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Capitolo 11
La ritirata è finita  – L’XI Congresso del PC(b)R

Ad un anno esatto di distanza dal varo della Nep, Lenin tracciò il bilancio del lavoro svolto e sviluppò le linee guida per l’attività futura e i nuovi compiti. Lo fece nell’ambito dei lavori dell’XI Congresso del partito svoltosi dal 27 marzo al 2 aprile del 1922. Fu l’ultimo congresso al quale poté partecipare, dato l’aggravarsi del suo stato di salute. Lì espose il suo pensiero come era solito fare, in modo preciso e assai circostanziato.
“La questione principale – affermò Lenin nel suo Rapporto politico – è naturalmente la nuova politica economica, questione che ha dominato tutto l’anno testé trascorso… Nessun legame esisteva fra l’economia contadina e la nuova economia che noi cercavamo di creare. Esiste oggi? Non ancora. Incominciamo soltanto a stabilirlo. Tutto il significato della nuova politica economica, (…) è qui, e qui soltanto: trovare il legame tra l’economia contadina e la nuova economia che noi stiamo creando con immensi sforzi. In questo consiste il nostro merito; senza questo non saremmo dei rivoluzionari comunisti… Noi edifichiamo la nostra economia unitamente ai contadini. Questa economia dobbiamo ripetutamente modificarla e edificarla in modo tale che esista un legame fra il nostro lavoro nel campo della grande industria e dell’agricoltura socialista e il lavoro che ogni contadino compie come meglio può, cercando di uscire dalla miseria… Legarsi alle masse contadine, al semplice contadino lavoratore e incominciare ad avanzare molto, ma molto più lentamente di quanto avevamo sognato, però, in compenso, in modo tale che con noi avanzi realmente tutta la massa. Allora, a tempo opportuno, il moto si accelererà come oggi non possiamo neanche sognare. Questo è, a parer mio, il primo insegnamento politico fondamentale della nuova politica economica. Il secondo insegnamento, più specifico, è che le imprese statali e quelle capitalistiche devono essere messe alla prova per mezzo della competizione… Le società miste, che abbiamo incominciato a creare e di cui fanno parte capitalisti privati – russi e stranieri – e comunisti, sono una delle forme in cui si può impostare in modo giusto la competizione, in cui si può dimostrare che sappiamo, non peggio dei capitalisti, stabilire un legame con l’economia contadina, che possiamo soddisfarne i bisogni e aiutarla ad avanzare, anche nelle condizioni in cui versa, cioè nonostante tutta la sua arretratezza, dal momento che non è possibile trasformarla in breve tempo”.
” ‘l’ultima battaglia decisiva’ – rimarcò Lenin a tutti i delegati dell’Assise comunista è – … contro il capitalismo russo, che è generato e alimentato dalla piccola azienda contadina. Ecco dove nel prossimo futuro si svolgerà la battaglia, di cui non possiamo stabilire con precisione la data. Qui ci attende ‘l’ultima battaglia decisiva’: né vi potranno essere scappatoie politiche o di altro genere, poiché questo è un esame in competizione con il capitale privato. O supereremo questo esame, in competizione con il capitale privato, o faremo fiasco. Per sostenere questo esame abbiamo il potere politico, abbiamo una grande quantità di risorse di ogni genere, economiche e altre, abbiamo tutto ciò che volete, eccetto l’abilità. Ci manca l’abilità. Se quindi dall’esperienza dello scorso anno trarremo questo semplice insegnamento e lo terremo presente come guida per tutto il 1922, vinceremo anche questa difficoltà, nonostante sia maggiore della precedente, poiché è in noi stessi. Si tratta di qualcosa di diverso da un qualsiasi nemico esterno. È una difficoltà che consiste nel fatto di non voler noi stessi riconoscere la spiacevole verità alla quale non possiamo sfuggire, nel non volerci porre nella spiacevole situazione in