LUNEDI 26 DICEMBRE 1977

LA RIVOLUZIONE CINESE PUO’ ESSERE DEFINITA UNA RIVOLUZIONE PROLETARIA?

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Fonte: http://ciml.250x.com/archive/hoxha/italian/6cina2.html

Naturalmente, per dare una risposta precisa a un problema cosi importante, bisogna, da una parte, disporre di un tempa relativamente lungo e di una documentazione ampia ed esatta, sull’evolversi .in Cina della situazione, che è molto complessa, per lo meno dal periodo di Sun Yat-sen e del Kuomintang fino ai nostri giorni. D’altra parte, occorre conoscere lo sviluppo della rivoluzione nel suo complesso e della rivoluzione classica. democratico-borghese francese, nonché lo. sviluppo delle rivoluzioni democratico-borghesi negli altri paesi.

Non ho la pretesa di conoscere la rivoluzione francese, democratico-borghese, in tutta la sua ampiezza e la sua profondità, comunque la conosco meglio delle altre rivoluzioni. L’ho studiata non solo sui manuali scolastici, ma più tardi anche nelle opere di autorevoli autori quali Michelet, Mathiev, Jaurès ecc. che trattano di questa rivoluzione. Noi conosciamo inoltre le valutazioni dei classici del marxismo-leninismo sulla rivoluzione francese.

Nella sua opera «Il Diciotto Brumaio di Luigi Buonaparte», Marx, parlando della rivoluzione francese, la definisce come rivoluzione degli anni 1789-1814. Allo stesso tempo però egli rileva che la fase ascendente di questa rivoluzione continua fino al 1794. Egli scrive:

«Nella prima rivoluzione francese, la dominazione dei costituzionalisti cede il posto alla dominazione dei girondini e quella dei girondini alla dominazione dei giacobini. Ognuno di questi partiti si appoggia su ciò che è più progressista. Ma appena uno di questi partiti ha portato la rivoluzione così lontano da non essere in grado di seguirla e tanto meno di dirigerla, questo partito viene messo da parte e mandato alla ghigliottina dal suo alleato più coraggioso. In questo modo la rivoluzione si sviluppa in linea ascendente».

Dopo il rovesciamento dei giacobini la rivoluzione «declina», e inizia il periodo della controrivoluzione, benché la borghesia conservi il potere acquisito. Noi conosciamo bene inoltre il processo di sviluppo della rivoluzione proletaria, la sua teoria e la sua pratica, che abbiamo studiato dettagliatamente nelle opere dei nostri grandi classici, Marx, Engels, Lenin e Stalin. Abbiamo anche studiato lo sviluppo e la vittoria della Grande Rivoluzione Socialista d’Ottobre in Unione Sovietica, della rivoluzione proletaria da noie negli altri paesi cosiddetti socialisti, i quali attualmente, al pari dell’Unione Sovietica, si sono trasformati in paesi capitalisti.

Se dico tutto questo è perché, per farne uno studio esatto, giusto e profondo di questo problema che ci interessa attualmente, vale a dire per definire il carattere della rivoluzione cinese e le varie tappe attraverso le quali è passata, occorre avere conoscenze ben chiare, conoscere soprattutto i momenti chiave, decisivi, le idee, la lotta delle frazioni, le varie tappe, le forze motrici che, prese insieme, determinano una rivoluzione, per poter poi giungere ad una conclusione giusta, dopo aver giudicato e analizzato la questione nel suo complesso e in modo scientifico nell’ottica marxista-leninista. Tuttavia, anche con le conoscenze non complete che abbiamo sulla Cina, conoscenze che non sono dovutamente coordinate e classificate, attraverso confronti e parallelismi, talvolta forse non tanto minuziosi, possiamo esprimere un’opinione sulla rivoluzione che si è svolta in Cina e che fino a questo momento è stata definita «socialista», «proletaria», ma che in realtà non sembra sia stata tale.

Sulla base delle mie riflessioni, soprattutto dopo tutto ciò che è successo e sta succedendo in Cina, naturalmente senza pretendere che queste costituiscano uno studio approfondito, ritengo che in Cina non sia stata fatta una rivoluzione proletria, cosi come viene definita e quale è la Grande Rivoluzione Socialista d’Ottobre. Qui non pongo la questione della necessità di bruciare le tappe della rivoluzione borghese e di passare direttamente alla rivoluzione socialista.

In Cina Sun Yat-sen, con la sua lotta alla direzione del Kuomintang, passando attraverso molte lotte e sforzi, riuscì, pur non avendo completato la sua opera, ad abbattere la monarchia, a instaurare la repubblica e a formare il governo democratico di Canton, senza poter però unificare la Cina. Questa repubblica cinese era una repubblica «democratico-borghese» non ancora ben formata con tutti i tratti e le caratteristiche di una democrazia borghese avanzata, benché procedesse in questa direzione. Come qualsiasi rivoluzione democratico-borghese, anche quella guidata da Sun Yat-sere e dal Kuomintang ha attuato, a mio parere, una serie di riforme politiche ed economiche che hanno avuto un risultato, direi, benefico e che miravano ad unificare la Cina. Questa, a quel tempo, soffriva sotto un duplice giogo, quello della monarchia assoluta, del caos nelle province, dove regnavano i «signori della guerra» con le loro amministrazioni autonome e con i loro `«eserciti» quasi privati, e quello di una serie di Stati imperialisti. Questi si erano insediati in Cina con le loro concessioni, si erano spartiti pressoché tutte le coste orientali di questo grande, avevano creato le loro colonie e le loro agenzie con cui succhiavano il sudore e il sangue del popolo cinese, per il tornaconto delle metropoli inglesi, americane, francesi, tedesche ecc., e tramavano intrighi usando la propria influenza per seminare discordia e caos.

La proclamazione della repubblica e l’avvento al potere del Kuomintang non significava la scomparsa della grande borghesia cinese, della borghesia nazionale e della borghesia compradora. Assolutamente no! Questa borghesia rimase al potere e continuò a mantenere, conservare e sviluppare le sue relazioni con gli Stati imperialisti, specie con l’imperialismo americano, e a creare attriti e spaccature che portarono perfino a scontri armati fra il Partito Comunista Cinese e il Kuomintang. Del resto il suocero di Sun Yat-sen, che era anche suocero di Chiang Kai-shek e faceva parte del Comitato Esecutivo del Kuomintang, era uno dei più grandi borghesi compradori della Cina. Come lui ce n’erano anche molti altri.

Sun Yat-sen e il Kuomintang scelsero e applicarono la linea delle riforme democratico-borghesi e, pur avendo relazioni di amicizia con l’Unione Sovietica leninista, erano ben lontani dal seguire la via leninista nella trasformazione della Cina. L’inviato del Comintem, nel suo rapporto del 26 gennaio 1923, scriveva che Sun Yat-sen aveva detto che il sistema dei soviet non poteva essere introdotto in Cina, poiché in questo paese non esisteva nessuna condizione favorevole per la sua applicazione. Sun Yat-sen non si mostrò pienamente capace di elaborare un programma chiaro e preciso per lo sviluppo della Cina. I suoi punti di vista e le sue tendenze sociali erano radicali a parole, ma scialbe nel contenuto. Le tendenze apolitiche e ideologiche di Sun Yat-sen, di Chiang Kai-shek e del Kuomintang in generale propendevano piuttosto e principalmente verso le concezioni democratico-borghesi dell’Europa occidentale, dell’America e di altri paesi come il Giappone. Sun Yat-sen, da quello che ho letto, ha tentato diverse volte di trovare sostegno, benché ciò fosse azzardato e pericoloso, ora nei clan militari all’interno, ora nelle grandi potenze come gli Stati Uniti d’America e il Giappone. Da queste ha ricevuto aiuti per rafforzare il regime che andava costituendosi in Cina. E’ chiaro che questo aiuto degli ambienti democratici americani non aveva affatto carattere altruistico. Gli Stati Uniti d’America, in quanto potenza imperialista, cercavano di affondare le unghie e di installarsi in Estremo Oriente, particolarmente in Cina.

Benché Sun Yat-sen fosse rimasto un democratico progressista di tendenze liberali, egli nutriva simpatia per la Rivoluzione d’Ottobre e per l’Unione Sovietica. La repubblica democratico-borghese da lui fondata strinse relazioni con l’Unione Sovietica e trovò in essa e in Lenin un potente sostegno per portare avanti la trasformazione sociale, politica e militare, che stava iniziando in Cina. Il testamento lasciato da Sun Yat-sen rivela nel migliore dei modi il suo ardente desiderio di portare a fondo la rivoluzione democratico-borghese, la sua fiducia e la sua simpatia verso l’Unione Sovietica. Egli termina il suo testamento con queste parole:

«Cari compagni, nel momento di lasciarvi, desidero esprimere una grande speranza, la speranza che presto spunterà l’alba, e allora l’Unione Sovietica, i suoi amici e i suoi alleati accetteranno al loro fianco una Cina forte, sviluppata e indipendente nella grande lotta. per l’emancipazione- dei popoli del mondo. I nostri due .paesi avanzeranno, stringendosi per mano, verso la vittoria. Vi rivolgo i miei fraterni saluti».

In questo periodo, in cui il Kuomintang era onnipotente, in cui alla sua testa si trovava Sun Yat-sen, in cui la repubblica. cinese era in via di sviluppo e intratteneva relazioni di amicizia con l’Unione Sovietica di Lenin, nel 1921, fu fondato il Partito Comunista Cinese.

Il Partito Comunista Cinese nacque e si sviluppò in seno all’antica società e all’antica civiltà cinese e i suoi membri, in quell’epoca, furono il prodotto dell’educazione intellettuale e morale confuciana, democratica e liberale e infine marxista-leninista. Ed anche più tardi non si .può affermane che i marxisti cinesi si siano interamente staccati dalla civiltà tradizionale che continuò ad influenzarli con la sua psicologia individuale e con la sua psicologia nazionale.

