da Accademia delle Scienze dell’URSS, Storia universale vol. VIII, Teti Editore, Milano, 1975

 

Capitolo I

 

La rivoluzione d’Ottobre, svolta decisiva nella storia dell’umanità

 

Parte Prima (1 di 3)

 

Il 25 ottobre (7 novembre) 1917 trionfò in Russia la grande Rivoluzione socialista d’Ottobre, che ha aperto una nuova era nella storia universale. Da quel momento il capitalismo ha cessato di essere l’unico e assoluto sistema economico-sociale. In una sesta parte della terra nasceva una nuova società, quella socialista.

 

La grande Rivoluzione socialista d’Ottobre fu il risultato obiettivo di tutto il precedente sviluppo della società umana. Le sue premesse materiali si andarono formando nel periodo del dominio del capitale monopolistico e dell’imperialismo, che Lenin definisce “la vigilia della rivoluzione sociale del proletariato”. (V. I. Lenin: “L’imperialismo, fase suprema del capitalismo”, Opere, vol. 22, pag. 196.). La guerra mondiale accelero a ritmi velocissimi il processo di maturazione della rivoluzione socialista, avviando la crisi generale del capitalismo.

 

La rivoluzione socialista ha vinto per la prima volta in Russia, l’anello più debole del sistema imperialistico mondiale, dove il capitalismo monopolistico conviveva con residui di rapporti feudali, rendendo particolarmente aspri l’oppressione e lo sfruttamento.

 

In Russia, nel corso delle lotte di classe, si era formata una potente forza sociale capace di abbattere il capitalismo, d’instaurare la dittatura del proletariato e di costruire una società socialista. La classe operaia russa, sotto la guida del partito bolscevico, seppe trascinare i contadini poveri con sé, nella lotta vittoriosa per la liberazione dal giogo sociale e nazionale e per la costruzione di una società comunista.

 

La classe operaia dei paesi capitalisti più sviluppati, egemonizzata dalla socialdemocrazia, sembrava lontana dal prendere iniziative rivoluzionarie.

Ma la Rivoluzione d’Ottobre, rivoluzione a carattere internazionale ancora prima che nazionale, avrebbe ben presto dato l’esempio al proletariato degli altri paesi che, traducendone gli insegnamenti nell’esperienza nazionale, avrebbero dato il loro contributo alla rivoluzione mondiale e alla difesa del primo Stato socialista.

 

La Russia alla vigilia della rivoluzione socialista

 

LA CRISI NAZIONALE GENERALE

 

La rivoluzione democratico-borghese del febbraio 1917, che aveva abbattuto l’autocrazia, rese possibile il passaggio della Russia alla rivoluzione socialista. Le crisi politiche di aprile, giugno, luglio e il tentativo sedizioso di Kornilov furono gli avvenimenti più importanti del periodo che va dal febbraio all’ottobre e costituirono le tappe della crisi generale del paese. La rivoluzione si andava sviluppando impetuosamente. Il partito bolscevico, con a capo Lenin, agì come suo portabandiera.

 

Nel corso della lotta i bolscevichi unirono le più larghe masse, formarono l’esercito politico della rivoluzione, rafforzarono l’unità della classe operaia con i contadini poveri: forza sociale determinante nella lotta per la vittoria della rivoluzione socialista. In Russia il processo di trasformazione della rivoluzione democratico-borghese in rivoluzione socialista ebbe, nel corso del suo sviluppo, due periodi fondamentali: fino alla crisi di luglio il partito bolscevico sostenne il corso dello sviluppo pacifico della rivoluzione; poi si preparò ad abbattere il potere della borghesia e dei proprietari fondiari per mezzo dell’insurrezione armata.

 

Lo sviluppo pacifico della rivoluzione fu interrotto a causa del tradimento degli opportunisti, menscevichi e socialrivoluzionari, che consegnarono volontariamente il potere alla borghesia imperialista e si macchiarono nel luglio del 1917 del sangue di operai e soldati. Il VI congresso del Partito Operaio Socialdemocratico Russo (Bolscevico) orientò il partito verso la preparazione dell’insurrezione armata e chiamò le masse a prepararsi a impadronirsi del potere statale “per utilizzarlo a fini di pace e per la riorganizzazione socialista della società”. Le contraddizioni politiche ed economico-sociali, che si erano via via approfondite nel paese, accelerarono il processo di maturazione della crisi rivoluzionaria. Le masse popolari russe, con la classe operaia alla testa. furono portate, da tutto il corso dello sviluppo sociale, nell’ottobre 1917, alla rivoluzione socialista come unico mezzo di salvezza da una catastrofe nazionale e di liberazione dei lavoratori dall’oppressione sociale e nazionale.

 

Il governo provvisorio non aveva soddisfatto nessuna delle rivendicazioni popolari; non aveva dato al popolo né la pace, né la terra, né il parte. Nella sua politica economica esso era guidato dagli interessi del capitale monopolistico. I profitti delle banche, soprattutto della Banca Internazionale Riunita di Pietrogrado, della Banca di Sconto e della Banca Commerciale di Mosca. raggiunsero livelli favolosi. Uguali guadagni si dividevano i grossi monopoli, come il “Prodamet” e altri. Il governo provvisorio, aderendo alle loro richieste, concedeva sussidi finanziari e sanzionava docilmente l’aumento continuo dei prezzi dell’oro. Il potere borghese, d’altra parte, nulla faceva per combattere lo sfacelo in cui versava l’economia del paese e per migliorare le condizioni di vita delle masse lavoratrici.

 

L’industria versava in condizioni catastrofiche. La sua produzione globale, rispetto al 1916, era diminuita di quasi la metà. Dal marzo all’agosto 1917 cessarono la loro attività, per cause diverse, 568 imprese, molte delle quali a causa di serrate, adottate come rappresaglia contro gli operai rivoluzionari. Negli Urali chiusero sino al 50% delle imprese, né diversa era la situazione nel Donbass e in alcuni altri centri industriali del paese.

 

Il governo provvisorio incoraggiava il sabotaggio degli imprenditori. Nel settembre 1917 fu deciso di chiudere altre imprese a Charkov e nel bacino del Donez, e nell’ottobre a Mosca. Gli organi governativi definivano demagogicamente questa politica economica come “regolamentazione della produzione”, ma, in effetti, concedevano piena libertà d’azione ai capitalisti. In tal modo però si minacciava una completa bancarotta finanziaria nel paese. L’emissione di cartamoneta e l’apertura di nuovi prestiti dovevano rappresentare le fonti di copertura per le spese militari, continuamente crescenti. Dal 1° luglio 1914 al marzo 1917 la circolazione di cartamoneta salì da 1.600 a 9.500 milioni di rubli; in novembre toccava i 22 miliardi 400 milioni. L’indebitamento statale raggiungeva la colossale cifra di 50 miliardi di rubli, dei quali circa 16 erano per debiti contratti all’estero.

 

Cresceva costantemente la dipendenza economica della Russia nei confronti delle potenze imperialistiche dell’Occidente, che avevano trasformato il governo provvisorio in un loro servile commesso. La conferenza dei “circoli d’affari”, tenutasi nell’estate 1917 presso il Ministero del Commercio e dell’Industria, prese la decisione di dare in concessione al capitale americano le miniere di minerali ferrosi degli Urali, il bacino carbonifero di Mosca. le miniere aurifere degli Altai, il petrolio e il carbone dell’isola di Sahalin e le miniere di rame del Caucaso. Le condizioni di concessione erano, per la Russia, semplicemente catastrofiche. Approvando questa decisione, il presidente della conferenza speciale per la difesa, P. Palcinskij, ebbe a dire che l’attrazione di capitale americano era per la Russia “questione di saggezza statale e di necessità”.

 

La guerra, lo sfacelo economico e la fame si abbattevano con tutta la loro gravità sui lavoratori e in primo luogo sulla classe operaia. Il salario reale degli operai era sceso nel 1917 al 57,4% rispetto al 1913. I principali generi alimentari, durante gli anni della guerra, erano rincarati a Mosca di 9,5 volte e i generi di largo consumo di ben 12 volte.

 

La continuazione della guerra imperialistica e l’attività antipopolare del governo provvisorio accrebbero l’odio dei lavoratori. Verso l’autunno del 1917 la crisi del paese investì tutte le sfere dei rapporti economici e politici e trovò la sua espressione prima di tutto nello sviluppo dell’attività rivoluzionaria creativa delle masse popolari, che si rifiutavano di vivere alla vecchia maniera e decisamente rivendicavano trasformazioni rivoluzionarie del regime sociale.

 

Lo sviluppo della rivoluzione unì le masse popolari sempre più strettamente attorno al partito bolscevico, guidato da Lenin. Esso accrebbe la sua influenza nei sindacati, nei comitati di fabbrica e nelle altre organizzazioni della classe operaia. I sindacati organizzavano oltre 2 milioni di operai e impiegati. I comitati di fabbrica, nell’autunno del 1917, sulla base di dati non completi, erano presenti in 34 grandi città. Nelle loro elezioni, che si tennero in ottobre, i bolscevichi ottennero una grande vittoria. Nel comitato di fabbrica della officina di tubi di Pietrogrado, per esempio, i bolscevichi conquistarono 23 seggi su 33.

 

Il movimento degli scioperi acquistava un chiaro e manifesto carattere politico, con parole d’ordine bolsceviche. Lo sciopero dei tipografi, iniziatosi nella prima metà di settembre, si diffuse presto in tutto il paese. Nello stesso tempo lo sciopero generale dei ferrovieri costrinse il governo a fare alcune concessioni. Lo sciopero degli addetti all’industria del petrolio di Baku si concluse con una grande vittoria degli operai, che costrinsero gli imprenditori a sottoscrivere un contratto collettivo di lavoro. Dappertutto gli operai lottavano contro i tentativi della borghesia di fermare il lavoro delle fabbriche e ponevano con forza il problema del controllo sulla produzione e sulla distribuzione. Centomila persone parteciparono allo sciopero di protesta contro le serrate in massa negli Urali.

 

Gli scioperi erano accompagnati dalla instaurazione del controllo operaio in molte fabbriche degli Urali, di Pietrogrado, di Mosca, del Donbass, di Charkov, di Nižnij Novgorod. della regione tessile di Ivanovo-Kinešima eccetera. Il movimento operaio nel suo sviluppo approdò alla instaurazione della dittatura del proletariato nella forma dei soviet.

 

La classe operaia riuscì a conquistare alla sua causa la gran massa dei contadini poveri, i quali si convinsero, sulla base dell’esperienza, della necessità di allearsi al proletariato, perché i partiti dominanti dei cadetti, dei menscevichi e dei socialrivoluzionari non volevano risolvere la questione della terra nell’interesse del popolo. Una potente ondata di manifestazioni contadine investì, nell’autunno 1917, il 91,2% di tutti i distretti della Russia. In base a dati ufficiali governativi, nel maggio si ebbero 152 casi di occupazione delle terre e delle tenute dei proprietari fondiari, 440 in agosto e 958 in settembre. Dato che i contadini rappresentavano la stragrande maggioranza della popolazione attiva, questo manifestazioni erano il sintomo più evidente della crisi generale che investiva il paese.

 

Il rafforzamento dell’influenza dei bolscevichi nell’esercito concorse enormemente al successo dell’imminente rivoluzione socialista. Particolarmente forte era l’influenza bolscevica nelle guarnigioni dei grossi centri industriali, tra i marinai della flotta del Baltico e i soldati dei fronti settentrionale e occidentale. Lo spirito rivoluzionario crebbe rapidamente anche tra i soldati degli altri fronti. Il 1° (14) ottobre 1917 il giornale “Soldat” scriveva: “L’appello ‘Tutto il potere ai soviet!’ si diffonde irresistibilmente per tutto il fronte, dall’estremo sud all’estremo nord; non vi è quasi nessuna rivoluzione che non lo riporti”.

 

In questo periodo si modificò anche il carattere del movimento di liberazione nazionale. Le masse popolari delle nazioni oppresse si raggruppavano sempre più attivamente attorno alla bandiera internazionalista della classe operaia. E poiché più della metà della popolazione della Russia era composta dai popoli oppressi delle diverse nazionalità, il fatto acquistava un’importanza eccezionale.

 

Il processo di penetrazione dello spirito rivoluzionario nelle masse popolari trovò la sua chiara espressione nella bolscevizzazione dei soviet. Gli operai delle fabbriche e delle officine sostituivano i delegati socialrivoluzionari e menscevichi con delegati bolscevichi: avvenne così, per esempio, a Pietrogrado, in nove grosse fabbriche dei rioni Moskovskij e Narvskij, al cantiere navale dell’Ammiragliato, alle officine Skorochod ecc. Seguendo l’esempio delle risoluzioni prese dai soviet di Pietrogrado e di Mosca sul passaggio del potere ai soviet, in settembre centinaia di consigli locali si dichiararono per il passaggio di tutto il potere nelle mani degli operai e dei contadini.

 

La crisi era ormai manifesta anche nel campo della controrivoluzione borghese-latifondista, in preda alla confusione e alla discordia. La coalizione governativa dei partiti borghesi e opportunisti dimostrava chiaramente il suo carattere antipopolare. Il presidente del Consiglio dei ministri del governo provvisorio, A. F. Kerenskij, che dopo la repressione della rivolta di Kornilov occupava anche la carica di comandante supremo, si smascherò agli occhi del popolo come difensore della borghesia russa e straniera, come meschino, presuntuoso aspirante ad avventure di tipo bonapartista.

 

Anche altri membri del governo di coalizione, e con essi i ministri socialisti V. M. Černov e M. I. Skobelev, si rivelarono difensori aperti della borghesia imperialista. Nei partiti menscevico e social-rivoluzionario aumentò il dissenso e si rafforzarono nuclei di opposizione alla politica dei gruppi dirigenti. I socialrivoluzionari di sinistra, sotto la pressione delle masse rivoluzionarie contadine, formarono una organizzazione autonoma. Tra i menscevichi si formò il gruppo di opposizione degli internazionalisti.

