Rivista Comunista Internazionale n. 3
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Leninismo e revisionismo nelle questioni fondamentali della teoria e pratica del socialismo

(Dittatura del proletariato, la sua forma d’organizzazione ed entità economica).

V.A. Tyulkin*, M.V.Popov ** (RCRP-RPC) | iccr.gr
Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

Nel 2009, il Fondo dell’Accademia Operaia, che contribuisce alla formazione degli operai di Russia, ha curato la collana “L’idea fondamentale del leninismo”, che raccoglie in sé le tesi principali che caratterizzano l’approccio di classe leniniano al metodo di studio dei fenomeni sociali e alla dittatura del proletariato (1). La conoscenza del suo contenuto aiuta a comprendere l’abbandono e il tradimento della dirigenza del PCUS, che nel XXII Congresso (1961) adottò sulle questioni fondamentali del marxismo-leninismo una linea revisionista, fissandola nel programma del PCUS e preordinando la successiva decomposizione del Partito e la distruzione dell’URSS. Quest’articolo si pone il compito di dimostrarlo. Gli autori hanno cercato di prestare maggiore attenzione al fatto che la maggior parte delle elucubrazioni, sotterfugi e argomenti “moderni” degli opportunisti e dei rinnegati dei nostri giorni, erano già stati contestati da Lenin nel periodo della sua lotta contro gli opportunisti ed i falsificatori del marxismo all’epoca della Seconda Internazionale e della fondazione del potere sovietico in Russia.

Il carattere di classe dello Stato

Il fatto che ogni Stato abbia un carattere di classe è l’ABC del marxismo e si può dire che Lenin non mancava mai di farlo notare.

Nell’articolo “Una posizione piccolo-borghese nella questione dello sfacelo economico”, Lenin scrive: “…nella questione dello Stato, al servizio di quale classe lo «Stato» si ponga e quali interesse di classe difenda” (2). E nel saggio “Stato e Rivoluzione” sottolinea che “per Marx, lo Stato è l’ organo del dominio di classe” (3). Nell’opera “La catastrofe imminente e come lottare contro di essa”, Lenin pone la questione: “Ma che cos’è lo Stato?” e risponde: “E’ l’organizzazione della classe dominante” (4). Questa stessa idea è spiegata da Lenin nell’articolo “I bolscevichi conserveranno il potere statale?”: “Lo Stato, miei cari, è un concetto di classe. Lo Stato è un organo, uno strumento di violenza di una classe su di un’altra” (5). Nel “Rapporto al II Congresso dei sindacati di tutta la Russia” presentato il 20 Gennaio 1919, Lenin sottolinea in modo ancora più categorico: “O la dittatura della borghesia, dissimulata dalle Assemblee costituenti, da ogni sorta di elezioni, dalla democrazia e dalle altre menzogne borghesi con cui acciecano gli imbecilli e di cui possono far mostra e menare vantosolo degli individui che sono interamente e su tutta la linea dei rinnegati del marxismo, dei rinnegat del socialismo; o la dittatura del proletariato per schiacciare con mano di ferro la borghesia …” (6). Per questa ragione, e con maggiore logica, nel Programma del PCR (b) preparato da Lenin era scritto: A differenza della democrazia borghese, che nascondeva il carattere di classe del suo Stato, il Potere Sovietico riconosce apertamente l’inevitabilità del carattere di classe di qualsiasi Stato fino a quando non sarà scomparsa del tutto la divisione della società in classi e, allo stesso tempo, tutto il potere statale (7). Nella “Lettera agli operai e ai contadini dopo la vittoria su Kolciak”, Lenin sottolineava con maggiore decisione il carattere di classe dello Stato: “O dittatura (cioè ferreo potere) dei proprietari fondiari e dei capitalisti, o dittatura della classe operaia. Non c’è via di mezzo. Sognano invano una via di mezzo i figli di papà, gli intellettuali, quei signorini che hanno studiato male su cattivi libri. In nessuna parte del mondo c’è, né può esservi, via di mezzo. O dittatura delle borghesia (dissimulata sotto le frasi pompose dei socialisti-rivoluzionari e dei menscevichi sul potere del popolo, sulla Costituente, sulle libertà, ecc.) o la dittatura del proletariato. Chi non l’ha imparato dalla storia di tutto il secolo XIX, è un perfetto idiota; …” (8).

L’essenza dello Stato socialista

Nel suo “Discorso conclusivo sul rapporto del Consiglio dei commissari del popolo”, del 12 (25) gennaio 1918, al III Congresso dei soviet dei deputati operai, soldati e contadini di tutta la Russia, Lenin dichiara: “La democrazia è una forma dello Stato borghese, che viene difesa da tutti i traditori del vero socialismo i quali si trovano ora alla testa del socialismo ufficiale e affermano che la democrazia è in contrasto con la dittatura del proletariato. Finchè la rivoluzione non era uscita dal quadro del regime borghese, noi eravamo per la democrazia, ma, non appena abbiamo intravisto in tutto il corso della rivoluzione i primi raggi di socialismo, abbiamo preso fermamente e decisamente in favore della dittatura del proletariato.” (9). Nell’articolo “Successi e difficoltà del potere sovietico”, Lenin mette in ridicolo quegli pseudo-comunisti che negano la dittatura del proletariato affermando: “Naturalmente noi siamo contrari alla violenza: ridiamo di coloro che hanno un atteggiamento negativo verso la dittatura del proletariato, e diciamo che sono degli sciocchi i quali non possono capire che ci puo essere solo o la dittatura del proletariato o la dittatura della borghesia. Chi parla diversamente è un idiota oppure è così sprovveduto in politica che c’è da vergognarsi non solo a farlo salire in tribuna, ma anche semplicemente a farlo partecipare a una riunione” (10). Questa stessa idea è sostenuta da Lenin nel “Rapporto sulla situazione estera ed interna della Repubblica sovietica” alla Seduta plenaria straordinaria del Soviet dei deputati operai e soldati di Mosca, del 3 aprile 1919: o la dittatura della borghesia o la dittatura della classe operaia; non c’è alcuna via di mezzo (11). Nell’opera “Sulla dittatura del proletariato”, Lenin scrive: “1. La ragione principale per cui dei «socialisti» non comprendono la dittatura del proletariato è che essi non portano fino in fondo l’idea della lotta di classe (cfr. Marx, 1852). La dittatura del proletariato è la continuazione della lotta di classe del proletariato in forme nuove. Qui sta l’essenziale ed essi non lo capiscono. Il proletariato, come classe a sé continua a condurre da solo la lotta di classe. 2. Lo Stato è soltanto uno strumento del proletariato nella sua lotta di classe. Una specie di manganello, rien de plus!” (12).

Nel “Discorso al Congresso degli operai dei trasporti di tutta la Russia”, del 27 marzo 1921, Lenin spiega ancora una volta che la questione sollevata era o l’una o l’altra: “La classe che ha preso nelle sue mani il potere politico, lo ha preso sapendo di prenderlo da sola. Ciò è implicito nel concetto di dittatura del proletariato. Questo concetto ha un senso soltanto quando una classe sa di prendere nelle proprie mani, da sola, il potere politico e non inganna né se stessa né gli altri con chiacchere sul potere «di tutto il popolo, eletto da tutti, consacrato da tutto il popolo». Come voi tutti sapete benissimo, gli amatori di taleretorica sono molti, anzi moltissimi, ma in ogni caso non provengono dal proletariato, poiché i proletari hanno compreso e hanno scritto nella Costituzione, nelle leggi fondamentali della repubblica, che si tratta della dittatura del proletariato.(13). Nel opuscolo “Sull’imposta in natura”, Lenin rileva in modo estremamente semplice e conciso che: “Il socialismo è ugualmente inconcepibile senza il dominio del proletariato nello Stato” (14).

