DAGLI INCIDENTI DI THREE MILES ISLAND E CHERNOBYL’ ALLA FEBBRE FINANZIARIA E AL COLLASSO (prima parte)

Di Michele Trocini  

Se qualcuno crede che l’odierna crisi sistemica del capitalismo sia avvenuta a causa delle speculazioni sui  mercati finanziari si sbaglia profondamente. Le speculazioni sono sempre esistite in ogni genere di mercato e, se non ci fossero state, esso non si sarebbe neppure costituito. Il mercato mondiale odierno ha la disgrazia di non aver saputo convertire il funzionamento dei sistemi monetari dalla parità aurea alla parità con l'”oro nero”. Non si può dire che il mercato mondiale non si sia dato da fare, tanto è che è riuscito persino a fungere da “cassa in nero”. Alla parità con l’”oro nero” però non ha mai voluto arrivarci. Ad un certo momento i  mediatori di borsa sono stati indotti a puntare sulla massa monetaria in dollari americani, invece di operare attraverso una sana valutazione della consistenza delle risorse energetiche. E così facendo si sono trovati fra le mani un  biglietto di carta che sottintendeva una riserva aurea ormai inesistente. In pratica il comportamento degli uomini d’affari ha portato l’economia alle  catastrofi tecnologiche, precorritrici della grande rovina. La serie di tali catastrofi parte dagli incidenti nei reattori atomici, fino a quella per antonomasia di Chernobyl’ tuttora considerata  come una colpa da addossare all’Unione Sovietica. Le inchieste su questo incidente ricalcano la logica del mercato mondiale, meno che mai quella  degli specialisti di energia atomica. Significativamente, la catastrofe di Chernobyl’,  dopo aver stroncato il socialismo nell’URSS, si riverbera ora pesantemente sull’intero sistema capitalistico attanagliato dalla crisi, pur non avendo con esso nessun legame. Questa catastrofe è diventata  un giocattolo nelle mani di politicanti che non hanno voluto analizzare i rapporti di causa-effetto con i metodi affermatisi nel periodo di industrializzazione dell’Urss, ma hanno preferito sfruttare fino all’esaurimento l’intero sistema energetico sovietico, imputato di adesione al  socialismo. Tuttavia, le false conclusioni sono di breve durata e prima o poi  debbono confrontarsi con analisi degli eventi che intendono valutare lucidamente circostanze e misure in grado di impedire le tragedie. D’altronde, è lo stesso istinto di autoconservazione della vita umana a generare le analisi che mirano a preservare questa vita. Negli ultimi 25 anni si sono accumulati parecchi materiali analitici su Chernobyl’.  La lettura di tali  documenti fa luce su tante circostanze e rapporti di causa-effetto di tragedie  industriali avvenute nel mondo, talvolta somiglianti a Chernobyl’ come gocce d’acqua. Il guasto alla centrale atomica di Chernobyl’  va considerato sullo  sfondo delle statistiche internazionali su guasti e incidenti dell’ultimo mezzo  secolo in campo energetico nucleare. Queste statistiche non evidenziano  particolari correlazioni con il paese coinvolto. Il dato sostanziale è che la  presenza stessa di qualsiasi centrale atomica si accompagna a certi difetti di funzionamento che possono trasformarsi in incidenti. Due sole catastrofi si distinguono come episodi a se stanti nella serie delle avarie. La prima è quella avvenuta nella centrale di Three Miles Island in Pennsylvania il 28 marzo 1979.  Il guasto si verificò nel secondo reattore e comportò una parziale fusione del nocciolo. Fra il 31 marzo e il 1 aprile 80 dei 200 mila residenti in un raggio di 35 chilometri dovettero abbandonare le proprie abitazioni, sette scuole  furono chiuse e il governatore ordinò l’evacuazione di tutte le donne incinte e dei bambini in età prescolare. La seconda catastrofe avvenne nella centrale  di Chernobyl’ all’alba del 26 aprile 1986. Il giorno seguente furono evacuati dall’insediamento di Pripjat’  45 dei 50 mila residenti. Poi con l’aumento della contaminazione aumentò anche il numero degli evacuati. Gran parte del colpo sferrato dall’esplosione dell’unità n.4 della centrale fu assorbita dagli  ufficiali e dai soldati del Ministero della difesa dell’Urss, che praticamente chiusero con i loro corpi il reattore atomico RBMK-1000. Circa 100 mila militari furono investiti dalle radiazioni in modo più o meno grave. La causa fondamentale dell’incidente di Three Miles Island fu classificata di natura tecnica, nel senso che un difetto degli strumenti di misurazione e controllo indusse in errore il personale di servizio. La causa fondamentale dell’incidente di Chernobyl’  fu invece classificata di natura organizzativa, nel senso che un test programmato sul quarto reattore provocò un’improvvisa “auto accelerazione” verso un regime potenzialmente pericoloso. I dati sui due incidenti sono la punta di un iceberg: molte circostanze che li riguardano restano sotto le acque del tempo trascorso. Nel 1985 a Three Miles  Island fu riavviato il primo reattore (non danneggiato), che continua a funzionare. L’ultima notizia di un guasto in questo impianto  data 21 novembre 2009 e si riferiva ad una fuga di radioattività. Tutti i reattori del tipo Chernobyl’ continuano a funzionare anch’essi ad eccezione della centrale atomica di Ignalinsk, chiusa un anno fa su richiesta dell’Unione Europea come pegno da pagare per l’ingresso della Lituania nella UE. Negli ultimi tempi sono circolate numerose versioni su quanto accadde: solo su Chernobyl’ si contano oltre un centinaio di inchieste,  ma nessuna versione ha retto alla prova. Non si è mai voluto vedere che ambedue  le catastrofi sono state predeterminate dallo stesso rapporto di causa-effetto. La ragione di questo nesso, valida sia per Three Miles Island che per Chernobyl’, sta in una situazione economica negli USA che portò a comprimere l’espansione dell’energia atomica. In altri termini, l’incidente in Pennsylvania  fu programmato per esigenze economiche dall’elite finanziaria americana, dopo di che si rese necessario l’accaduto di Chernobyl’ al fine, diciamo così, di riequilibrare la situazione. L’oggettività di questa  tesi è avvalorata dalla dinamica dell’economia americana dal 1979 fino ad oggi.  Infatti, negli anni settanta del secolo scorso gli USA stabilirono che d’allora in poi il motore dell’  economia doveva essere l’espansione del dollaro nel mondo  intero. Il varco da cui passò tale espansione fu aperto dalla guerra arabo-israeliana del Kippur nel 1973, quando l’imperialismo costrinse i paesi del Golfo a decretare l’embargo petrolifero. Con questo embargo esso ottenne la  quadruplicazione dei prezzi del petrolio e gli Stati Uniti cominciarono a stampare freneticamente la propria moneta, con la quale tutti saldavano i conti degli acquisti di “oro nero”. Nel periodo 1973-1979, anni di grande lavoro della Zecca statunitense, si  profilò la possibilità per gli USA di passare dal commercio dei beni al  commercio dei dollari. Proprio in quella fase si costituisce il Comitato dei trecento, la cupola imperialistica per il governo del mondo attraverso il dollaro, dato che persino l’ostile Unione Sovietica aveva già convertito la propria economia alla fede nel profitto monetario come misura dell’efficienza.  