Giovanni Apostolou
Gramsci.
Spesso si parla, o si sente parlare di Gramsci.
Ma poi in definitiva chi è?
L’immagine che se ne ha è di un uomo coerente, che muore in carcere durante il periodo fascista.
Tutto sommato un eroe, un martire.
Un uomo coerente che muore per difendere le sue idee.
Uomo intelligente, che durante il carcere scrisse una serie di appunti, raccolti in quaderni e poi pubblicati sotto il nome di “QUADERNI DAL CARCERE”.
Dalla pubblicistica non si capisce né perché, poi, va in carcere, né perché il fascismo si accanisce contro questo uomo.
In carcere perché era comunista.
Poco, troppo poco.
Ne esce così un’immagine sfumata e sfocata di questo Gramsci, che caparbiamente si rifiuta di firmare la grazia a Mussolini, che gliela avrebbe immediatamente concessa.
Immagine sfocata ed anche bizzarra: che effettivamente non si riesce a cogliere.
Tutto così resta nel vago, nell’indefinito.
Un’altra immagine è quella di un Gramsci che in carcere si dà agli ozi degli studi.
Gerratana, nella sua introduzione alla sua edizione de “I QUADERNI DAL CARCERE”, quella einaudiana per intenderci, ferma con precisione ed esattezza l’immagine di questi “ozi degli studi”.
Dimostra con prove probanti tale “ozio degli studi”, citando la lettera di Gramsci a Tania, ove Gramsci dichiara che vuole dedicarsi a studi al solo scopo di studiare, senza interesse specifico
alcuno, “ricerca disinteressata”, “fur ewing”: come Gerratana documenta riprendendo testualmente dalla lettera di Gramsci del 19 Marzo 1927 a Tania.
E certamente dinanzi a tale dotta ed inoppugnabile documentazione alcuna opposizione è possibile: se è Gramsci che lo dichiara… .
Su questa scia si innesta il discorso di un Gramsci idealista, in definitiva crociano, che ha assorbito il marxismo, attraverso la chiave di lettura del filosofo idealista fascista Gentile (il ministro della scuola, per intenderci al cui nome è legata la “riforma della scuola” degli anni ’30 e che porta appunto il suo nome: “Riforma Gentile”) ed in particolare il testo che ha decisamente influenzato Gramsci, ed attraverso il quale poi Gramsci avrebbe letto e filtrato il marxismo è l’articolo “PER MARX” del Gentile.
Una volta impostata una simile immagine si innesta Ludovico Geymonat che nel suo articolo del 1956, parla di un Gramsci umanista, che non avrebbe capito i problemi nuovi che la scienza poneva, oltreché di un Gramsci crociano.
Questa immagine è poi quella che ha avuto più fortuna, giacché trova anche una giustificazione teorica: lontano dalla lotta di classe, essendo in carcere, Gramsci perde qualsiasi contatto con la realtà e quindi i suoi lavori non hanno quel mordente ed in questa situazione di isolamento, prevale, poi, alla fine la formazione culturale di base, che è quella crociano-gentiliana.
Antonio Gramsci, il Segretario Generale del Partito Comunista d’Italia, sezione della III Internazionale, esce completamente fuori, rimanendo così un Gramsci in carcere, che studia ( “fur ewig” ) staccato dalla lotta di classe, idealista, crociano; marxista sì, ma a modo suo, tutto schiacciato sulla lettura gentiliana del marxismo.
Per rafforzare e documentare dottamente questa immagine Gerratana e la casa editrice Einaudi, approntano una edizione de “I QUADERNI DAL CARCERE”, ove in nome di una restituzione dell’integrità del testo, si porta avanti l’operazione culturale di accreditare, rafforzare e documentare questa immagine.
L’edizione cioè avviene non sulla base di argomenti, come i comunisti avevano provveduto a fare, ma sulla base dell’ordine cronologico delle note.
In questo modo a note ed argomenti su Croce, per esempio, segue una nota o l’argomento sugli intellettuali, e poi uno sul risorgimento o sul lorianismo o su AMERICANISMO E FORDISMO, o..: un autentico guazzabuglio.
Diviene letteralmente difficile cogliere il pensiero gramsciano, presentato in questa veste disordinata, disorganica, frammentata. L’idea che ci si fa è effettivamente quella di un Gramsci che leggeva e studiava e poi annotava ma senza alcuna logica interna, “fur ewig”, appunto.
