero, quella ciarlataneria infine che sanno sì bene improntare gl’impostori per cavare l’illusione di ottica, aveva trionfato. Assunse il governale della rivoluzione; se ne mise nelle mani le fila. Seppe tutto, conobbe tutti, penetrò nelle viscere della cospirazione, potette scandagliare gli uomini, le forze, i mezzi, lo spirito: misurò la macchina in tutte le sue proporzioni; ne esaminò ogni molla. Da allora il suo piano di campagna fu fatto. Aveva vissuto misero, perché il governo non lo aveva trovato troppo pericoloso per comprarlo: era stato obliato, perché la parte che aveva rappresentata nelle rivoluzioni passate era assai oscura e secondaria. Il momento giungeva per uscire dalla povertà e dalla oscurità. Gli uomini nulli che arrivano un istante a sorprendere e direi quasi a fascinare, presto o tardi sono scoverti e risospinti nelle loro proporzioni meschine. Egli vedeva questo tristo avvenire dinanzi a sé. Camminare di buona fede con i rivoluzionari era per lui periglioso: risolse servirsene di sgabello, conoscerli, venderli, rivelare tutto e salvarsi – salvarsi trascinando seco le spoglie opime: ingrassatus est et retrogradavit. Perciò gli era mestieri non compromettersi troppo, non far troppo inoltrare l’incendio per spegnerlo a tempo. Doveva dare alla sollevazione proporzioni meschine, stornare i mezzi, sedurre i capi, dirigere tutto di traverso, tutto dominare. Ed egli improntò di languore e di diffidenza il movimento: gli inoculò l’impotenza e l’infecondità, volgendolo verso una strada falsa e senza uscita: gli fece perdere l’opportunità; lo stornò dai propositi vigorosi e nobili di finirla compiutamente con un governo scellerato. Risospinti nel vago, gli spiriti si temperarono sotto l’incessante e gelida doccia delle sue parole; e ne seguì quel certo che di lento e d’indeciso, e quella specie di trepidazione che fece aggiornare la manifestazione del 12 gennaio 1848 convenuta con i siciliani. Però se il Bozzelli aveva consunto il vigore dovunque aveva messo il suo dito, restava ancora, restava in piedi una classe indisciplinabile ed indomita che pensava da sé, e da sé agiva, secondo che un impulso interiore la determinava. Ma sia che a tutti non fosse possibile mostrare la calma senile di chi ha obliato ogni danno e nulla medita per sottrarsi ai suoi malori, sia che la prudenza non è la virtù dei giovani, o il contrattempo, la fatalità di tutte le cospirazioni, le cose andarono diversamente.

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13. La sera del 14 dicembre 1847 era una di quelle notti tiepide e stellate di Napoli che tanta fascinazione esercitano sullo spirito, e che involontariamente invitano alla malinconia ed alla meditazione dei destini dell’uomo e del suo avvenire. Quando lo sguardo si perde nel profondo de’ cieli e sembra sollevarsi fino a Dio; quando il velo trasparente della notte ingrandisce i confini dello spazio e slancia l’anima avida in regioni incognite; quando un mare azzurro e tranquillo si compiace moltiplicare i fuochi del cielo e con le sue ondulazioni imprimer loro una vita soave, un movimento arcano; quando un vulcano è là a due passi per rischiarare di una luce fantastica la variopinta città che stende, come Ero, le sue braccia per istringersi al seno le onde innamorate le quali le portano i profumi degli aranceti di Sorrento ed i misteri della luce della grotta azzurra di Capri; quando infine si contempla tutta quella scena sotto il prestigio dei colori della notte, l’anima si apre alle commozioni, il pensiero diventa un’ardente poesia, l’entusiasmo l’inebria. Allora si sente il bisogno di sviluppare le facoltà dello spirito in tutta la libera e vergine potenza che loro venne data da Dio: allora l’istinto sfugge e scuote le miserabili catene che una società canuta gli impose. La fierezza dell’individualità umana messa faccia a faccia con l’immensità della natura si ribella e protesta. La gioventù napolitana esasperata da lunga e stupida tirannia di preti e di birri, martoriata da ogni specie di umiliazioni e soprusi, anelava, accelerava il momento dell’insurrezione, malgrado tutti gl’intoppi creati dal Comitato. Le nuove idee fermentavano nel suo spirito ed a traverso tutto si rivelavano. Essa ne sentiva il dominio, ne subiva la dittatura. A Napoli vi era il costume che, un’ora dopo il tramonto, nella piazza della Reggia le bande militari suonassero due o tre pezzi di musica. Gli studenti vi accorrevano perché quella specie di spettacolo gratuito li allettava, e soddisfaceva al bisogno di armonia che sembra indispensabile all’organizzazione italiana. Quella sera si suonava un’aria marziale del maestro Battista. Quegli accordi maschi agirono da provocatori sopra animi disposti e commossi da irritazione interiore e dall’incanto di una notte sì voluttuosa ed eloquente. Trascinati dall’istinto, senza riflettere, senza titubare, unanimamente domandarono che quelle note fossero ripetute, e strepitosi applausi si fecero udire. Alla domanda inusitata si oppose il rifiuto, e gli astanti fischiarono; immediatamente i soldati di guardia accorsero, la polizia vi si pose di mezzo; qualche colpo fu dato, qualcheduno arrestato. Ma la massa inebriata, incollerita, replicatamente gridò abbasso la Polizia; ed al grido di viva Pio IX, stretta in falange compatta, si fece largo spingendo da lato birri e soldati, e trionfante, ripetendo sempre le stesse grida, percorse la strada di Toledo.

La paura degli uni, la gioia degli altri, lo stupore di tutti attirò la folla: in un attimo i balconi della città si ricoprivano di gente. E quei giovani avanzavano, avanzavano sempre, allegri come conquistatori, commossi come attori. Così eccitati da passione e da entusiasmo giunsero alla piazza della Carità. La voce della commozione era corsa, si era divulgata da per tutto. La polizia che avea toccato un primo rovescio, messa in puntiglio ed in orgasmo, si raccolse in grossa mano, si mischiò a gendarmi, si schierò a squadrone, e si appostò alla bocca della piazza per impedire che la folla procedesse. La loro opposizione non valse nulla. Quella siepe codarda fu sfondata, diciam così, a passo di carica: quel baluardo fu spezzato come un vaso di vetro. Birri e gendarmi brancolavan per terra gittati alla rinfusa. Allora si alzò un novello grido di viva Pio IX, viva l’Italia, e come per incanto la piazza fu sgomberata. Quando la masnada del governo, atterrita dallo sperpero e dall’ardire, si guardò intorno per comprendere infine di che si trattasse, e con chi avesse a fare, e qual genere di guerra combattesse, non vide più alcuno. Le finestre, le botteghe erano chiuse, la circolazione della gente sospesa. La solitudine ed il silenzio succedevano al baccano. Saputasi la novella alla corte, immediatamente il Ministro della Polizia vi fu chiamato. Furioso, sconcertato, percorrendo a lunghi passi la camera, il re accolse il ministro con un exabrupto ed un inarcar di ciglia degno del Giove di Omero, dirigendogli severi rimproveri. Delcarretto, offeso nell’orgoglio, balbutì qualche giustificazione e promise che mai più quegl’impreveduti baccani si sarebbero rinnovellati. La notte si fecero innumerevoli arresti. Delcarretto doveva fingere tutto ignorare. Le vittime furono gittate nelle prigioni orribili della polizia e qualcuna, lui insciente, anche martoriata da quei due assassini senza coscienza, i commissarii Campobasso e Morbillo, dei quali la crudeltà e la rapina si disputavano l’anima. Gli incarcerati dimostrarono il più grande sangue freddo. Non una parola, non un atto, non una debolezza in faccia alle minacce ed alle sofferenze li tradì: il nucleo della cospirazione rimase celato ai funzionarii subalterni della polizia. Il Comitato di Napoli intanto lungi dal pensare a provvedere armi e munizioni, e spendere utilmente le tenui somme che dalle largizioni particolari raccoglieva, si spossava in concerti col Comitato di Palermo, ed in maneggi sterili con i popolani per addestrarli ad una evoluzione teatrale. Questa caricatura di rivoluzione domandata ai popolani consisteva a farli partir fuggendo da varii punti della città, ad un’ora stessa, senza profferir sillaba (fui fui), ed atterrire, non so con qual disegno, i cittadini. Allora le botteghe ed i portoni chiudevansi con fracasso e prestezza, cercava ognuno un rifugio, le donne mettevansi ai balconi, e qui un chiedersi a vicenda con mille differenti e mostruosi commentarii la ragione dell’allarme. Questo futile maneggio fu mercanteggiato dai commissarii del Comitato nelle taverne, fra bicchieri di vino e strette di mano, ma neppure un barlume fu fatto trapelare mai a quelle povere macchine né di riforme né di libertà né di rivoluzione. Né coloro si brigavano sapere di vantaggio. Bastava ad essi bere un gotto in compagnia dei signori e toccare alcuni quattrini. Il loro carattere fatalista non n’era solleticato più in là. Infatti che importava loro sapere la parola della sciarada quando erano sicuri che quella parola non avrebbe cangiato le loro miserabili condizioni, quando sapevano che non era quello lo scongiuro che avrebbe diminuito di una bricciola né le ore del lavoro, né il prezzo del pane, né quello del vino, né l’inclemenza della stagione invernale e neppure di un mese le loro pene del purgatorio? Considerarono la manovra desiderata come un capriccio di gente ricca passabilmente ricompensato, e dormirono tranquilli. Intanto in questo consiglio infedele del Bozzelli deve trovarsi la prima radice della sconfitta del 15 maggio, completata dal popolo, apatico in parte, in parte ostile. Esso non ne comprendeva nulla; le nostre domande gli erano come un mistero. Però i popolani tennero la parola e con precisione maravigliosa la compirono.

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14. Si era convenuto col Comitato di Palermo che il 12 gennaio 1848, giorno anniversario dei natali di Ferdinando, la rivoluzione sarebbe scoppiata nelle due capitali. Dovevasi disarmar la milizia, e discioglierla se ostile al popolo: creare una guardia nazionale e confidarle i castelli che dominano su i punti più culminanti della città: proclamar la Costituzione: tollerare le opinioni: rispettare le proprietà e neppure una goccia di sangue versare. Queste temperate misure avevano in sé una ragione di dover attirare la simpatia di tutti e l’universale approvazione. Non pertanto il Comitato di Napoli volle farne un saggio, come gli aerostati, prima di confidarsi alla mercede dei venti, con dei palloncini di prova ne scandagliano la direzione e la forza. Questo Comitato composto da uomini che non avevano né fede in sé, né l’intera confidenza in altrui, più ambiziosi che abili, più malcontenti che rivoluzionarii, di una disperata povertà di risorse e d’idee, si avvolgeva nel mistero più fitto per paura, non era giammai di accordo in una misura, non sapeva mai nulla proporre di nobile e di forte, e per tattica o consuetudine contromandava all’indomani le decisioni del giorno innanzi. Nato nell’ombre, marciava nel buio. Non prevedeva giammai l’effetto di una determinazione, non tirava giammai le conseguenze giuste di un fatto, non conosceva con chi avesse a fare, non confidava che nella fertilità degli eventi impreveduti e negli aiuti della fatalità. La rivoluzione progrediva perché l’era un’idea compiuta, perché l’istinto infallibile delle masse la spingeva avanti sicura. Alcune sere dopo il 14 dicembre una nuova dimostrazione si concertò. La strada di Toledo rimbombò novellamente al grido di viva Pio IX e viva l’Italia. La polizia scortata dai gendarmi accorse di nuovo. Qualche gendarme fu morto, alcuni scherani feriti: ma un istante appresso vincitori e vinti, compresi da mutua paura, sgomberarono il campo di battaglia. La seconda prova era tornata favorevole ai liberali. La plebe non si era mossa: ma con compiacenza non dissimulata aveva veduta la sconfitta dello sgherro di polizia, suo tormento ostinato, nemico implacabile di ogni sua gioia e di ogni sua libertà. Però pel Comitato né anche questo bastava. Il 12 gennaio passò, e la rivoluzione a Napoli non successe. Palermo invece mantenne il patto; ed il mattino del 12 il grido di guerra contro il Borbone suonò. Non essendo mio disegno scrivere la storia della rivolta al di là del Faro, non ispecificherò i particolari di quel giorno di gloria. La rivoluzione fu intera: fu formulata senza ambiguità. Le novelle bentosto ne giunsero a Napoli per colmare noi di gioia, la corte di lutto. Re Ferdinando, educato in tutta l’opulenza del dispotismo e viziato dalla più codarda adulazione, come una pantera ferita si abbandonò ad ogni delirio di furore. Furono spediti navi e soldati: il suo proprio fratello fu inviato a Palermo per ispegnere nel sangue l’incendio, e mercar tutto per oro e per nastri. Però, qualche giorno di poi, il conte di Aquila tornava senza aver potuto nulla ottenere, e dichiarava che, almeno pel momento, ogni cosa era perduta. E quasi comentario alle asserzioni del principe, i soldati della guarnigione in gran parte feriti, tutti nudi, disarmati, affranti, erano ricondotti a Napoli sui vapori da guerra. Era quella l’ora opportuna di battere a breccia lo screpolato baluardo del dispotismo borbonico, e purgarne la sacra terra d’Italia sì lungamente infetta. Ma l’inetto Comitato non si riscosse, e propose invece nuovi sperimenti dello spirito pubblico. Il giorno 25 gennaio 1843 (1) si fece mettere in iscena dai popolani la corsa preparata. Alle undici del mattino, da parecchi rioni di Napoli, si scagliò precipitosamente fuggendo un’onda di popolani. Essi non profferivano sillaba, non davano neppure ad intendere chi li inseguisse, perché corressero, di che vi fosse a temere. Volavano furiosi, ed agglomerando nel passaggio altra gente, che inscia di tutto si salvava in sensi diversi, calpestando insieme donne e fanciulli, rovesciando chiunque era ad essi d’intoppo, mettendo in fuga vetture e pedoni a loro volta, obbligarono a chiudersi in un istante tutte le porte de’ palagi, sparsero la costernazione e lo spavento fra tutti i cittadini. Chi diceva che i briganti di Calabria erano alle porte: chi assicurava che i siciliani vittoriosi erano a vista in sulle Bocche di Capri: chi sussurrava di austriaci e di russi. La polizia era fuori del secolo. I soldati tentennavano e non sapevano contro chi sfogare la loro irritazione, se contro il governo che li teneva sul piede di guerra notte e giorno, o contro il popolo cagione di tali misure. I proprietarii cumulavano oro per partire, se d’uopo ne fosse stato. I preti parlavano di giustizia di Dio, di vendetta di Dio irritato da un papa ateo e liberale. I fondi pubblici bassavano: le cedole apportavansi alle Banche per esser pagate: il tesoro si spossava, e non vivea che di carta e di credito oramai difficile. La fame intanto cresceva: il lavoro mancava: i funzionarii pubblici incerti sull’avvenire bilanciavano e si astenevano di agire: il malcontento, il malessere, l’ansietà, lo sbigottimento era universale. Il governo, ossia il re, si stancava in atti insensati ora di ferocia, ora di viltà. I Consigli di Stato fluttuavano anch’essi e si succedevano senza nulla risolvere, perché alcuno non ardiva pigliar quivi la parola, e chiarir francamente la situazione, per proporre temperamenti generosi e liberi. Il paese in una parola, in tutte le sue regioni, si sentiva trascinare nel buio, si sentiva dissolvere. Quelle manovre senza senso del Comitato, di niente altro feconde che di nuovi arresti e di maggiore scoraggiamento e terrore, quelle commedie senza significazione completavano l’oscillazione, complicavano l’oscurità generale. Delcarretto esso stesso cominciava a perder la bussola e si domandava se egli non soggiacesse ad una mistificazione ridicola. Egli aveva perduto ogni prestigio: scopo dell’esecrazione del popolo, era ornai in sospetto ed in uggia anche al governo. La sua abilità, la sua forza erano un problema per tutti. Il popolo aveva veduto che la polizia, accozzaglia di codardi e di abbietti, potevasi facilmente calpestare: il re avea scoperto che, per diciotto anni, lo avevano ingannato sul suo potere, e sulla fede e la venerazione che il popolo portavagli, sulla presunzione della polizia di tutto sapere, e l’attitudine di tutto spegnere in un atto di volere e di collera. Delcarretto cominciava a dubitare di sé, e qualche sospetto gli nasceva sulla probabilità di riuscire nella parte, che in un bel sogno aveva determinato rappresentare. Metteva perciò della lentezza in ogni ordine, sconfidava, ed addoppiava di brutalità a misura che perdeva il potere per farsi credere forte sempre ed inviolato. Vani colpi di attitudine teatrale! il suo tempo era passato. I disinganni si succedevano.

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15. All’arcana origine ed all’arcana idea della galoppata dei popolani si accoppiarono le novelle che Carducci aveva innalzata la bandiera tricolore nelle montagne del Cilento. Questo giovane eccellente, il cui orribile assassinio è stato tanto da noi deplorato, aveva poco ingegno, ma cuore smisurato. La difficoltà dei mezzi non entrava nei suoi calcoli: vedeva lo scopo e vi andava dritto attraverso tutto. Costabile Carducci fu il solo che osò sollevare il grido della rivoluzione nelle provincie del regno sul cominciare del 1848. Principiò nelle montagne del Cilento con una mano di quindici uomini scalzi e disarmati. Al primo segnale le turbe accorsero. Il grido di libertà non si fa udire giammai vanamente fra quella gente. Essa è brava, determinata, forte in faccia ai pericoli ed in faccia ai mali, la fame non esclusa. Pochi di quegli abitanti conoscono il sapore del pane di frumento, e quando vuolsi dire nel paese che qualcuno è in sul varco della morte, si dice: è giunto a mangiar pane di grano! Essi non fanno uso del vino che nelle grandi solennità, il Natale, la Pasqua, l’ultimo dì di carnovale. La loro sobrietà è estrema come la loro miseria; la rassegnazione senza esempio nella storia delle sventure umane. Vi ha di quelli che non conoscon nemmeno il valore delle monete. Taciturni, burberi, fieri, odiano per istinto qualunque potere. La loro obbedienza è una protesta: la loro sottomissione una sfida. Fattasi una guardia del corpo di questi Cimbri, il Carducci cominciò a percorrere il contado. Gli attestati della simpatia la più viva lo accoglievano da per tutto: i suoi voleri erano ordini. Il clero, obbligato dal popolo, gli andava incontro con la croce; il suono delle campane lo festeggiava. Egli riformava o creava una guardia nazionale: disarmava i tristi e gli avversi: dava le armi ai più ardimentosi ed ai liberali: aggiungeva alla sua coorte un altro branco di uomini, e progrediva. Gli agenti del governo allarmati dal procedere incessante che egli faceva, gli spiccarono contro incontanente un grosso corpo di soldati, artiglieria, cavalli e cacciatori. Ma non potendo né l’artiglieria né i cavalli manovrare nelle montagne, la fanteria in quanti scontri sostenne fu messa in dirotta completa. Queste novelle, propagate dovunque, giunsero a Napoli. Era quello il tempo per la seconda volta di dare addosso ai Borboni e disinfettarne il paese: ma il Comitato che nulla aveva preparato, determinò provare ancora una manifestazione. A tanta fiacca balordaggine, era inevitabile che il governo non avesse infine compreso, restargli ancora un residuo di forza, potere ancor far valere un sovvenire dell’antico prestigio. Ma la Provvidenza volle salvarci. Il Comitato aveva domandata una manifestazione pacifica: gli uomini più decisi si ammutinarono e risolsero che sarebbero venuti fuori armati per resistere e vender cara la vita, se il governo li avesse attaccati. Il Comitato contromandò l’ordine della manifestazione: ma il De Simone, che veniva a significarlo, giunse troppo tardi. La gioventù lo respinse indignata, e tenne fermo. Quanto si potesse ottenere, per rassicurare il terrore del Comitato, fu che non si sarebbero adoperati i fucili, i quali per vero erano in assai piccolo numero. La mattina del 27 gennaio quindi, verso le dieci del mattino, preceduti da bandiera tricolore e la coccarda tricolore sul petto, al grido di viva Pio IX, viva l’Italia, e viva la Costituzione, la manifestazione procedé dalla piazza della Carità, mentre altri gruppi di giovani fregiati dello stesso nastro venivan giù dalla strada degli Studii. Quel grido di viva la Costituzione fu un grido magico. Le guardie di sicurezza, parodia di guardia nazionale, lasciarono libero il passo alla processione trionfante. I balconi si coprivano quasi per incanto di una folla infinita di donne e di uomini. Le donne sventolarono le pezzuole e replicarono il grido; gli uomini discesero sulla strada per ingrossare le turbe. L’entusiasmo, la gioia, la determinazione, la sicurezza brillava in tutti i volti. Tutti avevano creduto che la Costituzione fosse stata subita dal re, e fecero a gara uomini e donne per festeggiarla! Il re, spaventato dal corruccio di tutta una città che si risveglia e si leva, si credette spacciato all’intutto. Accolse i suoi figli intorno a sé, chiamò la moglie, i fratelli, il servidorame più fido e si accinse a morire forse, ma in mezzo alla rovina di tutti. Il generale Statella ebbe ordine di far spazzare le strade dall’artiglieria, percorrerle al galoppo dalla cavalleria, e mietere alla cieca, e nessuno risparmiare. Ma quale non fu lo stupore e lo sbalordimento del generale, mettendo il piede sulla piazza della Reggia? Aveva creduto affrontare un numero più o meno grande, un partito; e si trovava di rincontro a tutto un popolo. Non vi era altro scampo che innalzare sulla torre del Palazzo lo stendardo rosso e segnalare ai castelli di bombardare la città. L’artiglieria schierata già accostava il fuoco alle micce, ma le schiere dei giovani che procedevano non si ritrassero di un pollice. Replicò l’intimazione, e coloro ripeterono il grido: viva la Costituzione, accennando la coccarda tricolore che portavano sul petto onde additare dove dovessero puntar le mitraglie. A quella vista Statella impallidì, e smettendo ogni fierezza, credette opportuno non obbedire al comando del re: colla sua sciabola scostò il braccio di un artigliere che stava per dar fuoco e comandò alla cavalleria di abbassare le armi. Poi con parole dolci, con propositi e modi soavi, prese a carezzare la folla, e magnificando la bontà del re, calmava l’irritazione, udiva i voleri, e seguìto da alquanti dei suoi lentamente penetrava nel centro della moltitudine. Ne andò così dalla piazza della Reggia a quella della Carità, volgendo incessantemente gli sguardi ai balconi stivati di gente che continuava senza posa a sventolare i fazzoletti e gridare viva la Costituzione! Egli non fu avaro delle sguaiataggini officiali di moderazione, di ordine e di speranze.

Promise inoltre che puntualmente avrebbe riferito al re i desiderii dei suoi fedeli sudditi: che avrebbe interposta la sua mediazione per renderli soddisfatti: che il re aveva animo inclinato a clemenza e bontà. Quelle scipitezze stereotipe non contentarono alcuno, molto più che avendogli il Trinchera presentata la coccarda tricolore, rifiutò decorarsene. Non pertanto si consentì ritirarsi ed aspettare per altri due giorni la provvidenza della borbonica munificenza. Statella, ritornato a palazzo, dipinse foscamente al re la situazione minacciosa del paese. Disse che la città intera era concorde in domandare uno Statuto; che se si adoperava la forza, l’esito era dubbio, sopra tutto perché potevano essere schiacciati dalle ostilità che avrebbero incontrato dalle finestre: che le più accanite erano le donne: che la gioventù aveva a sangue freddo bravata la morte: che non era più tempo di resistere: che bisognava appigliarsi ad un partito, e che egli inclinava per la pace. Il re, maggiormente sconcertato dalle parole che il generale tuttavia sotto l’influenza dello sguardo e della pressione popolare, senza cortigianeria e con molta energia diceva, il re domandò respirare, riflettere un giorno ancora, consigliarsi; pari ad un condannato chiese grazia al messaggiere del popolo. La sera il consiglio di Stato si riunì. Il re udì tutti, pesò tutto, accolse tutti i pareri e tutti i propositi, ma senza palesare, anzi senza neppure far trapelare il suo voto, sciolse il consiglio. Indi si ritirò col marchese di Pietracatella, col cavaliere Fortunato e qualche altro suo fedel servitore, e cominciarono a deliberare. Qualche ora dopo un messo andava ad annunziare al marchese Delcarretto che era novellamente desiderato dal re.

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16. Questi si era ritirato in sua casa con l’anima oppressa dal dubbio e dilacerato dalla rabbia. Il re non gli aveva rivolta neppur una parola, neppure uno sguardo: aveva ascoltato freddamente le disperate misure che egli divisava di prendere. Si credette perduto: solo non sapeva fino a quali estremi la sua disgrazia sarebbesi spinta. Egli non vedeva oramai che due strade di salute; o vendere il re al popolo, distruggendolo, e mettendo a compimento i suoi delirii di seguir le tracce di Bonaparte, facendosi anch’egli dichiarar primo console, ovvero con le crudeltà sue consuete e con i mezzi più disperati, gettarsi sul partito liberale per percuoterlo ed annullarlo, facendo valere di guarentigia le tirannie nuove alla fedeltà attiepidita. Ed all’uopo aveva già mandato a chiamare i suoi sgherri senza anima, Morbillo e Campobasso; già preparava per la gendarmeria gli ordini più arrischiati e furibondi, onde dare addosso a tutta una città. Il messo del re lo rassicurò. Non pertanto fece prima scomparire buon numero di carte, altre ne mise in ordine, poi si rese alla corte: arrivato alle sale domandò del re. Gli fu risposto, sedere in consiglio. Si avanzò per entrare; ma il ciamberlano glielo impedì. Avvampando di sdegno stese la mano sull’uomo che gl’impediva di varcar la soglia, protestando con voce grossa ed irata, che come ministro aveva diritto di entrare e che niuno poteva tenergli il passo. Allora il general Filangieri uscì e con sorriso freddo ed ironico gli disse: voi non siete più ministro. Esterrefatto, ma incredulo ancora, Delcarretto osò profferire altere parole: ma, al piglio severo e fermo del generale, quella paura che altrui aveva per sì lungo tempo ispirata penetrò nel suo cuore; e cangiando di un tratto linguaggio, implorò per favore vedere ancora una volta il suo adorato sovrano, avendo gravi cose a comunicargli. Filangieri gustò un pezzo, sorbì, diciam così, a sorsi l’umiliazione di quell’uomo, un istante prima sì superbo e sì terribile, poi con un ghigno mefistofelico soggiunse: in questo momento il commissario Silvestri mette i suggelli alle vostre carte, a casa vostra: a voi è stata accordata un’ora di tempo per uscire dal regno; profittatene e scrivete alla vostra famiglia. Nuove scuse, nuove preghiere, nuovi avvilimenti, nuovi scoppii di sdegno impotente; ma l’ora passata, toccati ducati duemila, ultima paga d’infami servigi renduti ad un principe infame, ultimo prezzo del sangue del Cilento, di Sicilia, di Calabria, accompagnato sino ai confini, uscì dal paese e prese la volta di Francia. Civitavecchia lo respinse: Livorno innalzò sul lido un patibolo annunziandogli aver preparato gli appartamenti se volesse discendere: Genova gli impedì di prender terra per non esser contaminata dalla sua presenza: Marsiglia lo insultò e lo coprì di esecrazione e di fango. Il suo viaggio era stato una gogna in permanenza. Il Caino della civiltà non trovava chi volesse accordargli un asilo. Come sulla faccia del Valentino, il sangue prodigalmente versato macchiava quel sembiante, che i cosmetici femminei, la biacca ed il cinabro da bardassa rendevano ancora più truce. Qualche cosa di ributtante traspariva da quello sguardo canuto il quale indiscretamente rivelava un’anima cadavere. Egli aveva a sopportare un peso di delitti più grave di quello che una natura umana può sopportare: aveva a render conto alla civiltà ed all’umanità delle scelleratezze sue e di quelle del suo padrone. E sì che il suo padrone, re Ferdinando, può vantarsi che innanzi a lui giammai sopra una testa di uomo si erano cumulate più ingiurie e più maledizioni! Montpellier infine accolse questo essere immondo che vi arrivò sott’altro nome. E così politicamente terminava una vita di delitti; tale degno compenso ottenevano trenta anni di opere la cui atrocità ed arbitrio non ebbero confine. Aveva governato come Verre, attorniato da scherani, da concussionarii, da adulatori e da carnefici; era cacciato come un servitore infedele. E quest’uomo ha osato conservarsi in vita ed è ritornato a respirare l’aura di Napoli! Miserabile! Il consiglio familiare del re fu protratto fino alle ore più tarde della notte. – All’indomani un altro uomo si presentava alla corte, ma neppur esso veniva ricevuto. Quest’uomo era l’arcivescovo di Patrasso, Celestino Cocle, confessore di re Ferdinando. Una lettera di lui a Delcarretto era stata presentata al re. Questi due ribaldi si intendevano a maraviglia per condurre il carro dello Stato, e avviluppare il tristo principe che loro si abbandonava. Ladro, abietto, vigliacco, compendiava in sé quanto vi ha di più brutto in una creatura umana decaduta: era frate e servitore ad un tempo. La sua passione era l’orgia la più triviale; era l’oro; era vendere in dettaglio il suo penitente, come Gizzi vendeva i miracoli; era vederselo umiliato ai piedi, scandagliarne la bassezza, la picciolezza, la fatuità, e come Satana riderne; era infiltrargli nello spirito la più grossolana e superstiziosa bacchettoneria di una pinzochera; era fargli rendere miseri gli uomini per glorificare Iddio. Questo ribaldo che tanta parte aveva rappresentata nelle sventure di quel disgraziato paese, spaventato si nascose e poscia si salvò a Castellamare. Ma indi a poco, scovertasi la sua tana, perseguitato dalla paura, inviso ai liberali ed al Borbone, dopo aver pagate grosse somme al direttore della polizia, che andandogli a significare di allontanarsi dal regno, ebbe interesse di atterrirlo di strana maniera, dopo avere consegnate le lettere scrittegli dal suo santo penitente, e che dal direttore Tofano erano poi a costui vendute, travestito, rinnegando il suo nome, partì per Malta nel mezzo della notte. Più tardi egli ancora ritornava. Egli ancora, come il Santangelo, il Ferri ed altri ladroni famosi, veniva con insigne cinismo a mangiarsi le sostanze del povero sfrontatamente rubate, e veniva a sberteggiare su i cancelli delle prigioni coloro, lo sdegno dei quali aveva dovuto fuggire. E re Ferdinando li perdonava tutti perché in faccia a lui essi non erano colpevoli, perché egli stesso aveva bisogno di perdono da coloro che tutta la sua nefanda storia conoscevano, perché aveva bisogno di soffocare in essi una voce che poteva rimbombare per tutta Europa.

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17. Il giorno 28 gennaio fu un giorno di ansietà indicibile per tutti i partiti e per l’intera città. È vero che una commissione recatasi dal re era stata ben ricevuta, e ne aveva raccolte parole graziose e promesse. Ma, chi non conosce come i re osservino la fede data, e sopra tutto i Borboni? Alla Borsa il Piccolelli, venendo dalla reggia, aveva fatti correre rumori vaghi di cangiamento di ministero, di amnistia, e di costituzione, cui sembrava dar consistenza la novella oramai pubblica del bando del Delcarretto e di Cocle. Però non sapendosi nulla di positivo, eccetto il consiglio intimo in seduta permanente, non volendosi abbandonare a lusinghe tante volte deluse, i giovani stabilirono che il domani, 29 gennaio, avrebbero cominciata la rivoluzione davvero col tentare la fortuna delle armi. Quindi un’attività novella, un’ansia indicibile, una fiducia di esito che sebbene non divisa dall’inutile Comitato, non esaltava meno il coraggio di coloro i quali si votavano alla libertà della patria. Bisognava finirla con le inezie e col temporeggiare vituperevoli. La notte fu spesa dunque in preparamenti. Ma all’alba del domani, 29 gennaio, le cose avevano cangiato di aspetto. Su tutti i canti della città leggevasi un decreto che consentiva la Costituzione, cedendo ai voleri del popolo; un altro chiamava al potere il partito liberale e l’istesso Bozzelli. – Io non mi proverò a descrivere la gioia e le feste che successero: non saggerò neppure darne un’idea. Più che tripudio era delirio; più che feste erano saturnali. Quella plebe stessa che era sembrata sì indifferente e che si era temuta, quella plebe, quasi uscita da letargo alla parola di libertà e di fratellanza, si abbandonò a tale espansione di animo che commoveva. Essa subìva l’assalto di un’idea nuova: essa si trovava di un tratto trasportata in un aere, in cui non si sarebbe creduto che avesse potuto mai respirare. Il suo stesso carattere provava un cangiamento notevole. Un giorno prima sì burbera, sì rimessa e glaciale; un giorno dopo sì devota, sì espansiva. – Iteratamente chiamato da applausi fragorosi, re Ferdinando trepidava perfino farsi ai balconi. Rassicurato però dal generale Statella, il quale gli disse non aver altro pericolo a correre che veder tolti i cavalli dalla carrozza per esser menato in trionfo, montò a cavallo, seguito da due sole guardie del corpo, ed uscì. Era pallido come un cadavere. La gioia universale gli faceva male; gli disquilibrava quasi la ragione. La clemenza del popolo l’oltraggiava; quel tripudio era un insulto: era un abuso di vittoria da parte del popolo: era un rimprovero ed un’accusa di tutto il suo governo passato: erano diciotto anni di protesta cumulati. Quella gioia non festeggiava la Costituzione conquistata, ma la forza che il popolo ritrovava, la sovranità che metteva in atto, il trionfo della sua volontà: il giudizio di diciotto anni di regno, vera usurpazione. I capelli del re, un mese innanzi, una settimana prima, neri, erano brizzolati di bianco. Il suo lento sorriso aveva qualche cosa di maniaco, il suo atto cortese qualche sforzo da disperato. In mezzo ad un’ovazione frenetica percorse la città. Ma tornato al castello, un accesso della sua malattia ordinaria, l’epilessia, lo sorprese. La paura, la rabbia, il violento dominio che aveva per molte ore dovuto esercitare sopra di sé, il paragone disperato del passato e del presente, forse le considerazioni dell’avvenire ancor esse, forse una commozione involontaria, forse il rimorso, l’antitesi satannica tra quegli applausi e quei voti sì ingenuamente espressi, tra quelle benedizioni con tanta espansione invocate ed i suoi pensieri più neri della testa di Otello, quella situazione anormale dell’anima sua, insomma, provocò il ritorno del male, che da qualche tempo lo aveva abbandonato. Giustizia di Dio, sarai tu dunque sempre lenta? Il sabato delle tue paghe non verrà dunque mai? Attendiamo. Questo gaudio spropositato non fu minore nelle provincie. Per sei mesi sotto l’incubo di affetti diversi, in preda a mille progetti, nei diversi sensi messe a partito, le provincie subivano il contraccolpo delle passioni di Napoli, come il magnetizzato sente la forza del magnetizzatore. Nazione idrocefala, aveva nella metropoli concentrata tutta la vita. I voti delle provincie erano quelli di Napoli, come quelli di Napoli i suoi polsi febbrili battevano. Però le novelle delle sterili evoluzioni della capitale non giungendo né precise né sollecite, un certo che di vago e di disparato era nelle loro idee. Non che l’istinto le tradisse, ma l’abitudine e l’esperienza sventurata di altri tempi le traviavano. Temevano una decezione di più, una ricrudescenza nei guai della patria. Non pertanto gli uomini di animo nobile si rannodavano ed approntavano le armi ad ogni evento. Fattasi più distinta la situazione di Napoli, dopo le novelle di Sicilia e le manifestazioni, le determinazioni delle provincie assunsero più vigore di colorito. In alcune si giunse fino a modellare un equivoco di guardia nazionale, un club, un comitato di provvidenza. Il malessere cominciava a sgomberare, si fidavano gli uni negli altri, si comunicavano le speranze e le voci che circolavano. Il paesano quando giungeva a saperne un lecco, tripudiava: le donne fecondavano di conforti ogni nobile voto, attaccavano sul petto dei fratelli e degli amanti la benedetta coccarda d’Italia. In una parola, sentiva ognuno approssimarsi ad un atto solenne della sua vita: malgrado le vigilanze raddoppiate della polizia ed il terrorismo, l’idea immortale della libertà slanciavasi all’aperto dei cieli, come una pianta chiusa nel buio volge i suoi rami verso lo spiracolo di luce che solo le si comparte. Eccessivo, pazzo fu anche nelle provincie il tripudio alla nuova della conquistata costituzione: per tutte le guise fu celebrata. Eppure si diceva, si dice ancora, l’Italia non essere matura alle istituzioni di libertà: Oh! i grandi Isaia dei destini dei popoli!