 

Anche la situazione internazionale favorì il successo della lotta della classe operaia russa per la rivoluzione socialista. La guerra mondiale divideva e indeboliva le maggiori potenze imperialiste. Fra le masse popolari dei paesi in guerra: in Germania, in Austria-Ungheria, in Francia, in Italia, nei Balcani si rafforzava lo spirito pacifista. In alcuni di questi paesi, sotto l’influenza degli avvenimenti rivoluzionari russi, andava maturando una situazione rivoluzionaria. S’allargava il movimento di liberazione nazionale nei paesi coloniali e semicoloniali. Nel settembre 1917, sulla base di una profonda analisi della situazione interna e internazionale, Lenin rilevò la presenza di una crisi nazionale generale: “La crisi è matura”. (V. I. Lenin: “La crisi è matura”, Opere, vol. 26 pag. 69.)

 

In risposta alla generale indignazione, il governo Kerenskij prese misure per sbarrare il passo all’avanzata rivoluzionaria. Concentrò nella capitale i reparti cosacchi per sostituire la guarnigione rivoluzionaria di Pietrogrado e varò una riorganizzazione dell’esercito per isolare i reggimenti che simpatizzavano per i bolscevichi. Il comando supremo e il governo preparavano un nuovo complotto controrivoluzionario di tipo kornilovista.

 

I socialrivoluzionari e i menscevichi cercarono di contrapporre ai soviet, nei quali avevano perso la maggioranza, la cosiddetta “Conferenza democratica” e il “Consiglio provvisorio della repubblica” (il pre-Parlamento). Gli atti demagogici del governo Kerenskij (la proclamazione della repubblica, lo scioglimento della IV Duma) avevano lo scopo di mascherare il complotto controrivoluzionario: il governo era intenzionato a cedere Pietrogrado ai tedeschi per avere l’opportunità d’infliggere una sconfitta al movimento rivoluzionario. I controrivoluzionari aprirono contro i bolscevichi una nuova campagna di menzogne e di insinuazioni. La potente ascesa rivoluzionaria delle masse popolari da una parte e la contemporanea offensiva delle forze controrivoluzionarie dall’altra obbligarono il partito bolscevico, in vista della salvezza del popolo e del paese, ad accelerare al massimo la preparazione dell’insurrezione armata.

 

LA PREPARAZIONE DELL’INSURREZIONE ARMATA

 

Lenin, dopo i fatti di luglio a Pietrogrado, si trovava nella più completa clandestinità per sfuggire alle persecuzioni del governo provvisorio. Egli visse in tali condizioni in Finlandia nel settembre del 1917. Nelle sue lettere indirizzate al Comitato Centrale e ai comitati di partito di Pietrogrado e di Mosca, ai membri bolscevichi dei soviet di Pietrogrado e di Mosca, alla conferenza cittadina di Pietrogrado, ai partecipanti del congresso regionale dei soviet della regione settentrionale, Lenin svolse una completa argomentazione sulla necessità storica dell’insurrezione armata e dimostrò che essa era dettata tanto dalle condizioni interne quanto da quelle internazionali, che portavano allo sviluppo della rivoluzione russa.

 

Il passaggio del potere al proletariato, capeggiato dal partito bolscevico, corrispondeva agli interessi vitali dei popoli della Russia e di tutta l’umanità progressiva. “I bolscevichi possono e debbono prendere il potere”, questa era la conclusione sulla quale insisteva Lenin. Nella lettera del 13-14 (26-27) settembre al Comitato Centrale del partito bolscevico, “Il marxismo e l’insurrezione” egli scriveva: “Per riuscire, l’insurrezione deve fondarsi non su di un complotto, non su di un partito, ma sulla classe d’avanguardia. Questo in primo luogo. L’insurrezione deve fondarsi sullo slancio rivoluzionario del popolo. Questo in secondo luogo. L’insurrezione deve saper cogliere quel punto critico nella storia della rivoluzione in ascesa, che è il momento in cui l’attività delle schiere più avanzate del popolo è massima e più forti sono le esitazioni nelle file dei nemici e nelle file degli amici deboli, equivoci e indecisi della rivoluzione. Questo in terzo luogo”. (V. I. Lenin: “Il marxismo e l’insurrezione”, Opere, vol. 26, pagg. 12-13.)

 

Tutte queste condizioni erano allora presenti in Russia. “Dalla nostra parte – scrive ancora Lenin – è la maggioranza della classe che è l’avanguardia della rivoluzione, l’avanguardia del popolo, capace di trascinare le masse. Dalla nostra parte è la maggioranza del popolo… La nostra vittoria è certa…”. (V. I. Lenin: “Il marxismo e l’insurrezione”, Opere, vol. 26, pag. 14.). Lenin riteneva particolarmente importante per la vittoria dell’insurrezione avere nel momento decisivo e nei punti decisivi un rapporto di forze nettamente favorevole. Ciò riguardava in primo luogo Pietrogrado e Mosca, i vicini fronti settentrionale e occidentale, la flotta del Baltico.

 

Nella lettera “Il marxismo e l’insurrezione” vengono pure indicate proposte concrete sulle misure per preparare l’insurrezione: la necessità di organizzare uno Stato Maggiore dell’insurrezione, di mobilitare la Guardia Rossa e la guarnigione rivoluzionaria della capitale, di prepararsi a occupare i più importanti punti della città: il telefono, il telegrafo, le stazioni, gli edifici governativi, di arrestare nei giorno e nell’ora stabiliti il governo e i membri del Quartier generale militare.

 

Nelle lettere al Comitato Centrale V. I. Lenin avvertiva che prolungando la preparazione dell’’insurrezione si rischiava di compromettere l’esito della rivoluzione stessa e che “ogni ritardo equivale[va] alla morte”. (V. I. Lenin: “Lettera ai compagni bolscevichi, delegati alla conferenza ragionale dei soviet del nord”, Opere, vol. 26, pag. 168.). Il 7 (20) ottobre Lenin ritornò dalla Finlandia illegalmente a Pietrogrado. Il giorno seguente scrisse l’articolo “Consigli di un assente”, nei quale indicava nuovamente le tesi fondamentali della dottrina marxista sull’insurrezione armata:

 

“1) Non giocare mai con l’insurrezione, ma, quando la si inizia, saper fermamente che bisogna andare sino in fondo.

2) È necessario raccogliere nel punto decisivo, nel momento decisivo, forze molto superiori a quelle dell’avversario, perché altrimenti questo, meglio preparato e meglio organizzato, annienterà gli insorti.

3) Una volta iniziata l’insurrezione, bisogna agire con la più grande decisione e passare assolutamente, a qualunque costo, all’offensiva: la difensiva è la morte della insurrezione armata.

4) Bisogna sforzarsi di prendere il nemico alla sprovvista, di cogliere il momento in cui le sue truppe sono disperse.

5) Bisogna riportare ogni giorno (si potrebbe dire anche ‘ ogni ora ’ se si tratta di una solo città) dei successi, sia pure di poca entità, conservando ad ogni costo la ‘ superiorità morale ’” (V. I. Lenin: “Consigli di un assente”, Opere, vol. 26, pag. 166.)

 

Il 10 (23) ottobre si tenne una riunione del Comitato Centrale del partito. Presentando un rapporto sulla situazione del momento, Lenin indicò che le condizioni politiche per una vittoriosa insurrezione armata erano pienamente maturate e rilevò la necessità di dedicare particolare attenzione al lato tecnico-militare della questione, alla scelta del momento per assestare al nemico il colpo decisivo.

 

Il Comitato Centrale adottò la risoluzione proposta da Lenin, nella quale era contenuta una analisi della situazione interna e internazionale e venivano precisati i compiti del partito nella lotta per la vittoria della rivoluzione socialista.

 

“Il Comitato Centrale – si diceva nella risoluzione – riconosce che tanto la situazione internazionale della rivoluzione russa (l’ammutinamento della flotta in Germania, come più alta manifestazione dello sviluppo, in tutta Europa, della rivoluzione socialista mondiale, nonché la minaccia di una pace separata da parte degli imperialisti allo scopo di soffocare la rivoluzione in Russia), quanto la situazione militare (l’incontestabile decisione della borghesia russa e di Kerenskij e consorti di consegnare Pietrogrado ai tedeschi), come pure la conquista della maggioranza nei soviet da parte del partito proletario – connesso tutto ciò con l’insurrezione contadina e con l’orientamento della fiducia del popolo verso il partito bolscevico (elezioni a Mosca), e infine l’evidente preparazione di una seconda avventura alla ‘Kornilov’ (allontanamento delle truppe da Pietrogrado, invio di cosacchi a Pietrogrado, accerchiamento di Minsk da parte dei cosacchi eccetera) mettono all’ordine del giorno l’insurrezione armata. Riconoscendo in tal modo che l’insurrezione armata è inevitabile e completamente matura, il Comitato Centrale invita tutte le organizzazioni del partito a orientarsi sulla base di questa constatazione e a discutere e risolvere da questo punto di vista tutte le questioni pratiche” (V. I. LENIN: “Risoluzione approvata dal Comitato Centrale del POSDR nella seduta del 10 (23) ottobre 1917”, Opere, vol. 26. pag. 176.)

 

Contro la risoluzione leninista si schierarono solamente Kamenev e Zinov’ev. In sostanza, nei loro interventi essi approdavano alle posizioni mensceviche di difesa della repubblica borghese. Era un tradimento della rivoluzione. La loro posizione capitolarda rappresentava la diretta conseguenza di tutti i loro ondeggiamenti opportunistici. Il Comitato Centrale con 10 voti contro 2 adottò la risoluzione proposta da Lenin, che divenne la direttiva del partito per preparare senza indugi l’insurrezione armata.

 

In concordanza con la decisione del Comitato Centrale del partito bolscevico, fu creato presso il soviet di Pietrogrado il Comitato militare rivoluzionario, organismo di lotta e centro legale di preparazione e direzione dell’insurrezione. Come aveva indicato Lenin in una lettera a N. I. Podvojskij, V. A. Antonov-Ovseenko, V. I. Nevskij, il Comitato militare rivoluzionario doveva diventare l’organismo, al di fuori del partito e con pieni poteri, dell’insurrezione, “legato con gli strati più larghi degli operai e dei soldati… Il punto essenziale era la vittoria della insurrezione e questo era l’unico obiettivo del Comitato militare rivoluzionario”. (Pubblicata in “Kommunist”, gennaio 1957, n. 1, pagina 37.). Esso fu composto da rappresentanti del Comitato Centrale e del comitato di Pietrogrado del partito bolscevico, della organizzazione militare presso il Comitato Centrale del partito, del presidium del Comitato Esecutivo e della sezione soldati del soviet di Pietrogrado, del comitato regionale finlandese dei soviet, dei sindacati, dei comitati di fabbrica, delle unioni sindacali dei ferrovieri e dei postelegrafonici e di altre organizzazioni.

 

Tutta l’attività del Comitato militare rivoluzionario era diretta dal Comitato Centrale, con alla testa Lenin. Tra i suoi membri vi erano, fra altri. A. S. Bubnov, F. E. Dzeržinskij, J. M. Sverdlov, J. V. Stalin, M. S. Urickij del Comitato Centrale del partito bolscevico; G. I. Bokij e M. J. Lacis del comitato di Pietrogrado; V. A. Antonov-Ovseenko, K. S. Eremeev, N. V. Krylenko, K. A. Mechonošin, V. I. Nevskij, N. I. Podvojskij, A. D. Sadovskij, G. I. Čudnovskij della organizzazione militare; P. E. Dybenko del centro del Baltico; I. P. Flerovskij del soviet di Kronstadt; P. E. Lazimir per i social-rivoluzionari di sinistra.

 

Sull’esempio del Comitato militare rivoluzionario di Pietrogrado altri ne sorsero in diversi centri. Essi si appoggiavano sui soviet nelle retrovie e sui comitati dei soldati al fronte, sulle guarnigioni rivoluzionarie e sulla Guardia Rossa. Gli operai di Pietrogrado e di altre città si dedicavano con entusiasmo all’istruzione militare nelle file della Guardia Rossa. Al momento dell’insurrezione la Guardia Rossa aveva preparato più di 20 mila operai armati a Pietrogrado, 12 mila a Mosca, 5 mila a Kiev, 3.500 a Charkov, 2.600 a Saratov, più di mille a Nižnij Novgorod; complessivamente in 62 città dell’intero paese (sulla base di dati incompleti) si contavano al3’incirca 200 mila membri della Guardia Rossa. Questo esercito armato della classe operaia aveva alla base la volontà e l’appoggio di tutto il popolo lavoratore, che dava ai rivoluzionari una forza insuperabile.

 

La linea del Comitato Centrale di portare avanti l’insurrezione armata, riscosse il consenso di tutto il partito: l’11 (24) ottobre la III conferenza cittadina dei bolscevichi di Pietrogrado, che rappresentava 50 mila membri del partito, approvò la risoluzione leninista sull’insurrezione. Negli stessi giorni una identica decisione venne presa dalla conferenza di partito di Mosca e dal comitato regionale bolscevico moscovita che dirigeva il partito in 13 province della Russia centrale. Tutte le conferenze di partito che si svolsero nel mese di ottobre posero all’ordine del giorno la preparazione e la mobilitazione di tutte le forze e di tutti i mezzi nella lotta per la rivoluzione socialista. Oltre alla piena approvazione della decisione del Comitato Centrale sulla insurrezione armata, tutte le risoluzioni parlavano della decisa volontà di tutti i comunisti di giungere alla vittoria della rivoluzione socialista.

 

Così, per esempio, nella risoluzione della conferenza straordinaria di partito della Lettonia si diceva: “La conferenza ritiene che è giunto il momento dell’ultima, decisiva battaglia, il momento in cui si decide il destino non solo della rivoluzione russa, ma della rivoluzione mondiale… Preparandosi alle imminenti battaglie, il proletariato della Lettonia si pone il compito di mantenere una stretta unità con gli operai rivoluzionari di Pietrogrado e di Mosca e di sostenere con ogni forza e con ogni mezzo la lotta del proletariato russo nella conquista del potere statale”.

