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di Renato Ceccarello
 
29/12/2011
 
Tornare sulla teoria della Rivoluzione Permanente di Trozki e sulla polemica con quello che è stato definito il “socialismo in un solo paese” (ma non solo con questo) sembrerebbe, a prima vista, imbarcarsi in una disputa “lunare”, all’apparenza enormemente distante dalle questioni pressanti di oggi circa il movimento operaio e il comunismo.
 
Niente di più falso. La disputa tra (schematizzo) Stalin e Trozki, attualizzata, è disputa sulla linea politica generale dei comunisti, quindi sulle alleanze, sulla tattica, sul “far politica”, o sul non farla affatto perché degli schemi astratti ci danno sempre la verità in tasca, senza bisogno di “analisi concrete di situazioni concrete” (Lenin). Si tratta, in ultima analisi, da un lato, di giudicare se atteggiamenti di tipo settario, di modesto sforzo intellettuale, sono la miglior risposta per uscire dal nostro stato di crisi; dall’altro di stabilire un confine oltre il quale l’atteggiamento più aperto e le alleanze più larghe ed ardite diventano revisione della teoria del socialismo nella teoria e collaborazione di classe nella pratica. Si tratta, ancora, della linea da seguire, e nei paesi capitalistici avanzati e in quelli di nuova industrializzazione o in via di sviluppo, rispetto alle congiunture politiche dei singoli paesi, per nulla omogenee.
 
Con riferimento ai paesi ex-coloniali o semicoloniali, ed ora di nuova industrializzazione, si tratta di considerare – e mi riferisco solo a leader del campo borghese in paesi con presenza di partiti comunisti – se la politica verso Sun Yat Sen in Cina, Ataturk in Turchia, Sukarno in Indonesia, Mossadeq in Persia, Nasser in Egitto, Mandela in Sudafrica, Chavez in Venezuela, Lula in Brasile, Morales in Bolivia, Kirchner in Argentina, Correa in Ecuador, debba essere la stessa di quella da seguire nel caso, rispettivamente, di Chang Kai Shek, dei generali turchi, di Suharto, dello Shah, di Mubarak, di De Klerk, o dei golpisti sudamericani, o se invece (come io penso) impostazioni politiche, congiunture e fasi diverse (pur riconducibili a politiche non socialiste) debbano essere affrontate con politiche articolate.
 
La teoria della Rivoluzione Permanente in Trozki
 
La teoria della Rivoluzione Permanente prese spunto da uno scritto dello stesso autore, “Bilanci e Prospettive”, scritto sul finire del 1905 su quella prima rivoluzione russa in cui egli ebbe, dall’interno di quel paese, una parte importante.
 
Come noto, tale rivoluzione, a carattere democratico, con la politica assunta dal Partito Bolscevico secondo la parola d’ordine “dittatura democratica degli operai e dei contadini”, pur non essendo una mera rivoluzione borghese, doveva distinguersi dalla rivoluzione socialista con obiettivo politico schematizzabile nello slogan “dittatura del proletariato”. Essa si proponeva, nella sostanza, due obiettivi:
1) l’abolizione dell’assolutismo;
2) la soluzione della questione agraria, riassumibile nell’abolizione della proprietà fondiaria, retaggio feudale, con la distribuzione della terra ai contadini.
 
La teoria poggia su due presupposti:
 
a) che i contadini non siano in grado di esprimere una forza politica indipendente, in grado di dare alla rivoluzione democratica l’impronta di quella classe, e quindi di esserne da essa diretta;
 
b) che la borghesia non avesse un interesse di classe a realizzare gli obiettivi di questa rivoluzione, spinta in ciò dall’interesse al compromesso con la nobiltà fondiaria e la reazione.
 
Ebbene, Trozki afferma che, con questi presupposti, spettava al proletariato porsi alla testa di tale rivoluzione, appoggiandosi sui contadini, per realizzarne gli obiettivi. Esso perciò doveva porsi il compito di assumere il potere in forma di dittatura del proletariato, portare a termine la rivoluzione democratica ed iniziare, senza soluzione di continuità, la rivoluzione socialista, con “incursioni sempre più vaste sulla proprietà dei mezzi di produzione“.
 
Sulla base di queste considerazioni lo scritto del 1905 conteneva un pronostico sulla successiva rivoluzione russa e, in genere, sulle rivoluzioni che iniziano come non proletarie che, stante in preteso carattere ovunque oscillante della borghesia, si sarebbero svolte secondo il tracciato schema di cui sopra.
 
Le successive rivoluzioni del 1917, effettivamente, parvero confermare questo schema: dalla rivoluzione democratica di febbraio (senza che Kerenski, i socialisti-rivoluzionari e i menscevichi desse realmente corso alla rivoluzione agraria) si passo alla rivoluzione socialista del novembre con la presa del potere da parte del proletariato. Con il decreto che sanciva (nelle campagne i contadini erano già passati alle vie di fatto) la distribuzione delle terre la rivoluzione d’ottobre completava la rivoluzione democratica ed iniziava quella socialista.
 
Sorge qui subito la domanda: doveva questo schema essere una legge? Di modo che ogni rivoluzione che non iniziasse immediatamente come socialista dovesse ricalcarlo? Il carattere oscillante e compromissorio delle borghesie nazionali è sinonimo di meccanici mutamenti di rapporti di forza a favore del proletariato? Per chi scrive è evidente che se esso fosse ripetibile nello spazio e nel tempo ci troveremmo di fronte una ricetta che ridurrebbe ogni analisi di situazione concreta ad un caso di scelta della tattica contingente, e soprattutto, nella storia ci sarebbero state delle conferme. Ma non è così, e, a ben vedere, non fu così nemmeno per la rivoluzione russa.
 
Differenza con Lenin
 
Contrariamente a quanto afferma Trozki Lenin non aderì affatto alla teoria della Rivoluzione Permanente. Lo stesso Trozki parla della sua divergenza con Lenin a proposito del 1905, segnatamente sul primo presupposto, quello sull’incapacità dei contadini di esprimere una direzione politica indipendente. Egli però minimizza questi contrasti riducendoli ad una questione puramente quantitativa sulla quota di potere che le due classi avrebbero assunto nel corso della rivoluzione democratica.
 
La formula della dittatura democratica degli operai e dei contadini (che, per inciso, Trozki contrastava) aveva, e di proposito, un carattere algebrico. Lenin non risolveva in anticipo la questione dei rapporti politici tra i due protagonisti della dittatura democratica, il proletariato e i contadini. Non escludeva che i contadini fossero rappresentati nella rivoluzione democratica da un partito indipendente, indipendente non solo dalla borghesia, ma anche dal proletariato ed in grado di realizzare la rivoluzione democratica unendosi al partito del proletariato nella lotta contro la borghesia liberale. … Lenin ammetteva la possibilità che il partito rivoluzionario contadino (i socialisti-rivoluzionari, n.d.r.) avesse la maggioranza in un governo di dittatura democratica (1)
 
Al contrario, quella che per Trozki è “ponderazione di elementi algebrici”, per Lenin è analisi concreta della situazione non data una volta per tutte al di fuori dello spazio e del tempo. E proprio sull’analisi concreta della situazione che nell’aprile del 1917 capì che le masse operaie e contadine avrebbero potuto andare ben oltre gli obiettivi, perseguiti tra l’altro solo in modo parziale, della rivoluzione di febbraio. Capì che, in quel contesto, la rivoluzione borghese di febbraio si era già da subito trasformata in un freno alla corsa delle masse, che il potenziale di lotta e trasformazione poteva essere liberato da una nuova rivoluzione, radicalmente diversa dalla precedente. In ciò sta il suo genio politico. Senza che per questo si debba fare una colpa a quanti, di parte bolscevica (e rappresentavano la quasi totalità del partito), non cogliendo questa potenzialità concreta, si erano fino a quel momento limitati ad un appoggio critico alla rivoluzione di febbraio, come a costituire l’ala radicale di sinistra. Lenin e non Trozki seppe traghettare questi compagni verso nuovi obiettivi da conseguire con una diversa politica.
 
Il confronto con Stalin sulla prospettiva dell’edificazione socialista
 
Secondo la lettura riformista di Marx, che nella Russia trovava espressione nel menscevismo, lettura secondo i canoni dell’ “evoluzionismo volgare” (2) dovevano essere necessariamente i paesi più avanzati a giungere per primi al socialismo mediante la graduale trasformazione delle strutture della società capitalista senza una necessità di ricorrere ad eventi rivoluzionari. Per la stessa lettura la Russia doveva attraversare un lungo periodo di sviluppo capitalistico prima di arrivare al socialismo. L’assolutismo doveva perciò cedere il passo ad una rivoluzione democratico-borghese che sviluppasse in profondità le forze produttive capitalistiche.
 
Come noto Lenin e il bolscevismo, e in seguito il movimento comunista, rompono con questo schema, compresa l’impostazione filosofica che ne è di premessa, affermando che le classi dominanti non cedono pacificamente il passo a quelle dominate, nemmeno nei paesi a sviluppo più avanzato, tanto più se questo cedere il passo significa espropriazione, trasformazione dei rapporti di proprietà. Di qui la teoria leninista della rivoluzione proletaria. Secondo Lenin per passare al socialismo occorre la rivoluzione proletaria. Dove e da quali paesi cominciare? Qui la risposta si fa articolata.
 
