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Smascheriamo le falsità di Canfora sul “Testamento di Lenin”

Il giornale della Fiat, “La Stampa”, fa da megafono allo storico trotzkista

Non c’è che dire: il lupo perde il pelo ma non il vizio!

L’inserto “Tutto libri” del quotidiano “La Stampa” del 27 dicembre 2008 ha pubblicato la recensione del libro “La storia falsa” di Luciano Canfora; volume che come si legge nella presentazione di copertina, si pone come scopo l’indagine su alcuni “esempi clamorosi di doppio giochi e trucchi testuali messi in atto per deviare il corso della lotta politica”.
Uno dei casi trattati dal trotzkista di area PdCI Canfora riguarda il “Testamento di Lenin”, riproposto una volta di più, per attaccare Stalin. Non a caso, infatti, “La Stampa” presenta la recensione sotto il titolo: “Stalin ereditò il potere con l’inganno”, spingendosi nell’articolo ad affermare come “il parere di Lenin su Stalin fosse totalmente negativo e che Lenin non lo vedesse come successore, al contrario di Trotzkij”, e inoltre, che “Stalin occultò la rottura con Lenin attraverso la manipolazione testuale” del “Testamento” stesso.

Niente di nuovo

Ciò che Canfora afferma nel suo libro, nella parte riguardante appunto il cosiddetto “Testamento di Lenin”, non presenta novità alcuna; ma, di fatto, ripropone parte del “campionario interpretativo” di cui la storiografia borghese, revisionista e trotzkista si è servita con l’unico scopo di denigrare Stalin e la sua opera.
Nello specifico Canfora, basandosi su documenti trovati nell’archivio del PCUS dallo storico Jurij Buranov nel luglio 1991 e su un’intervista che lo scrittore russo Aleksander Bek fece nel 1967 a Lidija Fotieva e a Marija Volodičeva, due delle segretarie di Lenin, alle quali il leader bolscevico dettò tra il dicembre 1922 e il gennaio 1923 le sue note costituenti la “Lettera al Congresso”, lascia intendere che Stalin operò manipolazioni sui testi di Lenin del 23 e 24 dicembre 1922 e che, inoltre, egli agì in modo tale da ritardare la divulgazione della “Lettera” di Lenin, in special modo per quanto riguarda la parte relativa alla sua “rimozione” dalla carica di Segretario generale. Ma “il vero problema, che solo in parte trova spiegazione nell’aggravarsi delle condizioni di salute di Lenin, – scrive Canfora – è l’intervallo, il vuoto di quasi un anno e mezzo, tra il 4 gennaio ’23 e il maggio del ’24, quando finalmente al XIII Congresso (23-31 maggio ’24), qualcosa trapela. Che al XII non se ne sia fatto nulla resta comunque da spiegare, visto che invece un altro scritto di Lenin (Proposta al XII Congresso: come riorganizzare l’ispezione operaia e contadina), dettato il 23 gennaio ’23, che esce due giorni dopo sulla “Pravda”, approda regolarmente al XII Congresso e viene messo a frutto per le Tesi congressuali (17 aprile ’23)”. (L. Canfora, “La storia falsa”, pag. 37, Ed. Rizzoli).

Qui artatamente si tenta di generare confusione, di mischiare le carte, perché la proposta sulla riorganizzazione dell’ispezione operaia e contadina del 23 gennaio ’23, è altra cosa rispetto alla “Lettera al Congresso” imperniata su tre specifiche questioni e che, più avanti, riprenderemo. Peraltro, Lenin stesso, riprenderà e svilupperà ulteriormente questa tematica a ridosso del XII Congresso nel suo scritto del 2 marzo ’23 “Meglio meno, ma meglio” pubblicato dalla “Pravda” il 4 marzo.

Argomentando sulla necessità della fusione dell’Ispezione operaia e contadina con la Commissione Centrale di Controllo, Lenin nella proposta al XII Congresso afferma: “Propongo al Congresso di eleggere da 75 a 100 operai e contadini a nuovi membri della Commissione centrale di controllo. I candidati dovranno essere sottoposti, come membri del partito, alla stessa verifica a cui sono sottoposti i membri ordinari del Comitato centrale, poiché dovranno godere di tutti i diritti dei membri del CC.