 

I bolscevichi lettoni assicurarono il Comitato Centrale che i reggimenti lettoni erano pronti a intervenire assieme al proletariato e alla guarnigione di Pietrogrado nella lotta per il potere dei soviet. In tutto il paese, contemporaneamente alle conferenze di partito, ebbero luogo i congressi dei soviet locali, nei quali vennero eletti i delegati al II congresso panrusso dei soviet dei deputati degli operai e dei soldati. I congressi dimostrarono che i bolscevichi avevano ottenuto successi decisivi nella lotta per la conquista delle masse. Nella maggioranza dei casi ai delegati al congresso panrusso veniva affidato il mandato di esigere il passaggio di tutto il potere ai soviet.

 

In un clima di crescente ardore rivoluzionario, il 16 (29) ottobre si tenne una seduta allargata del Comitato Centrale del partite bolscevico. A questa riunione, oltre ai membri del Comitato Centrale, parteciparono i rappresentanti del comitato di Pietrogrado, della organizzazione militare, del soviet di Pietrogrado, dei sindacati e dei comitati di fabbrica. Lenin presentò un rapporto sulla situazione politica del paese. Rendendo pubblica la risoluzione del Comitato Centrale del 10 (23) ottobre, egli dichiaro: “La situazione è chiara: o la dittatura kornilovista o la dittatura del proletariato con gli strati poveri dei contadini… Dall’analisi politica della lotta di classe in Russia e in Europa deriva la necessità di una politica estremamente decisa e attiva, che può essere soltanto l’insurrezione armata”. (V. I. Lenin: “Seduta del Comitato Centrale del POSDR del 16 (29) ottobre 1917”, Opere. vol. 26, pagg. 177-178.)

 

J. M. Sverdlov informò sulla preparazione della insurrezione nei vari centri. Egli rilevò il notevole aumento numerico del partito, che contava in quel periodo non meno di 400 mila iscritti, la sue vasta influenza nelle città, nelle campagne, nell’esercito e nella flotta. I rappresentanti del comitato di Pietrogrado, dell’organizzazione militare e delle organizzazioni operaie dichiararono che gli operai e i soldati della guarnigione appoggiavano i bolscevichi. Il membro del Comitato militare rivoluzionario e della organizzazione militare N. V. Krylenko comunicò, nel suo intervento, che i “reggimenti sono tutti con noi, senza eccezioni”.

 

Tutto ciò veniva a confermare pienamente la conclusione di Lenin che le condizioni per una insurrezione vittoriosa erano mature. Kamenev e Zinov’ev intervennero mantenendosi sulle loro posizioni opportunistiche, ma ricevettero una decisa risposta. Stalin, Sverdlov, Kalinin, Dzeržinskij e altri sostennero che si doveva passare all’insurrezione.

 

La seduta allargata del Comitato Centrale approvò la risoluzione di Lenin che diceva: “L’assemblea approva pienamente e sostiene completamente la risoluzione del Comitato Centrale, invita tutte le organizzazioni, tutti gli operai e i soldati a preparare in tutti gli aspetti e con tutte le forze l’insurrezione armata, ad appoggiare il centro creato a questo fine dal Comitato Centrale, ed esprime la piena fiducia che il Comitato Centrale e il soviet indicheranno tempestivamente il momento favorevole e i metodi più opportuni per l’offensiva”. (V. I. Lenin: “Seduta del Comitato Centrale del POSDR del 16 (29) ottobre 1917”, Opere. vol. 26, pag. 179.)

 

Il Comitato Centrale organizzò un centro militare rivoluzionario così composto: Bubnov, Dzeržinskij, Sverdlov, Stalin e Urickij. Questo centro di partito fu incorporato nel Comitato militare rivoluzionario del soviet di Pietrogrado e ne divenne il nucleo dirigente. Sconfitti nel Comitato Centrale, Kamenev e Zinov’ev compirono un inaudito tradimento. Il 18 (31) ottobre il giornale menscevico “Novaja Zizn” pubblicò un’intervista a Kamenev nella quale egli, a nome suo e di Zinov’ev, dichiarava di non concordare con la risoluzione del Comitato Centrale sulla insurrezione armata, svelando in tal modo ai nemici della rivoluzione la decisione segreta di preparare la insurrezione nei giorni seguenti.

 

Lenin, profondamente indignato, definì il gesto di Kamenev e Zinov’ev “scandaloso crumiraggio”. Il Comitato Centrale, nella seduta del 20 ottobre (2 novembre), dopo aver preso in esame una lettera di Lenin su questa questione, condannò il tradimento di Kamenev e Zinov’ev e pretese che i due cessassero la loro attività disorganizzatrice, imponendo loro di non fare dichiarazioni contro le decisioni del Comitato Centrale e la linea di lavoro da esso stabilita.

 

Lenin diresse personalmente tutta la preparazione della rivoluzione proletaria. “Interamente, senza risparmio – ricorderà in seguito la Krupskaja – Lenin visse questo ultimo mese con il pensiero all’insurrezione, pensava solo a questo trasmettendo ai compagni questo suo spirito, questa sua ferma fiducia”. Egli dava le direttive ai membri del Comitato militare rivoluzionario, precisandone il piano di azione; controllava se tutto era stato fatto per garantire ll successo dell’insurrezione. Come racconta nelle sue memorie il presidente del Comitato militare rivoluzionario N. I. Podvojskij, Lenin sottolineava che “…l’insurrezione è la forma di lotta più acuta; è una grande arte… I dirigenti che non conoscono la tattica della battaglia di strada perderanno l’insurrezione!”. In una lettera a Sverdlov, egli scriveva: “Attaccate con tutte le forze e vinceremo in pochi giorni”.

 

Il Comitato Centrale del partito bolscevico inviava propri rappresentanti in tutto il paese, aiutava con consigli e indicazioni i sindacati, i comitati di fabbrica e le organizzazioni militari rivoluzionarie.

 

Sottovalutandone la forza, la controrivoluzione borghese-latifondista guidata da Kerenskij e da altri esponenti del governo provvisorio sperava di potere ancora prevenire l’insurrezione e di distruggere il Comitato Centrale, centro dirigente della rivoluzione. Quando uno dei dirigenti del partito dei cadetti, V. D. Nabokov, espresse a Kerenskij il dubbio che il governo non potesse aver ragione dei bolscevichi, questi replicò: “Ho più forze di quel che non mi occorra; i bolscevichi saranno schiacciati definitivamente”.

 

Tuttavia, alcuni ministri avevano già incominciato a capire che la situazione era disperata. Il 17 (30) ottobre, in una riunione segreta del governo provvisorio, vennero discusse le misure di lotta contro i bolscevichi. La maggioranza dei membri del governo chiedeva azioni decise, ma il ministro della difesa, generale Verchovskij, disse: “Intervenire decisamente non è possibile. Il piano c’è, ma occorre aspettare che sia l’altra parse ad attaccare. I bolscevichi sono nel soviet dei deputati operai e le forze per sciogliere il soviet non ci sono. Io non posso offrire al governo provvisorio una forza effettiva e perciò rassegno le mie dimissioni”. L’intervento del ministro della difesa era una nuova testimonianza della crisi che travagliava i “vertici”.

 

Il governo provvisorio, allo scopo di sconfiggere la rivoluzione, ammassò nella capitale truppe controrivoluzionarie. Al Quartier generale, che si trovava a Mogilëv, fu inviato l’ordine di accelerare l’invio di unità dal fronte. I reggimenti cosacchi, che erano di stanza a Pietrogrado, furono messi in stato d’allarme. Per la difesa del palazzo d’Inverno, sede del governo, vennero fatti affluire gli junkers con cinque autoblinde; nella piazza antistante il palazzo furono installati cannoni e mitragliatrici; venne pure rafforzata la difesa degli altri edifici governativi. Il comando del distretto militare di Pietrogrado ordinò di rafforzare il servizio di pattuglia in città e di arrestare coloro che si fossero presentati nelle caserme con l’appello all’insurrezione.

 

Informato dei preparativi del governo, il giornale “Den” scriveva il 17 (30) ottobre: “I preparativi del governo provvisorio contro una possibile azione dei bolscevichi procedono assai energicamente. Il vice-presidente A. I. Konovalov è in continuo contatto telefonico con il comandante del distretto e con le altre persone incaricate della lotta contro un’azione bolscevica… Konovalov ha dichiarato che il governo dispone di un numero sufficiente di forze organizzate per schiacciare un’eventuale azione…”. Il giornale, che presentava queste notizie con ingiustificato ottimismo, concludeva però riconoscendo che l’imminente azione dei bolscevichi era attesa dal governo con grande preoccupazione.

 

I rappresentanti americani, inglesi e francesi sollecitavano il governo provvisorio a rafforzare la repressione contro i rivoluzionari. In una speciale riunione dei rappresentanti delle missioni militari dei paesi dell’Intesa, che ebbe luogo il 20 ottobre (2 novembre) presso la sede della Croce Rossa americana, il generale inglese Knox invitò il governo provvisorio a “sparare sui bolscevichi”. Essi rimpiangevano il fallimento del putsch di Kornilov e suggerivano di tentarne uno simile,

 

Ma nessuna misura del governo provvisorio poteva ormai salvare il potere borghese. Il rapporto delle forze di classe nel paese, nell’ottobre 1917, era definitivamente a favore della rivoluzione socialista. Il 21 ottobre (3 novembre) la riunione generale dei comitati di reggimento della guarnigione di Pietrogrado, a nome di tutti i soldati, riconobbe che il Comitato militare rivoluzionario rappresentava lo Stato Maggiore della rivoluzione, permettendogli così di nominare propri commissari in tutti reparti della guarnigione e, successivamente, in alcune altre organizzazioni. Il Comitato militare rivoluzionario rese noto che, nell’ambito della guarnigione, nessun ordine e nessuna disposizione potevano essere esecutivi senza la firma del commissario, in qualità di rappresentante del soviet. Questo atto condizionò tutta l’attività delle unità militari.

 

Crebbe e si rafforzò la Guardia Rossa operaia. Il 22 ottobre (4 novembre) la conferenza cittadina della Guardia Rossa di Pietrogrado adottò uno statuto, il cui primo punto diceva: “La Guardia Rossa operaia è l’organizzazione delle forze armate del proletariato nella lotta contro la controrivoluzione e per la difesa delle conquiste della rivoluzione”. L’incorporamento nel Comitato militare rivoluzionario della direzione dei reparti della Guardia Rossa e della guarnigione rivoluzionaria diede la possibilità di una completa utilizzazione di tutte le forze combattenti della rivoluzione.

 

Da Kronstadt e da Helsingfors furono chiamati a Pietrogrado i marinai della flotta del Baltico. All’incrociatore “Aurora” e ad altre navi furono assegnati compiti di combattimento. La flotta del Baltico contava allora oltre 100 mila uomini di equipaggio e 690 navi da combattimento e ausiliarie. La maggioranza dei marinai era pronta a sostenere decisamente gli operai della capitale.

 

Il 22 ottobre (4 novembre) si celebrò la giornata del soviet di Pietrogrado, che rappresentò una specie di rassegna dei preparativi insurrezionali delle masse popolari rivoluzionarie. Un testimone degli avvenimenti storici dell’ottobre 1917 in Russia, lo scrittore americano John Reed, nel suo libro “Dieci giorni che sconvolsero il mondo” scrisse: “Pietrogrado presentava allora uno spettacolo curioso. Nelle officine le sale dei consigli erano piene di fucili; la Guardia Rossa si addestrava… In tutte le caserme si svolgevano ogni notte comizi, e le giornate trascorrevano in discussioni interminabili e appassionate. Verso sera la folla si addensava nelle strade; si spandeva in lente ondate, su e giù per la Prospettiva Nevskij…”. Tutta questa gigantesca massa andava verso lo Smolnyj, il Quartier generate della rivoluzione.

 

Il partito bolscevico, con alla testa Lenin, preparava al combattimento il potente esercito della rivoluzione socialista, pronto ad attaccare, nella battaglia decisiva contro il vecchio mondo dello sfruttamento che aveva ormai fatto il suo tempo.

 

(Continua)

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La rivoluzione d’Ottobre, svolta decisiva nella storia dell’umanità
 L’abbattimento del governo provvisorio. Il passaggio del potere ai soviet
 
L’INSURREZIONE ARMATA A PIETROGRADO
 
Nella notte del 24 ottobre (6 novembre) il governo provvisorio diede l’ordine di occupare lo Smolnyj e di sollevare i ponti sulla Neva per isolare i rioni operai dal centro. Nel frattempo vennero fatti affluire al palazzo d’Inverno nuovi reparti di junkers da Peterhof e Oranienbaum, i “battaglioni d’assalto” appositamente creati per la lotta contro la rivoluzione e il “battaglione della morte” femminile. Il 24 ottobre il comandante in capo del distretto militare di Pietrogrado, colonnello Polkovnikov, comandò di allontanare dai reggimenti e consegnare ai tribunali i commissari del Comitato militare rivoluzionario. Fu fatto divieto ai soldati di uscire dalle caserme. L’ordine diceva: “Tutti coloro che, nonostante l’ordine, interverranno con le armi per le strade, saranno deferiti al tribunale con l’accusa di ribellione armata”. La controrivoluzione passava all’attacco aperto, assumendosi con ciò la responsabilità di dare il via alla guerra civile.
 
La mattina del 24 ottobre un reparto di junkers fece irruzione nella tipografia dove venivano stampati i giornali bolscevichi “Pravda” (che usciva allora sotto la testata del “Raboči Putj”) e “Soldat”. Informato di queste mosse, il Comitato Centrale del partito bolscevico invitò il Comitato militare rivoluzionario a inviare forze rivoluzionarie, Guardie Rosse e soldati in assetto di guerra alla tipografia per cacciare gli junkers e proteggere la tipografia e le redazioni dei giornali bolscevichi. Su direttiva del Comitato Centrale, il comitato del partito bolscevico di Pietrogrado invitò le masse rivoluzionarie a passare all’attacco per “l’abbattimento immediato del governo e il passaggio del potere ai soviet dei deputati operai e dei soldati, sia al centro che nelle altre località”.
 