L’edizione in verità è un autentico imbroglio, o per dirla tutta una truffa, giacché quello che viene pubblicato in ordine cronologico non è la stesura delle singole note, ma vengono pubblicati in ordine cronologico i singoli quaderni, così come è datata la prima pagina, indipendentemente se la quarta annotazione del quaderno del 1929 è stata scritta nel 1931, quando il quaderno del 1931 è stato già ampiamente completato.
La data dei singoli quaderni è quella che apponeva il carcere, quando consegnava a Gramsci il quaderno.
Questo è un autentico imbroglio: è come se noi volessimo pubblicare le opere di Galilei non per argomenti, ossia i singoli libri, ma in base a quando ha scritto i singoli pezzi, ma Galilei per qualsiasi autore.
E’ noto infatti che un autore lavora sempre a più opere, e mentre lavora per un libro, poi, è portato ad annotare su altri fogli questioni, note, schizzi, pagine di altre questioni e problemi che in generale affronta.
In concreto se noi volessimo pubblicare ” IL CAPITALE” di Marx in base alla stesura cronologica noi avremmo interi capitoli del 3° volume che si sovrappongono a capitoli del 1° volume, per non parlare del 3° volume, ove si sovrapporrebbero capitoli, annotazioni, glosse di capitoli del 1 e del 2 volumi, e questo in nome di restituire l’integrità del testo e l’autenticità del pensiero di Marx o di Galilei, o…. .
Ma tant’è che quella era l’immagine che si doveva accreditare e quella l’operazione culturale da avvallare, che all’uscita della nuova edizione de “I QUADERNI DAL CARCERE”, un coro di esaltazioni ed elogi: ove tutti si sono bevuti il cervello, o l’hanno portato all’ammasso.
Nessuno che contestasse quel modo di pubblicare un’opera, e sì che era la prima volta ed in tutta la storia mondiale delle pubblicazioni di opere di autori che si procedeva a quel modo!
Ma tant’è!
Ma si dirà è proprio Gramsci che dichiara i fini e gli intenti dei suoi studi in carcere, la lettera di Gramsci e lì e Gerratana produce un documento storico.
Poste così le cose, Gerratana avrebbe ragione e ragione avrebbe tutta l’immagine del Gramsci intellettuale, “fur ewig”; il Gramsci della “ricerca disinteressata”.
Poste le cose nella loro effettiva luce, questa di Gerratana, dell’Einaudi, che vi ha profuso capitali, e di quanti l’hanno accreditata è un’autentica mascalzonata, che solo il più furioso odio di classe può alimentare.
Ora è a tutti noto che qualsiasi lettera di un qualsiasi recluso, sia esso in attesa di giudizio o condannato, passa per la censura del carcere.
Se Gramsci avesse scritto che voleva fare degli studi per e per non solo la lettera non sarebbe stata inoltrata, ma censurata, ma non sarebbe stato consentito a Gramsci né di leggere, né di avere quaderni e penna, ma gli sarebbe stata inflitta una qualche punizione.
Per poter avere giornali e libri e penne e quaderni Gramsci aveva dovuto inoltrare una speciale domanda ed aveva dovuto ottenere il permesso dalle autorità fasciste italiane.
Gramsci, in più lettere parla di questo carattere disinteressato del suo studio, della sua unica volontà di studiare per non morire dentro, per non essere annientato dal carcere.
Ma questa era appunto l’immagine che Gramsci voleva accreditare per poter continuare il suo lavoro: era cioè quello che Gramsci voleva che si credesse, per poter continuare indisturbato il suo lavoro.
In molte lettere alla moglie, Gramsci si lamenta che la loro privacy è violata, violentata, dalla censura carceraria, per cui egli non può liberamente scriverle e parlarle e dirle quanto avrebbe voluto dire. Gramsci qui ci sta dando la chiave di lettura di tutte le sue lettere e di tutti i suoi appunti e note.
Le stesse note de ” I QUADERNI DAL CARCERE” sono scritte in modo amorfo, ove è difficile cogliere il senso reale e gli intenti che muovevano Gramsci.
Gramsci scriveva in condizioni di assoluta non-libertà.
Gramsci era in carcere per attività comunista e per essere il capo del Partito Comunista d’Italia, sezione dell’Internazionale Comunista.