cui dobbiamo porci: incominciare a studiare dal principio. Questo è il secondo insegnamento che, a parer mio, scaturisce dalla nuova politica economica… Il terzo, che è supplementare, riguarda il capitalismo di Stato. Peccato che non sia presente al congresso Bucharin. Avrei voluto discutere un pochino con lui, ma è meglio rimandare la cosa al prossimo congresso. Nella questione del capitalismo di Stato, ritengo in generale che la nostra stampa e il nostro partito commettono l’errore di cadere nell’intellettualismo, nel liberalismo. Ci stilliamo il cervello per comprendere il capitalismo di Stato e sfogliamo i vecchi libri. Ma vi si parla di tutt’altro: vi si parla del capitalismo di Stato che esiste nel regime capitalistico, ma non c’è nemmeno un libro che parli del capitalismo di Stato che esiste nel regime comunista. Nemmeno a Marx è venuto in mente di scrivere una sola parola a questo proposito, ed è morto senza lasciare nessuna citazione precisa o indicazione irrefutabile. Perciò dobbiamo cavarcela da soli… Perciò il capitalismo di Stato disorienta molti, moltissimi. Perché ciò non accada bisogna ricordare l’essenziale, cioè che il capitalismo di Stato, nella forma in cui esiste nel nostro paese, non è analizzato in nessuna teoria, in nessuna pubblicazione, per la semplice ragione che tutti i concetti abituali connessi a queste parole riguardano il potere borghese in una società capitalistica. Ma la nostra è una società che è uscita dai binari capitalistici e che ancora non si è messa su nuovi binari; e alla direzione di questo Stato non si trova la borghesia, bensì il proletariato. Noi non vogliamo comprendere che quando diciamo ‘lo Stato’, questo Stato siamo noi, è il proletariato, è l’avanguardia della classe operaia… Il capitalismo di Stato è quel capitalismo che dobbiamo circoscrivere entro i limiti determinati, cosa che finora non siamo riusciti a fare. Ecco il punto. E sta a noi decidere che cosa deve essere questo capitalismo di Stato. Di potere politico ne abbiamo a sufficienza, del tutto a sufficienza, i mezzi economici a nostra disposizione sono pure sufficienti, ma l’avanguardia della classe operaia, che è stata portata in primo piano per dirigere, per stabilire i limiti, per distinguersi, per sottomettere e non essere sottomessa, non ha sufficiente abilità per farlo. Qui occorre soltanto dell’abilità, ed è quello che ci manca… Il nocciolo della questione sta nel comprendere che questo è il capitalismo che possiamo e dobbiamo permettere, che possiamo e dobbiamo mantenere entro certi limiti, perché questo capitalismo è necessario alle masse contadine e al capitale privato, che deve commerciare in modo tale da soddisfare i bisogni dei contadini. È necessario fare in modo che sia possibile il decorso abituale dell’economia capitalistica e della circolazione capitalistica, poiché ciò è indispensabile al popolo, e senza di ciò è impossibile vivere… Saprete voi comunisti, voi operai, voi parte cosciente del proletariato che si è accinta a dirigere lo Stato, saprete voi fare in modo che lo Stato che avete preso nelle vostre mani funzioni a modo vostro? Ed ecco, un anno è trascorso; lo Stato è nelle nostre mani, ma ha forse funzionato a modo nostro, nelle condizioni della nuova politica economica? No. Noi non vogliamo riconoscerlo: non ha funzionato a modo nostro. E come ha funzionato? La macchina sfugge dalle mani di chi la guida …Il fatto è che la macchina non va nella direzione immaginata da chi siede al volante, anzi talvolta va nella direzione opposta. Questo è quel che più conta e che si deve ricordare nella questione del capitalismo di Stato. In questo settore fondamentale bisogna studiare incominciando dal principio, e solo quando saremo completamente convinti di questo e ne saremo coscienti, potremo essere certi che impareremo”.