Il concetto, i compiti ed i limiti storici della dittatura del proletariato

Nell’articolo “Chi è spaventato dal crollo del vecchio e chi lotta per il nuovo”, Lenin osserva che “la dittatura prsuppone e sottointende uno stato di guerra latente, di misure militari di lotta contro i nemici del potere proletario” (15). Allo stesso tempo, nell’articolo “Saluto agli operai ungheresi”, sottolinea: “Ma non la sola violenza, e neppure principalmente la violenza, è l’essenza della dittatura proletaria. La sua essenza fondamentale sta nell’organizzazione e nella disciplina del reparto più avanzato dei lavoratori, della loro avanguardia, del loro unico dirigente: il proletariato. Il suo scopo è di creare il socialismo, di eliminare la divisione della società in classi, di trasformare tutti i membri della società in lavoratori, di privare di ogni base qualsiasi lo sfruttamento dell’uomo da parte dell’uomo” (16). Lenin chiarisce che: “L’abolizione delle classi è il risultato di una lotta di classe lunga, difficile, ostinata, che, dopo l’abbattimento del potere del capitale, dopo la distruzione dello Stato borghese, dopo l’instaurazione della dittatura del proletariato non scompare (come si immaginano i rappresentanti volgari del vecchio socialismo e della vecchia socialdemocrazia), ma cambia soltanto le sue forme, diventando sotto molti aspetti ancora più accanita” (17).

Nell’articolo “La grande iniziativa”, Lenin dà la seguente definizione di dittatura del proletariato: “La dittatura del proletariato, se si traduce quest’espressione latina scientifica, storico-filosofica in un linguagggio più semplice, significa: Solo una classe determinata, e precisamente gli operai delle città e in generale gli operai di fabbrica, gli operai industriali, è in grado di dirigere tutta la massa dei lavoratori e degli sfruttati nella lotta per distruggere il potere del capitale, nel processo di distruzione, nella lotta per distruggere il potere del cpaitale, nel processo di distruzione, nella lotta per assicurare e consolidare la vittoria, nella creazione del nuovo ordine sociale, dell’ordine socialista, in tutta la lotta per l’abolizione completa delle classi. (Notiamo fra parentesi che la differenza scientifica fra socialismo e comunismo consiste unicamente in questo: la prima parola designa la prima fase della società nuova che sorge dal capitalismo, e la seconda, la fase successiva, superiore, di questa società.) L’errore dell’Internazione gialla «di Berna» sta nel fatto che i cuoi capi riconoscono soltanto a parole la lotta di classe e la funzione dirigente del proletariato, mentre hanno paura di andare fino in fondo con il loro pensiero, hanno paura appunto di quell’inevitabile conclusione particolarmente temibile e assolutamente inammissibile per la borghesia. Essi temono di riconoscere che la dittatura del proletariato è anch’essa una fase della lotta di classe, la quale rimane inevitabile finché le classi non sono state abolite, e cambia di forma diventando, nei primi tempi dopo la caduta del dominio del capitale, particolarmente accanita e manifestando forme specifiche. Dopo aver conquistato il potere politico, il proletariato non cessa la lotta di classe, ma la porta avanti fino all’abolizione delle classi, però, naturalmente, in un altro ambiente, sotto altre forme, con altri mezzi. Ma che cosa significa «abolizione delle classi»? Tutti coloro che si dichiarano socialisti riconoscono questa meta ultima del socialismo, ma non tutti – siamo molto lontani dalla totalità – riflettono sul significato di questa meta ultima. Si chiamano classi quei grandi gruppi di persone che si distinguono tra loro per il posto che occupano in un sistema storicamente determinato di produzione sociale, per il rapporto (per lo più sanzionato e fissato da leggi) con i mezzi di produzione, per la loro funzione nell’organizzazione sociale del lavoro e, quindi, per il modo in cui ottengono e per la dimensione che quella parte di ricchezza sociale di cui dispongono. Le classi sono gruppi di persone, l’uno dei quali può appropriarsi il lavoro dell’altro grazie al differente posto che occupa in un determinato sistema di economia sociale. E’ chiaro che per abolire completamente le classi non basta abbattere gli sfruttatori, i grandi proprietari fondiari e i capitalisti, non basta abolire la loro proprietà, ma bisogna anche abolire ogni proprietà privata dei mezzi di produzione, bisogna sopprimere tanto la differenza fra città e campagna quanto la differenza tra lavoratori manuali e intellettuali. E’ un’opera di lungo respiro” (18).

Nell’articolo “Economia e politica nell’epoca della dittatura del proletariato”, Lenin prosegue nella definizione dei limiti della dittatura del proletariato, sottolineando l’impatto di questa forma di potere lungo l’intera fase del socialismo: “Il socialismo è la soppressione delle classi. La dittatura del proletariato ha fatto tutto quanto ha potuto per sopprimerle. Ma non è possibile eliminare le classi di colpo. E le classi sono rimaste e rimarranno durante l’epoca della dittatura del proletariato. Il giorno in cui le classi spariranno la dittatura sarà inutile. Esse non spariranno senza la dittatura del proletariato. Sono rimaste le classi, ma nell’epoca della dittatura del proletariato il carattere di ogni classe si è mutato, e si sono mutati anche i rapporti reciproci fra le classi. Durante l’epoca della dittatura del proletariato la lotta di classe non sparisce, ma assume unicamente altre forme.” (19).

Va notato che Lenin elencherà specificamente queste forme ai comunisti di tutti i paesi e dei tempi a venire nel suo saggio “L’«estremismo» malattia infantile del comunismo”: “La dittatura del proletariato è una lotta tenace, cruenta e incruenta, violenta e pacifica, militare ed economica, pedagogica e amministrativa contro le forze e le tradizioni della vecchia società” (20). Nel socialismo, si avvia la più acuta lotta di classe contro le forze e le abitudini della società capitalistica, soprattutto contro lo spirito piccolo-borghese e il suo manifestarsi nei rappresentanti delle classi e strati della società socialista. In particolare, questa lotta è rivolta contro le aspirazioni piccolo-borghesi di dare alla società il meno e il peggio possibile e al contrario di prendere da essa il meglio e il più possibile. Questa lotta esplode all’interno della classe operaia stessa, dello stesso Partito e praticamente nella coscienza di ogni individuo.

Fino a quando non è possibile fare a meno della dittatura del proletariato? Nelle “Tesi per il rapporto sulla tattica del Partito comunista di Russia al III Congresso dell’Internazionale comunista”, Lenin così risponde a questa domanda: “La dittatura del proletariato non significa la fine della lotta di classe, ma la sua continuazione in forma nuova e con nuovi mezzi. Finché rimangono le classi, finché la borghesia, rovesciata in un solo paese, moltiplica i suoi attacchi contro il socialismo su scala mondiale, questa dittatura è necessaria.” (21). E poiché, come indicato nel “Rapporto sulla tattica del PCR” al III Congresso dell’Internazionale comunista del 5 luglio 1921, “Il compito del socialismo è distruggere le classi” (22), il periodo della dittatura del proletariato copre tutta la prima fase del comunismo, vale a dire tutto il periodo del socialismo.

La forma organizzativa della dittatura del proletariato

L’essenza di ogni Stato è la dittatura della classe dominante. Tuttavia, solo rare volte questa dittatura agisce apertamente in superficie della vita politica. Con tutte le scappatoie e diversioni temporanee, ogni tipo di dittatura ha una sua determinata forma di manifestazione. Questa forma, come forma organizzativa, deve essere adeguata alla dittatura di una particolare classe, deve corrisponderle e garantirne la preservazione nel migliore dei modi. La forma organizzativa immanente è, nel caso della dittatura borghese, la democrazia parlamentare con elezioni per circoscrizioni territoriali. La forma di organizzazione della dittatura del proletariato è il potere sovietico, eletto in base alle unità di fabbrica e di officina.

