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Pochi mesi prima dell’arresto (1926) in un intervento al Comitato Centrale del Pcd’I Gramsci disse:

“Se è pur vero che politicamente il fascismo può avere come successore la dittatura del proletariato, poiché nessun partito o coalizione intermedia è in grado di dare sia pure una minima soddisfazione alle esigenze economiche delle classi lavoratrici che irromperebbero violentemente nella scena politica al momento della rottura dei rapporti esistenti, non è però certo e neanche probabile che il passaggio
dal fascismo alla dittatura del proletariato sia immediato” Questo passo è citato da Giuseppe Fiori (“Vita di Antonio Gramsci”, Laterza, pag. 288). Ed è lo stesso Fiori che ha evidenziato le ultime righe della citazione mettendole in corsivo. Evidentemente perché scrivendo il libro in un’epoca (1966) in cui la trasfigurazione togliattiana di Gramsci in padre spirituale della “via italiana al socialismo” era un fatto definitivamente compiuto, egli intese, sia per motivi ideologici che per conformismo, allinearsi al numero degli intellettuali revisionisti che si misero al servizio del “Migliore” per fare di Gramsci un teorico dei “tempi lunghi”, cioè un riformista. Sull’idea della “non immediatezza” del socialismo a seguito della caduta del fascismo (che Gramsci avrebbe espresso anche durante la carcerazione fascista) Fiori vi ritornerà più volte. Usiamo il condizionale (“avrebbe espresso”) perché non si tratta di citazioni testuali di Gramsci ma di suoi compagni di prigionia che in tempi successivi ne riferiranno il pensiero.

Testimonianza di Ceresa:

(secondo Gramsci) “…La pressione delle masse potrà giungere fino a influenzare una parte di quegli stessi dirigenti fascisti che vivono più a contatto coi lavoratori.
Nello stesso tempo si avrà un’attivazione delle correnti di opposizione antifascista- borghese e il passaggio alla opposizione delle correnti “fiancheggiatrici” che cercheranno di trarre dei vantaggi dalla ripresa del movimento delle masse contenendo però questo movimento entro i limiti dello Stato borghese. Si può dunque parlare di un passaggio diretto dalla dittatura fascista alla dittatura del proletariato? No, non se ne può parlare senza cadere nello schematismo” (ibid. pag. 294).

Testimonianza di Lisa:

(secondo Gramsci) “Al Partito è possibile svolgere un’azione comune con i partiti che in Italia lottano contro il fascismo…Le prospettive rivoluzionarie in Italia devono essere fissate in numero di due, cioè la prospettiva più probabile e quella meno probabile. Ora secondo me (avrebbe detto Gramsci ndr), la più probabile è quella del periodo di transizione, perciò a questo obiettivo deve improntarsi la tattica del partito senza tema di apparire poco rivoluzionario” (ibid. pag. 295).

Bene, ammesso che le citazioni dei compagni di Partito Ceresa e Lisa rispecchino fedelmente il pensiero di Gramsci, c’è da dire che il grande rivoluzionario sardo vide giusto. Le cose si svolsero esattamente secondo le sue previsioni: la caduta del fascismo fu opera di una rivoluzione armata (le masse ”irruppero violentemente sulla scena politica”) e a questa rivoluzione presero parte anche forze “borghesi-antifasciste” con l’intento di contenere “il movimento entro i limiti dello Stato borghese”. Poi, spazzato via il fascismo, si sarebbe aperto il “periodo di transizione” caratterizzato dalla lotta fra le componenti antifasciste borghesi e quelle proletarie popolari per il possesso esclusivo dello Stato (ciò che accade in Europa orientale). Il problema è: secondo Gramsci, quanto sarebbe durato il periodo di transizione nell’immaginare gli sviluppi
possibili del dopo-fascismo? Prima di rispondere con sufficiente approssimazione a questa domanda, è opportuno richiamare alla memoria i meriti teorici e politici di Gramsci negli anni cruciali che vanno dalla vigilia della Prima Guerra Mondiale alla scissione di Livorno (da cui nacque il Pcd’I). A tal riguardo consiglieremmo ai compagni di leggere un bel libro di Ruggero Giacomini: “Antonio Gramsci e la formazione del Partito comunista d’Italia“ (Edizioni di cultura operaia 1975). In questo volume l’Autore, nel ripercorrere passo dopo passo l’attività del rivoluzionario sardo, ne mette in luce lo straordinario acume politico, oltre che la coerenza e la determi- nazione rivoluzionaria. Giacomini denunzia anche tutti i tentativi della storiografia revisionista di minimizzare le scelte opportuniste di Togliatti di quel periodo, a partire dalla sua partecipazione -come volontario!- alla guerra imperialista. (Oggi, in dissonanza con l’analisi che emerge dal suddetto libro, il gruppo dei comunisti del ritorno a Marx rivaluta pienamente la via italiana al socialismo di Togliatti, e di questo gruppo fa parte Giacomini,)