Prima della Rivoluzione d’Ottobre ed anche dopo, la diffusione del marxismo in Cina ha assunto il carattere di un movimento di liberazione più nazionale che sociale. I primi gruppi marxisti furono caratterizzati dalla confusione ideologica. e dalla instabilità nella linea politica. Sho Kjang, che prima. del 1966 era responsabile delle questioni culturali nel regime maoista, in un articolo del settembre 1957, scriveva: «Gettiamo uno sguardo indietro, noi eravamo appassionati di tutte le. nuove conoscenze che provenivano dall’estero ed eravamo incapaci di far distinzione fra l’anarchismo e il socialismo, l’individualismo e il collettivismo. Nietzsche, Kropotkin e Karl Marx ci affascinavano tanto l’uno come gli altri. Più tardi ci rendemmo conto che il marxismo-leninismo era l’unica verità e arma capace di liberare l’umanità. Noi credevamo in un comunismo astratto e le nostre azioni erano sempre dettate dal desiderio di far mostra di un eroismo individuale. Noi non avevamo stretti contatti con gli operai e i contadini, ci avvicinavamo ben poco a loro. La rivoluzione democratica era il nostro obiettivo immediato, mentre la rivoluzione socialista era un ideale lontano. Per molto tempo siamo stati influenzati dall’individualismo. Noi sognavamo come Ibsen e prediligevamo il suo motto: «Nella vita, l’uomo più forte è il più solitario».

Bisognava mettere un freno a tutti questi diversi punti di vista ideologici e politici, nel senso che bisognava .epurare le file del partito e limitare l’influenza di quegli elementi che; benché democratici, non erano marxisti, non seguivano i principi fondamentali del marxismo-leninismo. Con questo voglio dire che bisognava spazzare il terreno in modo da formare -un autentico partito comunista,, che seguisse ed applicasse in modo creativo la teoria del marxismo-leninismo nelle condizioni della Cina, e che l’applicasse più a fondo e più chiaramente sulla base delle idee che- guidarono la Grande Rivoluzione Socialista d’Ottobre, le idee marxiste di Lenin.

Il Comintern ha dato in ciò il suo contributo e fu il Comintern ad aiutare a formare nuovi quadri più radicali, con idee più chiare, che giunsero uno dopo l’altro al partito dopo il Movimento del 4 maggio 1919, da Li Li-san a  MaoTse-tung. Nell’applicare la via sovietica, Mao Tsetung era molto più progressista dei suoi predecessori, era molto più rivoluzionario, .più coerente di Sun Yat-sen e anche degli altri suoi compagni più anziani quali Cheng Du-siu, Li Da-ciao ed altri. Tuttavia nelle concezioni di questi nuovi quadri restò l’influenza accentuata del nazionalismo cinese, dell’ idea di indipendenza di questo «grande Stato», restò l’influenza accentuata delle vecchie idee filosofiche di Confucio, di Mencio, ecc. Ciò ha ostacolato i compagni cinesi, che andavano formandosi durante la lotta e gli, scontri, nel considerare il marxismo-leninismo come una vera bussola con cui orientarsi nella foresta molto oscura della rivoluzione democratico-borghese cinese e nell’elaborare una linea politica marxista-leninista con obiettivi chiari, suscettibile di guidarli senza tentennamenti in tutte le tappe della rivoluzione cìnese. E ciò, dall’inizio e fino ad oggi, non è stato fatto come si doveva, ma sono state utilizzate solo alcune formulazioni e parole d’ordine marxiste, mentre, nel suo contenuto, il Partito Comunista Cinese non era un autentico partito del proletariato, un partito della rivoluzione in grado di assicurare la guida della rivoluzione democratica .e di trasformarla in rivoluzione proletaria. Infatti si svilupparono nel suo seno parecchie deviazioni e teorie anarchiche, ecc.

Tutti gli sviluppi avvenuti in Cina, dalla formazione del partito comunista, dalla fondazione della repubblica democratico-borghese di Sün Yat-sen ad oggi, confermano questa linea caotica. Il Partito Comunista Cinese appena formatosi doveva seguire la via del consolidamento organizzativo e ideologico, doveva lavorare per sviluppare la sua identità e creare passo dopo passo le alleanze con le classi e le forze, rivoluzionarie, doveva lottare :per consolidare le posizioni della democrazia borghese che si stava costruendo nella prima tappa, cioè doveva garantire la libertà democratica del popolo, accrescere l’influenza popolare e innanzi tutto del proletariato nel paese, nel potere, nell’esercito; doveva occupare posizioni dominanti nei sindacati che si erano formati in seno al Kuomintang e sviluppare la propria propaganda indirizzandola in un senso preciso per consolidare le sue posizioni tra la classe operaia e farne la classe egemone della rivoluzione. Esso doveva nel contempo allargare la sua influenza nelle campagne cinesi, perché qui viveva la schiacciante maggioranza della popolazione di questo paese di dimensioni continentali e doveva procedere, direi, con maggiore coerenza all’attuazione della riforma agraria e al risveglio politico e culturale della campagna.

Sono stati Lenin e il Comintern, la Rivoluzione d’Ottobre e l’esperienza dell’Unione Sovietica ad aprire questa via al Partita Comunista Cinese.

Lenin aveva scritto una serie di articoli sulla Cina. Ma l’articolo dal titolo «La democrazia e il populismo in Cina» pubblicato il 15 luglio 1912 è particolarmente interessante. Lenin vi analizza la situazione di questo paese, la rivoluzione del 1911. Egli riconosceva il carattere progressista delle idee di Sun Yat-sen con tutte le sue limitazioni dottrinali. La rivoluzione democratico-borghese guidata dal Kuomintang appariva a Lenin di particolare interesse per il fatto che essa si batteva contro l’oppressione esercitata dagli Stati occidentali ed impediva lo smembramento e la disgregazione nazionale che minacciava la Cina. Egli si rendeva conto dell’importante ruolo che sarebbe stato riservato alle masse contadine, ponendo sempre l’interrogativo sul loro valore rivoluzionario in mancanza di un proletariato in Cina. Così sulla «Pravda» dell’8 novembre 1912, Leni.n scriveva, tra l’altro, a proposito delle mawe contadine:

«Sapranno i contadini, senza la guida di un partito del proletariato, mantenere le loro posizioni democratiche contro i liberali, i quali aspettano solo il momento opportuno per gettarsi a destra, – il prossimo futuro lo dimostrerà».

Lenin era pienamente convinto che il proletariato si sarebbe formato in Cina e quindi rilevava:

«Infine, quanto più crescerà in Cina il numero delle Shanghai, tanto più crescerà anche il proletariato cinese. Esso formerà certamente questo o quel partito operaio socialdemocratico cinese che, criticando le utopie piccolo-borghesi e i punti di vista reazionari di Sun Yat-sen, sicuramente creerà, conserverà e svilupperà con cura il nucleo democratico e rivoluzionario del suo programma politico e agrario»

Questi due articoli sono sufficienti per vedere con quanta chiarezza Lenin ha definito i compiti che doveva assolvere il Partito Comunista Cinese.

Al secondo Congresso del Comintern, tenutosi dal 19 luglio al 7 agosto 1920, furono approvate le tesi sulla questione nazionale e coloniale sulla base degli insegnamenti di Lenin, di cui un gran numero riguardavano anche la Cina. Il Congresso adottò la tesi secondo la quale «la rivoluzione in Cina e in altri paesi coloniali deve avere un programma che consenta l’inclusione delle riforme borghesi e soprattutto della riforma agraria», sottolineando però che la direzione della rivoluzione non deve essere lasciata alla borghesia democratica; al contrario, nelle decisioni del Congresso di diceva che il partito del proletariato doveva condurre una propaganda intensa e sistematica a favore dei Soviet ed organizzare al più presto i Soviet degli operai e dei contadini. Questa era la linea generale del Comintern che doveva essere seguita dal partito anche in Cina.

In generale possiamo dire che il Partito Comunista Cinese non ha svolto a dovere, in modo studiato e sistematico, guardando le cose attraverso il prisma del socialismo scientifico, il suo ruolo in questa situazione che si era creata in Cina. Su questa questione si manifestarono in seno a quel piccolo partito che si chiamava Partito Comunista Cinese tendenze diverse che non consentirono che fosse stabilita in nessun momento una giusta linea marxista-leninista e che a dirigere fossero il pensiero e l’azione marxisti-leninisti. Queste tendenze iniziali, che si manifestavano di frequente nei principali dirigenti del partito, molte volte erano di sinistra, talvolta opportunistiche di destra, talvolta centriste, giungendo fino a punti di vista anarchici, trotzkisti, borghesi, marcatamente sciovinistici e razzisti. Queste tendenze sono rimaste uno dei tratti caratteristici del Partito Comunista Cinese, che in seguito venne diretto da Mao Tsetung e dal sino gruppo.

Perché questo giovane partito potesse condurre una lotta sistematica, organizzata, ben studiata e maturata in quella situazione così complessa e in un continente così grande, dove le idee di Confucio e il sistema feudale avevano lasciato tracce profonde, per non dire indelebili, ,era necessario che i comunisti cinesi avessero assoluta fiducia nel marxismo scientifico, in Lenin e nel Comintern, che questi venissero informati sulla reale situazione in Cina, in modo che le decisioni prese dal Comintern sulla Cina fossero giuste e venissero applicate correttamente dai comunisti cinesi.

Tutto questo, a mio parere, nonostante la buona volontà di questi neofiti, non è stato fatto dal Partito Comunista Cinese e da ciò, penso, traggono origine tutte le oscillazioni a sinistra e a destra da allora fino ad oggi.

Fin dalla formazione del partito apparvero due correnti: una voleva svolgere un’attività legale e collaborare con i partiti democratici borghesi, l’altra invece sosteneva che non si doveva avere nessun legame con altri. E, in generale, il partito prese la decisione di isolarsi, in altre parole, di tenere un atteggiamento ostile verso tutti gli altri partiti, compreso quello di Sun Yat-sen, accusato di essere il responsabile del caos politico. In una lettera che Chen Tu-hsin indirizzava il 16 aprile 1922 a Voitinskij, inviato del Comintem in Cina, scriveva che i comunisti cinesi erano contro la collaborazione con il Kuomintang, perché i loro obiettivi erano differenti. Il Comintern si oppose a questo atteggiamento e orientò il partito ad una stretta collaborazione con il Kuomintang.