Un punto fermo è dato dal carattere internazionale del socialismo e del comunismo, il cui affermarsi, la cui vittoria definitiva, necessita della vittoria della rivoluzione proletaria nei paesi più avanzati, o almeno in una parte di essi, per esempio, restando a Lenin, in Germania. L’affermarsi del socialismo nelle nazioni avanzate è garanzia da un lato della difesa contro la reazione del capitalismo internazionale, sconfitto ma non vinto, dall’altro di armonioso processo di edificazione, dove le difficoltà riscontrate nelle realtà più arretrate incontrano il soccorso di quelle più avanzate, e dove le carenze di specifiche derrate, materie prime, tecnologie di un paese vengono compensate dall’abbondanza di un altro.
 
Ma si considera anche che, malgrado l’auspicio che la rivoluzione si affermi per prima nei paesi avanzati, non necessariamente inizia da li, ma da dove lo sviluppo storico ineguale rende le contraddizioni più esplosive, dove, per restare ad una celebre metafora leniniana, si è accumulato molto materiale infiammabile. Per un’altra metafora altrettanto celebre, dove la catena imperialista di dominio mondiale ha l’anello più debole. E, con buona probabilità, ciò può essere in un paese arretrato.
 
La legge dello sviluppo ineguale rende altamente improbabile una rivoluzione simultanea in più paesi. La prima rivoluzione non è però che l’inizio di un processo che, a breve termine, dovrebbe coinvolgere altri paesi. In sostanza, da qualche parte si deve pur cominciare, e questo inizio è probabile in un paese capitalistico arretrato. Se però non arriva in tempo il soccorso della rivoluzione vittoriosa in altri paesi, è altamente probabile che i primi tentativi siano destinati a soccombere, anche sul piano militare.
 
Ebbene, questo era il quadro teorico e politico del bolscevismo in Russia del 1917, dopo l’arrivo di Lenin in Russia e fino ai primi anni della rivoluzione. Una concezione cui aderirono tutti i dirigenti bolscevichi. Nonché il quadro di riferimento della III Internazionale ai primi due congressi. Lo stesso Lenin, subito dopo l’ottobre, osservando che il contagio russo (Germania, Ungheria, Slovacchia) non produceva rivoluzioni vittoriose, giudicava altamente probabile che il suo tentativo dovesse soccombere sotto la pressione di nemici soverchianti.
 
Ma non andò così.
 
Forse per la particolare congiuntura internazionale (la guerra imperialista doveva infuriare ancora per un anno), forse per un insperato sostegno di larghe masse contadine, assai oltre una auspicata benevola neutralità, forse per la pressione sulle proprie borghesie del proletariato internazionale (da ricordare, perché emblematico, l’ammutinamento dei marinai francesi a Odessa) la rivoluzione d’ottobre riuscì prima a sopravvivere e successivamente ad affermarsi nelle guerra civile sconfiggendo le armate bianche e l’aggressione internazionale. Successe ciò su cui pochi potevano razionalmente scommettere: essa si affermava senza la vittoria in altri paesi.
 
Già nel 1921 al 3° congresso dell’ I.C. si prendeva atto dell’inizio di una fase di riflusso dell’ondata rivoluzionaria in Europa e si inaugurava una politica conseguente: la tattica di resistenza e di accumulo di forze attraverso il Fronte Unico.
 
Sorse successivamente la domanda: che fare? Rinunciare all’edificazione socialista, a quella “incursione nella proprietà dei mezzi di produzione“, per stare alla metafora della “Rivoluzione Permanente, alzare bandiera bianca dicendo alle masse: “Scusate, ci siamo sbagliati” ?
 
Nella sua presa d’atto della nuova situazione Lenin, senza ammettere apertamente di essersi sbagliato nelle previsioni, e quindi nella teoria, cominciò ad affermare che era possibile edificare il socialismo anche con le sole forze della Russia. Negli scritti del 1923 “sulla cooperazione” e “sulla nostra rivoluzione” egli afferma e prospetta l’opera di edificazione socialista. (3) Egli non ebbe il tempo di portare a termine questa correzione di rotta imposta, in primo luogo, dai fatti. Ma le citazioni tratte da scritti importanti e conosciuti sono sufficienti a smentire il sodalizio teorico con Trozki, e quindi che sia stato Stalin a compiere la cesura con l’impostazione della Rivoluzione Permanente di quest’ultimo (4)
 
E’ vero invece che Stalin, dal 1924 al 1926, trovando delle resistenze all’avvio dei piani quinquennali per la modernizzazione del paese, sviluppò le riflessioni di Lenin dandovi un carattere organico sulla base delle condizioni russe ed internazionali (gli insperati successi sulla ricostruzione economica all’interno – anche se l’economia rimaneva inferiore ai livelli del 1913 – e le contraddizioni interimperialiste conseguenti alla pace di Versailles) affermando “possiamo costruire il socialismo in un solo paese“, cosa assai diversa dalla negazione del carattere internazionale del socialismo.
 
Per far ciò affronta, dandovi una articolazione la tesi allora corrente dell’impossibilità della costruzione del socialismo in un solo paese, intaccata, ma non del tutto demolita dall’ultimo Lenin.
 
Per Stalin vanno distinte due questioni diverse:
 
a) La questione della possibilità dell’edificazione del socialismo nelle condizioni storiche concrete di allora della Russia sovietica, quindi di un paese esteso, ricco di materie prime ma arretrato ed isolato, senza una concreta possibilità di soccorso del proletariato vittorioso in paesi avanzati, questione verso la quale andava data una risposta positiva e
 
b) la questione della garanzia assoluta della vittoria in caso di intervento esterno verso la Russia sovietica, verso la quale la risposta era invece negativa. (5)
 
Sulla prima questione la risposta di Stalin è senz’altro una correzione di rotta delle concezioni del Partito dettata in primo luogo dalla realtà dei fatti, che già abbiamo illustrato.
 
Ma, a ben vedere, non si tratta solo di questo. Bensì della sistemazione a livello teorico di una concezione in cui il leninismo, qui inquinato da una sorta di determinismo tipico più del positivismo che della dialettica e dominante nella II Internazionale, approdava a gravi contraddizioni.
 
Come teoria della rivoluzione proletaria che si svincolava dal determinismo socialdemocratico, il leninismo da un lato doveva ammettere (teoria dell’anello debole) che tale rivoluzione potesse con alta probabilità iniziare in un paese arretrato, ma dall’altro, nel momento in cui negava che tale rivoluzione potesse vincere e dar luogo alla costruzione del socialismo, anche senza il soccorso del proletariato vittorioso dei paesi avanzati, tornava in quel determinismo da cui si era distaccato.
 
Questa contraddizione è particolarmente evidente in Trozki. Nella sua concezione della Rivoluzione Permanente, ossia della rivoluzione che dei paesi arretrati iniziava come democratico borghese per trasformarsi sotto la guida del proletariato vittorioso in socialista, comportava, nella seconda fase, l’adozione di misure socialiste. (6) Ebbene, come qualificare tale fase se non fase della costruzione del socialismo? Altrimenti, a che pro adottare progressive misure socialiste? Come inquadrare affermazioni del tipo “I successi industriali conseguiti negli anni di pace sono una prova imperitura degli incomparabili vantaggi dell’economia pianificata” (7) se la costruzione del socialismo è impossibile? E quindi, come conciliare la necessità di misure socialiste dove il socialismo è impossibile? E con la qualificazione di “utopia reazionaria” (8) per un tale progetto di edificazione in condizioni arretrate che altrove, nello stesso scritto, veniva invocato?
 
Nella contraddizione ci sono anche evidenti problemi di logica formale. Poiché si sostiene l’assoluta necessità del sostegno del proletariato vittorioso di altri paesi sorge la domanda: di quanti di questi? Fino a raggiungere quale “massa critica” in grado di cambiale la quantità in qualità? P. es. se la rivoluzione dei Consigli avesse vinto nella sola Ungheria la situazione cambiava? E se in luogo di un una confederazione di repubbliche quale fu l’URSS si fosse distinta la Georgia, l’Ukraina, il Kazakstan, … la Russia considerata separatamente sarebbe stata ancora un paese isolato? E dopo il 1945? E dopo il 1949?
 