Gramsci capì immediatamente, fin dal febbraio del 1917, che la rivoluzione russa non si sarebbe arrestata alla caduta dello zar, che l’esito più probabile sarebbe stato non una repubblica parlamentare ma la conquista del potere da parte del proletariato. “Dopo la rivoluzione di febbraio -dice Giacomini- mentre l’Avanti! valorizza le posizioni  intermedie dei socialisti rivoluzionari russi come Cernov, egli (Gramsci, ndr) è già decisamente dalla parte di Lenin e dei bolscevichi, scrive che essi “ sono nutriti di pensiero marxista. Sono rivoluzionari, non evoluzionisti” (op. cit. pag. 49). E all’indomani della vittoria della Rivoluzione d’Ottobre, Gramsci pubblicò un celebre articolo dall’audacissimo titolo provocatorio: “La rivoluzione contro il Capitale” non certo per attaccare Marx (che aveva previsto la rivoluzione proletaria nei punti alti dello sviluppo capitalistico e non in un paese arretrato), ma per criticare gli strumentali “ritorni a Marx” da parte della socialdemocrazia, la quale si serviva proprio di Marx per svalutare e gettar fango sulla Rivoluzione d’Ottobre (bisogna sempre diffidare, anche oggi -a distanza di un secolo!- dei “ritorni” a Marx in funzione anti-Lenin e dei “ritorni” a Lenin in funzione anti-Stalin, o dei “ritorni” a Mao in funzione anti-Deng). In quell’articolo Gramsci difese l’autentico marxismo creativo di Lenin.

L’Ordine Nuovo di Gramsci era il cuore e il cervello del fermento rivoluzionario  che portò la classe operaia di Torino ad occupare a tempo indeterminato le fabbriche.Dalle colonne di quel giornale partivano gli attacchi leninisti al comportamento vile, inconseguente, se non addirittura di aperto collaborazionismo verso gli industriali e il Governo da parte del Psi e della CGL. Il partito di Turati e il sindacato erano terrorizzati dalla piega rivoluzionaria che prendevano gli eventi.

Gli operai nelle fabbriche occupate erano armati ed anche in grado di produrre armi, avevano mitragliatrici pesanti, carri armati e disponevano perfino di aerei con cui lanciavano sulla città di Torino manifestini rivoluzionari. Erano pronti allo scontro. Erano determinati a dare l’assalto al potere borghese e ad instaurare il socialismo. Quando a Milano, nel settembre del 1920, si riunirono i vertici del partito e del sindacato (gli “Stati generali”) per decidere il da farsi, cioè per decidere come gettare acqua sul fuoco dell’incendio e tradire la rivoluzione, gli operai della Fiat Centro inviarono il seguente telegramma: “Operai Fiat Centro intendono solo trattare al patto che si abolisca la classe dominante e sfruttatrice, altrimenti immediata guerra fino a completa vittoria” (Cit. da Giacomini, pag.167) A quella riunione degli “Stati generali” andò anche una delegazione della sezione torinese del Psi la cui presa di posizione era molto attesa (e temuta). A nome della sezione torinese parlò Togliatti che inaspettatamente, facendo un brusco cambiamento di 180 gradi, delineò un quadro fosco e disfattista della situazione torinese e si mostrò quindi disponibile ad un’intesa con i vertici del partito e del sindacato. Arrivò anche a dire che lo schiacciamento del proletariato, in caso di insurrezione, era da ritenersi sicuro.

