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pubblicato da Giovanni Apostolou il 19 luglio 2011 alle ore 0.36

Contrariamente a quanto ritenuto da coloro che elevano l’antistalinismo come matrice di un nuovo inizio per il movimento rivoluzionario, prosperati in questi ultimi anni, il movimento comunista che nel suo complesso sotto il profilo storico valoriale si richiama nella sua complessità all’esperienza storica del comunismo del ‘900 mostra ancora una certa vitalità (basti pensare (per rimanere in Europa) al KKE in Grecia o al PC di Portogallo).
Sorprese giungono da Est (ex URSS, ex Cecoslovacchia); si conferma una certa tenuta politica in Europa; Cuba, Corea e Vietnam non hanno rinnegato il carattere socialista della propria società; ad Atene e Bruxelles si svolgono sistematicamente le assisi internazionali dei PC che non sono omologati al nuovo corso social-democratico della Sinistra Europea (SE) e della SEL.
Non si tratta, ovviamente, di un movimento unico, omogeneo, organizzato, né da questa capacità di resistenza pare emergere una nuova elaborazione politica capace di riunificare le forze.
Piuttosto, il dato più marcato è l’avvicinamento alle posizioni di una socialdemocrazia “di sinistra” di tutti i partiti “socialisti” (ex Partiti “comunisti”) emersi nei paesi dell’Est dopo gli avvenimenti del 1989.
Tale modificazione appare evidente anche come base preliminare della rinascita del PCUS.
In Europa occidentale appare invece attivo il tentativo di ridefinire un “neocomunismo” che mantenga alcuni elementi di continuità con l’esperienza storica del movimento comunista.
Il dibattito e l’analisi sui disastri e le illusioni del progetto gorbacioviano, dopo essere stato viziato da un sostegno acritico e un po’ suicida, è stato ormai rimosso, anche perché i leaders della perestrojka sono stati scalzati dagli avvenimenti più rapidamente del previsto.
Se la contraddizione più evidente pare quella della riconversione socialdemocratica degli ex Partiti “Comunisti” a Est, mi sembra invece più urgente sottolineare le contraddizioni e tendenzialmente i guasti che il “neocomunismo” può arrecare ad un processo reale di riorganizzazione e rinnovamento del movimento comunista.
Il percorso dei neocomunisti comincia quasi sempre con il “ritorno a Marx”, solo qualche audace pensa ad un “ritorno a Lenin”, ma degli anni della NEP.
Sul resto dell’esperienza del movimento comunista, cioè più o meno 70 anni di esperienze statuali e rivoluzionarie, viene imposta la discontinuità e il comodo luogo comune di “stalinismo” che dovrebbe arbitrariamente sintetizzare tutta l’esperienza del “socialismo reale” e del movimento comunista internazionale fino agli anni ’90.
Ovviamente c’è una differenza tra gli osservatori borghesi che hanno stabilito un’egemonia volgarizzata sulla realtà arrivando a definire “stalinista” anche il presidente bielorusso Lucasenko o l’attuale gruppo dirigente cinese, e i pensatori “neocomunisti” che usano sbrigativamente tale definizione per indicare una lunghissima fase storica o, in alcuni casi, un modello di organizzazione politica.
Queste note vogliono riaprire una riflessioni su tali questioni mettendo in evidenza le contraddizioni esistenti in questo approccio (oggi purtroppo dominante nella sinistra comunista) che ritiene in un modo o nell’altro di essere all’anno zero del comunismo, liquidando cosi esperienze e memoria storica del movimento comunista sulla base di analisi e ragionamento sovrastrutturali.
Esiste infatti un ampio arco di esponenti marxisti di tutto rilievo che, di fronte alla rivoluzione d’Ottobre, mostrano di non comprendere i passaggi e le scelte del gruppo dirigente comunista russo.
I “marxisti”, che da sinistra hanno attaccato il potere sovietico e che si rifanno alle elaborazioni di Rosa Luxemburg, omettono spesso aspetti significativi delle stesse:

1 – Una volta uscita dal carcere e alle prese con l’organizzazione e le scelte da realizzare per la rivoluzione tedesca, Rosa Luxemburg rettificò molte delle critiche avanzate alla rivoluzione sovietica (esempio: sulla contrapposizione tra il parlamentarismo dell’assemblea costituente e la democrazia diretta dei Soviet).
Ciò significò che nel “fuoco della lotta” molti dei principi vengono adeguati alle scelte concrete da operare.