Tale contraddizione, dicevamo, andava oltre Trozki per comprendere, politicamente parlando, la totalità di quei dirigenti che venivano a costituire, dopo la morte di Lenin, l’opposizione. Segnatamente Zinoviev e Kamenev. A riguardo del primo Stalin scrive, non senza una punta di sarcasmo:
 
Edificare il socialismo senza avere la possibilità di condurre a termine la costruzione; costruire sapendo che non arriverai a condurre la costruzione, ecco l’assurdo a cui è arrivato Zinovev” (9)
 
Sulla seconda questione, quella della garanzia assoluta che l’imperialismo non possa intervenire vittoriosamente manu militari Trozki assume ancora una volta una posizione opposta a quella di Stalin, stando almeno alla seguente citazione
 
“… Siccome al momento della costruzione completa del socialismo (ovviamente ammesso per ipotesi, n.d.r.) l’URSS avrebbe, ammettiamo, una popolazione da 200 a 250 milioni di abitanti, domandiamo. Di quale intervento (militare, n.d.r.) potrebbe trattarsi? Quale paese capitalista o quale coalizione di paesi oserebbe pensare a un intervento in simili circostanze? Il sol intervento concepibile potrebbe intervenire dall’URSS. Ma sarebbe necessario? E’ difficile crederlo.” (10)
 
E, invece, alla prova dei fatti, non solo l’Unione Sovietica fu aggredita dalla coalizione nazi-fascista, che all’epoca rappresentava l’ala più reazionaria e sciovinista del capitale finanziario (rapporto Dimitrov al VII congresso dell’I.C.) e quindi del sistema imperialista; ma anche dopo la vittoria della coalizione antifascista l’ala per così dire “democratica” dell’imperialismo (gli angloamericani) non rinunciò mai, per tutta la guerra fredda, all’acquisizione di un vantaggio strategico in funzione di un’opzione militare (11). Se è vero che ciò costrinse, per tutta l’esistenza dell’URSS, prima come paese isolato, poi come paese integrato in un campo socialista, a dirottare ingenti risorse per la difesa in proporzioni decisamente maggiori di quelle del più vasto e sviluppato campo avverso, a discapito della produzione di beni di consumo, e quindi con qualche sofferenza sul piano del consenso di massa, specie in paesi alleati, ciò non impedì affatto la costruzione di un potente sistema socialista.
 
Il colpo di Canton non fermò la rivoluzione cinese
 
Il confronto tra la posizione di Trozki secondo la Rivoluzione Permanente e l’I.C. dovette toccare un punto assai caldo sulla rivoluzione cinese, le cui caratteristiche sociali di partenza non erano così distanti da quelle della rivoluzione russa del 1905. Anche la Cina era un paese a dominanza contadina, semifeudale, con poche isole industriali coincidenti con territori a concessione straniera: Nanchino, Shangai e Hong-Kong con presenza dell’imperialismo angloamericano, la Manciuria a Nord con dominanza Giapponese: A differenza della Russia l’impero era in completo disfacimento, con la più parte delle regioni centro-settentrionali in mano a feroci “signori della guerra”. Solamente nella regione meridionale di Canton poté insediarsi un governo nazionalista che preconizzava una rivoluzione nazionale. La rivoluzione cinese doveva perciò avere un carattere da un lato agrario, dall’altro democratico, nazionale ed antimperialista, ma con differenze politiche importanti rispetto alla realtà russa del 1905 ed ancor di più del 1917.
 
In primo luogo la presenza preponderante, tra le forze antimperialiste, del Partito Nazionalista Cinese, il Kuomintang, fondato dal Dr. Sun Yat Sen, grande personalità democratica ed amico dell’Unione Sovietica fino alla morte nel 1925. Ricordando che dalla fondazione, nel 1921, il P. Comunista Cinese, sotto la guida di Chen Tu Hsiu, che successivamente aderirà al trozchismo, unificava l’azione forse di un centinaio di militanti, diviso in pochi gruppi sparsi nell’immenso paese, e che da tale fondazione ai fatti del 1927 dovevano passare solamente sei anni (!) l’osservazione e l’azione dell’I.C. doveva concentrarsi, appunto, sul Kuominang, secondo le disposizioni dei Congressi e della Sezione Orientale. Tale linea era per altro stabilita in via generale già dal II congresso dell’I.C. dove era esplicitamente previsto il sostegno ai movimenti nazionalisti (12) e successivamente specificata nel corso dei successivi. Tra le specifiche veniva stabilito per i comunisti il duplice compito:
 
a) di partecipare alla rivoluzione nazionale, cercando, nei limiti del possibile, di porla sotto l’egemonia del proletariato (un compito però di prospettiva, non di ordine tattico)
 
b) di mantenere, nell’ambito di tale compito generale, la propria autonomia e di agire affinché tale autonomia fosse mantenuta dal Movimento Operaio. (13)
 
Come si può vedere dalle citazioni in nota, che coprono un arco di tempo in cui Lenin è nel pieno possesso delle propri capacità fisiche e mentali, prima della malattia, le indicazioni generali dell’I.C., se permettevano accenti diversi sull’obiettivo nazionale (alleanza nel Fronte Unico Antimperialista) e sull’obiettivo sociale (autonomia nell’ambito dello stesso fronte), consentendo una gestione tattica non univoca, escludono il rovesciamento della borghesia nazionale, diversamente dalle prescrizioni della Rivoluzione Permanente e come secondo le posizioni di Trozki sulla Cina, a meno che le condizioni politiche e i rapporti di forza non consentissero una tale impresa. Tali condizioni si verificarono in Cina, effettivamente, nella seconda metà degli anni ’40 del secolo scorso. Ma pensare che potessero già essere presenti nel 1926-27, in un paese per metà ancora occupato dai potenti “signori della guerra”, stante il limitato sviluppo del movimento operaio cinese, seppur accresciuto dopo il 1921, e stante i rapporti di forza con il Kuomintang, significa sconfinare nella fantapolitica.
 
Stando invece alla realtà è innegabile che inizialmente lo scenario della rivoluzione democratica ed antimperialista dovesse essere inizialmente occupato dal Kuomintang, che arrivò persino a chiedere (la domanda non fu accolta) l’adesione all’I.C., almeno fino alla “spedizione del Nord” del 1926, e la liberazione delle principali città lungo il fiume Yang-Tze, tra cui Shangai, e fino al perfido tradimento di Chang Kai Schek (che era subentrato a Sun Yat Sen) nel 1927.
 
Piuttosto va considerata la giustezza della linea generale dell’I.C. e la sua attuazione generale sostanzialmente corretta che consentirono, nel quadro dell’iniziale alleanza con il movimento nazionalista, ma con il mantenimento dell’autonomia del movimento operaio, la considerevole crescita del P.C.C. in grado di giocare, in tale alleanza, un ruolo di primo piano con, non è male ricordarlo, proprie forze armate.
 
E’ vero, invece, che nel 1927 l’I.C. fece dei gravi errori tattici che fecero si che il P.C.C. non fosse in grado prima di parare il colpo che Chang Kai Schek sferrò contro il movimento operaio a Shangai, e, successivamente, di attuare vittoriosamente, come risposta, un’insurrezione frettolosamente preparata, nella città di Canton.
 
L’orgia di sangue scatenata dai nazionalisti nelle due città, se non scompaginò il P.C.C. mise oggettivamente in difficoltà l’I.C. di fronte a Trozki e Zinovev, al punto che, verificata la non ulteriore attuabilità della linea politica di alleanza con la borghesia nazionale cinese dopo un ulteriore tentativo attuato con la frazione di sinistra del Kuomintang, il VI congresso dell’I.C. del 1928 diede una drastica sterzata a sinistra, inibendo ogni possibilità di accordo in Europa con la II° internazionale (bollata di socialfascismo) e restringendo l’attuabilità del Fronte Unico operaio solo a partire “dal basso”, con effetti non so quanto positivi sul movimento operaio europeo in fase di riflusso; ma invece, incredibilmente, con effetti del tutto opposti in Cina.
 
Il recupero della parola d’ordine della costruzione dei Soviet, seppur nei soli posti dove era possibile costruirli, ossia nelle campagne, permise alla rivoluzione cinese di trovare, pur con altri errori tattici (linee Wang Ming e Li Li San), la sua via, resistendo alle campagne militari del Kuomintang, ritirandosi al momento opportuno verso le zone sovietiche del Nord da dove era possibile un nuovo sviluppo del movimento, con la possibilità di sfruttare appieno le contraddizioni del campo avverso specialmente dopo l’invasione giapponese (14) e di moltiplicare la propria potenza nella lotta contro l’invasore.
 
Dopo la fine della II guerra mondiale, nel confronto decisivo con i nazionalisti, le forze popolari, rafforzatesi e moltiplicatesi nella rivoluzione nazionale e sociale, dovevano conseguire una splendida vittoria nel 1949 che avrebbe potenziato, fino alla rottura provocata dall’insorgere del fenomeno revisionista, il campo socialista.
 
Note conclusive
 
La maggior parte dei paesi socialisti tra il 1989 e il 1992 doveva crollare. Ma questo collasso non significa affatto una tardiva conferma dell’impossibilità della costruzione del socialismo “in un solo paese”. E non perché i paesi coinvolti fossero più di uno e per niente isolati.
 
Le condizioni tecniche e materiali, ed anche politiche, della costruzione del socialismo, almeno dopo gli anni della ricostruzione del dopoguerra, malgrado la distorsione di risorse indotta dalla corsa agli armamenti imposta dall’imperialismo, erano nettamente e incomparabilmente migliori di quelle degli anni ’30, per non parlare degli anni ’20, dove si partiva dalla base dell’industria zarista faticosamente rimessa in piedi e da uno scambio con la campagna assai precario e, prima della collettivizzazione delle campagne, fuori del controllo statale.
 
Certamente il socialismo era perfettibile, per esempio sul piano dell’armonizzazione degli interessi del singolo e del collettivo nei posti di lavoro (dove il movimento emulativo andava esaurendosi), così come sul piano della migliore definizione delle forme di proprietà e delle conseguente ricollocazione di alcune risorse (chi scrive è oggi del parere che la proprietà cooperativa potesse avere una maggior estensione, fuori dell’agricoltura, nel campo della produzione di beni di consumo e dei servizi, dove poteva anche essere lasciata in vita la proprietà individuale).
 