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18. L’espansione delle idee se era stata più sollecita a Napoli, non era men feconda nelle altre terre d’Italia. Napoli aveva risposta la prima al solenne appello del secolo; ma il Piemonte, la Toscana, Roma, e la grande voce di Lombardia e di Venezia non tardarono a farsi udire. La costituzione di Napoli era stata la lieve scintilla che aveva destato il grande incendio. Tutta la penisola da un capo all’altro subiva da lungo tempo l’azione di una disorganizzazione vitale. Il vecchio abito dell’assolutismo cadeva a brani, ed il bisogno della ricostruzione era universalmente sentito. Usati dal tempo e dalla forza, i principii del diritto pubblico che reggevano Italia, malgrado la trasfusione di sangue cui il congresso di Vienna li aveva sottomessi, non potevano più sostenersi. Lo spirito umano si era alzato in regioni troppo elevate. Inoltre la reazione senza misura dell’indegno Gregorio XVI sarebbe sola bastata a divorarne ogni resto di vigore, e a completarne l’impopolarità e l’anacronismo. Pio IX era la manifestazione di questa necessità sociale, e tutta Italia lo aveva compreso. Essa aspettava l’opportunità. La costituzione di Napoli colmò la sureccitazione, e fu come un colpo di azza per tutte le teste coronate di Europa. In quindici giorni il regime costituzionale era il regime governativo d’Italia, le provincie austriache eccettuate. La voce di Ezzechiello suonava sulle bianche ossa dei sepolcri: l’angelo della vita aveva soffiato sulla terra dello squallore. L’Italia torpida, l’Italia consunta, l’Italia eunuca, l’Italia cadavere non era più. Chi la percorreva trovava che la nobile natura, il fiero ingegno e il cuore indomito della regina del mondo civile viveva ancora, era ancora giovane e potente per concepire il voto della sua indipendenza e della sua unità. Il grido di tutti i petti fu uno, uno il volere di tutti i partiti – fuori il barbaro, viva l’Italia. E per questo inflessibile principio di ricompaginazione, al grido di morte all’austriaco, si accoppiò quello di viva Gioberti. Questo snervato utopista, germe primo dei nuovi mali d’Italia, aveva riscossa la polvere alle ambiziose idee di Gregorio VII e degli autori guelfi, e ce le aveva inviate come una scoperta per lui, una conquista per noi. Italia, con un consiglio di Stato consultativo, la censura sulla stampa, e tutta la fiducia possibile nell’amore paterno dei sovrani, a brani qual era, croata, svizzera, inglese, francese, l’Italia doveva federarsi sotto l’autorità suprema del papa, e cantare l’osanna della prosperità e della felicità. Malgrado queste puerilità, solo perché aveva accennato di un mastice qualunque volere accozzata l’Italia, il nome di Gioberti fu salutato nella gioia universale. Ma quell’applauso non andava al suo sistema, andava all’idea immensa, all’idea di Dio, l’unità autonomica della penisola. L’idea madre della rivoluzione italiana era stata questa: noi volevamo principiare di là. E se la ricostruzione d’Italia fu stornata, non ebbe attribuirsi a noi radicali che domandavamo si passasse sopra ad ogni altra quistione di forma, ma al partito moderato e costituzionale il quale nudriva ancora fede in quella povera mistificazione che chiamasi Carta, che credeva ancora il re un essere correggibile e disciplinabile. La loro speranza era uno sconoscere il principio motore della rivoluzione, era obliare che la costituzione era stata strappata dal pugno dei principi come una preda dagli artigli di un’aquila. I siri d’Italia non avevano ceduto, erano stati vinti dopo avere lungamente lottato. E noi trascurammo la vittoria! La reazione di oggi è frutto della spensierata fiducia di allora: eppure noi, disgraziati, illusi dal cuore, non faremo senno giammai. Sia comunque, l’anima ci tradì: ci ubbriacammo di gaudio e perdemmo di vista le manovre dei principi il cui odio giammai non riposa. Essi ci lasciarono rappresentare la parte di Sandanapalo nelle orgie, e rinchiusi nei loro pensieri, rivenuti dallo sbalordimento, cominciarono a veder netto nella scambievole situazione. La battaglia ci aveva dato tutto; col trattato di pace, con le costituzioni dovevamo tutto perdere. – Bisognava mettere l’Italia alla croce di uno statuto angusto come i forni di Monza, attaccare un popolo vivo ed attivo ad un cadavere. Bisognava galvanizzare un’aristocrazia morta sotto i colpi della rivoluzione francese, atterrirla se così facea d’uopo col fantasma del comunismo, allettarla di nuovi privilegi, per dividere in due interessi opposti la nazione. Bisognava mettere una barriera tra il cittadino e il soldato: e sopra tutto temporeggiare, per ispossare l’energia e l’entusiasmo degli spiriti. – In effetti per non parlar che di Napoli, undici giorni trascorsero prima che si sapessero gli articoli della convenzione tra il popolo e il principe. Undici giorni di anarchia, i quali se raffreddarono la foga della vittoria, e ci resero più inchinevoli a contentarci, ci provarono per lo meno l’inutilità se non il danno del governo. E pure in una città padrona di sé, libera, in preda al delirio, senza polizia, senza tribunali, senza soldati, senza legge di sorta, non il più piccolo accidente funestò la pubblica gioia.

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19. Al 10 febbraio comparve infine lo statuto. Bozzelli era stato creato ministro: e, come colui che godeva di maggior fama di pubblicista, a lui si era affidata la compilazione del patto famoso. La vita di costui era stata una lunga mascherata. Tartufo letterario, tartufo politico, in fondo a tutte le sue idee, in fondo a tutte le sue azioni non trovavasi che una convinzione vera, oro e potere. Gli era d’uopo arrivare onde appagare queste due fatalità della sua esistenza, e non importa per qual via. Aveva tardato anche troppo. Quando si trovò faccia a faccia col re, egli che il giorno prima, vedendo il prospero aspetto che le cose assumevano, aveva parlato financo del pugnale di Bruto, s’intenerì, e come Filippo Argenti di Dante non seppe dire altro che vedi! io son un che piango. Rappresentava la sua parte. Il Borbone che, per consiglio di Pignatelli-Strongoli, lo aveva chiamato al potere di malavoglia e quasi per dare un pegno di lealtà al partito liberale, il Borbone si rammentò incontanente con chi avesse a trattare, e le nuvole della sua fronte si dissiparono. Immediatamente gli furono pagati ducati diecimila per la compilazione dello Statuto. Poi gli furono saldati alcuni debiti: poi gli furono date altre somme per fabbricarsi la livrea ministeriale. Le confidenze principiarono: Ferdinando penetrò negli angoli più riposti della cospirazione. Se i Sovrani d’Italia fossero stati meno solleciti in seguire il suo esempio, forse egli, assicurato già della protezione del sire di Francia, avrebbe in quell’ora stessa ritirata la sua parola ed abolito l’atto del 29 gennaio: ma in quelle condizioni non potevasi più indietreggiare. E poi chi sa pure s’e’ prestasse fede intera al traditore? Timeo Danaos et dona ferentes! L’entusiasmo universale, la soddisfazione unanime con cui era stata accolta la parola libertà erano troppo potenti per considerarli come opera di un partito debole e scomposto, quale il Bozzelli diceva, e non sospettare sotto quello strato un popolo intero che si sarebbe levato in massa contro la violazione dell’atto. Sia comunque, la ragione fondamentale della rivolta, la quale aveva costretto il re ad accettare i patti del popolo, fu dimenticata, e lungi dal lasciare al vincitore la redazione dei capitoli delle condizioni di pace, la Carta francese del 1830 fu tradotta ed offerta alla disamina del Consiglio di Stato. Essa fu dibattuta con passione; ma Bozzelli, che l’aveva antecedentemente concertata col re, seppe farla passare. – Quando il popolo la conobbe lo scontento si manifestò. La maschera cadeva: gli uomini che sapevano pensare avevano tutto compreso: avevano compreso segnatamente che, fra non guari, sarebbe stato d’uopo cominciare da capo. – La Francia, dal 1815, aveva gustato le dolcezze di quel regime, e sperimentata l’efficacia di un patto così eteroclito. Una rivoluzione non era bastata per far cadere le cataratte e correggere il principio: di proposito deliberato si volle gittare anche noi in quella via di finzioni e di anormalità. Per certi uomini un’idea non muore mai; ed anche quando essa porta le tracce della sua caducità, anche quando avvelena e si circonda di ruine, bisogna vagheggiarla mai sempre e metterla in movimento. Che importava che la verità della Carta del 1830 non si fosse mai fatta sentire? che importava se essa avesse scavato l’abisso in cui pochi giorni di poi doveva seppellirsi la dinastia di luglio? Si voleva forse agire davvero, riconoscere davvero i diritti del popolo calpestati lungamente? Siéyès aveva detto: les philosophes et le publicistes n’on su lire l’avenir que dans le passé; et lorsqu’une nouvelle cause de perfectibilité jetée sur la terre leur présageait des changements prodigieux parmi les hommes, ce n’est jamais que dans ce qui a été qu’ils ont voulu regarder ce qui pouvait être, ce qui devait être. E Siéyès aveva ragione. Inoltre si era omai transatto con i pretesi capi, profondendo loro cariche e scudi: col popolo e con i radicali si sarebbe pensato aggiustar la partita o con le lusinghe o con la mitraglia. E fin d’allora il colpo di Stato del 15 maggio si patteggiava. Il re non aveva perduto un bruscolo di potere, ed aveva acquistata la facoltà della corruzione uffiziale di più. Si era solamente complicata di un tantino la macchina del governo, ed ecco tutto. Sia comunque, novelle feste si ordinarono, e furono sontuose. Ma mentre Napoli s’inebbriava nella gioia, gli accordi della Sicilia dimenticavansi, e Messina soffriva un orribile bombardamento, solo per assopire una vendetta privata del generale Cardamone. Quest’uomo dimandava ragione alla città di una ferita quivi riportata nel famoso 1° settembre 1847!

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20. La Sicilia era stata obliata dai rivoluzionarii napolitani, ma essa formava il cilizio del governo. Questo non aveva ancora trovato la peverada per assopire il Cerbero d’oltre Faro, come aveva assopito il patriottismo del Comitato di Napoli. Il nuovo ministero intoppò nel primo suo atto. Bozzelli semplice cittadino, Bozzelli presidente del Comitato rivoluzionario, quando col Comitato di Palermo e col suo presidente Ruggiero Settimo concertavasi la comune rivolta, aveva trovati sensati, legali e giusti i patti dei siciliani: Bozzelli ministro li trovò pretensioni svariate e molteplici. A ragione o a torto che sia, i siciliani accagionavano ed accagionano all’unione co’ napolitani la causa di tutte le loro non poche miserie, che pure erano miserie comuni, e li odiavano. Essi erano come due cani che stretti dalla catena stessa, in luogo di volerne al padrone, attribuiscono al laccio che li stringe la schiavitù, e si mordono a vicenda. Sia comunque, i siciliani, dall’XI secolo, salvo poche interruzioni, avevan sempre goduto di una specie di costituzione municipale, come il diritto pubblico di allora le comprendeva. Francesco, padre del re attuale, nel discorso tenuto nel 1810 all’apertura del 126° parlamento in Palermo, in nome del re suo padre aveva parlato di difesa d’istituzioni politiche a cui si era con vincoli di amor patrio tenacemente attaccato, e che a tutto costo si dovevano conservare ai successori, non essendosi salvate che nelle due isole più famose del mondo, la Gran Bretagna e la Sicilia. Nell’atto con cui, nel 1° agosto 1812, il vicario generale domandava essere autorizzato sanzionare la costituzione novella, dicevasi: avere il re replicate volte dichiarato che qualora la Sicilia volesse cangiare la sua antica costituzione, egli preferiva l’inglese. Ed in effetti re Ferdinando I la sanzionava, essendo ciò secondo le sue intenzioni. L’articolo 17 di detta Costituzione proclamava il regno di Sicilia indipendente da quello di Napoli. Nel discorso della corona del 18 luglio 1814 promettevasi alla Sicilia l’esistenza sua propria e l’indipendenza politica, sacro diritto di cui doveva essere orgogliosa. Infine l’ambiguo articolo 104 del congresso di Vienna riconosceva Ferdinando re del regno delle Due Sicilie. Con questi ed altri documenti, la rivoluzione compiuta, i siciliani domandarono: libertà di reggimento restituito con la costituzione del 1812, adattata ai tempi: indipendenza da Napoli. Il ministero rifiutò da prima, dichiarando con tali concessioni offendersi il principio diplomaticamente riconosciuto dell’unità del regno. Lord Minto s’interpose: e dopo lungo discutere, dopo uno o due viaggi in Sicilia, dopo caloroso perorare presso il re, furono consenzienti: un parlamento separato, un ministero ed un Consiglio di Stato distinti, i pubblici uffici ed i beneficii ecclesiastici ai siciliani esclusivamente, e viceré o un principe reale o un cittadino dell’isola stessa. Lord Minto apportò in Sicilia quest’ultimatum. Ma i suoi consigli al siculo parlamento furono essi sinceri? Noi lo crediamo, benché disoneste dicerie fossero messe in voga ed accreditate dal governo napolitano, quando l’Inghilterra prese la parola per quel popolo oppresso e ne riconobbe l’indipendenza di fatto. Lord Minto però ritornò di Palermo e riferì che due questioni restavano ancora ad appianare: la composizione del parlamento misto per gl’interessi comuni, e l’organizzazione dell’armata. Sulla prima difficoltà non fu difficile la conciliazione: sulla seconda ogni buona volontà si ribellò, e nessuno volle consentire che in Sicilia non vi fosse che un’armata sicula, senza che il re potesse spedirvi mai soldati napolitani. Nuove complicazioni successero ed il ministero cadde, eccetto Bozzelli, perché costui aveva stabilito consumare intero l’adulterio della Costituzione.

La condotta dei siciliani aveva in Napoli disgustati tutti, ed i radicali più degli altri. Non perché non si riconoscevano validi i loro diritti, giuste le loro dimande; ma perché essi mostravano non aver compreso il senso della rivoluzione del secolo, perché ne falsavano e ne sviavano il cammino. Quando il principio monarchico aveva ancora una vita ed un valore, quei diritti equivalevano ad una conquista, e bene stava tenervisi fermi e vantarsene. Ma oggi non trattavasi più di aver un padrone piuttosto indigeno che straniero, piuttosto di questa che di quella casa; trattavasi non averne affatto. Non trattavasi di restituire l’autonomia alle differenti provincie d’Italia; trattavasi di ricomporre l’Italia una ed intera quale era uscita dalla mano di Dio. Non trattavasi di avere una costituzione octroyée nel 1812 piuttosto che nel 1848; trattavasi di far sorgere dal seno del popolo quella forma di governo che meglio gli fosse piaciuta, guarirci radicalmente delle schifose piaghe della monarchia, e delle difformità sociali che seco trascina. La rivoluzione italiana ha avuto funesto successo positivamente perché non ebbe dal bel principio un’idea fondamentale spiccata e larga, e non se ne fece il programma fedele. Gli spiriti restarono indecisi: i partiti sorsero, e quindi la fatal vanagloria di farli trionfare: le ambizioni cominciarono a travagliare, le suggestioni occulte a calunniare; ed allora sino il principio vitale della indipendenza e dell’unità d’Italia fu distornato, fu affiacchito, fu creduto chimerico ed impossibile. E questa è la sventura suprema che Italia non perdonerà giammai a quel ristucchevole sofista di Gioberti. Ma il primo attentato, bisogna dirlo alto, fu del Comitato siciliano. Esso non ha certo ben meritato dell’Italia. Era assai miserabil cosa caldeggiare ancora affetti municipali, ed aprire il varco ad odii funesti dall’accorgimento dei padroni infiltrati nei servi per domarli ed impedirne la coalizione. Era assai miserabil cosa bocconcellare in parti più distinte ancora le provincie d’Italia, quando era mestieri lavorare a fonderle in una. L’Italia non faceva un’altra rivoluzione per avere dei napolitani, dei siciliani, dei lombardi, dei romani più o meno liberi, più o meno rapprossimati; ma per avere italiani, per elevarsi nel consenso dei popoli e dire: sono anche io!

La rivoluzione aveva levata un’altra volta la grande quistione di Amleto, essere, o non essere affatto. Le utopie imitative, le nostre ire meschine e la ripetizione di diritti più meschini ancora, le tradizioni del medio evo, le inquiete gelosie municipali hanno spalleggiata l’efficacia dell’Austria e risoluto il problema. Chi ardisce negare che l’Italia non sia ancora un’espressione geografica? La lezione crudele ci giovi almeno in qualche cosa. Le sventure dei siciliani non trovarono a Napoli simpatia in alcuno. I realisti avevan veduta nella loro rivolta una violazione di proprietà: i costituzionali una gara dinastica: i radicali un attentato alla sovranità italiana: tutti ne prevedevano l’esito con proporzioni più o meno piccole, quantunque niuno intravedesse la meschinità con cui la lotta fu terminata. L’ostinazione dei siciliani fu trovata inconseguente ed intempestiva. Inconseguente, perché essi con la loro fedeltà avevano conservata la sovranità della casa di Borbone, l’avevano ristorata dei loro danari, e per due volte rimandata su Napoli come un flagello di Dio, come la peste: intempestiva, perché era quello invece il momento di richiamare alla ragione i napolitani, che perfidamente sviavano, ed agir di concerto o a sgabellarsi affatto del principato, o annullarne presso che intera la forza. Se noi fossimo stati uniti, concordi, rassembrati sotto una bandiera, spinti da un principio, re Ferdinando non avrebbe macchinata e consumata quella serie senza numero di tradimenti che han perduta l’Italia ed oggi stesso ne rassodano la schiavitù. Se avessimo formato un popolo solo, un popolo compatto di otto milioni, un popolo intero e nel suo vigore di voglie, corroborato dalla scambievole energia come le due scintille che formano il fulmine, l’uno suffulto dall’altro, con la coscienza entrambi della propria forza, chi avrebbe osato stuprare la sovranità di questo popolo, e tentare il bombardamento di Messina ed il saccheggio di Napoli? Adesso il sacrifizio è consumato, ed è iniquo e puerile rimbeccarci a vicenda le comuni sventure: ma il passato ci faccia dotti dell’avvenire. Un vecchio scandinavo, un guerriero, dimandato un giorno se credesse piuttosto in Odin che in Cristo, nell’Edda piuttosto che nel Vangelo, rispose: “io credo in me”. Io credo in me! deve essere il motto di ordine della nuova rivoluzione d’Italia. Io credo in me!

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21. Pubblicatosi lo statuto, re Ferdinando e gli alti funzionarii lo andarono a giurare nella Chiesa di San Francesco di Paola. I soldati lo giurarono anch’essi. Ma mentre gli si faceva sacramento, si progettava lo spergiuro e si cospirava. La vecchia macchina governativa era stata smantellata, ma non si badava niente affatto ad organizzare la nuova. Il reggimento della monarchia assoluta si aboliva con l’atto del 29 gennaio: il reggimento costituzionale, dopo un mese di esistenza, non s’incarnava ancora. In effetti né di guardia nazionale, né di legge elettorale, né di convocazione del parlamento, né della sformazione del corpo esoso della gendarmeria, né della composizione dei pubblici uffizii parlavasi ancora. La forma del governo insomma era l’anarchia. I partiti lavoravano, ma in sensi diversi: gli agenti del governo e dell’Austria lavoravano anche essi, ma per avvelenare i principii del popolo ed alienarlo dalla libertà. L’ansietà quindi, l’incertezza e la collera ambasciavano il paese. La stampa, di accordo nel demolire, non sapeva proporre che inezie e sconcordanze. Essa non traduceva il volere della nazione, non indicava una strada all’opinione pubblica. Un pensiero energico e pregno di avvenire giammai concepivasi da essa, non istruiva il popolo, che pur tanto ne abbisognava, non conciliava gl’interessi di alcun partito, non illuminava nulla infine, null’altro che le piaghe ignominose del passato e le metteva in evidenza. Era scapigliata, ma non liberale né riformatrice: rimuginava nella vita e nel cuore di qualche individuo, ma obliava la politica e non sorvegliava il governo. Avea le idee di un fanciullo, le passioni di un adulto. I clubi, espressioni individuali e non di un partito, non avevano né radice né simpatia esteriore: non significavano nulla, non un’idea politica, non un centro di azione, non un mezzo di forza, nemmeno un principio d’iniziativa, nemmeno un colore o una forma. Ciascuno agiva per sé e per una ristretta sfera, e plaudiva ad ambizioni immerite e sterili. Il paese quindi abbandonato a sé, senza leggi e senza direzione, andava, senza saper dove, commovendosi ad ogni si dice, palpitando ad ogni novella. Il governo che di proposito deliberato tradiva la nazione, la lasciava in sua balia, sperando in nuove commozioni o nel disgusto che inevitabilmente doveva produrre quello stato di sfacelo in un popolo assuefatto alla più dura organizzazione governativa. Ed invano gli spiriti chiaroveggenti gridavano: “Animate, per dio, questo corpo che si scioglie in rovina, ovvero abbandonate il governale dello Stato e penseremo noi a ravvivarlo”. Oibò! il re inviava le commissioni a Bozzelli e colleghi; e questi affannati, offuscati, imbrogliati, si dibattevano a crear nuovi impieghi per provvedere agli appetiti ed alle esigenze di quei miserabili che si asserivano liberali per mangiarsi il tesoro dello Stato; ed adducevano che le faccende di Sicilia occupavano intero il loro tempo. Si sperò nel ministero ricomposto del 1° marzo: ma l’anima essendone la stessa, Francesco Paolo Bozzelli, l’inerzia medesima e la medesima nullità si sperimentò. E forse si sarebbe ricorso a non so quali estremi per uscire da quella stalla di Augia, se le novelle di Francia non arrivavano opportune. La rivoluzione di Francia fu come un raggio di luce che rischiarò tutte le menti. La rivoluzione del 1848 non aveva avuta ancora la sua consacrazione: non aveva ancora alcun significato. La repubblica francese colpì il fantasma che si celava nelle nuvole e disse il fiat lux. Tutti allora compresero che i radicali, col loro panteismo politico, non domandavano mica utopie, e che la repubblica era la idea e lo scopo della rivoluzione novella, la quale reintegrava la società espropriata nel possesso di tutte le attribuzioni del potere. I fatti di Francia sbigottirono Ferdinando e l’aulico consiglio. Essi avevan ceduto alle richieste della nazione, ma speravano un giorno o l’altro tutto ritoglierle, facendole pagar caro, come successe, la petulanza del domandare. Speravano nell’accorgimento del re Volpe e del suo abile e tristo ministro: speravano nel fiero e satannico despota di Austria. Ma quando l’un dopo l’altro li seppero gittati nel fango in un solo soffio dell’ira del popolo; quando videro che la forza fittizia del despotismo si smascherava ed appariva in tutta la lurida sua decrepitezza; allora atterriti, offuscati si affrettarono ad obbedire ai voleri del popolo, e da padroni traditori divennero servi vigliacchi. Avrebbero voluto contentare, obbedire a tutti in un istante medesimo. Perciò si cadde nell’eccesso opposto. E la plebeità e la fiacchezza in un governo sono due mali non meno pericolosi dell’arroganza e della tirannia. Intanto la legge sulla guardia nazionale fu tradotta e pubblicata: e quindi a poco tradotta e pubblicata anche quella per le elezioni. Queste leggi scontentarono tutti. Il principio aristocratico del censo vi era mantenuto: l’aristocrazia vera, l’aristocrazia dell’intelletto dimenticata. Non eran bastati gli sperimenti della Francia: il famoso pubblicista napolitano, che nulla sapeva concepire da sé, le sottometteva anche alla pruova d’un popolo italiano. Le leggi organiche provvisorie si accordavano con la legge fondamentale. Gl’inconvenienti, o per meglio dire l’insufficienza se ne conobbe assai presto. La guardia nazionale fu poco numerosa: gli uffiziali, che dal maggiore in sopra sceglievansi dal re, uomini parte avversi, parte traditori, tutti nulli – e la catastrofe del 15 maggio fatalmente lo dimostrò. Ciò nondimeno una vita novella si manifestò nel popolo. La guardia nazionale, che esprimeva la sua forza, era la prima incarnazione delle conquiste della rivoluzione. Le notizie della sollevazione di Milano e di Vienna vennero a crescere il suo ardire. Il governo perdette allora gli ultimi avanzi di vita, e, caduto nell’atonia, cominciò ad agonizzare. La parte più ebbra del popolo prese le redini dello Stato: e ogni villano addivenne Marcello.

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22. Il ministero scomparve. Lo stemma dell’Austria fu trascinato per le strade e bruciato. I gesuiti, assaliti da un gruppo di giovani che ne domandavano il bando, ebbero il tempo appena di barricarsi nella casa. La guardia nazionale accorse, ma il club degli studenti aveva pronunziato l’ordine di uscire, ed il resistere era vano. Una deputazione si recò dal ministro Bozzelli e gl’impose di subito cacciarli via. Qualcuno di quei frati travestito scavalcò i tetti e si salvò dal convento, bloccato dalla guardia nazionale a piedi ed a cavallo, dagli svizzeri, e dagli studenti che incorruttibili ed inesorabili aspettavano il sollecito compimento del loro verdict. Il direttore della polizia Giacomo Tofano ne tirò fuori uno, mascherato a guardia nazionale, appoggiato al suo braccio, ed il tesoro della società, sminuito di alquanto, fu salvo. Un centinaio e più di quel gregge, ridotto in una sala, fu custodito tutta la notte con severità e forse con durezza. All’indomani corsero dei messaggi tra gli studenti da un lato ed il ministero ed il re dall’altro: quindi grandi apprensioni, grandi dicerie. Infine, sulla sera, scortati come malfattori, in presenza del Bozzelli che non arrossì sanzionar per tal modo un decreto da lui non osato concepire, luttuosamente quella compagnia di tristi imbarcavasi sopra un vapore, che la conduceva fuori la rada, per indi di nuovo intrometterla nella città di notte tempo e diversamente mascherata. Si era spiegato un gran lusso di forze, credendo che il popolo si commovesse; ma, malgrado le ciere compunte e le assise da pellegrini, malgrado i gridi ed il piagnuccolare di un povero vecchio paralitico gravemente straziato dagli sbalzi della carrozza, la loro cacciata fu accolta col grido di viva l’Italia! morte all’austriaco! e neppure una voce di simpatia. Un solo protestò contro la fiacchezza del governo che si affrettava ad obbedire al primo venuto: una sola penna ardì dire che, se l’esiglio di coloro era necessario ed anzi ritardato di troppo, non era costituzionale, perché né dal governo né dalla rappresentanza nazionale pronunciato, non per legge né per ordinanza compiuto; e l’uomo che lo diceva – era io. Quando i giorni di lutto ricominciarono per Napoli, i gesuiti pubblicamente tornarono. Essi fiutano l’odore del despotismo come i corvi quello delle carogne. Imprudenti! Che dirà dunque il popolo se dovrà un giorno cacciarli di nuovo? dirà… i morti soli non tornano. E chi vorrà compatirli? Queste facili vittorie inaridivano la parte meno saggia dei cittadini, senza rischiararla.

Lo spirito rivoluzionario aumentava, la rivoluzione niente affatto. La guardia nazionale, benché molto tenera della propria dignità, non comprendeva la sua missione, e si abbandonava sovente ad atti o arbitrarii o abbietti.

I suoi capi cercavano forviarne lo spirito. Essa non difendeva il popolo, lo conteneva: non comprendeva la libertà, la comprometteva: lungi dall’appoggiare i diritti della nazione, custodiva le prerogative reali, e serviva come sostegno del governo. Era questo l’andamento che i capi nominati dal re le davano, ed essa vi soggiaceva tacendo. Scrollata però la Gibilterra del dispotismo, l’Austria, il malcontento universale prese forma e consistenza. Si sapeva oramai ciò che si voleva, e ciò che si voleva imperiosamente domandavasi. La burla era durata troppo. La nullità e l’infedeltà del Bozzelli non erano più un mistero per alcuno: il pubblico disprezzo lo cacciava via. La tristizia del re e della corte era irrefragabilmente documentata: dovevano quindi o emendarsi o uscire. Infatti re Ferdinando teneva pronti i suoi tesori sul battello a vapore il Tancredi, che, sotto le mura della reggia, aveva il fuoco sempre acceso per partire al primo segnale. L’alterigia della guardia nazionale, e parecchie perfide dicerie avevan diviso in due campi la borghesia ed il soldato. Si cercò invano conciliarli, si cercò invano rischiarare gl’illusi: le parole fratellevoli respingevansi, calunniavansi le rimostranze severe. Il re appoggiavasi con tutta la sua forza su questi dissidii, e profondeva oro e favori, popolarità e malignazione per attaccare la truppa al suo carro. Eppure il popolo si inorgogliva della bravura e della disciplina della milizia: le aveva perfino perdonato il sangue dei liberali, versato forse senza saperlo e senza comprenderlo. Tutto fu inutile. Nel giorno della prova la demoralizzazione del soldato si smascherò; la ferocia, la rapina prevalse su i sentimenti più nobili. Intanto la decadenza del ministero pronunziata, ad alta voce, quale espressione dei voti comuni, si disegnò ministro Aurelio Saliceti. Quest’uomo di carattere fiero, leale, disinteressato, era stato alcuni giorni al ministero, ed aveva contrassegnato il suo passaggio con proporre misure energiche ed opportune. Saliceti aveva compresa la risoluzione e voleva ad ogni costo incarnarla. Egli voleva rimondata la macchina governativa da ogni sozzura del vecchio reggimento: voleva l’espressione pura e sincera del nuovo. Il re si era spaventato di lui e lo chiamava il Robespierre di Napoli. Perciò, profittando di un giorno in cui la febbre lo riteneva a casa, lo dimise dal suo posto. Il popolo lo ridomandava perché in lui solo credeva, perché la sua anima non si ammolliva alle reali seduzioni per traviare la pubblica coscienza. Il re fu inesorabile. E tanto più inesorabile in quanto che, avendo fatto interrogare Saliceti, questi propose per suo programma: convocazione di un’assemblea costituente per suffragio universale doppio: riorganizzazione dell’armata: riforma compiuta dei funzionarii pubblici; sussidii alla guerra di Lombardia, e negoziato attivo per l’unione d’Italia. Erano questi i voti del paese. Ma il re rispose che avrebbe innanzi abdicato, avrebbe innanzi tentate le sorti della guerra civile che cedere. Al pensiero della lotta che andavasi ad impegnare vi fu un momento di scoraggiamento, ma questo dileguatosi, con attività e virilità il popolo si apparecchiava già a rispondere alla sfida, ed organizzava la novella rivolta. Esso confidava in sé, confidava nelle provincie e nella guardia nazionale. E la vittoria non ci avrebbe forse allora fatto diffalta perché la pugna si aspettava e si era sotto le armi. Il re però fu prudente e domandò conciliarsi. Alla deputazione che gli andava a rapportare l’irritazione dei cittadini rispose lusinghevolmente. Promise tutti soddisfare, parlò del suo cuore libero e leale, e si disse financo principe italiano. Con quella millanteria da ciarlatano parodiava l’atto fiero di Carlo Alberto che, al grido generale di fuori il barbaro dall’Italia, aveva tirata la spada dal fodero e passata la frontiera per soccorrere Milano. La rivoluzione italiana cominciava infine ad acquistare un colore. Una generazione non si era commossa per conquistare la miserevole burla di uno Statuto. Re Ferdinando, non osando respingere le proposizioni del popolo, temendo accettare le conseguenze della rivolta, spaventato dal progresso delle idee e dello scopo a cui esse tendevano, restato solo nella campagna della reazione, si aveva veduto cader d’intorno ad uno ad uno tutti i bastioni e le speranze di difesa. Luigi Filippo, Metternich, Radetzky fuggivano: Carlo Alberto addiventava rivoluzionario e minacciava conglobare al suo principato l’Italia, vecchio istinto della casa di Savoia; il Papa lasciava fare, non comprendendo più nulla: il suo governo immorale riconosciuto e repulso: la Sicilia perduta: l’Inghilterra inchinevole alla causa della libertà: la Russia sbalordita e paurosa con il fuoco che attacavasi ancora alla casa sua: l’Alemagna correndo ardita all’unificazione e quindi alla repubblica: il Sonderbund disperso. Egli solo restava in piedi in mezzo a tante rovine. La sua bandiera, benché lacerata, rappresentava ancora la resistenza monarchica. Cercò difenderla, sostenersi; ma non con le armi del soldato e con la risoluzione e la franchezza della forza, sì bene con le scaltrezze della diplomazia austriaca e con le tradizioni dei gesuiti. Rifiutò quindi il ministro Saliceti ed il suo programma netto e ardito; accettò il ministero Troya ed il suo sistema di transazione. Doppiezza, tergiversazione, immoralità – ecco tutta la sapienza politica spiegata dal ministero Bozzelli, ed il codice che lasciava in eredità al re, la piaga che delegava alla nazione. Ferdinando adoperò sul ministero Troya tutta l’efficacia delle dottrine della scuola costituzionale: spiegò tutto il lusso delle seduzioni per farsi complice il nuovo gabinetto. Ma questo ricusò prestarsi, ed abbozzò un programma che se in qualche cosa transigeva, non rinnegava interamente quello formulato dal popolo.