Fu un discorso di vero e proprio tradimento rispetto alle posizioni di Gramsci e della linea politica dell’Ordine Nuovo che egli apparentemente aveva condiviso fino ad allora. Da quel suo voltafaccia i vertici del Psi e del sindacato trassero un grande, insperato sospiro di sollievo e poterono così ancor più agevolmente imporre definitivamente il ritorno alla “normalizzazione”. La capitolazione di Togliatti ebbe come conseguenza l’abbandono della lotta per far nascere un partito comunista anche in Italia. Per raggiungere quest’obiettivo, al contrario, Gramsci si impegnò con coerenza e senza risparmio di energia, consapevole che la scissione del Psi s’imponeva di giorno in giorno come obiettivo ormai inevitabile. Il Psi, da parte sua, reagiva attaccando calunniosamente il gruppo dell’Ordine Nuovo per cercare di isolarlo e fargli perdere il ruolo di punto d riferimento nazionale per gli elementi della sinistra, ruolo che la rivista si era progressivamente guadagnato fin dalla nascita (l’Ordine Nuovo nacque il primo maggio1919). Quest’altro voltafaccia di Togliatti creò una grave crisi all’interno della sezione torinese del Psi dove Gramsci fu messo in minoranza. Ma quest’ultimo, senza perdersi d’animo, e con rinnovata energia, riuscì, nei due anni successivi, (insieme a molti altri compagni, ovviamente, ma di cui egli fu indiscutibilmente l’elemento trainante, il più cosciente e determinato) a raggiungere l’obiettivo storico della separazione dei rivoluzionari marxisti leninisti dai riformisti per dare anche alla classe operaia italiana un partito comunista.

Gramsci fu dunque un grande leninista: ma la storiografia revisionista, l’Istituto Gramsci (che meglio sarebbe chiamare Istituto per la Falsificazione di Gramsci) hanno cercato di cancellare in modo subdolo e astuto i meriti rivoluzionari del grande sardo. Bisognava far sparire le tracce, occorreva “ripulirlo” del suo leninismo rivoluzionario e dire di lui “il riformatore”, “il grande intellettuale”, “il filosofo”, “il teorico dell’egemonia” ecc. insomma tutto, tranne che “il rivoluzionario”. Occorreva anche lasciar trasparire (più che dichiararlo a chiare lettere) che la scissione di Livorno era stata un errore! Dopo di che l’icona inoffensiva del Gramsci “epurato” dal leninismo sarebbe stata pronta a benedire la strategia revisionista e completamente antileninista e antigramsciana della togliattiana via italiana (cioè pacifica e parlamentare) al socialismo. Non si sono fermati, i revisionisti, neanche di fronte alle più stomachevoli e vergognose falsificazioni, come quella che adombra la tesi di un Gramsci interventista e ciò allo scopo di lenire in qualche modo l’onta dell’interventismo (quello sì, vero e volontario!) di Togliatti nella prima guerra mondiale imperialista. Addirittura il professor Vacca (a)carlo)specialista in fraudolente menzogne dice di Gramsci che fu il primo e più penetrante “critico dello stalinismo” in ciò sbugiardato dal compagno Aldo Bernardini in un bel saggio pubblicato da Aginform e ripreso dal sito lanostralotta.org. L’imbroglione Ernesto Ragionieri, curatore dei “Quaderni del carcere” è arrivato finanche a omettere di citare, nella prefazione, il bellissimo elogio funebre che la Terza internazionale tributò ad Antonio Gramsci! Per non parlare, infine, dell’utilizzo strumentale che il “Migliore” ha fatto dei Quaderni del carcere.