Nei primi anni ’60 il divario tecnologico tra i due campi fu drasticamente ridotto a detrimento del dogma trozkista ed a conferma della superiorità del socialismo. Nel campo atomico ed aerospaziale, ma non solo, l’URSS riuscì anche a primeggiare per un certo periodo.
 
Non fu perciò questo il piano che doveva causare il progressivo indebolimento del campo socialista: al contrario il rapporto causa-effetto andava invertito, perché tale indebolimento doveva avvenire per il venir meno di fondamentali condizioni politiche.
 
Queste ruotano attorno al presupposto che, non solo per il periodo di transizione in questo o quel paese o gruppo di paesi, non solo fino a che la resistenza delle classi spodestate in questi paesi è vinta, ma per tutto il periodo di coesistenza a livello mondiale con l’imperialismo la dittatura del proletariato va mantenuta e rafforzata, e non sostituita da uno “stato di tutto il popolo” che politicamente significa la rinuncia che l’intera comunità socialista sia sotto la guida di una classe al potere. Va da se che la dittatura di una parte della società su tutta la società presuppone non solo una diversa sostanza del partito al potere che della classe operaia deve mantenere una strutturata rappresentanza politica, ma la mobilitazione diretta delle masse (con controllo operaio, ispezione operaia, sindacati che abbiano un potere reale).
 
Il mantenimento di tale dittatura è la necessaria condizione politica affinché il socialismo, a livello globale ancora meno potente dell’imperialismo, possa attrezzarsi socialmente contro la guerra (non importa se “fredda“, anziché calda) che quest’ultimo gli muove.
 
La coesistenza e la competizione con l’imperialismo non possono essere “pacifiche“, non nel senso che necessariamente esse debbano cedere il passo al conflitto armato (anzi: la lotta per la pace è un fondamentale obiettivo politico e come tale fu messo in evidenza dalle grandi conferenze dei P.C. e operai del 1957 e del 1960), ma nel senso che l’imperialismo, nel confronto con un sistema avverso, non rinuncia ad alcun mezzo di sovversione, facendo leva non solo e non tanto sulla resistenza delle classi vinte, ma su ogni piccola crepa del sistema, su ogni piccolo problema e difficoltà, persino sugli inevitabili conflitti generazionali e di genere, mentre, viceversa, il campo socialista non rinuncia ad applicare attivamente l’internazionalismo proletario.
 
Come storicamente si è dimostrato tale dittatura ha avuto profonde e positive ricadute sul piano economico, in termini di emulazione, di efficienza dei collettivi produttivi, di lotta agli sprechi, al burocratismo e al parassitismo, tutti fenomeni negativi riscontrabili negli ultimi anni dell’esperienza del campo socialista, non ultimo quello da più parti denunciato del connubio tra direttori di fabbrica e maestranze per resistere all’innalzamento degli indici produttivi, che per i primi significavano maggiore difficoltà a raggiungere gli obiettivi del piano, per i secondi un più intenso impegno lavorativo.
 
Ebbene, in tutte le esperienze in cui il socialismo è stato sconfitto il principio del venir meno, e in modo sempre drammatico, con scadenze databili, della dittatura del proletariato è un dato di fatto.
 
Per rimanere a tre esperienze diverse e importanti:
 
– In URSS nel 1957 ad una drammatica riunione del comitato centrale del Partito convocato in fretta e furia da Kruscev che era stato sfiduciato dall’Ufficio Politico, venne defenestrato il cosiddetto “gruppo antipartito” (Molotov, Malenkov, Kaganovic), erede del gruppo dirigente staliniano, dando luogo ad una progressiva e grave forma di revisionismo di cui le conseguenze politiche salienti furono la rottura del campo socialista e la (seppur parziale) conciliazione con l’imperialismo.
 
– In Cina, senza entrare nel merito della dolorosa e oscura vicenda della liquidazione del gruppo di militari facente capo al maresciallo Lin Piao (15) che lo scrivente ritiene indebolisse fortemente la sinistra del Partito, la liquidazione, subito dopo la morte di Mao nel 1976, della cosiddetta “banda dei quattro” che propugnava la prosecuzione della lotta di classe nel socialismo e l’instaurazione esplicita della dittatura del proletariato, diede campo libero alla frazione revisionista capeggiata da Deng Xiaoping.
 
– In Albania, in una altrettanto drammatica riunione del comitato centrale del Partito del Lavoro dopo l’89 e prima dei torbidi partiti dalla città di Elbasan l’ “ala dura” del partito , capeggiata dal compagno Simon Stefani, ministro dell’interno, venne, a quanto comunicato da Radio Tirana, “pensionata” (!) col risultato di paralizzare il partito di fronte alla controrivoluzione che di li a poco sarebbe scoppiata, con conseguenze drammatiche per lo stesso gruppo (revisionista) uscito “vincitore”.
 
Se il revisionismo dei vari gruppi dirigenti, a partire da quello che si impossessò del potere in URSS dopo la morte di Stalin è, in definitiva, esso stesso un frutto della pressione dell’imperialismo e al tempo stesso una sua vittoria strategica, è altrettanto vero che siamo fuori dell’orizzonte teorico di Trozki, anche perché come dimostra l’esperienza di altri paesi e di altri partiti, in Europa segnatamente il KKE, il PCP, AKEL, tutto ciò poteva essere evitato. O, in altre parole, l’esito della lotta tra i due campi, le due concezioni, le due linee, non era scontato.
 
Non dalla Rivoluzione Permanente, non dal determinismo della socialdemocrazia classica, ma dal patrimonio del movimento comunista e del socialismo reale, pur filtrato dall’analisi e dalla riflessione, dovrà partire la ripresa di un movimento verso il quale la società civile mondiale, in preda ad una spaventosa crisi economica, sociale e morale, pone domande urgenti.
 
Note:
 
1) La rivoluzione permanente- Einaudi 1967 – pag 18 introduzione.
 
2) Usiamo qui un epiteto dello stesso Trozki(Ivi – pag 103).
 
3) Nello scritto “sulla cooperazione” Lenin afferma: ” … l’organizzazione in maniera sufficientemente ampia e profonda della popolazione russa in cooperative nel periodo della Nep, è tutto quanto ci occorre, dato che ora abbiamo trovato quel grado di coordinazione dell’interesse privato, dell’interesse commerciale privato, con la verifica e il controllo da parte dello Stato, quel grado di subordinazione dell’interesse privato all’interesse generale, che prima rappresentava un ostacolo insormontabile per molti, moltissimi socialisti. In realtà il potere dello Stato su tutti i grandi mezzi di produzione, il potere dello Stato nelle mani del proletariato, l’alleanza di questo proletariato con milioni e milioni di contadini poveri e poverissimi, la garanzia della direzione dei contadini da parte del proletariato, etc, non è forse tutto questo ciò che occorre per potere, con la cooperazione, con la sola cooperazione, … , condurre a termine la costruzione di una società socialista integrale?” (4 gennaio 1923 – sulla cooperazione – da Opere Complete, Editori Riuniti, p. 429).
E ancora, riferendosi alle critiche della socialdemocrazia europea (ma il riferimento può ben essere esteso a Trozki) secondo cui la Russia non ha raggiunto il livello produttivo sulla base del quale è possibile il socialismo, secondo una lettura dogmatica ed, appunto “evoluzionista volgare” di Marx, bolla tutto ciò come “incredibile pedanteria” (16 gennaio 1923 – Sulla nostra rivoluzione – da Opere Complete, Editori Riuniti p. 438). Inoltre scrive:
“… è infinitamente banale il loro argomento studiato a memoria durante lo sviluppo della socialdemocrazia dell’Europa occidentale, secondo il quale noi non saremmo ancora maturi per il socialismo, e secondo il quale da noi non esisterebbero, come dicono diversi signori “scienziati” che militano nelle loro file, le premesse economiche obiettive per il socialismo” (ivi p. 437).
 
4) Già alla fine del 1922, come riportato da Stalin ne “la rivoluzione d’ottobre e la tattica dei comunisti russi” (vedi opera citata) Lenin nel “discorso all’Assemblea Plenaria del Soviet di Mosca il 20 nov. 1922” afferma quanto segue:
Il socialismo già da ora non è più una questione di un avvenire lontano, non è più un’immagine astratta qualsiasi, una specie di icona. … Abbiamo introdotto il socialismo nella vita di ogni giorno e di ciò dobbiamo renderci conto. Ecco qual’è il compito dei nostri giorni, ecco qual’è il compito della nostra epoca. Permettetemi di terminare esprimendo da sicurezza che, per quanto difficile sia il nostro compito e per quanto nuovo esso sia rispetto ai compiti precedenti, e per quanto numerose siano le difficoltà che esso ci procuri, noi, tutti insieme, non domani, ma in qualche anno, tutti insieme adempiremo a questo compito a qualunque costo, in modo che la Russia della Nep diventerà la Russia sovietica.
 