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23. Questo ministero è stato calunniato come il governo provvisorio in Francia: ma calunniato dalla reazione, e basta. Io non pretendo difendere la sua abilità. Composto di uomini di lettere o di foro, stranieri agli affari, impropri a’ negozii politici, di cuore nobile, essi non conoscevano nulla della scienza della burocrazia e della rutina, e nulla comprendevano di quelle evoluzioni di segreteria che formano il bagaglio dottrinario di coloro che si dicono uomini di Stato. Credevano che la linea retta fosse la più breve così nell’amministrazione e nella politica come in geometria, o per meglio dire in natura. Credevano che in un governo costituzionale il ministero dovesse governare, regnare il re, e che tutte le attribuzioni del governo stesso fossero le sue. Credevano che al di sopra del ministero per la nazione non vi dovesse essere quello pel re, o il suo consiglio aulico, e questo avere il timone dello Stato, disporre delle forze di terra e di mare, informare l’ordine giudiziario, reggere le finanze, dare l’impulso all’amministrazione. Credevano in una parola che la responsabilità assicurasse loro la libertà di azione, nella sfera circoscritta dalla Carta. Ma erano ignoranti e semplici, perché la Carta, balocco di lusso nella macchina dello Stato, non era né un bisogno, né un principio di vita e di verità. A questi intoppi si trovò di fronte il ministero Troya fin dalle prime ore dalla sua creazione. Confidò superarli, e li dissimulò al popolo per distornare la lotta: e ciò forma il suo torto verso il popolo: come l’aver voluto resistere e perseverare forma il suo torto verso il governo. Il ministero però, compresa la situazione, cercò provvedervi. La manifestazione dello spirito pubblico gli ha assicurata la riconoscenza dei suoi concittadini, ed una gloria non volgare. Due bisogni urgevano allora: quelli d’Italia, quelli del popolo napolitano.

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24. Si era messo mano alla guerra dell’indipendenza da cui doveva derivare la libertà e l’individualità della Penisola; bisognava spingerla avanti con vigore e con coscienza. Per compierla a vantaggio d’Italia vi era d’uopo che i suoi popoli tutti s’intendessero, tutte le provincie ravvicinate concorressero con ogni sforzo per effettuare il concetto grandioso di Carlo Alberto: l’Italia farà da sé. Il ministero Troya cominciò a lavorare. Dei delegati furono incontanente inviati a Roma per trattare della federazione, il cittadino Leopardi a Torino per appianare le difficoltà col governo di Piemonte. E se l’atto non fu conchiuso non debbesi incolpare il ministero napolitano, che di sua parte vi spiegò senza limiti buona fede e disinteresse. Ma re Carlo Alberto si era inebbriato. Il coraggio, l’accordo, la decisione mostrata dai Milanesi nelle giornate di marzo: la rotta degli austriaci e la loro ignominiosa fuga innanzi ad un popolo senza armi: la rivoluzione di Vienna: il movimento manifestatosi in Alemagna, promettevano vittoria facile e sicura. Carlo Alberto credette bastar solo. Volle monopolizzare la vittoria, il patriottismo, la gloria. Inoltre le notizie della rivoluzione di Milano e di Vienna avevano eccitati gli spiriti italiani da un capo all’altro della penisola, sì che il sole il quale aveva illuminate le rotte di Federico Barbarossa sembrava spuntato un’altra volta sull’Italia. Era dovunque un tripudio, un armarsi per correre sui campi lombardi; non si ambiva che compiere il sacro dovere di cittadino, sacerdozio sublime che in Italia ha per prima e suprema missione: guerra all’austriaco! Tutti i principi italiani, rimorchiati loro malgrado dall’entusiasmo popolare, aveano ceduto ai tempi, ed inviati volontari e soldati per raggiungere il Carroccio messo fuori dal re sabaudo. Napoli stessa aveva spediti parecchi squadroni di ardenti militi, la cui turbolenza angustiava il governo, ed un reggimento che fece così bella mostra di sé. La gioventù italiana, mollemente educata e demoralizzata dai preti, più non si riconosceva: la loro anima sembrava raddoppiata, cangiata di tempra. In Vienna d’altronde l’iniquo governo era stato colpito sulla fronte, e la vecchia macchina, sfasciata, andava in ischegge. Un alito nuovo spirava nella politica: nuove mani avevano assunto il governo di un corpo che cadeva a brani. Le nazionalità dell’impero si risvegliavano tutte l’una dopo l’altra. La stella dell’Austria sembrava già tramontata. Ispirato da tante favorevoli opportunità, Carlo Alberto teneva in pugno la vittoria, e l’aggregazione del Lombardo-Veneto ai suoi Stati. E chi sa, che non vagheggiasse pure la grande idea della concentrazione d’Italia! Ogni patto quindi con gli altri governi italiani gli sembrò un compromesso, e lo rigettò come inopportuno. Egli disse: facciamo la guerra, restiamo padroni di casa nostra noi, poi comporremo in famiglia le domestiche differenze. Aveva torto? io penso di no. Il bisogno vitale d’Italia è l’indipendenza dallo straniero, è l’essere nazione. Fino a che non domina le Alpi; fino a che le chiavi della Penisola sono in mano di un barbaro che può scendere a devastarla ogni qualvolta una nuova avidità lo tormenta; qualunque accordo, qualunque equilibrio, qualunque libertà si diano quelle frazioni di popolo, sono in balia di un nemico che o le può spezzar con la forza, o con un veleno occulto dissolverle. La pressione costante, che una razza straniera ed avversa esercita attivamente sulle popolazioni italiane, rende impossibile ogni seria coesione fra loro: chiamarvela a parte, gli è infiltrarsi un principio dissolvente che prestamente tutto corromperebbe. Vi è nella natura dei due popoli qualche cosa di ostile e d’incompatibile che mai non riposa, e di cui è impossibile l’amalgama. Fino a che dei legami di violenza le tengono congiunte, né l’Italia né l’Alemagna raggiungeranno mai una soluzione intera della scambievole organizzazione, una libertà di azione per compiutamente svilupparsi. E perciò porteranno entrambe mai sempre in sé un germe di debolezza e di morte. Carlo Alberto quindi non aveva torto, se, respingendo la federazione, diceva: mandatemi uomini ed armi: aiutatemi a cacciare l’austriaco, e, riscattata l’Italia, ne regoleremo le sorti. Agl’italiani d’altronde nulla importava che Carlo Alberto avesse disegno d’ingrandirsi, e che fosse stata la Casa di Savoia che li avesse uniti in un fascio e dato loro una patria ed una vita. Lo ripeto, e mai non mi stancherò di ripeterlo, la nostra condizione di esistenza, unica, inevitabile, è l’essere un popolo, formare uno stato, esser retti da un solo governo, abituarci a riconoscerci italiani, obliare la vecchia geografia, le vecchie puerilità di vanagloria municipale, le vecchie gelosie, in una parola tutta l’opera del medio evo. E sia il papa o il duca di Parma, Radetzky o Ferdinando Borbone, la monarchia o la repubblica che ci apporti tale normale situazione, passato il periodo della violenza, assisi nella famiglia delle nazioni europee, come da un gran popolo si debbe, penseremo allora alla forma del reggimento con cui sviluppare la vita interiore e manifestarci all’universo. Carlo Alberto comprese essere nella sua casa l’elemento virtuale della fusione delle genti italiane. Ai suoi disse: “il nostro bivacco è sul Brenner; alla plebe degli altri principuzzi: seguitemi”. A costoro ciò suonò male; ed il piemontese fu accagionato di ambizione. Le negoziazioni quindi si ruppero: ma delle altre occulte ne furono invece conchiuse. Allora il papa si risovvenne che era principe cattolico e prete, che era contrario al suo ministero fare la guerra, e che nella Genesi sta scritto io domanderò conto agli uomini della vita degli uomini, al fratello della vita del fratello: e chiunque verserà il sangue umano, il suo sangue sarà versato del pari, perché l’uomo è creato ad imagine di Dio. Allora il gesuita di Toscana s’impegnò di rallentare qualunque entusiasmo nei suoi sudditi, permettendo loro di tutto sperare e nulla fare. Ed il re di Napoli promise che avrebbe fatto sorgere presto un’occasione per richiamare la flotta ed il corpo di armata che il ministero Troya si era affrettato a far partire; e se non avesse potuto rallentarne la marcia ne avrebbe adulterato lo spirito.

In effetti il ministero, mentre le negoziazioni della federazione pendevano, per dimostrare la sua decisione, aveva senza perder tempo incontanente spedita la flotta nelle acque di Venezia sotto il comando dell’ammiraglio de Cosa, formato un corpo di dodicimila uomini di truppa eccellente, e l’aveva diretta verso Bologna per farla subito entrare in campagna. La scelta del generale in capo della spedizione era stata lungamente discussa. Vi era chi proponeva il Filangieri: ma la natura dubbia e versatile di quell’uomo mise in sospetto la più parte dei liberali, i quali d’altronde credettero dare un pegno di affetto e di simpatia al generale Guglielmo Pepe, venuto di fresco da Francia, chiamandolo a capitanare quella spedizione. E fu questo un giusto tributo che rendevasi alle virtù cittadine e militari di un martire illustre della libertà; ma assente per ventotto anni di esilio dalla sua patria e nuovo affatto nella famiglia militare, tanto attaccata alla gerarchia, egli doveva incontrare gravi difficoltà e dolori nell’assumere il posto cui veniva eletto dalla nazione. L’esito comprovò la verità di questi timori.

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25. Mentre provvedeva alla grande opera d’Italia, l’organizzazione interna non era trascurata dal ministero. Esso aveva cominciato da qui. – La Costituzione era nata rachitica, o per meglio dire non vitale. Era il patto sociale redatto da una sola delle parti senza il concorso dell’altra, anzi senza che all’altra si fosse neppure permesso di rettificarlo. La rivoluzione aveva ricostituita la sovranità del popolo lungamente assorbita nella personalità della monarchia. La sua legittimità ne era stata riconosciuta da quello stesso che, delegato una volta ad esercitare parte di tal potere, intero lo aveva usurpato. Questi rientrava nei limiti che il popolo gli aveva assegnati. E perché questi limiti non fossero ancora una volta oltrepassati, il popolo sovrano li fissava con una legge. – Ebbene, questa legge non solamente non era fatta dal popolo per una costituente, ma, raffazzonata dal principe, negavasi al popolo perfino il diritto di rivederla e sanzionarla. In una parola, si legittimava l’anarchia. A questo vizio organico del patto fondamentale della nazione aggiungevasi: un censo esorbitante sì per gli elettori che per gli eleggibili: l’interdizione della parte intellettuale del paese: l’oblìo compiuto del giurì: l’indeterminazione di tutte le libertà da regolarsi con apposite leggi, e nel tempo stesso un veto assoluto al principe che poteva per questo solo mezzo tutte annullarle legalmente; e la formazione di una camera dei pari totalmente di nomina del re. Queste violenze alla natura normale della nazione raddoppiavano il malessere sociale. In un paese povero, assolutamente agricolo, senza industrie, senza commercio, incatenato nello sviluppo di tutte le sue attività, l’elevazione del censo interdiceva l’esercizio dei suoi diritti sovrani a nove decimi della popolazione. – Gli uomini addetti alle speculazioni intellettuali, in un paese in cui l’intelligenza è una sventura che trascina seco gli anatemi del clericato e le persecuzioni della polizia, tali uomini, i soli illuminati, i soli capaci di rappresentare le alte funzioni della sovranità nazionale, perché poveri, da queste funzioni erano rimossi. E nel tempo stesso vedevasi lo strano spettacolo che quel Bozzelli, il quale non aveva neppure il censo per essere elettore, era ministro. In un paese infine in cui l’aristocrazia non ha radice, non ha esistenza, non ha interessi né speciosi né parziali, non ha in una parola che un povero titolo poveramente trascinato nelle officine delle segreterie, nei ranghi dell’esercito o nelle scuderie della corte: in tal paese una camera dei pari, oltre al non avere necessità di esistenza, oltre all’essere avversa a tutti gl’istinti e tradizioni nazionali, era innormale, anacronistica, non poteva rappresentare che interessi fittizii, ossia abusi, ossia usurpazioni monarchiche, non poteva essere saturata che da vescovi, arcivescovi, servidorame di corte e pubblici funzionarii. In una parola, la camera dei pari era un inutile fardello, un attentato alla sovranità nazionale, una mostruosità, un’appendice dell’usurpazione monarchica. Il popolo tutto l’abborriva. Il ministero quindi, col programma del 5 aprile, promise raddrizzare questi storpii, e vi pose mano. La legge elettorale fu profondamente cangiata: il diritto di suffragio esteso ad un maggior numero di cittadini, e sottratto all’influenza del campanile: la parte intellettuale riabilitata interamente. La quistione dei pari aggiornata per la sua soluzione finale: provvisoriamente aggiustata sì che dei pari cinquanta solamente ne scegliesse il re, sul resto pronunziasse il popolo. La camera dei comuni nasceva portando seco il mandato di rivedere e sanzionare lo Statuto; di svolgerlo anzi. – Così messe le cose, restituita all’interno la confidenza, la lealtà, la libertà; all’esterno la dignità nazionale partecipando alla salute ed alla redenzione d’Italia, il popolo sperò, e senza mormorare accettò pure la sovrimposta di un dodicesimo, che, destinata alla spedizione di Lombardia, fu quasi generalmente pagata con anticipazione. Inoltre il corpo della gendarmeria, viziato dalle corruzioni e dalle blandizie del suo capo Delcarretto, si era reso esoso al popolo, il quale per la prima parola pronunziata dopo la rivoluzione ne aveva fulminato l’interdetto. Esso stesso domandava dissoluzione e riforma, e, per riabilitarsi, insisteva di andare in Lombardia a ricevere un battesimo di sangue croato. I liberali, o perché non fidassero in gente da lungo servaggio demoralizzata, o perché meritamente avessero troppo alta idea del sacerdozio del soldato, che combatte per la libertà e per l’indipendenza della sua patria, non vollero affidata a birri la santa bandiera tricolore. E così per una delicatezza intempestiva erano allontanati dal campo di battaglia ottomila uomini i quali, non ripugniamo ad asserirlo, sarebbero stati ottomila eroi. In effetti in nessun corpo lo spirito di libertà fecondò meglio che in quello, e lo dimostrò nel tristo giorno del 15 maggio. Il lungo esercizio di despotismo gli aveva forse fatta odiare la tirannide. Il ministero però cedette alle dimostrazioni dei liberali, e cominciò dall’allontanarlo dalla capitale, per quindi ricompaginarlo sotto altro nome, con altri elementi, sopra altri principii.

Il re vedendo che l’opera rivoluzionaria del ministero progrediva indefessa, se ne allarmò, e mise tutto in pratica, per infermarne e paralizzarne il corso. All’eccellente ministro della guerra, Del Giudice, oppose una specie di Comitato estraneo ed incostituzionale, il Comando generale dell’esercito. Questo teneva testa al ministro, ne contromandava gli ordini, ne annullava l’efficacia, e spesso si opponeva nettamente. Al ministro degli affari stranieri, l’egregio Dragonetti, a quello della giustizia, a quello dell’interno, il puro e nobile uomo Raffaele Conforti in cui cuore ed intelletto sono eminenti, a tutti gli altri ministri infine oppose la rutina, l’inerzia, il malvolere di funzionarii pubblici o inetti o ribelli; e dopo averli stancati nelle lotte da casuisti del Consiglio di Stato, in cui mai nulla conchiudevasi, dopo averli messi alla disperazione con ostinatamente e sistematicamente resistere a qualunque proposta, li faceva assalire da uno sciame di vespe impuro e mortale. Gente affamata ed avida d’impieghi barricava incessante le porte del ministero. Non vi era maniera di sbarazzarsi di loro: bisognava assolutamente ascoltarli, bisognava assolutamente soddisfarli; e se si osava resistere, le pistole ed i pugnali corroboravano gli argomenti dei postulanti, come avvenne un giorno al ministro delle finanze Ferretti. L’avanzo di tempo quindi che il re lasciava loro, era divorato da quegl’insani cui il consiglio aulico metteva in movimento e dirigeva contro, come la bocca di una pompa idraulica sull’incendio. Le bisogne più urgenti dello Stato quindi erano postergate: lo scoraggiamento inaridiva i ministri, i quali, pel desiderio di voler essere popolari, addiventavano plebei. La guardia nazionale fu chiamata in loro sussidio; ma a che pro? Le avide passioni della parte corrottissima del popolo erano eccitate dalla reazione sotterranea. Essa inviava gli speculatori d’impieghi al re: e questi, lamentevolmente sclamando lui non valere più nulla, nulla potere più fare per esaudirli come il suo cuore desiderava, gli scatenava sull’impossente ministero e lo agghiadava. Eppure in questi attacchi di perfidie i nobili uomini non soccombettero. Nell’abbacinamento del momento, nel buio delle cagioni che rallentavano la progressione della rivoluzione, l’abilità di quel ministero fu calunniata: ma quindi a poco ragione intera gli fu resa e nome di patriottico ed italianissimo ne riportò. Ah! perché vollero essi transigere con la reazione e tentare una riconciliazione impossibile!

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26. Infine il giorno delle elezioni, ritardato sì lungamente, giunse, il popolo si recò ai comizii tutto quanto era: parte per compiere il mandato di elettori, parte per contemplare lo spettacolo imponente. Vi si recò cantando canzoni patriottiche. Ed era davvero commovente la solennità con cui una gente, per tanto tempo abbrutita, andava ad esercitare il primo atto di un cittadino. Tre parti degli elettori non sapevano né leggere né scrivere. Tutte le più malate ambizioni si scatenarono per ispeculare, ciascuna a suo profitto, coll’inabilità di quegli uomini. Ma un istinto maraviglioso, proprio delle anime vergini, li rese sordi alle piccole passioni, alle promesse, e fino alle intimidazioni, ed i nomi di cittadini generalmente liberi ed eccellenti uscirono dall’urna. Erano bastati tre mesi di libertà per distruggere le scorie che tanti anni di schiavitù avevano cumulate intorno all’anime di coloro: era bastato il trovarsi in contatto tanta massa di cittadini per compiere un grande atto di sovranità, perché le ispirazioni generose li guadagnassero tutti. Eppure avvi ancora dei birri e dei preti che, apostoli dell’ordine, della proprietà e della famiglia, calunniano la libertà! I deputati furono scelti. Poscia invece di segnare i nomi dei pari, su tutte le polizie fu scritto: non ne vogliamo. E così l’anatema del popolo sovrano colpiva una istituzione, che, complicando la macchina del governo, cercava a galvanizzare in vantaggio della monarchia un corpo d’invalidi, il quale non aveva neppure uno spirito a sé. Non pertanto il re ostinossi a mettere in vita questo aborto già sepolto, e senza formarne neppure una casta, proclamò l’indipendenza dell’eredità, sola condizione vitale che potrebbe avere in Napoli la parìa, dove altra non ne ha, né può averne. – Non un torbido, non una parola amara agitò i comizii. Tranquilli, lieti, dignitosi ritornarono tutti ai loro focolari, e sperarono. La vita aveva acquistato nella nazione qualche cosa di elevato: il carattere aveva assunto qualche cosa di solenne. Il reato era sparito. La guardia nazionale si era organizzata: e non ostante che il governo avesse rifiutate le armi, asserendo mancarne, mentre gli arsenali ne erano ingombri; pure, provvedutasene alla meglio, con alacrità se ne esercitavano le funzioni. In una parola, un avvenire grandioso sembrava sorridere a quel popolo, quando un uragano impreveduto levossi nell’atmosfera; ma quell’uragano levavasi nell’atmosfera per renderla poscia più limpida. Vi era d’uopo di quel gran colpo per dissipare le ultime illusioni, convertire gli spiriti più temperati. La sventura sviluppa la dignità e l’energia delle nazioni come degli individui. Noi arriviamo al terribile dramma del 15 maggio.

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27. Per trovare la parola dell’enigma di questo colpo di Stato, bisogna esaminare profondamente la situazione di casa Borbone nel paese e nel resto d’Italia. La rivoluzione italiana che era principiata, diciam così, senza idea preconcetta e senza scopo determinato, barcollando tra velleità e nullità, cominciava adesso a formularsi chiara, intera, grandiosa. Il suo primo impulso era stato la conquista della libertà, e possiamo quasi dire della civiltà e della maggioranza. Ma questi diritti, facilmente usurpabili e sterili, non potevan bastare ad una nazione il cui spirito civile e positivo è informato da un istinto eterno di bello e di vero. Per essa vi voleva qualche cosa di più che la forma, l’anima; qualche cosa di più che la libertà, la nazionalità. Dilacerata in sette brani, essa voleva ricomporre il suo mantello imperiale. Il lauro di Cesare sulla testa di un barbaro era un oltraggio all’iniziativa d’incivilimento che l’aveva contraddistinta nei secoli passati. Voleva tornare a riporselo sul capo, rialzandosi regina e donna di sé. Era stanca di quei proconsoli austriaci che rosicchiavano la penisola. E papi e re erano un impaccio alla libertà, un soporifero alla civiltà. L’idea d’indipendenza quindi, l’idea di unità si elevarono sfolgoranti sull’orizzonte della rivoluzione, e ne formarono tutto il programma. Questi due grandi bisogni correvano ad una soluzione. La buona fortuna era per allora di Carlo Alberto che, di casa italiana, combattendo per la nazionalità italiana, cominciava ad aggruppare intorno a sé i brani differenti d’Italia. I Ducati, il Lombardo, il Veneziano erano a lui; per lui caldeggiavano i siciliani e ben tosto gli si davano; a lui la simpatia di tutti gl’italiani, i quali, se la fortuna lo avesse favorito, non avrebbero certo domandato di meglio che avere un signore glorioso e guerriero, se d’uopo era ancora di averne uno. La decadenza morale, che gli veniva per controcolpo, atterriva il Borbone. Il giorno del suo bando approssimava a misura del rinculare dell’Austria innanzi alle armate italiane. Egli scendeva tanto più basso quanto più sfolgorante la stella della casa di Savoia s’innalzava.

All’esterno egli aveva perduto ogni prestigio, all’interno ogni forza. La rivoluzione guadagnava terreno tutti i giorni: tutti i giorni qualcuno dei gioielli della sua corona cadeva. Era assorbito da una voragine nel cui fondo vedeva la sua rovina e quella della sua famiglia. I partigiani si allontanavano da lui a misura che egli precipitava: la resistenza addoppiava a misura che le sue forze mancavano. Una vertigine inflessibile gli scompigliava intorno l’universo. I suoi soldati ed il suo navile eran partiti per andare a colpire del colpo di grazia l’Austria, spezzargli sotto il petto l’ultima tavola del naufragio. I rappresentanti, in gran parte radicali, si agglomeravano nella metropoli, e non celavano niente affatto le loro idee. La guardia nazionale aveva pubblicata la sua professione di fede, non riconosceva che la camera dei Comuni. Alcuni reggimenti avevan protestato il loro attaccamento al popolo, e segnatamente l’artiglieria. In una parola, la sua perdizione sembrava inevitabile: sentiva essere incompatibile con la nazione, con l’Italia, col secolo. Non gli restavano che pochi famigliari: non credevano in lui che gli svizzeri, il corpo di marina, ed i granatieri reali. Educato dai preti, tenuto al guinzaglio dai frati, re Ferdinando è di carattere ora timido, ora petulante. L’avversità lo annulla, perché inusitata, lo gitta in una regione incognita e soffocante. Si ucciderebbe se la superstizione e la paura non gli arrestassero il braccio. Allora si abbandona alla provvidenza. E tormentato dalla necessità di uscire da una situazione, in cui sente morirsi, spinto da una confidenza fatale in Dio, ciò che altri farebbe per coraggio e per risoluzione, egli fa per fede ostinata nelle madonne di tutti i colori, e nei santi di tutte le dimensioni. La sua rovina era inevitabile: Dio solo poteva salvarlo: provocò un miracolo. La contemporaneità dei colpi di Stato di Parigi, Vienna e Napoli, benché avessero spirito ed esito diverso, non è forse una coincidenza fortuita. All’avvenire lo schiarimento: noi contentiamoci di constatarne l’esistenza e manifestarne il dubbio. Quel che è certo, a Napoli si era da un pezzo travagliato per ordire l’attentato; e qualcuno di coloro, che poscia palesaronsi come ministri, sicuramente non vi era straniero. Da otto giorni poi un’attività insolita regnava nella corte, per ordinario sì mesta e solitaria, nella corte che si era divisa affatto dal paese ed isolata come un lazzaretto. Il popolo era tormentato da un’ansietà inesplicabile: qualche cosa di minaccevole e di oscuro si sentiva alitare nell’aria. Militari d’ogni grado, figure sinistre d’ogni maniera brulicavano nel castello: aspetti ignoti soffiavano nel popolo progetti terribili, partiti estremi. I preti, i frati del Carmine, il famoso Don Placido Backer, insinuavano nella plebe strani consigli, e proscrivevano le teste di certi malvagi, i quali tentavano scompigliare l’ordine che Iddio creava assoggettando l’uomo all’autorità del prete e del re, imagini di Dio. Dicevano che bisognava resistere in quel martirio morale fino alla morte, distruggere, ad alcuno non perdonare. Nei quartieri dei soldati fedeli, che soli si erano lasciati nella capitale, gli uffiziali facevan giurare obbedienza esclusiva e cieca al re, che li pagava, li amava tanto, e promettevan favori senza misura: inoltre facevan loro giurare non riconoscere altri ordini tranne quelli del re, solo padrone: resistere a qualunque volere dei liberali, aiutarli a sbarazzarsi di quella sozzura di Carta pregna di eresie che taluni tristi, abusando della buona fede del re, gli avevano strappata di mano. La costituzione è l’antipodo del Vangelo, essi dicevano, ed il papa l’ha scomunicata. Degli emissarii infine spargevano danari nei quartieri dove la plebe era più bruta, nel Mercato, a Santa Lucia, e l’ingaggiavano a far sacramento di obbedire e difendere la Madonna del Carmine ed il re, da quegli atei dei liberali, promettendo che avrebbero fatto man bassa della roba e della vita di costoro, perché sta scritto che tutti i beni della terra appartengono ai soli fedeli. Tutte queste perfidie produssero il loro frutto.

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28. I deputati convennero a Napoli. Innanzi d’impegnare le risorse estreme, il governo, e per governo io intendo sempre la corte ed il re, volle scandagliarne l’indole. La vittoria per l’intrigo era meno temeraria, e sopra tutto meno pericolosa. Un suo occulto affiliato, Francesco Paolo Ruggiero, diresse una circolare ai deputati, deputato anch’esso, di riunirsi in casa sua in seduta preparatoria, onde ragionare della condotta a tenersi nella sessione rispetto al governo, ed intendersi intorno a’ mezzi. Molti, che conoscevano la frenesia d’intrigo e la brutta fama dell’uomo, risero dell’invito e non andarono: altri portaronsi al convegno; ma dopo un’ora di tumultuoso gridare, partirono indignati. Ruggiero intanto aveva capito che la camera osteggiava pronunziatamente la corte e sosteneva il ministero Troya, già in modo supremo inviso al re. Fece il suo rapporto. Le promesse del portafogli gli furono confermate, e gli fu ingiunto di continuare a rappresentare la sua parte, vedere, provocare le dichiarazioni di tutti, notare, spingere, lottare, onde finirla una volta, per una maniera qualunque. Con queste istruzioni venne alla camera: con questi principii si avvicinò poi ai costruttori di barricate per animarli. La sera del 13 maggio il ministero pubblicò il programma delle cerimonie con cui il giorno 15 il Parlamento dovevasi aprire. Il dì 14 i rappresentanti stimarono opportuno riunirsi nel palazzo della città per discuterlo. In esso dicevasi che i deputati, prima di recarsi alla Camera, sarebbonsi recati alla chiesa, onde in presenza del re, dello stato maggiore, dei pari ed altri funzionarii pubblici, prestar giuramento alla fede cattolica, al re ed allo Statuto del 10 febbraio. Questa trista fatalità della religione di mischiarsi in tutto, anche nelle cose le più incompatibili alla sua natura, questa necessità ostinata dell’ab Jove principium dispiacque a molti. Moltissimi poi trovarono inconseguente il giuramento, perché non potevasi prestare a cosa che non esisteva ancora. Il programma del 5 aprile aveva sanzionato che la rappresentanza nazionale avrebbe svolto lo Statuto. Le elezioni erano state compiute sotto questa influenza, con questo mandato. Il ministero fu biasimato per aver condisceso a tali desiderii del re: ed una commissione andò a notificargli nel tempo stesso ed il biasimo ed il rifiuto del giuramento. Ferdinando ne gongolò di gioia ed ostinossi nella formalità: i preti sussurrarono i deputati essere atei per rifuggire da una cerimonia così santa. Le cose cominciarono ad imbrogliarsi; le ostilità dichiararonsi. Una nuova formola di giuramento dettata dalla camerilla o dalla camera dei pari, fu mandata all’assemblea; ma, come quella del governo, non facendosi in essa affatto parola della facoltà di rivedere e sanzionare lo Statuto devoluta ai rappresentanti, essi s’indignarono unanimamente e la formola fu respinta come oltraggiosa ed illegale. L’eccellente Pica, per conciliare le parti, ne accozzò un’altra in cui del diritto anzidetto facevasi motto. Mandata a corte, a sua volta, dal re e dai pari fu rigettata. Il ministro Conforti, che i progetti sinistri del Borbone aveva compresi, recossi allora alla Camera e con parole nobilissime la supplicò di passar oltre ad una quistione di forma, e di rivolgere invece il suo patriottismo sul gran fatto dell’indipendenza d’Italia che allora agitavasi, e che doveva dominare nell’atmosfera di tutte le nostre deliberazioni, come voleva lo spirito e l’essenza della situazione. Indi senza circonlocuzioni accusò i rei disegni del re. La giovane Camera, naturalmente suscettibile delle sue prerogative cui vedeva violare fin dal suo nascere, non rassegnossi a portare questo peccato di origine, dichiarando la sua minorità, ed abdicando col primo suo atto. Dall’assemblea alla corte messaggi sopra messaggi andavano e venivano, senza nulla conchiudere, anzi la dignità e la sovranità dei rappresentanti compromettendo. Il re teneva al giuramento ed alla sua formola. La voce della dissensione provocata da un obbietto così cardinale si propagò per tutta la città, e tosto una convulsione morale comprese tutte le classi. Dovunque era un formar di circoli. Nei caffè, nei crocchi, nelle piazze, i cittadini si arrestavano per interrogarsi, si conoscessero o no; il fremito era generale, completo. I giovani fra gli altri, i radicali, si assembravano per deliberare a loro volta: la patria fu dichiarata in pericolo. Lungo la strada Toledo quanto la città aveva di virile e di nobile si riunì. Stretti in massa, animati da un principio, senza concerto preso, si diressero verso il luogo dove l’assemblea sedeva. E generale della guardia nazionale, Gabriele Pepe, uomo intero, libero, ma oramai di mente infiacchito, alcuni uffiziali superiori della guardia stessa, si opposero all’imponente massa, e la pregarono di sciogliersi, per non riscaldare ed appassionare vieppiù una disputa oramai calda troppo. La scongiurarono in nome della libertà del paese e dell’Italia a non pregiudicare alla libertà di azione del Parlamento. Promisero che tutto si sarebbe dignitosamente conciliato; che l’assemblea non avrebbe corso alcun rischio; che la guardia nazionale si sarebbe messa sotto le armi. A tali assicurazioni una parte di quel popolo cesse e si disperse: ma un’altra, non avendo fiducia in quelle parole officiali, persistette ad andare innanzi, e silenziosamente e dignitosa si accolse sotto i balconi del Parlamento. Quand’ecco la voce si sparge, una grossa colonna di svizzeri da un punto della città, ed uno o più squadroni di cavalleria dall’altro percorrere le strade ed obbligare la folla a ritirarsi. Un grido universale allora si udì: da dentro l’assemblea: siamo traditi! da fuori: viva la camera! coraggio! coraggio! Il comandante della guardia nazionale caldamente impegnato di far battere la generale, si oppose. Parlò di complicazioni inevitabili che sarebbero sorte, di guerra civile, di temperanza; ma le sue idee non avevano più nesso alcuno. Costabile Carducci, colonnello della guardia nazionale della provincia di Salerno, propose a sua volta di farla venire: ma i moderati respinsero la proposizione, non volendo propagare l’allarme e spingere le cose all’estremo. Invece si mandò una commissione al re perché facesse rientrare la soldatesca. Il principe Pignatelli Strongoli, delegato dalla Camera dei pari, venne contemporaneamente a presentare un’altra formola di giuramento, da quella Camera adottata già. Ma neppur essa accennando l’articolo del programma del 5 aprile, che si voleva ad ogni costo sconoscere, si ributtò, e si conchiuse che o non sarebbesi giurato affatto, o sarebbesi giurato giusta i sensi espressi dal Pica. Lo Strongoli apportava quest’ultimatum ai pari, una commissione al re perché avesse scelto. I deputati non potevano palesare maggior desiderio di conciliazione. Solamente essi sono biasimevoli per aver negletto di provvedere con misure opportune al caso di rifiuto del dilemma proposto; e questa impreveggenza li perdette. Il fermento intanto e l’ira del popolo cresceva: parole d’ingiurie, propositi di vendette udivansi per tutto. La città era tuttaquanta o sulle strade o ai balconi. Il re ordinò che la truppa rientrasse nei quartieri. La calma prometteva ristabilirsi; ma ecco la novella si spande che le barricate cominciavansi a costruire nella strada di Toledo.

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29. Donde fosse partita l’iniziativa di questa misura estrema non si sapeva. Uomini ignoti, ceffi sinistri le elevavano, e fuvvi chi asserì avervi riconosciuti financo dei gesuiti travestiti. Sia comunque, alcuni briccioli di guardia nazionale per elezion propria si presentarono a parecchi punti per far desistere dall’opera, ma non ne cavarono che l’insulto di poco teneri della libertà della patria, d’improvvidi e di poltroni. La città si proclamava in preda ai nemici. Nella Camera si scongiurò di nuovo il general Pepe di mettersi alla testa di un forte manipolo di gente ed obbligare, con la forza, che quegl’impacci si distruggessero. Pepe si negò, adducendo poco innanzi averlo tentato, ed essere stato vituperato di rinnegato e di realista. Il colonnello Gallotti si negò del pari dichiarandosi impossente. Però, punto sul vivo, consentì di andarvi, con due rappresentanti, come apportatore degli ordini della Camera. Spaventa ed io lo accompagnammo; ma né le minacce, né le preghiere, né i consigli si vollero udire. Ci dissero ignari dei fatti che succedevano altrove, troppo confidenti nella propria dignità, troppo poco studiosi della nostra responsabilità in mantenere la sicurezza e la libertà del paese. Si asseverò che una grande cospirazione sarebbe scoppiata o nella notte o all’indomani, e che rappresentanza e costituzione periclitavano. Scoraggiati tornammo all’assemblea e perplessi, perché tra un nugolo di gente, per la prima volta veduta, avevamo scorto qualche amico che, illuso anch’esso, prestava il braccio ad una trama scellerata. Unitamente a noi, alle quattro del mattino, giungeva il ministro Manna, il quale, in nome del re, notificava che il giuramento non si sarebbe prestato. Essendosi infatti trovato il mezzo più comodo delle barricate, a qual pro il giuramento? La Camera non pertanto si felicitò per la sua fermezza, e si aggiornò per le nove ore, nel sito stesso, onde tutti insieme recarsi alla chiesa per la messa dello Spirito Santo, e quindi al locale dell’assemblea. Lanza, presidente provvisorio, diresse ai cittadini un proclama, annunziando il felice scioglimento di una dissensione, a cui i pari non poca parte avevano presa, e pregavali di fare incontanente scomparire qualunque traccia di discordia. – La nostra voce era fiacca, impotente: eravam troppo pochi per lacerare la tela dei delitti con tanto accorgimento fabbricata: vi era un partito determinato a non farla prevalere. Gli uomini che agivano nelle tenebre non, avrebbero ceduto che alla forza; ma alcuni capi della guardia nazionale, sia che avessero paura, sia che fossero complici, non la vollero adoperare.

