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Questione “foibe”


documentazione raccolta da Curzio Bettio

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Un articolo del Prof. Angelo Floramo che comparirà domani sul settimanale friulano “Il Nuovo FVG” ( http://www.nuovofriuli.com/).
Contiene:
– commento introduttivo
– intervista a Claudia Cernigoi, autrice del libro: “Operazione foibe: tra storia e mito”
– intervista a Gabriella Gabrielli, del gruppo Zuf de Zur sull’ultimo album: “Partigiani!”

Il 10 febbraio si è celebrato il giorno del ricordo. No, non quello della memoria (anche se i due lemmi potrebbero sembrare, ai più sprovveduti tra i lettori, comuni sinonimi); quello c’era già. Ma è una memoria che appartiene agli altri. Tutti gli altri: gli ebrei, gli zingari, gli omosessuali, i comunisti, i preti rossi, i partigiani.. Un giorno che ogni 27 gennaio ritorna con il suo corredo dejà vu di filo spinato, stivali, vagoni piombati, divise a strisce e numeri tatuati sul braccio. Suggestioni belle e pronte, già divenute immaginario collettivo, tanto da agevolare migliaia di chilometri di pellicole, documentari, drammi con effetti speciali alla Steven Spielberg. Senza contare poi che quella giornata la si celebra in virtù dell’Armata Rossa, che come tutti ben sanno fu il braccio militare dell’Impero del Male. Furono i ragazzi del generale Zukov infatti ad aprire i cancelli dei campi.

No. Si sentiva proprio il bisogno di qualcosa di diverso, di “italiano”. Di esclusivamente italiano, di “nostro”, insomma, qualcosa da contrapporre alla memoria degli altri. In fondo Auschwitz. non è un monumento che ci appartiene. Non del tutto, almeno. Come non ci appartiene San Sabba, quel bubbone così politicamente scorretto che deturpa nel cuore della Trieste riguadagnata all’Italia il mito degli “italiani brava gente”. Meglio dunque seguire il consiglio del poeta Carolus Cernigoy, che rivolgendo il pensiero proprio alla Risiera chiedeva ironico ai Triestini: “Su femo i bravi. / In fondo xe un brusar / ebrei e sciavi.” Gli altri, appunto. Coloro che ben prima delle leggi razziali varate nel 1938 si videro negare i diritti più elementari di uomini e cittadini.

Chissà se pensieri simili a questi hanno mosso il ministro Maurizio Gasparri quando ha patrocinato, voluto, richiesto l’istituzione di una “giornata del ricordo”, ispirato dalla “ferma volontà” di un deputato di Alleanza Nazionale, l’italianissimo e triestinissimo Roberto Menia, “un autentico patriota che ha voluto con forza questo gesto di riparazione che il Parlamento ha condiviso e che finalmente ricolloca nella memoria collettiva pagine di storia a lungo rimosse”, come lo stesso onorevole ha recentemente sottolineato sulle colonne del “Secolo d’Italia”. Il ricordo delle foibe, dell’esodo di migliaia di istriani, fiumani e dalmati ha perfettamente soddisfatto alla bisogna. Era già pronto.

Quale altra pagina di storia avrebbe mai potuto coniugare meglio tante ossessioni così care alla Destra come il comunismo, l’orda slava, l’amor di Patria che si spinge fino all’eroico martirio, il sacrificio dell’italianità e la subliminale (?) convinzione che in fondo in fondo il Fascismo ha pur sempre rappresentato (pur con i suoi errori e le sue manchevolezze) la luce dell’italica virtù contro la barbarie dello straniero, e dello straniero slavo e comunista in particolare ! Lo sosteneva anche l’irredentista Ruggero Timeus Fauro, in anni non sospetti (tra il 1911 e il 1915), spiegando che “la lotta nazionale è una fatalità che non può avere il suo compimento se non nella sparizione completa di una delle due razze che si combattono. Se una volta avremo la fortuna che il governo sia quello della patria italiana, faremo presto a sbarazzarci di tutti questi bifolchi sloveni e croati”! E la fortuna l’hanno avuta. Esercitandola per più di vent’anni. Comunque ora l’occasione è finalmente arrivata.

Anche noi italiani abbiamo la nostra giornata del ricordo, guadagnandoci finalmente il posto tra le vittime degli eccidi. Peccato che sia un ricordo senza memoria. Se di ricordo si deve parlare infatti, perché non ricordare tutto, fino in fondo, senza paura ? Davanti ai “martiri delle foibe”, in cui la follia nazionalista fece cadere molti innocenti, si rievochi anche l’incendio del Narodni Dom di Trieste, nel 1920, o la strage di Strunjan-Strugnano, del 1921, quando i fascisti, tra Isola e Pirano, spararono da un treno in corsa su di un gruppo di bambini intenti a giocare, uccidendone due, ferendone gravemente altri cinque. Si ricordi l’allontanamento forzato dagli uffici pubblici di tutti i dipendenti di etnia slovena e croata in virtù delle leggi speciali per la difesa dello Stato, varate nel 1926. Non si dimentichino le umiliazioni subite da coloro che dovettero cambiare nome, che non poterono più parlare la loro lingua, che videro violentata l’identità dei loro paesi, in nome dello svettante tricolore. Ricordiamo anche le deportazioni di massa di civili nei campi fascisti di Rab-Arbe in Dalmazia o di Gonars, nella pianura friulana. Furono in tanti a non tornare più a casa.

Sull’orlo delle foibe dovremmo avere il coraggio di chiamare per nome, uno ad uno, tutti gli 11.606 internati croati e sloveni, tra cui moltissime donne e bambini, morti nei lager italiani tra il 1941 e il 1943. La verità, tutta la verità, soltanto la verità potrà onorare la Storia. Ma forse il problema è un altro, e ben lontana dalla verità è la motivazione che sta alla base di questa “giornata”. Perché in fondo tutti questi non sono i “nostri” morti. Sono i morti degli “altri” e la loro memoria non ci appartiene. Il 10 febbraio, da ieri, è un’esclusiva squisitamente italiana. Parola di Gasparri. E con parere quasi unanime di tutto il Parlamento italiano. A chi dunque il ricordo ? A noi

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Claudia Cernigoi è nata a Trieste nel 1959. Giornalista pubblicista dal  1981, ha collaborato alle prime radio libere triestine e oggi dirige il  periodico “la Nuova Alabarda“. Ha iniziato ad occuparsi di storia della  seconda guerra mondiale nel 1996, e nel 1997 ha pubblicato per la Kappa Vu  il suo primo studio sulle foibe, “Operazione foibe a Trieste”. In seguito ha  curato una serie di dossier (pubblicati come supplemento alla “Nuova  Alabarda”) su argomenti storici riguardanti la seconda guerra mondiale e  sulla strategia della tensione.
Nel 2002, assieme al veneziano Mario Coglitore, ha pubblicato “La memoria tradita”, sull’evoluzione del fascismo nel dopoguerra (ed. Zeroincondotta di Milano).  Esce proprio in questi giorni “Operazione Foibe. Tra storia e mito”, edito dalla Kappa Vu dell’editrice Alessandra Kersevan.
La monografia, ricchissima di documentazione, è stata presentata a Trieste lo scorso 7 febbraio.

La memoria lottizzata. In epoca di revisionismi, riletture,  decontestualizzazioni, sembra proprio che il dibattito gridato diventi l’unica  possibilità di intervento. Ma chi di storia si occupa lascia che siano i  documenti a parlare, tacitando gli umori e gli isterismi di ogni colore.  “Operazione Foibe”, con i suoi ricchi apparati documentari, si prefigge  questo scopo. E’ una ricerca che ha impegnato la Cernegoi per oltre sette anni, sette  anni di meticolose indagini seguite a una prima edizione, già di per sé  estremamente ricca e stimolante. Qual è stata la motivazione che l’ha spinta  (ogni storico ne ha una!) e cosa ne è emerso ?

“Chi non vive a Trieste non può conoscere il clima che si respira in questa  città che il poeta (triestino) Umberto Saba definì “la più fascista d’Italia”.  Quindi devo spiegare che da noi le campagne stampa o campagne politiche  sulla “questione foibe” sono più o meno cicliche. Tanto per fare un paio di  esempi: una campagna si sviluppò a metà anni Settanta, per fare da  contraltare all’istruttoria e poi al processo in corso per i crimini della  Risiera di San Sabba. In altri periodi per contrastare le mobilitazioni per  la legge di tutela degli Sloveni in Italia.

Otto anni fa, quando per la  prima volta ho iniziato ad occuparmi seriamente di “foibe”, era il momento  in cui era iniziata una nuova campagna, questa volta in parte come   “risposta” di destra al processo Priebke ed in parte, a mio parere, perché  dopo lo sfascio della Jugoslavia c’era chi aveva interesse in Italia a  destabilizzare ulteriormente Slovenia e Croazia che non vivevano una  situazione proprio tranquilla, a scopo neoirredentista. Il fatto nuovo, all’epoca,  fu che da polemiche politiche si era passati ad un più alto livello di  scontro, se mi si passa l’espressione: cioè era iniziata un’inchiesta  giudiziaria per i cosiddetti “crimini delle foibe”, e questa inchiesta stava  coinvolgendo ex partigiani che avevano ormai raggiunto una certa età, ed a  questo punto decisi che era il caso di fissare dei paletti in merito ai  presunti “crimini delle foibe”, dato che non mi sembrava giusto che quelli  che all’epoca, non conoscendoli, mi venne da definire “poveri vecchietti” (e  voglio subito dire che i “poveri vecchietti” che ho conosciuto in seguito a  queste mie ricerche erano tutti anziani sì, logicamente, ma pieni di energie  e di voglia di fare) dovessero venire messi sotto giudizio sulla base di  inesistenti prove storiografiche, come i libri di Marco Pirina e di Luigi  Papo.

Così presi in mano sia i libri di Pirina, sia gli studi sugli  “scomparsi da Trieste per mano titina” (sia chiaro che certe terminologie  non mi appartengono, ma le riporto perché questa, purtroppo, è la vulgata  vigente), per cercare di capire l’entità reale del fenomeno “foibe”. In base  a questo è nato il primo “Operazione foibe”, che aveva come scopo  essenzialmente quello di spiegare che gli “infoibati” non erano migliaia, né molte centinaia, nonostante quello che si diceva da cinquant’anni. Per esempio, da  Trieste nel periodo di amministrazione jugoslava (maggio 1945), scomparvero perché arrestati dalle autorità, o perché morti nei campi di internamento per militari, o ancora per vendette personali, circa 500 persone, e non le  1458 indicate da Pirina, che aveva inserito tra gli “infoibati” anche  persone ancora viventi oppure partigiani uccisi dai nazifascismi”.

“Tra storia e mito”. E’ il significativo sottotitolo del suo libro. A  sessant’anni di distanza sembra ancora molto difficile separare le due cose,  o perlomeno impedire che si influenzino a vicenda. E’ facile per chiunque  voglia stravolgere i fatti vestire la storia con i panni del mito. Il  recente dibattito stimolato dal discusso film in uscita per Rai Fiction: “Il  cuore nel pozzo”, ne è la più evidente dimostrazione. E proprio questa  incerta lettura intorbida la memoria e agevola ogni possibile  strumentalizzazione politica. Accade ancora per Porzus, accade per le foibe  e per molte altre tragedie del Novecento. Perché ? E’ forse colpa della  controversa realtà di confine? O qui da noi la storia indugia, stenta a  passare…e quindi diventa facile occasione di attualizzazione, veicolandola  nei labirinti del dibattito politico?

“Sulla questione delle foibe non è mai stata fatta veramente ricerca storica.  Altrimenti, come prima cosa, non si parlerebbe di una “questione foibe”,  perché le persone che veramente sono morte per essere state gettate nelle  foibe istriane o carsiche sono pochissime, rispetto non solo alle migliaia  di morti (sempre per parlare del territorio della cosiddetta “Venezia   Giulia”, cioè le vecchie province di Trieste, Gorizia, l’Istria e Fiume) di  quella enorme carneficina che fu la seconda guerra mondiale, ma degli stessi  morti per mano partigiana. Voglio ricordare che la maggioranza di questi  fatti si riferiscono a cose accadute in periodo di guerra: ad esempio i  circa 400 “infoibati” che furono uccisi nell’Istria del dopo armistizio  (settembre ’43), non possono che essere inseriti in un contesto di guerra.  Però è da rilevare che mentre tutti (storici e mass media, oltre a  politicanti e propagandisti) si sconvolgono all’idea di questi 400 morti,  non battono ciglio di fronte alla notizia storicamente dimostrata che il  ripristinato “ordine nazifascista” in Istria nell’ottobre ’43 causò migliaia  di morti, deportati nei lager, paesi bruciati e rasi al suolo e violenze di  ogni tipo. È come se ci fossero, secondo certa storiografia, istriani di  serie A e istriani di serie B, cioè rispettivamente quelli di etnia  italiana, la cui morte deve destare orrore e scandalo, mentre per gli altri,  quelli di etnia croata o slovena, sembra essere stata una cosa “normale” che  siano stati colpiti dalla repressione nazifascista.”