Quindi, ritornando alla domanda che ci ponevamo all’inizio, cioè: la “fase di transizione”, nell’immaginario di Gramsci quanto sarebbe durata? Se vogliamo rispondere con realismo a questa domanda dobbiamo innanzitutto liberare –ripetiamolo ancora una volta- il grande rivoluzionario sardo dal cumulo di mistificazioni e di falsi con cui i revisionisti ne hanno riscritto la storia, e poi “derivare” dal suo comportamento (sempre coerente) di rivoluzionario leninista la posizione che avrebbe assunto all’indomani della caduta del fascismo, alla quale caduta egli non poté assistere perchè morì pochi anni prima, a soli 46 anni, stroncato dal regime carcerario di torture fisiche e morali che Mussolini e i giudici del Tribunale speciale consapevolmente e programmaticamente vollero imporgli per annientarlo. Il grande comunista riuscì a sopravvivere un decennio. Durante la prigionia, staccato dal mondo, staccato dal centro dirigente internazionale del comunismo, impegnato eroicamente, giorno dopo giorno, a sopravvivere al degrado fisico e morale, (e chi non tiene conto di questi elementi non è un marxista, se poi strumentalizza alcune frasi tratte dalle migliaia di pagine che egli scrisse per tenersi in vita e presentarlo sotto la luce di un rivoluzionario pentito come fa Spriano, allora è un infame), in quelle condizioni, dicevamo, può egli aver sopravvalutato la forza del fascismo e adombrato tempi più lunghi per la caduta di quel regime e per la conquista del socialismo? Perché no? Vorremmo vedere se al posto di Antonio Gramsci ci fosse stato Spriano o Togliatti o qualche altro suo discepolo intellettuale revisionista! Di fronte allo spettacolo grandioso della guerra partigiana antifascista combattuta dal popolo lavoratore in armi per la conquista del socialismo il creatore del Pcd’I non si sarebbe distaccato neanche di un millimetro dalla posizione che sempre assunse di fronte al movimento insurrezionale della classe operaia torinese e dei contadini del sud durante il Biennio rosso. Perché mai avrebbe dovuto avere esitazioni?

Viceversa Togliatti, confermò in quest’altra occasione storica perduta di ripercorrere la stessa linea timorosa e titubante che lo caratterizzò negli anni del primo dopoguerra. Gramsci, una volta resosi conto che si stava svolgendo una guerra di movimento cioè una rivoluzione armata, avrebbe mandato a quel paese le casematte e le guerre di posizione, argomento sul quale egli ritorna solo occasionalmente di tanto in tanto nelle pagine
scritte in prigione, e sul quale argomento non ha mai costruito una “teoria”. Insomma egli non ci ha lasciato un saggio che avesse come titolo, poniamo: “L’inevitabilità dei tempi lunghi della rivoluzione in Occidente” e chi gliela vuole attribuire questa “teoria” è un imbroglione, eticamente paragonabile a un magliaro! La sua biografia a differenza di quella di Togliatti, parla contro i tentennamenti in presenza di crisi rivoluzionarie.

La “fase di transizione” post-fascista sarebbe stata, per necessità storica e politica, di breve durata. Il dilemma era: si andava verso un’ordinaria repubblica borghese ripulita dal fascismo e dalla monarchia, oppure verso la presa del potere socialista? Più concretamente: lo Stato uscito dalla Resistenza si sarebbe configurato come una Repubblica parlamentare, fondata su istituzioni elettive a suffragio universale; oppure come una Repubblica di tipo nuovo, mai vista prima, cioè una “Democrazia progressiva”fondata sui comitati di liberazione nazionale in armi, democrazia che
sarebbe “progredita” fino al socialismo (come avvenne in mezza Europa)? Ma che cos’è esattamente una fase di transizione, qual è la sua caratteristica essenziale? Prendiamo degli esempi concreti da due grandi e concrete rivoluzioni, quella russa e quella cinese. Nel 1905 Lenin lanciò la parola d’ordine della “Dittatura democratica degli operai e dei contadini” come fase di transizione al socialismo.

Perché dittatura? Perché il potere di questa forma transitoria di Stato doveva poggiare sull’armamento della classe operaia e del popolo in sostituzione dell’esercito permanente e dell’apparato poliziesco zarista. Perché democratica? Perché doveva risolvere tutti i problemi di democrazia, soprattutto la questione agraria, problemi che non erano stati portati a termine a causa della barbara e semifeudale autocrazia zarista. Ma Lenin diceva che anche la borghesia, in epoca imperialista (e in Russia c’era un imperialismo feudale- militare) è una classe abbietta, che teme la rivoluzione, che è pronta alla transazione con lo zar e con la nobiltà alle spalle dei contadini e della classe operaia, non è più, non può essere più una classe rivoluzionaria, quindi se si allontana dalla rivoluzione è un bene, la rivoluzione si amplia e si approfondisce, gli obiettivi democratici borghesi li porterà a compimento il popolo in armi (la dittatura) sotto la guida della classe operaia. E cosi è stato, storicamente. Lenin vide giusto.
Prendiamo la rivoluzione cinese: nel giugno del 1949, alla vigilia della presa del potere, Mao Zedong definì con nettezza la fase di transizione verso cui andava la Cina. La chiamò Dittatura Democratica Popolare, somigliantissima alla formula enunciata da Lenin nel 1905 per la Russia. Questa fase di transizione presupponeva anch’essa l’armamento degli operai e contadini sotto la direzione dei comunisti, anzi, quando questa prospettiva strategica fu enunciata, il Pcc, a differenza del Partito bolscevico, già possedeva un potente esercito rivoluzionario, politicamente motivato, disciplinato, sotto la sua direzione. La Cina era un paese ancora più arretrato della Russia zarista, quindi al Partito comunista cinese incombeva addirittura il compito di far uscire il Paese dal Medioevo e avviarlo in tempi lunghi al socialismo. E tutt’oggi, dicono i comunisti cinesi, la Cina sta percorrendo la prima fase del socialismo che è a sua volta la prima fase del comunismo. Quindi la prima fase della prima fase, terreno finora inesplorato, essi dicono,e si suppone che il percorso verso il comunismo sarà più complicato, lungo e irto di pericoli di ritorni indietro. Ma quello che a noi ora interessa mettere in luce è: sia in Russia che in Cina ambedue le fasi di transizione presupponevano l’armamento del
popolo in sostituzione dell’esercito permanente e della polizia del precedente regime.