I deputati, uscendo dall’assemblea ai primi albòri del nuovo dì, passando sulle barricate, avean pregato, anzi avevano imposto di disfarle. Si promise: ma quando, cinque ore più tardi, essi tornavano al loro posto, ebbero a ripassare sugli stessi altari della guerra civile. Chi era dunque che contro il volere della rappresentanza nazionale, contro l’opinione di tutti i cittadini inesorabilmente si ostinava a tener testa? Il mistero ha cominciato a far travedere alcune delle sue brutture, ma in tutto il sozzo della sua tristizia non si è ancor rivelato. Questo è certo, che i liberali, i radicali sopra tutto, vi furono stranieri o si dichiararono incompetenti. Essi non volevano punto di quella commedia. Essi sapevano che il giorno che dovea distruggere il principato e cacciar via la famiglia Borbone non poteva esser altro se non l’indomani di quello, in cui un italiano, dalla cima delle Alpi, avrebbe riguardate le pianure del Veneto e del Lombardo ed avrebbe detto: quella è Italia! Le barricate furono concepite forse dal Filangieri, nei saturnali della corte, quando la fermezza della Camera rese impossibile o troppo pericoloso il giuramento, dalla corte furono pagate e fatte drizzare. Nell’aulico consiglio di un re, che si confessa e si comunica tutte le mattine, erasi risoluto distruggere di un colpo solo quanto il paese aveva di più libero e di più eminente. Perciò dei messi avvertirono i corpi di truppa, acquartierati nelle vicinanze della città, tenersi pronti sotto le armi, ed al primo segnale telegrafico, occupare le strade di ferro, e marciar sopra Napoli. Perciò un plico suggellato era inviato al general Roberti, comandante del castello Sant’Eramo che domina la città, con ordine di non aprirlo, se non quando una bandiera rossa innalzata sul reale palazzo gliene avesse dato il segnale. Perciò quantunque le barricate non avessero più ragione di essere, furono mantenute, anzi fu dato ordine d’indebolirle e moltiplicarle. Perciò gli uffiziali superiori della guardia nazionale, quando si ebbe uopo di loro, o non si trovarono più o si rifugiarono nella Reggia. Quante perfidie, quante viltà, quanti delitti non si commisero in quella notte e nel fatale domani!

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30. A nove ore del dì 15 maggio i rappresentanti cominciarono a riunirsi nel palazzo della città. Il loro aspetto era conturbato, presagivano qualche cosa di funesto. Nel dì precedente non vi era stata distinzione di destra e di sinistra. Una frase più o meno ardita, un proposito più o meno fiero, un consiglio più o meno temperato, aveva unicamente dato una gradazione di tinte al consesso. Quella mattina i più moderati si unirono da un lato, giunsero più tardi e più abbattuti nel viso, e parecchi a dieci ore, l’ora assegnata alla cerimonia, non erano ancora arrivati. Delle voci sinistre correvano intorno. Si parlava di sollevazione di plebe nei quartieri da essa abitati: si parlava della determinazione di attacco e di difesa delle barricate e degli sforzi inutili ripetuti dalla guardia nazionale per isbarazzarne le strade. Si diceva che grossi corpi di truppa si schieravano sulla piazza della Reggia; che gli svizzeri stavano sotto le armi nelle corti dei quartieri; che le strade ferrate tenevansi dalla soldatesca. Una commissione fu mandata al ministero per sapere se si era pronti di andare alla chiesa; un’altra alla corte. Questa non tornò più. Il ministero era alla Reggia e si dibatteva col re, e fiere parole e severi rimproveri si rimbeccavano. Qualcuno giunse perfino a dirgli: ho onta di avervi servito. Ma il dado era tratto: l’ora di alzare la tela era giunta. Dieci ore passate, i deputati Ricciardi e Stefano Romeo proposero che la Camera si dichiarasse costituente e costituita, e principiasse a deliberare. Carducci domandò per la seconda volta di mandarsi a chiamare la guardia nazionale della provincia di Salerno, onde affidarle la custodia dell’assemblea. Un altro deputato parlò di governo provvisorio, e Zuppetta fece proposizioni anche più energiche. Ma l’assemblea distratta, tumultuosa, in piedi, senza scopo determinato, da mille dubbi agitata, riscaldata da passioni varie, nulla intese, nulla accolse, nulla volle fare, nulla votò. Era un convocio sformato e incomprensibile, un agitarsi vertiginoso, tempesta subita ci coglieva senza timonieri e senza ordigni. In mezzo a questo chiasso un uomo s’introduce nella Camera, il capitano delle guardie nazionali La Cecilia, ed annunzia che nella piazza della Reggia la battaglia tra soldati e popolo erasi impegnata. Un istante appresso Filippo Capone viene a gittare sulla banca della presidenza una palla di cannone calda ancora; e dietro a lui il capitano Barone con una commissione di guardie nazionali, che domanda istruzioni sul modo da condursi, e promette difendere l’assemblea fino alla morte. A quella trista trilogia l’aspetto della Camera cangia come per incanto. Non più tumulto, non più grida, non più disordine; la soluzione che aveva messi i deputati in convulsione era trovata, l’incognita che li aveva spinti al deliramento era manifesta. Alla commissione delle guardie nazionali il presidente di età, Cagnazzi, rispose: l’assemblea esser sicura del loro patriottismo e valore: per tutta sua difesa rivestirsi della propria dignità: raccomandare di distornare la guerra civile, non potendo, non volendo autorizzarla, o renderla per quanto potevasi meno atroce, se di stornarla fosse impossibile ormai. Al capitano La Cecilia s’impose tenersi nel locale della rappresentanza con un manipolo di uomini, pronti agli ordini del presidente. Ed al capitano della gendarmeria Pignataro, che veniva del pari con i suoi a costituirsi difensore dei deputati, si resero grazie, e per fargli piacere, si accettò l’offerta, dichiarando quell’atto riabilitare un corpo, cui molte tristizie si erano addebitate. Ed è mestieri confessare, che se i rappresentanti non furono vittime delle atrocità concepite nella corte, sì per parte dei soldati come per parte della plebe eccitata da preti e da frati, debbesi all’attitudine risoluta spiegata dalla gendarmeria di volerli ad ogni costo salvare. Verso le dieci del mattino, il colonnello di uno dei reggimenti svizzeri, a cavallo, la spada nel fodero, accompagnato da soli otto o dieci uomini, si presenta alla barricata del Largo dello Spirito Santo e domanda passare. Il passo gli si rifiuta. Allora egli dichiara: che recavasi a corte per rendere note le deliberazioni dei suoi compatrioti, i quali avevan deciso che, uomini liberi, non si sarebbero battuti giammai contro un popolo, il quale anelava alla libertà, e segnatamente contro i napolitani da cui tanti pegni di simpatia avevano ricevuti: che a nome di tutti andava a scongiurare il re di cedere alle domande dell’assemblea e dei cittadini, e prometteva rischiarare ogni equivoco, temperare l’acerbità di ambo le parti. Misti ai delegati della corte, sulle barricate trovavansi pure degli uomini che credendo veramente la libertà in pericolo, e non sospettando di provocatori, vi si tenevano per compiere un dovere. Il dire del colonnello li persuase. E senza rammentarsi che equivoco non vi era più, e che le barricate non avevano più scopo, da un capo all’altro della strada Toledo ne fu demolito un cantone per lasciarlo arrivare fino alla Reggia, avendo tenuto da per tutto la favella medesima. Non si considerò neppure che avrebbe potuto percorrere altro cammino! Giunto dal re riferì: le barricate essere state costruite giusta i desiderii ed i comandi dati: guardarle pochi; non vi esser dubbio sull’esito dell’attacco; potervisi metter mano. Allora fu dato ordine ai militari di marciare. Preceduti dal colonnello medesimo, il quale assumeva di un subito altro aspetto, si presentarono alla prima barricata, di rincontro alla Reggia, ed imposero ai difensori di arrendersi a mercé. Nel tempo stesso un colpo di pistola parte da uno dei palagi presso il cantone di San Ferdinando. Quello era il segnale. Una batteria si smaschera incontanente e comincia a tirare: al che succede un fuoco di fila, ben nudrito dalle linee dei soldati. Le guardie nazionali e i cittadini che custodivano le barricate, e che non domandavano altro che intendersi, per fare unitamente sparire quei simulacri di guerra civile, attaccati così bruscamente, sentirono che la loro situazione cangiava, e cangiava la loro parte. Cedere, oramai sarebbe stata viltà, sarebbe stato darsi per vinti senza combattere, subire la sorte dei vinti senza aver prima perduto. All’attacco opposero la resistenza, al fuoco il fuoco. E la prima vittima che insanguinava il terreno era lo spergiuro colonnello, il quale, colpito sul petto e sulla fronte, soddisfaceva alla giustizia di Dio ed a quella degli uomini. La mischia s’impegnò fieramente. I soldati cadevano per file intere, gli uffiziali sopratutto, che da dovunque erano di preferenza presi di mira. La zuffa durò due ore. Ma i difensori non avevano più munizioni, i più ben provveduti avendo cominciato con otto cartucce; i difensori erano pochi. Coloro che avevano simulata maggior fierezza, i costruttori delle barricate, al primo colpo scomparvero come per incanto. La loro parte era compiuta. Allora si scoprì il vero, ma era troppo tardi: bisognava difendersi e morire. E i liberali si difesero e morirono con un coraggio, di cui pochi esempi s’incontrano nelle storie. Ma che potevano fare senza cannoni e senza munizioni? La fatale bandiera rossa s’innalzò sulla Reggia. I comandanti dei castelli aprirono i plichi e vi trovarono gli ordini di bombardare la città. Castelnuovo obbedì: Castel Sant’Eramo tirò tre colpi in aria ed ebbe rimorso di proseguire. Il general Roberti, che vi comandava, fu di poi destituito. La città così fulminata, i cittadini così sorpresi da un attacco senza ragione e senza misura, rimasero stupefatti ed atterriti. Non si erano preparati, non avevano neppur sospettato una perfidia tanto forsennata. Essi avevano impegnata una lotta legale, e legalmente per mezzo del Parlamento ne aspettavano la soluzione. Cacciarvi in mezzo il cannone era una viltà degna sola di Ferdinando Borbone. Non pertanto quella piccola coorte di cittadini che aveva assunto, diciam così, il mandato di rispondere all’infame provocazione, generosamente si condusse. Essi mostrarono di che tempra fossero i liberali, e qual sorte sarebbe toccata alla masnada di corte ed ai suoi scherani se la battaglia fosse stata denunziata a tempo, preveduta almeno, e combattuta ad armi eguali. Finché i cittadini ebbero polvere e piombo, i soldati non osarono avvicinarsi e lavorarono di cannone. Quando le munizioni furono esaurite, quando il fuoco ebbe cessato dalla parte dei nostri, allora la guardia reale, gli svizzeri, e i reggimenti della marina svilupparono la loro bravura. Con le artiglierie sfondarono i portoni ed aprirono le barricate, cui un solo uomo non guardava più: si slanciarono come belve nelle case, dove non trovavano che donne e fanciulli. Ma che importava? I valorosi del Falstaff della reazione non domandavano altro campo, non ambivano altri allori. I fanciulli furono sgozzati senza pietà: gli infermi precipitati dalle finestre: le donne stuprate, mutilate, assoggettate ad ogni specie d’insulto e di martirio, poi uccise: molte spinte a suicidarsi per iscampare al diabolico delirio di quegli assassini. Quanto mai nelle case vi potevano rubare, fu tolto: al resto messo fuoco. Attorniati da cadaveri, da supplicanti, da vituperate, si abbandonarono ad orgie che niuno ancora ha descritte, che sfidano l’immaginazione di Crebillon figlio e del marchese de Sade, che avrebbero fatto ribrezzo ai soldati del Contestabile di Borbone ed agli stessi croati, poeti sovrani in fatto di saturnali di vittorie. Ubbriachi, sazii di cibi e di voluttà, impotenti a rubare di vantaggio, distruggevano quanto loro si parava d’incontro, cose e persone; ed andavano oltre per cominciare in un’altra casa le scene medesime, inventarne delle più truci. Io rifuggo dal raccontare. La delicatezza, i rispetti dovuti ai misteri orribili di alcune sventurate famiglie m’impongono di non specificare i fatti, d’individuarli, di nominare le figlie stuprate sotto gli occhi delle madri, le spose violate al cospetto dei mariti agonizzanti, le somme rubate, le mutilazioni, gli sfregi. La religione del dolore mi arresta. Basti dire che gli svizzeri furono i più crudeli, e gli uffiziali più infami dei soldati in tutti i tre corpi. Così l’una dopo l’altra si presero, senza difficoltà alcuna, le altre barricate; così trattaronsi tutte le case che si offersero sul passo agli eroi di Velletri. E dove essi non bastavano, erano lì gli uomini della plebe più bruta che giungevano come un nugolo di bruchi per raccogliere le briciole loro cadute e tutto distruggere. – Al fuoco! al sacco! viva il re! a morte i liberali! abbasso la costituzione! tali erano i gridi a cui si esilaravano, tali erano gli scopi delle opere loro. Gli uomini rubavano e gittavano dai balconi gli oggetti: le donne raccoglievano e correvano a nasconderli nelle loro casipole, o li vendevano a dei furfanti rigattieri, che per nulla comperavano suppellettili di ricco valore.

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31. I rappresentanti, al rumore continuato della moschetteria e del cannone, non si riscossero, e determinarono aspettare i facinorosi. Essi si erano per qualche tempo lusingati di aver rimosse le difficoltà e composte le discordie. Avevan creduto che per un re, alla vigilia della ruina, vi potesse essere ancora qualche cosa di sacro e di legale. La voce del cannone li riscosse brutalmente. Allora gli estremi vincoli che univano la famiglia de’ Borboni al paese si ruppero: le illusioni dei creduli al sistema costituzionale svanirono.

Il re fu messo al bando della nazione, e considerato come un nemico straniero che veniva ad attaccare la sovranità legittima. Popolo e re si trovarono di fronte in due campi per decidere di una sfida mortale, ancora non soddisfatta, ed in cui uno dei nemici non deve rilevarsi mai più. L’assemblea ritrovò la coscienza di sé, ed assunse tutti gli attribuiti del principato. Fu troppo tardi veramente per avere dei risultati positivi ed esteriori: non importa. Il principio fu salvo: la sovranità del popolo né abdicò, né si obliò: ed in un corpo fulminato da paralisi mantenere la vita e pronunciarla al di fuori, è tutto quanto può desiderarsi. D’altronde in politica i precedenti han sovente la forza di diritto, e l’assemblea non si degradò a consecrarne dei funesti. Essa dichiarò la famiglia Borbone decaduta dall’esercizio del potere esecutivo, non con una legge espressa, ma col fatto, creando nel suo seno un Comitato di pubblica salute, a cui tutte le attribuzioni ed i poteri furono conferiti. I cinque membri che lo composero, e di cui ebbi l’onore far parte, si segregarono dall’assemblea per prendere degli energici provvedimenti. A tal uopo il Comitato propose: dal presidente della camera si partecipasse al ministero la creazione del nuovo potere esecutivo: s’inviasse una deputazione al comandante della piazza Labrano per domandargli ragione delle ostilità impegnate contro i cittadini: si convocasse la guardia nazionale nei quartieri non ancora invasi dalla soldatesca, e si conducesse a ristorare le sorti della battaglia; dappoiché erasi constatato che solo trecento di queste guardie, e qualche centinaio di giovani borghesi, tenevan testa a meglio di diecimila soldati, due parchi d’artiglieria, ed un castello che indefessamente vomitava la mitraglia e diradava gli ordini dei sollevati: si provvedesse ai fondi per comperare munizioni da guerra, e contenere la plebe il più che era possibile: si spedissero dei messi alle guardie nazionali di Salerno, Caserta, Castellamare, Pozzuoli ecc. perché marciassero sopra Napoli: si mandasse una deputazione all’ammiraglio francese Baudin perché o somministrasse munizioni da guerra, pagandole, o cercasse con la sua mediazione di far cessare l’eccidio. In effetti gli ordini per chiamare le guardie nazionali delle città prossime a Napoli si dettero; ma intercettati in gran parte dal governo, i messi furono carcerati, le lettere presentate alla Reggia. I danari erano anche pronti, essendosi i deputati generosamente tassati: ma per andarli a raccogliere nelle differenti case, facendo mestieri percorrere la città, quasi interamente occupata dalle soldatesche, vi si rinunziò, tanto più che sembrava oramai troppo tardi. I deputati Ricciardi e Giuliani recaronsi all’ammiraglio e dopo avere attraversata una strada spazzata incessantemente dal cannone di Castelnuovo, giunsero a raccontargli la storia della discordia e la posizione della città. Baudin sapeva già tutto, essendo stato da tempo innanzi mercanteggiato dallo spione Tommaso Danjou e da De Montessuy, aggiunto all’ambasciata di Francia: un aiutante di campo del re era andato a raffermare il mercato, ed a denunziare il dì della catastrofe. Egli quindi mirando col cannocchiale assisté freddamente all’orribile spettacolo, sclamando: c’est ainsi que les choses se passent dans toutes les révolutions! Robespierre était un monstre qui sera voué a l’exécration de la postérité, quoique des hommes d’aujourd’hui (Lamartine) aient osé tenter de le réhabiliter. E quando intese le dimande che gli venivano dall’assemblea, per tutta risposta asserì non poter vendere delle munizioni poiché ciò valeva una dichiarazione di guerra contro del re: non potersi rendere mediatore, anche a nome dell’umanità, non avendo ricevute istruzioni dal suo governo: solo poter offerire ospitalità sulle navi a coloro che volessero cercarvi rifugio. Queste dichiarazioni non han bisogno di comento. Baudin era legittimista: aveva subìta la repubblica, anzi l’aveva trovata un delitto: non conosceva diritti di popolo: ogni rivoluzione era una ribellione. Ben altrimenti comportossi il ministro di Francia, e se nulla potette ottenere non fu certo colpa di lui. Il signor Levraud era vero repubblicano, ed aveva addimostrato mai sempre colle più vive simpatie caldeggiare la causa di Italia. Nel cominciar dell’attacco egli si recò immediatamente dall’ammiraglio, e dimandò che senza por tempo in mezzo un corpo di soldati francesi fosse spedito a terra per difendere le sostanze e la vita dei proprii concittadini; e che entrambi personalmente si recassero a corte per significare al re di far cessare l’eccidio. Baudin si negò allo sbarco dell’equipaggio, sapendo bene che questa manifestazione in favore bastava perché la causa del popolo fosse salva e il re arrestato nel meglio della sua festa scellerata. Tornato vano questo tentativo, Levraud dimandò che l’ammiraglio segnasse una nota da lui redatta al governo napolitano. Baudin la trovò troppo fiera, troppo ardita, per essere presentata ad un re. Levraud la modificò, ma anche invano: si abbassò perfino a segnare la pallida e modesta preghiera formulata dall’ammiraglio; ma questa stessa, che avrebbe forse incitato gli altri diplomatici stranieri ad operare altrettanto, e riscossa la iena reale, questa stessa neppure fu inviata o inviata quando tutto era finito. Le nobili intenzioni del ministro della repubblica non furono secondate, e non pertanto oggi le sconta nell’esilio. All’incontro Baudin fu largamente rimunerato delle sue perfide arti. Due giorni dopo fu visto passeggiare in carrozza col re; il 5 giugno gli dava una festa di ballo a bordo del Freidland e più tardi otteneva per suo figlio un posto di primo segretario d’ambasciata a Napoli!

I deputati spediti in commissione al comandante della piazza Labrano, ebbero per risposta, che gli ordini di attaccare non essendo partiti da lui, ma direttamente dal re, egli nulla sapeva, nulla poteva, si volgessero perciò alla corte. Vi corsero infatti, e quivi trovarono che gli egregi cittadini Bozzelli e Ruggiero assumevano già le redini dello Stato. Avossa diresse loro durissime parole. E non avendo potuto penetrare fino al re per domandargli conto dell’improbo fatto, parecchie volte correndo pericolo di vita, ritornarono alla Camera per raccontare i bagordi della Reggia. Al ministero infine fu annunziata la creazione del Comitato di pubblica salute, ed il ministero ne partecipò il re scongiurandolo ancora una volta di far desistere dalla zuffa. Ma questo autocrate vigliacco ed ipocrita protestò non aver egli provocata la lotta, ed essere oramai impossente ad arrestare soldati che difendevansi. Miserabile! non posseder neppure il coraggio della propria volontà! negare perfino il proprio fatto! discendere a giustificarsi innanzi ad un popolo che si mitragliava! dissimulare per fino in faccia ad un nemico! Un altro re avrebbe detto: l’avete meritato, lo voglio. Un uomo educato da un uomo avrebbe risposto: uso dei diritti della vittoria: andate. Un soldato avrebbe sclamato: poiché vinco, poiché il nemico cessa di difendersi, perdono, Ferdinando Borbone risponde: io non so nulla, vi domando scusa umilmente; e sotto voce contemporaneamente ordina al Torchiarola: quartiere a nessuno: i prigionieri si fucilino in massa: città e cittadini a discrezione del soldato e della plebe. Ed in effetti ad alcuno non si perdonò. Gran numero di prigionieri furon trascinati nelle corti dei castelli e fucilati, uomini, donne, fanciulli, tutti insieme, senza giudizio, senza conforto di religione. Chi oserebbe dunque contestare a Ferdinando Borbone l’attributo di uno dei più sordidi scellerati del secolo?

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32. Il macello dei deputati era stato fermo anch’esso; ma la risoluzione della gendarmeria, la paura che le guardie nazionali della città circostanti non giungessero improvvise, che il regno non si sollevasse come un sol uomo e non sopravvenisse nel meglio una protesta dei diplomatici stranieri già in parte raccolti alla corte, fece assopire per il momento la sete del sangue e l’ordine fu dato di risparmiar loro la vita, ma disperderli, se occorresse, anche alla baionetta. I rappresentanti non derogarono neppure un istante alla loro dignità. Riconoscendosi impotenti a nulla più fare, attenuati di numero, sicuri di essere fra poche ore immolati tutti all’idolo della Reggia, nessuno si mosse, nessuno pensò profittare dello scampo ancora possibile e della tutela offerta dalla gendarmeria e dalla guardia nazionale. Al rumore della moschetteria che ingagliardiva sotto le finestre dell’assemblea, alla luce spaventevole dell’incendio del palazzo Gravina, quasi di rincontro, mentre le palle percotevano già i cristalli dei balconi, il deputato Mancini scrisse energica protesta in faccia alle nazioni di Europa contro l’attentato di re Ferdinando. Si promise riunirsi in altra città del regno, se si scampasse la libertà e la vita; si fece giuramento e si segnò. Sessantaquattro rappresentanti restavano ancora nella Camera, sessantaquattro firmarono l’atto. Il Comitato di pubblica salute, troppo tardi creato, impossente ad esercitare alcuna funzione, aveva abdicato e si era confuso al resto dell’assemblea. Tutti raccolti perciò ed assisi nel fondo della sala, tutti silenziosi aspettavano la lugubre soluzione del dramma e la sentivano ad ogni minuto approssimare. Le tenebre della notte che avanzava, la luce sinistra dell’incendio che tingeva di colore sanguigno parte delle mura, davano agli affreschi della sala una espressione feroce, e ne accrescevano la vastità. I deputati, che come ombre immobili ed inanimate disegnavansi nel buio e lo rianimavano di una vita lenta ed assopita, i gridi feroci dei vittoriosi, i lamenti disperati di femmine che imploravano mercede pei figli e per l’onore, il fragore incomposto, spaventevole di una plebe che bravava le fiamme per saziare l’avidità, che cantava su i ruscelli di sangue, quello stato indefinibile infine di una città fulminata dall’ira dell’uomo, più raccapriccevole dell’ira della natura corrucciata, quell’atmosfera insomma di morte e di orgia, accrescevano l’orrore della situazione. I soldati giunsero infine innanzi le porte dell’assemblea. Erano gli svizzeri ed i soldati della marina. Tinti di sangue, brutti di sudore, di fumo, di vino, convulsi di ferocia e di entusiasmo, essi avrebbero voluto consumare intero il delitto e suggellarlo sull’assemblea. Gli uffiziali, che altro ordine avevano ricevuto dalla corte, nol permisero. Perciò un capitano svizzero, con la spada sfoderata, si presentò nella Camera, e senza salutarla, senza scovrirsi il capo, brutalmente disse: “in nome del re, che vi fa salva la vita, ritiratevi”. Nessuno rispose: niun atto di commozione tradì la passione interiore da cui ciascuno era travagliato. Si uscì dalla sala, ed a gruppi a gruppi, accompagnati dalla gendarmeria, per isfuggire alle violenze dei soldati e della plebaglia, perseguitati dai gridi di viva il re, abbasso la costituzione, guadagnò ciascuno il domicilio che credette più sicuro. La notte intanto non pose termine alla strage. Al lume dei portoni, delle case e delle barricate che ardevano, gavazzavano plebe e soldati. Quivi trascinavansi le vittime che andavansi scovando per le case, e parte sgozzavansi, parte inviavansi alle prigioni, spogliavansi e svillaneggiavansi tutti. Quivi si portavano le prede che facevansi ovunque; e quelle prede dividevansi se ricche, o donavansi ai più poveri plebei se di poco pregio. Quivi si cioncava, si mangiava. Un abito di guardia nazionale, un moschetto, un foglio del Mondo vecchio e Mondo nuovo, o i peli sul volto, bastavano per far condannare un uomo alla morte, e immediatamente eseguivasi. Il generale della guardia nazionale, Gabriele Pepe, svillaneggiato, percosso, era tratto nella piazza della Carità, e forse l’avrebbero fucilato se non veniva in soccorso un ufficiale che lo strappò dalle mani de’ manigoldi. Altri furono finiti così; altri trovarono la morte precipitando nei pozzi, o cadendo dai tetti mentre cercavano salvarsi. Ma i baccanali più inverecondi rappresentavansi dinanzi alla Reggia. Ferdinando Borbone e la sua eccelsa consorte, venuti giù nella via, passarono la notte fra plebe e soldati, fumando e berlingando con loro al lume delle barricate che bruciavano. Stringevano a tutti la mano, profondevano nastri, croci, presenti. La superba figlia dell’arciduca Carlo, non sapeva inventare più sorrisi e lusinghevoli parole. Avversa a qualunque libertà, tanto ella aveva intronato l’orecchio al marito dell’eterno ritornello, lei avere sposato un re assoluto, non il fantoccio senza logica e senza significazione di un principe costituzionale, voler dividersi da lui, tornar subito in patria: l’aveva tanto ripetuto che infine vedevasi soddisfatta. Maria Antonietta di Francia, aveva agito sotto il dominio dei medesimi principii: ma come finì? e come finì quella Maria Carolina, regina di Napoli anch’essa? La storia è dunque muta per voi? e voi non imparerete mai nulla e nulla oblierete? Proseguite: l’avvenire che tutto giustifica e tutto legittima non è lontano.

Quella gioia plebea dei reali era però contaminata dal pensiero della propria situazione. Essi avevano dovuto scendere alla prostituzione della dignità regia per conservare ancora qualche giorno agonizzante. Dovevano trascinare un avvenire macchiato, scaduto, lordato di fango, senza prestigio alcuno, senza forza vera, senza pace, senza lieto sorriso nel fondo dell’orizzonte, senza perdono, ignari e spaventati del come quell’atto di delirio sarebbe stato accolto nel resto della nazione, e dall’Europa libera. Quella gioia officiale era un supplizio, una corona di sopra un cadavere. Temperata la prima febbre di gaudio, la vittoria li spaventava quasi. Avrebbero voluto potersi arrestare; ma una fatalità inesorabile li incalzava e diceva loro: avanti, avanti: consumate intero il calice che vi avete apprestato; vedetene il fondo. Il fermarsi era per loro la ruina: il continuare era qualche cosa di peggio ancora, era il dubbio. Ma di continuare faceva pure mestieri.

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33. Perciò egli, re Ferdinando, dovette cominciare dal sorridere ed attaccarsi a due uomini che detestava e disprezzava, detestevoli e disprezzevoli fra quanto di più immondo produceva il paese, Bozzelli e Ruggiero. L’uno ebbesi il ministero dell’interno, l’altro quello delle finanze. Lo stato di assedio fu proclamato: la camera e la guardia nazionale disciolta: una commissione di scrutinio creata: il disarmamento della città imposto: gran numero di funzionarii pubblici proscritti: gli agenti e la forza della polizia accresciuti: mandati di arresto per migliaia di cittadini scritti sulle liste e condannati da lungo tempo, segnati: l’assassinio del Saliceti ordinato e tentato, come quello del Santilli erasi già consumato. L’effetto che Napoli produceva sull’anima all’indomani è indescrivibile. La luce lieta del sole che nei giorni precedenti dilettavasi ad abbellirla, vi cadeva sbianchita, solitaria, come sull’arena del deserto dopo che il simoun vi è passato. Un popolo naturalmente gaio e fragoroso era scomparso. Lo squallore, il terrore svolazzavano per l’atmosfera e l’agghiacciavano. A tutte le finestre vedevansi sciorinati bianchi lenzuoli, il che serviva ad isfuggire più completa rovina. E quei bianchi drappi lievemente dal vento agitati, come stendardi di lutto, davano alle strade, ingombre di avanzi che bruciavano ancora, ingombre di cadaveri, di rottami di ricca mobiglia, davano un aspetto più lurido e più orrendo. Era una protesta tacita, ma mortale. Uno stuolo di plebe lacera, ignuda, scalza, avvinata, correva da per tutto, preceduta da un cencio bianco benedetto da D. Placido, il tristo Santone che parla ogni notte con San Luigi Gonzaga e con la Madonna, ed all’indomani racconta il soggetto della conversazione alla plebaglia. Questa, armata ed inanimita nel dì precedente da lui, per suo consiglio percorreva adesso le strade al solito grido di viva il re, e morte ai liberali, e recavasi alla chiesa del Gesù vecchio a cantare un Tedeum. Gruppi di soldati poi che da trionfatori percorrevano le vie: carri funebri che conducevano ai cimiteri i cadaveri dei militari e lasciavano esposti ai cani quelli dei cittadini: uomini della polizia o domestici che restituivano le armi domandate ai quartieri: qualche raro borghese che il capo giù, rasente il muro, e pallido e tremante andava a richiedere di alcuno dei suoi, cui non sapeva se ancora vivesse, perché a casa non era tornato: le botteghe o chiuse o scassinate e derubate: molti palazzi anneriti dal fumo e picchiettati di palle come un volto è butterato dal vaiuolo: qualche tristo infine, che con un fiore bianco all’occhiello dell’abito, sorridente e soddisfatto passeggiava lentamente, insultando il pubblico lutto, e distribuendo evviva ai soldati; gli elementi i più impuri in una parola esposti alla luce come i rospi che vengon fuori dopo la pioggia che infanga le vie; tale era l’aspetto della misera capitale, e tali gli uomini che ci si mostravano all’indomani della catastrofe. Al cadere del giorno quei gruppi stessi, più ebbri e più sfrenati ancora, andavan cantando, ed imponevano minacciosi ai cittadini d’illuminare le finestre. Qualcuno cesse alla paura ed obbedì: ma i più sfidarono il pericolo, e non lordarono il pubblico dolore con la manifestazione di un gaudio, che da ogni anima onesta e pietosa era lontano. Il re la mattina aveva percorso a cavallo i quartieri del popolo, in mezzo dei suoi soldati, come un trionfatore che va al Campidoglio, ed aveva dispensati doni, sorrisi, e strette di mano. La sera non ebbe il pudore d’impedire che la sua magione fosse illuminata. I deputati potettero in parte uscire dalla città e ritornare in provincia: parte, uniti ad un gran numero di cittadini, cercarono asilo su i vascelli francesi, e l’ebbero. L’ammiraglio Baudin che non aveva voluto arrestare il delitto, ed aveva anzi contenuto il fremito dell’equipaggio, il quale ardeva difendere i compatriotti ed i democratici napolitani, l’ammiraglio Baudin sentì i danni ed il dolore dei vinti e cercò alleviarli. Lo stesso Levraud che in sua casa aveva ricoverati molti liberali, si studiò del pari a salvarli e gli accompagnò di persona alle navi. Dopo di che parte di coloro erano condotti a Malta ed altri a Civitavecchia. Levraud intanto accusato contemporaneamente da Baudin e dal re di Napoli, denunziato per mezzo di Winspeare di aver favorita la rivoluzione, fu dal ministro Bastide vigliaccamente abbandonato, sì che il Levraud presentò la sua dimissione e si ritirò, lasciando carissima memoria di sé alle famiglie di coloro che aveva salvi, ai francesi che trovavansi in Napoli ed a tutti quelli che sentono amor di patria e di libertà.

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34. Il re ed il suo governo, che per quel fatto avevano compiutamente rotto con la nuova Italia e con i principii nuovi, vollero consacrarne la scissione nella maniera la più impudente. La prima deliberazione del nuovo ministero fu quella di richiamare la flotta dalle acque venete, ed il corpo di spedizione già prossimo a passare il Po ed entrare in campagna. Un commissario con gli ordini del re fu inviato a Bologna. Io non entro nei particolari di questo tradimento perché sarà questo un episodio della storia di Venezia, che il general Pepe scrive: lascio a lui raccontarla. Solamente accenno che la sensazione della catastrofe del 15 maggio era stata grave nell’esercito: che dei partiti vi si erano formati: che il dolore e l’esecrazione fu quasi unanime. Se un generale che avesse avuta la fede intera di quella gente, degli uffiziali come dei soldati, fosse stato lì a comandarli, e loro avesse proposto passare incontanente sul terreno nemico, lo ripeto, e mi sento quasi la forza di asseverarlo, nessuno o pochissimi sarebbonsi rifiutati. Guglielmo Pepe non potette riunire che pochi generosi, da lunghi anni preparati a libertà, ed alla religione d’Italia devoti anche prima di conoscerlo. La massa aveva bisogno di essere riscaldata, anzi iniziata nel sacramento della libertà e dell’indipendenza italiana: la massa aveva bisogno di udire una parola persuasiva, affettuosa, amica; trovò freddezza, e se non orgoglio, la riservatezza di uno straniero. Molti amor proprii erano stati gualciti, molte delicatezze obliate. Quei soldati avvezzi al suono della voce del re come un cane a quella del padrone, temperati ad una natura novella con i principii dell’obbedienza cieca ai capi, ignari perfino che innanzi al dovere del soldato sta il diritto del cittadino, e che sopra il tristo villaggio natale, come una cattedrale superba, si eleva l’Italia; quei soldati furono sedotti dagli uffiziali. A costoro, in nome del re, larghe promesse facevansi dal commissario che li andava a chiamare. Ed essi, che erano in un numero maggiore, toccarono una corda la quale doveva avere un’eco infallibile nel cuore del soldato, quella di rientrare nella patria a vedere amici e parenti, di ritornare alla vita accostumata, ai luoghi già noti, agli aspetti più cari. I soldati cedettero: cedettero perché essi non conoscevano quella ignota dell’Italia cui sentivano per la prima volta nominare, ma conoscevano troppo la patria, assuefatti a considerarla nel proprio paesello sotto il proprio campanile: cedettero, perché le parole libertà e indipendenza per essi non avevano senso, mentre erano accostumati alla fascinazione di quest’altre: il re lo vuole: cedettero perché le soavità della gloria erano un solletico impossente per chi avevano abituato a concentrare la delizia ed il dolore nell’ubbriachezza e nella fustigazione. Chi dunque non li perdonerebbe? Ma chi perdonerebbe ad uffiziali infami i quali in faccia al nemico che li provoca, voltano le spalle, e preferiscono di correre a consumare la guerra civile? I loro nomi sono noti, e basta. Sotto l’atmosfera dell’infamia si vive sì, ma si vive come una pianta del tropico sotto i poli, come sotto una campana pneumatica. Il colonnello Lahalle lo sentì, ed invece di obbedire a Ferdinando si bruciò le cervella. Il general Pepe rinnovellò bravamente la risposta del visconte Dorte a Carlo IX e passò il Po. I pochi che lo seguirono hanno nobilmente rilevato l’onore della nazione. Il resto della spedizione ritornò accompagnato dalle maledizioni, dall’esecrazione, e dall’ingiuria di tutte le terre che attraversò: e ritornò a tempo per coronare la sua vergogna nella lotta cittadina che si era impegnata. L’ammiraglio de Cosa ritornò anch’esso dall’Adriatico e vane furono per arrestarlo e le rimostranze e le preghiere e le disdegnose proteste del Leopardi, che inviato a Torino plenipotenziario, ebbe onta di essere l’organo d’impuro e scellerato governo, e volse l’animo invece a persuadere la spedizione di italianamente condursi.