Al contrario uno dei pregi della sua ricerca è proprio la  “contestualizzazione dei fatti”, dalla quale è impensabile prescindere per  tentare almeno di capire il fenomeno nella sua complessità. Come vanno  contestualizzate le foibe? Qual è la chiave per comprenderne i significati  storici, sociali..forse anche antropologici?

“Ho già accennato al fatto che le foibe sono diventate appunto un “mito”, in  quanto il fenomeno in realtà è un “non fenomeno” che è diventato tale a suon  di propaganda. Che questa propaganda sia stata sviluppata esclusivamente su  fatti concernenti il confine orientale (ricordiamo che in Francia, dopo la  liberazione, ci furono delle vendette contro gli italiani, già occupatori,  che erano stati fatti prigionieri, però nessuno in Italia ha mai detto  niente su questi episodi) ha secondo me diversi significati. Il primo è che  i vari governi italiani succedutisi negli anni (dalle guerre di indipendenza  del Risorgimento, per intenderci) hanno sempre tentato l’espansione ad est,  quindi il fatto di avere perso, dopo la fine della guerra, un bel pezzo di  territorio orientale ha significato una grossa frustrazione per i  nazionalisti. Inoltre ha pesato il fatto che qui i vincitori erano non un  esercito considerato regolare e di una potenza come potevano essere Gran  Bretagna o Stati Uniti, ma si trattava di un esercito popolare, partigiano,  comunista, e composto da popoli “slavi”, considerati “inferiori” dal  nazionalfascismo italiano. Quindi nella frustrazione per la perdita della  guerra vanno qui inserite anche le componenti anticomuniste ed antislave.

Grave mi è sembrato però leggere l’Unità (non il Secolo d’Italia o Libero!)  che (cito) parla di “odio degli slavi verso gli italiani”, generalizzando un  concetto inesistente con connotazioni oserei dire razziste. Come si può  attaccare la destra xenofoba quando se la prende con gli immigrati e poi  esprimersi in questi termini?”

Quanto alla “contestualizzazione”, vorrei dire che è impossibile fare un’analisi  unica di un fenomeno che non è un fenomeno. Parliamo degli scomparsi da  Trieste? Un centinaio di essi sono stati condotti a Lubiana e probabilmente  fucilati dopo essere stati processati come criminali di guerra;  centocinquanta o duecento sono forse i morti nei campi di internamento per  militari; una cinquantina le vittime recuperate da varie foibe e per le  quali si ricostruì che erano state uccise in regolamenti di conti e  vendette. Però diciotto di questi “infoibati” erano stati uccisi da un  gruppo di criminali comuni che si erano infiltrati tra i partigiani. Come si  può contestualizzare una simile varietà di cause di morte? Ecco perché  secondo me non si può parlare di “fenomeno” foibe.

Quanto ad un’altra vulgata che va attualmente per la maggiore, cioè che si trattò di  repressione politica contro chi poteva creare dei problemi all’instaurazione  di un nuovo stato comunista, secondo il mio parere se fosse stato questo il  motivo delle eliminazioni, non sarebbero state uccise così poche persone.  Forse posso sembrare cinica mentre lo dico, voglio chiarire che la mia è  solo un’analisi storico-politica, non intendo mancare di rispetto a nessuno.  Ma teniamo presente che a Trieste gli squadristi della prima ora, quelli che  avevano la qualifica di “sciarpa littoria” e veterani della marcia su Roma  erano più di 400; 600 membri contava l’Ispettorato speciale di PS (una  struttura antiguerriglia che lavorava come squadrone della morte in funzione  repressiva antipartigiana), e non contiamo poi le Brigate Nere, la Polizia  non politica, la Milizia territoriale, i funzionari del Fascio che rimasero  al proprio posto. Se si fosse voluto fare un “repulisti” politico, gli  uccisi sarebbero stati dieci volte tanto, ritengo.”

Su questa tragedia c’è stato un colpevole silenzio della sinistra che dev’essere “rimosso”. Sono le parole dell’onorevole Walter Veltroni, sindaco  di Roma, pronunciate durante la sua recente visita alla foiba di Basovizza.  Come le interpreta ? Tenendo anche conto del fatto che tale silenzio (che  non ha riguardato la solo sinistra, in verità) ha anche permesso alle destre  di classificare ideologicamente tutti i partigiani sloveni e croati (e non  solo loro) come infoibatori, permettendo anche di rimuovere dalle coscienze  degli italiani il clima politico e culturale che per vent’anni il regime  fascista ha imposto a quelle terre, perpetrando violenze fisiche e  psicologiche di estrema gravità !

“Io sono dell’opinione che, ammesso e non concesso che di foibe non si sia  mai parlato prima (cosa che non è vera, visto che di libri – non solo di  propaganda disinformativa, ma anche seri come il primo studio di Roberto  Spazzali, “Foibe un dibattito ancora aperto”, uscito nel 1992 – ne sono  usciti molti), questo fatto non può giustificare in alcun modo che adesso se  ne parli senza cognizione di causa, ma solo riprendendo le vecchie notizie  della propaganda nazifascista, senza un minimo di senso critico. Quanto ai  crimini commessi dall’Italia fascista, coloniale e imperialista, in Africa  come nei Balcani, fino in Grecia ed Albania durante la guerra, su di essi sì  è calato un pesante silenzio, una censura totale, al punto che il buon  documentario di Michael Palumbo, “Fascist legacy” sui crimini di guerra  italiani (e su come i criminali se la sono cavata senza problemi) è stato  “infoibato” dalla RAI che non ha la minima intenzione di mandarlo in onda,  dopo averlo acquisito. Però la RAI finanzia sceneggiati televisivi di  disinformazione sulle foibe: questo dovrebbe essere un motivo di scandalo,  non tanto che Gasparri promuova il filmato che lui stesso ha ispirato un  paio di anni fa.”

Restiamo in tema. Quando l’onorevole Veltroni ha deposto la rituale corona d’alloro  anche ai piedi del monumento che ricorda la fucilazione di cinque sloveni  fucilati per ordine del Tribunale Speciale Fascista, ha suscitato lo sdegno  di Roberto Menia il quale ha affermato che “mentre non vi e’ nulla da dire  per ciò che riguarda le tappe di Veltroni alla Foiba di Basovizza e alla  Risiera, anche se fatte con qualche decennio di ritardo, e’ evidente che non  possono essere eletti a martiri di una italianità cattiva nel 1930, coloro  che erano dei terroristi macchiatisi di reati di sangue e di omicidi. Questi  non possono essere contrabbandati per martiri ed e’ evidente che Veltroni  sbaglia ed e’ sbagliata questa ricostruzione che e’ la ricostruzione che  vuol fare la sinistra”. Una ulteriore dimostrazione di quanto abbiamo detto  fin’ora ?

“È un dato di fatto che i martiri di Basovizza siano stati fucilati dopo una  sentenza di un Tribunale speciale di uno stato non democratico. Quindi prima  di accettare acriticamente la sentenza di questo Tribunale che li definiva  “terroristi”, io quantomeno pretenderei, in democrazia, un nuovo processo,  per determinare quali fossero effettivamente le loro responsabilità  concrete. Ma a prescindere da questo, resta il fatto che la loro lotta era  contro un regime dittatoriale che, spero, nessun democratico di oggi intende  avallare come legittimo. Quindi che loro fossero o no “terroristi”, secondo  me non ha la minima importanza da un punto di vista storico. Erano degli  antifascisti che lottavano contro la dittatura: tutto qui. In Germania  nessuno avrebbe il coraggio di chiamare “terroristi” gli attivisti della  Rosa bianca o Canaris che attentò, senza successo a Hitler. In altri tempi,  il tirannicidio era cosa considerata corretta, in fin dei conti.”

Alessandra Kersevan, il suo editore, ha affermato di essere consapevole che  i risultati della ricerca non basteranno a tacitare la propaganda  antipartigiana che continua con toni sempre più violenti, anche da parte di  alcuni autori ritenuti fino a qualche tempo fa vicini alle tematiche della  Resistenza. L’auspicio è tuttavia che serva acciocché si affrontino tali  tematiche con il dovuto rispetto storiografico, tenendo conto della  documentazione presentata . E’ in fondo questo il valore civile della  Storia, non le pare?

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Operazione “Partigiani !” A sessant’anni dalla Liberazione, in epoca di  “memorie deboli” e di revisionismo convinto, esce un disco che raccoglie i  canti della Resistenza. E per di più sono voci che vengono da terre in cui  più feroce, aspro e doloroso fu lo scontro. Le terre del confine, quelle del  Carso Goriziano, dove partigiani italiani, friulani e sloveni combatterono  Assieme, contro i nazifascisti. Gabriela Gabrielli, degli ‘Zuf de Zur, è la  voce di questa epica corale, che idealmente si allarga a tutti i luoghi in  cui la scelta difficile e sempre dolorosa di combattere ha privilegiato l’opzione  per la Libertà contro ogni forma di tirannia dell’Uomo sull’Uomo. Ma come  nasce il progetto, cosa vi ha animato ?

Questo Cd nasce da un spettacolo musicale intitolato “Le vie dell’Eresia”,  messo in scena due anni fa. Si trattava di uno spettacolo che raccoglieva  una serie di testimonianze ai confini fra poesia e musica che raccontavano  la storia della Lotta di Liberazione della nostra città, Gorizia. Un  percorso di giustizia sociale che, partendo dalle memorie di chi aveva  combattuto la guerra di Liberazione nelle formazioni partigiane o che  comunque aveva scelto di “resistere”, voleva riproporre l’attualità di un  messaggio che è innanzitutto insofferenza per l’oppressione e amore per la  libertà.

Da qui l’idea di farne un CD, soprattutto oggi che queste tracce assumono  maggior valore; da un parte inutili, sterili polemiche, dall’altra  indifferenza rispetto alle passate ed alle nuove sofferenze.”

Il vostro lavoro risulta essere anche una fonte documentaria di notevole  pregio, sia per il recupero dei testi e delle musiche, che per la  contestualizzazione dei fatti. Non è solo un’operazione filologica e  storica, ma civile. E’ una risposta a quanti oggi propongono letture  “inedite” della Resistenza ?

“Siamo felici che tu dia un giudizio così buono sul lavoro che abbiamo fatto,  nato perlopiù da spinte dettate dal cuore senza velleità filologiche  particolari.Ci è costato due anni di fatica, con persone che ci  sconsigliavano di farlo, ritenendola un’operazione musicale e culturale  anacronistica e fuori luogo. Per noi non è stato e non è così, soprattutto  oggi nel clima politico e culturale di basso profilo in cui viviamo. Se  questo nostro lavoro può essere una risposta a tutto questo e in special  modo ad una lettura revisionista della Storia (cosa che da più parti si sta  cercando di fare) non può che farci piacere.”

Quello che colpisce maggiormente dall’ascolto e dalla lettura del vostro album sono proprio i profili intensi delle donne e degli uomini che hanno  combattuto. Oltre ogni possibile retorica ne emergono i tratti, forti e  struggenti, profondamente umani: Friderich Sirok, Goriziano, arrestato a  sedici anni per aver inciso col temperino una falce e martello e mai più  tornato a casa; il comandante “Lauro”, che dopo un’azione afferma: “si può  essere in gamba anche senza sparare”. Enrichetta, la partigiana “zingara”  morta nell’eccidio di Temnica, sul Carso Triestino..ma dove sono le belve  assetate di strage ? O gli ancor più prosaici rubagalline travestiti da  eroi?

“Le figure che compaiono nelle pagine del libretto e di cui si sente l’eco  delle canzoni sono figure che fanno parte della storia di Gorizia e della  storia personale di Mauro Punteri (autore del gruppo): il comandante Lauro  era suo padre, Friderick Sirok, suo zio da parte materna, l’idea era proprio  quella di parlare di persone “normali”, uguali a noi, persone normali che ad  un certo punto della loro vita, trovandosi in una situazione di guerra, di  mancanza di diritti, hanno dovuto fare delle scelte. Cosa faremmo noi se ci  trovassimo in una situazione analoga? E’ una domanda che non ci sfiora  nemmeno.. e spesso non ci rendiamo conto che in questo stesso momento ci  sono decine e decine di situazioni di guerra nel mondo, e che persone come  noi le stanno provando sulla loro pelle. e non occorre andare tanto lontano.  Non dimentichiamo che solo dieci anni fa, a sette ore di macchina, c’era l’assedio  di Sarajevo.”

Il disco è introdotto dalle parole di Giovanni Padoan: “Oggi, rivivere i  fatti della resistenza vuol dire attualizzarli, vivere di memoria non serve”.  Sono davvero emblematiche, quasi una risposta al dibattito di questi giorni,  così polemico, così acceso, così poco civile da contrapporre i morti e  rileggere le “memorie” in chiave puramente ideologica. Le canzoni che voi  raccogliete sono la voce di quelle memorie. Sono passati sessant’anni. Cosa  va gridando ancora, quella voce ?

