Socialismo o “castelli in aria”?

 

Zoltan Zigedy

 

Non è affatto un segreto che la sinistra statunitense sopravvive appena. Se, nel corso della mia vita, i movimenti di sinistra negli Stati Uniti non hanno scosso le fondamenta del potere, tuttavia in passato hanno conosciuto momenti di modesto successo, rimodellando il panorama politico in modo significativo e irreversibile. Dalla seconda guerra mondiale l’attivismo di sinistra ha suscitato e alimentato movimenti importanti come le lotte per l’uguaglianza afroamericana e le proteste contro l’aggressione statunitense in Vietnam. La sinistra ha anche svolto ruoli importanti nelle lotte per i diritti delle donne e dei gay e per il rafforzamento della tutela ambientale. Nonostante i discorsi sulla rivoluzione e sulle alternative radicali degli anni Sessanta fossero più un’iperbole che reali, il fermento di quell’epoca era reale.

 

Purtroppo, ben poco del modesto successo avuto dalla sinistra statunitense ha segnato il movimento operaio, una forza sociale alla quale l’anticomunismo ha tolto le zanne e gli artigli all’inizio della guerra fredda. E poco dell’ondata di vitalità messa in moto dalla sinistra ha creato serie difficoltà al sistema bipartitico. Mentre i moti degli anni Sessanta si allontanano sempre di più nella nostra memoria collettiva, anche la quantità e la qualità della lotta popolare viene meno.

 

Non è solo il numero di azioni o la dimensione della folla che si stanno riducendo, ma anche la comprensione ideologica che sostiene di animare la nostra sinistra statunitense. Cioè, le idee propugnate dai vari elementi della sinistra sono diventate sempre più torbide e superficiali.

 

Cosa affligge la sinistra?

 

Il declino della sinistra statunitense ha molti sintomi e molte cause.

 

Ma il demone che si intravede nell’ombra delle lotte per la giustizia sociale è il demone dell’anticomunismo. Altri popoli hanno sofferto periodi di isterico e paranoico anticomunismo, ma con l’eccezione degli Stati Uniti, pochi paesi hanno elevato l’anticomunismo a religione di stato. Mentre attualmente la paura dell’Islam ha forse sostituito le paure della Guerra Fredda come ossessione nazionale, l’anticomunismo rimane profondamente radicato nella psiche nazionale. Film recenti che presentano invasioni sia della costa Pacifica che di quella Atlantica degli Stati Uniti da parte della piccolissima armata della Repubblica Democratica Popolare di Corea, dimostrano la persistenza di questo demone.

 

Naturalmente la stessa sinistra statunitense non ripudia il metodo di screditare gli avversari etichettandoli come comunisti né avversa chi lo fa. A partire dagli anni Cinquanta, persone “di sinistra” riuscivano a guadagnare rispettabilità e credibilità con il rito pubblico di denunciare il Comunismo. E’ in questo periodo che si vedono per la prima volta i cordoni ombelicali di natura finanziaria che collegano le più importanti e più influenti formazioni di sinistra e progressiste ai donatori e alle fondazioni ricche (e in alcuni casi nefasti, ai servizi segreti). Organizzazioni indipendenti, di lavoratori o di gruppi nazionali oppressi, finanziate dalla loro stessa base, sono state guardate regolarmente con sospetto e investigate per i possibili legami rossi.

 

All’inizio degli anni Sessanta, l’epurazione di ogni traccia di rosso o persino di rosa era ormai in gran parte completata. Tutto: le parole, le idee, le associazioni anche vagamente legate al Comunismo erano scomparse dalla vita quotidiana convenzionale. E l’avanzamento di una “nuova” sinistra rifletteva il peso di questa eredità. Sia l’opportunismo che l’ignoranza hanno portato la maggior parte della nuova leadership della sinistra a stabilire un campo politico a destra o a sinistra del Comunismo e palesemente lontana dal Comunismo: democrazia radicale e democrazia sociale a destra; maoismo e anarchismo a sinistra.

 

Probabilmente questo incapacità di confrontarsi in modo onesto e oggettivo con il Comunismo, questo atteggiamento della Guerra Fredda di ideare tutta la politica come contrappeso al Comunismo, hanno contribuito potentemente al declino della sinistra nel decennio che seguì. La base del movimento studentesco e l’alienazione dai lavoratori hanno dimostrato la superficialità dell’ideologia della nuova sinistra. Moltissimi dirigenti e attivisti si sono persi nelle carriere, nel Partito Democratico, nella burocrazia dei servizi sociali o si sono ritirati nelle università.

 

L’anticomunismo ha continuato e continua a essere una fede cieca. La caduta del socialismo sovietico e il socialismo dell’Europa dell’Est ha aggiunto una nuova dimensione al canone anticomunista: il Comunismo non solo è stato nefasto, non ha nemmeno funzionato.