In “Tesi e rapporto sulla democrazia borghese e sulla dittatura del proletariato” per il I Congresso dell’Internazionale comunista, del 4 marzo 1919, Lenin scrive: “La vecchia democrazia, cioè la democrazia borghese, e il parlamentarismo erano organizzati in modo che proprio le masse dei lavoratori venivano sopratutto estraniate dall’apparato amministrativo. Il potere sovietico, cioè la dittatura del proletariato, è invece strutturato in modo da avvicinare le masse lavoratrici all’apparato amministrativo. A questo scopo tende anche l’unificazione del potere legislativo e del potere esecutivo nell’organizzazione sovietica dello Stato e la sostituzione delle circoscrizioni elettorali territoriali con le unità elettorali fondate sui luoghi di lavoro: fabbrica, officina, ecc.” (23).

Mentre nella “Lettera agli operai e ai contadini dopo la vittoria su Kolciak”, Lenin dichiara: “potere sovietico: ecco che cosa vuol dire di fatto la «dittatura della classe operaia»” (24). Nell’articolo “I compiti immediati del potere sovietico”, viene evidenziato in modo inequivocabile che: “il potere sovietico non è altro che la forma di organizzativa della dittatura del proletariato” (25).

L’analisi delle forme organizzative della dittatura della borghesia (nella sua variante più stabile, la democrazia borghese) e della dittatura del proletariato nella forma dei consigli (soviet), dimostra che la loro sostenibilità e funzionamento sono assicurati dagli obiettivi sostanziali per cui sono costruite. La formazione del potere poggia su questo terreno. Nella sua formazione, la democrazia parlamentare, come forma della dittatura della borghesia, si basa sulle risorse finanziarie dei capitalisti, sull’istituzione della proprietà privata capitalistica. La formazione della democrazia parlamentare utilizza l’ideologia borghese, quella dominante nella società (giacché l’essere sociale determina la coscienza sociale). La democrazia proletaria si basa sull’oggettiva auto-disciplina della classe operaia nel processo lavorativo di fabbrica e officina. Tali fabbriche e officine si convertono quindi in unità elettorali (circoscrizioni) dei Soviet. Non si tratta di una semplice questione di nomi, ma di una certa forma di organizzazione del potere, la forma caratteristica del potere dei soviet (potere che assicura la dittatura della classe operaia).

Abbandono della forma organizzativa della dittatura del proletariato come minaccia alla sua esistenza

I soviet sorsero ad Ivanovo-Voznesensk nel 1905, come organi della lotta per lo sciopero e l’autogoverno dei lavoratori che andavano formandosi nelle fabbriche e nelle officine, in accordo con i principi collettivi del lavoro. I soviet, che riemersero in tutta la Russia nel 1917, si eleggevano in questi luoghi. Il principio costituivo dei soviet era l’elezione dei rappresentanti di fabbrica, con la garanzia della funzione di controllo sull’attività dei deputati e la concreta possibilità della loro revoca e sostituzione secondo la volontà dei collettivi operai. Questo principio fu fissato nel Programma leniniano del PCR (b) adottato dall’VIII Congresso del Partito: Lo Stato Sovietico avvicina inoltre l’apparato statale alle masse facendo in modo che la circoscrizione elettorale e la cellula fondamentale dello Stato non siano il distretto territoriale, ma l’unità di produzione (fabbrica o officina) (26).

Al contrario di questa clausola programmatica, con l’adozione nel 1936 della nuova Costituzione, ipoteticamente più “democratica”, avvenne passaggio al sistema delle elezioni per circoscrizioni territoriali, caratteristica della democrazia borghese che separa gli organi di potere dai collettivi di lavoro e rende praticamente impossibile la revoca dei deputati da parte del popolo. Per questo, dobbiamo riconoscere che furono errate le dichiarazioni di Stalin di quel periodo circa la presunta estensione della democrazia con l’adozione della Costituzione del 1936. Sarebbe più giusto dire che, di fatto, venne compiuto un passo verso il passaggio dalla democrazia sovietica proletaria alla democrazia parlamentare borghese, la quale presuppone l’uguaglianza formale e ignora la disuguaglianza esistente. E nemmeno poteva essere un ampliamento reale della democrazia la diffusione momentanea e formale del diritto di voto ai rappresentanti delle ex classi sfruttatrici. Con la sua uscita graduale dalla scena storica, sulla base del superamento di ogni sfruttamento, la democrazia sovietica (come democrazia per i lavoratori) giungeva gradualmente e naturalmente al suffragio universale. A sua volta, l’abbandono del principio caratteristico dei soviet, ossia l’elezione dei deputati nei collettivi operai delle fabbriche e officine e il trapasso alle elezioni per circoscrizioni territoriali, è stato uguale al arretramento dei soviet verso il parlamentarismo e di conseguenza all’indebolimento di un effettivo democraticismo.

E’ interessante ricordare che Lenin, durante l’elaborazione del secondo Programma del PCR(b), prese in considerazione la possibilità di una rinuncia alla forma dei soviet solo come risultato di un arretramento nella lotta generale, sotto la pressione delle circostanze e di forze opposte, mai però come un movimento di sviluppo della democrazia dei lavoratori, quella proletaria od operaia.

Nella ” Risoluzione sul cambiamento della denominazione del partito e sulle modifiche al programma” del VII Congresso del Partito comunista bolscevico della Russia, Lenin scrive: “… la modifica della parte politica del nostro programma deve consistere in una definizione possibilmente più precisa e circostanziata del nuovo tipo di Stato, la repubblica dei soviet, come forma della dittatura del proletariato e come continuazione delle conquiste della rivoluzione operaia internazionale che furono iniziate dalla Comune di Parigi. Il programma deve indicare che il nostro partito non rinuncia ad utilizzare anche il parlamentarismo borghese, se l’andamento della lotta ci rispingerà indietro, per un certo tempo, a questo stadio storico ora superato dalla nostra rivoluzione. Ma in ogni caso e in qualunque circostanza il partito si batterà per la repubblica dei soviet come tipo di Stato superiore a ogni altro dal punto di vista della democrazia e come forma di dittatura del proletariato, volta ad abbattere il giogo degli sfruttatori e schiacciarne la resistenza” (27).

Tutto sembra più chiaro dell’acqua, tuttavia si mossero verso la democrazia borghese, verso il parlamentarismo. Da quel momento, liquidando la possibilità pratica della revoca dei deputati che non rispondevano alla fiducia degli elettori organizzati nei collettivi di lavoro, iniziò il processo di diffusione sempre più profonda della macchina statale, del burocratismo e del carrierismo, con burocrati e arrivisti che ponevano i loro interessi personali sopra quelli sociali. Questo fu il processo di maturazione dei Chrushov e dei Gorbaciov all’interno del sistema partito-stato. Dei soviet rimase solo il nome, ma la loro essenza era stata erosa. La dittatura del proletariato, privata della sua forma immanente di organizzazione, venne minacciata. Ora, il carattere proletario degli organi del potere che continuerà a chiamarsi sovietico, era garantito solo dagli elementi con un legame con la loro classe: mediante la nomina dei candidati dai collettivi di lavoro, attraverso le loro relazioni periodiche ai lavoratori, attraverso la regolazione del loro contingente sociale da parte degli organi di partito. Questo processo ebbe luogo anche per l’inerzia del carattere proletario dello stesso Partito. Tuttavia, già con Stalin, che davanti alla bara di Lenin aveva giurato di rafforzare la dittatura del proletariato e che lottò per questo per tutta la sua vita, nel Comitato Centrale iniziò gradualmente ad accumularsi la maggioranza anti-operaia, con l’opportunismo che si evolveva in revisionismo, destinato a cambiare la natura di classe dello Stato dopo la morte di Stalin.