Il Comitato militare rivoluzionario diffuse fra i propri commissari e fra i comitati di reggimento un ordine scritto nel quale si diceva: “Il soviet di Pietrogrado è minacciato da un pericolo immediato: questa notte elementi controrivoluzionari hanno cercato di fare affluire dalla periferia a Pietrogrado gli junkers e i battaglioni d’assalto. I giornali ‘Soldat’ e ‘Raboči Putj’ sono stati chiusi. Si ordina ai reggimenti di prepararsi al combattimento. Aspettate ulteriori direttive. Qualunque indugio e turbamento saranno ritenuti un tradimento della rivoluzione”.
 
Le Guardie Rosse e i soldati rivoluzionari cacciarono gli junkers dalla tipografia dei giornali bolscevichi. Alle 11 del 24 ottobre uscì il “Raboči Putj”, con l’appello del partito bolscevico a insorgere per l’abbattimento del governo provvisorio e l’instaurazione del potere dei soviet. “Il potere deve passare nelle mani del soviet dei deputati operai, soldati e contadini. Al potere vi deve essere un nuovo governo eretto dai soviet, revocabile dai soviet, responsabile davanti ai soviet”, scriveva il giornale.
 
In poche ore si mise in movimento un’enorme massa di forze rivoluzionarie: Guardie Rosse, soldati e marinai, complessivamente più di 200 mila persone. Ogni unità rivoluzionaria ebbe assegnato dal Comitato militare rivoluzionario un obiettivo di combattimento: “Non posso ricordare senza stupore – scriveva più tardi Lunačarskij – questo lavoro sbalorditivo. Ritengo l’attività del Comitato militare rivoluzionario nei giorni dell’ottobre una di quelle manifestazioni dell’energia umana, che mostra quali incalcolabili riserve si nascondano in un cuore rivoluzionario e di che cosa questo sia capace quando sente la tonante voce della rivoluzione”.
 
In aiuto a Pietrogrado si mossero le navi da guerra della flotta del Baltico. Utilizzando la stazione radio dell’incrociatore “Aurora”, il Comitato militare rivoluzionario si rivolse a tutte le organizzazioni rivoluzionarie fuori Pietrogrado invitandole a mobilitare tutte le forze per impedire l’afflusso nella capitale dei convogli di soldati chiamati dal governo provvisorio. Le truppe del fronte e i reggimenti cosacchi, su cui il governo aveva fatto affidamento, furono tenuti lontano dalla capitale.
 
Il 24 ottobre il reparto ciclisti rifiuto di prestare servizio di difesa al palazzo d’Inverno. La guarnigione della fortezza di Pietro e Paolo si schierò dalla parte della rivoluzione. Già nelle prime ore di battaglia frontale si manifestò l’isolamento del governo. In un rapporto del comando del distretto militare di Pietrogrado, inviato al Quartier generale, si rilevava che “si è creata l’impressione che il governo provvisorio si trovi nella capitale di uno Stato nemico”.
 
Nella notte del 25 ottobre (7 novembre) Lenin giunge allo Smolnyj. L’insurrezione si sviluppava con successo. Le Guardie Rosse, i soldati rivoluzionari e i marinai avevano ripreso agli junkers i ponti sulla Neva e occupato la centrale telegrafica. Gli allievi ufficiali junkers occupavano ancora l’agenzia telegrafica, le stazioni ferroviarie, la centrale elettrica, la Banca di Stato e altri uffici e punti importanti.
 
Gli operai di Pietrogrado ebbero un ruolo decisivo nel garantire il successo della insurrezione; essi agivano di comune accordo con la guarnigione della capitale che li appoggiava. Nelle prime file della rivoluzione marciavano i marinai della flotta del Baltico.
 
Dopo aver occupato i rioni operai, i reparti rivoluzionari mossero verso il palazzo d’Inverno, trasformato in principale fortezza della controrivoluzione. Le Guardie Rosse, i marinai e i reggimenti rivoluzionari presero posizione come era state predisposto nel piano del Comitato militare rivoluzionario.
 
Kerenskij diede ordine di schiacciate l’insurrezione, di occupare lo Smolnyj, di distruggere il Comitato Centrale del partito bolscevico e il Comitato militare rivoluzionario e d’inviare immediatamente a Pietrogrado truppe dal fronte. Ma il meccanismo del vecchio potere statale era inceppato. L’attività del governo, del distretto militare di Pietrogrado, del Quartier generale era paralizzata.
 
L’insurrezione si sviluppò senza spargimento di sangue e con eccezionale rapidità. Il mattino del 25 ottobre (7 novembre) la capitale era di fatto sotto il controllo del Comitato militare rivoluzionario. Solo il palazzo d’Inverno, il comando supremo, il palazzo Mariinskij e pochi altri punti nel centro della città erano ancora nelle mani del governo. Kerenskij travestito da donna fuggì a Pskov, al Quartier generale del fronte settentrionale, su di un’automobile dell’ambasciata americana.
 
Alle 10 del mattino del 25 ottobre (7 novembre) il Comitato militare rivoluzionario pubblicò un appello di Lenin (“Ai cittadini di Russia”), che informava del corso vittorioso della rivoluzione socialista e dell’abbattimento del governo provvisorio. (V. I. Lenin: “            Ai cittadini di Russia”, Opere, vol. 26, pag. 222.). Questa grande notizia si diffuse per tutto lo sterminato paese. Nel pomeriggio del 25 ottobre Lenin parlò al plenum del soviet di Pietrogrado e annunciò: “La rivoluzione operaia e contadina, sulla cui necessità hanno sempre parlato i bolscevichi, si è compiuta”. (V. I. Lenin: “Rapporto sui compiti del potere sovietico”, Opere, vol. 26. pag. 223.)
 
Restava da occupare il palazzo d’Inverno, sede del governo provvisorio. La sera del 25 ottobre il palazzo fu completamente accerchiato. I migliori reparti rivoluzionari erano in prima linea. Per evitare spargimento di sangue il Comitato militare rivoluzionario intimò al governo provvisorio di capitolare entro 20 minuti, ma non avendo ricevuto risposta, si preparò all’assalto. Alle 21 e 40 una salvia dall’incrociatore “Aurora” diede il segnale dell’attacco. Gli junkers che difendevano il palazzo avevano eretto barricate, dalle quali sparavano, ma la loro resistenza fu presto infranta. Nella notte la demoralizzazione già serpeggiava fra i difensori. Per primo si arrese un plotone del battaglione femminile, seguito subito dopo da una parte degli junkers della Scuola allievi ufficiali del fronte settentrionale. I reparti rivoluzionari portarono allora la battaglia all’interno dell’edificio.
 
“Fu questo un momento eroico della rivoluzione, meraviglioso e indimenticabile – racconta Podvojskij -. Nel buio della notte, rischiarati da una tenue luce e avvolti nel fumo greve degli spari, da tutte le vie adiacenti, dagli angoli più vicini, come terribili, fuggenti ombre, correvano frotte di Guardie Rosse, di marinai, di soldati, inciampando, cadendo e subito rialzandosi, ma mai interrompendo, neanche per un secondo, la loro impetuosa, travolgente fiumana… Un attimo e le barricate, i loro difensori e coloro che le prendevano d’assalto si fondevano in una unica massa, scura, ribollente come un vulcano; nell’attimo susseguente il grido vittorioso echeggiava già dall’altra parse della barricata. La fiumana umana sommerge il cancello, le entrate, le scalinate del palazzo”.
 

A notte inoltrata i reparti rivoluzionari occuparono il palazzo d’Inverno. Alle 2.10 del 26 ottobre (8 novembre) i membri del governo provvisorio che si trovavano nel palazzo furono arrestati. Con la conquista del palazzo d’Inverno e l’arresto dei membri del governo provvisorio si concludeva vittoriosamente l’insurrezione armata a Pietrogrado. Essa rappresentò un significativo esempio di vittoria del popolo sulla borghesia senza spargimento di sangue; e il fatto fu rilevato da tutti i testimoni obiettivi di quegli avvenimenti. Il 25 ottobre (7 novembre) passò alla storia dell’umanità come il giorno della vittoria della grande Rivoluzione socialista d’Ottobre, che segnava l’inizio di una nova era, l’era del comunismo.

 
L’APERTURA DEL II CONGRESSO PANRUSSO DEI SOVIET. LA PROCLAMAZIONE DEL POTERE SOVIETICO
 
Il II congresso panrusso dei soviet, che esprimeva gli interessi del popolo lavoratore, rafforzò, con le sue decisioni, la vittoria dell’insurrezione armata. Il congresso iniziò i suoi lavori allo Smolnyj alle 22.45 del 25 ottobre (7 novembre). Erano rappresentati 402 soviet, più che nel I congresso del giugno 1917. La composizione del congresso rifletteva il rapporto delle forze di classe che si era creato nell’ottobre 1917. Su 673 delegati, 390 erano bolscevichi, 160 socialrivoluzionari (per la maggior parte socialrivoluzionari di sinistra), 72 menscevichi. I rimanenti rappresentavano piccole frazioni o erano delegati senza partito. 505 delegati avevano ricevuto dai loro elettori il mandato che esigeva il passaggio del potere ai soviet.
 
Nel mandato del soviet di Minsk, per esempio, si diceva: “Tutto il potere del paese deve appartenere soltanto ai soviet dei deputati operai, soldati e contadini. Nessun accordo con la grossa borghesia, nessuna partecipazione a un governo dei capitalisti”. Il mandato chiedeva di concludere una pace giusta e democratica, di liquidare la proprietà privata sulla terra e di dare subito, ancor prima dell’Assemblea costituente, la terra ai contadini. Un altro mandato, quello del soviet di Lugansk, rilevava: “L’unica via d’uscita dall’attuale situazione noi la vediamo nell’immediato passaggio del potere nelle mani dei soviet dei deputati operai, soldati e contadini”. Anche questo mandato esigeva una pace senza annessioni né riparazioni di guerra, sulla base dell’autodeterminazione dei popoli, lo scioglimento del pre-Parlamento, l’introduzione del controllo operaio sulla produzione.
 
I contadini del distretto di Gdov scrissero che il governo provvisorio si era dimostrato completamente incapace di accogliere la volontà popolare: “Noi – dichiaravano – da questo momento e mai più potremo avere fiducia in un potere irresponsabile davanti al popolo e chiediamo che il congresso panrusso… prenda il potere nelle sue mani, tanto nelle città quanto nelle campagne”.
 
Le masse popolari affidavano le loro migliori speranze al passaggio del potere ai soviet e lo dichiaravano apertamente nelle deliberazioni delle riunioni degli operai, dei soldati e dei contadini. Una risoluzione approvata nella provincia di Tambov diceva: “Siamo convinti che attorno ai soviet si organizzerà la democrazia rivoluzionaria, che metterà fine alla guerra fratricida, scatenata dalla borghesia mondiale. La terra sarà assegnata al popolo lavoratore, ai contadini-agricoltori senza riscatto”. Il menscevico F. I. Dan, a nome del Comitato Esecutivo Centrale uscente, aprì i lavori del II congresso panrusso dei soviet, ma subito la direzione del congresso passò ai bolscevichi, perché erano il gruppo più numeroso.
 
Nel nuovo presidium, formato sulla base della rappresentanza proporzionale, entrarono: Lenin, Antonov-Ovseenko, Kollontaj, Krylenko, Lunačarskij, Noghin e altri per i bolscevichi; Kamkov, Karelin, Spiridonova per i socialrivoluzionari di sinistra. I rappresentanti dei socialrivoluzionari di destra, dei menscevichi e del Bund rifiutarono la loro partecipazione, anzi ruppero subito con i bolscevichi, passando a difendere apertamente il governo provvisorio controrivoluzionario e definendo calunniosamente la Rivoluzione d’Ottobre un “putsch militare”. Abbandonarono il congresso e, unendosi ai cadetti, parteciparono alla creazione di un centro controrivoluzionario, il cosiddetto “Comitato per la salvezza della patria e della rivoluzione”. I delegati del congresso accompagnarono 1’uscita dei leaders opportunisti col grido di “ Disertori! Traditori! “.
 
La frazione bolscevica diede lettura di una risoluzione, nella quale si affermava che “la diserzione degli opportunisti non indebolisce i soviet ma li rafforza, in quanta ripulisce dalle scorie controrivoluzionarie la rivoluzione operaia e contadina”.
 
A notte inoltrata giunsero alla seduta del congresso i partecipanti all’assalto del palazzo d’Inverno, portando la notizia della sua caduta e dell’arresto dei membri del governo provvisorio. Subito dopo il congresso adottò il proclama di Lenin “Agli operai, ai soldati, ai contadini!”, in cui si diceva: “Forte della volontà dell’immensa maggioranza degli operai, dei soldati e dei contadini, forte della vittoriosa insurrezione compiuta a Pietrogrado dagli operai e dalla guarnigione il congresso prende il potere nelle sue mani”. (V. I. Lenin: “Agli operai, ai soldati e al contadini”, Opere, vol. 26, pag. 229.). Il documento proclamava inoltre il passaggio del potere locale ai soviet dei deputati operai, soldati e contadini, ai quali spettava garantire un ordine veramente rivoluzionario.
 
Il congresso proclamò poi la Russia repubblica dei soviet e il potere sovietico unico potere legale nel paese. Il proclama conteneva il programma d’azione del potere sovietico: la proposta di una pace democratica a tutti i popoli e un armistizio immediato su tutti i fronti; il passaggio gratuito delle grandi proprietà fondiarie, delle terre demaniali e dei monasteri ai comitati contadini; l’instaurazione del controllo operaio sulla produzione; la garanzia a tutte le nazioni che popolavano la Russia del diritto effettivo all’autodeterminazione; una completa democratizzazione dell’esercito.
 
Il congresso invitava i soldati a difendere la rivoluzione contro tutti gli attacchi dell’imperialismo, a essere vigilanti e fermi sino al momento in cui il nuovo governo sovietico non avesse concluso una pace democratica. La difesa dello Stato socialista dall’aggressione imperialistica diventava uno dei compiti principali del potere sovietico.
 
I DECRETI SULLA PACE E SULLA TERRA. LA FORMAZIONE DEL GOVERNO SOVIETICO
 

La sera del 26 ottobre (8 novembre) si tenne la seconda e ultima seduta del II congresso dei soviet. Fu decisa l’abolizione della pena di morte al fronte e la liberazione immediata dalle prigioni di tutti i soldati e ufficiali arrestati per attività rivoluzionarie. Negli appelli a tutti i soviet provinciali e distrettuali dei deputati operai, soldati e contadini e nel proclama ai cosacchi, il congresso chiamò le masse lavoratrici delle retrovie e del fronte a lottare attivamente per il potere sovietico, a formare il nuovo Stato e il nuovo regime sociale.