D’altra parte l’Ispezione operaia e contadina deve essere ridotta a 300 o 400 impiegati, particolarmente provati per la loro scrupolosità e per la conoscenza del nostro apparato statale, che siano stati anch’essi sottoposti a uno speciale esame il quale provi che essi conoscono i principi dell’organizzazione scientifica del lavoro in generale e, in particolare, il lavoro delle amministrazioni, degli uffici, ecc.

A parer mio, tale fusione dell’Ispezione operaia e contadina e della Commissione centrale di controllo sarà utile per ambedue gli organismi. Da una parte l’Ispezione operaia e contadina acquisterà in questo modo una grande autorità, per lo meno non inferiore a quella del nostro Commissariato del popolo degli affari esteri. D’altra parte il nostro Comitato centrale, unitamente alla Commissione centrale di controllo, riuscirà a trasformarsi definitivamente in conferenza superiore di partito, cosa che in sostanza già sta facendo e che deve condurre a termine per adempiere in modo giusto i suoi compiti sotto un duplice aspetto: quello di pianificare, di rendere adeguati e sistematici la propria organizzazione e il proprio lavoro e quello di legarsi realmente alle larghe masse, tramite i nostri migliori operai e contadini”. (Lenin, “Come riorganizzare l’Ispezione operaia e contadina, (proposta al XII Congresso del partito), 23 gennaio 1923, Opere complete, vol. 33, pag. 441)
Nell’articolo “Meglio meno, ma meglio”, Lenin ribadisce che: “i quadri che, in via di eccezione, decideremo di nominare subito come funzionari dell’Ispezione operaia e contadina devono soddisfare alle seguenti condizioni:
in primo luogo, devono essere presentati da parecchi comunisti;in secondo luogo, devono sostenere un esame per provare che conoscono il nostro apparato statale;in terzo luogo, devono sostenere un esame per dimostrare che conoscono i principi della nostra teoria sull’apparato statale, le basi della scienza dell’amministrazione, del disbrigo delle pratiche, ecc; in quarto luogo, devono lavorare in stretto contatto coi membri della Commissione centrale di controllo e della loro segreteria, in modo da poter rispondere interamente del lavoro di tutto l’apparato”.
(Lenin, “Meglio meno, ma meglio”, 2 marzo 1923, Opere complete vol. 33, pagg. 448-449)
E ancora: “Come è possibile fondere organismi di partito con organismi sovietici? Non c’è qui qualcosa di inammissibile?…
E perché mai non fonderli se gli interessi della causa lo esigono?… Questa fusione elastica di un organismo sovietico con un organismo di partito non è forse la sorgente della forza eccezionale della nostra politica? Penso che ciò che si è dimostrato utile, che si è affermato ed è ormai entrato nell’uso comune tanto da non sollevare più alcun dubbio, sarà almeno altrettanto opportuno (anzi credo sarà molto più opportuno) per tutto il nostro apparato statale. L’Ispezione operaia e contadina dovrà appunto occuparsi di tutto il nostro apparato statale, e la sua attività dovrà toccare tutti – senza eccezione – gli organismi statali sia locali che centrali, commerciali o puramente burocratici, educativi o di archivio, teatrali, ecc., in una parola, tutti, senza la più piccola esclusione.
Perché dunque, per un organismo con funzioni così ampie, il quale inoltre deve essere straordinariamente duttile nelle forme della sua attività, non ammettere un tipo particolare di fusione, cioè quella dell’organismo di controllo di partito con l’organismo di controllo sovietico? Non vi vedrei nessun ostacolo. Credo inoltre che tale fusione sia la sola garanzia per la riuscita del lavoro”.
(Lenin, “Meglio meno, ma meglio”, 2 marzo 1923, Opere complete, vol. 33 pag. 453).

Tanto la proposta di riorganizzazione dell’Ispezione operaia e contadina che lo scritto “Meglio meno, ma meglio” erano destinati alla pubblicazione, così come infatti avvenne. Al contrario la “Lettera al Congresso” era sotto forma di semplici appunti e non doveva essere data alla stampa. Di che stupirsi dunque, se non allo scopo di spargere malevoli insinuazioni, se il XII Congresso che aveva come uno dei compiti propri quello di analizzare e operare concretamente al rafforzamento dello Stato sovietico e del suo apparato, tra i quali l’Ispezione operaia e contadina, abbia, anche con il contributo di Lenin, affrontato tale argomento e approvato una risoluzione su di esso cominciando a togliere dall’apparato le persone non all’altezza, non preparate o inutili e ad inserirvi nuovi elementi scelti principalmente tra i quadri operai?