In Italia, la fase di transizione si configurò come una catastrofe controrivoluzionaria, prevalse la linea di Togliatti, transfuga del leninismo, detto “il
Migliore”, prevalse la sua linea vile e di tradimento, la linea di disarmare il popolo e inebetirgli la testa di illusioni legalitarie, di diffondere l’insopportabile retorica dei cosiddetti Padri Costituenti che non hanno costituito un bel niente e della cosiddetta Costituzione Repubblicana fondata sulla disoccupazione di massa su cui ci ha urinato tutto il canagliume borghese (tra le proteste dei comunisti che diventavano sempre meno comunisti fino a scomparire definitivamente), canagliume che ha detenuto il potere da allora ad oggi, in nome e per conto della borghesia monopolistica; prevalse la linea del cretinismo parlamentare ancora più cretino del cretinismo turatiano. “Il Peggiore” puntò tutto sulle elezioni a suffragio universale e chiamò la Democrazia cristiana grande partito popolare. Poi quando prese il calcio nel sedere alle elezioni “universali” del 48, ne prese un altro ancora più doloroso dal “grande partito popolare” di De Gasperi che fece un colpo di Stato propiziato da Washington e lo cacciò via dal governo. Ma egli continuava ad imbrogliare la gente, definì la repubblica borghese fondata sulla Chiesa e sulla Celere scelbina che perseguitava e talvolta massacrava operai, contadini meridionali e comunisti “Repubblica Nata dalla Resistenza”. Era una menzogna, era una definizione ingannatoria che suonava offesa al sacrificio di migliaia di italiani, donne e uomini, operai, comunisti, socialisti, ex-soldati, giovani, tutta gente del popolo che aveva perso la vita nella lotta per farla finita con la borghesia. Dopo che la battaglia per il possesso esclusivo dello Stato (che i comunisti togliattiani non hanno neanche tentato di ingaggiare) fu vinta da De Gasperi, l’Italia non era più una Repubblica nata dalla Resistenza ma una Repubblica nata dal Tradimento della Resistenza. L’Italia era “transitata” da una monarchia fascista a una repubblica parlamentare capitalista. Ecco la verità marxista sfrondata da tutti gli orpelli con cui i cretinisti parlamentari revisionisti togliattiani hanno voluto addobbare la Repubblica nata dalla Resistenza Tradita, e hanno inteso coinvolgere in questa colossale operazione mistificatrice il più grande comunista e Martire antifascista che ha avuto l’Italia. Ma non c’è alcun dubbio che i marxisti leninisti lo vendicheranno, nel senso che restituiranno ad Antonio Gramsci il posto d’onore di grande rivoluzionario leninista che gli spetta nella storia del movimento comunista in Italia.