Invece che al modello staliniano basato sul calcolo dei consumi unitari di “oro nero” e sul profitto inteso come riduzione dei prezzi (nella prospettiva di una  uscita dalla circolazione monetaria), l’economia sovietica era ormai orientata al mercato parallelo illegale. Allora, dopo la guerra del Kippur, gli oracoli del capitalismo negli Stati Uniti non sapevano ancora che il meccanismo da essi escogitato per governare il mercato mondiale avrebbe portato al graduale gonfiamento delle bolle finanziarie, che poi sarebbero via via esplose di pari passo con la crescita dell’industrializzazione nei paesi emergenti. Gli imperialisti non potevano allora immaginarsi che i paesi meno sviluppati avrebbero manifestato quell’istinto di sopravvivenza economica caratteristico della Russia sovietica nel momento in cui Lenin lanciò la campagna di elettrificazione di tutto il  paese; che avrebbero cioè impostato le proprie economie su un sistema di  concessioni parziali ai paesi occidentali. Prendendo l’esempio dalla Russia sovietica essi decisero di concedere agli imperialisti le proprie risorse, comprese quelle lavorative. Nella maggioranza dei paesi questo avrebbe assunto forme persino peggiori della dipendenza coloniale diretta. Ci sono voluti alcuni decenni perché le rispettive borghesie nazionali imparassero ad esercitare il controllo interno delle risorse energetiche come fattore  decisivo dell’economia. Così, a cavallo tra il XX e il XXI secolo, i prezzi del petrolio sono schizzati in alto e il dollaro non è riuscito più a controllare l’intero mercato mondiale, poiché esso stesso ha cominciato silenziosamente a sprofondare nelle contraddizioni accumulatesi, venute a galla alla fine in forma di bolle finanziarie garantite dal nulla. Nel 1979 l’Olimpo imperialistico non poteva prevedere un simile epilogo del commercio dei dollari invece che delle merci. E così gli americani iniziarono a ridurre le proprie attività produttive, a congelare i loro giacimenti petroliferi, a trasferire i loro impianti per la fabbricazione di beni di largo consumo nei paesi terzi. Il commercio dei dollari apriva infatti ampi orizzonti al conseguimento di maggiori profitti. Secondo i dati in possesso il PIL degli  Stati Uniti in termini di economia reale rappresenta appena l’11%, mentre tutto  il resto sono titoli in corso di svalutazione. Sullo sfondo di questo restringimento della produzione USA, nel 1979 diventarono superflue anche le centrali atomiche, che oltretutto richiedevano colossali investimenti. Stando  così le cose, un incidente in una qualche centrale nucleare divenne per i  circoli finanziari un evento auspicabile. Facendo leva sulla pericolosità dell’energia atomica, si sarebbe potuto facilmente bloccare la costruzione delle centrali. Si era profilato un modo diverso di macinare i profitti: d’ora in  avanti avrebbero dovuto “lavorare” i dollari. Alcuni giorni prima dell’incidente di Three Miles Island uscì sugli schermi americani il film “La sindrome cinese”, avente come soggetto un’inchiesta su una centrale atomica  poco sicura. Un operatore, indotto in errore da un rilevatore guasto, chiude il flusso dell’acqua fredda al nocciolo, provocandone quasi la fusione (sindrome cinese). Un altro personaggio del film afferma che l’incidente avrebbe potuto  causare l’evacuazione degli abitanti da un territorio “grande come la Pennsylvania”.  La realtà dell’incidente di Three Miles Island coincide con quanto si raccontava nel film.

L’evoluzione catastrofica di Three Miles Island si fermò letteralmente a qualche millimetro dall’esplosione del reattore, esplosione che invecesi verificò sette anni dopo a Chernobyl’. I professionisti diranno poi che: “a Three Miles Island la situazione assomiglia a quella di Chernobyl’ fino a venti secondi prima dell’esplosione”.

Il 5 aprile 1979, qualche giorno dopo l’incidente in Pennsylvania il presidente Jimmy Carter pronunciò un discorso sui problemi dell’energia. Egli si soffermò sui metodi  alternativi di produzione dell’energia elettrica e non disse una parola sull’energia nucleare, si trattasse di fissione del  nucleo atomico o di sintesi termonucleare controllata. Numerosi senatori, dal  canto loro, dichiararono che l’incidente avrebbe potuto comportare “una dolorosa revisione dell’atteggiamento verso l’energia atomica…” e, nonostante la stampa avesse iniziato a pubblicare documenti secondo i quali “gli incidenti nei reattori nucleari si erano verificati sin dal momento  della loro apparizione”, la realizzazione dei reattori nucleari negli Stati Uniti fu bloccata. Sette anni dopo  ci fu l’esplosione dell’unità n. 4  della centrale di Chernobyl’  e la costruzione dei reattori nucleari fu bloccata  anche in Unione Sovietica e poi in Russia. Come si può pensare che gli  incidenti di Three Miles Island e Chernobyl’, che hanno prodotto il medesimo effetto, siano due episodi isolati l’uno dall’altro? Chi la pensa così vuole  solo confondere le idee. L’emissione a ritmo forzato di titoli di borsa e il blocco della realizzazione delle centrali atomiche ad  elevata intensità di capitale negli USA imposero il blocco dell’energetica atomica anche in Unione Sovietica, poiché i magnati americani non potevano  permettere che il nemico principale continuasse a sviluppare la costruzione di centrali atomiche a casa propria e all’estero mentre negli Stati Uniti essa era stata paraticamente azzerata. Senza contare che a monte della realizzazione di nuovi reattori c’erano le migliori intelligenze scientifiche e lo sviluppo di tecnologie industriali avanzate in tutto il mondo. Fatta questa considerazione, risulta evidente la necessità per i nemici ideologici dell’Urss di trovare il punto debole nell’energetica  atomica  sovietica e di orientare il guasto prossimo venturo al conseguimento dell’obiettivo di cui sopra. Gli americani non trovarono difficoltà nella messa in atto dei loro intenti, poiché la “quinta colonna”,che  in Urss  lavorava per gli Stati Uniti e l’Occidente, era disposta a battersi col pretesto della lotta allo “stalinismo”   anche contro le strutture economico-produttive del paese. Inoltre, le riforme monetarie introdotte nell’URSS richiedevano di per se stesse  il passaggio sotto l’egida del dollaro, una volta ristabilito il ruolo di guida del profitto. Bisognava soltanto mettere in moto il meccanismo in grado di  avviare il processo.  Poiché i quadri risolvono tutto, si intervenne  proprio sul meccanismo di collocamento dei quadri occorrenti. Quale fu la  precondizione utile a evidenziare il “tallone di Achille” nel funzionamento delle centrali atomiche sovietiche? La precondizione fu la seguente: in URSS era stata rapidamente incrementata la potenza delle centrali, poiché le fonti tradizionali rappresentate dal metano e dal petrolio venivano esportate e i ricavi rimanevano sovente nelle banche occidentali senza recare alcun vantaggio all’economia nazionale. Così l'”oro nero”, sottratto  al controllo della classe operaia, iniziò a formare quello strato sociale di capitalisti e oligarchi che in futuro sarebbe venuto allo scoperto nella realtà post-sovietica. I quadri scientifici del settore energetico atomico erano chiamati solo a compensare le perdite arrecate all’economia dall’esportazione delle  risorse di idrocarburi. Gli uomini che costruivano i reattori atomici,  realizzavano le centrali e le facevano funzionare appartenevano ancora a quella schiera di specialisti militanti che avevano prodotto le migliori macchine  sovietiche durante la Grande Guerra Patriottica 1941-45. Perciò essi costruivano  anche le centrali atomiche secondo schemi di produzione già noti, senza soffermarsi troppo sulle sperimentazioni dei reattori sotto il profilo tecnologico e dei carichi di lavoro. I nostri ingegneri sapevano bene che, mentre la potenza degli impianti tendeva a crescere rapidamente, le retrovie dedite al collaudo ed alla messa a punto non riuscivano a tenere il passo di  questo incremento di potenza. Pertanto furono spinti a non impuntarsi sui regimi di lavoro e in in certo senso li trascurarono per un motivo assai semplice. Tra le centrali atomiche dell’Urss erano state impiantate potenti linee di trasmissione che permettevano di compensare i cali delle centrali in avaria per l’arresto dei generatori: una centrale indebolita dal blocco di un’unità poteva  essere sostenuta dalle centrali vicine in modo da assicurare il funzionamento dell’industria nella data regione. Perciò i reattori funzionavano secondo uno  schema semplice di crescita e riduzione dei carichi senza sperimentare regimi di lavoro intervallati, e spegnendo il reattore ogni volta che la situazione