La malattia di Lenin

Lenin data la gravità della sua malattia e le forme da essa assunte, manifestate attraverso una serie continua di improvvisi attacchi e repentini miglioramenti, era ben consapevole del fatto che non vi era certezza sulla possibilità di un suo intervento al XII Congresso del Partito, né, quantomeno, di poter presenziare ad esso. Fu appunto in funzione di una sua partecipazione diretta al Congresso che egli dettò gli appunti che costituiscono la “Lettera al Congresso”, disponendo la non divulgazione di essi e la stesura degli stessi in cinque copie da riporre, dopo la sua revisione, in buste sigillate (una per gli archivi di Partito, una per il suo archivio personale, tre per la Krupskaia) e la loro apertura solo da parte sua o, dopo la sua morte, dalla Krupskaia. La Krupskaia fece pervenire, dopo la morte di Lenin, la “Lettera al Congresso” alla Segreteria del Partito e il documento fu presentato tanto alle istanze dirigenti del Partito che ai delegati del XIII Congresso.

Questa era la precisa e inoppugnabile volontà di Lenin. Pensare che egli avesse voluto in qualsivoglia altro modo o forma far conoscere al Partito queste due annotazioni e ne sia stato in ciò impedito, è un insulto gratuito al carattere e alla personalità di Lenin ed un’offesa alla sua intelligenza; oltre che, naturalmente, una volgare menzogna.
Tre, come si sa, erano le questioni nodali che Lenin affrontava nella sua “Lettera al Congresso”: l’unità del Partito e la sua salvaguardia dal pericolo di scissione; le competenze del Gosplan (Commissione statale del Piano); la questione delle nazionalità o della “autonomizzazione”, con particolare riferimento alla situazione della Georgia.
Secondo Canfora, Stalin avrebbe operato manipolazioni al testo degli appunti di Lenin del 23 e 24 dicembre 1922. Scrive Canfora: “Secondo queste testimonianze, qualcuno (in assenza di indicazioni da parte di Lenin) suggerì alla Volodičeva, a dettatura appena conclusa – Lenin aveva solo brevi periodi di lucidità -, di recapitare a Stalin il testo del 23 dicembre. Così si ricostruisce il cammino perlomeno di quel foglio: quello, ricordiamo, che concede molto alle richieste di Trockij sul Gosplan. La trascrizione che viene fatta recapitare a Stalin gli giunge mentre sono con lui Bucharin, Ordzonikidze, la Allilueva (moglie di Stalin e operante anch’essa nella segreteria di Lenin). Stalin fa bruciare l”originale’ dopo averne fatto trarre una copia a mano (dalla Allilueva) e le consuete cinque copie a macchina per Lenin. Buranov ha rintracciato la copia manoscritta dalla Allilueva e ha scoperto che lì, nel capoverso sul Gosplan, manca una frase. Sembrava che Lenin avesse scritto: ‘Penso di proporre all’attenzione del Congresso di dare, a certe condizioni, un carattere legislativo alle decisioni del Gosplan, andando incontro, a questo riguardo, al compagno Trockij fino a un certo punto e a certe condizioni‘. Invece nell’esemplare vergato dalla Allilueva rintracciato da Buranov, queste ultime parole, molto limitative, mancano. L’ipotesi di una interpolazione voluta da Stalin col fine di depotenziare il suggerimento di Lenin di ‘andare incontro’ a Trockij sembra la più probabile. Per essere efficace la manipolazione doveva essere fatta subito, prima che nascessero le cinque copie: una delle quali andava depositata nell’archivio personale di Lenin e avrebbe sempre potuto un domani creare serio imbarazzo. Un fenomeno analogo dev’essersi verificato anche nell’appunto dettato da Lenin il giorno dopo (24 dicembre). La prova che consente il raffronto testuale (cioè la copia Allilueva) è sopravvissuta, a quanto pare, solo per il foglio del 23. Ma dalle interviste raccolte Bek sappiamo ormai che anche gli appunti dei giorni subito successivi sono stati prontamente portati a conoscenza di Stalin. Naturalmente la scena descritta (la Volodičeva che, priva di ordini esatti, si reca da Stalin) č densa di implicazioni. Non è irragionevole pensare che Stalin cercasse di controllare il lavoro che Lenin tentava di continuare a svolgere (tra i due c’era crescente dissenso su questioni cruciali come la questione georgiana) e che la Volodičeva fosse un tassello di tale rete di ‘controllo’. Come che sia, i sospetti si concentrano sul capoverso in cui vengono menzionati Zinovev e Kamenev. Eccolo come appare nella prima pubblicazione sovietica ‘ufficiale’ nella versione cioè diffusa dal ‘Kommunist’ (n. 9, 30 giugno 1956) nel quadro della ‘destalinizzazione’ promossa dal XX Congresso del PCUS (febbraio 1956): ‘Non continuerò caratterizzando gli altri membri del Comitato Centrale secondo le loro qualità personali. Ricordo soltanto che l’episodio di Zinovev e Kamenev nell’ottobre, certo, non fu casuale, ma che esso tanto poco, forse, addebitiamo loro la colpa personale quanto il non bolscevismo a Trockij’… L’ambiguità (sic! ndr) è quasi perfetta: la frase finale può (e forse deve) essere presa nel senso che ‘addebitiamo loro quelle colpe meno di quanto invece dovremmo’; oppure può essere sospinta a significare che ‘tanto poco vanno loro addebitate quanto il non bolscevismo a Trockij’, intendendo che effettivamente non meritano di essere addebitate! E infatti, come vedremo, si ebbero subito entrambe le interpretazioni. Ma la domanda principale è: che ci fa, in quel punto, quel capoverso così puntigliosamente retrospettivo, in cui oltre tutto si torna su Trockij, il cui ‘profilo’ era stato già delineato due capoversi prima?…” (La storia falsa, pagg. 40-43)

