Storie dall’Italia Unita: il 6 agosto 1863 quattro operai vengono uccisi dai bersaglieri per aver “osato” protestare contro la dismissione delle Officine campane. Ecco cosa successe durante la prima protesta operaia del Belpaese, insabbiata da troppo tempo…
pietrarsa

Sono passati 150 anni. Le lotte operaie non riempivano le pagine dei giornali e non erano certo all’ordine del giorno. Forse per questo Urbano Rattazzi, primo presidente della Camera dopo l’Unità d’Italia, non seppe di preciso che fare, se non mandare i bersaglieri a riportare “l’ordine”. Un gruppo di facinorosi, qualche operaio in subbuglio, nulla più. A leggere la storia del nostro Paese dalla prospettiva comoda di chi è solito scriverla, gli avvenimenti sembrano sempre semplici, razionali, non impegnativi. Pochi sanno che alle Officine di Pietrarsa, San Giorgio a Cremano, è andata in scena la prima, grande contestazione operaia italiana dopo l’Unità. Una vicenda che in pochi insegnano fra i banchi di scuola e ancor meno libri riportano, presi dai fasti risorgimentali che avvolgono l’intera penisola. Proveremo, nel nostro piccolo, a farlo noi.

LA STORIA – Il Reale Opificio Borbonico di Pietrarsa nasce nel 1840 per volere di Ferdinando II di Borbone, un’industria siderurgica in grado di produrre materiale bellico e civile. Solo tre anni dopo, Ferdinando II emana un editto nel quale si stabilisce che le Officine debbano costruire locomotive e provvedere alla «riparazione dei bisogno per le locomotive stesse, degli accessori dei carri e dei wagons che percorreranno la nuova strada ferrata Napoli-Capua». Erano, in poche parole, tempi in cui Napoli e la Campania prosperavano in quanto a trasporto pubblico su ferro, anche per quanto concerne il ritorno occupazionale: nel 1853, 44 anni prima della Breda e 57 anni prima della Fiat, Pietrarsa contava al lavoro 700 operai. Numeri di tutto rispetto, che impressionarono persino lo zar Nicola I di Russia che, in visita alle Officine, chiese una pianta dello stabilimento per realizzarne uno simile a Kronstadt. Valutazioni oggettive, non certo capriccio da regnante: la fabbrica campana contava, nel 1860, 1.050 persone al lavoro (laddove la Ansaldo di Genova ne occupava 480), 33mila metri quadri di superficie, caldaie da piroscafo e da locomotiva, cinque treni di laminatoi di cui uno specializzato per rotaie. Un reparto che definire all’avanguardia è poco.

POI VENNE L’UNITA’… – Nessun revanscismo neoborbonico, solo la stretta attualità della storia: le Officine di Pietrarsa cominciano a subire il proprio declino dal 1861 in poi, vale a dire dall’Unità d’Italia. La questione era drammaticamente semplice: il governo presieduto da Rattazzi doveva deliberare in materia di politica industriale. All’epoca erano due gli stabilimenti che offrivano una certa affidabilità: la Ansaldo di Genova e Pietrarsa a San Giorgio a Cremano. Bisognava scegliere quale delle due dovesse rimanere come industria di Stato (mantenerne due sarebbe risultato eccessivamente costoso). La scelta fu quindi affidata a un ingegnere 44enne originario di Nizza, ben inserito nell’ambiente regnante sabaudo, tale Sebastiano Grandis. Il quale concluse, dopo quattro mesi (15 luglio 1861), che i due stabilimenti si equivalevano in quanto a forza lavoro e capacità produttive, ma che la Ansaldo era più adatta alle esigenze del Regno per la maggiore flessibilità in vista di futuri ampliamenti. Ecco l’inizio della fine, il momento in cui Pietrarsa diventa, da vanto nazionale, a vittima sacrificale delle scelte politiche allora imperanti.

I LICENZIAMENTI – Chi l’ha detto che la storia è inutile? Leggere certi avvenimenti aiuta a gettare nuova luce sul presente (qualcuno ricorda, per caso, la vicenda Fiat di Pomigliano?). Resta il fatto che, da quella fatidica relazione in poi, i licenziamenti cominciano a contarsi a raffica. L’impianto campano viene considerato come troppo oneroso per le sabaude casse dello Stato. Fu così che subentrò l’iniziativa privata, tramite l’imprenditore Jacopo Bozza, che rilevò la fabbrica per sole 46mila lire annue. Ed ecco che ancora una volta la storia ci viene incontro per chiarirci il significato della parola “privatizzazione”: Bozza decise di chiudere la scuola d’arte per la formazione degli operai (troppo costosa), aumentò le ore di lavoro e licenziò tanti lavoratori che, al 31 luglio 1863 gli operai, da 1.050 che erano, diventarono 458, peraltro pagati con perenne ritardo e minacciati di continui licenziamenti.

http://www.campaniasuweb.it/story/21596-eccidio-pietrarsa-primo-maggio-campano-che-troppi-fa-comodo-nascondere

L’ECCIDIO – Una situazione che i giornali avrebbero definito come “esplosiva” (se solo qualcuno avesse osato parlarne). Continuo conflitto fra operai e datori di lavoro, assenza di prospettive future, licenziamenti a catena e forme ante litteram di cassa integrazione, con alcuni lavoratori che restavano a casa percependo metà dello stipendio. Pochi giri di parole: una fabbrica fiore all’occhiello dell’intera nazione si vede trasformata, nel giro di tre anni, in una rottura di scatole per chi deve rimpinguare le esangui casse dell’industria siderurgica ligure, che deteneva forti legami politici con i Savoia. Fu così che gli operai campani decisero di reagire. Siamo al 6 agosto, il piazzale delle Officine viene occupato dai lavoratori in sciopero. Il capo contabile dell’azienda, di nome Zimmermann, chiede al delegato di polizia di Portici l’invio di almeno sei agenti per domare la situazione. Salvo poi accorgersi che sei agenti avrebbero fatto il solletico agli operai in rivolta: «Non bastano sei uomini, occorre un battaglione di truppa regolare», annuncia un preoccupato Zimmermann. Per questo, oltre alla polizia, furono allertati i bersaglieri. I quali giunsero con estrema solerzia a sedare i rivoltosi, non facendosi scrupolo nello sparare colpi di fucile allorché gli operai cominciarono a fuggire dal piazzale sotto la minaccia delle cariche e delle baionette.

LE VITTIME – I morti furono in tutto quattro: Luigi Fabbricini, Aniello Marino, Domenico Del Grosso e Aniello Olivieri. I feriti, ricoverati al Pellegrini di Napoli, furono dieci: Aniello De Luca, Giuseppe Caliberti, Domenico Citara, Leopoldo Alti, Alfonso Miranda, Salvatore Calamazzo, Mariano Castiglione, Antonio Coppola, Ferdinando Lotti e Vincenzo Simonetti. Due mesi dopo l’eccidio vennero licenziati altri 262 operai, mentre nel 1875 i lavoratori erano circa 100. La fabbrica morì definitivamente 70 anni dopo per assenza di investimenti. Così non fu per la Ansaldo. Tanto che oggi la fabbrica genovese detiene appalti un po’ ovunque. Persino nella Linea 6 della metropolitana di Napoli.

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