5) vedi “questioni del leninismo” da Opere Scelte- ed Mov. Studentesco, 1973- p 551
 
6) Trozki scrive: “la dittatura del proletariato sarebbe stata lo strumento con cui si sarebbero realizzati gli obiettivi storici della rivoluzione borghese in ritardo. Ma non ci si sarebbe potuti arrestare a questo. Giunto al potere il proletariato sarebbe stato costretto a compiere incursioni sempre più profonde sul terreno della proprietà privata in generale, cioè avrebbe dovuto avviarsi sulla strada delle progressive misure socialiste” (La rivoluzione permanente- Einaudi 1967 – pag 18 introduzione)
e ancora
la teoria della rivoluzione permanente … dimostrava che nella nostra epoca l’assolvimento dei compiti democratici nei paesi arretrati porta questi paesi direttamente alla dittatura del proletariato e che questa dittatura mette all’ordine del giorno i compiti socialisti” (ivi – pag 23 introduzione)
 
7) Trozki, opera citata, p. 189 dell’appendice “socialismo in un paese solo?”
 
8) Trozki scrive: “Mirare alla costruzione di una società socialista nazionalmente isolata significa, nonostante i successi temporanei, spingere indietro le forze produttive, anche rispetto al capitalismo. Tentare di realizzare una compiuta proporzionalità tra tutti i settori dell’economia entro i confini nazionali, indipendentemente dalle condizioni geografiche, culturali e storiche di sviluppo di un paese che costituisce una parte del mondo nel suo insieme significa perseguire un’utopia reazionaria” (opera citata, prefazione all’edizione. americana, pag. 7)
 
9) “questioni del leninismo” da Opere Scelte- ed Mov. Studentesco, 1973- p 554.
 
10) Trozki – opera citata, prefazione all’edizione. americana, pag. 10
 
11) Filippo Gaja – “il secolo corto” – ed. del Maquis
 
12) “… L’I.C. appoggia ogni movimento rivoluzionario nazionale contro l’imperialismo. Al tempo stesso non dimentica che soltanto una coerente politica rivoluzionaria, volta a trascinare nella lotta attiva larghissime masse, e una rottura completa con tutti i sostenitori della riconciliazione, a vantaggio del proprio dominio di classe, possono guidare alla vittoria delle masse oppresse” (da Storia dell’I.C. di Jane Degras – tomo 1° – II congresso I.C. “tesi sulla questione orientale” p. 408).
 
13) sono qui riportate alcune citazioni che permettono di inquadrare la linea “orientale” dell’I.C. (Lenin vivo). “… Il rifiuto, da parte dei P.C. delle colonie, di partecipare alla lotta contro la tirannia imperialista, motivato con il pretesto della “difesa” degli interessi autonomi di classe, costituisce opportunismo della peggior specie, il quale non può che gettare discredito sulla rivoluzione proletaria in Oriente. Egualmente dannoso è il tentativo di rimanere ai margini della lotta per gli interessi più urgenti e quotidiani della classe operaia, nel nome dell'”unità nazionale” o della “pace sociale” con la borghesia democratica. (ivi)
Soltanto la forma sovietica può assicurare l’attuazione coerente della rivoluzione contadina nelle campagne” (ivi)
la classe operaia delle colonie e delle semi-colonie deve imparare che soltanto l’allargamento e l’intensificazione della lotta contro il giogo imperialistico delle grandi potenze potrà assicurare il ruolo di direzione rivoluzionaria, mentre d’altro lato soltanto l’organizzazione economica e politica, nonché l’educazione politica della classe operaia e degli altri strati semiproletari della popolazione possono ampliare l’ondata rivoluzionaria contro l’imperialismo.” (ivi)
I P.C. di paesi orientali e semicoloniali d’oriente, che si trovano in uno stato più o meno embrionale devono partecipare a qualsiasi movimento che consenta loro di radicarsi tra le masse.” (ivi)
“… Ma nell’oriente coloniale la parola d’ordine che deve essere messa in rilievo nel momento attuale è quella del fronte unico antimperialista…” (ivi, “Il Fronte Unico Antimperialista” – nell’ambito del IV congresso dell’I.C. – p. 413)
Il movimento operaio nei paesi coloniali e semicoloniali deve innanzitutto conquistare la posizione di elemento rivoluzionario autonomo nell’ambito del fronte antimperialista generale … ” (ivi)
Il proletariato sostiene, anzi porta avanti in prima persona rivendicazioni parziali, quali per esempio la rivendicazione di una repubblica democratica indipendente, dell’abolizione dell’inferiorità politica delle donne, etc; nella misura in cui i rapporti di forza esistenti non gli permettono di considerare l’attuazione del programma sovietico come compito immediato.” (ivi)
Nei paesi coloniali e semicoloniali il Comintern ha un duplice compito:
costituire un nucleo di Partiti Comunisti che rappresenti gli interessi del proletariato nel suo insieme;
dare il massimo appoggio al movimento rivoluzionario nazionale diretto contro l’imperialismo, diventare l’avanguardia di tale movimento, potenziare ed espandere il movimento sociale all’interno di quello nazionale.” (ivi, “tesi sulla tattica” approvate dal IV congresso dell’I.C. – p. 448)
 
14)Nel noto incidente di Xian del 1936 Chang Kai Shek venne fatto prigioniero da alcuni suoi generali partigiani dell’intensificazione della lotta di liberazione nazionale e consegnato ai comunisti. L’azione dell’I.C. impose che fosse liberato in cambio del suo impegno a costituire il Fronte Unito Antigiapponese.
 
15) La liquidazione avvenne (pare) durante un tentativo di colpo di stato nell’ottobre 1971. Secondo Yao Ming Le (“Congiura e morte di Lin Biao” Garzanti 1984) si sarebbe trattato di un mero conflitto di potere. Pare, invece, che il famoso rapporto Lin Piao al IX congresso del P.C.C. del 1969 sia stato solamente da lui letto, perché la versione da lui redatta non sarebbe stata approvata. E’ invece un dato di fatto che di li a poco la liquidazione il Segretario di Stato USA Kissinger arrivasse in Cina per stabilire con i cinesi le tappe del reciproco “disgelo”. Come non collegare i due fatti? Quali erano, dunque, i reali motivi del contendere tra Mao Tsetung e Lin Piao?
 http://www.resistenze.org/sito/te/pe/dt/pedtca01-010250.htm
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The Permanent Revolution: Howthe dialectic becomes metaphysical

 By Renato Ceccarello
 
29/12/2011
 
Back on the theory of Permanent Revolution of Trozki and on the controversy with what has been called the “socialism in one country” (but not only with this) it would seem, at first sight, embarking on a dispute “lunar”, apparently greatly far from the pressing issues of today about the labor movement and communism.
 
Nothing could be further from the truth. The dispute between (schematically) Stalin and Trozki and actualization is no dispute about the general political line of the Communists, then on alliances, on tactics, on “doing politics”, or not do it at all because of the abstract patterns give us the truth always in your pocket without the need for “concrete analysis of concrete situations” (Lenin). It is, ultimately, on the one hand, to judge whether a sectarian attitudes, of modest intellectual effort, are the best answer to get out of our state of crisis, and secondly to establish a boundary beyond which the attitude open and alliances become more broad and bold revision of the theory of socialism in theory and class collaboration in practice. It is, again, the line to follow, and in the advanced capitalist countries and those in newly industrialized or developing countries, compared to the political circumstances of individual countries, not at all homogeneous.
 
With reference to the ex-colonial or semi-colonial, and now the newly industrialized, it’s about thinking – and I mean only to leaders of the bourgeois camp in countries with presence of communist parties – if the policy toward Sun Yat Sen in China, Ataturk in Turkey, Sukarno in Indonesia, Mossadeq in Persia, Nasser in Egypt, Mandela in South Africa, Chavez in Venezuela, Lula in Brazil, Morales in Bolivia, Kirchner in Argentina, Correa in Ecuador, should be the same as that to be followed in the case, respectively , Chang Kai Shek, the Turkish generals, Suharto, the Shah, Mubarak, De Klerk, or South American coup, or whether (as I think) policy settings, situations and their different stages (even non-socialist policies explain ) should be addressed with policies articulated.
 
The theory of Permanent Revolution in Trozki
 
The theory of Permanent Revolution was inspired by one written by the same author, “Financial Perspectives”, written at the end of 1905 of the first Russian revolution in which he had, from within that country, an important part.
 
As is known, such a revolution, a democratic character, with the policy taken by the Bolshevik Party under the slogan “democratic dictatorship of the workers and peasants”, although not a mere bourgeois revolution, had to stand out from the socialist revolution with a political objective schematized in the slogan “dictatorship of the proletariat.” It was proposed, in substance, two objectives:
1) the abolition of absolutism;
2) the solution of the agrarian question, summarized in the abolition of property in land, feudal legacy, with the distribution of land to the peasants.
 
The theory rests on two assumptions:
 
a) that the farmers are not able to express a political force independent, able to give to the democratic revolution the imprint of that class, and then be directed by it;
 
b) that the bourgeoisie did not have a class interest in achieving the objectives of this revolution, driven by the interest in this compromising with the landed nobility and the reaction.
 
Well, Trozki states that, with these assumptions, it is for the proletariat to take the lead in this revolution, leaning on the peasantry, for achieving its objectives. It therefore had to ask the task to assume power in the form of the dictatorship of the proletariat, to complete the democratic revolution and start, seamless, the socialist revolution, with “raids ever larger on the ownership of the means of production.”
 
On the basis of these considerations, the writing of 1905 contained a prediction on the next Russian revolution and, more generally, the non-proletarian revolutions that start out as that, given in purported oscillating character of the bourgeoisie everywhere, it would be carried out according to the layout diagram above.
 