La rinuncia alla dittatura del proletariato è la rinuncia al marxismo

Al XX Congresso del PCUS ci fu a una sorta di preparazione dell’artiglieria per l’offensiva frontale contro le fondamenta del marxismo. Grazie agli sforzi del gruppo revisionista chruscioviano, si mise in discussione, in forma calunniosa, il buono che era stato fatto dalla dirigenza staliniana, e si fece richiesta di revisione delle tesi fondamentali del marxismo sulla lotta di classe e la dittatura del proletariato. Tuttavia, il programma leniniano del PCR (b) era ancora in vigore. Pertanto, i chruscioviani si prepararono a sostituirlo, privandolo dell’essenza stessa del marxismo-leninismo. Nella relazione “Sul programma del Partito comunista dell’Unione Sovietica” al XXII Congresso del Partito, il Primo Segretario del PCUS, N. S. Krusciov, avanzò la tesi della vittoria definitiva del socialismo in URSS (28), una tesi consolatoria e di smobilitazione per i comunisti, la classe operaia e tutti lavoratori. Si affermava che la lotta di classe era limitata al periodo di transizione verso il socialismo (29). In tutta la relazione, il socialismo veniva inteso non come una fase del comunismo, ma come una formazione separata. Di conseguenza, invece del compito proprio del socialismo, l’abolizione completa delle classi nella prima fase della società senza classi, si poneva solo il compito della costruzione di una società senza classi e, con questo, anche il compito prettamente revisionista e anti-marxista: “Dallo Stato della dittatura del proletariato, allo Stato di tutto il popolo” (30). Si affermava che probabilmente “la classe operaia dell’Unione Sovietica, per propria iniziativa, partendo dai compiti della costruzione del comunismo, ha trasformato lo Stato della sua dittatura nello Stato di tutto il popolo … Per la prima volta nel nostro paese si è formato lo Stato che non è la dittatura di una sola classe … la dittatura del proletariato non è più necessaria” (31). Allo stesso modo, il partito venne proclamato come il partito di tutto il popolo e non della classe operaia, in contrasto all’assunto leniniano di partito politico come avanguardia della classe.

Queste idee revisioniste non trovarono alcuna resistenza nel Congresso, essendo approvato all’unanimità il programma revisionista, anti-leninista e anti-marxista di fatto. In esso si affermava che “la dittatura del proletariato, ha compiuto la sua missione storica, e dal punto di vista dei compiti dello sviluppo interno, non è più necessaria in URSS. Lo Stato che era emerso come Stato della dittatura del proletariato, nella fase attuale è diventato lo Stato di tutto il popolo … ed è compreso dal partito che la dittatura della classe operaia cessa di essere indispensabile prima che lo Stato si estingua” (32).

Per valutare questa posizione più a fondo, ricorriamo nuovamente a Lenin. Nel suo libro “Stato e Rivoluzione” V.I. Lenin sottolinea il carattere di classe di qualsiasi Stato, finché rimane tale, e la necessità per la vittoria della rivoluzione proletaria che sia distrutta la vecchia macchina statale e creato il nuovo apparato statale in grado di adempiere i compiti della dittatura del proletariato. Descrive quindi le diverse condizioni da compiersi per far si che lo Stato non si converta da strumento della classe operaia e mezzo per garantire il suo dominio politica, in una forza che la domina.

Nello stesso libro, così come nel quaderno “Il marxismo sullo Stato”, V.I. Lenin promuove in modo ben definito l’idea che lo Stato scompare come tale solo con la completa abolizione delle classi, e fino a quando si mantengono le classi, si mantiene anche lo Stato come organo della classe politicamente dominante. Cita e sviluppa l’idea di Engels: “(Lo Stato) diventando alla fine effettivamente il rappresentante di tutta la società, si rende, esso stesso, superfluo” [33]. Così contestando tutti gli esitanti, tentennanti e indecisi, Lenin sottolinea: “Marxista è soltanto colui che estende il riconoscimento della lotta delle classi sino al riconoscimento della dittatura del proletariato. In questo consiste la differenza più profonda tra il marxista e il banale piccolo-borghese (e anche il grande). E’ questo il punto attorno al quale bisogna mettere alla prova la comprensione e il riconoscimento effettivi del marxismo” (34). Nell’opera “Sullo Stato” (conferenza all’Università Sverdlov dell’11 giugno 1919) Lenin sottolinea che lo Stato capitalista è quello “che ha come parola d’ordine la libertà generale, dice di esprimere la volontà di tutto il popolo, nega di essere uno stato di classe” (35).

Al fuorviare e di fatto ingannare il Partito e il popolo sulla questione della dittatura del proletariato, senza la quale è impossibile lo sviluppo dal socialismo al comunismo pieno, il gruppo revisionista chrushioviano sostituì anche gli obiettivi dello sviluppo della produzione e della società. Ci soffermiamo su questo particolarmente.

L’obiettivo della produzione socialista

L’essenza della storia, il progresso della società consiste nel muoversi verso il pieno benessere e lo sviluppo libero e multiforme di tutti i membri della società.
Nel comunismo primitivo-comunitario, questa essenza, per lo scarso sviluppo delle forze produttive, si manifestava in modo molto limitato, come la soddisfazione dei bisogni più urgenti dei membri della società, partendo dalle risorse disponibili e dalla gerarchia tribale.
Nello schiavismo, gli schiavi non erano considerati esseri umani e la produzione si dispiegava con l’obiettivo di garantire il benessere e lo sviluppo multiforme dei membri della classe dominante, cioè gli schiavisti.
Nel feudalesimo, era prioritaria l’innalzamento del benessere e lo sviluppo multiforme della classe feudale, mentre i contadini e gli artigiani si limitavano alla soddisfazione piuttosto contenuta delle loro necessità.
Nel capitalismo, l’obiettivo della produzione è la produzione di plusvalore, dei profitti, che porta alla crescita del benessere e allo sviluppo multiforme dei capitalisti e restringe il consumo degli operai con la soddisfazione delle loro necessità solo in quella misura che soddisfa la riproduzione della forza lavoro indispensabile perché si continui il processo auto-espansivo del capitale.

Come scrive Lenin nei “Materiali per l’elaborazione del programma del POSDR”, nel capitalismo “I vantaggi principali dello sviluppo gigantesco delle forze produttive del lavoro sociale e sempre più socializzato sono quindi monopolizzati da un’infima minoranza della popolazione. Accanto all’aumento della ricchezza sociale cresce l’ineguaglianza sociale, si approfondisce e si allarga l’abisso tra la classe dei proprietari (borghesia) e la classe del proletariato” (36).

Tuttavia, sotto il capitalismo inizia la lotta della classe operaia in modo che non vi sia solo lo sviluppo dei membri della società appartenenti alla classe dominante, ma che si crei la società comunista, nella quale si rivela l’essenza della storia e la garanzia del pieno benessere e del libero sviluppo multiforme di tutti i membri della società diventa l’obiettivo reale della produzione.

Nel progetto del programma del partito, elaborato dalla Commissione prima del II Congresso del POSDR, l’obiettivo della produzione socialista, venne formulato come l’organizzazione pianificata del processo produttivo sociale “con il fine di soddisfare le necessità di tutta la società e di ciascuno dei suoi membri”. A questo proposito, Lenin replica: “Non è esatto. Tale ‘soddisfacimento’ ‘lo dà’ anche il capitalismo, ma non a tutti i membri della società e non in modo eguale” (37). Nelle sue “Osservazioni al secondo progetto di programma di Plekhanov” scrive: “E’ infelice anche la fine del paragrafo: ‘organizzazione pianificata del processo produttivo sociale per soddisfare i bisogni sia di tutta la società che dei suoi singoli membri’. Ciò è poco. Tale organizzazione forse anche i trust potrebbero darla. Sarebbe stato più esatto dire ‘per conto di tutta la società’ (poiché qui è inclusa la pianificazione e si indica chi dirige la pianificazione), e non soltanto per soddisfare i bisogni dei suoi membri, ma per garantire il completo benessere e il libero sviluppo multiforme di tutti i membri della società” (38). Infine, Lenin ottenne che nel programma del partito approvato dal II Congresso del POSDR fosse scritto: “Sostituendo, alla proprietà privata dei mezzi di produzione e di circolazione, la proprietà sociale e organizzando secondo un piano il processo sociale di produzione, al fine di garantire il benessere e lo sviluppo completo di tutti i membri della società, la rivoluzione sociale del proletariato sopprimerà la divisione della società in classi ed emanciperà così tutta l’umanità oppressa” (39).