È evidente che la “manipolazione” del testo di Lenin avrebbe senso solo per occultare o alterare una comunanza di idee ed una sintonia politica tra Lenin e Trotzki, una visione e una linea politica comune tale da giustificare il fatto che “sostanzialmente, Lenin ha ‘designato’, anche se non apertamente, Trockij”. (La storia falsa, pag. 52)

Ed è appunto questo il punto nodale, l’aspetto politico di fondo che inevitabilmente smaschera in modo inoppugnabile quanti così meschinamente hanno attaccato Stalin e l’opera di costruzione del socialismo in Urss condotta da Lenin così strenuamente difesa e portata a compimento da Stalin.

Stalin avrebbe aggiunto le parole “fino a un certo punto ed a certe condizioni” al paragrafo riguardante l’attribuzione di un carattere legislativo alle decisioni del Gosplan allo scopo, afferma Canfora, di “depotenziare il suggerimento di Lenin di andare incontro a Trockij”.

Nel paragrafo in questione Lenin afferma: “Penso poi di sottoporre all’attenzione del congresso la proposta di dare, A CERTE CONDIZIONI (maiuscolo del redattore), un carattere legislativo alle decisioni del Gosplan, andando così incontro, fino a un certo punto e a certe condizioni, al compagno Trotzki”. (Lenin, “Lettera al Congresso”, 23 dicembre 1922, Opere complete, vol. 36, pag. 427).

Come si vede ciò che si imputa a una manipolazione di Stalin è la riaffermazione, la sottolineatura rafforzativa di un concetto già espresso “la proposta di dare, a certe condizioni, un carattere legislativo”. Ma andiamo al nocciolo politico della questione. Negli appunti del 27 dicembre sull’attribuzione di funzioni legislative al Gosplan, Lenin afferma: “Questa idea è stata lanciata dal compagno Trotkzi, mi pare, già da tempo. Io l’ho combattuta, perché trovavo che in tal caso vi sarebbe stata una fondamentale incongruenza nel sistema delle nostre istituzioni legislative. Ma, a considerare la cosa più attentamente, trovo che, in sostanza, qui c’è una buona idea, e cioè: il Gosplan resta un po’ in disparte rispetto alle nostre istituzioni legislative, nonostante che, come insieme di persone competenti, di esperti, di rappresentanti della scienza e della tecnica, esso possieda, in sostanza, il maggior numero di dati per un esatto giudizio dei problemi.

Tuttavia siamo finora partiti dal principio che il Gosplan deve fornire allo Stato un materiale criticamente scelto, e che le istituzioni statali debbono assolvere i compiti statali. Io penso che nella situazione attuale, in cui i compiti statali sono divenuti straordinariamente complessi, in cui capita di dover risolvere letteralmente su due piedi problemi per i quali è necessaria la competenza dei membri del Gosplan, insieme a questioni per le quali tale competenza non è richiesta, e addirittura, risolvere problemi nei quali alcuni punti richiedono la competenza del Gosplan, mentre altri punti non la richiedono, io penso che in questo momento occorra fare un passo verso l’allargamento delle competenze del Gosplan.