diventava imprevedibile. In questo modo la pratica di sperimentazione  degli impianti sotto il profilo tecnologico e dei carichi si accumulava lentamente attraverso l’uso dei grafici consolidati di avvio e arresto delle unità.Alla metà degli anni ‘80 del secolo scorso la situazione cominciò a  cambiare nel paese e nel settore energetico. Il vecchio Neporozhnij va inpensione dopo aver guidato per tanti anni il Ministero dell’energia, mostrando  una notevole capacità di controllo sull’operato dei quadri. Al suo posto arriva  Majorez, “persona non proprio competente in materia energetica specie per lequestioni nucleari”. Comincia a cambiare anche il personale addetto al funzionamento delle centrali atomiche: “se prima vi lavoravano gli entusiasti, d’ora in poi comincia ad arrivare gente a caso”. Il “Sojuzatomenergo” (ente per lo sfruttamento dellecentrali atomiche), ad esempio, era diretto da taleVeretennikov, che non aveva  mai lavorato in queste centrali. Con il pretesto del ringiovanimento  dei quadri dirigenti furono sostituiti i vecchi specialisti ed al loro posto si insediarono “parenti vicini e lontani” di questo o quel capo. Naturalmente, in tale contesto proliferarono i tentativi dei nuovi arrivati di farsi avanti a spallate per attirare l’attenzione su di sé. L’accademico Aleksandrov, costruttore del reattore atomico di Chernobyl’, lanciò l’allarme nel presentimento di una disgrazia. Un anno prima dell’incidente  disse senza mezzi termini: “Dobbiamo ringraziare il Signore, compagni, se fino ad ora non c’è stata una nuova Pennsylvania. No, non sto scherzando…”. L’emergenza si produsse in una situazione apparentemente normale. Nella quarta unità della centrale, mentre si svolgevano dei test si  decise ad un tratto, erroneamente, di elevare la potenza del reattore dalla  condizione di standby. Ciò scatenò una “auto accelerazione” con fenomeni imprevedibili e aggravati da un paio di difetti di costruzione. Il  vice ministro Shasharin dirà poi: “Gli operatori non sapevano che il reattore poteva accelerarsi in queste condizioni”. Gli esiti dell’inchiesta sul  disastro vennero resi noti ufficialmente nella seduta del Politburo del CC del  PCUS del 3 luglio 1986, dopodiché furono secretati e pubblicati solo negli anni ’90. Inquella seduta il presidente dell’Accademia dellescienze Aleksandrov si assunse l’intera responsabilità dell’accaduto e  chiese di essere esonerato dall’incarico. Quanto alla causa del disastro, essa fu individuata nella prematura interruzione delle ricerche sulla sicurezza del reattore, “della qualcosa debbono rispondere prima di tutto i vertici dello Stato, dell’Accademia delle Scienze e del Ministero delle costruzioni meccaniche”. Gorbaciov, allora al vertice del paese, non  accettò di essere ritenuto colpevole e convocò il 14 luglio una nuova seduta del Politburo. E qui le responsabilità furono rivedute, corrette e attribuite interamente al personale della centrale, accusato di violazione delle norme di esercizio dei reattori edelle procedure di rito, di inadempienze nel controllo e di inosservanza delle misure di sicurezza.Rimaneva il fatto che l‘obiettivo degli USA di bloccare anche in URSS la  realizzazione delle centrali atomiche era stato raggiunto e, mentre pe run verso si aprivano le prospettive di espansione mondiale del dollaro, dall’altro si sbarrava all’Unione Sovietica la strada dello sviluppo. Vi é una somiglianza fra le catastrofi tecnogene in Russia e negli Stati Uniti ed essa deriva da un dato preciso: sono il risultato del passaggio  da periodi di intensa industrializzazione alla stagnazione prima e poi, com’è adesso, ad una brusca virata verso la  regressione. Negli Stati Uniti il ristagno non fu individuato tempestivamente,poiché l’emissione a mezzo stampa dei dollari dava l’impressione, malgrado  tutto, di un progresso. In realtà si stava verificando la parassitizzazione del paese guida dell’imperialismo sulla base del saccheggio economico del terzo mondo attraverso l’espansione della sua valuta. Ciò fece sì che la popolazione nordamericana si astenesse da rivendicazioni di  qualsiasi genere. Anche l’Unione Sovietica, pagando con la propria stagnazione, trasferì risorse (energetiche) all’economia occidentale e con queste  iniezioni di ricchezza la rianimò, finché per disperazione decise di procedere alla cosiddetta “accelerazione” gorbacioviana, che alla fine si risolse  nella sottomissione al giogo capitalistico dell’intero spazio post-sovietico. Il risultato fu che la Russia uscì dal ristagno per finire direttamente nel baratro. Questo “fantastico” volo a capofitto aiutò le due ex grandi potenze industriali ad identificarsi l’una con l’altra. Però, come  al solito, si è manifestata ancora una volta l’intenzione del partner  statunitense di non schiantarsi al suolo, ma di atterrare sul morbido, cioè sul suo partner spiaccicato a terra che andava “aiutato”, naturalmente, a  toccare il fondo per primo. Questo percorso delle due ex superpotenze verso il fermo totale, dopo il folle volo nella stretta della crisi, si è delineato con la massima evidenza. I paesi dell’ex terzo mondo, al contrario, si trovano adesso in fase di ascesa. Oltretutto questa loro ascesa è direttamente  connessa con il distanziamento dalla politica del dollaro. In tal senso la  politica della Cina, che orienta il paese sullo yuan, fornisce l’esempio più  lampante per una crescita propria costringendo gli altri ad imitare le sue scelte. Restano in posizione stagnante i paesi dell’Europa Occidentale, ma la crisi li obbliga a cercare le vie dello sviluppo. La creazione della UE ha favorito una migliore divisione del lavoro. Però il desiderio di imitare lo zio Sam ha sospinto una serie di paesi dell’Unione nell’abisso del debito. Il sistema bancario capitalistico non si è dimostrato capace di distinguere il credito allo sviluppo industriale dalle elementari speculazioni dei banchieri nelle borse valori dei  paesi deboli, dove si è usata  la massa di dollari per giocare sulla  differenza dei tassi di cambio. Ciò accade poiché i profitti derivanti dalle speculazioni in borsa superano con scarti a due cifre i profitti derivanti dalla politica del credito all’industria. Pertanto, l’uscita della UE da questa narcotizzante situazione finanziaria può derivare soltanto dalla lotta del  proletariato per i propri diritti. Inoltre, in questa lotta si è affermata tutta la centralità delle garanzie sociali, la cui realizzazione può avvenire solo sulla base dell'”oro nero” in quanto grandezza costante. La possibilità  conquistata negli ultimi decenni di andare in pensione un po’ prima, ad esempio, può essere concretamente assicurata da un meccanismo economico reale privo di costi inflazionistici. La battaglia per questo  meccanismo porterebbe ad un rafforzamento della base economicadell’elettrificazione mentre, se si impostano le garanzie sociali sulla  componente monetaria di indicizzazione, i pagamenti finiranno per svalutarsi ben presto con l’inflazione. Parallelamente, gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica, che per lunghi anni hanno guidato lo sviluppo mondiale, si son venuti a trovare ora nella peggiore situazione. Sia negli USA che in Russia, infatti, vi è stata la paralisi delle forze produttive, incapaci per motivi diversi di organizzarsi in questa fase in una forza politica per l’arresto della caduta. E’ inevitabile la trasformazione della massa dei dollari in “kerenki” (carta straccia). Ciò è stato favorito nel secolo scorso da tutta la fase di lotta del capitale occidentale contro l’elettrificazione leniniana prima nella Russia dei Soviet e poi nell’Urss. Il dollaro uscito “vincitore” da questa lotta non ha prodotto nulla di progressivo per le larghe masse. Il dollaro ha ottenuto soltanto il controllo dei prezzi sul mercato mondiale a vantaggio dei principali conglomerati capitalistici. Il rublo, invece, dopo