The successive revolutions of 1917, indeed, seemed to confirm this pattern: the democratic revolution of February (without Kerensky, the Socialist-Revolutionaries and Mensheviks during the agrarian revolution really give) you step to the socialist revolution of November with the seizure of power by of the proletariat. With the decree which established (in the countryside the peasants had already moved on to the streets of fact) the distribution of the lands the October Revolution completed the democratic revolution and the socialist began.
 
Here arises the question immediately: this scheme was to be a law? So that each revolution that does not start immediately as a socialist would trace it? The oscillating character and compromising national bourgeoisie is synonymous with mechanical changes in the balance of power in favor of the proletariat? For this writer, it is clear that if it were repeatable in space and in time we would be facing a recipe that would reduce any analysis of the concrete situation to a case of contingent choice of tactics, and above all, in the story there would be some confirmation. But it is not so, and, in hindsight, it was not so even for the Russian revolution.

 

Difference with Lenin

Contrary to what Trozki Lenin did not adhere at all to the theory of Permanent Revolution. The same Trozki talks about his disagreement with Lenin about 1905, particularly on the first assumption, that the inability of the farmers to express political direction independently. But he minimizes these differences by reducing them to a purely quantitative on the share of power that would take two classes during the democratic revolution.

The formula of the democratic dictatorship of the workers and peasants (who, incidentally, contrasted Trozki) had, and purpose, an algebraic character. Lenin did not resolve the issue in advance of political relations between the two protagonists of the democratic dictatorship of the proletariat and the peasantry. Did not exclude that the peasants were represented in the democratic revolution by an independent party, independent not only of the bourgeoisie, but also by the proletariat and able to carry out the democratic revolution by joining the party of the proletariat in the struggle against the liberal bourgeoisie. Lenin … admit the possibility that the peasant revolutionary party (the Socialist-Revolutionaries, ed) had a majority government in a democratic dictatorship (1)

On the contrary, the one that is for Trozki “weighting of elements algebraic”, for Lenin concrete analysis of the situation is not given once and for all to the outside of space and time. And just on the analysis of the concrete situation that in April 1917 he realized that the masses of workers and peasants could go well beyond the objectives pursued by the way only partially, the revolution of February. He understood that, in that context, the bourgeois revolution of February had already quickly turned into a drag race to the masses, that the potential of struggle and transformation could be released by a new revolution, radically different from the previous. Therein lies his political genius. Without this we should do it against many of the Bolshevik (and represented almost all of the party), not taking advantage of this potential concrete, had hitherto limited to a critical support to the revolution of February, as to constitute the radical wing of the left. Lenin and not Trozki knew ferrying these comrades towards new objectives to be achieved with a different policy.

 

The comparison with Stalin on the perspective of socialist

According to the reformist reading of Marx, which found expression in menshevism in Russia, according to the canons of reading ‘”vulgar evolutionism” (2) needed to be the most advanced countries to come first to socialism through the gradual transformation of the structures of capitalist society without a need to resort to revolutionary events. For the same reading as Russia had to go through a long period of capitalist development before arriving at socialism. Absolutism had therefore to give way to a bourgeois-democratic revolution that develop in depth the productive forces of capitalism.

As is known, Lenin and the Bolsheviks, and later the communist movement, broke with this pattern, including the philosophical approach that is the premise, saying that the ruling classes do not give way to those dominated peacefully, even in developed countries more advanced, especially if this means give way expropriation, transformation of property relations. Hence the Leninist theory of proletarian revolution. According to Lenin to advance to socialism must be the proletarian revolution. Where and from which countries begin? Here the answer is articulated.

A fixed point is given by the international nature of socialism and communism, whose emergence, whose final victory, needs the victory of the proletarian revolution in the advanced countries, or at least a part of them, for example, prejudice to Lenin in Germany. The emergence of socialism in the advanced nations is a guarantee from one side of the defense against the reaction of international capitalism, defeated but not conquered, the other to smooth the process of building, where the difficulties encountered in the more backward meet the relief of those most advanced, and where the lack of specific commodities, raw materials, technology of a country are compensated by the abundance of another.

But we also consider that, despite the hope that the revolution is affirmed first in the advanced countries, not necessarily start from there, but where the historical development of uneven makes the most explosive contradictions, where, to stay with a famous metaphor Lenin, has accumulated very flammable material. For another equally famous metaphor, where the chain of imperialist world domination has the weakest link. And, in all probability, this can be in a backward country.

The law of uneven development makes it highly unlikely a simultaneous revolution in multiple countries. The first revolution is not, however, that the beginning of a process that, in the short term, should involve other countries. In essence, it has to start somewhere, and this is likely to start in a backward capitalist country. If, however, does not arrive in time, the rescue of the victorious revolution in other countries, it is highly likely that the first attempts are bound to lose, on the military level.

Well, this was the theoretical framework and policy of Bolshevism in Russia in 1917, after the arrival of Lenin in Russia and until the early years of the revolution. A conception which joined all the Bolshevik leaders. As well as the framework of the Third International in the first two conferences. Lenin himself, immediately after October, noting that the Russian contagion (Germany, Hungary, Slovakia) did not produce successful revolutions, judged highly likely that his attempt were to fail under the pressure of overwhelming enemies.

But it did not.

Perhaps for the particular international situation (the imperialist war was still raging for a year), perhaps because of an unexpected support of the broad peasant masses, rather than a desirable benevolent neutrality, perhaps because of the pressure on their own bourgeoisies of the international proletariat (remember, because emblematic of the mutiny of the French sailors in Odessa) before the October Revolution succeeded to survive and subsequently to establish itself in the civil war by defeating the White armies and international aggression. It happened that on which few could rationally bet: It stated without victory in other countries.

Already in 1921 the 3rd congress of ‘I.C. took place the beginning of a regressive phase of the revolutionary wave in Europe and inaugurated a policy resulting in: the tactics of resistance and accumulation of forces across the United Front.

Then the question arose: what to do? Giving up socialist construction, to the “foray into the ownership of the means of production,” to keep the metaphor of the “Permanent Revolution, raise the white flag to the masses, saying:” Sorry, we were wrong “?

In his acknowledgment of the new situation Lenin, without openly admitting that he was wrong in the forecast, and therefore in theory, began to assert that it was possible to build socialism with the sole force of Russia. In the writings of 1923 “cooperation” and “our revolution,” he says, and examine the work of socialist construction. (3) He did not have time to complete this course correction sets in the first place, by the facts. But the quotations from important and popular writings are sufficient to refute the theoretical association with Trozki, and then it was Stalin to make the break with the setting of the Permanent Revolution of the latter (4)

It ‘s true instead of Stalin, 1924-1926, finding resistance at startup of five-year plans for the modernization of the country, developed the ideas of Lenin giving an organic character on the basis of Russian and international conditions (the unexpected successes on the economic reconstruction inside – even though the economy remained below the levels of 1913 – and the inter-imperialist contradictions resulting from the Versailles Peace) stating “we can build socialism in one country”, which is quite different from the denial of the international character of socialism.

To do this deal, giving you a joint thesis then current impossibility of building socialism in one country, blemished, but not entirely demolished last Lenin.

For Stalin should be distinguished two different issues:

a) The question of the possibility of building socialism in the concrete historical conditions of the time of Soviet Russia, then a large country, rich in raw materials but backward and isolated, without any real possibility of rescue of the victorious proletariat in the advanced countries, an issue to which was given a positive response and

b) the question of the absolute guarantee of victory in the event of external intervention to Soviet Russia, to which the answer was rather negative. (5)

The first question Stalin’s response is certainly a course correction of the conceptions of the Party dictated primarily by the facts, which we have already shown.

But, in hindsight, it’s not just that. But the accommodation in theoretical level of a conception in which Leninism, here polluted by a sort of determinism typical of positivism that most of the dialectic and dominant in the Second International, landed in serious contradictions.

As a theory of the proletarian revolution that RELEASED Social determinism, Leninism on the one hand he had to admit (the weakest theory) that such a revolution could start with high probability in a backward country, but on the other hand, when he denied that Such a revolution could win and give rise to the construction of socialism, even without the aid of the victorious proletariat of the advanced countries, he returned to the determinism which was posted.

This contradiction is particularly evident in Trozki. In his conception of Permanent Revolution, ie the backward countries of the revolution that began as a bourgeois-democratic to become under the leadership of the victorious proletariat in the socialist, involved in the second phase, the adoption of socialist measures. (6) Well, how to qualify this step if you do phase of the construction of socialism? Otherwise, what would adopt progressive socialist measures? How to frame statements such as “The industrial successes achieved in the years of peace are proof of our unbeatable imperishable planned economy” (7) if the construction of socialism is impossible? So, how to reconcile the need for socialist measures where socialism is impossible? And with the qualification of “reactionary utopia” (8) for such a construction project in the backward conditions than elsewhere in the same essay, was invoked?

In contradiction there are also obvious problems of formal logic. Because it supports the absolute need for the support of the victorious proletariat of other countries, the question arises: how many of these? Until you reach that “critical mass” capable of promissory quantity into quality? P. es. if the revolution of the Councils had won in Hungary alone, the situation changed? And if in place of a confederation of republics, which was the USSR had distinguished Georgia, Ukraine, Kazakhstan, Russia … considered separately would have been even an isolated country? And after 1945? And after 1949?