Secondo la mia idea, questo passo dovrebbe consistere nel fatto che le decisioni del Gosplan non possano essere respinte secondo la solita procedura sovietica, ma per la loro revisione si debba richiedere una procedura speciale, per esempio che la questione venga esaminata da una sessione del Comitato esecutivo centrale dei soviet, che si prepari il riesame della questione secondo una speciale direttiva, redigendo, sulla base di particolari norme, relazioni scritte per valutare se una determinata decisione del Gosplan debba essere annullata; infine, che si debbano indicare i termini precisi per dare una nuova soluzione al problema posto dal Gosplan. ecc.
A questo riguardo io penso che si possa e si debba andare incontro al compagno Trotzki, ma non nel senso di assegnare la presidenza del Gosplan a una particolare persona scelta tra i nostri capi politici, o al presidente del Consiglio superiore dell’economia nazionale, ecc…

Io penso che a capo del Gosplan debba esserci un uomo da una parte scientificamente preparato, appunto, dal lato tecnico o agronomico, con una grande esperienza, misurabile in molti decenni, di lavoro pratico nel campo della tecnica o dell’agronomia. Io penso che un uomo tale debba possedere non tanto qualità amministrative quanto una larga esperienza e la capacità di guadagnare a sé le persone”. (Lenin, “Sull’attribuzione di funzioni legislative al Gosplan”, 27 dicembre 1922, Opere complete, vol. 36, pagg. 433-434)
E ancora, negli appunti del 28 dicembre: “Il Gosplan, evidentemente, sta diventando da noi, sotto tutti gli aspetti, una commissione di esperti. Alla testa di una tale istituzione non può non esserci una persona di grande esperienza e dotata di una preparazione scientifica multilaterale nel settore della tecnica. La capacità amministrativa dev’essere qui in sostanza ausiliaria. Una certa indipendenza e autonomia del Gosplan è indispensabile dal punto di vista del prestigio di questa istituzione scientifica, ed è sottoposta a un’unica condizione, che è data dalla coscienziosità dei suoi funzionari e dalla loro sincera volontà di attuare il nostro piano di costruzione economia e sociale”. (Lenin, “Sull’attribuzione di funzioni legislative al Gosplan”, 27 dicembre 1922, Opere complete vol. 36, pagg. 435-436).

L’antileninismo di Trotzki

Due aspetti, tra l’altro, vanno messi in rilievo di queste note di Lenin. Il primo riguarda il piano di costruzione economica e sociale.

È questo un aspetto di importanza fondamentale non solo per lo sviluppo socioeconomico dell’Urss, ma per la sua stessa esistenza. Esso riguardava il consolidamento della Nuova politica economica da poco intrapresa per iniziativa di Lenin; la costruzione dello Stato sovietico in una situazione di accerchiamento capitalistico e in una prospettiva non favorevole allo sviluppo della rivoluzione in altri paesi; il rafforzamento del blocco sociale alla base dell’edificazione socialista in Urss, l’alleanza, cioè, tra operai e contadini.

La politica di Lenin e del Partito bolscevico era incentrata sulla realizzazione di questi obiettivi.
Ma, proprio in quel periodo, c’era chi all’interno del Partito si poneva in maniera critica e iniziava a sviluppare una opposizione a questa politica. Questa opposizione si raggruppava proprio intorno a Trotzki e si presentava sotto la bandiera della “dittatura dell’industria”. Era questa, una politica che chiedeva una pianificazione centralizzata in una economia all’epoca ancora dominata da forme non socialiste di produzione e di proprietà; che chiedeva il mantenimento di alti prezzi per i prodotti industriali che avrebbe provocato, era quello il periodo in cui iniziava a manifestarsi nel paese la cosiddetta “crisi delle forbici, uno squilibrio tra città e campagna ed un rallentamento, se non addirittura la paralisi, del processo di meccanizzazione dell’agricoltura indispensabile alla trasformazione dell’economia agricola dalla forma privata a forme socialiste; che chiedeva la chiusura di stabilimenti industriali con attrezzature obsolete e ritenuti a scarsa redditività, tra i quali anche le Officine Putilov e Brjansk.

Questa politica secondo Trotzki e l’opposizione, era l’unica in grado di trasformare in senso socialista il Paese. Paese che, inoltre, poteva rimanere in vita e tale, solo in presenza di una vittoriosa affermazione della rivoluzione proletaria in altri paesi del mondo.

