Per approfondimenti consigliamo: Kurt Gossweiler: La (ir)resistibile ascesa al potere di Hitler

 

Il big business affida ad Hitler le redini del potere

 

Dal volume di J. J. Lador-Lederer «Capitalismo mondiale e cartelli tedeschi fra le due guerre» (Einaudi, 1959), stralciamo alcune fra le pagine che documentano gli intimi legami fra il movimento nazista, ai vertici, e l’alta finanza tedesca.

 

Come si può definire la linea politica dei grossi industriali e finanzieri tedeschi, e come si spiega la loro decisione di consegnare a Hitler le redini del potere?

 

Sono state formulate al riguardo due teorie, estremamente significative e d’altronde concordanti: la prima fu presentata nel numero del settembre 1932 delle Deutsche Führerbrieƒe, che passava per l’organo di fiducia del Big Business (1) tedesco. Vi si esponeva la necessità per il Big Business di abbandonare la linea che consisteva nel cercare un appoggio presso la socialdemocrazia, data la perdita di ascendente del partito sulle folle e le divergenze di vedute manifestatesi tra il partito e il Big Business durante la crisi. Si palesava quindi l’opportunità di cercare una diversa soluzione, in quanto

 

«il controllo capitalistico si avvicina allo stato di emergenza nel quale l’unica soluzione è la dittatura militare… L’unica via per evitare questo stadio acuto è di mantenere con altri mezzi la divisione e la sottomissione della classe operaia, visto che il meccanismo precedente si è rivelato inadeguato… Se il nazionalsocialismo riesce a inserire i sindacati in una politica sociale di costrizione, come la socialdemocrazia era riuscita a inserirli in una politica liberale, il nazionalsocialismo verrà ad adempiere una delle funzioni essenziali per il futuro del mondo capitalistico…».

 

La seconda formulazione, ancor più interessante in quanto presentata post factum, fu quella di Gisevius, che, nella prefazione all’edizione americana del suo libro To the Bitter End, scriveva:

 

«Dal 1929 divenne sempre più evidente che i leaders dei nostri partiti di sinistra e del centro erano incapaci di contenere le masse. Sembrava, quindi, ragionevole sperare che la marea potesse essere frenata dalla destra e avviata su vie di evoluzione. In ogni caso il tentativo doveva esser compiuto»

 

Ora, «esorcizzare il diavolo con i poteri di Satana», per servirci di un proverbio tedesco, non poteva essere un espediente attraente neppure per il Big Business tedesco; e ciò spiega perché l’intervento decisivo non abbia avuto luogo che quando, tra il luglio e il novembre 1932, il numero dei voti in favore dei nazisti stava scendendo… (2). Un comprensibile nervosismo si impossessò allora sia del partito nazista che del Big Business. Che non fosse esatta la predizione di Malaparte che Hitler era un dittatore che aveva perduto l’occasione che gli si era presentata? Che il regime del generale Schleicher fosse abbastanza forte da poter provare che la Reichswehr (3) era in condizione di mantenere l’ordine? Che la Reichswehr potesse andare ancor più lontano ed assumere il potere? Che stessero per ricominciare le lotte intestine degli operai contro gli hitleriani?

 

Questi interrogativi erano talmente angosciosi che il Big Business si decise a sacrifici ai quali sino ad allora non era disposto e i nazisti da parte loro erano, ancora dopo il 30 gennaio 1933, talmente inquieti che non esitarono, per assicurarsi il successo alle elezioni del 5 marzo. a dar fuoco al Reichstag e a creare un delitto al solo scopo di inventare un colpevole.

 

Gli ultimi arrivati sulla scena politica tedesca furono i più fedeli adepti del «credo» della violenza e dell’astuzia come mezzi per risolvere sia i problemi sociali sia quelli di politica internazionale. Secondo Kunz, Wehberg, Schücking e Steffens, la guerra sarebbe in fondo una reazione contro l’ingiustizia internazionale; e con questo spirito i tedeschi condussero la lotta contro il Diktat di Versailles. Non fa quindi meraviglia vedere gli economisti accettare la guerra come un fatto normale nelle relazioni economiche e, nel suo colloquio con Fuller, Schacht afferma con disarmante ingenuità che le colonie erano necessarie alla Germania e che, se non fosse stato possibile ottenerle per mezzo di negoziati, i tedeschi «le avrebbero prese». D’altronde, nella lingua tedesca il verbo kriegen (ottenere) deriva da Krieg (guerra).

 

I capitani d’industria fecero dunque tutto quanto era nelle loro possibilità. Misero a disposizione di Hitler l’apparato propagandistico del Konzern Hugenberg (4), e forti quantità di danaro alimentate in maniera particolarmente generosa tra l’altro da Grauert e da Thyssen, il quale sostiene di non avere versato ai fondi del partito nazista «più di un milione di marchi». Tra i trentotto firmatari della petizione presentata nel novembre 1932 a Hindenburg nella quale si chiedeva la nomina di Hitler a cancelliere, troviamo i nomi di Schacht, Thyssen, Krupp, Siemens, Bosch, Springorum, dell’ex cancelliere Cuno, legato al trust HAPAG. dei capi del Norddeutscher Lloyd, e del banchiere von Schröder.