 
I rapporti di Lenin sulla pace e sulla guerra furono al centro dell’attenzione del congresso: “La questione della pace – disse Lenin nella sua relazione al congresso – è la questione urgente, la questione nevralgica dei nostri giorni. Se ne è motto parlato, scritto, e voi tutti, certamente, l’avete non poco discussa. Permettetemi perciò di passare alla lettura della dichiarazione, che dovrà pubblicare il governo da voi eletto”. (V. I. Lenin: “Relazione sulla pace”, Opere, vol. 26, pag. 231.). Lenin diede lettura del progetto di decreto sulla pace che lui stesso aveva redatto.
 
Uno dei partecipanti al congresso racconta: “…c’era un silenzio tale che sembrava nessuno respirasse. E poi, come se tutta la sala mandasse un sospiro di liberazione, proruppe un uragano di applausi, di grida di entusiasmo… Così il nostro congresso teneva fede, adottando questa storica decisione, alla volontà popolare. La Russia rivoluzionaria diventava l’alfiere della pace in tutto il mondo e chiamava i popoli a porre fine al sanguinoso orrore della guerra”.
 
Nel decreto sulla pace il governo sovietico proponeva a tutti i paesi belligeranti e ai loro governi d’iniziare immediatamente trattative per una pace giusta e democratica senza annessioni ne indennità. Si chiariva che per annessioni il governo sovietico intende, conformemente alla concezione giuridica della democrazia in generale e delle classi lavoratrici in particolare, qualsiasi annessione di un popolo piccolo o debole a uno Stato grande e potente, senza che quel popolo ne abbia espresso chiaramente, nettamente e volontariamente il consenso e il desiderio, indipendentemente dal momento in cui quest’annessione forzata e stata compiuta, indipendentemente anche dal grado di progresso o di arretratezza della nazione annessa forzatamente o forzatamente tenuta entro i confini di quello Stato, e infine indipendentemente dal fatto che questa nazione risieda in Europa o nei lontani paesi transoceanici”. Questa definizione dell’annessione ebbe un enorme significato internazionale, in particolare per i paesi coloniali e semicoloniali.
 
Il decreto sulla pace denunciava il carattere imperialistico della guerra, ne bollava i colpevoli e indicava le vie di uscita: “Continuare questa guerra per decidere come le nazioni potenti e ricche devono spartirsi le nazioni deboli da esse conquistate (il governo sovietico ritiene) sia il più grande delitto contro l’umanità e proclama solennemente la sua decisione di firmare subito le condizioni di una pace che metta fine a questa guerra in conformità delle condizioni sopraindicate, parimenti giuste per tutti i popoli senza eccezione”. (V. I. Lenin: “Relazione sulla pace”, Opere, vol. 26, pag. 232.) Si proponeva ai governi di tutti i paesi belligeranti di concludere immediatamente un armistizio per non meno di tre mesi, per un periodo di tempo cioè largamente sufficiente a condurre a termine le trattative di pace con la partecipazione dei rappresentanti di tutti i popoli e nazioni trascinati nella guerra o costretti a parteciparvi, e di convocare le assemblee dei rappresentanti popolari di tutti i paesi, investite di pieni poteri, per ratificare definitivamente le condizioni di pace.
 
Il decreto sulla pace prevedeva che il governo sovietico avrebbe proceduto alla pubblicazione integrale dei trattati segreti “confermati o conclusi dal governo dei proprietari fondiari e dei capitalisti, dal febbraio al 25 ottobre 1917”, e dichiarava incondizionatamente e immediatamente abrogato “tutto il contenuto di questi trattati”. Inoltre il governo sovietico procedeva a una completa rottura con la politica estera imperialistica del regime zarista, facendo però rilevare di non considerare affatto come un ultimatum le sue condizioni di pace e dichiarandosi pronto a esaminare eventuali condizioni avanzate dalle altre potenze. Questo documento non era indirizzato soltanto ai governi delle potenze belligeranti, ma specialmente ai popoli. Rivolgendosi in modo particolare agli operai dell’Inghilterra, della Francia e della Germania, il governo sovietico esprimeva la certezza che “essi avrebbero compreso i compiti che stanno ora davanti a loro per la liberazione dell’umanità dagli orrori della guerra e dalle sue conseguenze” e avrebbero aiutato lo Stato sovietico “a far trionfare la cause della pace”. (V. I. Lenin: “Relazione sulla pace”, Opere, vol. 26, pag. 232-234.)
 
I1 II congresso dei soviet approvò all’unanimità il decreto sulla pace, il primo decreto del potere sovietico. Cominciò così la lunga e tenace lotta del governo sovietico per la pace e la sicurezza dello Stato sovietico e dei popoli di tutto il mondo, per l’attuazione del principio leninista della coesistenza pacifica fra sistemi sociali diversi, per lo sviluppo di rapporti internazionali sulla base della parità dei diritti fra le nazioni sia piccole che grandi. Sottolineando l’aspirazione del potere sovietico a ottenere la pace con gli Stati capitalistici, Lenin disse: “Noi respingiamo tutte le clausole che concernono le rapine e le violenze, ma non possiamo respingere le clausole che stabiliscono condizioni di buon vicinato e accordi economici; le accetteremo con piacere”. (V. I. Lenin: “Relazione sulla pace. Discorso di chiusura”, Opere, vol. 26, pag. 237.)
 
Lenin dedicò il secondo rapporto alla questione della terra che, come la questione della pace, toccava gli interessi più profondi di masse di milioni di lavoratori. Il decreto sulla terra aboliva la proprietà fondiaria senza alcuna indennità. Le terre dei proprietari fondiari, demaniali, dei monasteri, della Chiesa, con tutte le loro scorte vive e morte, gli stabili delle masserie e tutte le loro suppellettili passavano a disposizione dei comitati agricoli mandamentali e dei soviet circondariali dei deputati contadini.
 
Il decreto stabiliva che “qualunque danno arrecato ai beni confiscati che da questo momento appartengono a tutto il popolo, è dichiarato grave delitto punibile dal tribunale rivoluazionario”. (V. I. Lenin; “Decreto sulla terra”, Opere, vol. 26. pag. 240) Erano esenti da confisca le terre dei contadini poveri e dei semplici cosacchi. Il decreto dichiarava abolito per sempre il diritto di proprietà privata sulla terra e la sua sostituzione con la proprietà statale di tutto il popolo. Era l’attuazione del principio fondamentale del programma agrario del partito bolscevico: la nazionalizzazione della terra. Erano proibiti la vendita, l’acquisto, l’affitto della terra e il lavoro salariato, e veniva introdotto il godimento ugualitario della terra, in base alla norma del lavoro o del consumo, con ripartizioni periodiche del fondo agrario.
 
A base del decreto fu posto il mandato dei contadini sulla terra, compilato dalla redazione delle “Izvestija” del soviet dei deputati contadini di tutta la Russia, in base ai 242 mandati locali dei lavoratori della terra. La richiesta d’introdurre il godimento egualitario della terra espressa dai mandati dei contadini era dettata dalla speranza di far cessare il processo di differenziazione nelle campagne: Lenin dimostrò che simili attese erano illusorie, poiché la differenziazione nelle campagne era il risultato obiettivo dello sviluppo dell’economia mercantile.
 
Tuttavia, sebbene il partito bolscevico fosse contrario al godimento egualitario della terra come mezzo di riorganizzazione sociale nelle campagne, ritenne necessario soddisfare il desiderio dei contadini: “… come governo democratico non potremmo trascurare una decisione delle masse popolari, anche se non fossimo d’accordo. All’atto pratico, con l’applicazione del decreto, con la sua attuazione nelle varie località, i contadini stessi comprenderanno dov’è la verità”. (V. I. Lenin: “Rapporto sulla questione della terra”, Opere, vol. 26, pag. 243.)
 
Il partito bolscevico indicava la via d’uscita dalla miseria e dalla rovina per tutti i contadini: la riorganizzazione socialista delle campagne. Anche il decreto sulla terra fu approvato all’unanimità dal congresso e divenne il punto di avvio della politica agraria del potere sovietico. I contadini, come risultato della riforma agraria, ricevettero gratuitamente più di 150 milioni di ettari di terra delle proprietà fondiarie, demaniali, dei monasteri eccetera. Il valore di tutto il fondo agrario concesso dal potere sovietico ai contadini era pari ad alcuni miliardi di rubli-oro. I contadini furono liberati dal pagamento annuo di enormi canoni d’affitto, dal debito con la Banca del fondo agrario contadino per la somma di circa 3 miliardi di rubli e da vari altri indebitamenti e ricevettero le scorte delle proprietà fondiarie per un valore di circa 300 milioni di rubli.
 
Il II congresso dei soviet nominò il governo operaio-contadino della repubblica russa: il Consiglio dei Commissari del Popolo. Lenin fu nominato capo del governo.
 
Nel Consiglio dei Commissari del Popolo entrarono solo i rappresentanti del partito bolscevico. I socialrivoluzionari di sinistra, non volendo rompere completamente con i loro compagni di destra, respinsero la proposta dei bolscevichi di entrare a far parte del governo. Nel decreto sulla formazione del governo sovietico era precisato che il congresso panrusso dei soviet dei deputati operai, contadini e soldati e il Comitato Esecutivo Centrale di tutta la Russia da questi eletto, avevano il diritto di controllare l’attività dei Commissari del Popolo e, se necessario, di sostituirli. Entrarono a far parte del Comitato Esecutivo Centrale di tutta la Russia 101 persone, di cui 62 bolscevichi, 29 socialrivoluzionari di sinistra, 6 socialdemocratici internazionalisti e 4 rappresentanti di altri partiti. Le decisioni del II congresso dei soviet riflettevano l’avvenimento storico-mondiale del passaggio del potere in Russia nelle mani del popolo, vero protagonista della storia.
 
(Continua)
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La marcia trionfale del potere sovietico
 
Lenin definì marcia trionfale del potere sovietico periodo che va dal 25 ottobre (7 novembre) al febbraio-marzo 1918. In tutta la Russia le masse popolari svilupparono la lotta per l’affermazione del potere sovietico, demolendo l’accanita resistenza delle classi sfruttatrici. Nella marcia trionfale del potere sovietico si manifestò chiaramente il carattere genuinamente popolare della Rivoluzione di Ottobre, quel carattere che le avrebbe consentito di battere con indomabile energia la controrivoluzione interna e l’aggressione delle potenze capitalistiche.
 

LE PRIME SCONFITTE DELLA CONTRORIVOLUZIONE

 

 
La prima sconfitta toccò alla rivolta Kerenskij-Krasnov. Scappato nella zona dov’era dislocato il Quartier generale del fronte settentrionale, Kerenskij mise assieme alcune unità controrivoluzionarie e con l’aiuto del comandante del III corpo di cavalleria, il generale cosacco Krasnov, le inviò verso Pietrogrado per abbattere il potere sovietico. Il 27-28 ottobre (9-10 novembre) le truppe controrivoluzionarie occuparono Gatčina e Carskoe Selo. A Pietrogrado il centro controrivoluzionario del cosiddetto Comitato per la salvezza della patria e della rivoluzione “organizzò per il 29 ottobre (11 novembre) una rivolta degli junkers.
 
Gli junkers furono schiacciati in quello stesso giorno dal potere sovietico, e il 30 ottobre (12 novembre) i reparti cosacchi di Krasnov, che si stavano avvicinando a Pietrogrado, subirono una cocente sconfitta sui colli di Pulkovo, abbandonarono allora Carskoe Selo e si ritirarono disordinatamente verso Gatčina. Il I° (14) novembre reparti di truppe rivoluzionarie occuparono anche Gatčina. Kerenskij fuggì, Krasnov fu arrestato e in seguito liberato, avendo dato la “parola d’onore di generale” di non combattere più il potere sovietico (ma venendo meno alla parola data, si mise ben presto alla testa di un nuovo movimento controrivoluzionario).
 
In quel momento di accanita lotta contro le forte reazionarie, creò ostacoli al potere sovietico anche il “Comitato esecutivo panrusso dei sindacati dei ferrovieri” (Vikzel), che era allora diretto dai socialrivoluzionari e menscevichi, intervenendo all’insegna della “neutralità” e proponendo la creazione di un “governo socialista omogeneo” al quale avrebbero dovuto partecipare non solo i bolscevichi, ma anche i menscevichi e i socialrivoluzionari di destra e di sinistra. Accettare la loro proposta avrebbe significato la liquidazione del potere sovietico.
 
Il Comitato Centrale del partito bolscevico, allo scopo di smascherare questi piani antisovietici, espresse il suo accordo a iniziare trattative con il “Comitato esecutivo panrusso dei sindacati dei ferrovieri”, avanzando come condizione che la creazione di un tale governo fosse sottoposta al Comitato Esecutivo Centrale di tutta la Russia e che il nuovo governo riconoscesse i decreti e le decisioni del II congresso panrusso dei soviet, ma il comitato esecutivo dei sindacati ferrovieri respinse questa condizione, rivelando pienamente, in tal modo, i suoi obiettivi controrivoluzionari.
 
Durante le trattative si manifestarono di nuovo le oscillazioni opportunistiche di Kamenev e Zinov’ev e dei loro sostenitori. Non credendo alla vittoria della rivoluzione socialista in Russia e cercando d’indirizzare il partito sulla via del parlamentarismo borghese, essi sostennero la piattaforma antisovietica del comitato esecutivo dei sindacati ferrovieri. Quando il Comitato Centrale votò la risoluzione nella quale questa piattaforma veniva respinta, Kamenev, Zinov’ev, Rykov, Noghin e Miljutin dichiararono di voler uscire dal Comitato Centrale. Noghin, Rykov, Miljutin e Teodorovid uscirono anche dal Consiglio dei Commissari del Popolo.
 