Orientandosi verso questo obiettivo programmatico, il Partito dei bolscevichi portò la classe operaia della Russia alla vittoriosa rivoluzione socialista.

E’ naturale che durante la stesura del secondo programma del Partito, Lenin considerasse di primaria importanza mantenere nel nuovo Programma lo stesso obiettivo già scritto nel primo programma e che una volta soddisfatto avrebbe condotto alla totale soppressione delle classi, ossia, al pieno comunismo.
Nel programma approvato dal VIII Congresso del PCR (b), si riproduce la stessa formula dell’obiettivo della produzione socialista già contenuto nel primo programma, e cioè:

“Sostituendo, alla proprietà privata dei mezzi di produzione e di circolazione, la proprietà sociale e organizzando secondo un piano il processo sociale di produzione, al fine di garantire il benessere e lo sviluppo completo di tutti i membri della società, la rivoluzione sociale del proletariato sopprimerà la divisione della società in classi” (40).

Questo obiettivo della produzione comunista posto alla classe operaia come creatrice della società comunista, si mantenne nel programma finché il Partito restò il Partito della classe operaia, dirigente della realizzazione della sua dittatura. Già non era più presente nel terzo, di taglio revisionista, approvato dal XXII Congresso del PCUS. Venne sostituito con solo la soddisfazione delle necessità crescenti, a cui, è ben noto, non si riduce lo sviluppo degli esseri umani, né il loro benessere, né tanto meno il loro sviluppo multiforme. Di per sé, la soddisfazione dei bisogni non porta alla liquidazione della disuguaglianza sociale, né all’abolizione delle classi. Parlando più concretamente, nel terzo programma del Partito fu scritto che nel comunismo “si raggiunge il grado superiore della organizzazione pianificata di tutta l’economia sociale, si garantisce l’uso più efficace e razionale delle ricchezze materiali e delle risorse lavorative per la soddisfazione delle crescenti necessità della società” (41). I membri lavoratori della società, lo sviluppo dei quali è l’obiettivo in sé, si erano già convertiti in “risorse lavorative” utilizzate effettivamente per soddisfare le esigenze non di tutti, ma di alcuni membri eletti della società, coloro che in seguito sarebbero arrivati fino agli oligarchi. Omettendo come obiettivo della produzione lo sviluppo di tutti i membri della società, la formulazione programmatica dell’obiettivo della produzione si convertì nel camuffamento dell’abbandono reale del socialismo.

Nel terzo programma revisionista è scritto: “L’obiettivo del socialismo è la soddisfazione sempre più piena delle crescenti necessità materiali e culturali del popolo” (42). A prima vista, sembra essere bello, ma è profondamente sbagliato, perché l’obiettivo del socialismo definito dai fondatori del comunismo scientifico è l’abolizione delle classi, che non si riduce alla soddisfazione dei bisogni. Risulta chiaro che presuppone inoltre la soddisfazione dei bisogni, ma non di qualsiasi necessità e non di ogni soddisfazione, ma piuttosto di quelle che conducono al pieno benessere e sviluppo libero e multiforme di tutti i membri della società, alla soppressione di ogni disuguaglianza sociale.

La rinuncia alla dittatura del proletariato e dell’obiettivo del socialismo cambiò l’essenza di classe dello Stato. Esso divenne incapace di realizzare gli interessi della classe operaia, che sono anche gli interessi della società nel suo insieme all’epoca della dittatura del proletariato. Pertanto, gradualmente la proprietà statale ha cessato di essere una forma di proprietà sociale e ogni volta di più è divenuta una forma specifica di proprietà privata di coloro che disponevano della proprietà statale nella realtà, ossia la cupola della burocrazia del partito-stato. Così, la sua nomenclatura riuscì ad appropriarsi della proprietà di tutta la società e creare le condizioni per dividerla e appropriarsene, per privatizzarla formalizzando nelle leggi dello Stato “di tutto il popolo”. Ciò avvenne su iniziativa di Gorbaciov e nel periodo di Eltsin, prima con lo slogan revisionista del “movimento verso il mercato”, e dopo nella forma più palese: Viva la privatizzazione! Ideologicamente, questo processo fu accompagnato dal concetto revisionista del “socialismo sviluppato” che includeva e affermava il famigerato e revisionista “Stato di tutto il popolo”.

La rinuncia del PCUS nel suo XXII Congresso all’elemento principale del marxismo, la dittatura del proletariato, all’obiettivo della produzione e all’obiettivo del socialismo, non poteva che portare alla fine, nonostante la resistenza attiva della minoranza comunista, alla distruzione del Partito, dello Stato e del paese.

Questa rinuncia passò non solo per colpa della cupola rinnegata del PCUS, ma anche a causa di quei membri del Partito che, lungi dallo studiare e comprendere il leninismo, recitavano citazioni e slogan credendo ciecamente nelle parole della cupola revisionista del Partito. Pertanto, le forze comuniste coerenti non potevano sconfiggere gli opportunisti, i revisionisti e rinnegati traditori del socialismo. E’ una lezione non solo per i comunisti della ex Unione Sovietica e dell’attuale Russia. E’ anche una lezione per tutto il movimento operaio e comunista internazionale.

Il carattere non mercantile, ma immediatamente sociale della produzione socialista

L’attualità della questione sta in questo: in fin dei conti, è la questione per cui i comunisti lottano per il potere della loro classe. E’ la domanda che si andrà a fare in caso la classe operaia giunga al potere. Fino a che punto si è imparato dagli errori del PCUS e dalla pratica della costruzione del socialismo in URSS? Chi e come deve costruire l’economia?

Oggi la questione continua ad appassionare e dividere il movimento comunista, anche in Russia. Non vogliamo affrontare gli apologeti impertinenti del “socialismo svedese” e gli altri miglioristi del capitalismo. Parliamo solo di coloro che si chiamano ancora marxisti e comunisti. Tra loro, da una parte, c’è la folta rappresentanza dei sostenitori del cosiddetto socialismo di mercato, ultimamente sempre più confermato dall’aggettivo “alla cinese”. Dall’altro, la voce costante di coloro che si chiamano pragmatici e realisti. Ritengono una follia il discorso dei comunisti ortodossi sul carattere non mercantile della produzione socialista. Dicono: guardati intorno, il mercato è dappertutto, quindi non c’è un’altra soluzione che iniziare dall’economia di mercato.

Si, in effetti, sotto il capitalismo il mercato è dappertutto. Pertanto, riteniamo che sia momento di definire cosa accade al carattere di merce sotto il capitalismo e cosa deve essere fatto di questo carattere nel processo della rivoluzione socialista e della edificazione del socialismo.

Già nel Primo e Secondo Programma dei bolscevichi (come nel Programma del PCOR), la natura del capitalismo e della società borghese viene caratterizzata dalla seguente tesi: “La caratteristica principale di questa società consiste nella produzione mercantile fondata sui rapporti capitalisti di produzione, in base ai quali la parte maggiore e più importante dei mezzi di produzione e di circolazione delle merci appartiene a una classe numericamente esigua, mentre la stragrande maggioranza della popolazione è composta di proletari e semiproletari, costretti dalla loro situazione economica a vendere costantemente o periodicamente la propria forza lavoro, cioè a mettersi al servizio dei capitalisti, e a creare con il proprio lavoro i redditi delle classi superiori della società” (43).