“Il significato di questo lavoro sta in due citazioni, che si ritrovano nel  Cd ; la prima la si può leggere nella prefazione a Canti clandestini di  Carolus Cergolj, “oggi i cieli sono puliti, ma non bisogna dimenticare come  certi vorrebbero le lacrime ed il sangue versato per renderli puliti”, e  questo è il valore della memoria, che è importante, importantissimo, perché  almeno teoricamente dovrebbe impedirci di ripetere errori del passato.Ma la  memoria da sola non basta, deve essere utilizzata in qualche modo,  altrimenti diventa sterile commemorazione. e qui entrano le parole del  comandante Vanni (Giovanni Padoan, sue sono le parole che aprono il cd):  “vivere solo di memoria non serve. Essere partigiani oggi vuol dire  difendere i diritti, i diritti dell’uomo, i diritti del cittadino, i nostri  come quelli, già calpestati, di tutte quelle persone che vengono da noi  sperando di trovare un futuro migliore. Difenderli con gli strumenti che la  democrazia ci mette a disposizione”.
I musicisti lo possono fare con la musica.”

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UE: FINI, CROAZIA ENTRERÀ SE COLLABORA SU CRIMINALI GUERRA

(ANSA) – TRIESTE, 10 FEB – ” La Croazia avvierà il negoziato per l’  adesione all’ Unione Europea, solo se collaborerà con il Tribunale  internazionale dell’ Aia per riconsegnare i criminali di guerra ”: lo  ha detto il Ministro degli Esteri, Gianfranco Fini, intervenendo a  Trieste, al Teatro Verdi, alle cerimonie per il ” Giorno del Ricordo ”.  Sottolineando che ” non lo ha chiesto solo l’ Italia, ma tutti i 25  Paesi dell’ Unione ”, Fini ha invitato la platea a ” capire e convivere ”.  Riguardo inoltre alla mancanza di indennizzi per gli esuli  di Istria e Venezia Giulia e Dalmazia, Fini ha sottolineato che ” non  aver trovato un modo per l’ indennizzo la dice lunga sull’ ignavia che  per anni e’ regnata su questa vicenda. E gli amici croati lo sanno ”.  Fini ha poi concluso sottolineando che ” non e’ con i rancori che si  costruisce la storia, ma con la verità ”.
(ANSA). BUO/MST 10/02/2005 13:59

REPETITA JUVANT:

Da: “Coord. Naz. per la Jugoslavia”
Data: Lun 10 Gen 2005 10:15:28 Europe/Rome
Oggetto: [JUGOINFO] Visnjica broj 471

L’HAN GIURATO

8 novembre 1992: Gianfranco Fini e’ ritratto al fianco di Roberto Menia (allora segretario della federazione MSI-DN di Trieste) al largo dell’Istria, nell’atto di lanciare in mare bottiglie tricolori recanti il seguente testo:

<< Istria, Fiume, Dalmazia: Italia!…
Un ingiusto confine separa l’Italia dall’Istria, da Fiume, dalla Dalmazia, terre romane, venete, italiche.
La Yugoslavia [sic, con la Y] muore dilaniata dalla guerra: gli ingiusti e vergognosi trattati di pace del 1947 e di Osimo del 1975 oggi non valgono più…
E’ anche il nostro giuramento: “Istria, Fiume, Dalmazia: ritorneremo!” >>

Vedi: http://www.cnj.it/immagini/meniafini.jpg
( fonte: redazione de La Nuova Alabarda – http://www.NuovaAlabarda.tk)

Sull’irredentismo di Gianfranco Fini, oggi leader della formazione nazionalista “Alleanza Nazionale” e Ministro degli Esteri della Repubblica Italiana, vedi anche:

http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/3522/1/51/
<< Spalato all’Italia, Trieste alla Croazia (18.10.2004). Reazioni in Croazia alle dichiarazioni del vice premier italiano Fini su Istria, Fiume e la Dalmazia… >> )

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Reduci dalla visione del primo episodio de “Il cuore nel pozzo”, ne scriviamo.
Ci siamo sorbiti gli “italiani brava gente” che sembrano capitati lì  per caso, il repubblichino buono e “pacifista” , i partigiani sadici e  vampireschi, il solito prete, l’uso dei bambini come “scudi umani”,  mentre si fa bieca propaganda…

Non una parola sull’italianizzazione forzata, sul razzismo anti-slavo,  sui massacri compiuti dai nazifascisti fino a pochi giorni prima. Tra  questi ultimi non poteva non esserci il personaggio interpretato da  Beppe Fiorello. Ci viene presentato quasi come uno sfollato  post-Armistizio, ma qui non siamo nel ’43, siamo nella primavera del  ’45. Quindi è un repubblichino. Quando parla dei suoi compagni morti in  azione, a quale azione si riferisce? Rappresaglie? Rastrellamenti?  Incendi di villaggi?

E i pochi slavi “buoni”? Le classiche eccezioni che confermano la  regola: buoni *benché* slavi, ma soprattutto: buoni perché  sufficientemente *italianizzati* (cioè, anche se nella fiction non  viene mai detto, *collaborazionisti*: una è la fidanzata del  repubblichino di cui sopra!).

Da questi ultimi, oltre che dal prete, tocca sorbirsi implausibili  pistolotti antirazzisti, come se in quelle terre (nel frattempo annesse  al Reich) nazionalismo e razzismo avessero fatto capolino con la  Resistenza e fossero fenomeni estranei al nazifascismo… I timori degli antifascisti istriani e delle comunità slovene di qua e  di là dal confine erano pienamente giustificati. Non lo erano invece i  timori di certi figuri della destra, per i quali “Il cuore nel pozzo”  non era abbastanza schierato ed era addirittura eufemistico nel  denunciare i crimini dei partigiani. Costoro non si preoccupino, lo  sceneggiato risponde pienamente alle loro esigenze.

[Il regista Alberto Negrin, qualche anno fa, aveva diretto la fiction  su Giorgio Perlasca. Alla luce di quanto ci ammannisce ora, sospettiamo  che l’intento fosse accendere i riflettori sull’occasionale fascista  buono, uno che imboscava i deportandi anziché aiutare a metterli sui  treni, così da aprire la strada a nuove, interessanti riletture. Si  veda la recente dichiarazione del camerata Gramazio, secondo cui  persino Giorgio Almirante – capo-redattore della rivista “La difesa  della razza” – era un salvatore di ebrei.]

Le foibe, è palese, vengono usate come “diversivo” da parte della  destra al governo, e per giunta diversivo pre-elettorale, come se a  guidare la GAD o la FED o come cazzo si chiama non ci fosse Prodi bensì  Josip Broz detto “Tito”.

Madornali idiozie vengono scritte e ripetute in modo ossessionante,  come quella del “silenzio” su quegli eventi. Accade lo stesso per i  fatti successi più a Ovest, il “Triangolo rosso” etc.: ogni volta si  ricomincia da capo. Complice il Pansa di turno, par sempre di assistere  a una scoperta nuova, anche al trecentesimo libro (scientifico o  sensazionalistico che sia), al cinquantamillesimo scoop, alla  miliardesima puttanata detta in tv.
Tutto questo fingere che a Trieste e in Istria non sia successo nulla  prima del ’45 fa venir voglia di rispondere con lo humour nero, come  qualche anno fa “Mladina”, la rivista satirica slovena.

Estate 2000: “Mladina” mette on line un videogame modellato sul Tetris,  solo che l’ambientazione è l’orlo di una cavità carsica e i mattoncini  da far scendere sono – a scelta – cadaveri di “domobranci” (miliziani  filo-nazisti) o di partigiani titini.
Già questa ironica forma di “par condicio” (in realtà aderente alla  realtà storica, dato che nelle foibe furono gettati *prima* sloveni e  antifascisti e *poi* nazi e collaborazionisti) dovrebbe far drizzare le  orecchie, ma gli italiani che passano di là – su imbeccata di qualche  fascistone giuliano – non sanno lo sloveno né conoscono la storia. La  parola “domobranci” è per loro un mistero.
Il gioco viene scambiato per un attacco all’Italia, all’Italianità e  chi più ne ha più ne metta, anche se in “Fojba 2000” non figurano  italiani: le vittime virtuali – di destra e di sinistra – sono tutte  slave.

A rigore, uno che non sappia chi erano i domobranci non dovrebbe avere  il diritto di aprir bocca sulle foibe, tanto meno di scandalizzarsi per  quanto avvenne in quelle zone. Ma questo fa parte del problema: nessuno  sa un cazzo, e chi più apre bocca per darle aria è proprio chi meno sa. Per farla breve, scoppia un grande scandalo al di qua del confine, e il  bello è che dalla messa on line sono già passati diversi anni. Come  sempre è tutto un cadere dalle nuvole, un finto rimanere a bocca  aperta, un artificioso indignarsi. Il ministro per l’innovazione  tecnologica Lucio Stanca chiede alla Farnesina di “attivare i canali  diplomatici affinché venga posta alle autorità slovene l’esigenza di  oscurare subito l’offensivo e vergognoso gioco”. Le autorità slovene,  giustamente, se ne fottono.

A sfuggire è il contesto. “Mladina”, con pazienza, lo spiega: “Il gioco rifletteva il clima politico dell’estate del 2000, quando un  esecutivo di centrodestra aveva sostituito il governo di Janez  Drnovsek. Il premier era Andrej Bajuk, sloveno ritornato in patria  dall’Argentina, che non ha mai nascosto le sue simpatie per i  domobranci e l’ostilità per tutto ciò che ricordava l’epoca di Tito.  Il suo governo durò solo sei mesi, nell’ottobre del 2000 fu sconfitto  dalla coalizione di centrosinistra che riportò al governo Drnovsek.  Nella presentazione ci si riferiva, infatti, alle elezioni imminenti.  ‘Offriamo ai lettori di Mladina un singolare attrezzo di fitness per un  allenamento preelettorale’ “

Il gioco è qui (per giocare cliccate su “Torej”):
http://www.mladina.si/projekti/igre/fojba2000/
Se invece di giocare on line lo volete scaricare, cliccate qui:
http://www.thekey.it/modules.php?name=Downloads&d_op=getit&lid=18

Per chi invece non predilige lo humour nero, oppure a integrazione di  quest’ultimo, c’è il bel libro di Claudia Cernigoi, uscito nel 1997 per  le edizioni Kappa Vu di Udine, oggi disponibile gratis on line per  iniziativa dell’editore e dell’autrice.
Si chiama: “Operazione foibe a  Trieste: come si mistifica la storia”: http://www.cnj.it/foibeatrieste/ Cernigoi smonta, col metodo e gli strumenti dello storiografo serio, le  leggende, esagerazioni e falsità della propaganda di destra su questo  tema.

Chi non ha molto tempo a disposizione può rivolgersi a un testo più  breve (in pdf), un articolo di Federico Vincenti apparso su “Patria  Indipendente” (la rivista ufficiale dell’ANPI) nel settembre 2004: http://www.anpi.it/patria_2004/08-04/17-18_VINCENTI.pdf

Non possiamo competere con la potenza di fuoco di uno sceneggiato  trasmesso in prime time da Rai1. Ma la guerra non è soltanto potenza di  fuoco, meno che meno la guerra culturale.
[tratto da Giap#5, VIa serie – 7 febbraio 2005]
http://www.wumingfoundation.com/

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Croazia / Slovenia / “Il cuore nel pozzo”
In merito al film “Il cuore nel pozzo”prodotto da Angelo Rizzoli per RAI FICTION:

Comitato contro le falsificazioni storiche (Trieste)
http://www.cnj.it/PARTIGIANI/altri.htm – falsificazioni

Iniziativa dell’Associazione Promemoria su “Il cuore nel pozzo”:
Promemoria – Društvo za zašcito vrednot protifašizma in protinacizma
http://www.cnj.it/PARTIGIANI/altri.htm – promemoria

Redazione de “La Nuova Alabarda” (Trieste)
http://it.groups.yahoo.com/group/crj-mailinglist/message/3793

Que viva Novak! (La Plebe)
http://it.groups.yahoo.com/group/crj-mailinglist/message/3798

L’intervento di una esule istriana
http://it.groups.yahoo.com/group/crj-mailinglist/message/4239

Foibomania nei media e libri italiani
Intervento del giornalista e scrittore Armando Černjul
http://it.groups.yahoo.com/group/crj-mailinglist/message/4233

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FOIBE: ANTIFASCISTI ISTRIANI CONTRO FILM “IL CUORE NEL POZZO”

(ANSA) – (ANSA) – ZAGABRIA, 4 FEB – Gli antifascisti croati dell’Istria  si sono detti oggi amareggiati da come il film “Il cuore nel pozzo”  tematizza la tragedia delle foibe e che domenica e lunedì sarà  trasmesso dalla Rai in occasione del 10 febbraio, “Giornata della  Memoria” dell’esodo. Lo riferisce oggi l’agenzia di stampa ‘Hina’. Il  segretario dell’Associazione dei combattenti antifascisti della regione  istriana Tomislav Ravnic ha detto oggi a una conferenza stampa tenuta a  Pola che ” nella lotta antifascista in Istria non e’ successo un  crimine organizzato come con il film vogliono far credere i neofascisti  e la destra italiana ”.