Il Pubblico Ministero, chiudendo la sua arringa in cui chiedeva per Gramsci vent’anni di carcere, dichiara:
” Signori giudici, bisogna impedire a questa testa di funzionare almeno per vent’anni”.
Ora ci vuole una bella faccia tosta e prendere quelle frasi che Gramsci scriveva a Tania sui suoi intenti nello studio e farli divenire cataloghi di fede e chiave di interpretazione del suo lavoro teorico.
E partire da qui per accreditare l’immagine di un Gramsci idealista, crociano, influenzato nell’interpretazione del marxismo dalla filosofia reazionaria idealista del filosofo fascista Gentile è esclusivamente e solamente una mascalzonata.
E mascalzonata è l’edizione einaudiana de “I QUADERNI DAL CARCERE”.
Si voleva scomporre Gramsci in due: uno il comunista, l’altro l’intellettuale italiano in carcere, che scrive: idealista, crociano, gentiliano, ma intellettuale vivace e brillante e sotto questo manto, cancellare, dimenticare il Gramsci segretario generale del Partito Comunista d’Italia, sezione dell’Internazionale Comunista.
Ma poi perché tutta questa solerzia, intelligenza e spreco di intelligenze, creatività e sforzi finanziari, oltreché di intelligenze?
Perché?
Come per Engels, anche per Gramsci non è assolutamente la testa di Gramsci che si vuole, come non si è voluta e si vuole quella di Engels.
Essi vogliono la testa del proletariato italiano.
Essi vogliono la testa del movimento comunista italiano.
L’operazione è semplice: se il punto più alto che il proletariato italiano è riuscito a produrre è un idealista, un crociano, un gentiliano, allora il proletariato italiano non esiste, assolutamente non esiste, come classe egemone e dirigente.
Il proletariato italiano non ha alcuna credibilità di presentarsi sulla scena politica italiana come classe egemone e dirigente: tutto quello che sa produrre, nel suo punto più alto, nel suo punto massimo: il massimo che riesce a produrre e ad esprimere, è l’idealismo, e nella sua peggiore variante quella crociana e gentiliana: ricordo qui che Gentile era il massimo teorico e filosofo del fascismo, fucilato dai partigiani nell’Aprile del 1945, che seguì Hitler nella repubblica di Salò!!
Stando così le cose non l’aveva e continua a non averla, giacché tutto l’intellettuale collettivo che si è formato: i quadri della clandestinità prima, quelli della lotta armata 1943-1945 poi e quelli della costruzione del Partito Comunista nelle nuove condizioni a partire dal 1945 si sono formati ed educati sotto quel capo, a quegli insegnamenti: i Di Vittorio e gli stessi Cacciapuoti, Fasano, Hermann non sono che figli di quel padre e discepoli di quel maestro.
Il proletariato italiano, e quindi i comunisti italiani, possono tutt’al più essere una variante intelligente, brillante, vivace dell’idealismo filosofico reazionario, ossia della filosofia idealistica Croce-Gentile.
In queste condizioni è allora normale che Gramsci o è identificato con il martire antifascista o è respinto, appunto perché ritenuto idealista.
Ma così facendo i comunisti hanno commesso l’errore di accettare acriticamente quanto il nemico di classe propagandava, scambiando la propaganda elettorale anticomunista come verità scientifica, operando così una frattura nella memoria storica della classe e finendo per disperdere il prezioso ed inestimabile patrimonio teorico di classe che Gramsci rappresenta.
Anche quando si è parlato di Gramsci diffusamente e del Gramsci del periodo 1917-1926 si è detto solo menzogne e falsificati fatti al solo scopo di poter ridurre così Gramsci a quell’immagine, che l’imperialismo italiano avevano deciso che venisse dato.
Ci troviamo così immersi in un mare di cose non vere, mistificazioni ed autentiche manipolazioni, voler seguire tutta questa canea significherebbe non solo perdere tempo, ma accreditare mascalzoni e mascalzonate.
Noi leninisti preferiamo lasciarli lì dove sono ossia nella pattumiera e pensiamo ad incamminarci invece sulla strada di cosa è Gramsci, del suo essere capo e maestro del proletariato e dei comunisti italiani e grande dirigente internazionale, ossia Segretario Generale del Partito Comunista d’Italia, sezione dell’Internazionale Comunista.
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