E’ senso comune, al livello storiografico, dire che Tito (in opposizione a Stalin) volesse creare una Federazione Socialista dei Balcani.

Enver Hoxha, nel libro “I TITISTI”, documenta compiutamente l’azione svolta da Tito e dagli altri dirigenti jugoslavi per tentare di “mettere sotto tutela” jugoslava il PLA (Partito del Lavoro di Albania) e, soprattutto, per far entrare l’Albania nell’alveo di una costituenda Federazione di Stati Socialisti Balcanici, di cui la Jugoslavia si candidava ad esserne prototipo e guida, e riferisce le parole pronunciate da Viscinskij (il procuratore generale nei processi di Mosca degli anni ’30 contro trotzkisti e bukhariniani) nell’ambito di un incontro ristretto, organizzato dai sovietici a Bucarest nell’Estate del 1948, dopo la pubblicazione della RISOLUZIONE del Cominform, parole che confermano i contrasti sovietico-jugoslavi:
” Viscinskij ci dimostrò con convincenti fatti storici che l’attività politica del gruppo rinnegato di Tito non era un fenomeno fortuito e spontaneo.
Le concezioni di Tito e dei suoi principali compagni, per quanto apparentemente marxiste, non erano affatto tali.
Essi si atteggiavano a marxisti, pretendevano di essere solidali con l’Unione Sovietica e con Stalin, ingannando così i popoli di Jugoslavia e i comunisti jugoslavi.
Ma già durante la guerra, in varie occasioni, essi avevano dato visibili segni di una marcata megalomania, di tendenze borghesi nazionalistiche, di una comprensione errata della lotta dell’Unione Sovietica e dell’aiuto che questa lotta dava a tutti i popoli e in particolare ai popoli di Jugoslavia (…)
Dopo la vittoria sulla Germania hjtleriana furono instaurate fra l’Unione Sovietica e la Jugoslavia le relazioni più fraterne, furono prese importanti decisioni di assistere economicamente, militarmente e politicamente nel campo internazionale la Jugoslavia, che noi consideravamo come uno dei nostri alleati politici e ideologici più fedeli.
Nessuna nube veniva ad oscurare il cielo delle nostre relazioni.
Ad ammassare queste nubi fu il gruppo di Tito quando fu avviata la ricostruzione politica, economica, ideologica e militare della RPF di Jugoslavia.
Allora apparvero in modo più palese le tendenze borghesi, nazionalistiche e antisovietiche del gruppo rinnegato di Tito (…)
“Non si trattava certo di copiare tutto dall’Unione Sovietica” (ci disse Viscinskij) “ma questo serviva agli jugoslavi come un pretesto per attaccare i princìpi, per deviarvi.
Ciò naturalmente avrebbe provocato delle discussioni fra noi, come infatti avvenne, e infine avrebbe fatto nascere anche delle divergenze.
Noi sostenevamo i princìpi ” (continuò a parlare Viscinskij) “mentre essi li calpestavano continuamente e sempre più apertamente aggrappandosi alle inezie, cercavano di provare che il nostro paese si ingeriva nei loro affari interni, che l’Unione Sovietica non concedeva loro la dovuta assistenza economica, che noi, a sentir loro, non davamo il dovuto sostegno alle loro rivendicazioni politiche e territoriali nell’arena internazionale.
Naturalmente si trattava di asserzioni del tutto gratuite e noi, con pazienza e fatti alla mano, dimostravamo questa loro infondatezza. Ma a loro poco importava dei principi e dei fatti.
I rinnegati jugoslavi seguivano una linea ideologica e politica contraria alla nostra, si erano avviati sui binari dell’antimarxismo. Ciò costrinse il PC (b) dell’Unione Sovietica a scrivere e spedire già da tempo la prima lettera e successivamente le altre al CC del PCJ. Era nelle nostre intenzioni salvare il Partito Comunista Jugoslavo dalla catastrofe, indurlo ad abbandonare la via errata in cui lo stava conducendo Tito, a fare sì che la Jugoslavia costruisse il socialismo ed evitasse la restaurazione del capitalismo verso il quale stava andando.
La via seguita dal Partito Bolscevico era fra le più corrette, fra le più amichevoli, una via marxista-leninista.
Ma i rinnegati la respinsero.
La questione jugoslava è una questione interna dei popoli di Jugoslavia, dei comunisti jugoslavi” (proseguì Viscinskij ) “e noi non ci siamo ingeriti nei loro affari interni né lo faremo mai.
Non abbiamo il diritto di intervenirvi, abbiamo però il diritto di smascherare politicamente e ideologicamente l’attività di questa cricca che combatte il marxismo-leninismo e serve il capitalismo mondiale.
I titisti” (proseguì Viscinskij) “si presentano già da adesso, sia sul piano interno, che sul piano internazionale, come nemici dichiarati dell’Unione Sovietica e la loro attività in tal senso verrà ulteriormente intensificata non solo contro di noi, ma contro tutti i paesi a democrazia popolare, contro il campo del socialismo” “.