il periodo di industrializzazione e di progressiva riduzione dei prezzi, non ha potuto trasferire (nella fase chruscioviana) il comando della gestione produttiva alla base economica dell’elettrificazione. Intendiamo dire che il sistema monetario dell’Urss, invece di uscire  di scena e di trasmettere il controllo sulla circolazione mercantile al criterio del consumo unitario di risorse energetiche (a vantaggio degli interessi delle grandi masse), è tornato al calcolo del profitto in termini monetari su proposta di un Comitato Centrale del PCUS definitivamente contagiato dall’opportunismo. I cosiddetti “leninisti fedeli” cominciarono oltretutto a vendere l'”oro nero” all’Occidente sostenendo, come abbiamo detto, l’economia capitalistica. In seguito a questa politica pro occidentale, la partnomenklatura riuscì a restringere l’area di controllo economico della classe operaia, separandola dalle risorse del paese e sottoponendo queste stesse risorse all’azione di saccheggio delle borghesie occidentali. La stessa  partnomenklatura, naturalmente, non rimase a mani vuote, ma si costituì in classe neoborghese proprio grazie all’esportazione dell'”oro nero”. All’inizio, quando ancora lo tenevano in una certa considerazione, il rublo riuscì persino a rivalutarsi un pochino negliinteressi dei neoborghesi, mentre la classe operaia fu risospinta verso la proletarizzazione. Ma poi é stato il dollaro,  in definitiva, a prendere il controllo delle risorse ed a sfruttare a proprio esclusivo vantaggio la capacità di “ingrassare” della stessa partnomenklatura. D’altro canto, negli Stati Uniti le speculazioni finanziarie hanno fatto sì che gli stessi titolari dei conti in dollari non si  accorgessero di essere precipitati in uno stato di debitori e, di fatto, nella bancarotta. Nel periodo della stagnazione gli americani non si sono vergognati  affatto di condurre la bella vita a spese degli altri. Nello spazio economico  russo il dollaro ha offerto a lungo il suo “aiuto” anche al rublo, finché all’ombra di questo “aiuto” ha potuto estendere la propria area di influenza  tanto da distruggere definitivamente l’elettrificazione leniniana, intesa come fattore di parità del sistema monetario, e da imporre se stesso in questo ruolo. E’  ben noto che, per fornire le ragioni apparenti della politica del dollaro nell’Urss, si alimentò l’isteria antistalinista e furono varate le riforme “antistaliniane”. Non potendo sostenere che la politica dell’elettrificazione intrapresa da Stalin fosse una “sciocchezza” per il popolo  sovietico, gli imperialisti agirono al contrario, sostenendo che era Stalin la “tragedia”  per il popolo sovietico, ragion per cui questo popolo doveva sbarazzarsi di lui e, per la proprietà transitiva, anche della sua politica dell’elettrificazione. All’interno dell’Urss l’applicazione di questa strategia politica portò alle trasformazioni neoborghesi e ad una economia saccheggiata al servizio dell’Occidente. In questa fase di ottenebramento  delle larghe masse sovietiche furono accantonate e dimenticate la teoria e la prassi dell’industrializzazione dell’URSS sotto la guida di Stalin, che  avevano dimostrato a suo tempo come si deve realizzare lo sviluppo. La realtà di oggi, al contrario, dimostra come non bisogna svilupparsi, tanto è vero che leodierne mene finanziarie si configurano ormai come un vicolo cieco per l’economia capitalistica. Invece la politica staliniana di industrializzazione, per quanto la si critichi, è stata e resta un modello di sviluppo non solo dell’Unione Sovietica, ma anche di tanti altri paesi, Stati Uniti  compresi. Infatti costrinse gli imperialisti americani, data la contrapposizione fra le due  grandi potenze, a frenare un poco la febbre del dollaro, incentivando in tal modo indirettamente la riproduzione allargata, ovvero la crescita del paese.  Perciò, nell’odierna situazione di crisi in Occidente e in assenza di una  situazione altrettanto critica in Oriente, potrebbe affermarsi con maggiori possibilità di successo, come catalizzatore di unaindustrializzazione in grado di fermare la febbre finanziaria e di  alimentare la riproduzione, la nascita di una nuova valuta, indispensabile come l’aria al mondo in via dello sviluppo. Se si guarda alla crescente serie di  catastrofi tecnogene negli Stati Uniti non si può non avvertire la centralità delle risorse energetiche in questi disastri. Fuori di metafora, gli americani si sono resi conto che sarebbe ora di salvare il dollaro e rafforzarne il valore e l’influenza, facendo leva sul loro “oro nero”. Così essi hanno cominciato a  riattivare rapidamente i loro giacimenti di idrocarburi. E qui si è dipanata laserie dei fallimenti. Gli Stati Uniti sono riusciti a nascondere le piccole avarie, ma l’immane esplosione di gas dei primi di febbraio del 2010 nella  centrale termoelettrica di Middletown nel Connecticut è costata la vita a cinque persone ed ha dimostrato due cose: la volontà di intensificareil programma  energetico americano da un lato e la debolezza dei quadri che debbono attuarlodall’altro. La catastrofe sulla piattaforma petrolifera nel Golfo del Messico avvenuta alcuni mesi dopo ha determinato il blocco delle estrazioni in ben 22  piattaforme. Ne deriva che nel principale paese imperialistico i quadri nonrisolvono più niente poiché, dopo aver consegnatoal  dollaro il volano dello sviluppo del paese fin dagli anni settanta, questo paese ha perduto le sue forze produttive.  Stabilito che al posto dei quadridovessero “lavorare”  i dollari, la leadership americana ha indotto a lavorare per  gli USA le forze produttive del terzo mondo. Però, alla fine, in seguito al ripetersi  di crisi e catastrofi, l’America ha dovuto localizzare le prospettive di incremento dell’estrazione di idrocarburi non in casa propria, ma nell’Iraq occupato. Le estrazioni in Iraq, tuttavia, avrebbero dovuto essere tali da superare persino l’Arabia Saudita nella classifica mondiale. In realtà gli USA non possono fare altro, attraverso l’aumento delle estrazioni in Iraq, che rallentare un pochino la loro corsa versol’abisso della crisi e prolungare l’agonia del dollaro. A sua volta questa agonia del dollaro, purtroppo per loro, spinge ancor più i paesi dell’ex terzo mondo ad imporre alla svelta una propria valuta in modo da liberarsi dai problemi del dollaro e dalle rapine dell’imperialismo. Questa nuova valuta, infatti, potrà contare sulla parità con la massa di merci e di “oro nero” da essi prodotta, il che costituisce un presupposto distabilità. In pratica, però, la borghesia dei paesi dell’ex Terzo mondo continua ad essere più legata all’imperialismo americano che alle masse povere tendenzialmente inclini alle trasformazioni rivoluzionarie. Perciò se passiamo dall’analisi della crisi alle prospettive delle rivoluzioni che si annunciano, vediamo che il carattere di queste trasformazioni rivoluzionarie risulta essere diverso a seconda del periodo in cui ha avuto inizio il processo di industrializzazione e dell’impegno di cui è capace la classe che controlla le risorse energetiche. A questo punto occorre rivolgersi all’esperienza storica russa di novant’anni orsono, quando la giovane repubblica dei Soviet dovette rinunciare alla sua moneta borghese (i “kerenki”) ed avviare i cambiamenti per l’industrializzazione introducendo il cervonec d’oro e attirando mezzi finanziari della grande borghesia straniera. Vladimir Rjabov membro del CC del Partito comunista pansovietico bolscevico (Traduzione dal russo di   Stefano Trocini) ……continua nel prossimo numero-»

  • ·         DAGLI INCIDENTI DI THREE MILES ISLAND E CHERNOBYL’ ALLA FEBBRE FINANZIARIA E AL COLLASSO (seconda parte)

Di Michele Trocini in MATERIALISMO DIALETTICO E MATERIALIASMO STORICO (file) · Modifica documento