This contradiction, we said, was beyond Trozki to understand, politically speaking, the totality of those leaders who came to constitute, after the death of Lenin, the opposition. Notably Zinoviev and Kamenev. In this regard, the first Stalin wrote, not without a hint of sarcasm:

“Building socialism without having the chance to lead out the construction; build knowing that they will come to lead the construction, here is the absurdity that came Zinovev” (9)

The second question, that of the absolute guarantee that imperialism can not intervene militarily victorious Trozki once more takes a position opposite to that of Stalin, at least according to the following quote

“… Because at the time of complete construction of socialism (obviously permissible hypothesis, ed) the USSR would, let’s say, a population from 200 million to 250 million inhabitants, ask. Of which intervention (military, ed) could it be? As a capitalist country or coalition of countries who would dare to think of an intervention in similar circumstances? The only conceivable intervention by the USSR could intervene. But it would be necessary? It ‘hard to believe. “(10)

And instead, the evidence shows, not only the Soviet Union was attacked by Nazi-fascist coalition, which at the time represented the wing reactionary and chauvinist of financial capital (ratio to the VII Congress of the Communist Dimitrov) and then of the imperialist system, but even after the victory of the anti-fascist coalition the wing so-called “democratic” imperialism (the Allies) never gave up, throughout the Cold War, the acquisition of a strategic advantage in terms of a ‘ military option (11). If it is true that this forced, throughout the existence of the USSR, first as an isolated country, then as a country integrated into a socialist camp, to divert significant resources to the defense to a decidedly larger than the larger and more developed enemy camp at the expense of the production of consumer goods, and then with some suffering in terms of mass consensus, especially in allied countries, that did not stop at building a powerful socialist system.

 

The stroke of Canton did not stop the Chinese revolution
 
The comparison between the position of the second Trozki Permanent Revolution and the IC had to touch a spot very hot on the Chinese revolution, whose social characteristics of departure were not so distant from those of the Russian Revolution of 1905. Even China was a country peasant-dominated, semi-feudal, with a few islands of industry coincide with territories to foreign concession: Nanjing, Shanghai and Hong Kong presence with Anglo-American imperialism, Manchuria to the north-dominant Japanese: Unlike the Russians, the ‘empire was in complete disrepair, with most of the central and northern regions in the hands of fierce “warlords”. Only in the southern region of Canton was able to settle a nationalist government that advocated a national revolution. The Chinese revolution was therefore have a character on the one hand agriculture, on the other democratic, national and anti-imperialist, but with major policy differences with respect to the Russian reality of 1905 and even more in 1917.
 
First, the preponderance among the anti-imperialist forces, the Chinese Nationalist Party, the Kuomintang, founded by Dr. Sun Yat Sen, great personality and democratic friend of the Soviet Union until his death in 1925. Recalling that our founding in 1921, the P. Communist China, under the leadership of Chen Tu Hsiu, which subsequently adhere to trozchismo, unified action perhaps a hundred militants, divided into a few groups scattered in the vast country, and that by this foundation and the events of 1927 were to pass only six years (!) observation and action CI needed to focus precisely on Kuominang, according to the provisions of the Convention and the Oriental Section. This line was established for another in a general way since the second Congress of the where it was explicitly provided support for nationalist movements (12) and then specified in the course of the next. Among the specifications were established for the Communists the dual task:
 
a) To participate in the national revolution, trying as far as possible, to put it under the hegemony of the proletariat (a task in perspective, however, not tactical order)
 
b) to maintain, as part of this general task, their autonomy and to act so that this autonomy was maintained by the Workers’ Movement. (13)
 
As you can see from the quotations in the notes, which cover a period of time in which Lenin is in full possession of their mental and physical abilities, before his illness, the general indications of the IC, if allowed different accents on the target country (alliance in the Anti-Imperialist United Front) and social lens (autonomy within the same face), allowing a management tactic is not unique, exclude the overthrow of the national bourgeoisie, unlike the requirements of Permanent Revolution and how according to the positions of Trozki on China, unless the political conditions and power relations do not allow such an undertaking. These conditions occurred in China, actually, in the second half of the 40s of the last century. But to think that they could already be present in 1926-27, in a country still half occupied by the powerful “warlord”, given the limited development of the Chinese labor movement, although increased after 1921, and given the balance of power with the Kuomintang means intrude into political fiction.
 
By contrast, the undeniable reality is that initially the scenario of democratic and anti-imperialist revolution were to be initially occupied by the Kuomintang, which went so far as to ask (the question was not accepted) membership of the IC, at least until the “Northern Expedition” of 1926 and the liberation of the major cities along the river Yang-Tze, including Shanghai, and up to the treacherous betrayal of Chiang Kai-Schek (who had succeeded Sun Yat Sen) in 1927.
 
Rather be considered the correctness of the general line of the CI and its implementation that allowed substantially correct overall, in the framework of the initial alliance with the nationalist movement, but with the preservation of the autonomy of the labor movement, the significant growth in PCC able to play in this alliance with a leading role, it is not bad to remember, its armed forces.
 
It ‘s true, however, that in 1927 the I. C. made some serious tactical mistakes that you did the CCP was not able to parry the shot before that Chang Kai Schek waged against the labor movement in Shanghai, and then to implement successfully, in response, hastily prepared an insurrection in the city of Canton.
 
The orgy of blood unleashed by nationalists in the two cities, if not the CCP scompaginò I put the difficulty in objectively. C. in front of Trozki and Zinovev, to the point that no further verify the feasibility of the policy of alliance with the Chinese national bourgeoisie after a retry implemented with the fraction of the left of the Kuomintang, the VI Congress of the of 1928 gave a sharp left steering, inhibiting any possibility of agreement in Europe with the II International (Branded social fascism) and restricting the viability of the United Front worker only starting from “below”, with positive effects do not know how the European workers’ movement under reflux, but instead, incredibly, with effects that are opposite in China.
 
The recovery of the slogan of the construction of the Soviets, albeit only in places where it was possible to build them, or in the countryside, allowed the Chinese revolution to find, even with other tactical errors (lines Wang Ming and Li Li San), his way , resisting the military campaigns of Kuomintang, retiring at the appropriate time to the Soviet areas of the North where it was possible development of a new movement, with the ability to take full advantage of the contradictions of the opposite camp especially after the Japanese invasion (14) and multiply its power in the fight against the invader.
 
After the end of World War II, in the decisive confrontation with the nationalists, the popular forces, rafforzatesi and had multiplied in the national and social revolution, they had achieved a great victory in 1949 that would have boosted until the rupture caused by the onset of the phenomenon revisionist the socialist camp.
 
Concluding Remarks
 
Most of the socialist countries between 1989 and 1992 had to crumble. But this does not mean a collapse late confirmation of the impossibility of building socialism “in one country.” And not because the countries involved were more than one and not at all isolated.
 
The technical conditions and materials, as well as policies, the construction of socialism, at least after the years of reconstruction after the war, despite the distortion of resources induced by the arms race imposed by imperialism, were clearly and incomparably better than those of the 30s , not to mention the ’20s, where he started from the base of the industry back on its feet and Tsarist hard by an exchange with the campaign precarious and, before the collectivization of the countryside, outside of state control.
 
Certainly socialism was perfect, for example in terms of the harmonization of interests of the individual and the collective in the workplace (where the movement was running out of emulation), as well as in terms of better definition of the forms of property and the consequent relocation of some resources (the writer is now of the opinion that the cooperative ownership could have a greater extension, outside agriculture, in the production of consumer goods and services, which could also be left alive individual property).
 
In the early 60s the technology gap between the two camps was drastically reduced at the expense of the dogma trozkista and confirmation of the superiority of socialism. In the field of atomic and aerospace industries, but not only, the USSR also managed to excel for a certain period.
 
Not so this was the plan that was to lead to the weakening of the socialist camp: on the contrary the cause-effect relationship was reversed, because this weakening was to take place due to the absence of fundamental political conditions.
 
These revolve around the assumption that, not only for the transition period in this or that country or group of countries, not just until the resistance of the dispossessed classes in these countries is won, but for the whole period of coexistence in the world imperialism with the dictatorship of the proletariat must be maintained and strengthened, and not replaced by a “state of the whole people” politically means renouncing the entire socialist community is under the guidance of a ruling class. It goes without saying that the dictatorship of one part of society on the whole society requires not only a different substance of the ruling party that the working class must maintain a structured political representation, but the direct mobilization of the masses (with workers’ control, inspection workers, unions that have real power).
 
Maintaining this dictatorship is the necessary condition to ensure that the policy socialism, global imperialism even less powerful, can equip socially against the war (no matter if “cold”, rather than hot) that the latter moves.
 
The coexistence and competition with imperialism can not be “peaceful”, not in the sense that they must necessarily give way to armed conflict (or rather: the struggle for peace is a fundamental policy objective and as such was highlighted by large conferences of PCs and workers in 1957 and 1960), but in the sense that imperialism, in comparison with a system against, does not waive any means of subversion, leveraging not only and not so much on the strength of classes won, but about every little crack in the system on every little problem and difficulties, even the inevitable conflicts between generations and gender, while, conversely, the socialist camp not surrender to actively apply proletarian internationalism.
 