Il Comitato Centrale condannò decisamente il loro operato come atto di capitolazione e di diserzione. Su proposta della frazione bolscevica Kamenev fu sollevato dall’incarico di presidente del Comitato Esecutivo Centrale. Al suo posto fu eletto un eminente dirigente del partito bolscevico, J. M. Sverdlov, del quale Lenin ebbe a dire in seguito che era “il tipo più spiccato di rivoluzionario di professione, che egli esprimeva i tratti più importanti ed essenziali della rivoluzione proletaria”. V. I. Lenin: “Discorso in memoria di J. M. Sveerdlov alla seduta straordinaria del Comitato Esecutivo Centrale di tutta la Russia”, Opere, vol. 29, pag. 75). Del Consiglio dei Commissari del Popolo entrarono a far parte alcuni noti uomini politici del partito bolscevico: Petrovskij, Stučka, Šlichter e Elizarov.
 
L’INSTAURAZIONE DEL POTERE SOVIETICO A MOSCA
 
Un significato determinante per i destini della rivoluzione socialista ebbe il passaggio del potere ai soviet a Mosca. La controrivoluzione aveva concentrato qui le sue maggiori forze nella speranza di trasformare Mosca nella sua principale roccaforte. La mattina del 25 ottobre (7 novembre), durante la seduta del comitato di Mosca del partito bolscevico, giunse la notizia dell’insurrezione armata a Pietrogrado. Immediatamente il comitato di Mosca formò un centro militare di partito, del quale entrarono a far parte Vladimirskij, Podbelskij, Pjatnickij, Jaroslayskij e altri, e chiamò operai, soldati, contadini, ferrovieri, impiegati delle poste e del telegrafo alla lotta per la instaurazione del potere sovietico.
 
Nello stesso giorno, reparti della Guardia Rossa assieme a soldati rivoluzionari del 56° reggimento, con a capo Vedernikov, occuparono la posta e il telegrafo. Tuttavia, il comitato di Mosca, nella organizzazione della lotta contro la controrivoluzione, commise seri errori. Il Comitato militare rivoluzionario presso il soviet di Mosca fu creato con ritardo, la sera del 25 ottobre (7 novembre), dopo che la battaglia per il potere era già iniziata. I bolscevichi accettarono la partecipazione dei menscevichi, i quali però, contemporaneamente, entrarono anche nel centro controrivoluzionario “Comitato per la sicurezza pubblica”, formatosi quella stessa sera durante la riunione della Duma cittadina.
 
Nella notte del 26 ottobre (8 novembre) il Comitato militare rivoluzionario diffuse l’ordine di mettere in stato d’allarme le forze rivoluzionarie. L’ordine faceva divieto alle unità militari di eseguire disposizioni che non venissero dal Comitato militare rivoluzionario. Si proponeva poi alle organizzazioni rionali bolsceviche di create sul luogo comitati rivoluzionari, di armare i reparti e di occupare i punti più importanti della città.
 
Nei rioni cittadini di Zamoskvoreče, Sokolniki, Chamovniki, della Presnja e in altri, i comitati rivoluzionari, sostenuti dalle Guardie Rosse e dai soldati rivoluzionari della guarnigione, si tesero rapidamente padroni della situazione.
 
Un valido apporto fu dato anche dai “dvinski” (gli 860 soldati del fronte, arrestati a Dvinsk per aver manifestato contro la guerra e il governo provvisorio; tradotti alle carceri Butyr di Mosca, in seguito alle pressioni dei bolscevichi, nel settembre 1917 ne erano stati scarcerati 593, che si unirono immediatamente alle forze rivoluzionarie). I “dvinski” avevano l’incarico della difesa del soviet di Mosca, del Comitato militare rivoluzionario e del Comitato del partito bolscevico di Mosca.
 
La mattina del 26 ottobre (8 novembre) reparti rivoluzionari occuparono le tipografie dei giornali borghesi e alcuni importanti edifici. Al Cremlino, dove si trovavano cinque compagnie del 56° reggimento rivoluzionario, arrivò pure una compagnia del 193° reggimento. Il comandante del distretto militare di Mosca, colonnello Rjabzev, non avendo forze sufficienti per opporre resistenza ai reparti rivoluzionari e nella speranza di mantenere ferma la situazione sino all’arrivo delle truppe richieste dal fronte, propose al Comitato militare rivoluzionario d’iniziare trattative, con la promessa che non avrebbe ostacolato l’armamento degli operai e che avrebbe ritirato gli junkers dal Cremlino.
 
Il Comitato militare rivoluzionario, nel quale erano presenti elementi opportunisti, cominciò a trattare con Rjabzev, accettò di ritirare dal Cremlino la compagnia del 193° reggimento e ritirò i picchetti di difesa dalla posta e dal telegrafo. II 27 ottobre (9 novembre) Rjabzev, avuta notizia dell’offensiva di Kerenskij e di Krasnov su Pietrogrado, dichiarò lo stato d’assedio a Mosca, intimò l’ultimatum per l’immediata liquidazione del Comitato militare rivoluzionario, l’allontanamento dei soldati rivoluzionari del 56° reggimento dal Cremlino e la restituzione all’arsenale delle armi asportate. Lo Stato Maggiore del distretto militare di Mosca si appoggiava sugli ufficiali della guarnigione, sulle scuole militari “Alessio” e “Alessandro”, sulle scuole degli allievi ufficiali e sul corpo dei cadetti. Alle 10 di sera gli junkers assalirono, sulla piazza Rossa, un reparto di “dvinski”, che dal rione Zamoskvoreče si dirigeva al soviet di Mosca. Si accese un combattimento furibondo e, pur subendo serie perdite, il reparto rosso si fece eroicamente strada lino all’edificio del soviet.
 
Il 28 ottobre (10 novembre) gli junkers occuparono il Cremlino, facendo un massacro dei soldati del 56° reggimento. Il Comitato militare rivoluzionario, su richiesta del combattivo Centro del partito bolscevico, rigettò l’ultimatum di Rjabzev e chiamò le masse a intervenire attivamente. I menscevichi uscirono dal Comitato militare rivoluzionario. Iniziò l’attacco decisivo della rivoluzione.
 
Il 28 ottobre (10 novembre) a Mosca fu proclamato lo sciopero generale. Gli operai si avviavano direttamente dalle fabbriche ai comandi della Guardia Rossa per prendere le armi: 40 mila fucili furono presi dai vagoni in sosta sui binari ausiliari della linea ferroviaria Mosca-Kazan e immediatamente utilizzati per l’armamento delle Guardie Rosse. Le forze rivoluzionarie di Mosca salirono così a circa 100 mila uomini. Il 29 ottobre (11 novembre) unità rivoluzionarie occuparono di nuovo la posta e i1 telegrafo e presero d’assalto l’edificio degli amministratori della città sulla via Tverskaja. Aspri combattimenti si accesero nella piazza Sucharevskaja, nei rioni di Ostoženko e Prečistenka, sulla Sadovaja e presso le porte “Nikita”.
 
Gli operai dei rioni Basmanny, Rogošk e Blaguše-Lefortvosk accerchiarono la scuola militare “Alessio”. I comitati militari rivoluzionari dei ferrovieri istituirono il controllo sulle stazioni, rendendo impossibile l’arrivo delle truppe che il Quartier generale aveva inviato a Rjabzev. Gli operai dimostrarono grande coraggio e fermezza. L’operaio Malenkov diresse gli scontri a Sokolniki; il segretario del sindacato dei tessili, Ščerbakov, che comandava i reparti della Guardia Rossa del rione Blaguše-Lefortvosk, diresse l’assalto alle scuole militari. Blaguše-Lefortvosk. Il giovane tornitore della fabbrica dei telefoni Dobrynin, assieme al professore bolscevico Sternberg, comandò i reparti rivoluzionari a Zamoskvoreče. Le operaie delle fabbriche e delle officine di Mosca, sotto il fuoco delle mitragliatrici, scavavano trincee, prestavano servizio sanitario ai combattenti feriti.
 
In aiuto agli insorti di Mosca giunsero, al comando di Frunze, Guardie Rosse e soldati rivoluzionari da Ivanovo-Voznesensk e da Šuja. Reparti operai giunsero da Vladimir, Tula, Serpuhov e da altre città. Circa 10. mila operai della regione di Mosca presero parte alla battaglia per la vittoria del potere sovietico nella città. Su direttiva di Lenin furono inviati a Mosca reparti di Guardie Rosse di Pietrogrado e marinai della flotta del Baltico. I combattimenti decisivi si accesero a Mosca l’1-2 (14-15) novembre.
 
I reparti rivoluzionari, passo a passo, si aprirono il varco verso il Cremlino. Alle 5 del pomeriggio del 2 (15) novembre i controrivoluzionari si arresero. In base alle condizioni della capitolazione il “Comitato per la sicurezza pubblica” si sciolse e gli junkers furono disarmati. La notte del 3 (16) novembre le truppe rivoluzionarie occuparono il Cremlino. Anche a Mosca fu così instaurato il potere sovietico.
 
LA LIQUIDAZIONE DEL QUARTIER GENERALE CONTRORIVOLUZIONARIO
 
In quei giorni una seria minaccia per il potere sovietico era rappresentata dal Quartier generale del comando supremo, che si trovava a Mogilëv e che si era trasformato in un centro di complotto controrivoluzionario. Dopo la fuga di Kerenskij, il comandante del Quartier generale, Duchonin, si proclamò comandante supremo. Al Quartier generale si erano precipitati gli ex-ministri del governo provvisorio, con l’intenzione di mettere in piedi un governo antisovietico con a capo il socialrivoluzionario Cernov. Le missioni militari straniere presso il Quartier generate consigliavano Duchonin a non sottomettersi al governo sovietico.
 
A nome del governo sovietico Lenin richiese categoricamente a Duchonin d’iniziare immediatamente, in conformità al decreto sulla pace, trattative con il comando tedesco. Duchonin rifiutò di eseguire questa disposizione e allora il governo sovietico lo destituì e nominò comandante supremo l’alfiere Krylenko. Duchonin non si sottomise neppure a questo nuovo ordine del governo e per organizzare le forze della controrivoluzione, liberò dagli arresti i generali Kornilov, Denikin, Lukomskij, Romanovskij e altri che avevano partecipato alla rivolta di Kornilov.
 
Il 9 (22 novembre) Lenin si rivolse per radio a tutti i comitati di reggimento, di divisione, di corpo di armata, d’armata, a tutti i soldati e marinai invitandoli a prendere nelle loro mani la causa della pace. Ai reggimenti che si trovavano nelle prime linee del fronte si riconobbe il diritto d’intavolare trattative con il nemico e di raggiungere accordi di armistizio da inviare poi, per la definitiva ratifica, al Consiglio dei Commissari del Popolo. Per reprimere la ribellione, al Quartiere generale furono inviati, sotto il comando di Krylenko, reparti di soldati e marinai rivoluzionari da Pietrogrado, da Minsk e da altre località. Il 18 novembre (1° dicembre), ancor prima dell’arrivo del nuovo comandante supremo, il Comitato militare rivoluzionario di Mogilëv si proclamò massimo potere nella città e, con l’aiuto di reparti rivoluzionari, prese nelle sue mani il controllo sul Quartier generale. Duchonin fu arrestato; i soldati indignati lo fucilarono.
 
La rapida disfatta delle rivolte di Kerenskij, Krasnov e di Duchonin era frutto dell’aiuto attivo e completo che le masse dei soldati e dei marinai davano alla rivoluzione socialista. John Reed, che in quei giorni si trovava al fronte, scrisse che “le delegazioni delle forze di terra e di mare si succedevano a Pietrogrado, portando le loro felicitazioni entusiastiche al nuovo governo del popolo”. Nel corso del mese di novembre nella maggioranza delle formazioni militari il potere passò ai comitati militari rivoluzionari.
 
L’INSTAURAZIONE DEL POTERE SOVIETICO NELLE DIVERSE LOCALITÀ
 
La Russia intera con i suoi centri industriali, politici e culturali fu la base della rivoluzione socialista. Durante i primi giorni della rivoluzione, dal 25 al 31 ottobre (7-13 novembre), il potere dei soviet fu instaurato in 16 centri provinciali e alla fine di novembre già in tutti i più importanti centri industriali e sui principali fronti di guerra. Gli operai di Pietrogrado, di Mosca e degli altri centri proletari ebbero una grande funzione nella instaurazione del potere sovietico nella periferia. Il Comitato militare rivoluzionario di Pietrogrado inviò nelle diverse province più di 600 agitatori, 106 commissari e 61 istruttori; il governo sovietico inviò nelle campagne circa 10 mila operai per la organizzazione del lavoro rivoluzionario.
 
L’instaurazione del potere sovietico nelle diverse regioni del paese avvenne in tempi e condizioni diversi: in alcuni grossi centri industriali e politici del paese, dove i soviet erano in mano ai bolscevichi già dal periodo di preparazione della rivoluzione socialista e che di fatto erano padroni della situazione, il potere sovietico fu instaurato rapidamente e, in gran parte, per via pacifica. Così avvenne a Lugansk, Ivanovo-Voznesensk e in tutta la regione industriale di Ivanovo-Kinešma, a Ekaterinburg, Ufa, nella maggior parte delle altre città degli Urali, nelle città del Volga, a Nižnij Novgorod, Samara e Zarizyn. Ma in alcune città la controrivoluzione costrinse ope rai e contadini a passare alla lotta armata.
 
Molto più complessa fu l’instaurazione del potere sovietico negli immensi territori della Siberia e dell’Estremo Oriente, dove l’assenza della grande proprietà fondiaria e di una industria sviluppata non aveva consentito uno sviluppo radicale della lotta di classe. Nelle campagne dominava un forte strato di kulaki (contadini ricchi); i pochi operai erano dispersi in isolati centri industriali, principalmente lungo la ferrovia transiberiana. Poche erano le organizzazioni bolsceviche; fra gli operai, ma soprattutto fra i contadini, erano i socialrivoluzionari e i menscevichi ad avere ancora l’influenza predominante. A Omsk, Irkutsk, Čita e in altre località erano esistite sino all’autunno 1917 organizzazioni socialdemocratiche unitarie di bolscevichi e menscevichi e questo fatto aveva frenato la lotta per il potere sovietico.
 