In Russia i “kerenki”,  unità monetaria  debilitata dal girare a vuoto, vennero cancellati dalla elettrificazione  leniniana, che impose i consumi unitari di “oro nero” come unità di misura per la circolazione dei prodotti  . Lenin basò lo sviluppo della elettrificazione sulle concessioni, affidando la contabilità delle risorse  energetiche alla classe operaia con un coinvolgimento parziale della grande borghesia attraverso la Nuova  Politica Economica (NEP). Oggi, invece, nei paesi emergenti la contabilità delle  risorse energetiche e della circolazione economica è appannaggio dei leader  nazionali, che orientano lo sviluppo sulle attività dei piccoli produttori. In entrambi i casi –  nella Russia post rivoluzionaria e negli odierni paesi emergenti – la circolazione argina lo strapotere del mercato mondiale  controllato dagli imperialisti. La circolazione interna, infatti, abbraccia qui  non meno dei due terzi del PIL. In sostanza, ciascun paese emergente è come se  fosse oggi in concessione all’Occidente, ma nello stesso tempo impegna le sue  proprie risorse per proteggere dall’influenza straniera i due terzi dell’economia soggetti al suo  controllo. Lenin definì questa situazione “guerra delle concessioni contro i  cardini del capitalismo”  e collegò le possibilità di vittoria della classe operaia con il conseguimento degli obiettivi della elettrificazione della Russia. La stampa occidentale scrisse che Lenin era “il  sognatore del Cremlino”  e che il sistema monetario borghese era immortale.  Ma immortale si è dimostrato Lenin, mentre il sistema monetario dell’imperialismo sta lentamente franando nella illusione del dominio mondiale.  Poiché la elettrificazione di tutta la Russia doveva sostituire il sistema bancario capitalistico, il primo ministro delle finanze del governo Lenin pose  la elettrificazione sulla base del combustibile e non sulla base della moneta. Il combustibile divenne il criterio fondamentale dello sviluppo economico, ragion per cui la vittoria politica della classe operaia nel periodo staliniano si resse su un sistema più avanzato di contabilità delle spese,da calcolarsi in  risorse energetiche per unità di prodotto previo controllo delle stesse spese in ciascun posto di lavoro. Così il sistema monetario dell’imperialismo non poté scalzare il sistema sovietico di contabilità in “oro nero”. Nel mondo di oggi i paesi emergenti impediscono all’Occidente di controllare più di un terzo della circolazione interna, proprio perché per la loro debolezza temono di perdere la quota decisiva di interscambio nel loro territorio. Nel 1921, nel momento più  delicato delle trasformazioni rivoluzionarie, quando si trattava di porre le basi della elettrificazione, Lenin avvertì: “Nessuno ci potrà battere, nessuna forza né esterna né interna, se non ci divideremo”. Infatti per la elettrificazione la cosa più deleteria sarebbe stata la mancanza di un punto di vista unico sullo sviluppo in seno all’’avanguardia della classe  operaia, rappresentata allora dal partito dei bolscevichi. Lenin puntò il dito  sulle conseguenze che avrebbe avuto una scissione: “… Ci troviamo in un periodo di crisi, in un momento in cui dipende da noi se la rivoluzione  proletaria andrà avanti verso la vittoria, come è stato in quest’ultimo periodo, o se i tentennamenti e gli ondeggiamenti faranno prevalere le guardie bianche, il che non modificherà la gravità della situazione, ma servirà solo ad allontanare di parecchie decine di anni la Russia dalla rivoluzione”. La  correttezza del suo ammonimento trovò conferma, purtroppo, dopo la industrializzazione staliniana, quando gli opportunisti portarono la divisione nel partito. Gli opportunisti del Comitato Centrale del PCUS fomentarono la divisione spaventati dalle difficoltà e poi, dalla metà degli anni ’50 del secolo scorso, cominciarono a passare dalla base economica della  elettrificazione al criterio del profitto monetario (in rubli). L’ ”oro nero”  lo consegnarono alla “quinta colonna”.  I sintomi della fine del processo rivoluzionario della elettrificazione e dell’allontanamento della Russia dalla rivoluzione per parecchi decenni divennero chiaramente visibili. La “quinta colonna”  si impadronì alla svelta delle risorse energetiche e quanto più cresceva il flusso di “oro nero” verso Occidente, tanto più si intensificavano le critiche all’indirizzo di Stalin come primo tutore della elettrificazione leniniana. Dopo la seconda metà degli anni ’50, la  moneta (il rublo), che aveva cominciato sotto Stalin a perdere valore per la discesa dei prezzi verso lo zero, cominciò a rivalutarsi e ad innescare i processi inflazionistici per l’espansione della nuova borghesia. Questa aveva  condotto il rublo alle nozze col dollaro nell’intento di farlo procreare. Ma il rublo procreò invece i milionari in dollari. Col passar del temp ogli stessi miliardari americani “vittoriosi” si sono ritrovati sommersi da enormi debiti e, sia negli Stati Uniti che in Russia, mentre cresceva l’ammontare degli averi sui mercati finanziari, le rispettive economie reali si esaurivano e si impoverivano. La vittoria della finanza fu un “festino in tempo di peste” fatto sulle ceneri della base economica della elettrificazione. Dagli anni ’70 i cumuli di titoli di borsa hanno sostituito le classiche riserve in oro, e  questi cumuli avrebbero dovuto finanziare lo sviluppo industriale in tutto il mondo. Gli Stati Uniti, da parte loro, hanno tenuto sotto controllo i prezzi idell’ ”oro nero”,  mentre il sistema bancario americano ingrossava oltre misura gli attivi dello zio Sam, consentendo al dollaro di operare come moneta aurea  nel mercato azionario. Tutto ciò finiva per tradursi in una politica di speculazione sul dollaro nei mercati finanziari. La messa in circolazione di  enormi masse di dollari permetteva agli speculatori di ogni risma di trarre profitti dal processo di circolazione nei paesi meno sviluppati, giocando sulle  differenze dei tassi di cambio. La tendenza a moltiplicare questo genere di  profitti procedeva di pari passo con l’accelerazione dei ritmi di  delocalizzazione produttiva verso i paesi del terzo mondo, dove si poteva disporre di manodopera a buon mercato. I paesi del terzo mondo con il loro fragile sistema bancario rappresentavano una preda facile per gli avidi imperialisti che elargivano crediti ai “deboli”, ma a elevati tassi d’interesse. Successivamente, i paesi meno sviluppati hanno cominciato a mettere le mani sui prezzi dell’ ”oro nero”,  imponendone l’aumento e riducendo i facili guadagni degli Stati Uniti. E in tal modo, inoltre, hanno potuto ampliare il proprio  mercato nazionale e consolidare il controllo sui prezzi delle risorse energetiche con l’utile ricavato dalla circolazione interna. L’aggancio alle  risorse energetiche ha costituito quindi una sorta di Stella Polare per il Terzo Mondo e lo ha indirizzato verso la creazione di una valuta unica come strumento capace di governare meglio la circolazione interna nella sua area geografica. Ora paesi come la Cina e l’India, insieme a quelli delle  regioni petrolifere del Golfo Persico e dell’America Latina hanno la possibilità  di proporre una loro unità monetaria per i regolamenti nell’ interscambio con l’estero. La creazione di questa valuta unica è frenata, per un verso, dalle contraddizioni fra l’India e la Cina e, per l’altro verso, dal prolungarsi della rivoluzione palestinese, la cui vittoria porterà di certo ad indirizzare il  consumo di petrolio del Golfo Persico verso i bisogni del popolo mediorientale. In definitiva, sono le necessità dello sviluppo che inducono i paesi sopra  indicati a creare una propria moneta unica per svincolarsi, grazie ad essa, dalla politica di rapina degli USA e trattare da pari a pari con l’Unione  Europea. In una situazione del genere il dollaro farà la fine del re nudo,  diventerà carta straccia, così come i “kerenki” russi dopo la rivoluzione. Quanto alla Russia di oggi, va detto che i due terzi del suo “oro nero”  . Estraiamo 