Al Congresso dei popoli dell’Estremo Oriente, il Cominterrl definì correttamente la linea di collaborazione fra il Kuomintang e il Partito Comunista Cinese ed i compiti di quest’ultimo per quel periodo della rivoluzione cinese. Anche il rappresentante sovietico sostenne l’idea di appoggiare il Kuomintang, in quanto alleato che si batteva perla liberazione nazionale e democratica, per l’emancipazione nazionale, ma nel contempo rilevò che il Partito Comunista Cinese non doveva sostenere le organizzazioni e i sindacati diretti dal Kuomintang, ma insieme alle masse proletarie doveva assumere un ruolo dirigente e lottare per affermare la sua influenza e per creare le sue organizzazioni di massa. «Su questa questione, – disse – noi pensiamo che il Kuomintang non ostacolerà il nostro lavoro e noi collaboreremo sinceramente con esso. Cosi, noi parliamo apertamenite. Questo è il nostro orientamento e, per noi, il ruolo guida spetta al movimento degli operai cinesi, che deve svilupparsi liberamente, indipendentemente dall’esistenza della borghesia di tendenze radicali, con le sue organizzazioni e i suoi partiti democratici.»

Cosi questo piccolo partito comunista fu politicamente difeso e materialmente aiutato dal Comintern e dalla Russia Sovietica, che seguivano attentamente la sua attsvità tra le masse e soprattutto tra il proletariato urbano. In questa direzione furono fatti rapidi progressi, specie sul piano sindacale, mentre i progressi sul piano politico furono più tardivi, più lenti ed iniziarono nel 1925 con il movimento del 30 maggio. Il movimento del 30 maggio fece sì che al 4° Congresso del Partito si ottenesse un nuovo successo. La collaborazione fra il Partito Comunista Cinese e il Kuomintang si rafforzò e divenne più stretta, incidendo direttamente sul consolidamento e sulla tempra dell’unità nazionale, che si era indebolita, per non dire scomparsa, dopo il 1911. Da questa collaborazione il Kuomintang prese nuovo vigore, ma anche il Partito Comunista Cinese giunse al 4° Congresso con forze moltiplicate. Alla settima sessione plenaria della commissione cinese del Comitato Esecutivo del Comintern, il 30 novembre 1926, Stalin disse tra l’altro

«…l’intero sviluppo della rivoluzione cinese, il suo carattere, le sue prospettive dimostrano incontestabilmente che i comunisti cinesi debbono restare nel Kuomintang ed intensificarvi la loro attività».

La collaborazione fra i due partiti continuò fino al 1927. Allora le cose si complicarono e ciò non è affatto strano, dal momento che la reazione borghese rimane sempre reazione Chiang Kai-shek, la borghesia compradora e la grande borghesia cinese, che operavano nell’ambito di questa «democrazia» cinese, vedevano nel Partito Comunista Cinese un pericolo a causa del crescere, a poco a poco e gradualmente, della sua influenza sulla classe operaia e le masse contadine. Cosi avvennero la rottura, la scissione e il colpo inferto a Canton nel 1926 e a Shanghai nel 1927, quando fu liquidato un gran numero di proletari e di comunisti. Questo fu un duro colpo per i sindacati e per il Partito Comunista Cinese.

Il Partito Comunista Cinese non seppe definire una chiara linea marxista-leninista non solo nei riguardi del Kuomintang; ma anche nei riguardi della classe operaia e delle rasasse cont dine. Nella rivoluzione democratico-borghese cinese le masse contadine svolsero un ruolo decisivo, ma questo non vuol dire che il Partito Comunista Cinese dovesse definirle quale forgi A dirigente della rivoluzione. Nelle nuove condizioni, questa rilvoluzione doveva essere guidata dalla classe operaia.

Gli uomini del Kuomintang non erano elementi delle masse contadine, erano invece elementi progressisti della borghesia urbana, innanzi tutto intellettuali, ai quali si erano uniti anche elementi borghesi reazionari, i quali avrebbero cercato di impedire che in Cina si radicassero le libertà democratiche. La borghesia della giovane repubblica cinese si sforzava di fare delle masse contadine povere, di quelle medie e dei contadini ricchi uno strumento nelle sue mani, di servirsene come sostegno. Che le masse contadine cinesi fossero un elemento rivoluzionarlo questo è innegabile. Anche nella rivoluzione democratico-borghese francese questa classe ha avuto queste caratteristiche. Benché le masse contadine francesi, in alcuni momenti della rivoluzione, avessero parteggiato più per il re, in linea di massima esse erano ostili al feudalesimo e desideravano sottrarsi al gravame delle tasse in denaro, in natura e in lavoro servile, e soprattutto e innanzi tutto desideravano avere la terra.

In Cina le masse contadine erano un elemento progressista rivoluzionario, erano contro la monarchia, contro l’oppressione, contro «i signori della guerra», i signori delle province, ma bisognava lavorare tra di esse. La borghesia che aveva fatto la rivoluzione in Cina, come abbiamo già detto, avrebbe cercato di servirsi delle masse contadine. In questa situazione il Partito Comunista Cinese doveva operare, senza però scivolare sulle posizioni della borghesia del Kuomintang, sia di quella «progressista» che di quella reazionaria. Il PC Cinese doveva avere una sua linea politica indipendente fondata sugli insegnamenti di Marx e Lenin. In questa tappa il partito comunista doveva consolidare le posizioni che aveva conquistato a scapito della monarchia, del feudalesimo, delle forze retrograde. Tenendo presenti le tappe successive da superare, esso non doveva dimenticare la prospettiva della rivoluzione, non doveva dimenticare di essere un partito marxista-leninista della classe operaia, la punta di spada di questa classe. All’epoca della fondazione del PC Cinese, esisteva in Cina un proletariato relativamente piccolo rispetto alla classe dei contadini cinesi. Tuttavia il proletariato esisteva e il Partito Comunista Cinese che si era formato doveva essere il partito del proletariato, mentre le masse contadine dovevano essere considerate da questo partito come il suo principale alleato. Il ,partito doveva impegnarsi, quindi, a fare delle masse contadine l’alleato della classe operaia per consolidare la repubblica democratico-borghese progressista e per passare successivamente, una volta maturate le condizioni, ad una tappa .più avanzata, alla rivoluzione socialista. Il partito non ha mai avuto, sul piano teorico, una chiara comprensione di questa, idea fondamentale, di questo principio base rivoluzionario che ha un valore guida e quindi non l’ha dovutamente e con coerenza messo in pratica.

Dopo la rottura del ‘PC Cinese con il Kuomintang, nel 1927, per la rivoluzione  cinese iniziò una nuova tappa, nota con il nome di Seconda Guerra Civile Rivoluzionaria.

I compiti del partito per questa tappa furono tracciati nel Plenum straordinario del Comitato Centrale, riunitosi il 7 agosto 1927. Il Plenum rimosse dalla direzione del partito. Cheng Tu-hsin e i suoi seguaci e pose come principale compito del partito la rivoluzione agraria. Dopo il Plenum si ebbe uno sviluppo del movimento rivoluzionario, il partito cominciò a creare le .proprie forze armate. Il 6° Congresso del Partito, tenutosi nel 1928, dette gli orientamenti per l’ulteriore sviluppo della rivoluzione e fissò come compito fondamentale la creazione di basi rivoluzionarie e la formazione dell’Esercito Rosso.

Il movimento rivoluzionario cominciava a crescere. Il Comitato Esecutivo dell’Internazionale Comunista [CEIC] giunse nel dicembre 1929 alla conclusione che la Cina era entrata in una profonda crisi nazionale e si trovava all’inizio di un’ascesa rivoluzionaria. Rilevava però che il passaggio dalla crisi nazionale alla situazione direttamente rivoluzionaria non sarebbe avvenuto immediatamente. Nello stesso tempo il Comintern fece notare al CC del PC Cinese che «la rivoluzione in Cina si sviluppava in molo ineguale». In queste condizioni il rafforzamento del partito e la sua lotta per rendere coscienti le masse e guadagnarle alla sua causa rimaneva un compito fondamentale.

Le conclusioni del Comintern, a quanto pare, non furono comprese correttamente dalla direzione cinese di quel tempo. Nel febbraio del 1930 il CC ciel PC Cinese inviò alle organizzazioni di partito una circolare, in cui la tesi del Comintern sullo sviluppo ineguale della rivoluzione in Cina veniva praticamente ignorata e si affermava che la crisi rivoluzionaria aveva toccato tutta la Cina. Inoltre, 1’11 giugno 1930 l’Ufficio Politico con alla testa Li Li-san approvò la risoluzione «Sulla nuova ondata rivoluzionaria e sulla presa del potere, inizialmente in alcune province». La direzione cinese era del parere che nelle condizioni della crisi che aveva investito il mondo capitalista e di quella che travagliava il paese, la situazione rivoluzionaria era già maturata in Cina e che bisognava immediatamente passare all’insurrezione, inizialmente in una o alcune province ed in seguito in tutto il paese. Essa rilevava inoltre che il fattore decisivo della rivoluzione era la lotta del proletariato, ma che unicamente un’ondata di scioperi della classe operaia nella città non poteva far trionfare l’ insurrezione, senza un attacco dell’esercito alle grandi città. Mao Tsetung invece considerava la rivolta come un’azione esclusivamente militare e non era per un’iniziativa comune della classe operaia nelle città e dell’esercito.

L’insurrezione ebbe inizio a giugno e il 28 di questo mese l’Esercito Rosso entrò a Chansha. La città fu tenuta per pochi giorni e poi fu ripresa dalle forze del Kuomintang, che applicarono il terrore contro gli abitanti e in modo particolare contro la elasse operaia. e i comunisti.

Da quello -che :ho letto, risulta che l’unica armata che appoggiò l’insurrezione e riesistette fu il quinto gruppo dell’Armata Rossa. Mentre le forze della zona del Kensi, al comando di Chu Teh e Mao Tsetung, invece di tenere Chansha o di attaccarla, ripiegarono per venire in aiuto al quinto gruppo d’armata. In questo modo la grande offensiva a livello di provincia fallì. Ma, neppure in seguito a ciò, l’Ufficio Politico del CC del PC Cinese rinunciò alla sua idea. Il 18 luglio inviò una lettera al CEIC affinché questi sanzionasse l’inizio della rivolta a Wouhan, Chansha e Shanghai. Il Presidium del CEIC respinse questa richiesta. Il 5 agosto l’Ufficio Politico del PCC rinnovò la richiesta. Il 26 agosto 1930 il CEIC indirizzò una lettera al CC del PCC in cui veniva ribadita l’assolutà necessità di annullare il piano di rìvolta in alcune province.