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35. La novella del 15 maggio arrivò nelle provincie come la scintilla sulla polvere. Fu un immenso grido unanime d’indignazione e di vendetta. I Comitati, che in quasi tutti i paesi si erano formati, provvidero immediatamente. La nazione fu dichiarata tradita: le armi si approntarono, e la proposta di vendicar Napoli fu accolta da tutti. Ariano levò la prima lo stendardo di guerra. Vito Porcari, che da due mesi solamente era uscito dalle galere, dove per molti anni aveva espiati i suoi principii liberali, e dove adesso, in compagnia del suo compatriota Miranda, geme di nuovo, fatti prigionieri in Calabria; Porcari e Miranda proclamarono un governo rivoluzionario e cacciarono via i funzionarii regii. I danari pubblici furono confiscati: le guardie nazionali della città e del contado chiamate sotto le armi: di marciar sopra Napoli erasi deliberato. Foggia doveva concorrere e fare altrettanto. Ma avendo Foggia traballato perché tradita dal presidente del suo Comitato, essendo sopravvenute sollecitamente forze regie, di gran lunga superiori alle loro, i sollevati furono vinti, ed Ariano messa in istato d’assedio. Negli Abruzzi comandava Mariano d’Ayala, giovane intemerato, soldato eccellente e capace, di animo libero, ma irresoluto. Penetrato dello spirito d’impotenza dell’antico Comitato centrale di Napoli, di cui faceva parte, conservò l’infezione del quietismo politico; e preferì perciò anche allora il metodo aspettativo. L’entusiasmo de’ liberali in vero assai poco attivo, si agghiadò affatto e la reazione al colpo di stato guadagnò terreno. Vivamente scongiurato di sollevare la bandiera della guerra da un giovane, la cui vita è una cospirazione permanente contro la famiglia borbonica e la monarchia, per ogni modo provocato, d’Ayala titubò, vacillò, non propose nulla di efficace e di pronunziato, restò puro, restò liberale e libero, ma venne meno alla missione di rivoluzionario.

Giovanni Avossa e gli altri deputati della provincia di Salerno, rivenuti in patria, accettarono lo stendardo che i cittadini inalzarono. Ma immediatamente una grossa mano di truppa occupava la città, la quale, alle porte di Napoli, poteva farsi centro della sollevazione e darle un grande impulso. La sollevazione in effetti fu soffocata in Salerno, ma nella provincia divampò, ed il Cilento, quel Suli della nazione, fedelmente rispose: ho detto il Suli e debbo soggiungere l’Irlanda. Indomito come quello, affamato come questa, il Cilento è una protesta continua e vivente; ed al pari dell’Irlanda porta forse chiuso in seno un avvenire. La provincia di Salerno non potendo annodarsi alla sua capitale, tenuta alla musoliera da molte migliaia di soldati, si rivolse alla Basilicata.

Questa provincia torpida ed infingarda aveva adesso risposto risolutamente. Ed è d’uopo dirlo: essa avrebbe forse salvate le sorti del paese, se un ribaldo non si fosse costituito presidente del Comitato. Un tal Vincenzo d’Errico, uomo nella vita pubblica vassallo e claqueur di tutti i poteri, vendette la rivoluzione e la fece abortire. La Basilicata è centro di molte provincie: montuosa, inaccessibile, di tutto provveduta, avrebbe potuto lungamente resistere, e prestarsi ad una guerra sicura, alla guerra mortale di Garibaldi. Le provincie che l’attorniano tutte in rivolta, avevano mandati delegati per organizzare insieme una tal guerra, e spingerla in comune. Un simulacro di parlamento fu riunito: le condizioni del paese ponderatamente esaminate. Nessuno dei torti del governo dimenticossi, nessuno se ne perdonò. Il delitto di aver uccisa la sovranità nazionale fu constatato. La conseguenza logica, legittima, legale di quell’atto di accusa sarebbe stato dichiarare la decadenza di re Ferdinando. La risposta al colpo di stato consumato dalla corte era ordinare la leva in massa, e marciar sopra Napoli, che avidamente fissava gli occhi sulle provincie e sperava di là il suo Messia. Non fu fatto nulla di ciò. Si scrisse un memorandum in cui tutte le scelleratezze si domandavano espiate dal nuovo ministero, e tutti i voti si concentravano a vederlo sostituito da un altro più liberale: si domandava l’attuazione del programma del ministero Troya; e si proclamava illegale lo scioglimento della Camera. Con un proclama si ordinava poi alle guardie nazionali di prendere le armi e provvedersi di munizioni: con un altro ordine se ne chiamava a Potenza un contingente. Tutte queste inezie incontrarono poco.

L’indeterminazione, la paura di troppo inoltrarsi, la coscienza della propria nullità trasparivano ad ogni linea, ad ogni parola di quegli atti. Niente di sicuro, di forte, di rivoluzionario. Valeva la pena di far tanto strepito per domandare un cangiamento di ministero e nulla più? Bisognava agitarsi tanto per sottomettere al placet dell’Alì Tebelen di Napoli un umile voto? I danari mancavano; e non si ardì neppure impadronirsi della cassa del ricevitore generale, ove chiudevansi meglio di quarantamila ducati. Mancavano le armi, e non si osò neppure ordinare una perquisizione al domicilio di coloro i quali avevano favorite le collere del re. Mancavano le munizioni da guerra, e non si pensò neppure ad incoraggiare le moltissime fabbriche di polvere di contrabando, che da lungo tempo nella provincia esistevano. Si sollecitava la simpatia delle masse, e non si colpì d’interdizione nessuna delle imposte, nessuna se ne minorò. Si volevano impegnare nella rivolta gli uomini più capaci e probi ed alla testa del Comitato s’installava un presidente ed un vicepresidente d’incapacità ed immoralità per niuno misteriose. S’inalberava uno stendardo di sollevazione, ma questo stendardo non aveva colore alcuno, non additava alcun principio. Tanto lusso di sciocchezze disgustò parecchi dei delegati i quali altamente protestarono: ma le loro proteste furono impotenti. Il d’Errico, cui tra le altre cose per mezzo di un Ferrara, era stato promesso dal Bozzelli la carica di consigliere di Stato, il d’Errico concertava la rivoluzione coll’intendente della provincia e col capitano della gendarmeria. Il governo, veduto l’incendio e imminente ed inevitabile, volle dare almeno la direzione del movimento ad uomini da lui provati per lunga esperienza; e la sollevazione non ebbe più per iscopo di rovesciare un potere improbo ed infedele, ma di far manifestare i generosi che lo combattevano. Giovanni Cozzoli da Molfetta, che nobilmente e coscienziosamente agiva, con i prodotti del contrabando aveva fatti armamenti imponenti. Fucili in grandissima copia, cannoni, munizioni, provvigioni d’ogni maniera, nulla aveva obliato per dare alla dichiarazione delle ostilità quella grandezza e quella fede, che debbe trovarsi nella collera di un popolo oltraggiato che domanda ragione del torto, e lo vendica. Una parte di artiglieria fu offerta e mandata a Potenza: munizioni e fucili erano pronti. Più migliaia di uomini delle provincie di Bari e di Lecce stavano sulle mosse. Da quelle di Basilicata e di Salerno già forti drappelli di guardia nazionale recavansi a Potenza, perché molti bravi avevan preso le cose sul serio. Un battaglione di cacciatori, che era nella città, fraternizzava col popolo. Diecissette sotto uffiziali avevan segnata con entusiasmo la nobile professione di fede scritta da Eugenio Quercia, e si erano messi a disposizione del Comitato. Parte di questi disgraziati furono poscia fucilati a Nocera, parte emigrarono. I paesi albanesi ardevano: altri paeselli, i più miseri e dimenticati della provincia, facevano sforzi miracolosi. A proprie spese si armavano, si provvedevano di viveri per un mese, e si mettevano in marcia i primi. Ah! perché la tristizia dei tempi non mi permette di registrare qui i nomi di tutte le anime nobili, che in quei giorni febbrili tanto bene meritarono della patria! Se cedessi alla tentazione, la corona di gloria sarebbe corona di martirio; e chi sa quanti di loro, adesso che io scrivo, sul gelido terreno della prigione rammentano il magnanimo slancio e leniscono le attuali torture con le speranze dell’avvenire! Nonpertanto, malgrado la preveggenza del partito della polizia, la rivolta acquistava proporzioni imponenti. Ciò spaventolli: ed ordini della corte arrivarono, soffocare incontanente le fiamme. Il d’Errico non rinculò.

Il Comitato dei delegati delle cinque provincie si era radunato per discutere sul piano della campagna che andavasi a cominciare, e scegliere il capo. La seduta principiava, allorché il presidente prende la parola e dichiara sciolto il Comitato, sciolte le masse armate che nella città agglomeravansi. Un grido unanime, un grido terribile scoppiò allora nella sala: e la parola traditore, mista ad imprecazioni e minacce, fu la sola che si udì. Il d’Errico profitta della confusione, e si salva per correre a toccare dal capitano della gendarmeria la paga del tradimento. Al tafferuglio, nel Comitato, successe il timor panico. Si credettero tutti venduti; e qualcuno della polizia, come il Ricotta, lo Scafarelli, il Manfredi, e sopra tutti tristissimo e vituperatissimo il Branca, mischiati nella folla annunziarono che forte corpo di truppa marciava già sulla città per prenderli nella trappola. La natura delle masse non organizzate è quella di subire l’influenza di tutte le passioni, e barcollare ad ogni vento. Il Comitato poteva bene scegliere un altro presidente, mandare emissarii per assicurare se la soldatesca si approssimasse davvero, spingere arditamente e sopra basi più vaste e più giuste l’opera intrapresa. Ma i delegati delle altre provincie, poco sicuri della lealtà della Basilicata, la considerarono solidale nell’iniquità dell’impura creatura che si era creato capo del Comitato, si credettero traditi, si credettero perduti, e loro tardò ritirare il piede da una cloaca, sulla quale la benedizione della libertà era caduta come sopra ad una carogna. Onta a te Potenza, onta eterna! Sulla tua fronte non potrà trovar luogo altro stigmata fuori di quello di fedele che ti hai meritato da Ferdinando Borbone; e questo stigmata, come il bubone della peste, uccide. Le guardie nazionali, che quivi da parecchi siti erano accorse, ritornarono fremebonde ai focolari nativi. Agitazione, propositi di vendetta, maledizione, ogni specie di bestemmia fu scagliata sulla città perfida, che per la sua indolenza si assimilava al perfido uomo, il quale aveva tronca la testa alla rivolta. Ma tutte le angosce, tutte le convulsioni e le determinazioni parziali languirono. Le altre provincie diffidarono, subirono la paralisi dell’isolamento. L’una cominciò a sperare nell’altra; nessuna volle risolutamente pigliare l’iniziativa: la collera si calmò: il primo bollore s’intiepidì. Allora la riflessione assunse le redini dell’azione, ed impose silenzio al cuore: il calcolo prevalse sull’affetto; la letargia invase la vita, e, se non l’estinse, l’agghiadò. Ma non l’agghiadò già nel Cilento, dove due settimane di poi le rivolture cominciarono novellamente, sotto l’impulso del Pessolani e del Caputi: non l’agghiadò nelle Calabrie, dove l’ira contro la monarchia può sonnacchiare talvolta, morire non mai.

* *

36. Le Calabrie non avevano certo fatto difetto all’appello alla vendetta che, pronunziato nella Camera dei deputati, aveva percorsa da un capo all’altro la nazione tutta intera. Però le Calabrie sembravano stanche, e forse tanti esempi anteriori, in cui la loro voce di disperazione non aveva destato alcun’eco, le avevano fatte caute giustamente. Esse risposero al cartello di sfida del governo, ma debolmente e quasi sotto voce. Il barone Marsico uomo leale, ma di poche risorse e di niuna energia, formulò la protesta, con cui esecravasi il colpo di Stato del 15 maggio, e fu dichiarato capo di un Comitato che assumeva il governo. Questo Comitato, composto di elementi eterogenei e non rivoluzionarii, aveva ceduto alle prime impressioni e si era lasciato dominare dalle emozioni che le novelle di Napoli, fatte segnalare per telegrafo dalla guardia nazionale di Salerno il 16 maggio, avevano in loro destate. Ma rassicurato dal Bozzelli, il quale in nome del re prometteva l’inviolabilità della costituzione e la prossima riconvocazione delle Camere, non avendo coscienza delle proprie forze, non principii, non convinzione della sovranità del popolo e quindi della grandezza dell’attentato che fatto le si era, vacillò subitamente, si confuse, si smarrì nella procedura e moriva d’inazione, allorché giunsero in Cosenza Mileto, Torregiani e Ricciardi. Questo crociato infaticabile della libertà, che la rivoluzione ha trovato sempre sulla breccia e sempre alle prime file, era partito di Napoli con un eletto numero di deputati calabresi. L’ammiraglio Baudin con un vapore inviato espressamente li aveva fatti condurre a Malta: una barca da pescatori li condusse a Messina, e da Messina in Calabria. Il piano della rivoluzione era stato ratificato a Catanzaro. Dovea essere contemporanea, doveva essere decisiva e senza ambiguità. Il potere esecutivo aveva violato la sovranità nazionale nella sua capitale e nei suoi rappresentanti: la sovranità nazionale gli ritirava il mandato e lo dichiarava decaduto. Ricciardi, preceduto da bella fama, giunse in Cosenza. Egli, Morelli, Stocco ed Eugenio de Riso avevano avviate le cose di Catanzaro, dove erasi alla perfine, dopo un comizio di popolo tenuto nella cattedrale, creato un Comitato, o Governo provvisorio cui il barone Marsico presiedeva, ed in cui erasi pure lasciato un tal Giovanni Maringola affiliato di polizia che con Gregorio Ferrara capitanavano la reazione. La voce se ne sparse in Cosenza, i cittadini più determinati recaronsi a Ricciardi, e tutti insieme al palazzo dell’intendenza dove il papaverico Comitato si adunava incontanente. Il Ricciardi, secondato da Mauro e Musolino, ragionò dello spirito pubblico di Catanzaro e Reggio; parlò dell’imminenza, della giustizia, della necessità della rivolta. L’uditorio fu compreso da subita fiamma, le speranze ridestaronsi, il cuore crebbe, la vita ricircolò. Poscia il Ricciardi si faceva ai balconi della sala ed aringava l’immenso popolo, che concitato ed avido di novelle quivi era accorso. La rivoluzione era consumata. Una voce sola era partita da quella massa: morte a Ferdinando Borbone! un sol voto prevalse in quel consiglio: il governo provvisorio. Il governo provvisorio fu annunziato immediatamente; fu scelto, fu proclamato ed eletto a presidente Ricciardi, che al popolo lo annunziò. Un grido di gioia, un plauso universale accolse la novella. Più tardi un proclama invitava i deputati colpiti dal fulmine del 15 maggio a recarsi a Cosenza pel 15 giugno onde decidere sulla forma di governo che doveva assumersi. Non che Ricciardi avesse simpatizzato per altro che per la repubblica, non avendo giammai avuto altra fede politica; ma volle declinare ogni responsabilità e credette prudente blandire le altrui opinioni onde far convergere le simpatie sulla bandiera che aveva innalzata e dissipare le paure che destava Mauro reputato socialista, anzi comunista. Questi infatti, giungendo in Cosenza con Benedetto Musolino, aveva, si può dire, incoata la rivoluzione, ne aveva significata la legalità, lo spirito. Ma le teorie essendo sospette, come di fieri democratici, non furono gradite malgrado le moderazioni con cui le esponevano. Ad ogni modo, benché nulla si specificasse, benché non si parlasse né di costituzione, né di repubblica, benché s’indugiasse sul resto, sopra un punto tutti si accordarono e ne formarono nucleo dell’opera, l’incompatibilità e la proscrizione della casa dei Borboni. Non fu dunque la mancanza definitiva di principio che fece naufragare la rivoluzione fomentata dal Ricciardi, come le altre erano naufragate, ma l’indecisione, l’inabilità, la paura di avanzar troppo, di demolir troppo, di violentar troppi interessi e troppi pregiudizii, il desiderio di contentar tutti, di non offendere alcuna convenienza, alcuna personalità nel tempo stesso che se ne rispettavano poche; quello spirito di eccletismo insomma, quella fatalità di transigere che in generale aveva sterilito il movimento del 1848. Ricciardi comprendeva la rivoluzione, ma non era rivoluzionario. Il rivoluzionario è simile ad una macchina a vapore che si addossa alla rotaia, e datavi l’impulsione, corre, e vola. Peggio per chi si trova sul suo cammino! n’è maciullato. Egli obbedisce ad una legge inflessibile che non si è fatta, che non può cangiare, che non si può dominare: deve toccare la meta a traverso tutto; e tutto deve piegare innanzi al suo passaggio divoratore, o spezzarsi. Il rivoluzionario, per tacere dei più remoti, è Robespierre, è Napoleone, è Proudhon: questa grande trinità di ardire, di forza e di ragione che ha presa la società nel suo pugno, le ha dato lo slancio, ed ha detto: cammina. Ricciardi si perdette in una burocrazia insignificante: oltraggiò molti amor proprii trinciando da dittatore: confidò troppo in sé: ebbe la debolezza di volere incarnare nella sua persona tutta la rivoluzione, compendiarla dal principe all’usciere. Quindi molta ostinazione dal suo lato, molte gelosie dal lato dei rivoluzionarii calabresi. Il Comitato fu eclissato. Tutte le determinazioni erano prese da lui solamente: niuno era ascoltato: il segreto elevato a sistema. Le cose cominciarono perciò a zoppicare e ben presto intristirono affatto. Reggio non dette segni di vita, il Comitato di Catanzaro lasciò in piedi l’amministrazione regia nel tempo stesso che figurava esso da governo provvisorio; e l’intendente, il comandante della provincia, il procurator generale e gli altri funzionarii del re spionavano le sue operazioni ed al governo di costui comunicavanle. Intanto per tenere in riguardo Nunziante accantonato in Monteleone si mobilizzavano le guardie nazionali, e sotto il comando di Stocco da Nicastro meglio di seimila se ne accampavano tra Maida, Luninga e Filadelfia. E perché Stocco si confessò inabile alle cose di guerra, gli si aggiunse un tal Giovanni Griffo tenente in ritiro e uomo scelleratissimo che poi li tradì. Giovanni Mosciari bravo e speditivo s’installò a Paola per impedire uno sbarco di soldatesca: Mauro si concentrò a Campotenese per gustare del comando e nulla comandare; e quarto giungeva bentosto Ribotti con i siciliani, per condurli a passeggiare da Spezzano Albanese a Cassano sotto il cannocchiale del generale Busacca, che si ubbriacava a Castrovillari. Il pensiero di unificazione era mancato; e fu davvero una sventura, perché la rivoluzione aveva pigliate dimensioni nobili e grandiose.

Per assicurare l’esito, il parlamento siciliano aveva levato un corpo di ottocento uomini che, sotto la condotta del colonnello Ribotti piemontese, il quale si era battuto in Ispagna nelle file di Don Carlos, doveva passare il Faro e recarsi in Calabria. Molti giovani distinti e delle primarie famiglie, vaghi di fama, si erano arrolati in quel corpo. Un manipolo di artiglieri governava sei pezzi di campagna. La spedizione si raccolse in parte a Messina, desiderando toccar Reggio o Scilla, ed entrar presto in azione. Ma i vapori da guerra, che percorrevano la spiaggia, attraversarono tale disegno. Da un battello siciliano, il Giglio delle Onde, fummo condotti a Melazzo, e quivi, raggiunti quelli che venivano da Palermo, ci imbarcammo sul Vesuvio per cercare di approdare a Paola. Si partì la sera. All’indomani, al rompere dell’alba, già vedevamo le coste calabresi, e già prorompevamo in gridi di gioia; allorché, al levarsi dell’aurora, due punti neri apparvero sull’orizzonte. Il vapore rallentò il cammino. Quei due punti s’ingrandivano, s’ingrandivano sempre più, si approssimavano, e bentosto, come qualche cosa che velava la porpora pura dell’aurora, si spiegava nell’aria. Allora non si dubitò più. Erano due vapori da guerra napolitani che ci venivano su, e che prendevano il largo per tagliarci la strada e chiuderci in mezzo. Il capitano Castiglia si accorse del pericolo, lo rivelò, e, senza metter tempo in mezzo, rivolse la prua e si tornò indietro. Ci arrestammo nelle vicinanze di Stromboli. Senza acqua, senza pane, stivati come acciughe, con un calore soffocante, in vista ad una montagna bruciata, deserta, brulla, toccata dal dito della morte, senza segno di vegetazione, inabitata, si passò una giornata di supplizio. Sul fare della sera una specie di burrasca cominciò. Allora qualcuno cominciò a favellare di ritorno; ed in fatti tra le imprecazioni di tutti, parecchi palermitani, incitati da un tal Bruno, ritiraronsi sul Giglio delle Onde ed immediatamente partirono. Se la tempesta fosse durata, forse noi pure li avremmo raggiunti per cercare ricovero a Melazzo. Ma venuta la notte, la tempesta si calmò: si partì immediatamente, e dopo poche ore eravamo innanzi a Paola. I siciliani non vollero avventurarsi a discendere perché niun concerto erasi preso con quei di Cosenza, perché nulla sapevasi dello stato di Paola. Due uffiziali siciliani e due napoletani andammo ad esplorare. E l’alba cominciava già a spuntare, quando tutto il corpo della spedizione con bagagli, munizioni, vetture e cannoni era a terra, accolto da applausi frenetici di gioia. Due vapori da guerra napolitani giungevano allora; ma il Vesuvio, sotto i loro sguardi, prese il largo e tornò in Sicilia.

Io dovrei qui chiudere questo racconto, perché non mai più storpia cosa fu partorita da più imponente apparato. Ma perché il passato è per i popoli un’eredità di sapienza, di cui debbono render conto, proseguo ed arrossisco.

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37. Accendere una rivoluzione è facil cosa. La rivoluzione è una poesia grandiosa, un poema in azione: e basta l’entusiasmo per darle la vita. La scienza difficile è organizzarla, incarnarla, immedesimarla alla società; in una parola, la scienza difficile è consumarla in tutte le conseguenze logiche del suo principio. Per ciò fare non basta l’ingegno e l’anima, ci vuole il genio: non bastano Mazzini e Kossuth, ci vogliono Bem e Garibaldi. La vita sociale entra in un’atmosfera straordinaria: le regole consuete quindi, se non sono irrazionali, sono inefficaci. Nelle rivoluzioni la regina della festa è la temerità. Guai a chi parla di transazione: guai a chi delira conciliazione! Queste due malattie dell’anima e della società diventano allora mortali. Se vi arrestate un istante solo nella corsa per respirare, l’antagonista vi passa sul corpo e vi schiaccia. Quale era la situazione di Calabria nel giugno 1848? Quattro corpi di soldatesca occuparono Reggio, Monteleone, Castrovillari e Rotonda. Gli uomini della rivoluzione allogarono loro di fronte quattro corpi di milizia cittadina. I generali del Borbone non si mossero, e lasciarono fare, perché essi sapevano che la stagione delle messi approssimava, e quegli uomini non potevano restare lì a soffrire tutti i disagi della guerra, a cui non erano usi, mentre le biade deperivano. Lasciarono fare, perché essi sapevano il tesoro dei Comitati non essere pingue, e che fra breve non potendo più pagare le masse, le quali ne abbisognavano per alimentarsi, esse si sarebbero o sciolte affatto, o assottigliate di molto. Lasciarono fare, perché vedevano la rivoluzione non organizzata a dovere: perché sapevano che, mentre Cosenza e Catanzaro inalberavano bandiera di guerra, Reggio nicchiava, titubava: perché conoscevano che tra i Comitati delle tre provincie non vi era comunità d’idee, contemporaneità, intelligenza, operando ciascuno nella sua sfera e da sé: perché vedevano la provincia stessa di Cosenza, la più pronunziata, divisa in tre campi. Lasciarono fare perché essi travagliavano di soppiatto a minare il partito rivoluzionario, comprarlo, atterrirlo, lusingarlo, ed in tutti i casi smembrarlo o metterlo sulle uggie: perché essi aspettavano rinforzi da Napoli, ed i vapori da guerra trafficavano incessanti a portarli: perché essi speravano profittare di qualcuno degli incidenti impreveduti, di cui i tempi di torbidi civili sono spesso fertili: perché la storia aveva loro insegnato che la pazienza e la disciplina non sono la virtù delle masse armate; che esse si scoraggiano presto, si demoralizzano nella inazione, si corrucciano per noia; che se esse possono ben sostenere una battaglia e vincerla, non mai uscirono vittoriose da una campagna. Qualcuno consigliò al Comitato di Cosenza, quando i siciliani giunsero colà, intendersela con quelli di Catanzaro ed inviar loro i rinforzi venuti di Sicilia; attaccare senza perdere istante il corpo di Nunziante; riunire quelli di Paola a quelli di Campotenese e piombare addosso sia a Ducarne che teneva Rotonda, sia a Busacca che chiudevasi in Castrovillari; esser meglio morir per apoplessia con una disfatta, che consumarsi come un tisico nell’inazione: una vittoria decidere della rivoluzione. Sacco, mandato dal campo di Monteleone, parlò nei medesimi sensi. Ma niente di tutto questo fu fatto; e la colpa non debbesi tutta attribuire a Ricciardi. Ribotti che conduceva i siciliani era sospettato di equivoche intenzioni. Andando ad incorporarsi con le squadre di Catanzaro, era sorvegliato, era dipendente. Egli aveva bisogno di far da sé. Rifiutò netto; e fuvvi un momento che parlossi pure di tornare indietro. Si mandò dunque ad affrontare Busacca. Il quartiere si stabilì a Spezzano Albanese, a dieci miglia da Castrovillari. Là le trattative tra Busacca e Ribotti principiarono; e principiarono con tanta impudenza da convalidare i sospetti. Eravamo in faccia al nemico; ma non perciò si mettevano dei posti avanzati, o delle sentinelle per gridare l’allarme in caso di sorpresa. Non si dava santo: non si teneva alcun consiglio: le armi erano chiuse in un magazzino senza custodia: ciascuno andava a coricarsi spensierato: tutti erano sparpagliati: qualcuno, che mostrò diffidenza, fu allontanato. Se Busacca avesse fatta una sortita di notte ci avrebbe sgozzati nel sonno tutti. Ma Busacca era sicuro del fatto suo. E quasi questo inverecondo procedere fosse stato poco, qualche giorno da poi si sloggiava dal quartiere alquanto sicuro di Spezzano, per andarsi a seppellire in Cassano dove l’aria micidiale avrebbe consumata la guerra. A Campotenese era peggio.

Domenico Mauro, poeta eccellente, ma spirito altero ed ombroso, non potendo dominare in luogo del Ricciardi, e geloso della supremazia di costui, si era allontanato, e come Commissario civile aveva traslocata la sede dell’imperio a Campotenese. Mileto aveva quivi il comando militare: ma egli passava interi i suoi giorni ad altercarsi col suo segretario; e, se lo avessero lasciato fare, avrebbe ordinata la fucilazione della metà del campo per mantenere la disciplina nell’altra metà. Requie all’uomo onesto e coraggioso! Tradito di poi vilmente, fu messo a pezzi dai regii, ed il suo capo mandato in dono al pio re. Per lo che Mauro, che non comprendeva nulla di militare, si compiaceva a compararsi agli eroi di Omero, e beavasi di dormire sotto il cielo stellato, in fortini che i briganti, a foggia delle costruzioni ciclopiche, avevan quivi innalzati. Ed in vero ho bisogno anch’io d’impormi tutta la severità della storia, per non cedere al sovvenire seducente che mi dipinge i cinque o sei giorni passati in quel campo. Le scene dell’Ivanhoe, le tele di Salvator Rosa, le pagine brucianti di Schiller mi rivenivano alla mente incessanti. La guerra civile scompariva dagli occhi miei in faccia ad un paesaggio sì bello e sì vario. Io credea rammentarmi di una vita anteriore, di una vita in secoli da lungo tempo obliati. Forse era una reminiscenza di Esiodo o della Bibbia, forse nella trasmigrazione dei tempi l’anima mia non si era del tutto spogliata. Chi lo sa? Io era felice di coricare sulla terra nuda, di appoggiare il mio capo ad una pietra, dove pochi anni prima due uomini proscritti dal convito sociale l’avevano poggiata senza potervi dormire. Io era felice di salutare il lento tremular delle stelle con l’ultimo sguardo, con lo sguardo che s’immergeva e si perdeva nelle oscure regioni del sonno. Io mi sentiva al cospetto di Dio: io mi coricava sotto il padiglione gemmato della notte come sotto lo sguardo sorriso di una madre. E qualcuno di quegli uomini, che pochi giorni innanzi ci avrebbero fatto paura o ribrezzo, che forse in un angolo di foresta ci avrebbero detto: la borsa o la vita, che si vedevano separati dal mondo da una zona di sangue; quegli uomini erano a noi vicini, custodivano il nostro riposo, pronti alla morte del domani come ad una festa. Poi gli allarmi incessanti che tenevano desta l’anima sul pendio di ingolfarsi nella contemplazione dei misteri della natura. Poi quella varietà bizzarra di fisonomie forti, angolose, eloquenti; quel dolce mormorio della lingua albanese, che era una rivelazione della non compiuta decadenza di un popolo, il quale aveva conservato ancora ciò che vi ha di più vitale, la favella de’ grandi antenati. Poi quell’eccitazione perenne di novelle, di progetti, di atti di amore alla libertà, di divozione, di subite avvisaglie; e quella vista eloquente di alcuni frati e di alcuni preti, i quali avevan dato l’ultimo bacio al Cristo, il redentore morale, per venire a maneggiare il fucile, il redentore politico. Mauro non aveva torto di esaltarsi, d’inebbriarsi di poesia. Ah! perché dovemmo svegliarci così bruscamente! Si propose intanto a Mileto istantemente di far guardare Mormanno, perché di quivi solamente potevasi esser sorpresi da quei di Ducarne, che avevamo di fronte, a tiro di fucile, dall’altra parte del ponte che chiude le gole di Campotenese; Mauro si oppose ostinato, adducendo aversi poco più di mille uomini, per guardare un passo di monti di sole alquante spanne. Si propose di fare una uscita notturna e di sorprendere Ducarne in Rotonda. De Simone assumeva la condotta della sortita, e ne garantiva il successo con i suoi bravi albanesi. Mauro si oppose e temperò la fiacchezza con la prudenza, l’inabilità col dubbio; e gittò su Ricciardi la responsabilità dell’inazione. In effetti le munizioni sovrabbondavano a Cosenza, mancavano al campo. Questo cumulo di pretensioni, d’inezie e di tradimenti produsse il suo frutto e presto. Una notte Eugenio de Riso arriva al campo mentre tutti dormivano, e s’introduce nella tenda di Agamennone. Questo eccellente giovane era partito da Monteleone per riscaldare Ricciardi, attiepidito e perduto nel laberinto della segreteria. I rivoluzionarii di Catanzaro insistevano fieramente di finirla in un modo qualunque, perché eglino non potevano tener oltre. Domandavano di risolverla con Busacca, onde avere rinforzi ed attaccar Nunziante, a loro di gran lunga superiore ed in numero ed in qualità di armi. Ricciardi che non comprendeva più nulla, e nulla più poteva sul comandante siciliano, accompagnò il De Riso al colonnello Longo, e diresse entrambi al Ribotti onde rompere gli indugi e pigliare una determinazione. Giunta questa deputazione a Cassano, i siciliani, che ardevano anche essi di battersi, scossero la pigrizia del Ribotti, e si conchiuse che al doman l’altro eglino avrebbero attaccato Castrovillari da un lato, e che una squadra, partita da Campotenese, lo avrebbe attaccato dall’altro. De Riso portò al campo questo accordo, e la notte stessa, un corpo di tre in quattrocento uomini, condotti da Mileto, s’incamminò alla volta di Castrovillari. L’attacco doveva cominciare a quattro ore dopo l’alba. I calabresi, a poca distanza dalla città, speravano omai sentire le artiglierie siciliane, perché essi giungevano alla posta all’ora convenuta. Mileto, al solito, non aveva presa alcuna precauzione. Si marciava senza avanguardia ed in disordine, si avanzava temerariamente. Ma ecco, che in luogo di udire il cannoneggiare siculo, si sentono attacchi dal nemico, il quale, appiattato sotto i pampani delle vigne ed in grosso numero, li accoglie a fucilate. Ribotti non si era mosso da Cassano: ma Busacca aveva tutto saputo e preparate accoglienze oneste a coloro che giungevano da Campotenese.

Questi, così sorpresi, vacillarono un istante e si sgominarono. Ma poscia rannodati, e sopra tutto gli albanesi fatto un nucleo sul pendio di un monticello, cominciarono a rispondere al fuoco, e non un colpo dei loro fu invano tirato. Mileto scomparve. La zuffa durò per due ore. I soldati infine stanati dagli aguati e decimati, non potendo mostrare un membro senza averlo fracassato da una palla, ventre a terra strisciarono pel vigneto, e quando furono fuori la portata dei colpi, a galoppo serrato si ricoverarono nella città. I calabresi ritornarono a Campotenese, ma in minor numero, essendo stati abbandonati dai vigliacchi di Morano, che ai primi colpi se la sfumarono. Noi avevamo avuto un prigioniero ed un ferito, Tommaso Pace albanese, il quale passeggiava fra le palle come sotto una pioggia di fiori. I discendenti di Scanderberg avevano fatto il loro dovere con un’insigne bravura.