Quando viene il suo turno, Enver Hoxha, nel suo intervento durante l’incontro con Viscinskij a Bucarest, dopo essersi lamentato per la scarsa considerazione manifestata dai dirigenti sovietici verso il PLA, che era rimasto fuori dal Cominform, riferisce due episodi illuminanti sui propositi nazionalistici di Tito:
“….per molto tempo i nostri sospetti sull’attività ostile degli jugoslavi non si estendevano fino al vertice, fino a Tito e a tutta la loro direzione. In tal senso bisogna ammettere che i partiti fratelli non ci fecero pervenire alcuna segnalazione se avessero mai fatto osservazioni alla direzione jugoslava sui suoi atteggiamenti errati. Anzi, tale situazione si protrasse fino alle ultime settimane o agli ultimi mesi, finchè ci pervennero le lettere del Partito Bolscevico che criticavano la direzione jugoslava.
L’unico segnale che le cose non andavano per il giusto verso, prima di queste lettere, ci fu dato quando informammo il conpagno Stalin della richiesta di Tito di dislocare una divisione jugoslava nel nostro territorio.
Noi ci eravamo opposti a tale richiesta e quando ci pervenne la risposta sovietica fummo convinti di aver agito bene.
Stalin (disse Viscinskij) ha personalmente criticato Tito per aver voluto compiere quest’atto inammissibile verso di voi.
Ciò è stato motivo di immensa gioia per noi (risposi a Viscinskij) ma attraverso l’ambasciata sovietica mi fu comunicato solo che Stalin era d’accordo con il nostro punto di vista e non con quello di Tito. Sono però del parere che a me e ai compagni della nostra direzione bisognava dire qualche cosa di più, bisognava dirci perchè Tito faceva queste cose.
Le cose andarono allo stesso modo (indicai ai compagni) anche con l’altra questione, quella della presunta “federazione” o “confederazione balcanica”, proposta, a sentir loro, da Tito e Dimitrov e combinata fra loro, ma di cui non siamo mai stati messi al corrente.
Nemmeno oggi possiamo dire con precisione quale fosse il contenuto di tale progetto, come fosse stato concepito, perchè non ci avevano interpellati al riguardo e non avevano nemmeno chiesto il nostro consenso.
Solo agli inizi di quest’anno” (1948, NDA) “abbiamo appreso ad un certo momento che il giornale “PRAVDA” di Mosca aveva criticato questa “idea” di Dimitrov e che questi aveva risposto a Stalin e alla “PRAVDA” che avevano ragione, ammettendo che l’idea di una “federazione balcanica” nelle condizioni attuali era fuori luogo e impossibile ad essere realizzata.
Sottolineando il fatto che dietro i tentativi di creare una “federazione balcanica” si nascondevano le mire sciovinistiche della cricca di Tito volte a dominare i Balcani, feci ai compagni un’esposizione della politica sciovinistica e antimarxista seguita dalla direzione di Belgrado, sia durante che dopo la guerra, anche verso la Kosova e le altre regioni albanesi in Jugoslavia” (Enver Hoxha, I TITISTI, Edizioni Nasheri, Tirana, 1983 pp. 525-526).
Quindi, i propositi di Tito di creare con il consenso di Dimitrov, Dirigente comunista bulgaro, una Federazione Socialista dei Balcani, senza aver prima discusso della cosa negli organi deputati (Cominform?) e specialmente con i sovietici, ed il tentativo non riuscito di dislocare una forza militare in Albania, devono aver creato più di una perplessità al PC (bolscevico) dell’URSS ed a Stalin, in particolare, sui reali propositi dei dirigenti jugoslavi.
La contrarietà sovietica alla proposta viene confermata anche da M. Gilas (cfr. M.Gilas, CONVERSAZIONI CON STALIN, Feltrinelli, Torino, 1962, p. 330), dove descrive con dovizia di particolari un incontro ai massimi livelli che si sarebbe tenuto a Mosca pochi mesi prima l’inizio del carteggio, a cui avrebbe partecipato una delegazione sovietica capeggiata da Stalin e Molotov, una bulgara capeggiata da Dimitrov ed una jugoslava di cui faceva parte lo stesso Gilas e Kardelj.
Nell’incontro si discusse della costituenda Federazione Socialista dei Balcani.
La direzione titoista manifestò ancor più chiaramente le sue tendenze contrarie all’Unione Sovietica alla vigilia della vittoria sul fascismo, quando l’esercito rosso, incalzando l’esercito tedesco, entrò in Jugoslavia per venire in aiuto alla lotta di liberazione nazionale.
Soprattutto nel periodo in cui furono tratte le conclusioni di questa grande guerra fra i grandi e i piccoli Stati belligeranti, apparve evidente che la Jugoslavia titoista era appoggiata dall’imperialismo inglese e americano.
In quel periodo, gli attriti diplomatici e ideologici fra l’Unione Sovietica e la Jugoslavia divennero più manifesti.
Questi dissensi concernevano, fra l’altro, anche questioni territoriali. La Jugoslavia rivendicava dei territori al Nord, soprattutto ai suoi confini con l’Italia.
Ma essa taceva a proposito dei confini meridionali, in particolar modo di quelli con l’Albania, del Kosovo e delle terre albanesi in Macedonia e nel Montenegro.
I titoisti non potevano parlarne, poiché in questo modo avrebbero intaccato la piattaforma nazionalista sciovinista serba.

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