Nel sebbeanbre del 1930 ebbe luogo a Lu-shan la terza sessione della sesta riunione del CC. A questa riunione era presente anche Pavel Mif, quale rappresentante del CEIC. Il rapporto tenuto da Chou En-lai, che era appena rientrato da Mosca nella sua qualità di inviato del CC del PC Cinese presso il Comintern, era molto cauto e cercava di conciliare i punti di vista del Comintern con la linea di Li Li-san. Il plenum considerò l’atteggiamento della direzione cinese solo come un serio errore tattico e non come una posizione contrastante con le direttive del Comintern. Quattro mesi più tardi, nel gennaio 1931, il Comitato Centrale tenne una quarta sessione. Nella risoluzione di questa sessione si sottolineava che la direzione del Partito Comunista Cinese, guidata da Li Li-san, aveva seguito una politica avventurosa, putschista, contraria alle direttive del Comintern. Il rapporto indicava che la linea di Li Li-san sulla presa delle grandi città in un momento in cui non erano maturate le dovute condizioni era in contraddizione con le tesi del Comintern sul carattere e le tappe della rivoluzione cinese.

I comunisti cinesi con a capo Mao Tsetung fanno ricadere  la colpa sul Comintern o sui suoi rappresentanti in Cina per giustificare le loro disfatte e le loro deviazioni, per giustificare la loro incomprensione della situazione in Cina e d’inesattezza delle loro deduzioni. Essi accusano pesantemente il Comintern perché questi, a sentir loro, li avrebbe ostacolati nel condurre una lotta coerente per la presa del ,potere e per l’edificazione del socialismo in Cina. Naturalmente, il periodo della rivoluzione cinese è lungo e complesso, i punti di vista cinesi permangono privi di argomentazione. Ho detto più volte che i documenti del Cominterm, non solo sulla questione cinese, ma anche su molti .problemi di quell’epoca, si trovano nelle mani dei sovietici, negli archivi del Partito Comunista dell’Unione Sovietica. Molti non sono stati pubblicati, perché le varie frazioni e gli attuali revisionisti sovietici non fanno venir fuori la verità dai loro archivi, e cosi i cinesi possono manipolare ed interpretare i fattá a loro piacimento. Non si possono completamente discolpare la rappresentanza cinese al Comintern né i rappresentanti del Comintern in Cina, mia non si può discolpare neppure il Partito Comunista Cinese che svolgeva la sua attività sua campo, perché le sue azioni non erano ben ponderate e i rapporti che presentava sulla situazione .nel paese non corrispondevano alla realtà. In queste condizioni è probabile che alcune direttive del Cominter non siano state opportune oppure non siano state trasmesse e applicate come si deve dai rappresentanti del Comintern in Cina, siano questi sovietici o cinesi, e questo si spiega, tra l’altro, con il fatto che in quell’epoca nel Comintern c’erano alcuni elementi come Trotzki, Bukharin, Zinoviev, Kameniev, che scoprirono più tardi il loro vero volto. All’inizio degli anni venti venne inviato in Cina come rappresentante del Carnintern il sovietico Adolf Abramovich Joffé, un sostenitore del trozkismo, che poi si suicidò. Nell’ottobre del 1923 si recò in Cina Borodin, anche questo un elemento trotzkista.

Sono però del parere che in linea generale le decisioni e le direttive del Comintern, del tempo di Unin innanzi tutto, sono state giuste e che sono state giuste anche  quelle del tempo di Stalin.

I fatti dimostrano che sia nel periodo della prima guerra civile, ossia nel primo periodo della collaborazione fra, Kuomintang e Partito Comunista Cinese, che negli altri periodi, non risulta che siano stati impartiti orientamenti errati da parte del Comintern sullo sviluppo della lotta del Partito Comunista Cinese come :partito indipendente. In linea di massima, Stalin ha voluto che il Partito Comunista Cinese combattesse in stretta alleanza con il Kuomintang, allorché lo sviluppo storico della Cina  poneva questa alleanza come una necessità oggettiva. Questa, a mio giudizio, era una direttiva giusta. Ma che Stalin abbia dato la direttiva, come sostengono i cinesi, di liquidare il loro Partito Comunista integrandolo nel Kuomintang, senza conservare la sua individualità, questo non lo posso credere; questa non poteva in nessun modo essere l’opinione di Stalin. I cinesi non sono in grado di fornire alcun documento che possa confermare questo; esistono invece documenti che dimostrano il contrario. Ne sono una conferma anche le affermazioni dei. cinesi stessi, i quali pretendono che Stalin avrebbe fatto un’autocritica quando Mao Tsetung si recò a Mosca, ma non su questa questione, ed avrebbe ammesso che «in un momento della rivoluzione cinese avrebbe, in certo modo, influenzato il Partito Comunista Cinese a contare principalmente sul proletariato e meno sulle masse contadine». «Questo è l’unico errore che ho commesso nei riguardi della Cina e nessun altro, e per questo faccio l’autocritica» avrebbe detto Stalin, secondo i cinesi. Ma anche se ciò fosse vero, è inammissibile trarre la conclusione, come fanno, i cinesi, che le loro disfatte, gli scontri fra le frazioni nel PC Cinese, e i massacri compiuti dal Kuomintang sarebbero stati causati dalla politica «errata» del Comintern e di Stalin! Occorre disporre di documenti autentici in merito, perché è molto più probabile che gli stessi comunisti cinesi, ed anche alcuni degli inviati dti Mosca a quanto pare, non abbiano saputo condurre con il Kuomintang e i suoi capi una politica giusta, di principio, una poliitica che avrebbe permesso di raggiungere i loro obiettivi massimi.

Noi vediamo che all’inizio la collaborazione dei comunisti cinesi con il Kuomintang è stata ragionata, stretta al punto che le due parti formavano insieme i quadri militari all’Accademia Wampu, dove Chiang Kai-shek era comandante e Chou En-lai commissario. Chou En-lai e Chiang Kai-shek si capivano e collaboravano dunque in perfetta armonia. Lo stesso Mao era responsabile dei quadri (della loro educazione) nel Kuornintang. Questo vuol dire che le direttive del Comintern non erano sbagliate. Le direttive del Comintern non erano sbagliate seppure quando si trattò di evitare la rottura al momento dell’aggressione giapponese (se questa era la sua direttiva), affinché il PC Cinese intervenisse, per mezzo di Chou En-lai, per rimettere in libertà Chiang Kai-shek, che era stato arrestato il 12 dicembre 1936 dal comandante dell’armata del nord-est della Cina, arresto che minacciava di dividere le forze nazionaliste nella lotta contro il Giappone.

Attualmente è molto difficile giudicare la linea e l’attività del Partito Comunista Cinese -in relazione al Kuomintang le decisioni prese nel 1930 dal CC del Partito, sotto la direzione di Li Li-san, quelle prese dopo il fallimento della rivolta dello stesso anno, per i fatto che il Partito Comunista Cinese, nel cui seno hanno sempre vegetato un gran numero di frazioni, non ha mai descritto con la dovuta oggettività tutti questi importanti avvenimenti che si sono verificati nel paese e in seno al Partito. Al contrario, i fatti, le conclusioni, i pensieri e gli obiettivi sono stati distorti e interpretati secondo gli interessi delle frazioni che dominavano in un dato periodo nel Comitato Centrale.

Cosi ci troviamo di fronte a due difficoltà: la prima, di dover giudicare tenendo coilto solo dei fatti e traendo conclusioni non basate su documenti, e, la seconda, di trovarci anche di fronte all’incoerenza o, direi, di fronte alla confusione ideologica del Partito Comunista Cinese, che, scisso in frazioni, non ha mai proceduto a un’analisi degli eventi e non ne ha tratto conclusioni per imparare ed educarsi. Noi non disponiamo di alcun documento pubblicato, almeno in lingua straniera, dal Partito Comunista Cinese cosa che avrebbe dovuto fare, perché ha avuto e ne ha la possibiltà.

E’ dopo il settembre del 1931 che è cominciata la lotta di liberazione nazionale contro l’occupante giapponese. Anche questa lotta di liberazione nazionale ha avuto, nel suo sviluppo, le sue peripezie, non solo militari, ma anche ideologiche e politiche. Durante questa lotta furono concluse alleanze fra la borghesia progressista la borghesia nazionale e la borghesia compradora, fra il Kuomintang il proletariato e le masse contadine, fra il Partito Comunista e il Kuomintang.

In tutta questa complessa situazione noi nuovamente non vediamo chiaramento la linea e l’orientamento del Partito Comunista Cinese. Abbiamo letto dei materiali che, possiamo dire, sono piuttosto articoli di propaganda, ma qui non si tratta ili fare della propaganda., qui abbiamo a che fare con la questione delle alleanze fra il proletariato e le masse contadine, fra il Kuomintang e il Partito Comunista Cinese, fra l’esercito del Kuomintang e l’esercito diretto dal Partito Comunista Cinese. che, tutti insieme, in alleanza o separatamente, lottavano contro i giapponesi e gli uni contro gli altri. Per trovare il bandolo della matassa dovremmo servirci di documenti.

Noi sappiamo che, in linea generale, all’inizio il Partito Comunista Cinese ha fatto la guerra in alleanza con il Kuomiiltang e che, in seguilo, queste due organizzazioni si sono battute l’una contro l’altra. Chiang Kai-shek dirigeva il Kuomintang, cioè la borghesia reazionaria. E’ un fatto che il Kuomintang, vedendo la crescita del Partito Comunista Cinese e della sua lotta contro gli invasori giapponesi, si separò da esso e così rallentò o abbandonò la sua lotta contro i giapponesi. Il Kuomintang, guidato da Chiang Kai-shek, s’impegnò interamente nella lotta contro il Partito Comunista Cinese e tentò in tutti i modi di liquidare i suoi reparti militari. In altre parole,. esso veniva così in aiuto all’invasore giapponese. Nello stesso tempo, s’intensificarono e divennero sempre più strette le suerelazioni – con l’imperialismo americano, ma anche in contrasto con lo stesso rappresentante speciale americano in Cina, il generale Marshall, che all’inizio era un sostenitore della fazione di Chiang Kai-shek, ma che in seguito, considerò, da quel che abbiamo letto, il governo di Chiang come tue «governo corrotto». Tuttavia, durante e dopo la, guerra contro il Giappone, il Partito Comunista Cinese, guidato da Mao Tsetung, non mancò anch’ esso di intrattenere legami con l’imperialismo americano.