Secondo lui il film, firmato dal regista Alberto Negrini e prodotto dalla Rai, ”e’ un’immagine distorta e falsa della lotta antifascista in cui gli Slavi vengono dipinti come un popolo genocida, mentre gli italiani sono rappresentati come vittime  dell’espansionismo slavo”.
”Si tratta di una distorsione tendenziosa dei fatti e di un tentativo di revisionismo storico con lo scopo coprire le violenze e le responsabilità del fascismo”, ha aggiunto Ravinic.

”In ogni conflitto bellico occorrono crimini e muoiono vittime  innocenti, ma nella Resistenza in Istria queste vittime erano solo il  frutto di vendette individuali e non di operazioni pianificate”, ha  voluto precisare il suo punto di vista. Per questa ragione gli  antifascisti istriani protestano contro la messa in onda de “il cuore nel  pozzo”, che, come hanno detto, ”non e’ che propaganda diffamatoria con  cui si offende il popolo istriano e che rappresenta una provocazione  politica diretta verso lo stato croato”.

Il vicepresidente dell’associazione istriana, Miljenko Bencic, ha spiegato che  ”il movimento partigiano non aveva alcuna ragione per uccidere innocenti, a  differenza del nazifascismo nella cui stessa ideologia e’ radicato il  genocidio”. Secondo Bencic ”e’ inammissibile che vengano equiparate  le colpe dell’aggressore e della vittima, il fascismo come un’ideologia  criminale e l’antifascismo come una reazione di resistenza di tutto il  mondo democratico”.

Volendo ricordare i crimini commessi dai fascisti italiani in territorio croato, i dirigenti dell’associazione hanno organizzato la prima visione in Croazia del documentario della Bbc, ‘L’eredita’ fascista’. L’estate scorsa il film ‘Il cuore nel pozzo’  aveva scatenato una simile reazione anche in Slovenia: molti lo hanno  definito ”un falsificato della storia”.
(ANSA). COR 04/02/2005 19:17

Le foibe viste dalla Croazia

07.02.2005 Da Osijek, scrive Drago Hedl.
Dure reazioni in Croazia alla proiezione dello sceneggiato televisivo  “Il cuore nel pozzo”, prodotto dalla Rai e dalla Rizzoli audiovisivi.  Secondo il quotidiano di Fiume/Rijeka, “Novi List” , si tratta del peggior  film di propaganda mai realizzato. Questa l’opinione di Furio Radin,  rappresentante della minoranza italiana al Parlamento di Zagabria, e  della Unione dei Soldati Antifascisti. Tace la Zagabria ufficiale.

“Sporchi e malvagi partigiani di Tito sterminano Italiani innocenti”.
Con questo titolo a tutte colonne, il quotidiano di Rijeka (Fiume)  “Novi List” ha pubblicato sabato scorso in terza pagina il servizio di  Elio Velani, corrispondente dall’Italia che, insieme ad alcune migliaia  di rappresentanti della alta società triestina, ha partecipato alla  visione del film “Il cuore nel pozzo” nella sala da concerti  “Tripcovich”. Il giornale di Rijeka parla del film come dell’“assalto  alla storia da parte della destra italiana”, riportando come il film  “conduce il pubblico italiano negli abissi delle foibe dove la destra  italiana ha trovato il proprio senso più profondo dell’esistenza.”

Questa è, allo stesso tempo, la reazione più forte che si è potuta  ascoltare in Croazia a proposito del film “Il cuore nel pozzo”, una  fiction che descrive le sofferenze dei soldati italiani nella ex  Jugoslavia (in particolare nelle ex repubbliche di Croazia e Slovenia),  dopo la disfatta dell’armata di Mussolini nel corso della seconda  guerra mondiale. La Zagabria ufficiale infatti non ha commentato, il  che è comprensibile dal momento che la leadership del Paese è  totalmente concentrata sul caso del generale Gotovina e sulla ferma  posizione espressa dall’Unione Europea [si noti il ricatto: se reagisci  a “Il cuore nel pozzo” mi oppongo all’accesso nella UE]. Per  Bruxelles, infatti, la data per l’apertura dei negoziati di ingresso  nell’Unione, fissata per il 17 marzo, non verrà rispettata a meno che  il generale croato latitante non compaia davanti al Tribunale dell’Aja  entro quel giorno.

Il corrispondente di Novi List descrive il film come “l’esempio  difficile da eguagliare del film di propaganda più brutto, maldestro,  assurdo e inappropriato che sia mai stato fatto”, e sostiene che sia  molto peggio dei film simili prodotti in Jugoslavia sui partigiani e le  loro avventure di guerra. “Dopo questo film, apparirà chiarissimo a  tutti cosa intende la destra italiana quando parla della necessaria  revisione degli eventi storici. E’ alla stessa destra italiana che va  attribuito il maggiore credito per la produzione di questo film, mentre  la televisione di Stato Rai non ha fatto che dare ascolto ai leader  attuali finanziando servilmente l’intero progetto”, afferma Novi List.

Il quotidiano sostiene le proprie affermazioni citando un anonimo  giornalista de “Il Messaggero” che, secondo Novi List, dichiara: “Viene  posto un parametro incredibile: le vittime innocenti delle foibe sono  state uccise ancora una volta da questo film”. Oltre a questa  citazione, Novi List pubblica anche l’opinione del noto storico  triestino Fulvio Salimbeni che dichiara che si tratta di un “lavoro  vergognoso” e che gli esuli istriani dovrebbero citare in giudizio il  produttore del film per “il totale travisamento della ricostruzione  storica degli eventi.”

Tuttavia, sono stati gli stessi esuli, secondo il corrispondente di Novi List, a enfatizzare il significato del film, e sarebbero stati loro i più rumorosi nella sala tra quelli che  gridavano “Hurrah, sono arrivati i nostri”, nella scena in cui il giovane soldato italiano Ettore, ritornato dalla Russia, uccide due partigiani [sic!].

Se da un lato non ci sono state reazioni a “Il cuore nel pozzo” da parte  della Zagabria ufficiale, la Unione dei Soldati Antifascisti della  Croazia è però intervenuta nel dibattito. Il segretario della sezione  istriana dell’organizzazione, Tomislav Ravnic, ha affermato che gli  antifascisti croati sono sconvolti dal fatto che i media italiani  scrivano che i partigiani uccidevano gli Italiani solo in quanto  Italiani. “Questa è una menzogna – dichiara Ravnic – quando nel 1943  abbiamo catturato 15.800 soldati italiani, non gli è successo nulla.  Avevamo un rapporto umano nei confronti dei prigionieri italiani. E’  per questo che io dico a Berlusconi, a Fini e alla compagnia che  dovrebbero inchinarsi di fronte ai nostri soldati che hanno salvato  migliaia di persone. I partigiani non hanno ucciso gli Italiani, ma i  fascisti che sono stati condannati dai Tribunali nazionali.”

Oggi, tuttavia, nessuno in Croazia nega che ci siano state molte  vittime nel periodo delle foibe. Furio Radin, rappresentante della  minoranza italiana nel Parlamento croato, dichiara: “Non dobbiamo  dimenticare quello che abbiamo dimenticato negli ultimi 60 anni, le  foibe. Ci sono state vittime collaterali, e c’erano naturalmente anche  i fascisti. Resta il fatto che finire la propria vita all’interno di  una caverna non è normale, indipendentemente dal fatto che uno fosse un  fascista oppure no, e bisogna ricavarne un insegnamento affinché una  cosa del genere non possa più ripetersi.”

In Croazia si parla solitamente di circa 500, 600 Italiani uccisi nelle foibe, ma il  pubblico conosce anche le fonti italiane secondo le quali circa 17.000  persone [sic!] sarebbero state gettate nelle foibe.

“Posso affermare che, secondo alcuni storici considerati esperti della materia, circa 5.000 persone sarebbero morte nelle foibe. Il fatto è che la maggior parte  delle foibe era situata nel territorio che ora appartiene alla  Slovenia, anche se ce n’era un numero considerevole anche in Croazia, in Istria”, dichiara Furio Radin.

Qualche tempo fa, Radin ha proposto la edificazione di un monumento  alle vittime delle foibe in Istria, ma questa idea ha incontrato la  opposizione della Unione dei Soldati Antifascisti. Radin ritiene che  ancora oggi questa questione sia troppo legata alla politica, e  sostiene la necessità di una ricerca della piena verità storica. Non  ritiene, tuttavia, che agli Italiani venga costantemente detto che sono  gli stranieri a dover essere accusati per tutto quello che è accaduto  di sbagliato nella propria storia: “A parte Trieste, il resto  dell’Italia non ha nessuna idea delle foibe, non sanno quello che stava  accadendo durante la seconda guerra mondiale in Istria e Dalmazia, e  non hanno alcun interesse per questa parte della storia”, dichiara  Radin.

La Croazia ha cominciato a parlare di foibe e di azioni criminali  commesse dai partigiani durante la seconda guerra mondiale solo dopo  l’indipendenza e il riconoscimento internazionale, nel 1992. La destra  ha cercato di abusare di questo fatto storico per presentare l’intero  movimento antifascista come criminale, e per dare una stessa identità  ad antifascismo e comunismo. Negli ultimi anni, tuttavia, l’attuale  sinistra croata ha affermato la necessità di un approccio storico  obiettivo al problema, anche se in realtà nel corso del governo di  sinistra (2000-2003) non sono stati fatti particolari sforzi verso  questo obiettivo.

http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/3870/1/51/
http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/3873/1/51/ ]

La Slovenia e “Il cuore nel pozzo”

07.02.2005 – Riportiamo alcune reazioni oltre Adriatico allo  sceneggiato “Il cuore nel pozzo” trasmesso in questi giorni dalla RAI.  Qui di seguito la traduzione di un articolo pubblicato su Vijesti, uno  dei maggiori quotidiani montenegrini. Proprio in Montenegro, tra i  vicoli della città di Kotor, è stata girata la fiction.

Dal quotidiano di Podgorica Vijesti, 7 febbraio 2005
Traduzione a cura di Osservatorio sui Balcani

Il film “Il cuore nel pozzo”, la cui prima parte è stata trasmessa ieri  sera dalla televisione di stato italiana RAI, in Slovenia solleva forti  critiche. A queste si è unito il presidente dei veterani antifascisti  sloveni ed ex presidente della assemblea presidenziale repubblicana, quando ancora  esisteva la Jugoslavia, Janez Stanovnik. Ieri sera Stanovnik ha  dichiarato che il film sulle foibe e sulla pulizia etnica subita dagli  Italiani sulla costa slovena, in Istria ed in Dalmazia rappresenta non  solo una falsificazione della verità storica, ma anche l’apice di  un’operazione di “lavaggio del cervello”, che, rispetto a questo tema,  si è sviluppata in Italia, e in particolare a Trieste, nel corso degli  anni.

Il film “Il cuore nel pozzo” girato l’autunno scorso in Montenegro dal  regista Alberto Negrin, parla di una famiglia italiana dell’Istria al  tempo della Seconda guerra mondiale che rimane vittima dello scontro  etnico al tempo della caduta del fascismo. Il personaggio principale  del film è il bambino Francesco, al quale i partigiani hanno ucciso i  genitori. Particolarmente crudele nella cacciata degli Italiani si  mostra il comandante partigiano Novak, interpretato dall’attore serbo  Dragan Bjelogrlic.

In Slovenia negli ultimi mesi ha preso corpo una forte critica al film,  con la tesi che già con la scelta del principale personaggio negativo,  rappresentato da un partigiano sloveno si mostrano gli Sloveni come un  “popolo che attua un genocidio”. Si tratta di un sopruso della verità  storica che in Italia viene manipolata dalle forze di destra, alle  quali negli ultimi anni si è piegata anche la sinistra.

Tra le valutazioni fatte ci sono state anche quelle che affermano che  si tratta di una “berlusconiana consacrazione postuma di Tito” e che è  una “soap-opera storica”, che in modo emotivo tocca un tema sensibile e  mostra nuovamente gli Italiani contro gli Sloveni e i Croati, che nel  film sono rappresentati come “barbari”. Stanovnik, ai partigiani  sloveni radunati ad una commemorazione nei pressi di Koper, ha detto  che con il film si prosegue con la costruzione di una falsità storica:  “Vi ricorderete se abbiamo attaccato noi l’Italia o l’Italia ha  attaccato noi. L’Italia attaccò (l’allora) Jugoslavia, e non il  contrario”, ha detto Stanovnik, aggiungendo che la riconciliazione e le  relazioni di buon vicinato vanno edificate sulla verità e bisogna  esprimere il dispiacere per gli errori, ma in “modo europeo”. Stanovik  ha poi concluso affermando che i dati che in Italia vengono posti in  relazione col numero degli Italiani uccisi e gettati nelle fosse  sarebbero esagerati.