In altre parole, il capitalismo è in primo luogo produzione di merci. Su questa base, Lenin, nelle sue Osservazioni al secondo progetto di programma di Plekhanov, scrive: “Che espressione infelice! Certo, una produzione mercantile completamente sviluppata è possibile soltanto nella società capitalistica, ma la ‘produzione mercantile’ in generale è logicamente e storicamente prius al capitalismo” (44).

Quindi, Vladimir Ilic Lenin precisa che lo stesso capitalismo è il risultato dello sviluppo della produzione mercantile, e non si stanca di segnalare in molti dei suoi lavori che la produzione mercantile, nel corso del suo sviluppo, genera il capitalismo in modo inevitabile e permanente.

Una merce è un qualcosa prodotto per lo scambio. La produzione mercantile è la produzione di merci, di valore. La produzione capitalistica mercantile è orientata alla vendita di merci per ottenere plusvalore, il profitto dei capitalisti (proprietari dei mezzi di produzione, delle reti commerciali, del capitale finanziario e delle altre forme di esistenza dei capitalisti). Il ruolo regolatore della produzione mercantile viene svolto dalla sua legge fondamentale, cioè la legge del valore, che indirizza i capitalisti e di conseguenza la produzione mercantile verso quelle aree che garantiscono il maggior profitto.

A sua volta, l’obiettivo della produzione socialista non consiste nel generare profitto, ma nel soddisfacimento degli interessi sociali. Nei summenzionati programmi del PCR (b) e del PCOR è scritto:

“Sostituendo, alla proprietà privata dei mezzi di produzione e di circolazione, la proprietà sociale e organizzando secondo un piano il processo sociale di produzione, al fine di garantire il benessere e lo sviluppo completo di tutti i membri della società, la rivoluzione sociale del proletariato sopprimerà la divisione della società in classi ed emanciperà così tutta l’umanità oppressa, perché metterà fine a tutte le forme di sfruttamento di una parte della società sull’altra” (45).

Alla base della produzione socialista non c’è la legge del valore, ma la legge del valore d’uso, che consiste nel garantire il pieno benessere e lo sviluppo multiforme di tutti i membri della società. E’ chiaro che questo può essere assicurato non tramite l’autoregolamentazione del mercato dei produttori privati di merci, isolati gli uni dagli altri, ma solo attraverso la socializzazione dei mezzi di produzione e la centralizzazione della pianificazione e della gestione, assicurate politicamente dall’istituzione della dittatura il proletariato.

Malgrado ciò, sotto il socialismo sembrano continuare ad esistere formalmente sia il denaro, sia tutta la serie dei cosiddetti rapporti monetario-mercantili, anche se tale concetto non si ritrova in nessuna delle opere di Marx, né di Engels, né di Lenin.

Quest’uso di forme e definizioni mercantili esterne vuole significare che la produzione socialista sia mercantile per carattere? Certo che no. Le banconote utilizzate nella società socialista non sono il denaro nel senso dell’economia politica. Servono da indicatore addizionale dei volumi della produzione e della quantità di lavoro necessario consumato. Sono unità di conto e di pianificazione per garantire le funzioni di contabilità e controllo della produzione immediatamente sociale e della distribuzione, funzione senza la quale il socialismo sarebbe impossibile. Non a caso, nel Programma del Comintern approvato nel 1928 si diceva: “Le forme e i metodi di attività economica i quali sono legati ai rapporti di mercato e sono esteriormente capitalistici (calcolo del valore, retribuzione del lavoro in danaro, compra-vendita, credito e banche, ecc.), acquistano la funzione di leve della trasformazione socialista, nella misura in cui servono sempre più ad imprese di tipo socialista conseguente, cioè servono al settore socialista della economia” (46).

I fautori del “socialismo di mercato”, sono soliti a ricordare la NEP. Essi dicono che fu Lenin stesso che affermava che la NEP implica la revisione radicale del nostro punto di vista sul socialismo. La Nuova Politica Economica (NEP), all’inizio del periodo di transizione dal capitalismo al comunismo, stabilì, come temporaneo arretramento, qualche liberalizzazione della produzione e dello scambio delle merci, soprattutto tra i contadini e il settore socialista statale. Ma Lenin capiva perfettamente che si trattava della lotta fra la tendenza socialista e quella capitalista. Il libro di Bucharin “L’economia del periodo di transizione”, conteneva la tesi che “la dittatura del proletariato inevitabilmente va accompagnata con la lotta occulta o più o meno aperta tra la tendenza organizzatrice del proletariato e la tendenza mercantile-anarchica del contadino”. A questo proposito Lenin rimarcava [nelle sue note al libro di Bucharin sull’Economia del periodo di transizione] come si sarebbe dovuto parlare della tendenza mercantile-capitalista dei contadini che si oppone alla tendenza socialista del proletariato (47). Proprio qui, Lenin supporta la seguente analisi di Bucharin: “Nelle città, la lotta principale per il tipo di economia [dopo la presa del potere da parte del proletariato – ndr] è finita con la vittoria del proletariato. Nella campagna, è finita con la vittoria sul grande capitalista. Ma allo stesso tempo, in altre forme si rigenera come la lotta tra il piano statale del proletariato che incarna il lavoro socializzato e l’anarchia mercantile, la sfrenata speculazione del contadino che incarna la proprietà frammentata e la spontaneità del mercato”. A questa idea Lenin accompagnò un breve giudizio: “Questo si che è certo!”. Subito dopo la dichiarazione di Bucharin: “E perché la produzione semplice mercantile non è altro che l’embrione dell’economia capitalista, la lotta tra le tendenze sopra descritte è per la sua essenza la continuazione della lotta tra il comunismo e il capitalismo”, e aggiungeva, “E’ vero. Ed è meglio che l’anarchia” (48).

Notiamo che Lenin mai sollevò la questione della soppressione immediata del carattere mercantile della produzione, rilevando sempre che si tratta del superamento del mercantile, della fuga dal mercantile, della negazione del mercantile nella produzione sociale del socialismo. Partendo dalla tesi marxiana che “solo prodotti di lavori privati autonomi e indipendenti l’uno dall’altro stanno a confronto l’un con l’altro come merci”. Lenin esprime la comprensione dello scopo della rivoluzione socialista con le seguenti parole: “Per l’emancipazione effettiva della classe operaia è necessaria la rivoluzione sociale, preparata da tutto lo sviluppo del capitalismo, cioè la distruzione della proprietà privata dei mezzi di produzione, il loro passaggio in proprietà sociale e la sostituzione della produzione capitalistica delle merci con l’organizzazione socialista della produzione dei prodotti per conto di tutta la società, per garantire il completo benessere e il libero e completo sviluppo di tutti i suoi componenti” (49).

E nelle “Direttive del Consiglio del lavoro e della difesa alle amministrazioni sovietiche locali” preparata nel 1921, nel periodo di transizione, Lenin segnala che: “I prodotti dello Stato, cioè quelli delle fabbriche socialiste che vengono scambiati con le derrate agricole, non sono merci nel senso politico-economico, o in ogni caso non sono soltanto merci, non sono già più merci, cassano di esserlo” (50).

Quest’idea del superamento della produzione mercantile già nel periodo della costruzione dell’economica socialista è confermata da Lenin ancora una volta nelle sue note al libro di Bucharin, commentandone l’idea che “la merce può essere categoria generale solo nella misura in cui ci sia il vincolo sociale, costante e non temporaneo, sulla base anarchica della produzione. Conseguentemente, nella misura in cui sparisce l’irrazionalità dal processo produttivo, cioè che al posto di quello elementare si mette il regolatore sociale cosciente, nella stessa misura la merce si trasforma nel prodotto e perde il suo carattere mercantile”. Lenin risponde: “Corretto!”, ma nella parte finale scrive: “non è del tutto corretto: non si converte in “prodotto” bensì di qualche altra cosa. ETWA (approssimativamente – nota di redazione): “Nel prodotto che va al consumo sociale non attraverso il mercato” (51).