Durante la guerra contro i giapponesi, Mao Tsetung era riuscito a liquidare le frazioni di Li Li-san, di Wan Ming e di mosti altri ed a stabilire la sua egemonia. Oltre a Mao, vennero alla direzione del Partito Chou Teh, Chou En-lai, Teng Hsiao-ping, Lin Piao e molti altri dirigenti della rivoluzione cinese, emersi durante la lotta antigiapponese, i quali però, in certi momenti, erano anch’essi in contrasto con Mao e fra di loro. La lotta diretta da Mao Tsetung in Cina era dunque una lotta di liberazione nazionale contro gli invasori giapponesi e contro il Kuomintang guidato da Chiang Kai-shek, il quale era de facto alleato dei giapponesi e de iure alleato dichiarato dell’imperialismo americano.

Dopo la storica Lunga Marcia, guidata da Mao Tsetung e da Chou Teh, che fu una giusta ritirata tattica, organizzata per evitare la liquidazione delle forze rivoluzionarie, dopo il raggruppamento nel Yenan, dopo la riorganizzazione dell’esercito e l’Offensiva che si concluse gettando in mare Chiang Kai-shek e i resti del suo esercito la Cina fu liberata e venne proclamata, il 1° ottobre del 1949, pubblica Popolare.

Come si vede, questo è un riassunto molto succinto di questo grande avvenimento, importante non solo per la Cina, ma anche su scala mondiale, perché fu costituita la Repubblica popolare di Cina, che unitamente all’Unione Sovietica, se avessero seguito una via zeramenta marxista-leninista, sarebbero divenute due formidabili roccaforti della grande rivoluzione proletaria mondiale.

Quanto al periodo che seguì la liberazione della Cina, si pone un interrogativo, e questa è una questione di grande importanza che non pilò essere analizzata né risolta. con gli scarsi fatti e documenti di cui disponiamo, o che non sono stati ancora studiati da parte nostra in modo approfondito: la Cina Popolare edifica il socialismo seguendo la via marxistaleninista oppure è una ripubblica democratico-borghese e rimane tale? La rivoluzione che ha avuto luogo in Cina era ed è rimasta una rivoluzione democratico-borghese, che costituisce la prima tappa della rivoluzione, hppure è riuscita a superare questa tappa passando alla seconda tappa della rivoluzione, al socialismo, sotto la dittatura del proletariato? Questo è un grande problema che va chiarito con i fatti.

Il periodo della liberazione è stato definito da Mao Tsetung «nuova democrazià», e ne vennero definiti gli orientamenti e i compiti. Le basi eriche di questa dottrina furono formulate da Mao Tsetung già nel documento «La nuova democrazia», pubblicato nel 1940. «La nuova democrazia» è, secondo Mao Tsetung, il regime che si adatta alla Cina e che non somiglia né alle rápubbliche occidentali controllate dalla borghesia né alle repubbliche sovietiche proletarie.

La repubblica neodemocratica, secondo Mao Tsetung, si comporrà di «quattro classi» (!) antimperialiste e antifeudali: il proletariato, le masse contadine, la piccola borghesia e la borghesia nazionale. In questa repubblica anche l’economia deve essere neodemocratica, lo Stato ne assumerà la direzione, ma non confischerà i beni della borghesia, poiché il carattere arretrato dell’economia cinese giustifica l’esistenza di alcune forme capitaliste. Certamente, in questa nuova economia s2 .procederà alla ripartizione delle terre, ma l’economia dei contadini ricchi sussisterà, perché la formula menzionata più sopra è applicabile anche ai contadini ricchi, dal momento che la loro produzione è molto necessaria. La nuova cultura deve .essere, naturalmente, il riflesso ideologico di questa nuova politica e di questa nuova economia e deve servire ad esse.

Questa politica suona liberale e nazionalista, poiché Mao Tsetung, anche dopo la costituzione della Repubblica Popolare di Cina, continuò a restare fedele alla sua dottrina.

Da quanto posso giudicare, penso che la rivoluzione cinese fu una rivoluzione democratico-borghese di tipo nuovo, realizzata attraverso una lotta armata di liberazione nazionale. Il Partito Comunista Cinese si è posto alla testa di questa lotta e l’ha condotta fino alla vittoria; questo è incontestabile. Mao Tsetung, quale segretario generale o presidente del Partito Comunista Cinese, ha grandi meriti durante tutto questo periodo. Unitamente a Mao Tsetung hanno naturalmente i loro meriti anche tutti coloro che in un modo o in un altro, in unità di pensiere o in divergenza fra di loro, hanno raggiunto lo scopo finale che era la liberazione della Cina, questo problema capitale, e l’instaurazione di una repubblica democratica popolare.

Sarebbe stato questo un regime di democrazia popolare? Si sarebbe costituito sul modello dei regimi democratici borghesi dell’Europa occidentale o d’America? Questo lo dobbiamo esaminare nel suo sviluppo. Dall’esterno, dato che aveva alla testa un partito comunista, che questo partito comunista era membro del Comintern e seguiva in apparenza le direttive del Comintem e la sua linea generale di lotta contro il fascismo, si poteva pensare e sperare che questa democrazia borghese, questa prima tappa attraverso la quale :passava la rivoluzione cinese, dovesse essere diversa da quella della rivoluzione democratico-borghese classica e che la Repubblica cinese sarebbe stata diversa dalla Repubblica democratica borghese americana o da quelle occidentali e si sarebbe incamminata sulla via della democrazia popolare, nuova forma di dittatura del proletariato.

Benché Mao Tsetung, prima e anche dopo la liberazione, abbia detto (e di ciò esistono i documenti) che nella edificazione della Repubblica Popolare di Cina «noi ci ispireremo. molto alla democrazia americana», si creò l’impressione, giudicando dalla sua propaganda, da molte iniziative del periodo, iniziale, ed anche dal fatto che al potere era giunto il Partito Comunista Cinese, che la Cina fosse un paese che si preparava. ad avviarsi al socialismo. Questo era il quadro generale.

Dopo la Liberazione, la costruzione del paese, il consolidamento ciel potere e la creazione dell’apparato statale, il rafforzamento e la modernizzazione dell’esercito non si sarebbero. conseguiti senza lotta e senza scontri con le differenti tendenze della reazione cinese che esisteva all’interno della Cina e che era fortemente appoggiata sia dall’esterno che dai nuovi quadri che entravano nel partito e negli apparati della Stato. In tal modo, nei primi anni dopo la liberazione, non. possiamo distinguere bene la linea radicale del Partito Comunista Cinese di fronte ad un pioblema molto importante, quello, del consolidamento della repubblica e, quando diciamo del consolidamento della repubblica, intendiamo dire, innanzi tutto, il consolidamento di una politica marxista-leninista giusta e coerente per il rafforzamento del potere e la preparazione delle condizioni per :passare al periodo dell’edificazione socialista. Non vediamo una linea giusta soprattutto in merito all’organizzazione di un partito di tipo leninista-stalinista, in cui regnasse l’unità di pensiero e di azione, un’unità di pensiero marxista-leninista e di azione organizzata e molto accurata, in una grande Cina uscita da una lotta complessa, da una situazione complicata, e in cui erano ancora vivi il feudalesimo, la borghesia e vari strati delle masse contadine, l’intellighenzia, come pure il confucianesimo, il buddismo ecc.

Durante i primi anni non abbiamo costatato nell’esercito, cinese un’organizzazione sana e solidamente fondata sull’esempio dell’esercito staliniano. A prescindere dal fatto che durante la lotta di liberazione nazionale partigiana questo esercito era organizzato in grandi unità, queste non avevano sempre il carattere di unità partigiane, poiché vi si manifestavano le tendenze proprie di un esercito borghese capitalista, per il fatto che intere unità del Kuomintang e dei «signori della guerra si unirono all’esercito di Mao Tsetung. In tal modo, queste unità, integrandosi nell’esrercito di liberazione nazionale cinese, vi portarono anche punti di vista reazionari, perché queste formazioni del Kuomintang e dei «signori della guerra avevano a capo dei comandanti ed ufficiali superiori del Kuomintang, addestrati nella lotta contro il popolo e contro il comunismo. In quasto esercito, che era uscito dalla guerra, si manifestavano inoltre le antiche concezioni dei «signori della guerra». Queste concezioni impregnavano, se cosi possiamo dine, anche i quadri superiori che avevano partecipato alla grande lotta di liberazione e perfino quelli che erano membri del PC Cinese. Questo lo si vedrà in seguito, quando un certo numero dei principali dirigenti militari devieranno e si sforzeranno di impossessarsi del potere, di rovesciarsi reciprocamente. Questo significa che permanevano fra loro le antiche concezioni dei «signori della guerra», ossia i punti di vista dei quadri militari superiori di un esercito borghese capitalista.

In tal senso, dunque, non abbiamo visto in quel tempo una politica coerente, giusta, ben ponderata, ben formulata e applicata a dovere dal Partito Comunista, guidato da Mao Tsetung. La sua politica era sì definita marxista-leninista, ma nel suo contenuto non era tale.

Per quanto riguarda le questioni economiche, possiamo dire che in questo :periodo furono compiute parecchie trasformazioni positive. In Cina furono combattute la povertà e la disocupazione, fu combattuta in una certa misura anche l’arretratezza nel campo dell’istruzione e della cultura, benché le concezioni borghesi capitaliste nelle masse degli intellettuali non fossero scomparse. Naturalmente queste non potevano scomparire con un tocco di bachetta magica, tuttavia, per quel -che riguarda la ricostruzione del paese distrutto e una relativa organizzazione della sua economia, si può affermare che il regime di nuova democrazia apportò in questo senso parecchie trasformazioni salutari e lodevoli. In Cina non esisteva più la fame e questo era già un grande successo. Questi sono egli aspetti salienti di questa tappa del nuovo regime democratico.