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CILIEGINA

“Il cuore nel pozzo”: intervista a Leo Gullotta

09.02.2005; scrive Andrea Rossigni.
Non è una ricostruzione storica, ma un’occasione per aprire una  riflessione su di un periodo oscuro. Così “Il cuore nel pozzo”, la  controversa fiction sulle foibe prodotta dalla Rai e da Rizzoli  audiovisivi, nelle parole di Leo Gullotta/Don Bruno. L’intervista, in  collaborazione con Radio Onda d’Urto, è stata realizzata prima della  messa in onda del film…

http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/3880/1/51/

Un estratto da questa intervista veramente ignobile:
<< … Non è, e lo risottolineo, non è una ricostruzione storica di quel  momento… potevamo soltanto prenderla da un altro punto di vista. E’  la storia inventata… >>

Certo, inventata a bella posta: infatti è solo la continuazione della
propaganda fascista contro i partigiani che liberarono la Jugoslavia e
l’Italia.

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Documento di Claudia Cernigoi, direttrice del periodico “la Nuova Alabarda” di Trieste, in merito al film “Il cuore nel pozzo” prodotto da Angelo Rizzoli per RAI Fiction, recensito da “nuova unità”, mensile-n.7/2004, ppgg. n.10 e 11.

I polemici sostengono che la televisione è l’arma finale del dottor Goebbels. Noi non ci sentiamo di essere così perentori, però è un dato di fatto che dire “l’hanno detto in tivù” dà una patente di veridicità alle fesserie più enormi. Ed è pure un dato di fatto che, quando si vuole influenzare in un determinato modo la coscienza collettiva su argomenti specifici, il modo migliore per ottenere il risultato voluto è quello di far passare in televisione ciò che si vuole far entrare nella testa della gente. Ed a questo scopo, un “buono” sceneggiato (adesso lo chiamano “fiction”, che fa più “americano”) è il sistema perfetto per plagiare la testa della gente. Così, quando in questi giorni leggiamo di quello che si sta preparando come sceneggiato sulle “foibe”, e come esso viene presentato, ci vengono i brividi per quanto danno provocherà questa operazione mediatica.

Dunque Rai Fiction ha commissionato al produttore Angelo Rizzoli (ve lo ricordate? Era stato travolto dallo scandalo della P2, tempo fa. E chi ancora aveva la tessera della P2, così, a primo colpo di memoria? Berlusconi, l’avvocato Augusto Sinagra…) uno sceneggiatosulle “foibe”. Regista Alberto Negrin; uno dei protagonisti è tale Leo Gullotta che ci dicono sia simpatizzante di Rifondazione Comunista… sarà vero? Sul sito “Panorama.it” troviamo un articolo firmato da Laura Delli Colli che dice “Foibe. Un film per capire”. Cosa capiranno dunque i volonterosi spettatori di questo sceneggiato che andrà in onda a febbraio prossimo venturo?

“Il massacro di migliaia di civili inermi. La tragedia della pulizia etnica nelle terre slavizzate a forza. Gli spietati partigiani di Tito in azione…”, scrive la giornalista. Ed ancora: “una tragedia rimossa costata non meno di 20-30 mila vittime, uccise dalla feroce repressione del regime di Tito. Un massacro e una persecuzione di massa con un solo obiettivo, ancora attuale: la pulizia etnica (…) Mentre l’Italia viveva la fine della guerra, i partigiani iugoslavi con la stella rossa di Tito eliminarono con ferocia intere famiglie, uomini e donne e spesso con loro i bambini, solo perché oppositori, dichiarati o anche solo potenziali, della slavizzazione dei territori. Almeno diecimila i desaparecidos di unmassacro…”.

Complimenti alla giornalista, che è riuscita in così poche righe ad accumulare una tale quantità di boiate storiografiche (oltre che falsità belle e buone) finalizzate alla diffusione di idee razziste da meritarsi il premio Minculpop alla memoria dei solerti redattori de “La difesa della razza”. Ma per capire se questo è il “messaggio” di verità storica che il regista Negrin intende diffondere alle masse teledipendenti italiane, leggiamo la trama del film.

“La storia è quella di don Bruno, in fuga nelle campagne istriane per mettere in salvo, tra i bambini, Carlo e Francesco. Carlo è figlio di un’italiana, violentata dal capo partigiano Novak. E Novak va a caccia di quel bambino per eliminarlo. Il prete lo difenderà fino al sacrificio (…); sotto la tonaca di un mite sacerdote di frontiera, ha il cuore di un leone mentre salva i bambini in fuga dalle fiamme che i titini hanno appiccato all’orfanotrofio”.

L’attore Dragan Bjelogrlic, che impersona il “crudele Novak”, afferma: “La crudeltà efferata del mio personaggio? Potrei dire che forse per un serbo che ha sofferto le guerre recenti non è poi tanto difficile immedesimarsi in uno sloveno così negativo… In questi luoghi nessuno è sopravvissuto indenne alla sofferenza delle violenze etniche”.

Quanto al “rifondarolo” Gullotta, ecco come risponde alla domanda della giornalista su cosa gli dica “la sua coscienza civile sulle foibe”: “Ho cercato di capire, di saperne di più (…) dar voce a una tragedia dimenticata è la prima ragione che mi ha convinto ad accettare. Questo non è un film schierato, ma un atto di doverosa civiltà”.

Ha cercato di capire, Gullotta? Di saperne di più? In effetti, con questo film si arriva a sapere tanto di più rispetto a quello che è successo in realtà: perché, da quanto scritto in questo articolo, appare una sceneggiatura che si basa su presupposti storici falsi per raccontare una vicenda degna della fantasia di una Liala sadomaso, e che arriva a delle conclusioni che sembrano fatte apposta per rinfocolare quegli odi etnici che al nostro confine orientale non si sono mai sopiti.

Quali sono le falsità? La pulizia etnica, mai esistita da parte dei “partigiani di Tito” (ma è tanto difficile accettare il dato di fatto storico che si era trattato di un esercito, sia pure popolare, riconosciuto come cobelligerante dagli Alleati?); la “slavizzazione forzata”, dove nei territori di cui si parla (l’interno dell’Istria) gli italiani non sono mai stati la maggioranza; la quantità dei morti, che non sono stati né “venti-trentamila”, né migliaia, ma poche centinaia nell’autunno del ’43 e nessuno (sì, avete letto bene: nessuno) dopo la primavera del ’45, in Istria, perché mentre nella prima ventata di potere popolare, dopo l’8 settembre, una sorta di jacquerie comportò esecuzioni più o meno sommarie nei confronti di esponenti delregime fascista, alla fine del conflitto, quando le autorità statali jugoslave presero il controllo del territorio, non ci furono esecuzioni sommarie: e se qualcuno fu processato e condannato a morte da tribunali regolarmente insediatisi, questo è un fatto che non avvenne solo in Jugoslavia, ma in tutta Europa, Italia compresa.

Ma la falsità più grossa, e quella che fa particolarmente schifo, è l’uso strumentale che viene fatto dei bambini in questa operazione di bassa macelleria cinematografica. È del regista Negrin (che ci dicono sia ebreo) l’idea (che non appare neppure nei peggiori libelli prodotti dalla propaganda nazifascista dell’epoca) che i “partigiani di Tito” si dedicavano alla deportazione ed al massacro dei bambini, bruciando orfanotrofi ed “infoibandone” gli ospiti? Forse il regista è stato influenzato da tutte quelle sceneggiature uscite negli ultimi anni sulla Shoah, dove si vedevano i nazisti andare a caccia di bambini ebrei che poi venivano fortunosamente salvati, e dato che, essendo in epoca di par condicio e banalizzazione storica, allo scopo di dimostrare che nazisti e comunisti erano cattivi ugualmente, il soggetto che va bene per una fiction sui cattivi nazisti va bene anche per una sui cattivi comunisti?

La “consulenza storica”, leggiamo sempre nell’articolo, sarebbe di un certo Giuseppe Sabbatucci, ma in Internet non abbiamo trovato nessuno storico con questo nome: l’unico storico Sabbatucci fa di nome Giovanni, che, da quanto siamo riusciti a capire, dovrebbe essere un autore di testi scolastici. Ma se scrive i libri con la stessa serietà e veridicità storica con cui ha dato la propria consulenza per uno sceneggiato come questo, pensiamo che dovrebbe essergli impedito di proseguire con questo mestiere.

Ci chiediamo se sia possibile riuscire a fermare la messa in onda di questo film, che può produrre solo altre tensioni ed altri odi, e non farà sicuramente “luce” su alcunché.

Eppure non avrebbe dovuto essere tanto difficile riuscire a “saperne di più”, come dice Gullotta, senza incappare in certe falsità come quelle che abbiamo letto sopra. Basta cercare alcune pubblicazioni (neanche tutte di fonte “slavocomunista”, come vedremo nelle note) e si riesce a saperne di più, inquadrando correttamente il problema dell’Istria e delle foibe istriane.

Il primo periodo che va preso in considerazione è quello immediatamente successivo all’8 settembre 1943, quando le truppe partigiane dell’Esercito di Liberazione Jugoslavo presero possesso di una parte del territorio istriano. Il potere popolare durò una ventina di giorni in alcune zone, un mese in altre: poi i nazifascisti ripresero il controllo su tutta l’Istria. Dai giornali dell’epoca [1] leggiamo che l’“ordine” riconquistato costò la vita di 13.000 istriani, nonché la distruzione di interi villaggi. Nel contempo i servizi segreti nazisti, in collaborazione con quelli della RSI, iniziarono a creare la mistificazione delle “foibe”: ossia i presunti massacri che sarebbero stati perpetrati dai partigiani.

In realtà, dalle “foibe” istriane furono riesumati, stando al cosiddetto “rapporto” del maresciallo Harzarich, che guidò le esumazioni dalle foibe su incarico dei nazifascisti nell’inverno 1943/44 [2], poco più di 200 corpi di persone la cui morte potrebbe essere attribuita a giustizia sommaria fatta dai partigiani nei confronti di esponenti del regime fascista (ma per alcune cavità si sospetta che vi siano stati gettati dentro i corpi dei morti a causa dei bombardamenti nazisti). Però basta dare un’occhiata ai giornali dell’epoca ed agli opuscoli propagandisti nazifascisti per rendersi conto di come l’entità delle uccisioni sia stata artatamente esagerata, per suscitare orrore e terrore nella popolazione, in modo da renderla ostile al movimento partigiano. Esempio di questa manovra è la pubblicazione di un libello dal titolo “Ecco il conto!”, pubblicato sia in lingua italiana che in lingua croata, contenente alcune foto di esumazioni di salme e basato fondamentalmente su slogan anticomunisti.

I contenuti ed i toni di tale mistificazione sono gli stessi che per sessant’anni abbiamo visto propagandare dalla destra nazionalista: “migliaia di infoibati solo perché italiani, vecchi, donne e bambini e persino sacerdoti”; “infoibati ancora vivi” e “dopo atroci torture” (non di rado s’è poi visto che le sedicenti “vittime scampate alle sevizie titine” erano in realtà criminali di guerra che descrivevano le cose che essi stessi avevano fatto ad altri) e così via. Del resto, dal racconto di Harzarich risulta chiaramente che i corpi, riesumati più di un mese dopo la morte furono trovati in stato di avanzata decomposizione, ed era quindi praticamente impossibile riscontrare su essi se le vittime fossero state soggette a torture o stupri mentre erano ancora in vita; così come certi particolari raccapriccianti che vengono riportati dalla “letteratura” delle foibe (ad esempio il sacerdote con il capo cinto da una corona di spine ed i genitali tagliati ed infilati in bocca) non hanno alcun riscontro nella relazione di Harzarich.

Tornando al numero degli “infoibati” in Istria nel ‘43, vediamo che da stessa fonte fascista (il federale dell’Istria Luigi Bilucaglia) risulta che nell’aprile del 1945 erano circa 500 i familiari di persone uccise dai partigiani in Istria tra l’8/9/43 e l’aprile 1945. Infatti Bilucaglia inviò ad una persona di propria fiducia, il capitano Ercole Miani, dirigente del CLN di Trieste “alcuni documenti che costituiscono una pagina di sanguinosa storia italiana in questa Provincia (…) trattasi di circa 500 pratiche per l’ottenimento della pensione alle famiglie dei Caduti delle foibe (…) corredate di tutti i documenti e contengono gli atti notori che illustrano lo svolgimento dei fatti” [3].

Anche un articolo del 1949 dà più o meno queste cifre:  “Se consideriamo che l’Istria era abitata da circa 500.000 persone, delle quali oltre la metà di lingua italiana, i circa 500 uccisi ed infoibati non possono costituire un atto anti-italiano, ma un atto prettamente antifascista. Se i partigiani rimasti padroni della situazione per oltre un mese avessero voluto uccidere chi era semplicemente “italiano”, in quel mese avrebbero potuto massacrare decine di migliaia di persone” [4].