Alla nuova del tradimento del generale siciliano, la costernazione nacque nel campo. Affievolito dai numerosi congedi che si era stati in necessità di accordare, tra perché mancavano i danari a mantenere la gente, tra perché la mietitura delle biade imponeva il dovere di non rifiutarle alle proprie famiglie, una specie di ammutinamento si principiò a manifestare. Tutti erano scontenti: tutti domandavano o far qualche cosa o andar via. Ben presto però quella innormale situazione ebbe termine. La novella arriva tutto ad un tratto che i regii, senza colpo ferire, sono in Mormanno, che siamo presi alle spalle, e che ben presto saremmo circondati. Allora non vi fu più che fare. Lo sdegno, il disordine, l’insolenza presero il disopra: non si riconobbero più capi: non si udì più comando: eccetto gli albanesi, che condotti dal De Simone si mostrarono impassibili come lui. Tutti si apprestarono a tornare a casa, e senza aspettare la permissione si sbandarono e partirono. Quei di Mormanno ci avevano venduti. Ma l’avrebbero essi potuto, se il difficile passo per cui dovevano traversare necessariamente fosse stato guardato dai nostri? I due corpi di regii si posero in comunicazione. Ribotti fuggì co’ suoi sopra Cosenza. Delle amare parole furono scambiate tra lui e Ricciardi. Questi gli gittò più volte sulla faccia l’insulto di codardo e di traditore, che quell’altro non osò smentire, non osò vendicare. Invece riferì ai siciliani, i calabresi insospettiti essere sul punto di metterli a brani. Il terrore si sparse nella città: da un lato e dall’altro si armarono, si fu in procinto di venire alle mani. Ma chiaritasi bentosto la indegna menzogna, la calma ritornò di bel nuovo qual poteva ritornare in una città, che si attendeva da un momento all’altro ad essere occupata dai masnadieri del 15 maggio. Il vescovo, il capitano della guardia nazionale e qualche altro andarono in commissione a Busacca per invitarlo a venire a Cosenza, e calmarne la rabbia. Il Comitato, i cittadini più compromessi, ed i siciliani uscirono dalla città e si accamparono fuori per aspettare l’indomani e partire. La notte stessa però essi si avviarono verso Catanzaro. Quivi le cose non andavano meglio, perché non erasi meglio di accordo. La spedizione della Mongiana infatti non aveva avuto quell’esito che prometteva, benché si facessero nove uffiziali prigionieri e si prendessero due cannoni. Ippoliti che comandava il corpo dei militi, il quale doveva chiudere in mezzo il nemico agendo di concerto con Stocco e de Riso, ostinossi a restare protestando avere ducati duemila di rendita e non volere altrui obbedire, perciò ottanta artiglieri salvavansi, ed il sussidio mandato da Nunziante prese la larga. Il 27 giugno poi, avutasi novella che i regi da Monteleone si mettevano in movimento, il partito di occupare i passi difficili, per distruggere con pochi uomini le intere bande di Ferdinando, non fu preso. Il Griffo che due giorni avanti aveva segretamente parlato con Carlo Sanseverino, emissario reale espressamente inviato da Napoli, il Griffo disseminò le masse nelle montagne lontane dalle strade che dovevano percorrere i regii, e questi si avanzarono. Centoquaranta giovani in parte studenti ostinaronsi a restare, ed appostati a Lancitola attaccarono combattimento. Altri trecento sessanta che avevano occupata la posizione di Curinga, Maida e Filadelfia fecero altrettanto, e dalle otto del mattino alle cinque della sera sostennero il fuoco contro quattromila soldati e ne uccisero sopra quattrocento. Dei nostri soccombettero pochi tra i quali Morelli, membro del Comitato ed uomo di spiriti attivi ed eccellenti. Nonpertanto, superati dal numero e dalla disciplina, i sollevati ritiraronsi e la gente di Nunziante bivaccò a Maida. Si propose a Griffo di riattaccarli la notte coi suoi freschi e desiderosi di battersi: ma il Griffo, benché convenisse che i soldati erano demoralizzati, e che non cercavano altro che l’opportunità di arrendersi, ricusò netto. Un battaglione di soldati infatti disertò e dimandò capitolare. Non si volle ascoltarlo e se gli rifiutarono persino le vettovaglie. Allora quello si gittò dentro Pizzo e si ruppe a saccheggio e macello orribile. Il resto dei soldati, alla novella, spaventato dalla vendetta che il fatto doveva provocare, abbandonò le forti posizioni di Maida incontanente e si salvò in Monteleone. I rivoltosi sbrancati si riunivano parte a Nicastro per guardarla, parte a Tiriolo per riformarvi il campo. Quivi dal Ricciardi e dai siciliani ebbero notizia dei disastri di Cosenza. Si sarebbe stato invero a tempo ancora per rannodarsi tutti, e stretti in un corpo tornare sopra Cosenza ad affrontare Busacca, ovvero marciar sopra Reggio, la quale, malgrado gli sforzi di Stefano Romeo, Casimiro de Lieto ed i fratelli Plutino, non si era potuto sollevare completamente, ovvero andare ad attaccare Nunziante. Niente di tutto questo fu accettato da quel poltrone di Ribotti, e poiché il disegno di assaltar Monteleone cominciava a prevalere, costui sparse subito la voce che i regii erano sulla strada di Maida, e che era impossibile resistere: ciascuno perciò si salvasse come potesse. I liberali di Catanzaro si videro allora presi fra due fuochi. Nunziante e Busacca li avrebbero stretti in mezzo. Il campo si sparpagliò: quei di Nicastro per mezzo del vescovo trattarono la reddizione, ed i capi emigrarono; le masse ritornarono ai propri focolari per essere quindi a poco, malgrado i patti e le promesse, carcerate dal governo militare, ed o fucilate o gettate a morire nel fondo di orrende prigioni; i siciliani, senza attendere i vapori che i loro concittadini mandavano, s’imbarcarono sopra legni pescarecci.

E così fu uccisa la rivoluzione di Calabria! I suoi amici, i suoi operatori l’avevano resa impotente: come Desdemona era stata soffocata dal proprio marito. Uomini bravi, uomini onesti, liberi, disinteressati, oggi tutti o raminghi per terre straniere o sepolti in mude mortali. Che era mancato ai rivoluzionarii calabresi? era mancato l’accordo, l’unisono, era mancato il genio della rivoluzione. E forse il difetto non fu interamente loro, ma dei tempi: era la rachiasi del movimento europeo del 1848, che non venne alla luce con le condizioni necessarie per esser vitale. Grazie a Dio, ci siam compresi oramai, ci siam conosciuti. Il senso chiaro, la formola netta della rivoluzione del 1848 doveva essere quella di colpire sulla fronte la autorità in tutte le sue regioni, sotto tutte le sue forme. Col primo vagito essa pronunziò la parola transazione, credendosi assai forte. Il cuore la tradì. I nostri nemici più avveduti di noi, più rivoluzionarii, non hanno transatto. Hanno cospirato, hanno demoralizzati i nostri partigiani, han gittato il contagio nelle nostre file, si sono coalizzati; e la mano che ci hanno porta è stata quella del carnefice, quella di Radetzky, quella di Haynau, quella di Ferdinando di Napoli, quella di Changarnier, quella di Wingischrätz, sepolto oramai prima di morire. Avremo noi coscienza della nostra parte nell’avvenire? ci persuaderemo delle solenni parole che io ho messo alla cima di questo libro, che non vi ha mezzo rivoluzionario, che la libertà deve vincere a qualunque siasi prezzo? Dio lo voglia! Dio c’ispiri.

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38. Dopo il prospero esito del 15 maggio, il re e l’aulico consiglio avrebbero voluto sbarazzarsi affatto di quel fantasma accigliato della Costituzione, che era sempre lì in piedi, rimpetto ad essi come un rimorso. Il ministero eletto non aveva infatti altra significazione. Qualcheduno degli eroi della vittoria aveva domandato pure, nell’orgia celebrata alla Reggia nella notte del 15 al 16, che il nuovo governo s’inaugurasse con l’atto di abolizione dello Statuto. Ma Cariati, il più abile ed il più onesto in quel ministero da tagliaborse, aveva consigliato di attendere. Egli voleva conoscere quale impressione il colpo di stato avrebbe prodotto nel paese ed in Europa. In effetti la Francia rispose col manifesto di Lamartine: il Piemonte per mezzo del suo Parlamento decretò una colonna d’infamia a re Ferdinando: l’Austria costrinse a fuggire di Vienna l’imbecille imperatore: l’Inghilterra a voce alta assunse la difesa di Sicilia: in tutta l’Europa la stampa non ebbe che una voce di esecrazione pel Caliban della monarchia e per la casa del Borbone: e la nazione si commosse intera. L’aspetto minaccevole assunto dappertutto: l’austriaco che inseguito alle calcagna fuggiva innanzi la spada gloriosa di Carlo Alberto: l’Italia superiore, che alla casa di costui addossata, alla voce d’indipendenza scuotevasi sempre più profondamente, sedarono quelle velleità intempestive di rigustare il potere assoluto, e resero cauto il ministero. Si contentarono del dominio di fatto, e lasciarono sussistere uno straccio di Carta innocente ed inoffensivo. Fecero anzi di più: fecero confessare innanzi all’Europa il devoto monarca con un proclama, lo mostrarono profondamente addolorato dell’assassinio, contrito del sangue versato, e lo spinsero a domandare l’assoluzione, che Pio IX gli mandava per espresso. Gli fecero promettere inoltre di non più spergiurare per l’avvenire, e che lo Statuto si sarebbe mantenuto inviolabile. Non bastava a re Ferdinando essere pinzocchero e carnefice, doveva aspirare anche alla gloria d’istrione! E per convalidare che la buona fede era nel fondo dell’anima loro, si abolisce, come abbiamo detto innanzi, il programma del 5 aprile dal re sanzionato: si mutila la legge elettorale: si ordina agli intendenti di falsare nelle provincie le elezioni: si creano commissioni speciali per giudicare dei delitti di Stato: si uccide la stampa: si interdicono i circoli: si revocano i funzionarii pubblici liberali; con l’intimidazione e col danaro si corrompono i giudici: si fa il birro ed il soldato dittatore del paese, e si accorda loro mero e misto imperio su la roba e la vita dei cittadini. Tanta inverecondia colmò la pubblica indignazione. Il 14 maggio, per una gran parte della nazione, la parola repubblica o aveva un significato funesto, il significato del 1799, o non ne aveva affatto: il 16 maggio era da ogni cuore desiderata, ed universalmente, come speranza suprema, sarebbe stata accolta, se i capi rivoluzionarii l’avessero proclamata altamente. E questo radical cangiamento dei suoi principii politici il paese manifestò, senza mistero ed unanime, nelle novelle elezioni. La Camera del 15 maggio era stata sciolta, marcata alla fronte dal governo con l’epiteto di anarchica: la nazione votò per l’anarchia. Molti collegi elettorali rifiutarono procedere a nuovi comizii, dichiarando illegalmente sciolto il Parlamento: molti altri protestarono. In generale dall’urna dei suffragi uscirono quei nomi stessi che avevano formata la Camera precedente. Il ministero comprese l’importanza di quelle nomine. Erano un voto di sfiducia, una condanna: ma non si riscosse. Seguitò a dire che quei deputati erano dei repubblicani, dei comunisti, dei nemici del trono e dell’altare, dei briganti, dei promotori di guerra civile: li fece insultare dalla sua stampa li fece provocare dai suoi sgherri. Tentò pure la corruzione di alcuni: si mascherò con altri e parlò di conciliazione. Eran commedie, perché la sentenza della Camera era stata pronunziata fin dal suo nascere, dal momento che l’attitudine dignitosa degli elettori fu manifesta. Un’infinità di biglietti infatti, sotto il nome dei candidati, portavano scritto: abbasso il ministero! In molti comizii un grido unanime aveva aperta la votazione, il grido di: abbasso gli assassini del 15 maggio! Dappertutto non si pagavano più imposte, non si obbediva ai pubblici funzionarii. Dappertutto la concordia fra le differenti classi era intera. In Napoli, nella città del dolore, le cose andavano anche più in là. I teatri, le strade, i caffè erano deserti: i cittadini vestiti quasi tutti a bruno. Il borghese ed il militare cercavano evitarsi, o si guardavano in cagnesco. Le sentinelle, sopra tutto degli svizzeri, eran di notte trucidate da mani invisibili. Non si fumava più. Per punire la ribalda plebaglia, che aveva dato braccio al sacco, tutti i lavori eransi interrotti. Si vedevano signori in guanti gialli portare i loro fardelli e gentili giovani tirare carretti con suppellettili od altro, e rifiutare alcuni soldi a coloro i quali non avevano altro mezzo per sussistere. L’elemosina si negava: le chiese erano vuote: la città tutta spopolata. Dopo l’Angelus non s’incontravano per le strade che pattuglie e sgualdrine. La miseria, lo squallore, la disperazione si leggeva financo sulla faccia della plebe: l’abbattimento su quella dei borghesi e lo sdegno. Si credette che lo stato di assedio fosse la cagione di quel tempestoso orizzonte, e si tolse. Ma la situazione non cangiò in nulla. La plebe ravveduta, pentita, cercava misericordia: i clubi lavoravano. Si sollecitò l’apertura del Parlamento per calmare il parossismo. La polizia intanto, per dividere l’accordo ed atterrire i ricchi con le calunnie e col danaro, aveva principiato la sua propaganda. I giornali del governo spiegavano incessantemente il comunismo: gli agenti occulti lo inoculavano nel popolo delle campagne; e per vincere a poco a poco la loro resistenza morale, persuadevano di cominciare dai beni municipali, patrimonio comune. Fra queste lotte di vendette e di perfidie il Parlamento si aprì.

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39. Il discorso della corona, se non cumulò le nuvole, non le spazzò. Fu una diceria insignificante e vuota, che si stemperò nei soliti luoghi comuni d’industria, di agricoltura e di commercio. Neppure una parola sulle questioni del momento. La Camera dei Pari, ospedale di invalidi politici senza sintassi, si accolse alcune fiate per udir recitare due o tre discorsi sul letto di un fiume, sopra un porto franco, sulle patate inferme e sull’epizoozia, e per plaudire un accozzo di frasi slombate del Bozzelli, che terminava sempre i panegirici dell’augusto ed amato monarca o col bisogno di piacere o col desiderio di starsi zitto. L’invereconda connivenza della paria ai fatti del governo finiva di distoglierle lo spirito pubblico, col quale non aveva mai troppo bene simpatizzato. Era nel paese mal’affetta, divenne nemica. La Camera dei deputati al contrario, appena potette essere in numero, cominciò a deliberare. I banchi della destra erano letteralmente vuoti. Il ministero avrebbe voluto che alcuni deputati non fossero stati riconosciuti, come imputati di reato politico: la Camera proclamò tutti ad unanimità. Il ministero avrebbe desiderato che si fosse sanzionata una legge sulla guardia nazionale, con la quale questo corpo era elevato a coadiutore del birro e del gendarme; era spoglio di ogni carattere politico e cittadino. Un magnifico discorso dell’Imbriani fulminò la legge: Mancini ne rivelò l’immoralità ed il senso occulto che la dettava. Il ministero avrebbe bramato in certo modo transigere: Avossa lo stigmatizzò del ferro rovente della sua eloquenza, e lo rigettò tra le lordure le più perigliose della nazione. In effetti il proiettile più micidiale che il cannone del 15 maggio aveva scagliato sul popolo era stato quel ministero di rinnegati e di ladri. Ladri sì, ladri vigliacchi e svergognati. Quel Bozzelli che il 28 gennaio viveva delle elemosine dei piccoli processi che gli delegava Marino Serra, a cui fu di poi tanto ingrato, quel Bozzelli, nell’agosto 1849, quando usciva dal ministero, per l’appaltatore Santocarlucci faceva costruirsi a Coroglio una casa di campagna ed acquistava una tenuta, per la quale spendeva meglio di quarantasettemila ducati. E quel Ruggiero, che prima di esser ministro viveva modestamente delle piccole furfanterie avvocatesche, di cui trafficava senza mistero, confessandosi spesso al gesuita padre Sorrentino, che amministrando la finanza aveva fatto man bassa su tutto, e che sulla formazione del nuovo debito di 14 milioni aveva mercanteggiato la vendita della rendita coll’ebreo Rotschild e ne aveva ricavate grosse somme; nel mattino stesso che era cacciato dal ministero, nella dogana pervenivagli da Londra un elegante carrozzino, per cui aveva pagati ducati duemila cinquantaquattro. E quegli uomini domandavano transigersi con i rappresentanti del popolo! domandavangli la complicità o la legalizzazione degl’impuri loro mercati! Ogni accordo fu respinto. Non le lusinghe di nuove concessioni liberali, non le minacce brutali dell’armata che li guardava in cagnesco pronta a sgozzarli, non le provocazioni per le strade e nei caffè, non la certezza della dissoluzione potette su loro: deliberarono sotto le micce accese dei cannoni, con la spada alla gola dei pretoriani di re Ferdinando. Ed il Poerio ardì fino chiamare innanzi al tribunale della Camera il general Nunziante, caro al re ed alla truppa, onde rendere ragione, per mezzo del ministro della guerra, degli atti atroci che commetteva in Calabria e delle guardie nazionali che discioglieva e dei corpi franchi che organizzava. Dragonetti domandò conto delle sevizie che praticavansi ai siciliani, i quali, dopo il tristo esito della rivoluzione calabrese, si erano imbarcati per Corfù, ed erano stati fatti prigionieri dai vapori da guerra napolitani, che per ingannarli avevano alzata bandiera inglese sulle acque greche. Pisanelli e Poerio domandarono che lo scellerato prete Peluso, il quale aveva assassinato il bravo colonnello Carducci e si sollazzava nella Reggia, dove toccava il prezzo del sangue e pattuiva una prelatura, domandavano che la processura fosse istruita e l’assassino punito. Spaventa chiedeva conto della servitù a cui erasi ridotta la stampa. Conforti giustificava la politica tuttodì calunniata del suo ministero, che il re appellava ministero da tagliagole. Massari trascinava innanzi al tribunale di Europa il ministro degli affari stranieri, e l’obbligava a render conto della politica del gabinetto: e questi ebbe l’impudenza di asserire, che il gabinetto era italiano e seguiva una politica italiana. Niun mistero fu rispettato: niun diritto lasciato impunemente violare. La protesta era giornaliera, era permanente. La parola appassionata del Conforti, il dire elevato ed ironico di Avossa, lo stile brillante del Pisanelli, la logica inflessibile dell’Imbriani, la perorazione proteiforme ed incalzante del Poerio, il discorso chiaro e luminoso del Pica, il sarcasmo breve e corrosivo di Spaventa, sconcertarono il governo, l’allarmarono. E quasi questa battaglia a file serrate fosse stata poco, un ultimo atleta giunse, il dotto professore Savarese, che con un discorso vivo e stringente dichiarò Italia essere una nazione, e che, in qualvogliasi parte della penisola i suoi figli nascessero, dovessero dappertutto aver diritto eguale di cittadinanza. Questo era il colpo di grazia che si portava alle ultime idee del medio evo, sì tormentato dal municipalismo, era un cartello gittato all’austriaco, un anatema alla politica croata del governo, un corpo che si guidava alla riscossa, dopo la disfatta di Carlo Alberto; era la teoria dell’unità italiana, idea viva e suprema della rivoluzione, come le scuole primarie all’insegnamento. Messo per tal modo al bando della libertà e dell’Italia, sviscerato in tutti i suoi pensieri, scompigliato in tutti i suoi piani, il ministero si sentiva mancare il terreno sotto i piedi. E benché ogni dì una nuova foglia fosse strappata dall’albero della libertà, esso si riconosceva incompatibile al governo; il soffio dell’opinione pubblica lo respingeva, lo rovesciava. E forse sarebbe caduto se la nuova dei disastri d’Italia non fosse sopraggiunta.

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40. Benché io sia convinto del principio di Robespierre, che un roi est un mauvais guide pour conduire un peuple à la conquête de la liberté; pure non è mia mente di giudicar Carlo Alberto. Egli è morto, ed il giudizio di Dio lo ha pesato. La sua posterità non è ancora cominciata. Nelle attuali sventure d’Italia si ha troppo a combattere con i vivi, per tessere un processo ai morti; ed ai morti con i sintomi del martirio. La sentenza della sua rotta, della sua ritirata, della capitolazione di Milano, sia dei posteri. Noi rammentiamo solamente che egli solo osò tirare la spada dal fodero e farla sfolgorare sul viso all’austriaco: che egli solo comprese l’Italia, quando disse che avrebbe fatto da sé: che egli solo parlò d’indipendenza e di nazionalità, elementi supremi della vita di un popolo: che egli solo, tra il gregge dei principuzzi d’Italia, rispettò la libertà nei suoi Stati, tenne la parola, osservò il giuramento, non mutò consiglio per mutar di fortuna, e tenero ebbe il cuore per i caduti, e sostenne le speranze della penisola, quando i fati le si dichiararono avversi, ed il governo di Francia l’abbandonò. Ad altri il giudizio sul movente che diresse la sua opera, sulla fedeltà delle sue promesse, sulla verità dei suoi fatti: per me, innanzi ad un cenere caldo ancora sono compreso da venerazione; ed abbiamo troppi delitti palesi a maledire, per andar fino ad investigare le intenzioni. L’inattesa novella della sua disfatta colmò di lutto l’Italia. Era una pubblica calamità che portava il germe di un funesto avvenire. Non era l’onta per le armi italiane; l’onore era salvo, e possiamo dirlo ad alta voce ed a fronte levata, era salvo a Goito, a Pastrengo, a Peschiera, a Vicenza, a Colmasino, alle Corone, a Governolo, a Somma Campagna, e sopratutto nelle disastrose giornate di Curtatone e di Montanara, e nelle battaglie di Custoza e di Volta: non era il danno che dalla disfatta rilevava; ma lo scoraggiamento che andava a colpire un popolo giovine, il quale alzatosi confidente ed ardito, aveva generosamente rotte le catene; era la supremazia morale che l’Austria riassumeva. Le fortune della guerra potevansi riaccozzare e ricondurle all’attacco, le perdite con nuovi sacrifizi potevansi riparare; ma era l’irresarcibile squarcio formato nell’opinione di Europa e nella coscienza delle masse, essere l’Austria la fatalità inesorabile che deve gravitare sull’Italia, e che attaccarla è perdersi. Non furono forse queste considerazioni che attiepidirono l’Inghilterra, e fecero a Cavaignac ritirare la parola di Lamartine? Non furono forse queste considerazioni che inaridirono affatto l’anima del Papa, già avvelenata e prevaricata; che raddoppiarono l’energia di distruzione del re di Napoli, l’ipocrisia del Gran Duca di Toscana? I principi cantarono osanna, e rifrugarono in tutti i ripostigli del blasone e nei vuoti tesori degli stati nostri i dobloni per festeggiare Radetzky: i popoli presero la gramaglia. Era il primo anello di una catena di sventure che doveva finire col massacro di Ungheria e la resa di Venezia! La sensazione che produsse nella nazione napolitana fu terribile; e terribile tanto più, perché il disastro arrivava impreveduto ed avviluppato di mistero. Se si fosse proclamata semplicemente la disfatta, ciascuno avrebbe considerato che le sorti sul giuoco della guerra non sono sempre prospere, e che col bollettino del domani potevasi favellare di vittoria. Ma si parlò di tradimento, e questo ci sgomentò. Imperciocché il danno non era solo del momento, ma duraturo e proiettato sull’avvenire: non colpiva solamente le affezioni attuali, uccideva le speranze. Il governo raddoppiò di arroganza. E se qualche giorno prima si sarebbe contentato semplicemente di sbarazzarsi di un nemico, di un accusatore ardito ed indefesso fino alla petulanza, dopo la nuova della vittoria dei nemici d’Italia, quel ministero che aveva protestato essere italiano, volle vituperare la camera, e scioglierla in mezzo al grido d’indignazione che un popolo fremente metteva fuori. Non era più una misura di governo, ma una vendetta; non era più una necessità politica, ma un’onta.

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41. Per accrescere le file dell’armata, il re aveva vuotato le prigioni e le galere. Aveva fatto grazia ai ladri, ai falsari, agli assassini, per fino ai parricidi, a tutti coloro insomma che avevano violati i diritti sociali ed i vincoli di natura, e ne aveva formato un battaglione, per cui nulla vi potesse più essere di sacro e di venerato, il battaglione della morte. Per crearsi dei partigiani la polizia aveva ruminato per lupanari e taverne, per bische e cantine, e vi aveva reclutato quanto la città produceva di più immondo e di più miserabile. Poscia aveva scelto a capo il figlio di un bettoliere, aveva lor pagati qualche soldo, ed aveva imposto di percorrere la città gridando: abbasso la costituzione! abbasso la camera! viva il re! Credeva gittare così il fango sul viso ai deputati, e farli trascinare nel loto da quelli affamati illusi. Il giorno 5 settembre infatti, mentre il ministero leggeva alla camera il decreto di proroga, quella ciurmaglia, preceduta da uno straccio bianco alla cima di una pertica, partì dalla strada di santa Lucia e s’imboccò in quella di Toledo. Erano quasi tutti ubbriachi, e tutti scalzi, laceri, sciamannati, provveduti chi di coltelli, chi di bastoni e chi di pietre, armi terribili nelle loro mani. La bandiera era stata benedetta dal santone famoso nominato più avanti, D. Placido Baker, che nella notte precedente era stato visitato dalla Madonna e da suo figlio, i quali dopo avergli domandato consiglio sulla dose più o meno grande di favori a spargere sul capo del santo re e dei fedeli suoi sudditi, gli avevano imposto far sapere, ed in loro nome ordinare a costoro, di ciecamente obbedire ai comandi della polizia, dallo spirito santo direttamente ispirata. Quindi somministrò loro delle armi e delle limosine che venivano dalle mani del prefetto.

La miseria morale del basso popolo napolitano non ha misura. Dotato dalla natura d’ingegno svelto e fecondo, il suo abbattimento è tanto più pericoloso e profondo. Corruptio boni pessima! Nella prima gioventù si addestra al furto, fatto più adulto accoltella, e recita il rosario nelle cappelle notturne. Neppure un solo ha una conoscenza qualunque delle idee morali e religiose oltre quelle che insegnano loro dei preti fanatici, ignoranti e corrotti, luogotenenti del commissario di polizia. Tutta la religione di quella gente si compendia in far l’elemosina alle anime del purgatorio ed all’indispensabile san Pasquale, ed in recitare un pater che non è né italiano né latino. Tutta la loro società si restringe nel circolo dello sbirro, del prete e del re. Il rimanente è tenebre o sacrilegio. Perciò sono disgustevoli, grossolani, terribili: e se non rubano ed assassinano ogni giorno, gli è perché temono della polizia e dell’inferno. Perciò hanno un aspetto selvaggio, e minaccevole, un misto di cinismo e servitù. La sofferenza li ha induriti: la superstizione li ha resi bestiali ed intolleranti. La vendetta inviluppa le anime loro. Essi sentono di non partecipare alla festa della vita che per le privazioni e le umiliazioni. Sentono la loro degradazione morale e fisica, e vi s’imbragano più addentro, onde rendere per sempre invarcabile l’abisso che li separa da una società madrigna e crudele. Essi vedono di non potersi emancipare giammai dalla miseria: nell’avvenire non apparisce per loro nulla che possa consolarli e sollevarli da quella gemonia. Rompono perciò con l’avvenire qualunque legame capace di addolcire la loro sorte, ed addiventano rassegnati fino alla noncuranza, fino all’infingardaggine. Ma la loro rassegnazione confina con la disperazione: la loro pigrizia è un oltraggio ironico alla civiltà che li ha così freddamente obliati. La loro miseria è un delitto premeditato del governo che ne teme il benessere, l’emancipazione l’illuminamento; e perciò senza limiti, come senza sollievo e senza speranza.

Fra questi diseredati la polizia racimolò gli amici del re e li pagò. Essi percorrevano le strade vomitando insulti, percotendo ed obbligando i cittadini, sotto pena di accopparli, a gridare viva il re! abbasso i deputati e la costituzione! Ma mentre stavano nel meglio del baccanale, un’altra onda di popolo sopraggiunse. Non invitati, non sollecitati da alcuno, dei popolani onorati, che avevano cominciato a comprendere il valore della libertà, bastagi ed operai anch’essi, piombarono addosso ai perturbatori della calma, ed a furia di percosse li sperperarono, dopo averli disarmati e calpestata nella polvere la reale bandiera. Vedendo che quei candidi ed inermi, come li appellò di poi il ministero, avevano la peggio, birri e soldati se ne mischiarono, e presero a giuocar d’armi furibondamente, ferendo imprigionando, uccidendo. Con questa mascherata il governo intendeva tirar nella trappola cittadini più distinti e segnalati. Costoro, disprezzando, lasciaron passare la manifestazione: e mentre nessuno cedette alla minaccia e gridò viva il re! nessuno pure corse alla riscossa. La camera si sciolse anch’essa dignitosamente e senza dir verbo. Il governo con quella furfanteria aveva mirato a due obbietti: cacciar le mani addosso a taluni che gli turbavano il sonno: giustificarsi innanzi all’Europa della violazione permanente della costituzione, facendone domandare perfino l’abolizione. La povertà del trovato non ingannò alcuno. I liberali dettero dei soldi a quei disgraziati e li consigliarono di andarsene a casa, e medicar le percosse ricevute da compagni loro più bravi e onesti: la stampa europea giudicò quell’effervescenza di amore pel re schifosa cospirazione della polizia, sapendo, come dice Mirabeau, qu’il est trop facile d’engager le peuple à vendre la constitution pour un morceau de pain. In effetti, malgrado il parossismo di tenerezza della plebe, re Ferdinando, tre giorni dopo, non ardì mettere il capo fuori l’uscio della reggia, e dopo cento sette anni, per la prima volta la festa di Piedigrotta non fu celebrata dal re. Malgrado l’affetto e la divozione del suo felicissimo e fedelissimo popolo, re Ferdinando, dal 16 maggio 1848, non ha calpestato più il suolo della città. È paura, è rimorso, è disdegno? chi lo sa! certo il delitto non porta ventura.

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42. Oltre le anzidette il governo aveva ancora altre ragioni per isbarazzarsi della Camera. La guerra di Sicilia andava ad incominciare. Non essendo mio disegno, come ho detto, descrivere le cose dell’altra parte di là del Faro, accenno solamente, per non interrompere la lunga catena dei delitti del governo napolitano, e passo oltre. Il seguito di questa storia è una mesta pagina. L’opera della demolizione della costituzione non s’arrestò più: e ad ogni giorno che cadeva, lo statuto depositava una sua foglia sul cenotaffio della libertà. Che poteva più rattenere re Ferdinando? Vedeva la stella dell’Austria riapparire sull’orizzonte, e l’Italia avvilupparsi nel suo antico sudario per discendere nella fossa. Furono quindi riprese le relazioni diplomatiche con l’Austria; rotto qualunque legame di patria e di sangue con l’Italia. Quest’opera contro natura, questo parricidio morale fu consumato a sangue freddo; e per dargli una consacrazione più vasta, si comandò la spedizione di Sicilia. I preparativi già si facevano da lungo tempo e senza mistero. La camera dei deputati ebbe torto di non interpellare i ministri. Sarebbe stata una menzogna di più, in faccia alla quale essi non avrebbero al certo rinculato: ma l’interpellazione avrebbe protestato innanzi al mondo, la nazione non essere né connivente né solidale nel fatto del governo. Se i siciliani avevano innalzata la bandiera della discordia, e scisso un altro membro nel corpo anatomizzato d’Italia, non toccava ai napolitani, che avevan gemuto alla catena stessa, assumere la parte di carnefici. Questo oblio è una macchia nella vita della camera napolitana. I siciliani avevano fatti preparativi stupendi, o almeno con grande iattanza i giornali li annunziavano. L’Inghilterra ne aveva riconosciuta l’indipendenza di fatto; la Francia ne negoziava la pace, ed ambo apertamente li favorivano. Avevano avuto armi a dovizia, munizioni di ogni maniera, soldati stranieri che accorrevano da per tutto alla crociata della libertà, generali francesi, italiani, polacchi, di cuore e di mente sperimentati: avevan danari a sufficienza ed un popolo energico e deciso a sottrarsi agli artigli dei Borboni; infine avevano avuto il tempo per apparecchiarsi ad una guerra senza misericordia e senza transazione. Tra soldati di linea e guardia mobile i giornali siculi parlarono di centomila e più combattenti! Le città e le strade erano state minate. Le donne delle più distinte famiglie avevano con entusiasmo cooperato agli apparecchi dell’ambulanza, ed erano concorse perfino a dividere col popolo i lavori delle fortificazioni di Palermo e di Catania. Lo spirito avventuroso ed intrepido dei cittadini era provato per una rivoluzione compiuta con tanta perseveranza e con tanto coraggio. I napolitani quindi se non avevano potuto impedire la spedizione, anzi erano stati forzati a pagarla con la sopra imposta, ordinata dal ministero Troya per la guerra di Lombardia, e con un debito di dodici milioni di ducati; i napolitani speravano che gli assassini del 15 maggio sarebbero andati colà a toccare la mercede delle opere loro. Speravano che i siciliani li avrebbero vendicati, e che, attenuate le schiere del re, avrebbero insieme potuto acclamare la vittoria su i rottami del trono di Carlo III. E non lo speravano solo, ma quasi ne gongolavano per sicurezza. Qual colpo di fulmine non fu dunque quando il telegrafo del general Filangieri annunziò, con un laconismo spaventevole: Messina è a noi! Il messo non mentiva. Il generale aveva per modo concertate le cose, che impossibile sarebbe stato resistere. La cittadella da un lato, di fronte la flotta, dall’altro capo un corpo di artiglieria, in Europa a niuno secondo, da per tutto soldati, che fatalmente per causa infamissima spiegarono coraggio senza misura. Aggiustato tutto con accorgimento e con genio di guerra, l’infelice città fu avviluppata in un cerchio di fuoco, sì che parea un cratere di vulcano che erompe. Le prove di Sagunto e di Saragozza furono rinnovate. Nella presa di Gerusalemme fatta dai Romani, e nel sacco di Roma del XVI secolo non successero scene più atroci e più forsennate. Da ambo le parti non combattevano più uomini, ma belve. Guai a chi soccombeva! la morte non bastava, domandavano la loro sazietà. Se gli sventurati cittadini non fossero fuggiti dalla città, che minacciava crollare dalle fondamenta, neppur uno sarebbe sfuggito alla libidine, all’avidità, alla ferocia del soldato di Napoli. La città ardeva in tutti i punti. Ed onta sia al general Filangieri che ha macchiato la sua fama di uomo di guerra facendo continuare per più ore, quando ogni resistenza era cessata, una tempesta di bombe per distruggere affatto una città vuota di difensori. Dopo aver fatta la guerra agli uomini si continuò alla proprietà: distrutto il presente, si volle divorar l’avvenire. Il Filangieri si è di poi giustificato, innanzi alla camera dei pari di Napoli, dall’accusa che tutta la stampa europea gli rovesciava sul capo, sulla testimonianza delle squadre francesi ed inglesi che erano nella rada. La camera lo assolse: ma lo ha assoluto la storia? lo assolve la sua propria coscienza, che deve ad ogni momento rimproverargli aver fatto strumento della rabbia del Borbone il suo ingegno, il suo saper militare, ed un nome senza macchia, trasmessogli da un padre che è una delle più belle gemme della sapienza d’Italia?