Dopo la vittoria della rivoluzione democratico-borghese, il Partito Comunista Cinese doveva naturalmente procedere con molta cautela, non mostrarsi ultrasinistro, non bruciare le tappe, e possiamo dire che non le ha bruciate. E’ un fatto innegabile. Era inoltre necessario che il Partito Comunista Cinese non si mostrasse, come fece, «democratico», vale a dire liberale, opportunista, nei confronti della borghesia cinese e dei grandi proprietari terrieri. Il fatto è che sia la frazione di Liu-Teng che quella di Mao hanno sostenuto costoro, facendo loro consistenti concessioni liberali, opportunistiche.

Il Partito Comunista Cinese doveva consolidare, innanzi tutto, l’alleanza della classe operaia con le masse contadine, e fare si chq la borghesia cinese fosse sottomessa alle leggi del proletariato. Questo era assolutamente indispensabile. Su questa via il partito poteva usare diversi metodi per disarmare la borghesia, per allontanarla dalla via della sovversione e degli eventuali attacchi armati contro il nuovo potere; poteva fare anche concessioni temporanee di carattere tattico, senza però cambiare gli obiettivi strategici della rivoluzione, senza violare i principi. In altri termini doveva disarmare la borghesia, e in primo luogo disarmarla politicamente, non permetterle di sviluppare ideologicamente i suoi punti di vista e, sul piano economico, privarla di tutti i suoi beni per impedirle di conservare quasi le sue vecchie posizioni e ciò nel momento in cui le masse contadine, innanzi tutto, e il proletariato attraversavano momenti difficili dal punto di vista economico, per non parlare dal punto di vista politico e ideologico.

A questo riguardo, all’indomani della liberazione, per quattro o cinque amni consecutivi, vediamo che la Cina si dibatte in riforme che sono prive di un orientamento ben definito. Non vediamo in Cina un linea più o meno orientativa di queste misure e riforme, non vediamo una graduazione oggettiva e ben studiata di tutti i campi dell’attività sociale, economica, politica, ideologica e militare. Si notano, al contrario, numerose oscillazioni in tutti i sensi e un intreccio di riforme del periodo democratico popolare con sedicenti tendenze socialiste. In’ questo periodo fu mantenuta viva la tendenza secondo cui la prima tappa della rivoluzione democratico-borghese doveva durare a lungo. I dirigenti cinesi predicavano che, durante questa tappa, ;parallelamente allo sviluppo del capitalismo dovevano crearsi anche le premesse del socialismo. Lo stesso Mao Tsetung ha detto: «Benché questa rivoluzione democratica di tipo nuovo da una parte allarghi la via al capitalismo, dall’altra però crea le premesse del socialismo». Su questa predica i dirigenti cinesi hanno fondato anche la loro nota tesi sulla lunga coesistenza con la borghesia e il capitalismo che avrebbe dovuto continuare, come affermarono nel 1956, per ben altri 30 anni. Nel rapporto presentato all’8° Congresso del PC Cinese si dice apertamente che la borghesia nazionale deve essere mantenuta, insieme alla classe operaia, alla direzione dello Stato cinese e deve conservare una notevole parte delle sue ricchezze private. I cinesi hanno presentato queste prediche come un’applicazione creativa degli insegnamenti di Lenin sulla NEP. Ma, fra gli insegnamenti di Lenin, da una parte, e la teoria e la ;pratica cinese, dall’altra, esiste una differenza fondamentale sia nel contenuto che nei termini dell’applicazione della NEP. Lenin ammette che la NEP era una ritirata temporanea che avrebbe permesso per un certo tempo lo sviluppo del capitalismo privato, ma egli rileva che:

«In questo non c’è nulla di pericoloso per il potere proletario, dal momento che il proletariato tiene saldamente nelle sue mani il potere, dal momento che tiene saldamente nelle sue mani i trasporti e la grande industria».

In Cina invece, sia nel 1949 che nel 1956, il proletariato non teneva interamente nelle sue mani il potere, né la grande industria.Un anno dopo la proclamazione della NEP, Lenin sottolineava che la ritirata era terminata e lanciava la parola d’ordine della preparazione dell’offensiva contro il capitale privato nell’economia. In Cina invece il periodo del mantenimento della borghesia e del capitalismo doveva, secondo le previsioni, durare quasi fino alla fine dei tempi.

In .poche parole, in questa tappa esisteva nel Partito Comunista la concezione secondo cui l’ordinamento instaurato dopo la liiberazione doveva essere un ordinamento democratico borghese e che anche la borghesia doveva partecipare al potere, mentre, in apparenza, doveva essere al potere (e lo era) il Partito Comunista con Mao Tsetung quale presidente e Liu Shaochi, Chou e-lai, Teng Hsiao-ping e gli altri alla direzione. Questi erano i punti di vista di questo partito. Non erano però punti di vista marxisti-leninisti chiari. Dal momento che le idee del PC Cinese non eranno pienamente marxiste-leniniste, la rivoluzione in Cina non poteva essere portata fino in fondo, la trasformazione della rivoluzione democraticoborghese in rivoluzione socialista non poteva essere assicurata. Il passaggio dalla rivoluzione democratico-borghese alla rivoluzione socialista può essere attuato solo quando il proletariato allontana decisamente la borghesia dalpotere, anche in quei casi in cui questa per un certo tempo è stata la sua alleata. Dato che in Cina la classe operaia si è spartita il potere con 1a borghesia, questo potere non si è mai fondamentalmente trasformato in dittatura del proletariato e di conseguenza la rivoluzione cinese non .può essere una rivoluzione socialista.

Nemmeno l’importante problema delle nazionalità, malgrado gli slogan, è stato risolto secondo la via marxista-leninista. Non solo al principio, ma anche dopo la costituzione della Repubblica Popolare di Cina, i dirigenti cinesi non avevano una chiara comprensione delle direttive del Comintern sul problema delle nazionalità, delle lingue e dello Stato proletario plurinazionale.

Stalin, nell’intervista rilasciata a Emil Ludwig, parlando dei compiti che si pongono al partito marxista-leninista per la creazione dello Stato proletario, dice:

«Questo compito non consiste nel rafforzamento di uno Stato «nazionale», ma nel rafforzamento dello Stato socialista, quindi, internazionalista…».

Questa è la linea che doveva seguire il PC Cinese. Invece in Mao, che parla continuamente di imperatori, di eroi delle favole e che ora li vanta, ora li attacca, non troviamo indicazioni precise sulla lotta per la formazione di uno Stato proletario internazionalista. Queste indicazioni sul futuro della Cina, sulla questione della giusta soluzione di questo grande insieme di nazioni, non le troviamo neppure al tempo della sua maturità.

L’organizzazione amministrativa nella Cina appena liberata, almeno a noi stranieri, non è apparsa molto chiara; non ci sono apparse chiare le forme di organizzazione e i legami della base con il centro, né i criteri sui quali si fondavano le suddivisioni e, oltre alla ricostruzione in generale, non ci apparivano ben definiti gli orientamenti economici tanto da potere comprendere a chi veniva data la priorità: all’industria pesante, all’industria leggera o all’agricoltura. Si parlava molto, venivano impartite direttive, ma constatiamo che queste direttive non solo non venivano applicate, ma erano anche confuse, non ben definite.

Una frazione nel partito era del parere che bisognava sviluppare innanzi tutto l’industria pesante, un’altra invece era contraria a questo e riteneva che bisognava dare la priorità all’industria leggera, una terza frazione pretendeva che si doveva attribuire grande importanza all’agricoltura e c’erano anche coloro che dicevano che bisognava appoggiarsi su tutte e due le gambe (l’industria e l’agricoltura). Di formule ne venivano avanzate molte, a iosa, e benché non si possa dire che non si facesse nulla, che non si lavorasse, in generale gli orientamenti dati non erano chiari e non venivano applicati a dovere. Questa mancanza di orientamento era dovuta al fatto che il Partito Comunista Cinese durante tutto questo periodo, dal tempo della sua fondazione fino alla liberazione del paese ed anche in seguito, non riusci a consolidarsi ideologicamente, a far penetrare nella mente e nei cuori dei suoi membri la teoria di Marx, Engels, Lenin e Stalin, ad adottare le tesi chiave di questa ideologia infallibile e scientifica e, basandosi su di essa, applicarle passo dopo passo adeguatamente alle condizioni della Cina e allo sviluppo dialettico della lotta in quel paese. Questo ha fatto si che il Partito Comunista Cinese fosse diviso in numerose frazioni, al suo interno, e contemporaneamente che esso permettesse l’esistenza al suo fianco di altri partiti della borghesia e la loro partecipazione al potere. Anzi lo stesso Mao ha considerato ufficialmente indispensabile la loro partecipazione al potere e al governo del paese con gli stessi diritti e le stesse prerogative del Partito Comunista Cinese. Ma non è tutto, perché secondo lui questi partiti borghesi, che «erano storici», non potevano scomparire se non al momento in cui sarebbe scomparso anche il Partito Comunista Cinese.

In poche parole, Mao Tsetung era del parere che bisognava avviarsi al socialismo attraverso il pluralismo. Questa era una parola, d’ordine reazionaria di destra. Non era una parola d’ordine marxista che doveva essere intesa, fino ad un certo punto, come una forma di alleanza del Partito Comunista Cinese con altri partiti tradizionali inclusi nel fronte, un’alleanza in cui il Partito Comunista Cinese fosse egemone. Niente affatto.

Nei suoi scritti teorici Mao Tsetung dice che la Cina non poteva liberarsi senza la guida delle masse contadine, che la rivoluzione in Cina era una rivoluzione contadina. Secondo lui i contadini erano la classe più rivoluzionaria e esse dovevano guidare e «hanno guidato la rivoluzione». Questo era un grosso errore teorico da parte di Mao Tsetung e dimostra che egli non era un marxista-leninista, ma un eclettico e un borghese democratico; Mao Tsetun.g, in quanto democratico progressista, era per una rivoluzione democratico-borghese e mantenne questi stessi punti di vista anche dopo la liberazione della Cina. Secondo i suoi punti di vista, il ruolo egemone apparteneva alle masse contadine e la classe operaia doveva essere il loro alleato, perché in Cina il potere doveva essere, in primo luogo, il potere dei contadini, «la campagna deve accerchiare la città», ma quando si sviluppò la linea di Li Li-san, l’arcata di Mao e di Chu Te non applicò la direttiva del Comitato Centrale e non accerchiò la città stabilita. Mao Tsetung cercò di trasformare questa sua teoria borghese democratica in una teoria universale e di fatto questa «teoria» fu chiamata «maot.setungpensiero». Per renderla quanto più accettabile, i dirigenti cinesi identificavano il «maotsetungpensiero» con il marxismo-leninismo.