Un solo accenno, per concludere, al concetto di fase di transizione aggiornato all’oggi. E’ un argomento questo da “maneggiare con cura”, altrimenti si va a finire, senza nemmeno accorgersene, nel pantano kruscioviano-togliattiano della transizione pacifica. Ci sono dei compagni che, dimenticando l’insegnamento fondamentale di Marx secondo cui la repubblica democratica è l’ultima forma statale della società borghese, immaginano fasi transitorie di avvicinamento al socialismo che stanno solo nella loro fantasia e niente affatto nella realtà storica e politica dell’Occidente imperialista. Valga per tutti l’esempio (in negativo) della “Rivoluzione democratica” enunciata dai trotskisti del Campo Antimperialista. Costoro hanno abolito la parola “rivoluzione socialista” e l’hanno sostituita con la più rassicurante “fuoriuscita dal capitalismo”. Questa fuoriuscita, secondo loro, “è una missione dai tempi storici, che impiegherà più generazioni”. Tre generazioni coprono un secolo. Essi non dicono: due o tre generazioni, ma: più generazioni, il che significa che la Storia, prima di partorire la “fuoriuscita” potrebbe aver bisogno anche di due o tre secoli, quindi si tratterebbe di un parto lungo e doloroso. E nel frattempo? Nel frattempo ci sarà la famosa fase di transizione che essi chiamano “fase di passaggio”, durante la quale “elementi capitalistici coabiteranno con quelli socialisti nascenti (…) e il settore socialista prevarrà solo se batterà sul campo quello capitalistico, e lo batterà se saprà dimostrare di produrre meglio con meno dispendio di risorse, umane e naturali, se creerà beni, materiali e immateriali eccedenti lo stretto necessario….. insomma (il socialismo prevarrà), solo se saprà superarlo (il capitalismo), e per questo sono indispensabili l’ausilio delle istituzioni dello Stato nuovo e la spinta di un vivace protagonismo popolare”. Quindi a dispetto della dialettica marxista (e i trotskisti non sarebbero tali se tentassero almeno di usarla) il socialismo si affermerebbe evoluzionisticamente dal seno del capitalismo, basta che dimostri la sua capacità di “produrre meglio” e “con meno dispendio di risorse”. Il terreno di questa competizione sarà uno “Stato nuovo” (dove però l’apparato repressivo starà lì al suo posto), Stato nuovo che per funzionare bene avrà bisogno di un “vivace protagonismo popolare” (il quale protagonismo popolare si suppone, non dovrà troppo eccedere in vivacità altrimenti ci sarà la polizia dello “Stato nuovo” pronta a intervenire). La linea del Campo Antimperialista si manifesta quindi come una versione in tono minore del trotskismo, una versione aggiornata alla situazione specifica dell’Italia che di teorici di vie riformiste ne ha avuti a bizzeffe, una versione sintetizzabile nella formula “fuoriuscita permanente” in sostituzione della più celebre “rivoluzione permanente”. E’ un trotskismo invecchiato, smussato, che ha perso definitivamente fiducia nella rivoluzione, e’ un trotskismo che lancia messaggi scoraggianti di questo tipo: ” Chi pensa a tempi stretti e a rivoluzioni catartiche si racconta storie e si romperà la testa. E’ un trotskismo che neanche Trotski riconoscerebbe più.

Gli attuai teorici della transizione, in attesa della catarsi di là da venire, sono portati a dare eccessivo peso a fenomeni tipo Pisapia, De Magistris. Orlando Per non parlare poi di Beppe Grillo che supera di gran lunga, in quanto a fenomeno politico, i tre succitati sindaci di Milano Napoli e Palermo.

Abbiamo l’opportunità e la fortuna di assistere a come si sta muovendo il KKE, un partito comunista marxista leninista in presenza della crisi profondissima che sta attanagliando la Grecia. Dovremmo trarre insegnamenti dal loro comportamento eroico in questa congiuntura, imparare dal loro modo di guardare in faccia alla realtà dicendo a chiare lettere che per uscire dai Rigor Montis greci c’è una sola via: farla finita con il regime capitalistico. E loro non sono un gruppo o un gruppuscolo o una setta ma una realtà politica nazionale importante, che conta (finora) 25 parlamentari. Sembrava finora che l’Europa opulenta dovesse o potesse esprimere solo comunisti imperialisti- compatibili, come quelli che ci stanno stritolando gli organi interni da 50 anni raccontando palle riformiste, a partire da Togliatti giù giù fino ai trotsko-ingraiani manifestini e ai bertinotto-ferrero-dilibertiani (per non parlare dei trotskisti propriamente detti su cui conviene stendere un velo pietoso).

Invece no! La Grecia insegna.

Amedeo Curatoli

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