Giacomo Scotti, nel suo studio “Foibe e fobie”, cita una “dichiarazione rilasciata alla fine di gennaio 1944 dal segretario del Partito fascista repubblicano e pubblicata dalla stampa della RSI dell’epoca”, senza però dare ulteriori indicazioni, nella quale “l’alto gerarca”, di cui non fa il nome, avrebbe affermato che “in Istria finirono infoibate dagli insorti 349 persone, in gran parte fascisti”.

Scotti cita poi una relazione del pubblicista croato professor Nikola Zic, datata 28/11/44, e redatta per conto dei “servizi d’informazione del Ministero degli Esteri dello stato croato”, (cioè il governo fantoccio dell’ustascia Ante Pavelic, quindi sicuramente una fonte che non doveva avere simpatie nei confronti del movimento partigiano), resa nota dallo storico fiumano Antun Giron nel 1995. Vale la pena di riportarne alcuni passi.

“All’inizio a nessun Italiano è stato fatto nulla di male. I partigiani avevano diramato l’ordine che non doveva essere fatto del male a nessuno.  Ma, qualche giorno dopo lo scoppio della rivolta popolare, [5] alcuni corrieri a bordo di motociclette sidecar hanno portato la notizia che i fascisti di Albona avevano chiamato e fatto venire da Pola i tedeschi in loro aiuto, e questi avevano aperto il fuoco contro i partigiani. Poco dopo, si è saputo che i tedeschi erano stati chiamati in aiuto anche dai fascisti di Canfanaro, Sanvincenti e Parenzo, fornendo loro informazioni sui partigiani. Rispondendo alla chiamata, è subito arrivata a Sanvincenti una colonna tedesca (…).

Pertanto, partigiani e contadini hanno cominciato ad arrestare ed imprigionare i fascisti, ma senza alcuna intenzione di ucciderli. I partigiani decisero di fucilarne soltanto alcuni, i peggiori, ma anche molti fra questi sono stati salvati grazie all’intervento dei contadini croati e ancora più dei sacerdoti. (…) Purtroppo quando, alcuni giorni più tardi, cominciarono ad avanzare i reparti germanici, i partigiani vennero a trovarsi nell’impaccio, non sapendo dove trasferire i prigionieri fascisti per non farli cadere nelle mani dei tedeschi. In questo imbarazzo hanno deciso di ammazzarli. Ne hanno uccisi circa 200 gettandone i corpi nelle foibe.” [6]

Va da sé poi che, quando la propaganda di destra cita gli “orrori delle foibe”, si “dimentica” regolarmente di citare la quantità di morti che costò la “pacificazione” operata dai nazifascisti nei territori da loro “liberati” dai partigiani.

Scrive, ad esempio, Galliano Fogar [7]:
“Il 7 ottobre (1943, n.d.a.) Berlino annuncia la conclusione dei rastrellamenti nella regione di Trieste da parte delle truppe tedesche e di reparti fascisti: sono stati contati i corpi di 3.700 banditi uccisi. Altri 4.900 sono stati catturati fra cui gruppi di ufficiali e soldati badogliani”.

Un comunicato del 13 afferma che la “pace” è stata raggiunta grazie a più di 13mila banditi uccisi o fatti prigionieri… A parte la gonfiatura propagandistica delle cifre, il numero delle vittime è stato altissimo e fra esse buona parte è di inermi civili (…)  “L’impeto dei tedeschi è meraviglioso”: commenta il quotidiano triestino “Il Piccolo”. Raccontando l’odissea di un gruppo di prigionieri liberati dall’intervento germanico, il cronista rileva che gli scampati, mentre si dirigono verso Trieste, possono constatare che “ogni casa ha uno straccetto bianco di resa e tutti i rimasti salutano romanamente chiedendo pietà” (questo si riferisce alla zona di Pinguente, in Istria, n.d.a.). Dopo il passaggio delle truppe tedesche, il giornale riferisce che è tornata la tranquillità e giustifica lo strazio della cittadina di Pisino, osservando che “dure misure sono state provocate” dalla resistenza dei partigiani. Infatti è stato ucciso anche il Podestà italiano e di sentimenti fascisti.

Fogar fa anche riferimento ad una “relazione inedita” del dottor Cordovado, intitolata “La dura sorte di Pisino” [8], e scrive: “Pisino, la capitale provvisoria del movimento insurrezionale croato, benché abitata da italiani, è bombardata senza pietà da “Stukas” e cannoni. Molti cittadini sono mitragliati dai rastrellatori, irritati per un debole tentativo di resistenza dei partigiani. Vi si insedia temporaneamente il capo della Polizia, ed SS, Globocnik che decide sulla vita dei prigionieri, quando ne venivano fatti, ordinando brutali esecuzioni”. “Inoltre, prosegue Fogar, Canfanaro è in parte incendiata ed il parroco è impiccato. A Gimino i tedeschi penetrano in molte case uccidendo vecchi, donne e bambini, incendiando fienili e cantine dove numerosi abitanti hanno cercato scampo e lanciano granate nei cespugli, nei fossi, nei campi, ovunque scorgano dei superstiti”.

Una conferma di questo ci viene ancora una volta da Giacomo Scotti, che, citando nuovamente la relazione del professor Zic, afferma che “nelle voragini, vecchie cave, ed altre fosse comuni accomunate col nome di foibe (…) furono gettati anche cadaveri di soldati tedeschi rimasti uccisi negli sconti del 13 settembre e, alcune settimane dopo, numerosi cadaveri di partigiani e civili uccisi dai tedeschi e da essi abbandonati per le campagne”.

Scrive Zic: “Nell’intero comune di Gimino che contava 4.580 anime, hanno ucciso 15 bambini al di sotto dei sette anni, 197 adulti e 29 sono morti sotto i bombardamenti, in totale 241 persone. (…) Alcuni uomini al di sopra dei 50 anni, che sono stati costretti a trasportare le munizioni dei tedeschi, hanno raccontato che nell’Istria settentrionale i soldati hanno violentato ragazze e donne. A Pisino (…) hanno ucciso anche alcuni italiani, fra questi il podestà e il direttore del Convitto del Ginnasio locale” [9] .

Scotti prosegue citando una serie di massacri operati dai nazisti e riferiti da Zic ed elenca alcuni nomi, indicati nella relazione Zic nella grafia croata (…); quasi tutti questi nomi, nella loro variante italianizzata, li ritroviamo in vari elenchi di persone che sarebbero state massacrate e infoibate dai partigiani.

Ed ancora: “Il fatto che i tedeschi procedettero a fucilazioni di “ribelli” nelle cave di bauxite, come fecero nei medesimi giorni i partigiani per eliminare i loro prigionieri, è stato “provvidenziale” per la storiografia fascista. Successivamente (…) furono attribuite ai partigiani pure una parte delle vittime della repressione tedesca”. [10]

Scotti prosegue citando vari episodi specifici di feroci rappresaglie nazifasciste, descritti nella relazione Zic, e conclude:  “All’epoca alcuni degli “studiosi” fascisti che oggi blaterano di “italiani trucidati dagli slavi”, collaboravano con i tedeschi nel massacro di loro conterranei, italiani e slavi.”

[1] “Il Piccolo” di Trieste ed “Il Corriere Istriano”, numeri da ottobre a dicembre 1943.

[2] Dati della “Relazione tratta dall’interrogatorio di un sottufficiale dei VV.FF. del 41° Corpo di stanza a Pola”, (Archivio IRSMLT n. 346). Questo testo, che viene comunemente definito “rapporto Harzarich”, non è stato redatto all’epoca delle riesumazioni, ma due anni dopo, in base a quanto detto dallo stesso Harzarich agli Alleati.

[3] Documento datato 24/4/45 pubblicato nel testo di Luigi Papo, “L’Istria e le sue foibe”, ed. Italo Svevo 1998.

[4] “Trieste Sera”, 8/1/49.

[5] Il 13 settembre 1943.

[6] G. Scotti, “Foibe e fobie”, supplemento al numero 2/1997 del mensile “Il ponte della Lombardia”. Queste risultanze storiche sono state esposte dallo studioso anche nel corso del convegno sul tema “La guerra è orrore. Le foibe tra fascismo, guerra e Resistenza” organizzato da Rifondazione Comunista a Venezia (13/12/03).

[7] G. Fogar, “Sotto l’occupazione nazista nelle province orientali”, Del Bianco 1968, che fa riferimento ad articoli del “Piccolo del 4, 6 e 8/10/43.

[8] In Archivio IRSMLT VIII/366.

[9] Il podestà e preside era il dottor Vitale Berardinelli. Troviamo qui la conferma di quanto riportato precedentemente da Fogar nella citazione della “relazione Cordovado”.

[10] G. Scotti, “Foibe e fobie”, cit..

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L’intervento di un’esule istriana

—– Original Message —–
From: “Luciana Bohne” <lbohne@edinboro.edu>
To: “Coord. Naz. per la Jugoslavia” <jugocoord@tiscali.it>
Sent: Monday, February 07, 2005 8:07 PM
Subject: re: [JUGOINFO] Foibomania nei media e libri italiani

Sono in completo accordo con il giudizio di Armando Cernjul sulla  “foibomania.” Se c’e’ stata una persecuzione etnica in Istria e’ stata quella del ventennio fascista e fu lanciata, sostenuta, ed  autorizzata dallo stato italiano fascista, con la piena autorità di leggi repressive e discriminatorie, con campagne di snazionalizzazione e  rieducazione all’imposto italianismo. Furono bruciate le camere del lavoro, i centri sociali slavi; fu proibita la  lingua slava anche nelle chiese–come bene documenta Giacomo Scotti in un  recente articolo sul Manifesto.

Scrivo quale nipote di un infoibato. Mio nonno materno, Giovanni Benassi, fu  detenuto dai partigiani e presunto finito in foiba. Non era italiano, però si dice ancora oggi in paese che era fascista. Non so a quale grado risalisse la sua colpevolezza, però posso asserire con  tutta fermezza che ne’ mia madre ne’ la famiglia fu punita per associazione a  lui–cosa che fecero i nazisti per tutta l’Istria dal 1943 al 1945.  Bruciarono villaggi interi, deportarono famigliari dei partigiani,  rastrellarono indiscriminatamente. Non mi risulta che i partigiani si  comportassero così–non ci sono testimoni di “collective punishment.”

Ah, sì. Uso l’inglese perché scrivo dagli Stati Uniti, dove sono andata a  finire, quando arrivata esule in Italia, la mia famiglia e’ stata costretta  ad emigrare, tanto nulla fu l’assistenza di quegli italiani che adesso si  fanno tanto paladini di noi poveri esuli, che allora eravamo solo per loro  poveri ed ingombri slavi.

Uso tutta la mia autorità di nipote di un infoibato istriano per negare ed  accusare la strumentalizzazione della mia tragedia a cause tutte  fasciste, di allora come di adesso, nel momento che riaprono ferite ancora  vive con questa loro cinica ipocrisia nel falsificare il passato nel quale  la loro causa comporta la maggiore colpa. Se non fosse stato per il  fascismo, me ne sarei rimasta a casa mia, avrei goduto una vita tra i miei  campi ed i miei cari, avrei parlato la mia lingua–e non avrei sofferto come  soffro tuttora lo sradicamento di tutto quel retaggio etnico e di identità  che mi apparteneva alla nascita.

Grazie ai partigiani, l’Istria si liberò dei nazisti e dei loro collaboratori fascisti. Non ci fu un genocidio in Istria se non quello  ideato dai fascisti–che volevano la morte della cultura polilinguistica e  multiculturale istriana.
E che la smettano di riscrivere la storia in nome di coloro che l’hanno
veramente subita e sofferta.

Luciana Opassi Bohne
Edinboro, Pennsylvania

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<< …Il film “II cuore nel pozzo” e´ in effetti la continuazione della propaganda fascista sui crimini nelle foibe, che va avanti dal 1943 ai giorni nostri… >>

Intervento del giornalista e scrittore Armando Cernjul alla conferenza stampa della Presidenza dell’Unione delle associazioni dei Combattenti Antifascisti, convocato a Pola il 4.02.2005.

Riassunto dell’ampio testo “Foibomania nei media e libri italiani”
preparato per la tavola rotonda sulle vittime delle foibe.

Del film italiano “II cuore nel pozzo” del regista Alberto Negrin prodotto dalla RAI, non posso dir niente perché non l’ho visto. Stando però a certi articoli apparsi sulla stampa italiana e croata e’ evidente che il film parla dei crimini dei partigiani di Tito e della riabilitazione del fascismo italiano, temi questi da anni cari al centrodestra al governo e all’estrema destra. Però questa stessa RAI negli scorsi 15 anni ha mandato in onda numerose trasmissioni e servizi nei quali vengono falsificati i fatti storici. Infatti sulle tre reti di questa TV stataIe, in vari periodi di tempo, sono stati presentati i crimini nelle foibe commessi, come più volte sottolineato, dai partigiani di Tito sugli Italiani solo perché erano di nazionalità italiana, anche se si sa molto bene che nelle foibe finivano Croati, Sloveni, Tedeschi e altri. In base a queste trasmissioni, nelle foibe sarebbero stati buttati 3.000, 5.000, 17.000 Italiani…! Dunque alla RAI o non sanno o non hanno ancora deciso quanta gente sia finita nelle foibe, poiché tirano in ballo cifre differenti e presentano i comunisti di Tito e i partigiani come criminali genocidi.