Sotto la direzione del Comitato Centrale del partito i bolscevichi della Siberia e dell’Estremo Oriente crearono in breve tempo organizzazioni combattive e svilupparono un’efficace lotta per la vittoria della rivoluzione socialista. Il 29 ottobre (11 novembre) il potere sovietico venne instaurato a Krasnojarsk e il 29 novembre (12 dicembre) a Vladivostok. Il 30 novembre (13 dicembre), dopo avere sconfitto con una lotta armata le forze della controrivoluzione, prese il potere anche il soviet di Omsk. Il 10 (23) dicembre il III congresso regionale dei soviet della Siberia occidentale, riunito a Omsk, proclamò l’instaurazione del potere sovietico in tutta la Siberia occidentale. Con l’aiuto dei reparti delle Guardie Rosse di Krasnojarsk e di altre città, i lavoratori di Irkutsk, alla fine del dicembre 1917, sconfissero le Guardie Bianche che avevano promosso una rivolta contro il potere sovietico. Il 6 (19) dicembre il potere passò, al soviet a Chabarovsk.
 
Il 14 (27) dicembre il III congresso circondariale dei soviet dell’Estremo Oriente, riunito a Chabarovsk, adottò una dichiarazione sul passaggio di tutto il potere ai soviet nelle regioni dell’Amur e del Territorio Marittimo (Primorskij Kraj). Alla fine del gennaio 1918 fu liquidata e cacciata da Tomsk la cosiddetta Duma regionale siberiana, che pretendeva di rappresentare il potere in Siberia. Il II congresso dei soviet di tutta la Siberia, che si tenne nel febbraio 1918 a Irkutsk, consolidò la vittoria del potere sovietico in Siberia e nell’Estremo Oriente.
 
Molti sforzi da parte del potere sovietico richiese la repressione della controrivoluzione cosacca nel Don, diretta dall’atamano Kaledin, che aveva affermato che le truppe del Don non si sarebbero sottomesse al governo sovietico e si era messo sulla via della guerra aperta al potere sovietico. Nella zona del Don si erano intanto precipitati tutti i capi della controrivoluzione russa: Miljukov, Denikin, Kornilov e i loro complici. Kaledin si collegò con i cosacchi controrivoluzionari del Kuban, del Terek, di Astrakan, con l’atamano cosacco Dutov a Orenburg e con altre forze controrivoluzionarie.
 
Gli Stati imperialisti inviarono a Kaledin armi e denaro, sperando di rovesciare col suo aiuto il potere sovietico. Il segretario di stato americano Lansing scriveva in un rapporto al presidente Wilson: “La forza meglio organizzata e capace di farla finita col bolscevismo e di soffocare il governo è rappresentata dal gruppo del generale Kaledin… La sua disfatta significherebbe mettere tutto il paese nelle mani dei bolscevichi… Occorre rafforzare negli alleati di Kaledin la convinzione che essi riceveranno aiuti morali e materiali dal nostro governo se il loro movimento diventerà sufficientemente forte…”.
 
I finanzieri americani, i governi francese e inglese diedero a Kaledin ingenti somme di denaro per organizzare la rivolta antisovietica. La missione americana della Croce Rossa cercò di far giungere nel Don automezzi blindati e macchine. Con i soldi degli imperialisti stranieri anche i generali zaristi Alekseev e Kornilov cominciarono a formare l’esercito, cosiddetto “volontario”, delle Guardie Bianche. In novembre Kaledin riuscì a conquistare Rostow sul Don e poi Taganrog. Dopo aver instaurato in queste città un regime di sanguinoso terrore, egli manifestò l’intenzione di marciare su Mosca. Per sconfiggerlo, il governo sovietico gli mandò incontro unità di Guardie Rosse e reparti rivoluzionari da Mosca, Pietrogrado e dal Donbass.
 
Nel frattempo il partito bolscevico conduceva un lavoro di chiarificazione fra i cosacchi. In gennaio, nel villaggio cosacco di Kamensk si tenne il congresso dei cosacchi che combattevano al fronte. Erano presenti rappresentanti del Comitato Centrale e del comitato clandestino di Rostov del partito bolscevico. Il congresso riconobbe il potere sovietico, formò un comitato rivoluzionario del Don con a capo il cosacco Podtelkov, elesse la delegazione da inviare all’imminente III congresso panrusso dei soviet e dichiarò guerra a Kaledin, che si trovò cosi attaccato frontalmente e alle spalle. Convintosi che la sua situazione era senza via di scampo, Kaledin preferì suicidarsi.
 
All’inizio di febbraio insorsero gli operai di Taganrog, instaurando in città il potere sovietico. Reparti della Guardia Rossa arrivarono alla periferia di Rostov, che occuparono il 24 febbraio; il giorno seguente cadeva anche Novočerkassk. In tutta la zona del Don si affermò così il potere sovietico.
 
Per l’instaurazione del potere sovietico, assieme al popolo russo lottarono coraggiosamente i popoli delle altre nazionalità della Russia. La politica nazionale leninista assicurò l’unità delle forze rivoluzionarie dei diversi popoli e comunità della Russia. I principi fondamentali di questa politica nazionale erano stati trasformati in legge nella dichiarazione sui diritti dei popoli della Russia, approvata dal Consiglio dei Commissari del Popolo il 2 (15) novembre 1917. La dichiarazione proclamava l’uguaglianza e la sovranità dei popoli della Russia, il loro diritto alla libera autodeterminazione, sino alla separazione e alla formazione di uno Stato autonomo; proclamava l’abolizione di tutti i privilegi e le limitazioni nazionali e religiose, il libero sviluppo delle minoranze nazionali e dei gruppi etnici che popolavano il territorio della Russia. Nell’appello “A tutti i lavoratori musulmani della Russia e dell’Oriente”, nel manifesto al popolo ucraino e in altri suoi atti, il governo sovietico dimostrò chiaramente la profonda, fondamentale differenza della sua politica nazionale liberatrice da quella praticata dal governo provvisorio.
 
La politica dell’internazionalismo proletario raccolse attorno al potere sovietico i lavoratori di tutte 1e nazioni. Tuttavia, le peculiarità delle sviluppo politico ed economico-sociale delle nazionalità periferiche ebbero il loro peso nel corso della lotta per l’instaurazione del potere sovietico. La rivoluzione socialista incontrò in alcune zone l’accanita resistenza delle organizzazioni nazionalistico-borghesi, sorte ancor prima della Rivoluzione d’Ottobre (la Rada ucraina e bielorussa, il Kurultai in Crimea, l’Orda di Alaš nel Kazachstan eccetera). Queste organizzazioni crearono “governi” nazionalistici controrivoluzionari e, coprendosi con la bandiera della lotta per l’indipendenza nazionale, dichiararono guerra al potere sovietico. Fecero blocco con i nazionalisti attivi elementi controrivoluzionari che avevano trovato riparo in quelle zone dopo la Rivoluzione d’Ottobre e che cercavano ora di trasformare quei centri nazionalisti in focolai della controrivoluzione.
 
Le forze rivoluzionarie dovettero lottare nelle regioni periferiche, assai più che non nelle regioni centrali, contro la pressione degli imperialisti stranieri. Le difficoltà della lotta per il potere dei soviet erano legate anche all’assenza o alla scarsissima presenza del proletariato, alla debolezza delle organizzazioni bolsceviche e alla maggiore influenza dei partiti opportunistici e nazionalistici sulle masse lavoratrici.
 
Il potere sovietico trionfo rapidamente nelle zone della Bielorussia e del Prebaltico non occupate dai tedeschi. A Mogilëv si trovavano il Quartier generale del comando supremo, la Rada nazionalistico-borghese della Bielorussia, e numerose formazioni controrivoluzionarie: il corpo d’armata del generale Dowbór-Muśnicki, formato da polacchi che prestavano servizio militare nel vecchio esercito; battaglioni d’assalto eccetera. Queste forze controrivoluzionarie rappresentavano una seria minaccia per il potere sovietico, poiché potevano in qualsiasi momento essere utilizzate contro Pietrogrado e Mosca. Esse però non trovavano alcun appoggio tra le masse popolari.
 
Le organizzazioni bolsceviche della Bielorussia e del fronte occidentale, fin dalla vigilia della Rivoluzione d’Ottobre, disponevano della maggioranza nei soviet e nei comitati dei soldati, ciò che permise al soviet di Minsk, il 25 ottobre (7 novembre), di prendere il potere nella città. lo seguirono ben presto i soviet di Gomel, di Mogilëv, di Vitebsk e di altri centri. Come indicava in un suo rapporto al governo sovietico il Comitato esecutivo dei soviet della regione occidentale, il passaggio del potere ai soviet in tutti i centri più o menu importanti era avvenuto in un paio di settimane.
 
Nella seconda metà di novembre si tenne a Minsk il congresso dei soviet dei deputati operai e soldati, il congresso del fronte e il congresso dei soviet contadini. Ai lavori di questi congressi parteciparono con pieni potere, da parte del Comitato Centrale del partito bolscevico e del Consiglio dei Commissari del Popolo e del Comitato Esecutivo Centrale, Ordžonikidze e Volodarskij. In Bielorussia si formò il Consiglio dei Commissari del Popolo della regione occidentale con a capo il noto dirigente bolscevico Mjasnikov.
 
La lotta per instaurare il potere sovietico si concluse con successo anche nelle zone non occupate del Baltico. Il 24 ottobre (6 novembre) ebbe inizio l’insurrezione a Reval (Tallinn) e il 26 ottobre (8 novembre) il Comitato militare rivoluzionario pubblicava il proclama della vittoria della rivoluzione e dell’instaurazione del potere sovietico in Estonia. In Lettonia, nella città di Valka, il 16-17 (29-30) di cembre, sotto la direzione dei bolscevichi, ebbe luogo il congresso dei soviet dei deputati operai, soldati e contadini, che elesse il primo governo sovietico della Lettonia.
 
I lavoratori dell’Ucraina sostennero decisamente l’iniziativa del proletariato russo. Gli operai rivoluzionari e i soldati di Kiev si erano mossi il 25 ottobre (7 novembre) con la richiesta dell’immediato passaggio del potere nelle mani dei soviet. Come risposta, i rappresentanti controrivoluzionari del governo provvisorio pubblicarono un proclama che invitava a lottare contro il potere sovietico. La classe operaia ucraina, sotto la direzione dei bolscevichi, insorse in difesa dei soviet. Gli operai della fabbrica “Arsenal”, del 3° aerocentro e di altre fabbriche di Kiev pretesero l’adozione di provvedimenti decisi nei riguardi della controrivoluzione.
 
Il 27 ottobre (9 novembre) nella seduta congiunta del soviet dei deputati operai e del soviet dei deputati dei soldati fu creato il Comitato militare rivoluzionario. Il giorno dopo i suoi membri vennero arrestati, ma le masse non smobilitarono. Fu formato un nuovo Comitato militare rivoluzionario, che diresse l’insurrezione armata iniziata il 29 ottobre (11 novembre). Nel corso di combattimenti durati tre giorni venne infranta la resistenza della controrivoluzione. Tuttavia la Rada centrale chiamò dal fronte i reggimenti influenzati dai nazionalisti borghesi ucraini e, mutando a proprio favore il rapporto di forze, riconquistò il potere a Kiev. La Rada riuscì con azione demagogica ad attirare dalla sua parte una considerevole parte di contadini, soprattutto quelli ricchi, e proclamò il suo potere in tutta l’Ucraina. Il 7 (20) novembre essa pubblicò la cosiddetta “Terza Universale”, in cui dichiarava di non volersi sottomettere al governo sovietico della Russia; essa inoltre sottoscrisse un accordo con il comandante del fronte romeno, generale Ščerbačev,, per unire i fronti romeno e sudoccidentale in un unico fronte ucraino, sotto il comando dello stesso Ščerbačev, e si alleò con l’atamano Kaledin.
 
Le attività ostili della Rada centrale costrinsero il Consiglio dei Commissari del Popolo a presentare il 4 (17) dicembre 1917 un ultimatum, che imponeva la cessazione di ogni attività disgregatrice al fronte; di proibire l’afflusso di forze controrivoluzionarie verso il Don; di abbandonare l’alleanza con Kaledin e di restituire in Ucraina le armi ai reggimenti rivoluzionari e ai reparti della Guardia Rossa. I1 governo sovietico avvertiva la Rada che, in caso di mancata esecuzione dei suoi ordini, doveva considerarsi in stato di guerra con il potere sovietico. Contemporaneamente il Consiglio dei Commissari del Popolo in un manifesto al popolo ucraino riconosceva 1’indipendenza dell’Ucraina e smascherava il carattere controrivoluzionario della Rada e la sua politica antinazionale e antisovietica.
 
La Rada si oppose all’ultimatum del governo sovietico e si rivolse, per ottenere sostegno, ai governi dell’Intesa, che si erano affrettati a riconoscerla e a muoversi in suo aiuto.
 
Le masse popolari ucraine si convinsero, sulla base dell’esperienza, che la Rada era l’organo della dittatura della borghesia nazionalistica ucraina, asservita al capitale straniero, e scesero in armi contro di essa e i suoi protettori imperialisti. Il Donbass rivoluzionario non riconobbe il potere della Rada. I bolscevichi di Charkov, sotto la guida del membro del Comitato Centrale del partito bolscevico Artem (F. A. Sergeev), dopo aver represso la controrivoluzione locale e instaurato il potere sovietico nella città, agirono di comune accordo con i soviet del Donbass nella lotta per la conquista del potere in tutta l’Ucraina.
 
A Charkov, l’11 (24) dicembre 1917, si aprì il I congresso dei soviet dell’Ucraina. Il giorno successivo il congresso proclamo il potere sovietico in Ucraina, elesse il Comitato Esecutivo Centrale e formò il governo sovietico di Ucraina, che ebbe nel suo Consiglio Artem (Sergeev), Boš, Kocjubinskij e altri. Il congresso informò il popolo ucraino della stretta alleanza stabilitasi fra l’Ucraina sovietica e la Russia sovietica. Il Consiglio dei Commissari del Popolo della repubblica russa mandò il proprio saluto al governo sovietico dell’Ucraina e promise il suo completo appoggio nella lotta contro la controrivoluzione.
 