I sostenitori del “mercato” tendono a presentare l’esempio della NEP come un presunto spostamento di Lenin verso la comprensione del socialismo come una economia di mercato, come un ritorno al mercato, non come una necessità temporanea, ma come obiettivo e prospettiva. I più coraggiosi fra loro inventarono perfino una metodologia della NEP e del mercato socialista, ipoteticamente leninista. Tuttavia, si deve rilevare, in primo luogo, che la NEP non è un metodo ma una politica e, con l’introduzione della NEP, Lenin e i bolscevichi riconoscono di arretramento verso l’accettazione degli elementi del capitalismo. Non la definiscono come uno sviluppo di caratteristiche connaturate alla produzione socialista. In secondo luogo, al tempo stesso si svilupparono le più potenti leve per il superamento degli elementi del carattere mercantile dell’economia di transizione al socialismo. Si crearono il GOSPLAN [Comitato statale per la pianificazione], il GOSSNAB [Comitato statale per le forniture di materiale tecnico], la grande industria, si elaborava il piano GOELRO [piano statale di lungo termine per lo sviluppo economico della repubblica sovietica], ecc. Così, con l’aumento del volume fisico della cosiddetta produzione mercantile (già non più nella sua essenza), andava rafforzandosi il carattere immediatamente sociale della produzione socialista e si preparavano le condizioni per il successivo superamento di quella mercantile.

Stalin promosse nella pratica la linea di Lenin per il superamento del carattere mercantile nella produzione transitoria al socialismo, per dare alla produzione socialista la qualità di produzione immediatamente sociale. Le sue idee fondamentali su questo sono esposte nella sua opera “Problemi economici del socialismo in URSS”. In particolare, Stalin così formula gli obiettivi dell’economia socialista: “Esiste una legge economica fondamentale del socialismo? Sì, esiste. In che cosa consistono i tratti essenziali e le esigenze di questa legge? I tratti essenziali e le esigenze della legge economica fondamentale del socialismo potrebbero formularsi all’incirca in questo modo: assicurazione del massimo soddisfacimento delle sempre crescenti esigenze materiali e culturali di tutta la società, mediante l’aumento ininterrotto e il perfezionamento della produzione socialista sulla base di una tecnica superiore” (52). In altre parole, Stalin sottolinea chiaramente che nel sistema del socialismo, gli interessi di tutta la società sono al di sopra di tutto. Con ciò, Stalin basa il suo ragionamento non solo sulla sua ideologia “marxista”, ma nell’analisi oggettiva della realtà concreta. Stalin svela ciò che permette allo Stato proletario di prevenirela restaurazione degli elementi capitalistici nell’economia.

Tuttavia, Stalin sembra aver sottovalutato che la produzione di merci genera le tendenze e i desideri di muoversi verso la piena produzione capitalistica di merci e verso il mercato completo, quello che nelle corrispondenti condizioni si attuò successivamente in URSS.

Stalin diceva che la legge del valore nel socialismo, anche se privo di significato regolatore, si attua parzialmente, principalmente nella produzione dei beni di consumo. Quest’ultima cosa è discutibile, poiché la legge del valore è la legge del capitalismo, quindi non può in alcun modo essere una legge del socialismo. Engels nell’Anti-Dühring sottolineava che “la legge del valore, è la legge fondamentale precisamente della produzione di merci e perciò anche della forma più alta di essa, la produzione capitalistica” (53).

Nell’economia socialista, la produzione mercantile esiste solo come negazione del suo carattere immediatamente sociale, appartiene a quei residui del capitalismo che si superano nel processo di sviluppo del socialismo, come comunismo incompleto verso il comunismo completo. Pertanto, possiamo affermare che lo sviluppo dell’economia socialista è il rafforzamento della sua essenza immediatamente sociale e il superamento della produzione mercantile. Qualunque siano le condizioni in cui si trovano i comunisti in una rivoluzione, qualsiasi siano i ripiegamenti e le transizioni, deve essere chiaro l’orientamento verso l’obiettivo – il superamento della produzione mercantile e la transizione verso quella socialista, come immediatamente sociale. Il movimento progressivo dell’economia socialista fu assicurato fintanto che il potere cercava di organizzarne economia come produzione immediatamente sociale.

La decisione della direzione chrushioviana nel 1961 di abbandonare la base politica del socialismo, la dittatura del proletariato e la riforma economica del 1965 generarono un processo di accumulazione graduale delle tendenze negative nell’economia socialista e nelle relazioni sociali. Parlando in senso figurato, da lì iniziò la preparazione della perestrojka gorbacheviana come mutamento del sistema sociale.

Qualunque cosa dicano gli attuali apologeti del capitalismo, l’economia dell’Unione Sovietica aveva il carattere della produzione immediatamente sociale. Ciò si avverte più chiaramente oggi, poiché contrariamente a quanto accade attualmente, il cittadino sovietico riceveva più della metà dei beni consumati (calcolati sulla base dei prezzi correnti) attraverso fondi di consumo pubblico. E la maggior parte delle necessità vitali fondamentali venivano soddisfatte quasi “in conformità alla domanda”. Così venivano assicurati l’alloggio gratuito (anche se bisognava aspettare il proprio turno), l’acqua calda e fredda, l’energia elettrica, il pane, la sanità pubblica e l’istruzione, i trasporti pubblici e molte altre cose.

Purtroppo, la rinuncia alla via socialista negli aspetti politici ed economici giunse dalla stessa direzione del Partito che si continuava chiamare ancora comunista. Nel II Congresso del PCUS fu approvato il nuovo Programma del Partito che escluse dai suoi principi fondamentali la necessità della dittatura del proletariato. E già nel XXVIII Congresso del PCUS fu adottata la transizione verso il mercato. In quel Congresso, il Partito e il popolo erano stati avvertiti che la transizione verso il mercato avrebbe portato al capitalismo, al fallimento del PCUS e al catastrofe per il popolo. Nella relazione del Prof. A. A. Sergeev, rappresentante del Movimento di Iniziativa Comunista, si diceva: “Oltre il mercato delle merci, ci sono altri due mercati. Esiste il mercato del capitale privato, rappresentato dalle borse valori, e il mercato della forza lavoro. Questi due mercati, nel loro insieme, inevitabilmente danno il mercato capitalistico classico, sia pure chiamato mercato regolato. Non è possibile evitarlo … e né il nostro popolo né il Partito sopravvivranno a questa perestrojka. Il Partito, come partito comunista, scomparirà” (54).

Come abbiamo visto, quelle previsioni scientifiche si sono realizzate e ora dobbiamo ricominciare, parlando in senso figurato, dalla domanda “Che fare?” che Lenin aveva svolto nell’omonimo libro.

I concetti della costruzione del socialismo attraverso lo sviluppo del mercato, del carattere mercantile della produzione, dei rapporti monetario-mercantili, vale a dire dei rapporti capitalistici, così come i piani della costruzione delle diverse varianti dell’economia di mercato con orientamento sociale, sebbene ispirati dalle migliori intenzioni e malgrado avvengano sotto la direzione del più patriottico governo di fiducia popolare, rappresentano lo stesso percorso gorbacheviano. La loro conclusione non può che essere il capitalismo. L’opportunismo e il revisionismo hanno imparato ad escogitare molteplici varianti e non meno numerose scuse per questi modelli di capitalismo.

La pratica ha dimostrato che separare l’economia dalla sua base politica, considerare l’economia “pura”, non politica e senza un contenuto di classe, è un errore, una sciocchezza e per i comunisti perfino un crimine contro la classe operaia. In URSS, negli ultimi anni di governo del PCUS, si costruiva il socialismo di mercato, ma il risultato invece fu la costruzione del capitalismo.