Nel contempo non hanno voluto mostrare al pubblico italiano il documentario “Fascist Legacy”, prodotto dalla BBC inglese, nel quale sono illustrati i massacri commessi dai fascisti italiani, trasmesso due anni fa dall’emittente televisiva italiana La 7. In base ai dati trovati nell’archivio delle Nazioni Unite dallo storico Michael Palumbo, un americano di origini italiane, i fascisti in Jugoslavia, Albania, Grecia, Etiopia, Libia, Francia e Russia uccisero oltre un milione di persone. Solo nel territorio dell’ex Jugoslavia ne uccisero circa 300.000.

Il film “II cuore nel pozzo” é in effetti la continuazione della propaganda fascista sui crimini nelle foibe, che va avanti dal 1943 ai giorni nostri. Dapprima si iniziò con articoli su giornali e riviste, poi, dopo la II guerra mondiale, si passò ai libri per proseguire con articoli su quotidiani e mensili, nonché con trasmissioni radio e televisive.

Già da diversi anni voglio richiamare l’attenzione sulla foibomania nei media e libri italiani. Però in Croazia l’argomento non interessa a nessuno, tranne che ai combattenti antifascisti o a qualche giornalista. Ciò non deve meravigliare, considerato che il Governo, il Parlamento e i vertici statali non hanno reagito al varo, un anno fa, della legge italiana con cui il 10 febbraio e´ stato proclamato “Giornata del ricordo delle vittime delle foibe e dell’esodo degli Italiani istriani, fiumani e dalmati.”

Nella legge si dice, come riporta l’agenzia ANSA, che nelle foibe finirono 17.000 persone. Con queste falsità, hanno tentato di parificare le vittime del nazifascismo in Istria.

Ogni crimine, e così anche quelli delle foibe in Italia e sul suolo dell’ex Jugoslavia, va condannato. Però i crimini prima di tutto devono venire accertati da storici obiettivi. Purtroppo, in Italia la maggioranza di essi falsifica i dati mentre nella ex Jugoslavia e anche nella Croazia indipendente, non hanno fatto quasi nulla. Pertanto e’ difficile seguire la foibomania in Italia, specie la sua presenza sui media che e’ molto massiccia, mentre le case editrici fanno a gara a chi stampa più libri sul tema. Inoltre le città, le province, le regioni e lo stato italiano finanziano le associazioni dei cosiddetti esuli, che stampano libri e riviste e che hanno pretese verso i territori croati!

Tra i primi autori che dopo la II guerra mondiale hanno scritto dei crimini nelle foibe c´erano persone nate, o che hanno le radici nell’odierna Croazia, e che hanno gonfiato i numeri degli infoibamenti. Essi sono Luigi Papo e il sacerdote Flaminio Rocchi; più tardi, a loro si sono aggiunti Giorgio Bevilacqua, Marco Pirina e altri. Papo, vicepresidente dell’Unione degli Istriani a Trieste ed ex comandante della Guarnigione delle milizie fasciste a Montona, ha scritto diversi libri e centinaia di articoli firmandosi con vari pseudonimi. A seconda delle necessità socio-politiche, nelle foibe gettava 7063, 3739 o addirittura 16.550 vittime. Si tratta dello stesso Papo che nel 1994, in una trasmissione della RAI, era stato presentato come testimone di quando, durante la guerra, venivano ammazzati gli Italiani, e come scrittore ricercatore. Ha dichiarato che in base alle sue ricerche, dopo il 1 maggio del 1945, nelle foibe erano finiti 3.739 italiani, e, dal 1943 al 1945, tra Trieste e l’ Istria 16.550. Piu’ tardi ha cambiato i numeri, affermando che alcuni di essi “sarebbero stati buttati nelle foibe”.

Undici anni dopo la RAI realizza il film “Il cuore nel pozzo” che sarà trasmesso il 6 e il 7 di questo mese sulla prima rete!

Uno degli autori più giovani è Marco Pirina, che ha scritto diversi libri sulle foibe e si dimostra peggior bugiardo del suo “professore” Papo; sul tema il libro più sporco è intitolato “Genocidio”. Si tratta di un estremista di destra, suo padre era un comandante fascista fucilato in guerra dai partigiani. Papo e Pirina hanno preparato materiale per l’atto di accusa a Roma, dove come criminali sono stati accusati gli antifascisti di Croazia e Slovenia. Papo a Roma era testimone al processo contro Oskar Piskuli´c, giudicato in contumacia.

Va detto che i vertici delle cosiddette associazioni degli esuli, con l´aiuto del neoirredentismo e della destra al vertice del potere politico italiano, hanno definito il piano di stampare questi libri in tiratura limitata. Hanno anche accolto la proposta che bisognava trovare uno scrittore che “infiammasse” l’opinione pubblica; lo hanno trovato nel giornalista e scrittore di successo Arrigo Petacco, di cui l’editore Mondadori (un tassello dell’impero editoriale di Berlusconi) nel 2002 ha pubblicato il libro “L’esodo degli Italiani d’Istria, Dalmazia e Venezia Giulia”. Il libro ha avuto diverse edizioni e l’autore è stato premiato. Questo é un libro pieno di falsità e accuse. Cosa dire ancora dell’autore? Per questa occasione è sufficiente affermare che Petacco, servendosi della letteratura di quegli storici e di altri falsificatori, ha scritto che i partigiani di Tito, tra il 1943 e il 1945, gettarono nelle foibe migliaia di vittime innocenti, più di tutto Italiani, quindi qualche tedesco, ustascia, cetnici e Neozelandesi delle unità britanniche. In base ai suoi scritti nelle foibe istriane sono finiti 10.000, o 20.000 oppure 30.000 persone.

L´editore berlusconiano, Mondatori, pubblica il libro di Petacco e nei giorni scorsi ha stampato un libro sull’esodo e sulle foibe di cui è autore Gianni Oliva. Allo stesso tempo il premier italiano grida “Mai più il fascismo e il comunismo”, mentre pone in rilievo il dittatore fascista Mussolini, che secondo lui non avrebbe commesso crimini fuori dall’Italia.

Oltre a ciò, la sinistra italiana, o meglio il centro sinistra, dopo essersi inchinata ai neofascisti, ha cominciato a inchinarsi anche dinanzi ai monumenti eretti ai fascisti. E per i crimini delle foibe,  in primo luogo, Croati, Sloveni ed Italiani danno la colpa ai partigiani di Tito.  Ultimamente si fanno sentire certi politici e giornalisti croati con interventi a favore della gentaglia neofascista e di quanti vorrebbero riabilitare il nazifascismo.

Da Pola a Fiume, da Zagabria a Zara e Spalato parlano e scrivono contro i combattenti antifascisti come dei peggiori criminali.
Riporterò il caso più fresco. Il critico cinematografico e scrittore Jurica Pavici´c di Spalato, nel magazine del quotidiano “Jutarnji List” ( 22.01.2005), ha pubblicato l’articolo intitolato “Tito ucciso dalle sue armi”.

Occupandosi di Tito e di Tudjman, ha scritto tra l’altro: “L’uno e l’altro hanno attuato la pulizia etnica delle minoranze, Tito degli Italiani e Tedeschi e Tudjman dei Serbi.” E´ chiaro che Pavici´c ha ascoltato l’intervento di un anno fa al Parlamento croato di Furio Radin (oppure ne ha letto) e probabilmente non si rende conto di aver scritto falsità e calunnie!!! Della pulizia etnica a danno degli Italiani, molto prima di Radin e Pavici´c hanno parlato e scritto anche i politici, scrittori e giornalisti italiani appartenenti all’estrema destra più radicale.

www.resistenze.org – cultura e memoria resistenti – storia – 09-02-10 – n. 305

 

Giorno del ricordo: se la storia non è un’opinione
 
Revisionismi e invenzioni degni del peggior oscurantismo medioevale
 
Ogni anno il 10 febbraio si celebra in Italia l’esodo e il massacro (!) degli italiani dell’Istria, del Quarnero e della Dalmazia da parte delle truppe partigiane della Lotta di Liberazione Popolare Yugoslava, negli anni immediatamenti successivi alla fine della guerra. Si parla di sradicamento nazionale degli italiani, centinaia di migliaia di espulsi, e decine di migliaia di infoibati.
 
Sfondo storico I popoli slavi, sotto il dominio fascista, erano privati di ogni diritto, furono vietate le lingue slave nelle scuole, i cognomi vennero italianizzati, gli impieghi pubblici affidati quasi esclusivamente ad italiani. Fu messo in atto un barbaro tentativo di sradicamento nazionale (questo si reale!) da parte del violento regime fascista.
 
I fatti Dopo l’8 settembre in Istria ci fu una sollevazione, un’insurrezione di contadini (croati, sloveni e italiani) che assalirono i Municipi, le case dei fascisti, di coloro che facevano parte della milizia volontaria della sicurezza nazionale, degli agenti dell’OVRA (la polizia segreta fascista) ammazzandone parecchi nelle loro case, e alcuni gettandoli nelle foibe. L’insurrezione istriana durò per circa un mese, finché non arrivarono i Tedeschi che misero a ferro e fuoco l’Istria. Le vittime dell’insurrezione furono per la maggior parte gerarchi fascisti, ma ci sono state anche vendette personali fra gente che aveva dei conti da regolare. Molti morti ci furono tra gli stessi abitanti slavi, quindi non si può dire in alcun modo che ci sia stato un odio generalizzato verso gli italiani.
 
Dalle foibe furono estratte 203 salme da parte autorità nazifasciste. Nel dopoguerra, gli storici più obiettivi hanno stimato in 500 le persone infoibate dai partigiani. Oggi il termine di infoibati viene erroneamente esteso a tutti, quindi anche alle persone che furono catturate in combattimento negli ultimi mesi della seconda guerra mondiale, per esempio i repubblichini della Repubblica di Salò che operavano in Istria al servizio della Gestapo e dei nazisti, o in generale i caduti italiani negli scontri con i partigiani nei territori dell’Istria e del Quarnero. Inoltre gli “storici” di estrema destra, per gonfiare le cifre, inseriscono negli elenchi nominativi degli infoibati anche vari caduti in battaglia, deportati, partigiani inclusi!
 
Gli italiani furono la maggioranza dei giustiziati perché in stragrande maggioranza erano stati italiani i podestà, i segretari del Fascio, i detentori del potere politico ed economico, i grandi proprietari terrieri ed altri esponenti del regime. Ma non mancarono, come già detto, esecuzioni di collaborazionisti slavi. Riassumendo, l’Istria ha subito in totale 17.000 morti tra vittime della repressione nazifascista, morti nei lager e caduti nella Resistenza armata, contro non più di 500 fascisti e collaborazionisti giustiziati dai partigiani.
 
Esodo Anche qui le cifre sono distorte. Se fosse vero che 350 mila persone se ne andarono dai territori in questione, non sarebbe rimasto che il 10% della popolazione locale. Gli emigrati furono in realtà 240 mila, di cui 20 mila slavi, e 40 mila funzionari venuti dall’Italia durante il fascismo. Tra gli italiani che optarono per la cittadinanza italiana (non furono “cacciati con la forza” come si vuol far credere) ci furono principalmente funzionari delle istituzioni dell’Italia fascista con le loro famiglie, che non si opposero minimamente ai crimini spietati dei seguaci del Duce. Ancora oggi in Istria c’è una forte minoranza italiana (di cui chi scrive fa parte), che conta circa 35 mila persone, e può vantare tra i suoi iscritti deputati, sindaci, assessori, vicegovernatori… Insomma non c’è stato un odio anti-italiano, semmai una forte avversione antifascista, a dimostrazione di ciò rimane il fatto che diversi italiani lasciarono l’Italia occupata dagli alleati occidentali, per trasferirsi nella Jugoslavia socialista, nella quale i diritti civili e del lavoro furono imparagonabilmente migliori, e dalla quale furono accolti a braccia aperte. Sono stati eretti inoltre molti monumenti dedicati ad eroi partigiani di nazionalità italiana.
 
Per approfondire:
http://www.cnj.it/PARTIGIANI/foibeistriane.htm (dello storico Giacomo Scotti)
http://www.osservatoriobalcani.org/article/articleview/3884/1/67/ (intervista a Giacomo Scotti)
 
Analizzando questi dati, ci troviamo chiaramente di fronte ad un tentativo di revisione e falsificazione della storia, perpetuata dal governo nazionalista delle destre, che in un colpo solo vuole rafforzare le campagne anticomunista, presente in tutta Europa, antislava, e di riabilitazione del fascismo.
 