In pochi giorni il potere sovietico vinse a Ekaterinoslav, Odessa, Černigov e in varie altre città dell’Ucraina. Il 16 (29) gennaio 1918 scoppiò a Kiev una nuova insurrezione armata, che facilitò il compito alle unità rivoluzionarie che stavano entrando in città. Il 26 gennaio (8 febbraio) Kiev era conquistata dal potere sovietico. La Rada fuggi in Volinia. Il potere sovietico fu instaurato in quasi tutto il territorio dell’Ucraina, in Crimea e in Moldavia.
 
All’inizio del 1918, dopo aspra lotta, il potere dei soviet fu instaurato anche in molti grossi centri del Kuban, delle zone rivierasche del Mar Nero, e in marzo in tutto il Caucaso settentrionale. Buačidze, Buinakskij, Kirov e Ordžonikidze furono i principali organizzatori di questa lotta.
 
Nella zona transcaucasica la lotta per il potere sovietico ebbe un carattere particolarmente complesso e durò a lungo. Le cause sono da ricercarsi nell’assenza di grossi centri industriali, a esclusione di Baku, per cui il proletariato era debolissimo; nell’ostilità fra le diverse nazionalità fomentata da lungo tempo dalle classi sfruttatrici; nella debolezza delle organizzazioni bolsceviche locali e nella maggiore attività dei partiti nazionalistico-borghesi, che si erano formati già da tempo e con una demagogica politica nazionalistica avevano conquistato una notevole influenza tra le masse; nella diretta ingerenza degli imperialisti stranieri.
 
A Baku, centro proletario della Transcaucasia, dove la lotta dei lavoratori era diretta da una forte organizzazione bolscevica guidata da Šaumjan, Džaparidze, Azizbekov e altri, il potere sovietico venne instaurato il 31 ottobre (13 novembre). Ben presto i soviet trionfarono in quasi tutto l’Azerbaigian. Ma il 15 (28) novembre i partiti nazionalistici controrivoluzionari (i menscevichi georgiani, dasnaki armeni e mussavatisti azerbaigiani), con l’aiuto diretto degli imperialisti stranieri, crearono a Tiflis (Tbilisi) un proprio organo di potere borghese, il cosiddetto “Commissariato della Transcaucasia”. Questi partiti condussero un’accanita propaganda antisovietica, organizzarono bande armate con l’aiuto dei generali delle Guardie Bianche e degli agenti stranieri, e nel gennaio 1918 massacrarono a tradimento i soldati rivoluzionari, che ritornavano dal fronte turco.
 
La lotta per il potere sovietico nella Transcaucasia si protrasse per lungo tempo. I lavoratori della Transcaucasia la portarono a termine soltanto negli anni 1920-1921.
 
Negli Urali l’atamano cosacco Dutov, nel dicembre 1917, sollevò una rivolta antisovietica nella zona di Orenburg, con l’aiuto dei menscevichi e dei socialrivoluzionari, della borghesia e dei proprietari fondiari, dei nazionalisti cosacchi e baškiri e degli imperialisti stranieri. Occupando Orenburg, Dutov tagliava la Russia sovietica dall’Asia centrale e minacciava l’esistenza del potere sovietico nei centri industriali degli Urali e delle zone del Volga. Egli cercava inoltre di stabilire un contatto diretto con Kaledin. Il governo sovietico mandò contro Dutov reparti di Guardie Rosse, di marinai rivoluzionari e di soldati da Pietrogrado e da Mosca. Alla disfatta di Dutov parteciparono i lavoratori degli Urali, delle zone del Volga, dell’Asia centrale e del Kazachstan. Commissario straordinario nella lotta contro Dutov fu Kobozev, noto esponente bolscevico degli Urali.
 
Il 18 (31) gennaio 1918 le truppe rivoluzionarie, con l’aiuto dei lavoratori insorti, occuparono Orenburg e schiacciarono la controrivoluzione cosacca. Dutov, con un pugno di suoi fidi, si rifugiò nelle steppe di Turgaj. A Orenburg il potere passò nelle mani del soviet dei deputati operai, soldati, contadini e cosacchi. La disfatta delle truppe di Dutov ebbe grande importanza, perché affermò il potere sovietico su] territorio del Kazachstan e dell’Asia centrale.
 
Nell’Asia centrale il Centro della rivoluzione socialista fu Taškent. Il 28 ottobre (10 novembre) 1917 gli operai della ferrovia e i soldati rivoluzionari iniziarono la lotta armata. Per quattro giorni la città fu teatro di scontri accaniti. In aiuto agli operai di Taškent insorti sopraggiunsero squadre di combattenti da varie città dell’Asia centrale e del Kazachstan. Il 31 ottobre (13 novembre) l’insurrezione armata si concluse vittoriosamente e soppresse il potere del comitato turkestano del governo provvisorio. Alla metà di novembre, al III congresso circondariale dei soviet che si tenne a Taškent, si formò il governo sovietico e il Consiglio dei Commissari. del Popolo del Turkestan.
 
Il diverso rapporto delle forze di classe in alcune zone dell’Asia centrale e del Kazachstan protrasse la lotta per il potere sovietico per alcuni mesi, fino al marzo del 1918, quando furono sconfitti il forze e i centri principali della controrivoluzione nazionalistico-borghese dell’Asia centrale (il Kokand autonomo) e del Kazachstan (l’Orda di Alas) e i cosacchi “bianchi” degli Urali, di Orenburg e della regione dei Sette Fiumi.
 
In definitiva, il potere sovietico si affermò in quasi tutto il territorio russo nel periodo dall’ottobre 1917 al marzo 1918. Caratterizzando questa marcia trionfale Lenin scrisse: “Per tutta la Russia dilagava l’ondata della guerra civile e dappertutto noi vincevamo con una rapidità incredibile, proprio perché il frutto era maturo, perché le masse avevano ormai superato l’esperienza della politica di conciliazione con la borghesia. La nostra parola d’ordine ‘Tutto il potere ai soviet!’, verificata in pratica dalle masse in una lunga esperienza storica, divenne sangue del loro sangue e carne della loro carne”. V. I. Lenin: “VII congresso del Partito Comunista (Bolscevico) della Russia. Rapporto sulla guerra e la pace”, Opere, vol. 27, pag. 75)
 
LE CAUSE DELLA VITTORIA E IL SIGNIFICATO STORICO DELLA RIVOLUZIONE D’OTTOBRE
 
La grande Rivoluzione socialista d’Ottobre fu il risultato obiettivo del processo storico mondiale, che aveva portato l’umanità alla rivoluzione socialista e messo la classe operaia russa all’avanguardia del movimento rivoluzionario mondiale. La rivoluzione vinse, perché guidata dal proletariato russo che aveva una grande esperienza di lotta, e primo fra tutte le altre classi della società russa creò, sotto la guida geniale di Lenin, il suo partito politico, il partito bolscevico, divenendo la principale forza motrice di tutto lo sviluppo politico-sociale del paese.
 
Nel corso della lotta si formò una combattiva alleanza del proletariato con i contadini poveri, che rappresentavano la maggioranza della popolazione. Questa alleanza s’incarnò nei soviet, nuova forma del potere statale rivoluzionario. Una condizione decisiva della vittoria della Rivoluzione d’Ottobre fu la presenza alla testa delle masse popolari del partito rivoluzionario dei bolscevichi, armato della teoria marxistaleninista d’avanguardia. Il marxismo-leninismo, nel periodo di preparazione e di realizzazione della Rivoluzione d’Ottobre, si arricchì di nuove tesi teoriche, sia nelle risoluzioni del partito che nei lavori di Lenin, diventando l’esempio vivo di attuazione della teoria leninista della rivoluzione socialista.
 
La rapidità e la facilità della vittoria della rivoluzione si spiegano anche col fatto che la classe operaia ebbe nella borghesia russa un avversario relativamente debole. L’arretratezza del capitalismo russo, la sua dipendenza dall’imperialismo straniero, le condizioni storiche nelle quali si era sviluppato determinarono il carattere particolarmente reazionario, la fiacchezza politica e l’insufficiente esperienza della borghesia russa. I partiti piccolo-borghesi dei menscevichi e dei socialrivoluzionari, passati apertamente nel campo della controrivoluzione, si smascherarono agli occhi del popolo e si trovarono politicamente isolati.
 
Anche la situazione internazionale favorì il successo della rivoluzione. Le opposte coalizioni imperialistiche, occupate nella guerra, non poterono prestare subito un rilevante aiuto armato alla borghesia russa. La solidarietà e la simpatia internazionale furono di efficace sostegno alla classe operaia russa.
 
La Rivoluzione d’Ottobre segnò una svolta radicale nei destini storici della Russia. La classe operaia, alleata con i contadini poveri, abbatté il potere degli sfruttatori e instaurò la propria direzione politica della società, la dittatura del proletariato, creando così le condizioni necessarie per la vittoria del regime socialista. La classe operaia distrusse la vecchia macchina dello Stato, nazionalizzò le fabbriche, le officine, le banche, confiscò la grande proprietà fondiaria, liquidò i privilegi di classe e di casta, creò propri organi del potere statale: i soviet dei deputati operai e contadini. Nacque, nella forma dei soviet, un nuovo tipo di democrazia, estesa alle più larghe masse popolari, che per la prima volta nella storia dell’umanità diventavano padrone dei loro destini.
 
“Il sorgere stesso dell’URSS e persino i primi duri anni della sua esistenza – ha notato lo scrittore americano Theodore Dreiser – convalidarono un argomento convincente, che ora è diventato indistruttibile. Nell’arena mondiale è apparsa una nazione che fondatamente afferma: il nostro sistema dà la proprietà non al capitale ma al suo produttore e gli dà pure una vita giustamente e adeguatamente costruita e tutti i beni che sono capaci di produrre il genio, l’arte, la scienza e le forze della ragione umana. Questa fiaccola è diventata un faro non solo per la Russia, ma anche un potente riflettore che spietatamente mette a nudo e smaschera macchinazioni, falsità, conflitti generati dalle avidità, oscuri pregiudizi e la spazzatura del sisterna capitalistico”.
 
A differenza di tutte le precedenti, la Rivoluzione socialista d’Ottobre portò non alla sostituzione di una forma di sfruttamento con un’altra, ma alla liquidazione di qualsiasi sfruttamento dell’uomo sull’uomo; essa distrusse le forme dell’oppressione sociale e nazionale, dell’ineguaglianza di diritti tra le nazioni, elevando i popoli della Russia, prima privati dei loro diritti più elementari, alla condizione di popoli liberi ed eguali.
 
La rivoluzione socialista salvò la Russia dalla catastrofe economica e nazionale che su di essa incombeva, dalla minaccia di asservimento e smembramento da parte degli imperialisti inglesi, americani, tedeschi eccetera. Essa proclamò una politica di pace e indicò a tutti i popoli la via d’uscita dalla sanguinosa guerra imperialistica mondiale.
 
“Quando l’umanità liberata celebrerà le date della sua liberazione – ha scritto il grande scrittore francese Henri Barbusse – con lo slancio maggiore e con il più grande entusiasmo festeggerà il 7 novembre 1917, giorno di nascita dello Stato sovietico, che ha emanato come suo primo decreto il decreto sulla pace”.
 
La vittoria della Rivoluzione d’Ottobre ebbe un grande significato internazionale. Lenin scrisse: “Abbiamo il diritto di essere fieri e di considerarci felici di essere stati i primi ad abbattere in un angolo del globo terrestre questa belva feroce, il capitalismo, che ha inondato il mondo di sangue, e ha portato l’umanità alla fame e all’abbrutimento”. (V. I. Lenin: “Parole profetiche”, Opere, vol. 27. pag. 463.)
 
La Rivoluzione d’Ottobre ha rappresentato una svolta profonda non solo nella struttura economica e di classe della società, ma anche nella ideologia della classe operaia. La grande vittoria ottenuta sotto la bandiera del marxismo-leninismo ha dato un forte colpo all’ideologia dell’opportunismo e del revisionismo e ha elevato il movimento operaio mondiale a un nuovo, più alto livello.
 
La Rivoluzione d’Ottobre ha trasformato la Russia in primo centro del socialismo, sostenuto dai lavoratori di tutto il mondo; ha assicurato alla classe operaia russa il ruolo di avanguardia dei lavoratori di tutti i paesi nella lotta per l’abbattimento del capitalismo e per la trasformazione socialista della società.
 
La classe operaia russa, nella sua lotta per la conservazione delle conquiste dell’Ottobre e in seguito per la costruzione del socialismo, ha goduto immancabilmente del sostegno e dell’appoggio dei proletari dei paesi capitalistici; così come, nel medesimo tempo, gli operai degli Stati capitalistici nella loro lotta rivoluzionaria per la causa del progresso e del socialismo, hanno potuto contare su un amico fidato e un compagno di lotta.
 
Il principio dell’internazionalismo proletario ha ricevuto la sua più esplicita conferma nei rapporti reciproci fra la classe operaia russa e i proletari dei paesi capitalistici: “Noi non solo abbiamo solidarizzato con la rivoluzione russa – ha scritto il segretario generale del Partito Comunista Francese, Maurice Thorez – ma abbiamo considerato la Rivoluzione socialista d’Ottobre come patrimonio nostro, come patrimonio di tutto il movimento operaio internazionale e noi, proletari di Francia, abbiamo dichiarato la nostra fede in essa e il nostro dovere d’imparare da Lenin”.
 
L’influenza della Rivoluzione socialista d’Ottobre sugli altri paesi era determinata dal fatto che le sue leggi principali di sviluppo avevano, per definizione di Lenin, “non un significato locale, specificatamente nazionale, esclusivamente russo, ma un significato internazionale”. Esse implicano “l’inevitabilità storica che si ripeta su scala internazionale ciò che e avvenuto da noi”. (V. I. Lenin: “L’estremismo, malattia infantile del comunismo”, Opere, vol. 31, pag. 11.)
 
Le leggi obiettive generali della grande Rivoluzione socialista d’Ottobre sono state successivamente e brillantemente confermate dall’esperienza di quei paesi dove ha vinto la rivoluzione socialista e ha avuto inizio la costruzione del socialismo.
 
 
 

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