Caduta Messina, Melazzo la segui. L’ostinazione e la bravura mostrata dai messinesi facevano ancora sperare a’ radicali napolitani; perché non tutte le altre città di Sicilia erano al pari di Messina sotto la signoria di una cittadella inespugnabile. Gli apparecchi fatti altrove si dicevano più vigorosi. Ma la nostra aspettazione fu delusa. L’Inghilterra e la Francia s’interposero: si cominciò a trattare di pace: si accozzò a Gaeta anche un ultimatum oltraggioso che i siciliani meritamente respinsero, ed alcuni mesi dopo la prima catastrofe, la guerra si riaccese. Catania offrì anch’essa nobile resistenza e molte centinaia di napolitani vi perirono. Anch’essa patì il martirio delle bombe e dei razzi. Anch’essa prima di cadere si satollò di una grande ecatombe di soldati napolitani. Ma a costoro, esilarati omai dall’ubbriachezza della vittoria, ed eccitati dalla lascivia e dalla rapina, a costoro nulla poteva più resistere. Ed invero non avevano essi vinta Messina, miracolo di ardimento e di forza? Catania fu soggiogata e sottoposta del pari alla taglia impura del sacco e del fuoco. Il soldato napolitano aveva bisogno di un movente per battersi: perché egli curavasi poco, checché se ne pensi, di battersi pel re. Non potendo quindi combattere per principii gloriosi, di cui non aveva neppur nozione, combattette per sé, combattette per bottinare, per arricchirsi. Espose la vita per ricolmare la scarsella e gavazzare nell’orgia. Gli uffiziali sono stati accusati di aver tollerati gli eccessi più scellerati. Io non intendo difenderli. Solo fo osservare che il comando del re era preciso. Questi dubitava di molti uffiziali dell’armata, la quale se conta molti uomini infami, conta pure in copia anime generose ed indipendenti; aveva perciò detto al soldato: il padrone sei tu! agli uffiziali: lasciateli fare! Il re aveva rotta la disciplina, e demoralizzata la soldatesca per adescarla alla sua causa; ed essa non obbedì più. E se qualcuno tentava opporsi ai suoi delitti, gli davano del repubblicano, lo minacciavano nella vita. Tutto il peso adunque dello sterminio del popolo siciliano debbe esclusivamente gravitare su Ferdinando Borbone e suoi accoliti. Gli uffiziali obbligati a far la guerra l’avrebbero fatta, con piacere senza dubbio, ma lealmente.

Resa Catania, noi ci illudevamo ancora. Ci ostinavamo a non credere ai bullettini della guerra, e speravamo sulla Gibilterra del popolo siciliano, Palermo. Niente si era risparmiato per renderla formidabile. Credevasi da tutti che la marcia delle schiere napolitane avrebbe intoppato colà, credevasi che la vittoria permessa loro sino a quel punto fosse una trappola per attirarle in quella tomba. Le strade dicevansi tutte minate. Noi dunque aspettavamo prodigi; quando tutto ad un tratto la novella ci giunge che i membri del governo si erano imbarcati sopra un vapore inglese; che la città domandava a capitolare; ed immediatamente dopo che, quasi senza capitolazione, essa che aveva respinto l’ultimatum di Gaeta ottenuto dalla mediazione, senza resistere, senza protestare neppure, erasi arresa. Credemmo trasognare. Una parola di dispetto ci corse involontariamente sulle labbra, poi l’arrestammo e dicemmo: questo è un mistero orribile che un giorno sarà palesato: il popolo siciliano è bravo. E lo diciamo ancora, ed aspettiamo veder chiaro in un fatto, di cui abbiamo relazioni o troppo confuse o troppo passionate. Aver fatti tanti preparativi per cedere a Palermo, quasi senza colpo ferire! aver menata tanta baldanza per piegare il collo a discrezione del re! aver domandata l’indipendenza, averne ottenuta la ricognizione da una grande nazione, aversi dato un altro principe, aver rifiutato una conciliazione dura, trista, è vero, ma garantita dalla Francia e dall’Inghilterra; aver con tanto rumore assordata l’Europa dell’ingiustizia sofferta e della vendetta che apprestavasi a domandarne; per poi morire come un modesto villano, il quale non ha di che pagare la carità sacerdotale, estinguersi come la lucerna del povero per mancanza di alimento! Siciliani, noi crediamo per pruova alla vostra virtù; noi siamo convinti che sarete un eterno cilizio accollato ai fianchi della casa dei Borboni, e che non le darete mai né pace né tregua; rischiarateci: il vostro onore, l’onore d’Italia lo esige. Venezia e Roma dissero meno e fecero più.

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43. Alla novella del prospero esito della spedizione, la gioia della corte toccò la frenesia. La regina, le principesse, i principini, le dame fabbricavano filacce per i feriti; il re tagliava nastri per insignire i vincitori: i preti cantavano Requiem e Te Deum. Nel tempo stesso si lavorava a comprimere sempre più i napolitani, i quali avevano osato abbrunarsi dopo la disfatta di Messina. Il soldato cresceva in baldanza ed imperio sul disarmato cittadino; i preti scomunicavano i liberali: la polizia li seppelliva nelle prigioni. Una nuova leva s’imponeva, e con rigore spietato compivasi. La stampa era proscritta affatto da un ukase che sol esso basterebbe all’infamia del Bozzelli, se altri titoli non vantasse a dovizia. La reazione in una parola si esercitava sopra un vasto piano di estirpazione e di distribuzione. Nel più bello però furono colpiti, come Baldassarre nel convito, dalle notizie straniere. Livorno, ristucca dai soporiferi del padre Leopoldo di Austria, aveva domandato risolutamente che si mettesse termine al giuoco della gattacieca, ed ai palliativi infecondi. Poscia si era armata, aveva imposto un ministero che meglio comprendeva le condizioni dei tempi e del paese, ed aveva accolta come suprema salvezza la proposizione del Montanelli. Il granduca aveva dovuto sobbarcarsi e decretare la Costituente italiana. La rivoluzione cominciava davvero; la Costituente era per l’organizzazione della libertà ciò che la guerra dell’indipendenza era stata per la nazionalità. La rivoluzione si rischiarava. Gioberti ferito nel cuore da un’idea che riduceva i suoi sistemi a dimensioni assai meschine, Gioberti a Torino si oppose con veemenza, ed alla vita d’Italia preferì sacrilego feticismo. Gioberti o dimenticava a disegno, o ignorava la storia della penisola, la quale non ha pagina in cui non fosse segnato il martirio di un popolo, consumato dal pontificato romano. I suoi principii non prevalsero: ed il concetto della Costituente trovò a Torino stessa dei propugnatori e degli apostoli. Italia tutta sobbalzò a questa nuova fase della sua rigenerazione. Essa l’accolse come una rivelazione della grande leva che doveva risollevarla allo splendore ed alla grandezza, dimenticando persin nell’entusiasmo che la costituente bicipite proposta dal Montanelli era impossibile. I principi che si appoggiavano all’Austria non potevano giammai concorrere a sbarazzarsene prima, per poi abbandonarsi alla mercede dei rappresentanti d’Italia indipendente, alla mercede di un popolo vincitore ed avido di libertà. E la teoria del Montanelli era quella. Contemporaneamente giunsero le novelle che l’imperatore era fuggito di nuovo da Vienna, che Windischgrätz si approssimava per bombardarla, e che le barricate vi si erano alzate ancora una volta. Gli ungheresi, vittoriosi dei croati cacciati e calpestati da per tutto, accorsero per soccorrerla, quasi sino alle sue porte, ed aspettavano essere chiamati dalla Dieta. Questa, sbigottita dalla guerra, attenuata da giornaliere diffalte, si scioglie, ed i magiari ritornano indietro. La misera città fu vinta dopo uno strazio senza esempi, dopo una resistenza delle più disperate. Il bombardatore di Praga vi entrò sopra monti di cadaveri, ed in mezzo alle fiamme che divoravano le case. La corte di Napoli che aveva cominciato a tremare, sapendo della guerra d’Ungheria e della sollevazione di Vienna, era stata lì presso a cangiar ministero e politica; ma riprendeva cuore apprendendo le misere sorti dell’imperiale città, quando un incendio più prossimo alla sua casa divampò.

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44. L’uomo non dispone che di una sola cosa sulla terra, dice James Mill, il movimento: il pontificato romano aveva assunta la missione di diseredare l’uomo. Sottrarsi al regime di mummificazione, a cui il pontificato aveva per molti secoli lavorato, fu il teorema della rivoluzione intrapresa dal popolo romano. Desidero gittare uno sguardo retrospettivo sulla natura di questo potere, ed accennare qualcuna delle idee, che fra non guari, in un altro libro, più ampiamente svilupperò.

Il cristianesimo aveva fatto fortuna fin dal suo nascere, perocché, oltre all’aver raccolto contro il politeismo spirante le imaginazioni avide di nuova fede, aveva sostenuto il principio democratico. Aveva predicato la comunione dei beni e l’emancipazione dello schiavo, aveva personificato il popolo fino allora senza esistenza legale, ed elevato il povero e l’oppresso coronandolo nella sua umiltà di un’origine reale attinta ai tempi più remoti. Dominata la concorrenza del paganesimo, il cristianesimo falsò il dogma dell’uguaglianza e si unì all’imperio per soffocare la democrazia. La tendenza a concentrare l’autorità religiosa e civile erasi nella chiesa manifestata assai precocemente. Questo adulterio delle dottrine di Cristo provocò solenni e speciose proteste; ed il pelagismo rivendicò i diritti della libertà umana, piegata sotto il giogo della autorità divina: l’arianismo rappresentò la libertà individuale. Incontrato resistenza, il cattolicismo si rese aggressivo straniero all’Italia: esso vi si era trapiantato senza punto cangiar di natura: e l’Italia gli deve tutti i suoi mali. Con Costantino infatti diseredò Roma, e percosse il vecchio spirito repubblicano che malgrado la decadenza, traspariva sempre sotto la semplicità del regime militare, l’elezione dei consoli, e la municipalità libera: con la traslocazione dell’impero, l’oriente, culla del cristianesimo, riebbe la dominazione generale, annichilò Roma, gittò l’occidente nel rango dei barbari e dei popoli conquistati. Il papato aveva creduto, con questa evoluzione, restar padrone del campo e rimpiazzare il grande vuoto che la sparizione di Roma lasciava nell’universo. I popoli ricusarono farsi complici dell’attentato. Laonde Carlomagno restituì la supremazia alla razza occidentale della civiltà romana solidare, ed obbligò il papato a riconoscerla e consacrarla. Il carattere militare ed elettivo dei Cesari, la divisione dei poteri fu ristabilita. Il pontificato, vedendo che la istituzione rinnovellata incontrava favore, sopra tutto fra quei principi italiani, i quali avevano la sua ambizione attraversata, si allegò ereditiero dell’impero romano, e ne rivendicò su i discendenti di Carlomagno il possesso. La lotta impegnossi ed esso fece causa comune con l’alta aristocrazia per mantenere il sistema feudale, ed aver vassalli popolo e re. Quindi prese origine lo smembramento d’Italia e di Lamagna, le quali, benché avessero per due volte ricostituita l’unità occidentale, non han potuto mai più ricostituire la loro nazionalità. I tentativi del pontificato tornati vani novellamente, rivenne al suo istinto straniero ed alle sue aspirazioni orientali. Con le crociate cercò darsi in oriente una forza ed un punto di appoggio per assimilarsi l’occidente, e riattaccare al Vaticano la società attaccata un giorno al Campidoglio. Le crociate fallirono anch’esse. Sconcertato allora nella doppia ristorazione tentata, il pontificato cominciò a travagliare l’Italia per darle un impulso contro natura, l’impulso di ostilità all’occidente; cominciò quella lotta interna, incessante e pertinace, che ha determinato il suo carattere di straniero, di immobile e di avido. L’Italia sostenne l’aggressione, e perciò alla sua culla ed alla sua tomba ha trovato sempre il papato pronto a darle il colpo mortale, chiamar lo straniero ed aiutarlo. Il pontificato infatti chiamò Carlomagno; il pontificato chiamò Carlo V. Questo veleno dissolvente allogato sul suo cuore, ha colpito l’Italia di paralisi. Il papato non essendo assai potente, dice Machiavelli, per occuparla, e non avendo permesso che altri l’occupasse, ne è risultato che non ha potuto riunirsi sotto un sol capo, ma è stata divisa tra molti principi e molti padroni. Perciò quell’anima severa di Dante ed i ghibellini volevano gittarla perfino nelle braccia dell’imperatore, onde darle una vita ed un corpo. Ma il papato preferì assidersi sopra il gran cadavere che si stende dalle Alpi all’Etna, ed ingannò i guelfi, i quali si erano diseredati come il re Lear, e gli avevano abbandonata la libertà per la ricostruzione della grandezza della patria e la supremazia morale d’Italia.

Gli attacchi cominciati dall’istinto straniero furono continuati dalla dottrina dell’immobilità. Il cattolicismo aveva spiegata questa insegna fin dal suo nascere, quando aveva rotto col giudaismo che è la religione dell’avvenire, e si era imbastigliato nel passato, nel testo, nella rivelazione, nell’autorità, in una parola in quanto lo spirito umano ha di sterile e di morto. Questa fossilizzazione dell’intelligenza provocò la riforma. Il concetto di Lutero non fu nuovo: lo scisma non fu alemanno. L’iniziativa di questo pensiero appartiene a tutto l’occidente cattolico, e può riattaccare la sua filiazione alle sorgenti stesse del cristianesimo; cominciando da Ario e Pelagio, ed arrivando agli albigesi, ai valdesi, ai lollardi ed a tutte le eresie dei mezzi tempi fino ai primi tentativi della rinascenza, quando Campanella e Savonarola in Italia, Wiclef in Inghilterra, Giovanni Hus e Girolamo da Praga in Boemia si fecero i precursori di un movimento di reazione al pontificato, movimento di cui Lutero fu il continuatore e Calvino l’apostolo vero. Quest’ultimo dette alla riforma quelle proporzioni intere e razionali, cui, sia per le circostanze dei tempi, sia per la necessità di transigere, sia per adulare la monarchia che lo appoggiava, Lutero non aveva osato darle. Calvino distrusse il cattolicismo nelle sue forme esteriori, e lo tornò alla severità dei suoi incunaboli: consacrò lo spirito di esame e di rivolta contro l’autorità del passato e della rivelazione, e gl’impresse lo stigmata dell’indipendenza repubblicana. Il pontificato vinto, svelato ed impotente a combattere con le armi della ragione, alle eccitazioni del potere monarchico, ai roghi dell’inquisizione aggiunse un’armata, la quale per la corruzione, per la perfidia e per le transazioni sotto qualunque forma e per qualunque maniera, doveva tornarlo in autorità. I gesuiti sursero: ma il gesuitismo originò la filosofia del XVIII secolo, che portò l’impronta del radicalismo religioso e del radicalismo politico. La indipendenza americana e la rivoluzione francese ne furono la conseguenza: esse vennero ad emancipare l’intelligenza e la coscienza umana, e vennero a protestare contro le dottrine di Roma, la quale si era resa solidale la monarchia, consacrando il diritto divino. La rivoluzione francese sopra tutte le altre ebbe il carattere di eguagliare e di democratizzare; essa potevasi riassumere nelle parole dette da Lavie nella seduta del 27 agosto 1791: nous n’avons fait la révolution que pour être maîtres des impôts. Essa però era stata inefficace: perché aveva sconosciuta l’opera di Dio e l’opera dei secoli, aveva smembrate le nazioni, storpiate e diseredate le classi sociali. La rivoluzione del 1848 riassunse la missione di completarla. Le nazioni furono omologate, e proclamata la loro autonomia: col suffragio universale si legittimò la sorgente della forza sociale: a tutte le classi, con l’esercizio pieno e vero della libertà, fu restituito uno sviluppo compatibile alla sfera rispettiva.

Lo spirito di questa rivoluzione colpì il pontificato nell’anima. I suoi due principii, l’immobilismo e la estraneità, erano proscritti; quindi annullato. Il pontificato è la negazione del progresso, per la ragione appunto che attinge la vita e la forza nel passato; ed il progresso indefinito è consostanziale, è incarnato al suffragio universale. Il pontificato è la negazione della nazionalità, per la ragione appunto che è cattolico; e la nazionalità era stata la significazione vera della rivoluzione. Essa concentra nel suo seno tutta la vita sociale, ed intende comunicarla ai popoli; e la vita sociale s’irraggia al contrario dalla circonferenza al centro. Esso rinunzia alla sua personalità per abbracciare l’universo; e perché gli altri popoli ne avevano difesa la inviolabilità con orgoglio e perseveranza, l’Inghilterra è una nazione, la Russia è una nazione, la Prussia stessa, da piccolo principato, si è elevata a rango di popolo. Non eran dunque dei calunniatori coloro i quali asserivano che la rivoluzione romana voleva distruggere il pontificato, quando invece voleva assorbirlo nella nazione e farne un elemento di vita italiana, da seme di morte che esso era? Il papato era morto. Era morto sin da quando rinnegando l’ultimo attributo che lo aveva sostenuto nel medio evo, quello di difendere il debole e proteggere i popoli oppressi, aveva stretto l’anello della santa alleanza, e si era assiso con gli eretici del Congresso di Vienna. Qual parte aveva quivi rappresentato il pontificato? domanda Quinet. Aveva forse parlato per la Polonia, per la Lombardia, per l’Irlanda, per la Grecia, per la Boemia? No: si aveva litigato una spanna di terra di cui ha poscia fatto un Calvario, la Romagna; e tutto aveva assoluto, sposando il peccato e l’adulterio. L’imperatore Alessandro lo sostituì assumendo la sua parte; e la chiesa greca riprese la supremazia rigeneratrice. L’Urbi et Orbi del pontificato era omai una impostura di più. Perciò il popolo romano aveva domandato: guerra all’austriaco e libertà. Il ministro Rossi rifiutò ambo le cose come incompatibili con le istituzioni e con lo spirito del pontificato. Il resto è noto. Il Rossi pagò alla giustizia divina ed umana l’apostasia alla sua antica patria. Pio IX sedotto dalle lusinghe della contessa di Spaur, strumento dell’Austria, fuggì dal popolo, che gli aveva fatta l’apoteosi, dopo aver inutilmente ordinato che fosse caricato dal cannone.

Io scrivo una storia municipale, passo perciò su i grandi fatti di Roma.

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45. Pio IX travestito, con un bambolo sulle ginocchia come una balia, credendo andare a Civitavecchia fu condotto a Gaeta, e vi restò incognito qualche tempo, sino a che re Ferdinando non ne ebbe novella. La buona armonia tra i due principi si era ristabilita. Il re conveniva aver avuto torto di scomunicare il papa nel 1846, di essere stato un po’ troppo avventato a chiamarlo papa ghibellino, papa ateo, informe edizione di Alessandro III e di Benedetto XIV, di proscriverne nel suo regno il nome, le encicliche, e coadiuvare due volte l’assassinio tentato dall’Austria e dai gesuiti. Questi adesso gli avevano lasciato un attestato di buona condotta e di buona morale, per la parte rappresentata nel 1848; e la confidenza tra il trono e l’altare era piena ed intera, l’amicizia espansiva, l’accordo provato. Il primo incontro quindi tra Ferretti e il Borbone fu di una tenerezza squisita. I giornali del ministero parlarono anche di lagrime. Le presentazioni uffiziali ed obbligatorie per parte del governo di Napoli principiarono ben tosto. Il papa con bella grazia presentava il piede a baciare, e non obliando mai il vecchio gergo di sposa di Cristo vedovata, di orbe cattolico in lutto, di cristianità in lagrime, di adulterio delle sante cose, si degnò per fino parlare di agricoltura coi magistrati, e di candele steariche con i militari. Poscia per dare un poco di aria a tutto il vecchio arsenale pontificio dei mezzi tempi, ne cacciò fuori una modesta scomunica, e la mandò in dono ai suoi cari figli di Roma e dello Stato. Il paterno cuore si effondeva tutto a raccogliere sotto il manto di carità e di perdono gli infami briganti, i sacrileghi assassini, i ladri, gli anarchici, ed il resto della preziosa nomenclatura, di cui le bolle pontificie di tutti i tempi reclamano il diritto d’invenzione. Pio IX spingeva la sua familiarità fino a fabbricare delle sciarade pei principini, e dei bisticci per i soldati. Infatti non diceva egli ad una deputazione del nono reggimento di linea, che portando entrambi il medesimo numero, dovevano avere entrambi lo stesso spirito? Quei poveri diavoli si domandarono a vicenda che significasse quel guazzabuglio di parole, ed ebbero il torto non farselo spiegare dal cardinale Antonelli, il Figaro dei saturnali di Gaeta. Poi messe, Tedeum, Tantum ergo, processioni, omelie; e sempre il re nel glorioso ufficio di sacrestano. Poi piccole passeggiate al chiaro di luna con la romantica regina, e delle lunghe conferenze con i pesanti diplomatici: un andare e venire di corrieri: un dimandare a nome del papa elemosine alla cristianità, per ristorare un poco le finanze di Radetzky, e riscaldare la fede della diplomazia sempre un tantino volterriana. In questo intermedio d’un grottesco terribile che faceva cloaca del cimiterio di Pietro, come diceva Dante, scene di altra natura succedevano nel paese, benedetto dalla presenza del vicario di Dio e della polizia dell’Austria.

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46. Nelle elezioni del mese di maggio 1848, moltissimi collegi elettorali, nel fermento della rivoltura, non si erano accolti. Per lo che la opposizione aveva riportata maggioranza. Il ministero pensò accomodarsi un partito con le elezioni nuove, fatte in tempi di compressione e di terrore bianco. I comizii furono convocati, e degli ordini furon dati senza nessun velo di pudore ai funzionarii pubblici, di sedurre per tutti i modi e di forzar quasi a scegliere candidati del governo. I pubblici uffiziali, in massima parte, non mancarono alle ingiunzioni del ministero: i soldati in taluni luoghi appoggiarono di sgrugnate e di baionettate gli argomenti. Ma che perciò? la rivoluzione era compiuta nel paese: Le système démocratique l’emportait définitivement come esclama malinconicamente Guizot, l’ancien régime était tombé sous les coups de la démocratie. Chûte terrible, mais dont l’heure était marquée dans la decrets de Dieu! L’urna dei suffragi dette fuori tutto quanto era di più ostile al governo: una protesta solenne, luminosa, ardita ancora attesi i tempi, un’accusa contro tutti gli atti usciti dalla sentina del 16 maggio. A Napoli avvenne qualche cosa di più. Un candidato popolano raccolse maggior numero di voti. E questo fu un vero trionfo per il partito della rivoluzione. La plebe non aveva ancora capito chiaro che cosa avesse voluto esprimere quella sollevazione del 1848. Tutti i partiti erano concorsi a forviarla, i liberali non esclusi. I preti sopra tutto l’avevano imbevuta del principio che i rivoluzionarii volevano uccidere il santo re, rovesciare la religione, trucidare i sacerdoti di Dio come avevano cacciato i gesuiti, rubare il pingue tesoro di San Gennaro, e far di loro un’ecatombe, sapendoli devoti al re ed alla Madonna del Carmine. I liberali quindi erano guardati in cagnesco, e considerati come briganti e come atei. L’abbiezione in cui la plebe era stata tenuta mai sempre faceva considerare qualunque proprietario, e direi quasi qualunque uomo che portava scarpe ed abito, come un aristocratico. Essa se ne credeva separata da un abisso, e gli si avvicinava sempre con una specie di devozione servile nell’apparenza, con odio implacabile nel cuore. Quando però vide che dal grembo degli esseri più favoriti della nazione essa non era esclusa, che era considerata ancora come eguale, che poteva seder tra le alte classi ed aver voto, un cataclisma successe nel suo spirito. La rivoluzione non fu più un logogrifo per essa. La rivoluzione significava che essa aveva cessato di esser paria nella società: che un avvenire schiudevasi ancora per essa: che poteva aspirare ad uscire dai triboli della sua esistenza attuale: che più non era obbietto da destare ribrezzo e disgusto: che a fianco ai doveri, che fino allora le si erano assegnati esclusivamente, a fianco ai doveri aveva ancora dei dritti, ed una forza per farli valere, una voce per protestare. La rivoluzione significava che essa era sovrana, che, angelo decaduto fino allora, riacquistava la luce e la vita. Non vi era dunque bisogno di altro. Più che tutti gli apostoli, più che tutte le logiche, l’elezione di un loro fratello alla deputazione l’aveva convertita. Il ministero si sentì ferire nel cuore. Il giorno della riapertura del parlamento arrivò. Il governo, temendo dell’ebbrietà del popolo, aveva spiegato un lusso di precauzioni che sono la risorsa disperata de’ governi vacillanti. Soldati di ogni colore, birri, partigiani e nemici della libertà, tutti, in una parola, ingombravano la residenza dell’assemblea. L’artiglieria era sulle strade, i castelli allestiti per vomitar bombe sulla città. Non si aspettava che un segnale. Il popolo si contenne con grande nobiltà di animo. Meglio di quattro o cinquemila popolani accerchiavano la carrozza dove sedeva, a fianco al Conforti, il loro fratello per recarsi alla Camera. Guardie fedeli, devote, decise, l’accompagnarono e lo salutarono col grido immenso di vivano i deputati! viva la Costituzione! Si era sparsa la voce che l’assemblea, impegnata dal ministero, avrebbe respinto dal suo seno il rappresentante del popolo; l’assemblea repulse invece i cavilli ministeriali, ed unanime salutò come fratello Ignazio Turco. Fra centocinquanta deputati, dieci solamente sedettero alla destra, tra i quali nove conservatori ed uno solo ministeriale, un tal Crisci. Non vi fu discorso della corona.

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47. Appena la Camera si fu costituita pose mano ad un atto importante. Il ministero Cariati aveva demolito da cima a fondo lo Statuto: il paese fremendo aveva assistito all’incruento e giornaliero sacrifizio. Era dunque dovere dell’assemblea metterlo in istato di accusa. Transigendo colle calamità dei tempi, ristette innanzi alla guerra civile di cui andava a gittare il guanto. Però non patteggiò né con l’opinione pubblica, né con la sua coscienza. In luogo dell’atto di accusa formolò una domanda al re in cui, enumerando energicamente e con franchezza tutti i delitti e le violazioni commesse, chiese che il ministero Cariati fosse dimesso, ed un altro più omologo alla situazione del paese e dell’Europa fosse creato in sua vece. E per usare dell’antica pratica dei parlamenti inglesi, i quali per allargare sempre più il cerchio delle libertà popolari, univano le petizioni ai bill di sussidio; alla domanda associarono il progetto di legge che autorizzava il governo ad esigere le imposte per due mesi sul sistema stesso dell’anno trascorso. Per distornare quest’uragano il ministro Ruggiero, ribaldo sfrontato, ebbe l’impudenza di domandar conciliazione, e proporre una legge che autorizzava il ministero per sei mesi a percepire le imposte. Silenzio glaciale e severo accolse le sue parole, che caddero sulla assemblea come sopra un pavimento di marmo. Il progetto ministeriale fu respinto, quello della Camera votato. Il ministero sapeva che l’antipatia del popolo contro la Camera dei pari erasi estesa fino ai rappresentanti, e che perciò poteva farne facile strumento di vendetta e di dissidio. Questo consesso, che nella prima sessione erasi divertito a prepararsi un letto di morte nella discussione dei suoi regolamenti, aveva adesso dato segno di vita, ma solamente per assolvere il generale Filangieri dalle crudeltà di Messina, e per udir dalla bocca di Emiddio Cappelli delle insolenze plebee, plebeiamente profferite, contro la Camera dei deputati. Il ministero trasportò nel suo grembo la discussione impegnata con i rappresentanti. Se avessero avuto pudore e giudizio, avrebbero compresa la ignobile parte che il ministero imponeva loro, e dichiarata la incompetenza. Lo statuto, sotto questo rapporto, era chiarissimo. Ma lo Statuto non era stato mai di ostacolo alla volontà del governo: ed i pari, che avevano coscienza della propria nullità, accolsero la palla al balzo, contenti di potersi dare una volta un tantino d’importanza e far sapere al mondo che esistessero. I deputati potevano e dovevano semplicemente protestare contro il fatto del governo e della parìa, e declinare la loro competenza, se non altro per non sanzionare un precedente funesto, che sovente ha vigore di legge in fatto di procedura parlamentare; ma essi vollero dimostrare che niuno spirito di ostilità preconcepita li dominava, e che se non volevano transigere col ministero, per non dividere la complicità, non erano alieni ad intendersi col capo del potere esecutivo. Proposero quindi una libera conferenza tra i delegati di ambe le Camere, e di attenersi alle decisioni che essi avrebbero emanate. La commissione si accolse: e la condanna del ministero, che non era stata pronunziata prima se non dai soli rappresentanti, fu convalidata dalla Camera dei pari col voto che rigettò la sua domanda, e si attenne a quella dei deputati con qualche insignificante cangiamento. Esso ne fu umiliato, ma non scompigliato; perché omai erasi assuefatto a non rinculare in faccia ad alcun delitto. Allora si sparse la voce che l’assemblea sarebbe stata disciolta, e la legge elettorale provvisoria, emanata dal governo, per la quarta volta modificata. I deputati sanzionarono la legge; il che accelerò lo scioglimento.

Alle complicazioni interne si erano aggiunte le novelle del rimanente d’Italia.

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48. Dalla Toscana il granduca era fuggito, allegando non so quali scrupoli di coscienza, ed aveva seguite le orme del papa. La Costituente Italiana e la Costituente Toscana erano state convocate; e benché Guerrazzi e Montanelli non avessero ancora profferita la parola repubblica, la soluzione di quell’energico movimento non poteva esser altra. La Costituente Romana, sorta dal suffragio universale, si era accolta altresì. Gli occhi dell’Europa stavano ansiosamente fissi su lei, perché essa non andava a stabilire solamente il reggimento politico di un popolo, ma andava a deliberare e pronunziare sull’avvenire dell’universo. La Costituente Romana sentì l’altissimo sacerdozio di cui era rivestita; ed in una seduta famosa, della quale resterà eterna memoria, dichiarò decaduto il potere temporale del papa, e proclamò la repubblica. Roma non aveva rinunziato alla missione della rigenerazione d’Italia. Il papato era caduto: il papato era abrogato. Quel potere che aveva reso attonito l’impero sotto Gregorio VII, che lo aveva umiliato con Alessandro III, che aveva cospirato contro la libertà italiana con Giulio II, devastata l’Italia con Clemente VII; quel potere che avea soffiato nei roghi dell’inquisizione per ispegnere lo spirito umano, che aveva percosso Crescenzio, Arnaldo da Brescia, Cola di Rienzo, Stefano Porcari, Campanella, Vannini, Paolo Sarpi, Galileo, Giordano Bruno, Guicciardini e tutta la manifestazione del genio indipendente d’Italia; quel potere che per trenta danari ci aveva sempre venduti al nemico; che con la corruzione permanente della sua corte ci aveva effeminati, demoralizzati, ed inoculato in noi la tentazione codarda del veleno e del pugnale; quel potere che aveva inaridito nell’anima il sentimento della religione, ed innalzato l’altare alla perfidia e alla cupidità (fatto vi avete Iddio d’oro e d’argento); quel potere maledetto da Dante sul terreno dell’esilio, e sul rogo dal Savonarola; quel potere non era più. Dal grande sepolcro di Roma la parola di vita era sorta, e dalla cima del Campidoglio si era propagata sulla terra. Roma riassumeva l’iniziativa della nuova civiltà italiana, e per la seconda volta rivelava all’universo l’Italia. L’Italia non era morta. In quell’adorno ciborio chiudevasi l’ostia della grande civiltà che principierà pel mondo cattolico, quando il potere malefico e soporifero del papato sarà neutralizzato compiutamente. La novella della repubblica romana fece trasalire l’Italia: lo spirito della rivoluzione era rivelato. Napoli sopra tutto accolse la nuova con un fremito di gioia; Gaeta come un colpo di fulmine. Pio IX ebbe la debolezza di protestare. Protestare contro di che? contro il suffragio universale? contro quel potere del quale nei primi secoli della Chiesa i suoi predecessori domandavano l’esistenza; contro quel potere che niuno aveva osato ancora credere o dire prescritto. Pio IX protestò; ma se la sua protesta ha potuto chiamare quattro armate a strangolare il più nobile popolo d’Italia, non ha potuto cancellare la sentenza. La sentenza, che Dante scriveva son cinque secoli, e tanti martiri del pensiero consacravano, aspettava sotto lo sguardo di Dio l’omologazione dei popoli, ed i popoli l’hanno omologata: la sentenza passata per le epoche dell’entusiasmo e del martirio, subita la prova della fede ardente e della pugna, è entrata nel patrimonio della ragione universale, e niuna forza può radiarne una sillaba. Pio IX la sente, Pio IX se la vede torreggiare dinanzi sulla frontiera, ed interdetto ed annullato resta nei castelli di re Ferdinando come un paralitico che tocca le sue membra e non ha la facoltà di usarne. La repubblica romana è immortale: il papato è scomparso dalle piaghe dei popoli per subire la cristallizzazione storica; e le genti di Francia, l’Ungheria, l’Italia, la democrazia alemanna e la democrazia di tutto l’universo sono là per attestarlo. La coscienza umana si è emancipata. In Piemonte era allora ministro Vincenzo Gioberti. Il decreto della Costituente Romana aveva rovesciato l’idolo che egli aveva vagheggiato come riformatore d’Italia, e lo aveva rigettato tra i vecchi frusti delle utopie guelfe, dopo averlo per tanti secoli sperimentato sterile e tristo. Il Gioberti si sentì colto in flagrante delitto di lesa nazionalità. E perché gli uomini di lettere sono genus irritabile, egli progettò rovesciare la repubblica con le armi italiane. Delle soldatesche furono inviate alle frontiere sotto il comando di La Marmora, e si cominciò a trattare a Gaeta. Ma la scelleratezza dell’intrapresa ben presto scoverta, gli altri ministri piemontesi vi posero ostacolo, e destinarono le armi ad uso più nobile. Gioberti si dimise. Ed in effetti i cospiratori di Gaeta avevan forse bisogno dei soldati subalpini per ristorare le sorti del papa? Già la spedizione si concertava fra le quattro nazioni, già la repubblica era stata condannata. Si aspettava solo il momento opportuno per eseguire la sentenza. Ed il momento allora non era favorevole, perché la Costituente Francese non sembrava gran fatto maneggevole; i gloriosi soldati di Spagna non avevano ancora studiato bene la parte; Napoli mancava di quattrini; l’Austria battuta e ribattuta in tutti gli scontri in Ungheria era alla vigilia di riaprire la campagna d’Italia, che Radetzky aveva già da lungo tempo preparata e vinta: la Russia infine, non sapendo ancora a qual genere di corbellerie il presidente francese avrebbe dato la preferenza, non si azzardava a svelarsi, e l’Inghilterra, che specula su tutte le miserie e su tutti i martirii umani, sembrava covare l’istante propizio per pigliar parte al banchetto. Gli eventi però si annunziarono propizii a sbrogliare la situazione, ed accrebbero l’energia degli alchimisti di Gaeta. Tre giorni erano bastati a Radetzky per metter fuori di combattimento l’Italia, che aveva comprata dall’aristocrazia e dai gesuiti piemontesi. Fra tre giorni il Piemonte non aveva più armata, con centoventimila soldati sopravvissuti al disastro di Novara: Carlo Alberto erasi sottratto al suolo sventurato d’Italia, per andare a morire su terra straniera, esiliato dal dolore e dall’onta: l’Austria occupava una parte del Piemonte, i Ducati, la Romagna, la Toscana, dominava sull’intera penisola, le piccole oasis di Venezia e di Roma eccettuate. La democrazia italiana, quasi il re Sabaudo cadendo avesse gittato il grido disperato di Kosiousko, la democrazia italiana aveva preso il bruno: la democrazia francese oscillava un istante sotto l’impressione dolorosa di quelle nuove, poscia acquetavasi. Luigi Napoleone non pensava come Colbert che il faut épargner cinq sous aux choses non nècessaires, et jeter les millions quand il est question de la gloire de la France: Luigi Napoleone si curava poco che il medesimo colpo, il quale uccideva l’Italia, ferisse a morte la Francia. Egli non cercava di meglio ed assumeva l’incarico della dimostrazione. A Novara non fu atterrata in effetti solamente l’Italia, ma per tre anni la repubblica francese; a Novara la Costituente Italiana ebbe tomba, la Legislativa francese ebbe vita.