Socijalisticka Radnicka Partija
Partito Socialista dei Lavoratori Croato
www.resistenze.org – cultura e memoria resistenti – storia – 08-02-10 – n. 305

 
I Campi di concentramento per civili gestiti dalla II Armata (Supersloda – Slovenia Dalmazia)
 
La scelta di costituire campi di concentramento per i civili viene concepita dapprima per neutralizzare gli elementi ritenuti pericolosi per l’ordine pubblico; vengono apprestati i primi campi in territorio friulano per detenere gli uomini arrestati durante il rastrellamento effettuato nella città principale della Slovenia italiana: Lubiana.
 
Successivamente la politica di deportazione cresce vorticosamente coinvolgendo quote sempre più vaste di popolazione soprattutto rurale.
 
Gli alti comandi dell’esercito, che hanno ottenuto la gestione dell’ordine pubblico, optano per la strategia della “terra bruciata“.
 
In un vertice tenuto a Fiume il 23 maggio 1942, Roatta annuncia l’appoggio di Mussolini alla linea dura dei generali: “Anche il Duce ha detto di ricordarsi che la miglior situazione si fa quando il nemico è morto. Occorre quindi poter disporre di numerosi ostaggi e di applicare la fucilazione tutte le volte che ciò sia necessario… Il Duce concorda nel concetto di internare molta gente – anche 20-30.000 persone.
 
Ai primi di giugno Roatta scrive al Duce di “giudicare necessari campi di concentramento per ventimila persone” e prospetta l’idea di “assegnare le case dei ribelli per costituire nuclei rurali tutti italiani di ex combattenti“.
 
A partire dal luglio 1942 le divisioni italiane, con grandi operazioni di rastrellamento alla caccia delle formazioni partigiane, svuotano il territorio in cui queste sono più presenti, deportando la popolazione dei villaggi in campi di concentramento costituiti appositamente. Si tratta soprattutto di donne, bambini ed anziani, poichè gli “uomini validi” fuggono nei boschi alla vista dei reparti italiani, per evitare di essere presi come ostaggi e fucilati nelle quotidiane rappresaglie decretate dai tribunali militari di guerra.
 
Ma dai documenti degli stessi generali italiani emerge anche la determinazione per cui le rappresaglie contro i civili devono essere un’arma di pressione contro i partigiani del Fronte di Liberazione, che tengono in scacco una grossa parte dell’esercito italiano.
 
Scrive Roatta: “A mio avviso occorrerebbe perciò – laddove si sono dimostrati vani i tentativi dì pacificazione – colpire il male nelle radici e nelle propaggini, con provvedimenti aventi ripercussione sugli animi dei fuggiaschi e sulla vita materiale dei congiunti rimasti in posto.”
 
E Robotti aggiunge: “E’ da presumere che questo provvedimento riguarderà quasi esclusivamente donne, bambini e vecchi, in quanto gli uomini validi o sono già con le bande, o ad esse si aggregheranno al momento della realizzazione di questa parte del programma, per quanto improvvisa e rapida possa essere.”
 
I campi di concentramento della II Armata
 
Tra l’estate del 1942 e quella del 1943 furono attivi sette campi di concentramento per civili sotto il controllo della II Armata (che aveva la competenza su Slovenia e Dalmazia occupate).
 
A Chiesanuova vicino a Padova (in Veneto) dal giugno 1942 nella locale caserma venne attivato un campo di concentramento per civili.
 
Il campo di Fiume era situato all’interno dell’area della caserma Diaz.
 
A Gonars a ovest di Palmanova (in provincia di Udine in Friuli) fino al marzo 1942 era attivo il campo POW n. 89 (per ufficiali dell’ex-esercito jugoslavo), dalla seconda metà aprile venne trasformato in campo per internati civili.
 
A Monigo non lontano da Treviso (in Veneto) dalla seconda metà del giugno 1942 venne istituito una campo di detenzione per civili all’interno della locale caserma.
 
Sull’isola di Rab (Arbe in lingua italiana), nella baia di S.Eufemia a 6 Km. dalla cittadina di Arbe, nel luglio 1942 venne realizzato con piccole tende militari, un campo per detenere i civili arrestati durante le operazioni militari in Slovenia e Dalmazia, a causa della saturazione dei campi minori di Laurana, Buccari e Porto Re, situati vicino a Fiume. Solo nel gennaio 1943, in seguito a segnalazioni ufficiali del Vaticano di numerose morti, furono impiantate tende grandi (per 20 persone) e rese agibili le prime baracche in legno o muratura. L’isola, che si trova nel golfo del Guarnero, nel maggio 1941 venne annessa all’Italia insieme all’isola di Veglia e compresa nella provincia di Fiume, che comprendeva l’Istria (oggi in Croazia) ed era retta dal prefetto Temistocle Testa.
 
A Renicci (comune di Anghiari, in provincia di Arezzo, nella regione Toscana) era stato reso operante nell’ottobre del 1942 sia il campo POW n. 97 sia un campo di internamento per civili. Qui vennero concentrati numerosi prigionieri (selezionati il 6 ottobre 1942: 1.168 a Chiesanuova e 482 a Gonars) per essere impiegati alla costruzione di un tratto di ferrovia in una zona in provincia di Perugia; 7 lire al giorno era la paga (T.Ferenc, Rab, Arbe, Arbissima Ljubljana 2000, p.20).)
 
Negli altri campi attivi a Castel Sereni, Pietrafitta, Ellero e Tavernelle, vennero smistati parte dei detenuti giunti da Gonars e Chiesanuoa; infatti questi quattro campi costeggiavano il costruendo tratto ferroviario citato.
 
A Visco a est di Palmanova (in provincia di Udine in Friuli) viene attivato un campo di detenzione per civili nell’inverno del 1942.
 
I deportati
 
Stabilire oggi il numero dei deportati risulta difficile sia per la frammentarietà degli archivi consultabili, sia perchè le stesse autorità italiane scrivevano di non avere un quadro delle situazione, infatti “gli internamenti sono stati effettuati con criteri diversi, secondo del modo di vedere dei vari Comandanti di Presidio, sino ai reparti minori (plotoni). – Non si è mai quindi potuto conoscere, neanche con relativa approssimazione, il numero dei civili internati, i relativi nominativi, dove sono stati internati e per qual motivo il provvedimento è stato adottato.” (così il 18 gennaio 1943 l’alto commissario per la Slovenia Grazioli riferiva al Ministero degli Interni).
 
A questo proposito lo storico sloveno Tone Ferenc ha consultato diverse fonti e cita tra le altre, il memoriale redatto dal tenente Luca Magugliani del comando del’XI Corpo d’Armata, che indica in 20.000 il numero dei civili sloveni internati.
 
Secondo le stime di Ferenc, ricavate dall’analisi di documenti militari italiani, il numero più alto si verifica alla fine del 1942, a conclusione delle grandi offensiva antipartigiane, ed è attendibile che siano passati più di 25.000 tra sloveni e croati nei sette campi in questione.
 
Lo storico italiano Davide Rodogno ha reperito negli archivi dell’Ufficio Storico dello Stato Maggiore dell’Esercito italiano (USSME) i dati degli internati civili e coincidono con quelli pubblicati dallo storico sloveno.
 
Un documento del Ministero degli interni italiano, databile alla fine dell’agosto 1942, indica un complesso di 50 mila elementi circa, sgombrati dai territori della frontiera orientale in seguito alle operazioni di polizia in corso, di cui la metà donne e bambini.
 
La distinzione tra internati protettivi e repressivi.
 
I comandi militari interpretano la larga adesione, soprattutto di giovani, al Fronte di liberazione, come frutto di un’opera di costrizione; quindi introducono, accanto a quella dei deportati politicamente pericolosi (repressivi), una nuova categoria di internati: i cittadini da proteggere (protettivi).
 
Ma emerge anche da un rapporto dei Carabinieri come la distinzione spesso sia, nel concreto, inesistente. Infatti nell’atto di deportare la popolazione, questa differenziazione spesso non viene considerata dai comandanti dei reparti militari che operano gli arresti di massa.
 
I morti nei campi di concentramento
 
Nel volume Rab, Arbe, Arbissima, Tone Ferenc pubblica una lista di nomi di sloveni e croati deceduti nei campi di concentramento italiani della II armata.
 
Lo stesso afferma che un numero preciso non trova concordi istituzioni, associazioni e singoli ricercatori; comunque tutti sono d’accordo nell’affermare che migliaia di civili sono morti in questi luoghi di detenzione.
 
La lista acclusa al libro citato indica morti a Rab/Arbe, a Gonars, a Chiesanuova, a Monigo, a Renicci, a Visco.
 
La causa delle morti nei campi: la fame e il freddo.
 
Già nel maggio 1942 una lettera di un dirigente cattolico di Lubiana segnala alle autorità militari italiane, che “nel campo di concentramento di Gonars … gli internati soffrono atrocemente la fame”.
 
La gravissima scarsità di alimentazione e la grave inadeguatezza dell’abbigliamento degli internati nei campi (soprattutto Arbe) viene segnalata in un memoriale dei vescovi sloveni, per via ufficiale trasmesso il 19 novembre 1942 dal Vaticano al Ministero degli Affari Esteri italiano.
 
Inoltre dal rapporto destinato ai comandi militari e redatto da un ufficiale medico, che aveva effettuato un sopraluogo al campo di Arbe, emerge un livello di alimentazione insufficiente ed una situazione igienica inadeguata tali che la conclusione è la seguente: “Premessi i dati surriferiti e la sproporzione tra le calorie di consumo e quelle che l’organismo ricava dalla razione alimentare assegnata, considerato lo stato igienico del campo, occorrerebbe, onde ovviare parzialmente alle deficienze, ricoverare gl’internati sotto tetto in locali chiusi e fornire gli stessi del vestiario occorrente…”.
 
Lo stesso afferma che la insufficienza alimentare si moltiplica per il freddo e la dispersione di calore corporeo vivendo i civili sotto tende, con abiti estivi e coperte insufficienti; “Si hanno così casi di cacclessia e di edemi da fame sui quali trovano facile innesto altre malattie”; ovvero questo provoca un pericoloso dimagrimento ed un ingrossamento dei ventri favorendo una forte propensione a malattie, che infatti colpirono in due mesi (metà settembre – metà novembre) il 65% dei detenuti.
 
Secondo le autorità italiane, fino al 19 novembre 1942, ad Arbe i morti erano stati 289 (di cui 62 bambini).
 
Il 13 febbraio 1943 un documento del Comando della II Armata, da cui dipendeva direttamente il campo di Arbe, indica che, tra l’1 e il 10 gennaio 1943 erano morte 136 persone a fronte della presenza di 4.300 internati, e 234 erano stati i decessi nell’intero mese.
 
Poi lo stesso comando si contraddice: in un rapporto del 26 giugno 1943 indica 190 decessi in gennaio; anche per febbraio indica “solo” 20 decessi ad Arbe, mentre prima aveva dichiarato 13 morti solo nei primi dieci giorni dello stesso mese.
 
Evidentemente l’abnormità dei fatti ha spinto i generali ad un tentativo di diminuire il numero dei morti, ma il disumano trattamento nei campi era stato frutto di una scelta precisa.
 
Significative a questo proposito sono le affermazioni del generale Gambara, nuovo comandante dell’XI CdA in Slovenia, in data 17.12.1942 : “Logico ed opportuno che campo di concentramento non significhi campo d’ingrassamento. Individuo malato = individuo che sta tranquillo”; inoltre: “Le condizioni da deperimento dei liberati di Arbe sono veramente notevoli – ma Supersloda da tempo sta migliorando le condizioni del campo. C’è da ritenere che l’inconveniente sia praticamente eliminato”.
 
Le sofferenze e le morti di migliaia di persone sarebbero un semplice inconveniente!
 
Grave è anche la situazione in altri campi: a Gonars tra gennaio e maggio 1943 i morti sarebbero stati più che a Arbe: 280, 104 a Monigo e 112 a Renicci, sempre nei primi cinque mesi dell’anno.
 
A proposito di Renicci, un’ulteriore conferma viene da un sacerdote italiano, che nel febbraio 1943, dopo aver visionato una relazione del Ministero della Guerra, sottolinea l’infelicissimo stato degli internati civili in quel campo, confermando quanto già scritto dai vescovi sloveni.
 
Della gravità della situazione nei campi scrivono anche ufficiali dei Carabinieri Reali nei loro rapporti ai comandi: “… nei campi di concentramento … la vita è davvero grama e fiacca il corpo e lo spirito. Particolarmente nel campo di Arbe, le condizioni di alloggiamento e del vitto sono quasi inumane: viene riferito che frequenti sono i casi di morte, gravi e frequentissime le malattie” e inoltre richiamano “vari casi di decesso provocati dalla scarsità del vitto e da malattie epidemiche diffusesi per deficienza di misure sanitarie”.
 
I campi di concentramento rimasero attivi fino al disfacimento dell’esercito italiano, avvenuto in seguito dell’armistizio dell’8 settembre 1943 e la conseguente cessazione delle ostilità da parte delle truppe monarchiche italiane verso le forze di liberazione jugoslave.
 
 
A chi volesse approfondire la questione delle “foibe” e dei crimini di guerra dell’Italia fascista in Jugoslavia segnaliamo questi interessanti e ben documentati volumi.