As historically has proved that dictatorship has had a profound and positive impact on the economic level, in terms of emulation, the efficiency of collective production of the fight against waste, the bureaucracy and to parasitism, all negative phenomena encountered in the last years of experience socialist camp, not least by several parties denounced the union between factory managers and workers to resist the raising of the indices of production, meant that for the first more difficult to achieve the objectives of the plan, for the latter a more intense work commitment.
 
Well, in all the experiences in which socialism was defeated principle of the loss, and in an increasingly dramatic, with maturities of dating, the dictatorship of the proletariat is a fact.
 
To stay three different experiences and important:
 
– In the USSR in 1957 to a dramatic meeting of the central committee of the party summoned in haste from Khrushchev that he had been disheartened by the Political Bureau, was ousted in the so-called “anti-Party group” (Molotov, Malenkov, Kaganovich), heir to the leadership team Stalin, resulting in a progressive and severe form of revisionism which highlights the political consequences were breaking the socialist camp and the (albeit partial) conciliation with imperialism.
 
– In China, without considering the merits of the painful and dark story of the settlement of the military group headed by Marshal Lin Piao (15) that the writer believes strongly weaken the Left Party, liquidation, immediately after the death of Mao in 1976 , the so-called “Gang of Four” which advocated the continuation of the class struggle in socialism and the establishment of the dictatorship of the proletariat explicit, gave him free range at the fraction revisionist headed by Deng Xiaoping.
 
– In Albania, an equally dramatic meeting of the Central Committee of the Party of Labour after 89 and before the troubles started from the city of Elbasan ‘s “hard wing” of the party, headed by Comrade Simon Stefani, Minister of the Interior, was , as communicated by Radio Tirana, “retired” (!) with the result of paralyzing the party in front of the counter-revolution would break out in a little while, with dramatic consequences for the same group (revisionist) released “winner.”
 
If the revisionism of the various management teams, starting with the one that seized power in the USSR after Stalin’s death is, ultimately, itself a result of the pressure of imperialism and at the same time one of its strategic victory, it is equally true we are out of the horizon of theoretical Trozki, because as shown by the experience of other countries and other parties, in Europe in particular the KKE, PCP, AKEL, all this could be avoided. Or, in other words, the outcome of the struggle between the two camps, the two conceptions, the two lines, it was not granted.
 
Not from the Permanent Revolution, not the determinism of classical social democracy, but from the heritage of the communist movement and of socialism, while filtered analysis and reflection, will have to start shooting a movement to which global civil society, in the throes of a terrible economic crisis, social and moral, raises urgent questions.
 
Notes:
 
1) The Permanent Revolution Einaudi-1967 – page 18 introduction.
 
2) We use here an epithet of the same Trozki (ibid. – page 103).
 
3) In the paper “on cooperation” Lenin says: “… the organization in a sufficiently wide and deep of the population of Russia in cooperative under NEP is all what we need, since we now have found the degree of combination of private of private commercial interest, including monitoring and control by the State, that degree of subordination to the general, who first represented an insurmountable obstacle for many, many socialists. In reality, the power of the state on all the major means of production, the state power in the hands of the proletariat, the alliance of this proletariat with millions and millions of poor peasants and poor, the assured leadership of the peasantry by the proletariat, etc., is not this what it takes to power, with cooperation, with the only cooperation, …, to complete the construction of a complete socialist society? “(4 January 1923 – on cooperation – from Collected Works, Progress Publishers , p. 429).
And again, referring to criticism of European social democracy (but the reference may well be extended to Trozki) that Russia has not reached the level of production on the basis of which it is possible to socialism, according to a reading and dogmatic, just “vulgar evolutionist” Marx, bubble this as “incredible pedantry” (16 January 1923 – On our revolution – from Collected Works, Progress Publishers p. 438). He also writes:
“… It is infinitely trivial their argument to memory during the development of social democracy in Western Europe, according to which we would not yet ripe for socialism, and according to which we would not exist, as they say several lords” scientists “who militate in their ranks, the objective economic premises for socialism “(ibid. p. 437).
 
4) By the end of 1922, as reported by Stalin in “The October Revolution and the Tactics of the Russian Communists” (see works cited) Lenin in “speech to the Plenary Assembly of the Moscow Soviet on November 20 1922 “states the following:
“Socialism as of now is no longer a matter of a distant future, it is not any more an abstract image, a sort of icon. We have introduced … socialism in everyday life and what we have to realize. That is what is the task of our time, here is what is the task of our time. Let me conclude by expressing confidence that, no matter how difficult our task and how new it is compared to the previous tasks, and how many are the difficulties it get us, all of us together, not tomorrow, but in a few years , all together will fulfill this task at any cost, so that the NEP Russia will become the Soviet Russia.
 
5) Refer to “questions of Leninism” Selected Works from Mov-ed. Student 1973 – p 551
 
6) Trozki writes: “… the dictatorship of the proletariat would have been the means by which they would have realized the historical goals of the bourgeois revolution late. But no one would have to stop this. Came to power, the proletariat would be forced to take ever deeper incursions on the ground of private property in general, that would have to embark on the road of progressive socialist measures “(The Permanent Revolution Einaudi-1967 – page 18 introduction)
and still
“… The theory of the permanent revolution showed that in our time the fulfillment of the democratic tasks in backward countries brings these countries directly to the dictatorship of the proletariat dictatorship and that this puts on the agenda the socialist tasks” (ibid. – page 23 introduction)
 
7) Trozki, the work cited above, p. 189 Appendix “socialism in one country?”
 
8) Trozki writes: “Targeting the construction of a socialist society nationally means isolated, despite the temporary successes, push back the forces of production, even compared to capitalism. Groped to carry out a thorough proportionality between all sectors of the economy within the national borders, regardless of the geographical, cultural and historical development of a country which is a part of the world as a whole means pursuing a reactionary utopia “(work cited , preface. American, p. 7)
 
9) “questions of Leninism” Selected Works from Mov-ed. Student 1973 – 554 p.
 
10) Trozki – work cited, preface. American, p. 10
 
11) Philip Gaja – the “short century” – ed. the Maquis
 
12) “… The I. C. Supports any national revolutionary movement against imperialism. At the same time do not forget that only a coherent revolutionary politics, time to drag the active struggle very wide masses, and a complete break with all supporters of reconciliation, to the benefit of their own class rule, can lead to the victory of the oppressed masses “(from History JV Jane Degras – Volume 1 – The Congress IC “thesis on the Eastern Question,” p. 408).
 
13) are reported here are some quotes that allow you to frame the line “oriental” CI (Lenin live). “… The refusal of P.C. of the colonies, to participate in the fight against imperialist tyranny, motivated under the pretext of “defense” of self-interest class, is opportunism of the worst kind, which can only discredit the proletarian revolution in the East. Equally damaging is the attempt to remain on the sidelines in the fight for the interests of the most urgent and newspapers of the working class, in the name of ‘”national unity” or “social peace” with the democratic bourgeoisie. ” (Ibid.)
“Only the Soviet form can ensure the consistent implementation of peasant revolution in the countryside” (ibid.)
“The working class of the colonies and semi-colonies must learn that only the expansion and intensification of the struggle against the imperialist yoke of the great powers can ensure the role of revolutionary leadership, while on the other hand only the economic organization and policy, as well as the political education of the working class and other strata of the population can expand the semi-proletarian revolutionary upsurge against imperialism. “(ibid.)
“I P.C. East countries and semi-oriental, which are located in a state more or less embryonic must participate in any movement that allows them to take root among the masses. “(ibid.)
“… But the east colonial password that needs to be emphasized at the present time is that of the anti-imperialist united front …” (ibid., “The Anti-Imperialist United Front” – part of the IV Congress of the – p . 413)
“The labor movement in the colonial and semi-colonial must first gain the position as a revolutionary autonomous part of the general anti-imperialist front …” (ibid.)
“The proletariat supports, indeed carries out firsthand partial demands, such as for example the demand of an independent democratic republic, the abolition of the inferiority of women in politics, etc., to the extent that the balance of power does not allow him to consider the implementation of the Soviet program as immediate task. “(ibid.)
“In the colonial and semi-colonial countries the Comintern has a dual task:
a core group of communist parties that represent the interests of the proletariat as a whole;
give its fullest support to the national revolutionary movement directed against imperialism, become the vanguard of this movement, enhance and expand the social movement within the national one. “(ibid.,” theses on tactics “approved by the IV Congress of ‘ IC – p. 448)
 
14) In the well known incident in the 1936 Xian Chang Kai Shek was captured by some of his partisans general intensification of the struggle for national liberation and handed over to the Communists. The action of the I. C. imposed he was released in exchange for his commitment to be the Anti-Japanese United Front.
 
15) The settlement took place (it seems) during an attempted coup in October 1971. According to Yao Ming’s (“Conspiracy and Death of Lin Biao” Garzanti 1984) it would have been a mere power struggle. It seems, however, that the famous Lin Piao report to the Ninth Congress of the CCP in 1969 it was only that he read, because the version prepared by him would not have been approved. E ‘instead of a fact that in a little while the winding up, the U.S. Secretary of State Kissinger arrived in China with the Chinese to establish the stages of mutual “thaw.” How not to connect the two facts? What were, then, the real reasons for the dispute between Mao Tse-tung and Lin Piao?

 

 http://www.resistenze.org/sito/te/pe/dt/pedtca01-010250.htm

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