600 milioni di  tonnellate di petrolio (secondo alcuni 495) e ne vendiamo 400. Oltretutto, le risorse energetiche esportate sono in mano agli oligarchi, ragion per cui i  proventi dalla loro vendita restano nelle banche straniere e, ovviamente, non finanziano in alcun modo l’economia russa. Ora però si è scatenata una guerra accanita tra gli USA e gli oligarchi russi, poiché gli americani vorrebbero disporre di tali risorse senza alcuna mediazione. I piccoli e medi  capitalisti russi, dal canto loro, non hanno nessuna possibilità di manifestare eventuali vocazioni nazionali. La Russia, insomma, è come una pura e  semplice colonia, dove non c’è la guerra delle concessioni su basi capitalistiche, ma solo la battaglia dell’imperialismo per la completa sottomissione del paese agli interessi dell’Occidente. Di qui i rigurgiti di neofascismo sobillati in tutta l’area post sovietica e l’avvicinamento della macchina da guerra della Nato ai confini  della Russia. Di qui anche la riduzione del proletariato russo alla disperazione . Di qui infine gli espropri pirateschi di svariate attività economiche, che  distruggono alla radice il capitale di media grandezza. E allora, dove ci porterà l’arresto del sistema economico e come si rifletterà sull’evolversi della situazione? Esso spinge in un solo senso: verso l’estromissione dell’oligarchia dal controllo dell’ ”oro nero” e la presa di possesso delle  risorse energetiche da parte delle larghe masse. Si ripete la storia di un  secolo fa con la trasformazione della Russia nell’ ”anello debole della catena imperialistica”, allorquando il paese non poté più difendere gli interessi dell’Intesa e abbandonò il campo di battaglia. La sola differenza sta nel fatto  che le trasformazioni rivoluzionarie non procederanno come procedettero allora. Nell’ anello debole si pone il solito dilemma: o si muore, o ci si solleva dal collasso, avviando una nuova spirale di industrializzazione. Il detonatore della  rivoluzione non sarà però la situazione creata dalla prima guerra mondiale, ma  la necessità della elettrificazione leniniana. E la necessità delle trasformazioni rivoluzionarie sulla base dell’ ”oro nero” non sarà professata  dai seguaci di Lenin e Stalin, costretti dal potere a muoversi nel sottosuolo, ma emergerà dalle dure esperienze economiche di una popolazione precipitata  nello stallo dei sistemi di fornitura indispensabili e lasciata senza  riscaldamento, senza luce e senz’ acqua. La base dell’azione rivoluzionaria si restringerà fino a raggiungere il livello più basso di utilizzazione dell’”oro nero”,  ovvero fino al ricorso alla legna come estremo rimedio per riattivare un sistema di rifornimento minimo in grado di impedire che la popolazione si congeli nel rigidissimo inverno russo. Lenin nel 1921 commentò così una situazione analoga: “Non c’è pane perché non c’è carbone, non c’è carbone perché non c’è pane”. Restava solo il cavallo del contadino medio, intorno al carretto del quale si raccoglievano gli interessi della comunità  intera per il trasporto della legna. Iniziò da qui l’elettrificazione di tutto il paese e l’avanzamento verso il comunismo. La situazione attuale lascia intendere che noi quasi certamente non riusciremo a sopravvivere al collasso se  non ripasseremo questa lezione di storia. Il  blackout generale può arrivare in Russia da tre lati : 1) dal calo della produzione che le autorità  non vogliono vedere e per sfuggire alle critiche si nascondono dietro trovate propagandistiche quali la “modernizzazione dell’economia”,  quando in realtà non  vi è nessuna modernizzazione, né alcun raddoppio del PIL come si va strombazzando. I discorsi sulla modernizzazione, inoltre, servono anche a  camuffare la lotta intestina ai vertici del potere. 2) dall’ impoverimento  degli abitanti delle città formatesi intorno ad una grande imprese, dove la paralisi dell’attività di questa impresa equivale per i cittadini a morire di fame. Se consideriamo che la popolazione russa si concentra in gran parte  proprio in queste città, non possiamo dubitare che con l’avvicinarsi del  collasso cresceranno le ondate rivendicative per il ripristino delle attività produttive. 3) dal grado di usura delle attrezzature industriali, che rischia di innescare una reazione a catena con interruzioni delle forniture essenziali.  Il cedimento delle turbine idrauliche della centrale Sajano-Šušenskja, che si  sono letteralmente sbriciolate, è un campanello d’allarme. Neppure gli atti di  eroismo dei lavoratori potranno impedire la reazione a catena dei blackout. Sulla china che porta allo stallo dell’apparato economico i guasti in serie saranno il preavviso della rivoluzione, poiché l’avidità e l’inettitudine dei proprietari imprimeranno alla tempesta sociale il livello massimo di insostenibilità. D’altronde, lo stesso processo  rivoluzionario contribuirà a ridurre i rapporti economici al più basso livello di funzionamento. Occorrerà rianimare il sistema industriale come avvenne nel  1921 e torneranno le forme primarie dello scambio attraverso i regolamenti reciproci senza liquido. Che farà a questo punto l’élite russa? “L’élite è opportunista e tradirà l’attuale dirigenza quando il regime comincerà a scricchiolare”, – ha detto il direttore del Levada-zentr . A loro volta, i clan legati all’attuale dirigenza non potranno contare sull’appoggio delle forze repressive al momento del collasso. Per ora gli OMON possono disperdere un blocco stradale in una qualche città, poiché le infrastrutture dello Stato sono in grado di trasportarli subito nel teatro dello scontro. Ma nel momento del  blackout il potere non potrà imporsi, poiché non ci sarà certezza di funzionamento dei mezzi di trasporto e le forze repressive locali non  ascolteranno gli ordini dei loro superiori. Si avrà cioè la classica situazione in cui i vertici non saranno capaci di nulla e la base sociale comincerà a  prendere nelle proprie mani la funzione di governo, e potrà farlo solo gradualmente, ad esempio attraverso il meccanismo di approvvigionamento  della legna quando non sarà più possibile rianimare i sistemi di fornitura dei  servizi (se nelle caldaie tutto dovesse congelarsi. non resterà altro che ripartire dalla legna). In Russia non si ripeterà dunque la situazione rivoluzionaria del 1917, ma quella del 1921, quando gli odierni discendenti  delle guardie bianche avranno inferto al paese tutti i danni possibili per poi fuggire all’arrivo del blackout nella solita tana dell’Occidente. In maniera del tutto diversa si manifesterà il blackout economico negli Stati Uniti. Qui il processo di stagnazione spiana all’Unione Europea la via dei profitti nei paesi meno sviluppati. In pratica, il parassitismo degli  Stati Uniti si trasforma sempre più in una putrefazione simile a quella vissuta nella fase finale dell’Antica Roma. Appaiono disperati i tentativi di trovare nuove energie per uscire dalla crisi, e gli inviti di Obama ad “investire di più” suonano come un’esortazione a “spendere di più” irritando così i leader della UE. E ciò, come abbiamo detto, offre ai più stretti alleati degli USA maggiori possibilità di accesso al mondo in via di sviluppo a scapito dello  Stato imperialistico per eccellenza. Il proletariato industriale americano si  è trasformato da tempo in aristocrazia operaia ed i lavori più pesanti sono  eseguiti dagli immigrati, non ancora in grado di inserirsi autonomamente in un  processo rivoluzionario. Ne consegue che il paese guida dell’imperialismo non riesce a trovare altro modo di intervenire sulle proteste sociali che non sia lo stesso applicato nella repressione dei moti rivoluzionari dell’ex terzo mondo,  nonché nello strangolamento del socialismo in Corea del Nord e a Cuba. Su questo sfondo è naturale che per la UE maturi la transizione verso gli Stati Untid’Europa. Ma in Asia sud-orientale suscitano preoccupazione le mosse della