2 – E’ molto sospetto che di tutta l’elaborazione di Rosa Luxemburg siano stati divulgati solo alcuni elementi (la libertà di fronte alle restrizioni post rivoluzionarie imposte dai bolscevichi) e non altri, come ad esempio le posizioni sulla questione agraria in cui la Luxemburg, in anticipo su quello che sarà realizzato nell’epoca di Stalin, si diceva contraria alla distribuzione della terra ai contadini, favorevole ad una rapida collettivizzazione delle terre ed al loro legame con l’industria per evitare i contrasti tra città e campagna onde evitare l’opposizione dei contadini-proprietari al socialismo (il che avvenne realmente e fu la causa della lotta contro i Kulak).

I neocomunisti (ndr comunistardi) italiani ed europei hanno cercato spesso di contrapporre le tesi di Rosa Luxemburg all’esperienza sovietica e ai comunisti russi, ma un esame più serio porterebbe a vedere le cose diversamente.
Utilizzando le tesi di filosofi marxisti come Korsch, Lukacs o intellettuali marxisti come Pannekoek, ma anche lo stesso Gramsci, i neocomunisti hanno cercato di costruire un filone di pensiero e di elaborazione politica (basti pensare all’interpretazione di destra di Gramsci diventata dominante nel PCI e nell’eurocomunismo) che si contrapponesse ai comunisti russi e alla III IC cercando di definire un “socialismo altro e diverso” da quello costruito nell’URSS.
Si è cercato cioè di produrre una rottura tra il “movimento comunista reale” e quello “ideale”.
Ma il “marxismo ideale” aveva la possibilità di diventare, come lo è diventato quello dei comunisti russi, un’esperienza concreta di presa del potere e di edificazione di una società socialista?
Molto probabilmente no, e questo per le caratteristiche del marxismo occidentale che ha cercato in qualche modo di contrapporsi all’esperienza sovietica.
La contrapposizione tra una concezione teorica della lotta di classe e la realizzazione rivoluzionaria in Russia, non deriva solo dalla natura dei suoi soggetti: da una parte filosofi e intellettuali (ikhatdersozialisten) e dall’altra i rivoluzionari di professione, cioè dirigenti e militanti di forze reali, essa deriva anche da altri fattori di tutto rilievo.
La sensibilità di tanti “marxisti alle tematiche della democrazia politica più che alle questioni strutturali dell’edificazione socialista, è quella che obiettivamente coincide con le tesi socialdemocratiche sul “male originario del comunismo”, cioè la scarsa propensione alla democrazia politica che è preliminare alla democrazia economica.(ndr leggasi “La rivoluzione proetaria e il rinnegato Kautsky DI V.I.Lenin)
Ma anche questa sensibilità sembra provocata più dalla natura sociale dei suoi esponenti (appunto filosofi ed intellettuali marxisti) che da un’analisi rigorosa della prima sperimentazione comunista nella storia dell’umanità.
Parlo di sperimentazione non solo perché essa si è arrestata alla prima fase del processo di transizione ed anzi oggi è arretrata verso la restaurazione del capitalismo, ma anche perché la rivoluzione russa è stato il primo tentativo riuscito di assalto al cielo.
Non è irrilevante sottolineare che questa rivoluzione si è rivelata come un’anomalia rispetto all’analisi marxista (anche se veniva indicata la Russia come paese in cui la rivoluzione era possibile).
Infatti la “rottura rivoluzionaria” si è realizzata in un paese arretrato; la fase della rivoluzione democratica è stata particolarmente breve sia per l’accelerazione imposta dai fatti (la prima guerra mondiale) sia per quella imposta dai comunisti russi e da Lenin.
Non era accademico lo scontro tra Lenin che spingeva per l’insurrezione e i marxisti Zinoviev e Kamenev che frenavano la spinta insurrezionale.
Tra le due posizioni, quella di Kamenev e Zinoviev era più coerente con l’impostazione classica marxista ma meno aderente alla realtà degli avvenimenti.
Si rivela poi del tutto arbitrario ritenere che il complesso dell’elaborazione di Lenin dopo il 1917 (cioè il leninismo) sia una sintesi omogenea di tesi politiche e teoriche.