La monarchia fu abbattuta in Cina fin dal 1911, ma i cinesi, anche dopo la costituzione della Repubblica Popolare di Cina, non eliminarono l’imperatore Pu I del Manciukuo, questo fantoccio degli invasori giapponesi. Dopo averlo tenuto per alcuni anni in un campo di rieducazione, ne fecero un oggetto da museo, presso cui si recavano varie delegazioni per incontrarsi e conversare e ciò per «convincersi» del modo in cui simili individui vengono rieducati nella. Cina «socialista». La pubblicità che veniva fatta a questo ex-imperatore si prefiggeva, tra l’altro, anche lo scopo di dissipare la paura dei re, dei capi e dei fantocci della reazione degli altri paesi, con i quali la Cina intrattiene relazioni e di indurli così a pensare: «Il socialismo di Mao è ragionevole, perché temerlo?»! In altre parole, con il loro atteggiamento profondamente opportunistico verso l’imperatore Pu I, i revisionisti cinesi intendono dire: «Voi, imperatori, re, sultani, principi, fascisti, dittatori del secondo mondo e del terzo mondo, siete dei nostri. Con voi andremo al socialismo»! Bel socialismo!

Atteggiamenti come questi, che non hanno nulla a che vedern con la lotta di classe, sono stati adottati in Cina anche verso i feudatari e i capitalisti, i cui beni non furono toccati né durante la rivoluzione democratico-borghese di Sun Yatsen né dopo chela Cina fu liberata dall’esercito di Mao Tsetung e dichiarata uno Stato di «nuova democrazia». Essi hanno conservato, si può dire, i tre quarti o quasi dei loro beni, poiché le riforme fatte in Cina non erano profonde.

Sappiamo che in Francia, durante la Rivoluzione democratico-borghese, furono confiscati i beni della chiesa e dei feudatari e che questi beni andarono naturalmente a favore della borghesia, la quale, vedendosi minacciata all’interno dai tumulti e dall’esterno ad opera di Brunswick e degli emigrati di Coblenza e ritenendo che in queste condizioni il suo potere .politico ed economico rischiasse di essere abbattuto, fece decapitare il re, liquidò una dopo l’altra le varie frazioni dei girondini, poi anche quelle dei repubblicani più forti, dove naturalmente si erano infiltrate le opinioni degli elementi borghesi conservatori. Così i dantoniani e gli hebertiani furono ghigliottinati, e lo stesso fu fatto con Robespierre e Saint-Just ad opera dei loro compagni di destra, come Billaud-Varenne ed altri. La borghesia francese non poteva permettere che fossero lesi i suoi interessi di classe né che fossero distribuite le terre ai contadini, come avevano predicato Babeuf e Buonarroti.

Il Partito Comunista Cinese ha avuto, durante tutta la sua storia, un gran numero di frazioni. Ogni partito marxista-leninista ha avuto frazioni, deviazioni ideologiche, ma in Cina queste deviazioni hanno avuto un altro carattere e possono essere identificate con le frazioni della Rivoluzione democratico-borghese francese, ad eccezione del fatto che in Cina gli avversari politici non venivano decapitati. In Cina queste frazioni conservavano ovviamente un carattere a loro dire ideologico, ma in realtà avevano piuttosto un carattere politico ed avevano come obiettivo l’instaurazione del potere personale, avevano proprio il carattere delle azioni dei «signori della guerra» i quali, certamente, non volevano che la repubblica cinese appena costituita s’incamminasse sulla via del socialismo, di uno Stato centralizzato e disciplinato.

I cinesi definiscono tutto ciò come le «10 lotte» condotte da Mao Tsetung. Certamente si è trattato di lotte, ma nel Partito Comunista Cinese queste lotte non sono come quelle che si sono svolte nel Partito Bolscevico o nel nostro Partito, dove, da una parte, c’erano gli autentici marxisti-leninisti che si battevano per difendere il Partito e la sua linea marxista-leninista e, dall’altra, i deviazionisti trotzkisti, anarchici e chi più ne ha più ne metta.

 No, nessuna di queste frazioni del Partito Comunista Cinese, era guidata dal marxismo-leninismo. C’erano frazioni in cui tutti erano guidati da punti di vista confusi, più borghesi progressisti che marxisti-leninisti; altre frazioni propendevano più a destra che a sinistra, ma alla direzione del Partito Comunista Cinese non c’è amai stata tana frazione marxista-leninista, vale a dire un solido nucleo marxista-leninista. Dunque Mao Tsetung e i compagni che gli stavano attorno non erano autentici marxisti-leninisti, erano dei democratici borghesi progressisti, marxisti in apparenza, nella loro fraseologia, ma che si battevano e si sono battuti a fendo per il consolidamento di un grande Stato democratico-borghese progressista, per una «nuova democrazia», come l’ha definita Mao Tsetung.

Liu Shao-Chi, Chou En-lai, Teng Hsiao-ping, Pen Chen ed altri elementi erano di destra, erano elementi della borghesia che difendevano la grande borghesia nazionale per preservare le sue prerogative, naturalmente camuffandosi con una demagogia di ultrasinistra, e questa frazione faceva tutto ciò con una maschera comunista. Dopo la liberazione, per un certo periodo, questo gruppo aveva preso il potere all’interno del PC Cinese ed operava su questa via per consolidare la borghesia capitalista cinese.

Mao Tsetung non era un marxista-leninista, ma un rivoluzionario borghese progressista, più progressista di Liu Shaochi, ma sempre un rivoluzionario centrista, che si spacciava per comunista ed era alla testa del partito comunista. All’interno della Cina, nel partito, tra il popolo ed anche all’estero egli acquisì una fama di grande marxista-leninista che lottava per l’edificazione del socialismo. I suoi punti di vista però non era no marxisti-leninisti, egli non seguiva la teoria di Marx e di Lenin, ma era un seguace dell’opera di Sun Yat-sen anche se su posizioni più avanzate e rivestiva i suoi punti di vista, se così si può dire, con alcune formule rivoluzionarie di sinistra, con alcune tesi e parole d’ordine marxiste-leniniste. Mao Tsetung si atteggiava a dialettico marxista-leninista, ma non lo era. Egli era un eclettico che univa la dialettica marxista con l’idealismo confuciano e l’antica filosofia cinese. E’ un fatto che nella direzione del partito e dello Stato, della politica e dell’ideologia, nello sviluppo della Cina e del suo partito e nell’analisi dello sviluppo delle congiunture internazionali, egli non si è mai basato sulla dialettica materialista marxista-leninista per guidare la Cina sulla via del socialismo.

D’altra parte vediamo che nel partito esisteva anche un’ala di sinistra, che si mascherava anch’essa con parole d’ordine marxiste-leniniste. Tutte queste deviazioni non portavano acqua al mulino del socialismo. Tutte le fazioni, .per raggiungere il loro obiettivo, sotto forme diverse, con metodi diversi, ma con maschere quasi identiche, innalzavano la bandiera di Mao Tsetung, tutti lottavano sotto la sua bandiera, bandiera che però non era marxista-leninista. Era tale solo di nome e che questa bandiera non fosse marxista-leninista apparve evidente dopo la morte di Mao Tsetung.

Che cosa accadde in seguito? Hua Kuo-feng «con un sol colpo», come dice egli stesso, rovesciò i «quattro» e tutta la teoria centrista non marxista di Mao Tsetung, portò al potere l’ala destra, insomma tutti gli elementi condannati dalla «grande» rivoluzione culturale» cosiddetta proletaria e fece un colpo di Stato, come avevano fatto Napoleone I e più tardi Napoleone III. Anche Teng Hsiao-ping non è altro che un piccolo Napoleone. Come Napoleone, che valeva creare l’Impero francese, affinché la Francia dominasse a quel tempo in Europa arginando l’espansione dell’Impero britannico, bloccasse l’Inghilterra nella sua isola e la sconfiggesse, anche Teng Hsiao-ping e i suoi compari si battono ora per l’egemonia mondiale e per fare sì che la Cina divenga una superpotenza capace di dominane nel mondo, e, se possibile, prenda il sopravvento sugli Stati Uniti d’America e, a maggior ragione, sull’Unione Sovietica. La Cina tenta di raggiungere questo obiettivo attraverso la guerra, ed è per questo che sta armandosi con i mezzi più moderni, sta sviluppando la sua economia e la sua tecnologia con l’aiuto degli Stati capitalisti e sta conducendo una certa politica, una certa ideologia, che si basano su una teoria non marxista definita «maotsetungpenssiero».

I revisionisti cinesi si serviranno di questa teoria come di una maschera per spacciarsi da socialisti, mentre in realtà non lo sono e non possono essere socialisti, non possono essere marxisti-leninisti. I revisionisti cinesi possono essere marxisti-leninisti tanto quanto Napoleone poteva essere robespierrano, giacobino, oppure babefuviano. I revisionisti cinesi sono proprio come Napoleone che cercava di costruire il suo impero. Egli lo costruì, ma il suo impero fu ben presto distrutto. Verrà dunque il giorno che anche i revisionisti cinesi saranno distrutti.

Il marxismo-leninismo e la rivoluzione proletaria trionferanno in Cina e questi rinnegati saranno sconfitti. Naturalmente una simile rivoluzione non trionferà senza lotte e senza sangue, perché in Cina saranno necessari molti sforzi per creare il principale fattore soggettivo, il partito rivoluzionario marxistaleninista che, come tale, non è esistito prima e non esiste nemmeno ora.