UE  volte a perpetuare il saccheggio dell’area. Perciò in Cina, dove l’Occidente chiede il cambio flessibile dello yuan (ovvero l’indebolimento della sua funzione a tutela degli interessi nazionali) hanno deciso, invece di permettere lo svolgimento degli scioperi nelle imprese con capitale occidentale. Attraverso l’aumento del salario ai suoi operai, la Cina vuole riportare nell’Impero Celeste parte dei profitti che i partner occidentali lucrano in borsa giocando sul cambio euro-yuan. E’  evidente, però, che una politica di sviluppo a lungo termine si può basare soltanto sulla creazione di  una valuta unica da parte dei principali produttori di merci dell’Asia sud-orientale , dell’America Latina e dei paesi produttori di petrolio del Golfo Persico. L’euro dovrà sicuramente fare i conti con questa nuova moneta, la cui nascita appare incontestabile dopo la caduta del dollaro. E qui si impone un interrogativo: perché nel mondo in via di sviluppo si intravede un processo rivoluzionario mentre in Russia, dove esistono numerose forze schierate sotto la  bandiera rossa, questo processo non va avanti e occorre attendere il collasso? Fatto sta che il grosso delle forze politiche russe concentrate sotto la bandiera rossa seguono la fallace linea del PCUS post-staliniano. I loro leader sono prigionieri delle idee proprie del parlamentarismo borghese, comodo metodo di “lotta” per gli interessi del proletariato all’interno delle strutture dello Stato borghese. Essi restano fermi all’analisi economica attinente al sistema monetario che Marx ha analizzato nell’800, quando l’oncia d’oro permetteva di trarre conclusioni scientifiche. L’odierna “sinistra” russa non dà risposte sensate circa la  possibilità di uscire dal capitalismo sulla base dell’ “oro nero” e non della moneta. Durante il secolo XX la situazione è radicalmente mutata grazie all’energia del pensiero rivoluzionario di Lenin, potenziato in seguito dalla prassi dell’industrializzazione introdotta da Stalin. Eppure nelle istituzioni dei paesi borghesi non si è visto neppure un parlamentare occupare il proprio seggio sotto la bandiera di Lenin e Stalin. Perfino il debole tentativo di difendere nell’autunno 1993 i resti della Costituzione sovietica ha  portato all’ interruzione dei servizi essenziali al Soviet Supremo  e poi al bombardamento dai carri armati. Se gli attuali leader dei partiti comunisti russi dovessero porsi sotto la bandiera di Lenin e Stalin, anche i loro uffici verrebbero privati di qualsiasi servizio e poi arriverebbe lo sfratto per“estremismo”. I bolscevichi, invece, memori di Lenin e Stalin, sanno che la lotta si conduce innanzitutto per l’”oro nero” e non si fanno nessuna illusione sulla possibilità di impiantare quartieri generali e di convivere con il potere borghese che si regge sul controllo dell’ ”oro nero”. Certamente la classe dominante russa, dopo aver messo le mani sull’ ”oro nero”, avrebbe potuto anche usare proficuamente le risorse energetiche nazionali, migliorare il livello di vita della popolazione ed eliminare la povertà, salvare l’industria da una situazione catastrofica, assicurare l’ assistenza medica gratuita, far rinascere le scienze nel paese, ecc. Ma tutti questi progetti sono rimasti nel limbo delle “buone intenzioni” e se qualche proposito è stato messo sulla carta è mancata puntualmente la copertura finanziaria, poiché il denaro estratto  dall’ ”oro nero” non alimenta la circolazione economica nel paese, ma vola via in Occidente, lasciando a casa la misera quota delle imposte. E così succederà che, non sostenuti nel proprio rinnovamento dagli introiti di petrolio e gas, i sistemi di approvvigionamento dei servizi vitali si fermeranno da soli, non essendo il  perpetum mobile, e lasceranno la popolazione senza fonti di luce, acqua, riscaldamento, ecc. A causa dell’arresto delle forniture la popolazione sarà costretta a trovare la salvezza nel ricorso alla stufa domestica, il cui prezzo presumibilmente aumenterà fino a quello di un automobile. Ovviamente aumenteranno pure i prezzi della legna, divenuta l’unico mezzo di sopravvivenza. Organizzando la circolazione, in pratica lo scambio della legna per la vita, la popolazione scoprirà una verità dimenticata, vale a dire che la rianimazione delle reti industriali di rifornimento dei servizi vitali è in un rapporto indissolubile con la circolazione  delle risorse energetiche all’interno del sistema economico del paese. Qualcuno potrebbe preferire la vendita all’Occidente di petrolio e gas per comprarvi poi un maggior numero di stufe, ma dopo la lezione appresa  attraverso il ricorso obbligato alla legna il popolo sarà in grado di valutare  bene la reale utilità della vendita di risorse energetiche. Esso, dopo aver  sottoposto al proprio controllo il consumo delle risorse energetiche, dovrà attenersi all’esempio della NEP leniniana, che coinvolse la borghesia entro i  limiti di un terzo della circolazione economica nazionale, altrimenti si avrebbe  nuovamente il blackout. Non sia il mercato, ma la circolazione a stabilire le regole della vita economica: il mercato mondiale è il sistema di governo dell’imperialismo, la circolazione è invece il controllo dei produttori sullo scambio delle beni da essi stessi prodotti. Per questo motivo gli ideologi della stagnazione e del blackout dell’industria sovietica considerano Stalin il nemico principale. Quanto più la Russia si avvia alla paralisi economica, tanto più  nella società matura la coscienza che la salvezza è possibile solo con il  modello staliniano di applicazione dei principi economici della elettrificazione leniniana. Perciò l’isteria degli oligarchi senza speranza e dei padroni dell’apparato statale aumenta, e si manifesta purtroppo in una politica dagli  esiti sempre più devastanti. Nel contempo si deve ammettere che il possibile scenario delle trasformazioni rivoluzionarie non dipende in modo lineare dai  rapporti di classe. Gli sfruttatori complicheranno l’esistenza degli sfruttati mettendo in giro falsità e calunnie come estrema risorsa del loro arsenale offensivo. E poi vi è una “sinistra” infarcita di “vecchi generali” pronti all’azione con lo sguardo rivolto alla rivoluzione passata. Costoro pensano di  poter dirigere le cose dal loro gabinetto, confidando nell’impegno armato delle  grandi masse, mentre l’urgenza del momento richiederà l’intervento personale,  soggettivo, nei centri di produzione paralizzati, dove le circostanze locali invocheranno l’unità delle parti in un unico insieme. Non possiamo riproporre una nuova rivoluzione socialista, poiché in tal caso rimarremo entro i limiti del pensiero scientifico-rivoluzionario dell’Ottobre. E’ mutato il carattere dell’avanzamento verso il comunismo in un momento in cui non è possibile svilupparsi sulla falsa riga del vecchio socialismo chruscioviano-brezhneviano, mentre l’esperienza dello sviluppo  socialista e della transizione al comunismo lenin-staliniana è stata deformata fino all’irriconoscibilità.  Innanzi tutto è cambiato lo strumento  della rivoluzione mondiale del proletariato. Se cento anni fa l’assalto  rivoluzionario del proletariato armato contro la borghesia era visto generalmente come l’unica via possibile verso la vittoria, già all’inizio del 1921 fu la elettrificazione leniniana la nuova arma rivoluzionaria del  proletariato mondiale. Tra l’altro l’elettrificazione leniniana cominciò a  vincere nei paesi divenuti gli anelli deboli della catena imperialistica. E  perché le rivoluzioni socialiste vincenti si assunsero in prima persona la gestione dell’economia? Perché compresero di poterlo fare sulla base economica della elettrificazione. Non appena il socialismo chruscioviano- brezhneviano  rinunciò al modello di sviluppo leniniano-staliniano l’URSS si ritrovò senza la  base economica di elettrificazione ed il ritorno al capitalismo per alcuni decenni divenne una realtà. Conseguentemente, la Russia è tornata di nuovo ad essere l’anello debole dell’imperialismo, condizione dalla quale potrà  uscire verso lo sviluppo solo sulla via tracciata da Lenin e da Stalin. Il percorso strategico della lotta del lavoro contro il capitale non passerà in gran parte per gli scontri di piazza, ma per la contrapposizione sul terreno economico della elettrificazione, per la battaglia dei “distacchi”. I partiti  del capitale cercano di “staccare” dalla lotta politica l’avanguardia operaia  che sta sulla piattaforma di Lenin e Stalin. La borghesia non riesce a governare  se non stacca la spina ai partiti del lavoro che sono dichiaratamente per la nazionalizzazione delle risorse energetiche e per il  controllo di massa sull’ ”oro nero”.  