Lenin, infatti, da comunista ha guardato in faccia la realtà in cui viveva, le forze reali che aveva a disposizione ed il contesto interno ed internazionale in cui la rivoluzione si era realizzata.
Se si va ad osservare le scelte del potere sovietico si vedrà in esse svolte repentine, “salti e rotture”, contraddizioni evidenti tipiche ed inevitabili di un processo reale.
Dalla pace di Brest Litovsk alla repressione della rivolta di Kronstadt e di Tambov, dal “terrore” rosso alla reintroduzione del mercato con la NEP, la rivoluzione si è dovuta misurare in concreto e non in astratto con immensi problemi di carattere economico, militare, teorico e politico.
E’ indubbio che qualsiasi filosofo marxista, per quanto ben saldo nelle sue convinzioni, ne sarebbe stato stritolato.
Ma la rivoluzione sovietica non aveva neanche altre esperienze o modelli pre-esistenti a disposizione con cui potersi misurare o da cui trarre insegnamento.
Era la prima, gigantesca sperimentazione politica di una società socialista, la cui direzione era assicurata dal primo Partito Comunista (non più dunque una corrente marxista della socialdemocrazia).
Questo approccio pragmatico con i problemi concreti di un processo rivoluzionario si è mantenuto anche con la direzione di Stalin, a scapito certo della tradizione e dell’elaborazione marxista classica, ma arricchito dal patrimonio di sperimentazione politica pratica che si andava via via accumulando trascinando con sé tutti gli errori e le contraddizioni che vi si producono.
Emblematica di questa rottura (oggettiva secondo alcuni, soggettiva secondo altri) è la rielaborazione della questione dello Stato fatta da Stalin.
Lo scostamento dalla tesi marxista storica secondo cui lo Stato si estingue mano a mano che si sviluppa il socialismo, è paradigmatico per comprendere la evidente differenziazione tra “marxisti e comunisti” dentro il processo reale aperto dalla rivoluzione d’Ottobre.
I comunisti russi da subito ebbero a che fare con il concretissimo problema dell’edificazione e della difesa del primo ed unico Stato socialista del mondo.
Tale passaggio qualitativo non può essere in alcun modo trascurabile.
La graduale estinzione dello Stato sarebbe stata resa possibile solo da un’estensione internazionale o almeno regionale della rivoluzione socialista, ma in realtà questo, com’è noto, non si è realizzato (le insurrezioni fallirono in Germania, Ungheria, Austria).
Il nuovo Stato sovietico doveva dunque trovare un modo di esistere, convivere e resistere nonostante questa non trascurabile contraddizione.
Un altro fattore sicuramente decisivo era il contesto internazionale: la vigilia della seconda guerra mondiale.
Stalin aveva già intuito tale tendenza nel 1927 come naturale conseguenza della fine della stabilizzazione capitalistica degli anni ’20.
E’ in questo quadro che Stalin parla di “elaborazione incompleta e insufficiente di alcune tesi generali della dottrina marxista dello Stato” (1), operando una rottura con le tesi propriamente marxiste su questo aspetto non certo secondario.
E’ dunque dentro questo processo fatto di rotture, arricchimenti pratici e politici, sperimentazioni inedite e contraddittorie del marxismo che molti marxisti sono diventati comunisti organizzando i Partiti Comunisti, le forze sociali, dando vita alla III IC ed ingaggiando a livello mondiale una lotta micidiale con un capitalismo in crisi, disposto alla guerra, connivente con il nazifascismo in buona parte dell’Europa.
Altri “marxisti”, ritenendo che ciò fosse un processo foriero solo di sventure per il marxismo, si ritirarono nella ricerca su altre sfere della vita politica e sociale (l’estetica, la filosofia, l’arte, ecc.).
Scrive Perry Anderson:
“Se da un lato il marxismo europeo trascurava sempre più l’analisi teorica delle strutture economiche e politiche, dall’altro e contemporaneamente il suo asse di ricerca si spostò sempre più verso la filosofia.
E’ impossibile non accorgersi dell’assoluta prevalenza di filosofi di professione (da Lukacs ad Altussher, da Korsch a Colletti) nell’ambito del marxismo occidentale”(2).