Parafrasando Vladimir Ilic, si può dire che senza la lotta contro questa malattia contagiosa del “mercato”, parlare di impegno per il socialismo o della possibilità del comunismo altro non è che pronunciare frasi pompose, ma ingannevoli.

Riconciliamo quindi il nostro cammino con Lenin, con la scienza del comunismo!

Note
* V.A. Tiulkin, primo segretario del Partito Comunista Operaio di Russia – Partito Rivoluzionario dei Comunisti, PCOR-PRC
** M.V. Popov, dottore in Scienze filosofiche, professore, presidente del Fondo dell’Accademia Operaia in rappresentanza della rivista del PCOR-PRC “Unione Sovietica”.

1) L’idea principale nel leninismo. V.I. Lenin sul metodo di classe dell’analisi dei fenomeni sociali, M.V.Popov., 2009 – 311 p., rpw.ru
2) Una posizione piccolo-borghese nella questione dello sfacelo economico, V.I. Lenin, Opere Complete, vol. 24 [aprile-giugno 1917], p. 570, Editori Riuniti, Roma, 1966
3) Stato e rivoluzione, V.I. Lenin, Opere Complete, vol. 25 [giugno-settembre 1917], p. 361, Editori Riuniti, Roma, 1967
4) La catastrofe imminente e come lottare contro di essa, V.I. Lenin, Opere Complete, vol. 25 [giugno-settembre 1917], p. 305, Editori Riuniti, Roma, 1967
5) I bolscevichi conserveranno il potere statale?, V.I. Lenin, Opere Complete, vol. 26 [settembre 1917 – febbraio 1918], p.73, Editori Riuniti, Roma, 1966
6) Rapporto al ii congresso dei sindacati di tutta la Russia, V.I. Lenin, Opere Complete, vol. 28 [luglio 1918 – marzo 191], p.418, Editori Riuniti, Roma, 1967
8) Lettera agli operai e ai contadini dopo la vittoria su Kolciak, V.I. Lenin, Opere Complete, vol. 29 [marzo – agosto 1919], p.506, Editori Riuniti, Roma, 1967
9) II congresso dei soviet dei deputati operai, soldati e contadini di tutta la Russia, V.I. Lenin, Opere Complete, vol. 26 [settembre 1917 – febbraio 1918], p.433, Editori Riuniti, Roma, 1966
10) Successi e difficoltà del potere sovietico, V.I. Lenin, Opere Complete, vol. 29 [marzo – agosto 1919], p.43, Editori Riuniti, Roma, 1967
11) Seduta plenaria straordinaria del soviet dei deputati operai e soldati di Mosca,. V.I. Lenin, Opere Complete, vol. 29 [marzo – agosto 1919], p.232, Editori Riuniti, Roma, 1967
12) Sulla dittatura del proletariato, V.I. Lenin, Opere Complete, vol. 30 [settembre 1919 – aprile 1920], p.77, Editori Riuniti, Roma, 1967
13) Discorso al congresso degli operai dei trasporti di tutta la Russia, V.I. Lenin, Opere Complete, vol. 32 [dicembre 1920-agosto 1921], p.251, Editori Riuniti, Roma, 1967
14) Sull’imposta in natura, V.I. Lenin, Opere Complete, vol. 32 [dicembre 1920-agosto 1921], p.309, Editori Riuniti, Roma, 1967
15) Chi è spaventato dal crollo del vecchio e chi lotta per il nuovo, V.I. Lenin, Opere Complete, vol. 26 [settembre 1917 – febbraio 1918], p.382, Editori Riuniti, Roma, 1966
16) Saluto agli operai ungheresi, V.I. Lenin, Opere Complete, vol. 29 [marzo – agosto 1919], p.353, Editori Riuniti, Roma, 1967
17) Ibidem
18) La grande iniziativa, V.I. Lenin, Opere Complete, vol. 29 [marzo – agosto 1919], p.373, Editori Riuniti, Roma, 1967
19) Economia e politica nell’epoca della dittatura del proletariato, V.I. Lenin, Opere Complete, vol. 30 [settembre 1919 – aprile 1920], p.88, Editori Riuniti, Roma, 1967
20) L’«estremismo» malattia infantile del comunismo, V.I. Lenin, Opere Complete, vol. 31 [aprile-dicembre 1920], p.9, Editori Riuniti, Roma, 1967
21) III congresso dell’internazionale comunista, V.I. Lenin, Opere Complete, vol. 32 [dicembre 1920-agosto 1921], p.427, Editori Riuniti, Roma, 1967
22) Ibidem 
23) I congresso dell’internazionale comunista, V.I. Lenin, Opere Complete, vol. 28 [luglio 1918 – marzo 191], p.457, Editori Riuniti, Roma, 1967
24) Lettera agli operai e ai contadini dopo la vittoria su Kolciak, V.I. Lenin, Opere Complete, vol. 29 [marzo – agosto 1919], p.506, Editori Riuniti, Roma, 1967
25) I compiti immediati del potere sovietico, V.I. Lenin, Opere Complete, vol. 27 [febbraio – luglio 1918], Editori Riuniti, Roma, 1967
26) VIII congresso del PCR(B), V.I. Lenin, Opere Complete, vol. 29 [marzo – agosto 1919], p.125, Editori Riuniti, Roma, 1967
27) VII congresso del Partito Comunista Bolscevico della Russia,. V.I. Lenin, Opere Complete, vol. 27 [febbraio – luglio 1918], p.71, Editori Riuniti, Roma, 1967 
28) II Congresso del Partito Comunista dell’ Unione Sovietica, 17–31/10/1961
29) Ibidem
30) Ibidem
31) Ibidem
32) Ibidem
33) V.I. Lenin, Stato e Rivoluzione
34) Ibidem 
35) Sullo Stato, V.I. Lenin, Opere Complete, vol. 29 [marzo – agosto 1919], p.430, Editori Riuniti, Roma, 1967
36) Materiali per l’elaborazione del programma del POSDR, V.I. Lenin, Opere Complete, vol. 6 [gennaio 1902 – agosto 1903], p.8, Editori Riuniti, Roma, 1959
37) Ibidem
38) Osservazioni al secondo progetto di programma di Plekhanov, V.I. Lenin, Opere Complete, vol. 6 [gennaio 1902 – agosto 1903], p.28, Editori Riuniti, Roma, 1959
39) Il Programma del Partito Operaio Social-Democratico Russo, approvato nel II Congresso del Partito. Secondo Congresso del POSDR. Luglio – Agosto del 1903, Mosca, 1959. p. 419. (in russo)
40) V.I Lenin, Progetto di Programma del PCR(B)
43) V.I Lenin, Progetto di Programma del PCR(B)
44) Materiali per l’elaborazione del programma del POSDR, V.I. Lenin, Opere Complete, vol. 6 [gennaio 1902 – agosto 1903], p.8, Editori Riuniti, Roma, 1959
45) V.I Lenin, Progetto di Programma del PCR(B)
46) Programma del Comintern
47) Lenin, Opere scelte (in russo)
48) Ibidem
49) V.I. Lenin, Opere Complete, vol. 6 [gennaio 1902 – agosto 1903], p.8, Editori Riuniti, Roma, 1959
50) Direttive del consiglio del lavoro e della difesa alle amministrazioni sovietiche locali, V.I. Lenin, Opere Complete, vol. 32 [dicembre 1920-agosto 1921], p.355, Editori Riuniti, Roma, 1967
51) Lenin, Opere scelte (in russo)
52) Stalin I.V. Problemi economici del socialismo nell’URSS
53) Engels F. Anti-Duhring. p.380
54) XXVIII Congresso del Partido Comunista dell’ Unione Sovietica, 2-13/07/1990

 
http://www.resistenze.org/sito/te/pe/mc/pemcdg25-013209.htm
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