Tutte queste proposte di Trotzki e dell’opposizione vennero ampiamente discusse e decisamente respinte dal XII Congresso del Partito che proseguì il cammino di edificazione sulla via tracciata da Lenin.
Non esisteva affatto dunque, a differenza di quanto si vuol far credere, una visione o una linea comune tra Lenin e Trotzki sul piano di costruzione economica e sociale. Un’ulteriore riprova è il fatto che quando, l’11 aprile 1922, Lenin propose all’Ufficio politico del Partito bolscevico la nomina di Trotzki a vice presidente del Consiglio dei commissari del popolo,
“Trotzki – come afferma il suo adepto Deutscher nella sua biografia – declinò l’incarico in tono categorico e piuttosto sdegnoso”. (I. Deutscher, Il profeta disarmato, Ed. Longanesi, pag. 60).

Perché questo rifiuto? “Trotzki – afferma ancora Deutscher – non si lasciò trasportare dall’eccessiva reazione al comunismo di guerra”. (cit. pag. 66).”

Secondo aspetto: la pericolosità di un approccio “amministrativo” alla soluzione del problema.
“Penso”, sottolinea Lenin tracciando la figura di chi è chiamato a sovrintendere il Gosplan, “che un uomo tale debba possedere non tanto qualità amministrative quanto una larga esperienza e la capacità di guadagnare a sé le persone”. Ed ancora: “La capacità amministrativa dev’essere qui in sostanza ausiliaria”. Non dimentichiamo che negli appunti del 24 dicembre della “Lettera al Congresso”, trattando il profilo di Trotzki, Lenin ne sottolinea la “tendenza eccessiva a considerare il lato puramente amministrativo dei problemi”.È con piena cognizione di causa, dunque, che Lenin dice che sul Gosplan bisogna sì andare incontro a Trotzki, ma fino a un certo punto e a certe condizioni.

Quanto, infine, al “non bolscevismo” di Trotzki è veramente superfluo qui rimarcare, riproponendone uno a uno tutti gli aspetti, un dato di fatto che è al centro e rappresenta il filo conduttore di tutta la sua vita.

Un fatto su tutti. Trotzki aderì al Partito bolscevico nel VI Congresso di questa organizzazione (luglio-agosto 1917), quando già la rivoluzione di febbraio aveva rovesciato lo zar e lo sviluppo inarrestabile del movimento rivoluzionario in Russia faceva intravedere chiaramente il raggiungimento del suo obiettivo: la rivoluzione socialista.
Alla riunione del “miezraiontsy”,( ndr i rionali) il gruppo di Trotzki, che decise l’ingresso dei suoi militanti nel Partito bolscevico, Trotzki svolse un intervento nel quale pronunciò parole nette, precise, non certo dovute al “caso” o all'”enfasi oratoria”. È Lenin stesso, presente a quella riunione, a riportarle: “Non si può pretendere da noi il riconoscimento del bolscevismo. I bolscevichi non si sono sbolscevizzati ed io non posso chiamarmi bolscevico” (Lenin, Miscellanea, vol. IV, pag. 303)

Sono parole chiare, espressioni di un sentimento politico e di una convinzione politica tanto inoppugnabili, quanto inappellabili.
Oggi, come e più di ieri, borghesia e rinnegati del comunismo, spavaldi intonano il “de profundis” per il socialismo di cui, dicono, la storia avrebbe decretato l’inappellabile e definitivo fallimento. Ma, consapevoli che la realtà è ben diversa da come i loro sogni la vorrebbero, sono stati, sono e resteranno sempre atterriti dallo “spettro che si aggira” per il mondo. E dunque, per esorcizzare lo spettro che turba i loro sogni, bisogna continuare a criminalizzare i grandi Maestri del proletariato internazionale, la loro ideologia, le loro teorie e le concrete realizzazioni e, ad infangarne la memoria.

Stalin, proprio perché è stato attraverso la sua opera e la sua direzione politica il costruttore e realizzatore del socialismo in Urss, è stato ed è il più bersagliato da questa disgustosa e calunniosa campagna mistificatoria. Una campagna che vedrà sicuramente altri capitoli, perché non avrà fine finché imperverseranno la borghesia ed il revisionismo in qualunque veste e forma si presentino.

4 febbraio 2009

http://www.pmli.it/falsitacanforatestamentolenin.htm

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