L’osservazione di Anderson è fondamentale.
Egli individua socialmente e geograficamente un filone teorico sviluppatosi in contrapposizione o in forte critica con l’esperienza dei comunisti russi e i Partiti Comunisti della III IC.
Ma si evidenzia anche la natura sociale e le aree di ricerca sviluppate dal marxismo occidentale abbandonano l’analisi strutturale delle contraddizioni (il punto di forza del marxismo) e si orientano verso i problemi sovrastrutturali.
Tra questi spicca l’esperienza italiana e l’interpretazione di destra di Gramsci rimasta egemone su gran parte della vecchia e nuova sinistra in Italia.
Questo filone teorico, disomogeneo ma piuttosto convergente nella critica all’esperienza sovietica e terzo internazionalista, rappresenta le radici di quel “revisionismo marxista” su cui, ad esempio, Mario Tronti nel 1990 individuerà il retroterra per una ripresa politica del comunismo e su cui si fonda gran parte di quella ancora indefinita identità “neocomunista” su cui convergono spezzoni della ex nuova sinistra e dell’ex PCI (una parte del gruppo dirigente del PRC si richiama a questo filone di ricerca e a questa identità).
Questo retroterra politico e teorico pone e porrà dei problemi concreti nel futuro.
Se i “marxisti” (intendendo con i marxismi prodotti in Europa) si sono contrapposti ai comunisti che avevano dato vita al socialismo in URSS, i “neocomunisti” contrappongono ora una discontinuità radicale all’insieme dell’esperienza storica del movimento comunista.
Secondo Massimo Salvadori, nella sua opera sulla storia del pensiero comunista, la convergenza tra questa impostazione e la contestazione della socialdemocrazia ai comunisti russi e al modello sovietico è inevitabile così come era già accaduto in passato (3).
Salvadori, da storico liberademocratico, trascura un aspetto non secondario e cioè che l’ostacolo a tale convergenza venne dal continuo spostamento a destra della socialdemocrazia (1990: si veda la SPD tedesca o il PDS italiano).
Ma se sul piano teorico tale ostacolo può rappresentare un freno all’omologazione oggettiva del neocomunismo con la socialdemocrazia, sul piano politico il rischio di una egemonia comunque riformista e socialdemocratica anche su partiti che si definiscono comunisti si ripropone per intero.
Il “politicismo” impregna profondamente la cultura neocomunista ( ndr comunistarda) nel nostro paese.
Né i tentativi iper – eclettici di tentare di prendere qua e là spezzoni di pensiero politico e dargli una nuova sintesi, né la cultura sovrastrutturale e riformista dei neocomunisti consentiranno ai comunisti, marxisti, rivoluzionari di affrontare la durissima fase interna ed internazionale che ci si para davanti.
Eppure ancora una volta sono le contraddizioni reali a fornire materiale concreto per una ripresa del marxismo-leninismo rivoluzionario.
Gli attuali avvenimenti internazionali hanno costretto anche i centri studi borghesi ad analizzare con più rigore la realtà: gli attuali processi reali hanno sbalzato un po’ tutti dal torpore, dalla subalternità ed anche da vecchie rendite di posizione.
In una situazione internazionale ed interna di profonda crisi economica e politica, i pericoli di nuove guerre e conflitti dopo la Libia rendono attuale ed urgente la ripresa di un’analisi marxista delle contraddizioni reali che determinano tale situazione ma aprono anche spazi immensi all’azione politica dei comunisti.
Occorre però “far saltare il tappo” che egemonizza e distorce la formazione di una generazione politica adeguata a tale situazione, una generazione politica che, in sostanza, non vuole morire ingraiana né ritrovarsi alla testa di quel ceto politico di teorici ed ex dirigenti del PdUP e de Il Manifesto che da venti anni rappresentano una formidabile ipoteca sulla riorganizzazione ed elaborazione politica del movimento comunista nel nostro paese.

NOTE

1 – Rapporto al XVII congresso del PCUS, 1939

2 – Il dibattito nel marxismo occidentale, Bari, p. 65.

3 – L’utopia caduta, Bari, 1991.

 
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