di Giovanni Apostolou
Goli Otok (in italiano “isola calva”: un’isoletta brulla di pochi chilometri quadrati, nel Golfo del Quarnaro) fu il famigerato il campo di concentramento titoista, in cui vennero rinchiusi dal 1949 al 1956 circa 30 mila prigionieri, di cui circa 4000 moriranno, per la grandissima maggioranza “cominformisti”, ma anche della minoranza albanese del Kossovo:
“Nelle quattordici baracche del campo arrivano prigionieri appartenenti a tutte le nazionalità della nuova Jugoslavia; tra di essi, vi sono anche degli italiani, il cui nucleo più consistente è rappresentato dai cosiddetti monfalconesi: circa 2.500 militanti comunisti, in larga parte provenienti dai cantieri navali di Monfalcone, che spinti dai propri ideali decidono tra il 1946 e il 1947 di trasferirsi in Jugoslavia per partecipare alla costruzione del socialismo, dando vita a un passaggio storico meglio conosciuto come controesodo dei monfalconesi” (dal sito intranet.istoreto.it/esodo/parola.asp?id_parola=10).
” Sono chiamati “i monfalconesi”, anche se non tutti vengono dalla cittadina dei cantieri navali vicino a Trieste; forse perché molti di loro in quella fabbrica lavorano, forse perché a Monfalcone sotto il fascismo opera la cellula di fabbrica più forte del PCI clandestino.
Il 9 Settembre del 1943 in mille escono da quel cantiere navale e, dopo un breve scontro con la polizia, ancora in tuta da lavoro, salgono in montagna, battezzandosi “Brigata proletaria” per combattere nazisti e repubblichini, in contatto con la resistenza slovena attiva già da più di un anno sui monti del Carso e nella valle dell’Isonzo.
La prima battaglia, nei pressi di Gorizia, per loro è un disastro: impreparati e male armati, quasi metà muoiono, una parte sbanda, un’altra viene integrata nelle fila del IX Korpus dell’armata di liberazione di Tito e due anni dopo (il 3 Maggio del 1945), con quelle divise, entrano da liberatori a Monfalcone, accolti da quella parte della città che chiede l’annessione alla nuova Jugoslavia.
Tramontata questa ipotesi, incerta la sorte di Trieste, un migliaio di ex partigiani, giovani e operai dei cantieri, spinti dalla disoccupazione e dalla fede politica decidono di lasciare le loro case e di andare a costruire il socialismo in Jugoslavia:
Pola e Fiume le principali mete.
Lì riprendono a lavorare in fabbrica, “per mettere il proprio mestiere al servizio della causa comune”.
Ma da subito si scontrano con una realtà diversa da quella che avevano immaginato; poi con la rottura tra Tito e Stalin del Giugno 1948 tutto precipita.
Sono italiani e si trovano a fare i conti con la diffidenza delle popolazioni slave, per cui l’Italia continua a essere sinonimo di fascismo e discriminazione razziale; sono internazionalisti e si trovano di fronte un partito (quello jugoslavo) impegnato nella difficile unificazione di popoli per secoli divisi puntando sul cemento di una nuova identità nazionale, quella degli “slavi del Sud”; sono operai specializzati, molto politicizzati, fieri del proprio mestiere e convinti di poter edificare una società nuova come si costruisce una nave e si misurano con un apparato statale e di partito socialmente segnato dalla realtà contadina delle popolazioni serbe, croate, bosniache.
Così quando il COMINFORM “scomunica”( o meglio svela l’antileninismo e il nazionalismo )della la Jugoslavia di Tito, optano per Stalin (spinti anche dal partito italiano) e non lo nascondono.
I funzionari (già diventati burocrati) che da Zagabria vengono a Fiume e Pola per dissuaderli dall’opporsi non li convincono: fino a quando è possibile manifestano pubblicamente il loro “internazionalismo”, il “primato della classe operaia”.
Poi vengono licenziati dalle loro fabbriche e dispersi: alcuni decidono di tornare in Italia (dove il PCI li mette ai margini o li ignora) altri vengono deportati in Bosnia per il “lavoro volontario” in cave e miniere.
Alcuni, i più in vista, dopo processi sommari con l’accusa di tradimento e spionaggio al servizio del COMINFORM, finiscono a Goli Otok, il campo di concentramento aperto nel Luglio 1949.
Lì incontrano i protagonisti di una seconda fase dell’opposizione comunista italiana a Tito, i cominformisti veri e propri, un piccolo manipolo di militanti che a Fiume fondano persino un’organizzazione clandestina, chiamata “Comitato circondariale di Rijeka del Partito Comunista Internazionalista jugoslavo”; un’entità virtuale, che non riesce mai ad andare al di là di piccole azioni di propaganda (volantini e giornali che arrivano da Trieste in valige a doppio fondo, su indicazione di Vidali) e viene presto smantellata dalla polizia segreta jugoslava.
Insieme con altre migliaia di ex militanti del PC jugoslavo (tra essi anche alcuni importanti dirigenti e generali dell’armata di liberazione) schieratisi col Cominform e contro Tito” (da un articolo di Gabriele Polo su “IL MANIFESTO” del 6 Ottobre 2002).
A queste vicende è dedicato il libro di Giacomo Scotti (GOLI OTOK. ITALIANI NEL GULAG DI TITO, (Edizioni Lint, Trieste, prima ristampa nel 2006) ) e ne parla anche Alfredo Monelli nel libro FRA STALIN E TITO. COMINFORMISTI A FIUME, 1948-1956, note a cura di Franco Cecotti (in I QUADERNI DI QUALESTORIA, Irsml, Trieste, 1994) ) :http://www.youtube.com/watch?v=MjKPw3D_9bI
Annunci