Quindi resta con la spina “inserita” nel  parlamentarismo borghese quella “sinistra” che si limita solo a professare la teoria di Marx ed a condurre la lotta dentro i parametri monetari in quanto  condizione di garanzia per il mercato mondiale. Nell’arena internazionale gli imperialisti impongono sanzioni a Corea del Nord e Cuba, paesi socialisti, ed anche a paesi borghesi come Iran e Venezuela. L’obiettivo è unico: “staccare” i  loro prodotti dal processo di circolazione visto che nella loro contabilità dominano le risorse energetiche e non i dollari. A livello amministrativo nei  condomini si tenta di staccare ai morosi luce, riscaldamento ed acqua.Parallelamente, a livello politico locale i partiti“di sinistra” tentano sempre  di staccare il microfono ai bolscevichi. Il sistema socialista è stato sempre costruito partendo dalle esigenze della maggioranza della popolazione ed ha utilizzato la base economica della elettrificazione per  soddisfare queste esigenze. Le pretese dell’imperialismo partono invece dai “diritti dell’uomo”, ed alla base dei bisogni di quest’uomo si pone la massa monetaria in dollari che circola sul mercato. Inoltre, i bisogni del singolo uomo, ai diritti del quale si appigliano i politici occidentali, contrastano in genere  con le speranze e i programmi della grande maggioranza del popolo. In realtà, i diritti individuali sono uno strumento di penetrazione decisivo per la politica del dollaro volta essenzialmente ad incrementare i diritti dell’imperialismo mondiale. Non è forse per questo che tanti paesi in via di sviluppo cercano riparo dai “diritti umani” di stampo americano nei diritti dell’Islam ed il  “fattore islamico” tende a crescere come arma di difesa contro il giogo della finanza mondiale? L’imperialismo USA pare voler reagire a tutto ciò ispirandosi alla teoria del caos controllato, ma qui occorrerebbe un  discorso a parte visto che caos e petrolio vanno a braccetto. In terra russa lo scenario più plausibile della lotta per l’”oro nero” potrebbe essere il seguente: nella fase di sfaldamento del potere le vecchie forze potrebbero per  tempo darsi alla fuga dagli aeroporti “di sicurezza”, lasciando alle forze “di sinistra” in parlamento(Duma) le leve del potere; ma queste nuove forze non saranno in grado di tirar fuori dal collasso l’economia sulla base dell’ ”oro nero”,  rimarranno sul terreno inaffidabile dell’equivalente monetario e creeranno inevitabili situazioni di conflitto interno, di cui le vecchie forze  potrebbero giovarsi per salvare almeno le proprietà. Ma considerato che le autorità russe non potranno recarsi in modo tanto organizzato agli aeroporti “di sicurezza”, la fase di collasso sarà accompagnata dall’anarchia. Ne consegue che  la nuova trasformazione rivoluzionaria in Russia non si esprimerà nel fragore  delle piazze, bensì nel silenzio delle strutture produttive ferme per usura.Allora sarà realistico risolvere la questione principale del controllo dell’”oro nero”  a partire dallo stallo della produzione, quando le vecchie forze non potranno rimettere in moto più nulla e le nuove, negli  interessi stessi della loro sopravvivenza, potranno iniziare da rianimazioni minime della produzione e  ripristinare pian piano la rete di approvvigionamento essenziale. Cominciando dall’acquisto della legna per rianimare la propria casa, il proletariato potrà valutare le possibilità del lavoro in loco in base alla quantità di energia consumata per riavviarlo. Il successo dipenderà dall’ unità dell’impegno delle grandi masse con l‘avanguardia leniniano staliniana della classe operaia sul terreno della ripresa dell’industrializzazione. La ricostituzione dei sistemi di rifornimento dei sevizi vitali sarà insufficiente, poiché l’elettrificazione di tutto il paese si  fonda sulla riproduzione allargata. E questa riproduzione allargata esige un lavoro senza fermi e senza guasti. Se i fermi e i guasti saranno notevoli andrà fatta un’analisi dell’inclinazione politica dei responsabili “a monte”, poiché  la “negligenza criminale”,  come si usa definire adesso la causa più ricorrente  delle catastrofi, discende in realtà da chi non riesce a tenere l’equilibrio e  sbanda sempre o a destra o a “sinistra”. Di fatto il meccanismo economico lineare di elettrificazione di tutto il paese si sviluppa in modo allargato soltanto nel quadro del funzionamento di un complesso economico unico regolato come un orologio. In una situazione del genere la principale parola d’ordine  della rivoluzione non deve essere la vittoria del socialismo, ma l’avanzamento verso il comunismo, nel senso che“il comunismo è il potere sovietico più l’elettrificazione di tutto il paese”. A noi serve il potere sovietico solo come piattaforma di lancio verso il comunismo tramite l’elettrificazione. Il possesso dell’arma economica dell’elettrificazione leniniana sarà fattore determinante del successo e criterio basilare dello sviluppo della rivoluzione verso la società senza classi. Come ha detto Lenin, ponendo il  potere sovietico e l’elettrificazione come primo e secondo programma , se  venisse a mancare il secondo, “neanche il primo andrebbe più bene come programma”.  Più semplicemente, senza l’elettrificazione il potere sovietico, e insieme ad esso anche il socialismo, dovranno aspettarsi il ristagno e poi il collasso, e la rivoluzione sarebbe rinviata di alcune decine  di anni. E allora gli attivisti incapaci di comprendere il senso della base economica della elettrificazione, quelli che si impuntano sul socialismo, non hanno nulla da fare dentro l’avanguardia della classe operaia. Il sistema  bancario del capitale sta affondando nelle spire della crisi e produce bolle finanziarie. In questa situazione perfino la borghesia dei paesi in via di  sviluppo sta cercando febbrilmente di collocarsi sulla base economica della elettrificazione, strumento ancora poco chiaro al mondo imprenditoriale, per  dare una qualche certezza al processo di circolazione e ed evitare di produrre bolle evanescenti. L’imperialismo mondiale ha dichiarato di aver costruito al capitale un tempio dove conducono tutte le strade. In realtà l’imperialismo ha costruito un cimitero, al quale conducono tutte le strade del capitalismo. Ildesiderio di estrarre il massimo profitto spinge il capitale nella fossa, e getta il proletariato in una tale situazione che per la sua misera esistenza trova lo slancio e l’energia per scavargli questa fossa. Perciò anche l’  Ottobre, dopo aver affossato nel 1920  il decrepito capitalismo russo con  tutti gli interventisti stranieri, che avevano tentato di salvarlo sui campi della guerra civile, si formò nel 1921 una opinione precisa su come bisognava  procedere oltre. Nella rivoluzione bisognava andare oltre avanzando verso il comunismo su una via scientificamente fondata: il comunismo è il potere  sovietico più l’elettrificazione di tutto il paese! 

 

 Vladimir Rjabov membro del CC del Partito Comunista Pansovietico dei Bolscevichi (Traduzione dal russo di   Stefano Trocini)  (Testo abbreviato) (Fonte: http://www.vkpb..ru, 05.10.2010)

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