 

Senza la necessità di confrontarsi con un socialismo reale ed esistente, la sinistra statunitense vagava senza meta. Alcuni hanno trovato un ancoraggio ideologico nel “socialismo di mercato”, soprattutto con l’aumento di mercatismo-leninismo nella Repubblica Popolare della Cina. Altri hanno trovato risposte romantiche nel Comandante Zero, fumatore di pipa, rivoluzionario diminutivo e poeta imperscrutabile: caricatura di Che Guevara. Altri ancora hanno tentato di riportare in vita la nuova sinistra degli anni Sessanta. Non si può non ricordare la situazione dei rivoluzionari russi dopo la rivolta repressa del 1905, come descritta da Lenin:

 

Negli anni della reazione (1907-1910), lo zarismo è stato vittorioso. Tutti i partiti rivoluzionari e di opposizione sono stati annientati. La depressione, la demoralizzazione, le scissioni, la discordia, la defezione e la pornografia hanno preso il posto della politica. C’era una sempre maggiore spostamento verso l’idealismo filosofico; il misticismo divenne l’abito dei sentimenti contro-rivoluzionari. (Il comunismo di sinistra: un disturbo infantile).

 

In questo periodo, dove i comunisti europei sono diventati socialdemocratici, la sinistra negli Stati Uniti, segnata dall’anticomunismo e senza una tradizione comparabile, ponevano le loro speranze nelle lotte per singole questione, per i gruppi cult o l’improbabile rinascita del Partito Democratico stile New Deal.

 

Obama e la sinistra

 

La candidatura di Barack Obama si è dimostrata un disastro per la sinistra statunitense. Gli oppositori della guerra e gli attivisti che combattevano per la giustizia sociale hanno deposto i loro striscioni e i loro piani e si sono accalcati nella campagna per eleggere Obama. Aspettative grandiose sono state evocate dal nulla: un candidato in passato vicino ai democratici conservatori e ammiratore professo di Ronald Reagan è stato visto come il secondo avvento di Franklin Delano Roosevelt; e anche misure prudenti di appoggio critico sono state sopraffatte da un entusiasmo allucinato.

 

Dopo le elezioni, la maggior parte della sinistra statunitense ha tenuto fede a Obama, una fede che ha prodotto molto poco del cambiamento previsto, ma è riuscita a disarmare la sinistra. Il grande perdente è stato l’elemento storicamente più progressista nella politica degli Stati Uniti: la comunità afroamericana. Comprensibilmente, gli afroamericani si sono adoperati per sostenere il primo presidente afroamericano, ma l’amministrazione Obama non ha né rappresentato gli afroamericani né mosso un dito per alleviare le sue condizioni materiali di vita in progressivo peggioramento. In realtà, spesso è stato fatto di più per gli afroamericani sotto presidenti repubblicani quando la sinistra ha intrapreso una protesta attiva e i Democratici erano all’opposizione! A titolo di esempio, nessun presidente repubblicano se la sarebbe cavata con i pochissimi afroamericani nominati o incaricati dall’amministrazione dell’attuale Presidente!

 

La classe dirigente degli Stati Uniti è riuscita opportunisticamente a calibrare il livello di tolleranza razziale degli elettori ottenuto a caro prezzo. Il nuovo volto della politica e della diplomazia statunitense presentato da Obama è stato accolto ovunque, in patria e all’estero, dopo il regime fallimentare di Bush. Una conseguenza di questa tattica è che la sinistra è stata disarmata e i leader afroamericani sono stati zittiti. Tragicamente, la sinistra statunitense ha accettato il simbolismo superficiale di un presidente afroamericano alle spese delle masse afroamericane.

 

La crisi e la sinistra

 

Per la sinistra, negli Stati Uniti come a livello internazionale, la profonda crisi economica cominciata nel 2008 e non ancora terminata, offre una grande opportunità di montare un’offensiva anticapitalista e offrire una chiara alternativa. Per oltre un secolo e mezzo l’alternativa era il socialismo. Nel tempo la sua visione differiva di qualche aspetto ma condivideva alcuni punti chiari e semplici: il primato teorico dei rapporti tra classi; la socializzazione dei mezzi di produzione; la fine dello sfruttamento; una nuova democrazia basata sul dominio da parte dei lavoratori, la maggioranza della popolazione; la pianificazione sociale ed economica. Ognuno di questi punti chiaramente pone rimedio a una clamorosa e inaccettabile lacuna del capitalismo.

 

Ma negli Stati Uniti, la nostra sinistra non vuole affrontare la devastazione causata dal capitalismo e si rifiuta di abbracciare questi punti e anche di discuterli in modo onesto. Uno dei leader nazionali più importanti e rispettati del movimento contro la guerra ha recentemente dichiarato: “In passato pensavo di essere un socialista … Ma penso anche che la gente debba avere il diritto di essere intraprendente in modo individuale. Non ho ancora visto la società nella quale mi piacerebbe vivere ma vedo tratti di essa, elementi di essa qua e là”. Questo non è certo un incoraggiamento per gli 11,7 milioni di cittadini statunitensi in cerca di lavoro, i quasi 8 milioni che preferirebbero un lavoro a tempo pieno al loro rapporto di lavoro a tempo parziale o le decine di milioni di persone che ancora non hanno assicurazione sanitaria: diritti una volta garantiti e conferiti dal socialismo reale ed esistente.