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49. A Gaeta intanto la impazienza pontificale non sapeva più contenersi. A Pio IX tardava finirla con la repubblica romana, la quale, con la sua prosperità e con i suoi atti, era un’accusa permanente contro il pontificato, ed ogni giorno che passava aggiungeva un foglio al processo. La spedizione fu perfettamente concertata fra le tre potenze, la Francia messa in dimora. Se non vuoi concorrere con noi, le si disse, faremo senza di te, ed un giorno contro di te. Le fu dato dunque una specie di perentorio inesorabile come il cerchio di Popilio. La spedizione fu decisa. Ho d’uopo di aggiungere altro? Il martirio di Roma è troppo noto. La Costituente francese, ingannata da Odillon Barrot, non sapeva essa stessa cosa avesse decretato. Sua intenzione certamente non era di decretare il supplizio dell’eterna città. Atterrita dal fantasma austriaco, che pure poteva scongiurare con un arrestati, o varco le Alpi! affascinata da non so che di vago, di cattolicismo in pericolo, di violenze, di violazioni, cui il perfido ministero dava vita e colore, credette intervenire per salvare la libertà. La Legislativa che successe consumò il sacrifizio. Ma questa lo consumò di proposito deliberato, premeditatamente, espressamente. Volle uccidere la repubblica romana, non potendo uccidere la francese. Era una rabbia interiore che la divorava, e che bisognava sfogare con qualcheduno. Era un livore lungamente cumulato contro la democrazia, e bisognava saziarlo. Era una protesta innanzi all’Europa dei suoi sentimenti, dei principii che portava venendo alla luce; era un pegno che aveva bisogno di offrire all’assolutismo europeo. Al 2 luglio 1849 il grande sacrifizio era consumato. La tela cadeva, e dietro di essa, sopra un grande ossuario apparivano, le mani l’una nell’altra conserte, Radetzky, Ferdinando di Napoli e Pio IX. Il successore di colui che aveva detto: imparate da me che son mite ed umil di cuore! il sedicentesi vicario di colui che aveva detto: fra voi non sarà né primo né ultimo; e chi vuol divenir grande sia ridotto a servire; perché il figlio dell’uomo per servire venne, non per essere servito; Pio IX aveva data la missione di distrugger coloro, che aveva l’impudenza di chiamar suoi figliuoli, ai due più grandi ribaldi dei tempi moderni, ed imposta la sua sovranità con la mitraglia ed i razzi alla congrève. Il più grande delitto politico dopo la dilacerazione di Polonia, era consumato; il chiodo di Sisara riconficcato nel cuore all’Italia! Roma ritornava un deserto, così squallido, così tetro, che Pio IX esso stesso ripugnava a rientrarvi, e ricusava persino di vedersi umiliati ai piedi i figli di Voltaire, i quali lo supplicavano di scendere nel sepolcro che gli avevano apparecchiato. Sul Campidoglio intanto l’altare della vittoria, rovesciato dai papi per istallarvi un imbecille fraticello, è stato rialzato, e sulle sue tavole stanno scritti due nomi che non morranno mai più, quello di Mazzini e quello di Garibaldi.

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50. Re Ferdinando aveva lavorato dieciotto anni a crearsi un esercito. Ogni giorno aveva condotti i soldati a manovrare; aveva spossato tutto il genio inventivo dei sartori, e tutti i colori dell’arco baleno per aggiustar loro una divisa pittoresca; gli aveva avvezzati ancora a sentire l’odore della polvere, senza il condimento del piombo; e per vero dire la linea, dovunque si è trovata, ha fatto il suo dovere con bravura. I reggimenti però i più prediletti ed i più carezzati dal re guerriero erano stati quelli della guardia reale. Li aveva scelti, li aveva ammaestrati con maggiore perseveranza, li aveva infatuati di ammirazione e di culto per sé: aveva cercato ad ogni costo cavarne una guardia imperiale. Ed egli stesso non aveva temuto né la pioggia né il sole per dar animo ai soldati e far dispetto agli uffiziali; ed aveva comandate battaglie finte al Pagliarone ed assedii ed assalti a Capua. Era convenuto già che egli dovesse vincere: che si dovesse far uso solamente della polvere, ed attaccare alla baionetta a cinquanta passi di distanza. Era convenuto che la cavalleria dovesse caricare col suo comodo, affinché, se fosse caduto da cavallo, non lo avessero calpestato. Insomma era convenuto tutto, e con quella precisione ed aggiustatezza di tempo, che fa tanto piacere nei balli teatrali. Re Ferdinando bruciava dalla voglia di dare una battaglia, tanto più che i suoi generali lo complimentavano del nome di Napoleone. Si era invero offerta l’occasione di Lombardia e della Sicilia, oltre la faccenda del 15 maggio: ma quelli erano negozii troppo triviali; e poi non vi era da guadagnare delle indulgenze plenarie. Ecco che l’affare di Roma si presenta. Avevan tanto detto e scherzato su i soldati del papa che non si trovava piccolo furfantello di sacrestia, il quale non si sarebbe creduto al caso di metterne a dovere una coppia di battaglioni con la canna da smoccolar le candele. Re Ferdinando ne vide l’occasione bella e trovata. Lo avevano chiamato fino allora Napoleone, lo avrebbero chiamato d’allora in poi Carlomagno. Si tuffa quindi fino al collo nel maneggio della spedizione: e se per giungere ai soldati francesi non fosse stato d’uopo passare di presso a Roma, credo avrebbe rivocato a sé il comando in capo della crociata. Faceva sogni incantati! Mette dunque in piedi quanti reggimenti potette impunemente ritirare dalla superficie dello Stato, militarmente occupato e tenuto in assedio, li dispone a scaglioni lungo la frontiera romana, e da Napoli alla frontiera, onde assicurare la ritirata, e seguìto dalla gendarmeria, perché il gusto del birro non lo abbandona mai, e da tutti i reggimenti della guardia reale, passa i confini. La guardia reale aveva fatti i prodigi contro le femmine ed i fanciulli di Napoli nel 15 maggio: chi avrebbe dubitato che là non avesse fatto altrettanto e peggio con quei poltroni romani? Assume dunque il comando e tira diritto a Velletri, devastando, giusta il costume, e saccheggiando il paese che traversava. Il triumvirato romano, alle prese con i francesi e gli austriaci, lo lasciava fare; ma firmato l’armistizio con Oudinot, cercò profittarne per attaccarlo. Egli veniva innanzi con dodicimila uomini fiero e gaudioso, sperando giungere a tempo per entrare da trionfatore nella città eterna, giusto un paio di ore dopo che i francesi vi fossero entrati. Ed ecco che la novella dell’armistizio gli arriva. Si crede tradito, ed ordina di ritorcere strada immediatamente e tornare indietro. Mentre gli apparecchi si fanno, Garibaldi sopraggiunge ed attacca. Non ci volle altro. Re Ferdinando salta sul primo cavallo che trova, e la testa nuda, le vesti in disordine, pallido e sfigurato, delirante di rabbia e di paura, percotendo chiunque gli si para davanti, a briglia sciolta comincia a correre verso i confini di Napoli.

La guardia reale che lo vede fuggire, gittati fucili e bagagli per essere più leggera a seguire il re, principia a scappargli dietro. La gendarmeria ed i corpi di linea, scompigliati dall’assalto improvviso, vacillano un istante, ma bentosto si riordinano e prendono a resistere, battendosi in ritirata. Garibaldi che aveva irrotto come una valanga ed era stato ad una spanna per sorprenderli e farli tutti prigionieri, Garibaldi li flagellava sempre e li inseguiva, speranzoso di catturare il re, metter fine alla guerra e decidere i destini di Napoli. Ma questi si era da lungo tempo salvato. Dio aveva diversamente disposto: aspettiamo. I napolitani, facendo sempre fronte, si andarono a chiudere dentro Velletri. Garibaldi li seguì. Sopraggiunta la notte, per far riposare i suoi che non ne potevano più, si arresta e disegna attaccare al domani. Ma i napolitani la notte stessa impagliano i cannoni, sferrano i cavalli, e mogi mogi, lasciando i fuochi nei bivacchi, se la svignarono. All’indomani Garibaldi trovò la città vuota, ed il nemico già prossimo al suo territorio. Quando a Napoli si seppe la fuga oscena del re e dei suoi pretoriani, la gioia fu universale e niuno la celò. Questo inferocì il re guerriero. Il nome di Carlomagno andò in fumo; ma quello di carnefice di Napoli non morrà. Lo spirito di vendetta quindi si unì all’odio, che innanzi lo bruciava, contro il popolo cui è destinato a martirizzare; e le persecuzioni aumentarono: la reazione fu elevata a scienza, la crudeltà ad apostolato. Che poteva più raffrenarlo? Era quella la campagna vera di un tanto eroe.

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51. Le cose intanto camminavano a maraviglia per la reazione, ed un trionfo ne procreava un altro. La Russia aveva gittato il suo cartello di sfida alla libertà e si era rinchiusa in sé come in una cittadella. Lasciava parlare dei suoi milioni e dei suoi cosacchi, li faceva vedere sempre in lontananza sospesi sul capo ai liberali, come un trave di fuoco minaccevole, come una cometa divoratrice, ma non ardiva sciogliere loro la musoliera. Era paura? era pudore? chi lo sa? forse l’una cosa e l’altra. Ma come vide che la Francia la prima aveva infrante le leggi della non intervenzione ed era andata a distrugger Roma; come vide che l’Inghilterra taceva spensierata o guardava altrove; come le proporzioni prese dalla guerra di Ungheria minacciavano comprimere altresì i suoi Stati, e già la Polonia sordamente in fremito preparava il controcolpo; come sentì essere arrivata l’ora del suo eterno desiderio, della politica tanto favorita a Caterina II, di subordinarsi l’Austria per chiudersi le porte di Occidente ed agir libera in Oriente; come sentì che poteva far provare ancora una volta tutto il peso del suo braccio all’Europa; ruppe gl’indugi e passò in Ungheria. Voleva Niccolò conquistare l’Ungheria per l’Austria? io ne dubito assai: la politica russa è quella appunto di affievolirla. L’Europa finisce all’Oder ed alle Alpi Giulie, come dice Charrier. Al di là comincia un’Europa semi-asiatica, dove la razza slava si accampa e gravita sull’occidente di una forza fatale, che forse ha con sé un avvenire sociale. Svezia, Polonia, Boemia, Ungheria, Servia, Dalmazia, Illiria, Grecia, Croazia, Valachia, Moldavia, Russia, ecc. sono rami della sorgente medesima, sono membri di una sola famiglia, a cui la superfetazione della civiltà alemanna ed il dominio straniero non han cancellato o cangiato nulla della propria personalità. La Russia è, diciam così, il primogenito della casa, e porta sulla fronte il segno virtuale della grande sua missione. Essa è la manifestazione vivente del mondo slavo, ed in lei, nelle aspirazioni di rigenerazione e di resurrezione dei popoli di questa razza, in lei sono fissi gli sguardi. Da ciò ha origine la forza misteriosa che essa esercita sull’occidente. Tutti i popoli, in tutti i secoli, han sentito attirarsi verso l’Oriente: per la Russia questa forza magnetica è una necessità di resistere. Potenza mediterranea, non potrà vedere la sua organizzazione svilupparsi intera e compiuta, se non il dì in cui senza contrasto (ed è vano il fargliene) essa potrà assidersi signora sul Sund e sul Bosforo. Per ciò ottenere ha bisogno di circondarsi di baluardi inespugnabili contro l’occidente; e questi baluardi sono la Svezia, la Boemia, la Polonia, l’Ungheria e tutti i popoli che si prolungano tra il Danubio, il Bosforo, l’Adriatico ed il Jonio. Questi baluardi sono i figli di una madre stessa, che allora solamente potranno godere della loro individualità, quando, sotto il protettorato russo spoglio del principio alemanno impiantatovi da Pietro il Grande, spoglio dell’autocrazia, si saranno sottratti all’occupazione straniera dell’Austria e della Prussia, per essere nazioni libere e federate. Noi quindi pensiamo che nella coscienza di Niccolò non era di assoggettare l’Ungheria all’Austria, perché ne vedeva l’impossibilità, perché sapeva che l’Austria, dopo seicento anni di possesso, non ha potuto cancellare neppure un tratto del carattere dell’Ungheria, della Boemia e dell’Illirio. Il suo pensiero intimo si è rivelato, quando i suoi uffiziali del genio hanno inviato a Pietroburgo le carte topografiche le più dettagliate delle posizioni del paese. La sua crociata era una pruova, era uno sperimento; voleva mettere in contatto i due popoli, per vedere se la loro consanguineità si fosse fatta sentire, se la simpatia di razza li avesse rapprossimati. Il saggio fu imprudente dalla parte di un autocrata. Quando il soldato russo seppe dal contadino ungherese che l’aristocrazia magiara aveva abbandonato a lui una metà delle sue proprietà, abolita la servitù, ed accordata libertà ed uguaglianza a tutti, una subita luce si fece nel suo intelletto; e quella luce sarà feconda di una rivoluzione non lontana. Furono i soldati che tornavano dall’Alemagna e dall’Italia che strangolarono Paolo. La manifestazione di questo nuovo spirito nel soldato russo rovesciò i piani dello Czar, e cangiò in tradimento l’atto che Gorgey aveva forse pattuito sotto ispirazioni patriottiche. Chi sa che un giorno quest’uomo, il quale geme silenzioso sotto lo spaventevole peso del martirio che divora la sua patria, non si riveli come un santo, e che il mistero di tanta sventura non sia rivelato? Quando Klapka diceva che Gorgey era uno sventurato piuttosto che un fellone, presentiva forse al pari di noi il segreto impulso che aveva determinata la sua condotta. Sia comunque, l’Ungheria cadde come cadono gli eroi, tagliata a pezzi, dopo avere esaurito ogni avanzo di vita, trovata inutile ogni speranza; cadde oppressa ma non vinta, strangolata ma non convertita. E dopo l’Ungheria, Venezia, l’ultimo baluardo di libertà che sulla terra d’Italia si levasse ancora; ma essa conservò fin all’ultimo momento il suo stendardo puro, immacolato di rotte, senza neppure oscillare: l’alito austriaco non l’ebbe mai sfiorato, non l’ebbe lordato mai, e lo sguardo di Europa si era per lungo tempo riposato sopra di esso, compiaciuto, quasi attestato della nobile natura dell’uomo, e miracolo di libertà. Una grande eredità di gloria Roma e Venezia hanno aggiunta a quella trasmessa dagli avi alla penisola italiana. Ed alle glorie di Venezia i napolitani reclamano la loro parte. Secondi a niuno, ebbero parecchi che furono primi, come Pepe, Ulloa, Carrano, Mezzacapo, ed innanzi a tutti il Cosenz, il quale al cuore di un eroe unisce il pudore di una fanciulla, e l’abnegazione di un santo. E questa mano di nobili uomini hanno espiato verso la città delle lagune il torto dell’ammiraglio de Cosa, il quale spedito con parecchi legni da guerra dal ministero Troya, dopo il 15 maggio si affrettò ad obbedire all’appello del Borbone, che da quelle acque lo richiamava: ed obbedì, malgrado le promesse solenni fatte ai veneziani e gl’impegni presi. Re Ferdinando, come la scabbia, come la pece, infetta chiunque tocca.

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52. Così di pietra in pietra era demolito il portentoso edifizio della rivoluzione europea. L’Austria risorse, e risorse non più donna di provincie, ma bordello, ma consacrazione viva di tutti i delitti che possono contaminare una natura umana perduta. I sovrani d’Italia ricuperarono il potere, ma per esercitarlo sotto il beneplacito del satrapizio croato: riebbero il trono, ma per farne piramide alle statue di Radetzky e di Schwarzemberg. Il figlio della donna di Jellachich, il quale non aveva altro merito per esser sovrano che sapere la grammatica latina, sotto la ferula di generali, che volevano fare obliare la vergogna delle disfatte con l’arroganza di una vittoria non loro; il figlio dell’arciduchessa Sofia occupò la sua vita ad assentire a stati d’assedii, proscrizioni in massa ed impiccagioni di popoli intieri; e non manifestò neppure la compiacenza di avere a suoi prefetti i sei sovrani della penisola. La vittoria inaspettata disquilibrò la mente di questi potentati, e sopra tutto quella di re Ferdinando. La legge, l’umanità, la giustizia, la verecondia, come gli stracci spogliati dal povero, furono calpestati freneticamente: non si vide che uno scopo, la vendetta; non si trovò che un mezzo, la violenza e la forza. Disgraziati! stolti! avevano dunque obliato che un giorno Napoleone, l’uomo che della forza aveva fatto sì grande sciupo, aveva detto a De Fontanes che niente nell’universo lo stupefaceva più della impotenza della forza! Re Ferdinando si tolse affatto la maschera. Quel ministero, che era stato strumento di tutti i suoi deliri, fu cacciato via con la disdegnosa ignominia che meritava. Scendendo dalla Reggia, il popolo ed i soldati della guardia accoglievano il Bozzelli ed il Ruggiero con urli, fischi ed ogni maniera di sporche ed impure parole. Il Bozzelli fu quasi per impazzirne: l’altro, esoso a tutti pel suo cinismo, stomachevole al popolo come alla corte, era costretto a fuggire per non dar conto dei danari rubati. Un nuovo ministero si creò e ne fu affidata la composizione ad un rinnegato della vigilia, Giustino Fortunato. Malgrado la pessima fama di costui, malgrado il suo programma, tutto intero e senza misteri da’ suoi compagni accettato, il popolo ne gioì. Ne gioì, perché nulla più tristo credeva potesse aspettarsi dai nuovi venuti, nulla di più dispotico di ciò che gli avevano imposto i ministri scacciati. Ne gioì, perché il popolo, al dire di Tacito, crede vedere un simulacro di libertà nel cangiamento dei despoti. Il nuovo ministero si fece bentosto sentire. E forse dico male il ministero, perché gli uomini che lo componevano sono dei parassiti i quali si contentano godere del pingue soldo e nulla fare. Come quei favoriti dei principi che designavansi a subire le percosse, dagli istitutori ai principi destinate, questi uomini erano stati scelti per portare innanzi agli occhi del pubblico tutto il peso dell’esecrazione e della maledizione del popolo. In sua vece governava la camarilla, o il consiglio aulico, composto del Turchiarola, del San Cesareo, dell’Ascoli, del Bisignano, del Filangieri ed altro simile pattume di corte. Strumenti implacabili e ciechi di costoro sono un Navarra che vantasi aver segnate tremila condanne di morte, nel non lungo periodo delle sue funzioni di magistrato; un Peccheneda, reliquia di polizia, che afferma arrestare di propria mano suo padre, se qual liberale lo sospettasse; un Landi che trovava Delcarretto democratico ed umano; un Angelillo che crede aver perduta la giornata in cui non invia qualcuno al supplizio; un Longobardi il cui nome è tutta un’infamia, e non puossi pronunziare senza un fremito involontario di raccapriccio, di terrore, di schifo; un Busacca, uno Statella, un Nunziante, un Vial e non so quanti altri che hanno da tempo molto rinunziato a qualunque rispetto di pubblico pudore. Sotto la pressione di tale genia il ministero opera o convalida le opere altrui. Per primo atto di governo s’impose loro di prorogare la Costituzione. Il Fortunato con accorgimento distornò quest’atto inutile ed intempestivo. Costituzione non esiste di fatto; anzi giammai despotismo ebbe attuazione più estesa, e consacrazione più spaventevole. La Costituzione fu seppellita sotto le barricate del 15 maggio: ma questo spettro li perseguita, li affascina, li comprende tutti di paura, è una minaccia sospesa sempre sulla loro testa a guisa di una mannaia pronta da un giorno all’altro a cadere. La Costituzione! essi fanno scorrere bande di sicarii per le provincie, e violentano il popolo a firmare petizioni per abolirla: essi ne puniscono di galera la sola parola. Stolti! e ne vogliamo noi forse della vostra Costituzione? Ne vogliamo noi di una legge fondamentale che è un carnevale, è una menzogna sperimentata da due anni, una mistificazione che ha guariti perfino coloro che avevano la bonomia di credervi ancora? Ne vogliamo noi forse di un cencio di Carta che autorizza la vita politica di Ferdinando Borbone e servidorame? Ritiratela pure, bruciatela, abbiate il coraggio di commettere a fronte levata il delitto giornaliero che commettete nell’ombra. Il popolo non ne vuole più: gli è tutto altro che il popolo domanda ed avrà. Sì, l’avrà, perché sono bene stupide e ben vane le vostre galere ed il vostro terrorismo. Dopo aver imbiettato come acciughe nelle vostre infinite prigioni ed ergastoli del regno i liberali; dopo aver ridotto a carcere l’ospizio dei poveri, gli ospedali ed i conventi per intassarvene ognora, per seppellirvene sempre e di ogni età, di ogni sesso, di ogni condizione; dopo aver messe le unghie su tutti coloro che furono deputati, guardie nazionali, funzionarii pubblici nel tempo della libertà, scrittori coscienziosi, preti liberi, popolani coraggiosi; dopo aver fatto del regno intero una muda spaventevole e silenziosa; dopo aver percossa ogni famiglia, ogni proprietà, ogni pensiero; dopo aver gittata la legge del sospetto, come un alito avvelenato, su tutta la superficie del paese; dopo infine aver soffocato il pensiero, uccisa la parola, vietato a due cittadini di unirsi e parlare, corrotte le coscienze pietose, atterriti i timidi, seminate le spie, proscritta ogni emanazione dell’intelligenza, ogni grido dell’anima ferita, ogni affetto soave e nobile, piegato tutto al regime dello sgherro, del prete e del soldato, spezzato ogni ostacolo, rotta ogni resistenza, falsato e lordato tutto; ebbene, che cosa ne avete ricavato? Avete inflitto il supplizio, ma non il terrore: avete guadagnata la lotta, ma non rimossa la reazione: avete seminato l’assolutismo per raccogliere la repubblica.

Il popolo che volevate uccidere vive: e vive nell’odio, nel pensiero della vendetta. Lo avete incarcerato; ma il re neppur esso è libero, egli non si avventura più a calpestare le vie della città che ha insanguinata. Avete cercato corromperlo, ingannarlo; ma quando Pio IX è venuto a trascinare le sue miserie nel seno del popolo il più superstizioso e fanatico per lui un anno innanzi, avete dovuto pagare alcune dozzine di monelli per farlo acclamare. La vostra opera è stolta, è infame, ma sarà inefficace. Nella bilancia di Dio il sangue e le lagrime del popolo sono state pesate. L’avvenire ci appartiene, e ve lo dice un uomo, il cui giudizio non è sospetto, e la mente del quale tutto abbracciava. “Una volta ancora, diceva Napoleone a Sant’Elena, una volta ancora la Francia sarà repubblicana, e gli altri popoli ne seguiranno l’esempio. Alemanni, Prussiani, Italiani, Danesi, Svedesi e Russi, si accoppieranno a lei per la crociata della libertà! Essi si armeranno contro i loro sovrani che si affretteranno a far delle concessioni onde conservare una parte dell’antica autorità… Ma le cose non si arresteranno là: la ruota della rivoluzione non si fermerà a quel punto; la sua impetuosità quadruplerà, e la celerità si aumenterà in proporzione. Quando un popolo ricupera una parte dei suoi dritti si entusiasma della vittoria, ed avendo gustate le dolcezze della libertà addiviene più intraprendente per ottener di vantaggio. Gli Stati d’Europa saranno forse per qualche anno in uno stato continuo di agitazione, pari ad una terra nell’istante che precede il tremuoto: ma infine la lava si sprigiona, e l’esplosione ha tutto terminato”.

E che cosa resta sopra una terra dove la mano di un vulcano è passata?

* *

53. Re Ferdinando!

Io mi do la pena di volgervi le ultime parole di queste memorie non per voi, non per me, ma per quella causa di giustizia che è il patrimonio morale di tutti i popoli, per quella carità che è il fondo della religione di tutti i cuori. Il mio nome debbe esservi bene odioso, perché io ho osato dirvi delle verità crudeli, e trovarvi principe spergiuro anche quando moltissimi vi proclamavano uomo ed eroe. Obliate il mio nome, obliate la mia attuale posizione politica, né l’uno né l’altra influiscono ad attenuare il peso di queste linee. Io non ho scritto per astio, non per vendetta, ma per convinzione profonda e per ver dire. Imprigionato nei vostri castelli come Luigi XI, perseguitato dalla paura, tenagliato da rabbia impotente, la voce della verità non può giungere fino a voi o vi giunge pallida ed estinta come la luce agli occhi di chi muore. Voi non potrete udire il grido incessante di maledizione che i cuori generosi dei due emisferi spandono sul vostro capo; voi non potrete sapere il lusso di esecrazione che il vostro nome solleva. Nell’universo non vi ha niente di più enorme, niente di più terribile dei nomi di Ferdinando di Napoli, Radetzky e Haynau, trinità di sangue e di abbiezione che ha fatto impallidire fin la memoria di Filippo II e del duca d’Alba, fin quella del Valentino e di Alì Tebelen. Gli uomini che tengono le chiavi della vostra anima e delle vostre orecchie non vi fanno pervenire queste verità desolanti, o ve le fanno pervenire come l’espressione di un partito, e l’orgia della stampa. Disingannatevi. Educato da preti e da birri, respirando in un aere dove la corruzione dei vecchi principii vi snerva e vi avvelena incessantemente, straniero al mondo ed alla vita, voi conoscete assai male il cammino infinito che l’umanità ha percorso. Le tradizioni di Luigi XIV sono sempre per voi codice e vangelo. Per voi il popolo non esiste altrimenti che per pagare balzelli e servire di bersaglio alle mitraglie. Il popolo non è per voi il rappresentante di Dio sulla terra, onnipotente ed immortale come lui; ma con le galere e con la mannaia credete poterlo cancellare, ed annullare quel sostrato eterno in cui la forza e la vita permangono, sopravvivono a tutti i cataclismi ed imperano. Per il filosofo ed il pubblicista la sua legge è il progresso, la sua voce l’opinione pubblica: per voi la sua voce è un atto di ribellione, la sua legge un nonsenso o un delitto. E perciò, voi pigmeo, voi avete gittato il guanto a quest’essere invulnerabile e lo avete sfidato ad un combattimento impossibile. Lo spirito umano da tutti i lati grida riforme, e voi come Gregorio XVI rispondete: riforme giammai. L’opinione pubblica v’impone tolleranza e grazia; e voi come Richelieu rispondete: point de grâce! Il popolo domanda lavoro, pane, istruzione e libertà; e voi gl’inviate polizia, preti e bombe. Ebbene! proseguite, proseguite dunque, divorate il resto della vostra esistenza, consumate sino all’ultima bricciola il banchetto della misericordia del popolo e di Dio. La guerra sarà guerra a tutta oltranza. E ricordatevi bene, o re, che la mia voce è la voce di quell’Italia giovane, illuminata e magnanima che decretò la sua indipendenza, combattette nei piani lombardi, e fondò la repubblica romana: di quella Italia che difese Venezia e pugnò a Messina, e che adesso calma e rassegnata attende e confida nell’avvenire. Un anno, o re, un anno ha compendiati per noi sessanta secoli di storie. E credete voi che questa storia si sia rappresentata in mezzo a noi senza lasciare niuna istruzione e moralità? No. Il popolo ha compreso che il suo gran giorno è arrivato; e che due principii sono adesso di fronte, il privilegio ed il dritto, la legge e l’arbitrio, la forca ed il vangelo. Quale dei due credete voi che debba all’altro sbarazzare il cammino? Interrogate la storia e decidete. Interrogate la storia che se adula qualche volta non adula sempre; e severa ed inflessibile vi rammenterà l’esilio di Magnus Smeck, di Giacomo II, di Carlo X, di Napoleone e di Luigi Filippo; la prigionia di Cristiano II, di Eduardo II, di Riccardo II; ed il palco di Carlo I e di Luigi XVI. Interrogate l’istoria la quale non ha privilegi a difendere, interessi privati a custodire, pensioni a dimandarvi, non mica i cortigiani che vi danno la vertigine, esasperano la vostra sete d’imperio, sureccitano la vostra lussuria di crudeltà, v’inviluppano nel fatidico drappo del dritto divino lacerato da tante rivoluzioni e v’innalzano agli onori di un semidio anche dopo la vostra fuga favolosa dalla campagna romana. Consultate la stampa libera di tutta l’Europa la quale ogni dì gitta al cospetto di Dio un atto di accusa sul vostro capo, e di una voce solenne vi rammenta che la vostra giornata è finita, che voi siete incompatibile col secolo, che il volervi seppellire nei delitti del principato è un eroismo da commedia, uno sforzo da funambolo. Siete abborrito, siete detestato; contentatevi e cercate di sfuggire al ridicolo. Questa memoria avvelenerebbe la vostra gloria da Erostrato. Voi ridete? voi ridete perché oggi tutto sembra secondarvi; perché avete sotto le bandiere centomila croati; perché tutta l’Europa si leva in armi come ai bei giorni di Napoleone; perché tutte le ignobili passioni si sono collegate per far la guerra al diritto, alla giustizia, alla virtù; perché l’orso del nord ha gittato nella coppa la spada del cosacco. Ebbene, attendete dunque, attendete qualche mese ancora e che il vostro desiderio sia fatto. Ma siete voi sicuro della fossile rassegnazione del popolo russo? dell’indolenza alemanna? della reazione francese? dell’indecisione inglese? siete voi sicuro che i vostri soldati non apriranno giammai gli occhi? che noi non faremo più rivoluzioni? che voi avete ancora un partito e potete fidarvene? che l’opinione pubblica delle nazioni libere del globo, l’opinione che ascende, ascende ed ingrossa a guisa di oceanica marea, non trascinerà infine i governi a farvi sentire la terribile parola dell’angelo ad Adamo: uscite? Siete voi sicuro che quella opinione pubblica che trascinò Luigi XVI a difendere l’America, Napoleone all’atto addizionale, gli stati uniti alla costituzione federale, l’Inghilterra alla riforma radicale ed ha estinta la gelosia dei francesi e degl’inglesi fino nei prodotti delle manifatture; siete voi sicuro che quella stessa opinione non ingiungerà fra non guari ai governi di queste nazioni, per mettere termine alle rivolte, di proclamare la solidarità, l’indipendenza e l’unità dei popoli? Aspettate dunque, e poiché avete veduto il principato sfasciarsi da tutti i lati e su tutta la faccia del globo nel diritto, vedetelo polverizzato nel fatto, se avrete ancora la fortuna di vederlo. Ma fino allora, ed è questo l’oggetto per cui scrivo queste linee, fino a quel giorno non fomentate il tesoro dell’odio del popolo. Con i vostri delirii di sangue non fate che precipitare la vostra ruina, come il peso ed il declivio aumentano la discesa dei gravi. Voi colpite degli uomini, ma l’idea resterà sempre intatta, sempre presente, ed in piedi, perché l’è il verbo incarnato della novella legge, è la grande sillaba scritta da Dio sulla fronte dell’umanità; e sillaba di Dio non si cancella. Voi passate come il Simoun; ma la vostra opera è inutile. Allontanate perciò da voi quegli uomini abbominevoli che vi hanno fatto siepe intorno al core ed attizzano le vostre voglie di sangue: allontanate quei sacerdoti che, ispirandosi nelle fogne di Portici, nel nome di Cristo vi consigliano atti atroci e spergiuri. Aprite le prigioni nelle quali agonizzano quarantasettemila sventurati, colpevoli solo di avervi creduto onesto uomo, e di avervi acclamato il giorno 29 gennaio. Togliete l’interdetto alla stampa: risuscitate le guardie nazionali: rinviate a casa loro quei pretoriani che furono gli eroi del 15 maggio e di Velletri: imponete silenzio ad una corte e ad una polizia svergognate, le quali vi parlano senza posa di cospirazioni, perché i cospiratori sono fuori la portata delle vostre forze: i cospiratori sono la religione di Cristo non adulterata dai papi, i tempi maturi, la civiltà, l’Europa tutta, e tutta la nazione che non si ispira alla morale del budget. Fate scomparire persino le tracce dell’iniquo processo che il servidorame di corte ordisce contro il paese intero e che vi colloca in faccia all’Europa come un ridicolo Serse, come un pazzo che vuole spopolare dei suoi abitanti il mezzodì dell’Italia per impiantarvi i croati. In una parola, considerate che l’avvenire non è dei re; e se volete conservare per qualche giorno ancora nella vostra prosapia una corona fatale, e far che un giorno non vi cada dal capo, fino a che non la riprenderemo, rimettetela sulla testa di vostro figlio, ed andate a piangere in un chiostro le vostre peccata, in un chiostro in cui la traccia del vostro nome e di voi possa essere seppellita per sempre. Io finisco perché so d’inutilmente favellare, perché so che Iddio, per farvi espiare il sangue di cui avete allagata la sacra terra d’Italia, vi ha chiuso il cuore come in un’arca di piombo ad ogni ispirazione umana e gentile. Continuate dunque. La vostra missione è di soffogare qualunque nobile sentimento, sradicare qualunque virtù, comprimere ogni entusiasmo; la vostra missione è contro lo Spirito. Continuate dunque, ma ricordatevi, un giorno, che Gesù Cristo aveva detto che qualsiasi peccato e qualsiasi bestemmia sarebbe stata perdonata, eccetto quella contro lo spirito; e che i popoli sono meno misericordiosi di Dio. Noi protestiamo per l’avvenire; noi protestiamo per tutti i nostri compatriotti cui avete sbarrata la bocca e che tenete come in una prigione senza uscita: noi protestiamo contro tutti gli atti del vostro governo che è un delitto in permanenza; una violazione incarnata di ogni legge e di ogni diritto; contro qualunque sentenza dei vostri consigli di confidenza, che per ischerno chiamate tribunali: noi protestiamo infine contro gl’intempestivi slanci di generosità di quei sguaiati sentimentali che ricordano ancora con parole di sdegno l’atto di giustizia del Rossi, e non trovano neppure una sillaba di biasimo per qualificare i vostri assassinii, o re, e quelli dei vostri collaboratori Radetzky ed Haynau. Che la posterità e Dio siano giudici fra noi: il dado è gittato.

Nota:

(1) Così nel testo, ma si tratta di un refuso: è 1848. [Nota per l’edizione elettronica Manuzio]

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