 

Interessanti particolari si possono apprendere leggendo le memorie di Thyssen, che racconta tra l’altro di essere stato incaricato della missione di fare entrare la SA nazista nei quadri degli Elmi d’Acciaio, missione che fallì a causa del rifiuto di Düsterberg, comandante dell’organizzazione. Thyssen fu egualmente incaricato di trattare un prestito estero per l’acquisto della Casa Bruna di Monaco, e anticipò i fondi per ammobiliare un appartamento di rappresentanza per Göring. Ma. più che dal lato decorativo ed emotivo del nazismo, Thyssen era attratto dall’influenza reale che il movimento avrebbe potuto esercitare sulle masse operaie in vista «dell’instaurazione della pace sociale». Egli fu perciò tra i primi a farsi apostolo delle idee di Othmar Spann e dello Stato corporativo fascista, collaborando in questo campo con un certo Klein, segretario dell’IG-Farben per le questioni sociali. Dopo la rottura con Spann, Hitler nominò Thyssen, ancor prima del 30 gennaio, direttore dell’Istituto per la diffusione del corporativismo. Il maggior successo di Thyssen in questo campo fu quello di aver aperto le porte del club degli industriali a Düsseldorf a un conferenziere nazista: mentre Thyssen aveva proposto Gregor Strasser, Hitler decise di parlare lui stesso, e la data del suo discorso, il 27 gennaio 1932, divenne storica.

 

D’altronde, i contatti tra i grossi industriali e Hitler esistevano già da alcuni anni: dal 1930, sull’esempio di Thyssen. altri magnati della siderurgia, come Pönsgen, Vögler, Kirdorf, Blohm e Wintershall si erano messi in rapporto col partito nazista. Ora si trattava di condurre a buon fine l’opera di discredito delle combinazioni governative Brüring. von Papen e von Schleicher; e a tal uopo si fecero riapparire gli spettri dell’inflazione, delle lotte di classe e della politica di Stresemann basata sull’accettazione dell’aiuto straniero.

 

Quando comprese che era giunta l’ora dell’intesa con gli industriali. Hitler sacrificò quelli tra i suoi fedeli, come Gottfried Feder e i fratelli Strasser, le cui idee socialisteggianti apparivano ora pericolose; cercò un accordo con Hugenberg, Seldte e Schacht, e accettò la scelta fatta dal Big Business di un nuovo consigliere economico nella persona di Walter Funk, redattore capo della Berliner Börsenzeitung. Per Hitler, Funk possedeva tutte le qualità per servire da intermediario tra lui e gli industriali, mentre per questi ultimi Funk e Schacht costituivano un’assicurazione contro gli elementi socialisti del partito nazista.

 

A Düsseldorf – continua Thyssen – Hitler incontrò il gruppo degli industriali renani e della Westfalia, sui quali la sua parola fece profonda impressione; larghe contribuzioni da parte dell’industria pesante non tardarono ad affluire nelle casse del partito nazista. I rapporti divennero sempre più cordiali e, nel novembre 1932, Hitler ricevette la visita di due funzionari della IG-Farben, Bütefisch e Gattineau, membri del suo partito, venuti a negoziare un accordo, che aveva come oggetto nominale il petrolio sintetico e come oggetto reale la partecipazione della IG in quell’enorme affare che l’economia di guerra rappresentava per il maggior produttore mondiale di petrolio sintetico. Hitler assicurò ai rappresentanti della IG il suo appoggio per la messa a punto della produzione della benzina sintetica: e mantenne la promessa.

 

L’ambasciatore degli Stati Uniti a Berlino, W. E. Dodd, annotò nei suoi diari diversi particolari sull’attività dei grandi uomini d’affari tedeschi in relazione colla politica nazista e non ci pare privo d’interesse soffermarci su alcune delle annotazioni. Il 25 ottobre 1933 l’ambasciatore osservava che, secondo voci giuntegli attraverso alcuni amici, Thyssen si sarebbe vantato del fatto che erano stati gli industriali tedeschi a indurre il governo a ritirarsi dalla Società delle Nazioni; e, il 30 novembre dello stesso anno, scriveva che una mezza dozzina o più di uomini d’affari, tra cui ancora Thyssen, Gütschov e Diehn, prendevano parte a sedute ufficiose del governo in periodi di crisi. Gli stessi capitani d’industria, secondo informazioni trasmesse all’ambasciatore dal console generale Messersmith, godevano di ampie esenzioni fiscali.

 

1) Dall’inglese, letteralmente: grosso affare; in senso traslato alta finanza, grande capitale industriale e bancario.

 

2) Il 31 luglio 1932, il partito nazionalsocialista ottenne 13.779.000 voti ed ebbe 230 mandati; nel novembre del medesimo anno si registrò una sensibile flessione: i voti scesero a 11.737.000 e i mandati a 196.

 

3) Forze armate dello Stato.

 

4) Hugenberg: esponente dell’alta finanza, consigliere di Hitter per la propaganda, sino a che venne messo da parte da Goebbels.

 

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