 

Un altro importante opinionista di sinistra, nel rivedere un manifesto per una “nuova economia” proposto da un oracolo della sinistra, osserva che le ipotesi dell’autore sono “… che il socialismo, come lo abbiamo conosciuto nel 20° secolo non abbia funzionato”. Pur ammettendo che l’autore del libro “dedica poco tempo a criticare il socialismo del 20° secolo”, per niente scoraggiato dalla mancanza di argomentazioni, il recensore dichiara: “… che uno sguardo verso il futuro è critico a causa della realtà del fallimento del socialismo del 20° secolo, o più precisamente, da ciò che è descritto come crisi del socialismo”. Espressioni quali: “… non ha funzionato”, “fallimento”, “crisi”, sono gli assunti facili e non indagati della nostra travagliata sinistra.

 

Quindi, che cosa offrono come alternativa?

 

Qualsiasi cosa, tranne il socialismo abbinato al Comunismo. Ci riportano alla follia che Marx ed Engels chiamavano “socialismo utopistico”, ai programmi inventati da Fourier e Owen nel 19° secolo. Nel Manifesto Comunista si sostiene che gli utopisti “… cercano perciò conseguentemente di smussare di nuovo la lotta di classe e di conciliare i contrasti. Sognano ancor sempre la realizzazione sperimentale delle loro utopie sociali, la formazione di singoli falansteri, la fondazione di colonie in patria, l’edificazione di una piccola Icaria – edizione in dodicesimo della nuova Gerusalemme – e per la costruzione di tutti questi castelli in aria fanno appello alla filantropia dei cuori e delle tasche borghesi… Essi si oppongono perciò con accanimento a ogni movimento politico degli operai, il quale non poteva provenire, secondo loro, che da una cieca incredulità nel nuovo vangelo”.

 

Troviamo una moderna incarnazione di utopismo nel movimento “New Economy”, di moda attualmente nella sinistra statunitense. Tornando alla fine del 2011, il professor Gar Alperovitz ha cercato di afferrare l’utopia con il suo America Beyond Capitalism: Reclaiming our Wealth, our Liberty, and our Democracy [L’America Oltre il Capitalismo: Riconquistare la nostra Ricchezza, la nostra Libertà e la nostra Democrazia], un libro che ha promesso di trasformare i diseredati negli Stati Uniti da contadini in padroni. Alperovitz, come i suoi predecessori utopistici, crede che le idee generosamente fornite da una fonte di saggezza, se verranno abbracciate da quelli che stanno sotto, porteranno a “la democratizzazione del capitale”. Le idee magiche di Alperovitz sono la nascita di “migliaia di cooperative, imprese i cui padroni sono i lavoratori, fondi terrieri, e imprese municipali” che, con il tempo, “porteranno alla democratizzare della struttura profonda del sistema economico americano”. Non riesco a immaginare una versione più romantica di quella che Marx e Engels chiamavano derisoriamente il “nuovo vangelo”.

 

La nozione stessa di “democratizzare” qualcosa, diciamo “il capitale”, che non vuole essere “democratizzato” è allucinante. Il capitale sarà così imbarazzato da condividere la ricchezza? Il successo delle cooperative dimostrerà a Exxon che l’energia dovrebbe essere gratuita per tutti e prodotta nel rispetto dell’ambiente? Il colosso multinazionale comandato dagli statunitensi con i suoi 17 trilioni di dollari, rabbrividirà di fronte alle imprese di proprietà dei lavoratori e le cooperative, cedendo il controllo dei consigli di amministrazione al popolo?

 

Non credo proprio.

 

Alperovitz indica modelli alternativi di proprietà come gli ESOP (Employee Stock Ownership Programs: in cui le azioni di una ditta appartengono ai suoi dipendenti), società di sviluppo comunitarie, cooperative, ecc, come la via da seguire (ammettendo che i risultati degli ESOP sono equivoci). Questi modelli alternativi dovrebbero offrire una strada relativamente indolore “evolutiva” e alternativa “alle teorie tradizionali di ‘rivoluzione'”. Molti “uomini d’affari, banchieri e altri, infatti, spesso sostengono l’idea [di cooperative ] per motivi pratici e morali” proclama Alperovitz. Certo che lo fanno; non vedono in esse nessuna sfida al capitalismo e percepiscono invece una possibile opportunità di incassare profitti.

 

Il fatto che “castelli in aria” come quelli di Alperovitz riescano ad attrarre l’attenzione dimostra il triste stato della sinistra statunitense. Il fatto che i sondaggi mostrino un deciso aumento di interesse per il socialismo è incoraggiante; tuttavia, è deludente che chi si sta avvicinando a queste idee per la prima volta debba assaporare la poltiglia insulsa e priva di nutrimento attualmente favorita da così tanti a sinistra.

 

Per più di un secolo e mezzo, il socialismo – la proprietà pubblica e democratica dei mezzi essenziali di produzione sotto una democrazia governata dalla maggioranza – continua ad essere l’unica risposta definitiva a un sistema capitalista incosistente e distruttivo.

 http://www.resistenze.org/sito/te/pe/dt/pedtde21-012864.htm 

Annunci