Bisogna anche preparare le masse affinché si rendano conto che non si .può vivere di illusioni. Le masse debbono comprendere politicamente di non avere alla loro testa dei rivoluzionari marxisti-leninisti, ma degli elementi della borghesia, del capitalismo, che hanno imboccato una via che non ha nulla in comune con il socialismo e il comunismo. Ma per capire questo, le masse debbono rendersi conto della questione fondamentale, che «il maotsetungpensiero» non è il marxismoleninismo e che Mao Tsetung non era un marxista-leninista. Egli, si può dire, non ha tradito se stesso. Noi affermiamo che Mao è un rinnegato, un antimarxista e questo è un fatto. Noi affermiamo questo, perché egli ha cercato di mascherarsi con il marxismo-leninismo, mentre in realtà egli non è mai stato un marxista.

In linea generale possiamo dire che la rivoluzione in Cina ha avuto in alcuni sensi certe caratteristiche che l’hanno fatta propendere a svilupparsi sulla via socialista,, ma le misure adottate sono state lasciate a metà strada o sono state annullate, come accade attualmente, e le maschere cadranno una dopo l’altra. Tutto questo deve essere ben compreso dal popolo cinese, ma anche fuori dalla Cina, poiché purtroppo l’intero sviluppo di questo paese, la lotta di liberazione nazionale del popolo cinese, l’instaurazione di un potere democratico :popolare, borghese e progressista, – è passato alla storia come una rivoluzione proletaria, mentre in realtà non lo era, la Cina è entrata nella storia come un .paese che edifica il socialismo, il che non è vero.

Tutto ciò che abbiamo detto della Cina al 2° e al 3° Plenum del CC del PLA ed in questi appunti, penso che, in generale, riveli la realtà cinese, ma non dobbiamo fermarci qua. Abbiamo il dovere di studiare a fondo, nelle questioni chiave .principali e decisive, la politica e l’attività del Partito Comunista Cinese, lo sviluppo dialettico della sua storia, in modo da dimostrare, con fatti e documenti, la fondatezza di queste idee e conclusioni generali a cui siamo giunti e che ritengo non siano errate. Non vi è alcun dubbio che vi sono questioni a cui non abbiamo dato risposte esaurienti, che vi sono lacune, problemi da discutere, che richiedono studi più approfonditi, questo non si può negare, ma in generale i fatti dimostrano chela Cina ha percorso una via caotica, non marxista.

Dopo quello che è avvenuto di recente, cioè dopo il golpe di Hua Kuo-feng e di Teng Hsiao-ping, la Cina sta attraversando uno stadio ancora più arretrato di quello a cui era giunta con Mao Tsetung. Questi era ,più progressista di Hua Kuo-feng e di Teng Hsiao-ping. Questi ultimi due sono oltranzisti di destra, mentre Mao Tsetung era un centrista.

In uno dei miei scritti ho indicato che bisogna abbattere i miti e con questo avevo presente che occorre abbattere il mito di Mao Tsetung, il mito che lo presentava come un .grande» marxista-leninista. Mao Tsetung non è un marxista-leninista ma un democratico rivoluzionario progressista e penso che si debba studiare la sua opera attraverso questo prisma.

Ho già affermato che i punti di vista di Mao Tsetung non vanno studiati solo giudicando dalle frasi formulate e sistemate nei quattro volumi delle sue opere che sono stati pubblicati, ma vanno studiati nella loro applicazione pratica. Ed essi sono stati applicati in un periodo dissimile da quello della rivoluzione democratico-borghese francese, quando la borghesia era, per la sua epoca, una classe progressista. Attualmente i pensieri di Mao Tsetung si sviluppano nell’epoca della putrefazione dell’imperialismo, dello stadio supremo del capitalismo, nell’epoca in cui le rivoluzioni proletarie sono all’ordine del giorno e quando l’esempio e i grandi insegnamenti della Grande Rivoluzione Socialista d’Ottobre, gli insegnamenti di Marx e di Len,in sono per noi guide infallibili. La teoria di Mao Tsetung, il «maotsetungpensiero», nata in queste nuove condizioni, doveva tentare di ammantarsi della teoria più rivoluzionaria e più scientifica dell’epoca, del marxismo-leninismo, ma in sostanza essa è rimasta una teoria antimarxista perché è in contrasto con le rivoluzioni proletarie e perché va in aiuto all’imperialismo in putrefazione.

Ecco perché nell’ideologia di Mao Tsetung noi troviamo riflessi tutti gli aspetti delle idee concepite dal capitalismo e dall’imperialismo nel corso del suo lungo periodo dì declino e di putrefazione. Il <maotsetungpensiero» è un amalgama di ideologie, a partire dall’anarchismo e dal trotzkismo, al revisionismo moderno di tipo titino, kruscioviano, dall’«eurocomunismo» alla Marchais-Berlinguer-Carrillo fino all’utilizzazíone di formule marxiste-leniniste. In tutto questo amalgama noi dobbiamo mettere in rilievo anche le vecchie idee di Confucio, di Mencio e di altri filosofi cinesi che hanno avuto una considerevole influenza sulla formazione delle idee di Mao Tsetung, sul suo sviluppo culturale e teorico. E’ pertanto difficile distinguere una sola linea. o direi, una chiara linea dell’ideologia cinese. Anche quei suoi aspetti che si può dire rappresentino una specie di marxismo-leninismo deformato, hanno un’ impronta e un carattere asiatici, portano il marchio di un «comunismo asiatico», di una specie di «asiacomunismo» in cui come nell’«eurocomunismo» non si può trovare nessuna traccia dell’internazionalismo proletario di Marx e di Lenin nel suo pieno e vero significato. Nell’ideologia cinese possiamo trovare forti dosi di nazionalismo, di xenofobia, di religione, di buddismo, rilevanti residui di ideologia feudale, per non parlare delle altre numerose sopravvivenza che esistono tuttora e che non sono state combattute in modo sistematico, non solo durante il periodo della lotta di liberazione nazionale, ma neppure durante il periodo dell’instaurazione del potere di democrazia popolare.

Bisogna riconoscere che la borghesia reazionaria mondiale ha seguito e studiato con maggior attenzione l’evolversi della Politica e dell’ideologia di Mao Tsetung, lo sviluppo delle lotte politiche ed ideologiche in China, non solo nel periodo prerivoluzionario, ma anche durante la rivoluzione. Proprio perché la borghesia reazionaria mondiale si è resa conto che questa :politica e questa ideologia presentavano un proprio carattere cinese e asiatico ed erano lontane dal marxismo-leninismo, essa le ha difese, le ha sostenute ed anche diffuse addirittura come marxiste-leniniste. Tuttavia, nei suoi scritti e nelle sue pubblicazioni, la borghesia analizza in modo chiaro l’orientamento politico e ideologico di Mao Tsetung e lo definisce non come marxista, ma come un’ ideologia borghese rivoluzionaria, come è in realtà. L’imperialismo, il capitalismo mondiale erano interessati a che la Cina, questo continente si può dire, proseguisse su questa via, seguisse l’indirizzo politico e ideologico di Mao Tsetung, che un giorno doveva cadere apertamente in contraddizione con il marxismo scientifico, perché la Cina non avrebbe seguito la via del marxismo scientifico. Questo apparve evidente nello sviluppo della Cina le divergenze ideologiche fra il marxismo-leninismo e il «maotsetungpensiero», che si sono ora apertamente manifestate, erano già da prima ineluttabili.

Tutte le controversie e i malintesi dei cinesi con l’Unione Sovietica, con il Comintern, con Stalin, errano divergenze su questioni di principio e non su altri motivi.

Quando analizziamo il «maotsetungpensiero», credo che si debbano tenere presenti tutti questi fattori che hanno giocato un grande ruolo nell’evoluzione politáca e teorica della direzione cinese, del Partito Comunista Cinese e che si riflettono nei loro orientamenti e nelle loro azioni. Da qui deriva anche l’attuale strategia del maoismo che, come sappiamo, consiste nell’alleanza con gli Stati Uniti d’America e con tutto il capitalismo mondiale per contrapporsi all’Unione Sovietica revisionista.

Questa non è semplicemente una politica congiunturale, ma è anche una politica. che ha un contenuto ideologico, di cui i maoisti sono convinti. I dirigenti cinesi la pensano pressoché nello stesso modo degli imperialisti americani e dei capifila delle altre «democrazie» capitaliste sviluppate. Ideologicamente essi collimano soprattutto nei loro propositi di dominio, poiché la Cina, in quanto grande Stato, non desidera porsi sotto la direzione e il tallone di nessuno di questi imperialisti e capitalisti, ma aspira lei stessa a dominare o almeno a far sentire la sua gran voce nel mondo. E’ per questo motivo che, in un modo o in un altro, la Cina maoista propugna l’alleanza del proletariato mondiale con la borghesia capitalista e con l’imperialismo americano. Incamminandosi su questa via, la Cina ostacola di fatto la rivoluzione mondiale, deforma la teoria marxista-leninista cosi come fanno anche gli altri revisionisti. La sua politica e la sua azione servono a ridar fiato all’imperialismo e al capitalismo agonizzante, a prolungare la loro esistenza.

Le divergenze della Cina maoista con il revisionismo sovietico consistono nel fatto che essa considera l’Unione Sovietica come una potenza imperialista più debole degli Stati Uniti d’America e pensa che un’alleanza con l’imperialismo americano le permetterà di realizzare i suoi sogni espansionistici, la conquista della Siberia e delle altre regioni orientali dell’Unione Sovietica.

Ed è proprio in ciò che consiste la contraddizione fra Cina e Unione Sovietica e questa contraddizione non è di carattere ideologico, come si cerca di far credere pretendendo che la Cina sia marxista-leninista mentre l’Unione Sovietica revisionista. No, entrambi questi paesi sono revisionisti, sono guidati dalla stessa ideologia borghese nella loro lotta contro la rivoluzione, proprio nelle condizioni della putrefazione dell’imperialismo.

Perciò mi sembra che tutti questi appunti debbano essere maggiormente approfonditi e meglio argomentati con una documentazione più ricca, documentazione che occorre ricercare, perché esiste in un modo o in un altro, sia pure sui giornali o sui libri che vengono pubblicati di volta in volta in Cina o all’estero. Ma questi materiali vanno studiati in modo critico e confrontati con la realtà cinese e con i princìpi e le tesi fondamentali della nostra grande ideologia rivoluzionaria, il marxismo-leninismo.

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