Rafforzare l’alleanza operai contadini
“Per un anno – affermò poi Lenin, passando alla trattazione dei nuovi compiti – ci siamo ritirati. Ora a nome del partito dobbiamo dire: basta! Lo scopo perseguito con la ritirata è stato raggiunto. Questo periodo sta per finire o è già finito. Ora ci si pone un altro obiettivo: raggruppare le forze in un altro modo… La ritirata è finita; si tratta ora di raggruppare di nuovo le forze. Questa è la direttiva che deve emanare dal congresso, direttiva che dovrà por termine allo scompiglio, alla baraonda. Calmatevi, non stillatevi il cervello: ciò sarà contato al vostro passivo. Dovete dimostrare praticamente che non lavorate peggio dei capitalisti. I capitalisti stabiliscono un legame economico con i contadini per arricchirsi; voi dovete creare un legame con l’economia contadina per rafforzare il potere economico del nostro Stato proletario. Di fronte al capitalista avete un vantaggio, perché il potere statale e moltissimi mezzi economici sono nelle vostre mani, soltanto non sapete utilizzarli; … Noi abbiamo il potere statale, disponiamo di una gran quantità di mezzi economici; se batteremo il capitalismo e creeremo un legame con l’economia contadina saremo una forza assolutamente invincibile. E allora l’edificazione del socialismo non sarà l’opera di quella goccia nel mare che si chiama partito comunista, ma di tutta la massa dei lavoratori; allora il semplice contadino vedrà che noi lo aiutiamo, e ci seguirà in modo tale che se anche questo passo sarà compiuto cento volte più lentamente, in compenso sarà un milione di volte più fermo e sicuro. Ecco in qual senso bisogna parlare di fermare la ritirata, e sarebbe bene fare, in questa o quella forma, di questa parola d’ordine una risoluzione del congresso… E qui bisogna formulare chiaramente una domanda: in che cosa consiste la nostra forza e che cosa ci manca? Di potere politico ne abbiamo assolutamente a sufficienza… La forza economica fondamentale è nelle nostre mani. Tutte le grandi aziende con un peso decisivo, le ferrovie, ecc. sono nelle nostre mani… Che cosa manca allora? È chiaro: manca la cultura fra i comunisti che hanno funzioni dirigenti… Sapranno i comunisti che occupano posti di responsabilità nella Repubblica federale russa e nel partito comunista capire che non sanno dirigere? che credono di guidare e in realtà sono guidati? Se lo capiranno impareranno certamente, perché è possibile imparare; ma per far questo bisogna studiare, e da noi non si studia. Si sventolano ordini e decreti a destra e a sinistra, e il risultato è del tutto diverso da quello che si vorrebbe. L’emulazione, la competizione da noi posta all’ordine del giorno con la Nep, è una competizione seria. Sembrerebbe che dovrebbe svolgersi in tutti gli organismi governativi, ma in realtà è ancora una forma di lotta tra le due classi inconciliabilmente nemiche. È ancora una forma della lotta fra la borghesia e il proletariato, una lotta che non è ancora portata a termine e che perfino negli organismi centrali di Mosca, nel campo della cultura, non è stata vinta. Giacché spesso i funzionari borghesi sono più competenti dei nostri migliori comunisti, che hanno tutto il potere e tutte le possibilità, ma non sanno affatto servirsi di tutti i loro diritti e di tutto il loro potere… E ora che cos’è l’essenziale?… Noi siamo giunti alla conclusione che nella presente situazione l’essenziale sono gli uomini, l’essenziale è la scelta degli uomini … l’essenziale sta nel fatto che a un comunista responsabile, il quale ha fatto molto bene tutta la rivoluzione, è stato addossato un lavoro industriale o commerciale di cui non capisce un’acca, e noi non possiamo discernere la verità, perché dietro alle sue spalle si nascondono affaristi e imbroglioni. Il fatto è che da noi non esiste il controllo pratico di ciò che viene eseguito. È un compito prosaico, minuto, sono minuzie, ma noi viviamo, dopo un grandioso rivolgimento politico, in condizioni tali che dobbiamo restare ancora per qualche tempo in mezzo al sistema e alle forme capitalistiche… scegliete gli uomini adatti e controllate l’esecuzione pratica, e questo il popolo lo apprezzerà. Nella massa del popolo noi siamo ancora come una goccia nel mare, e possiamo esercitare il potere soltanto quando sappiamo esprimere giustamente ciò di cui il popolo ha coscienza. Diversamente, il partito comunista non guiderà il proletariato, e il proletariato non guiderà le masse al suo seguito, e tutta la macchina andrà in pezzi. Ora per il popolo e per tutte le masse lavoratrici l’essenziale è solo che si dia un aiuto pratico a chi ne ha un bisogno disperato e ha fame, e che si faccia vedere che c’è un miglioramento reale, necessario al contadino e comprensibile. Il contadino conosce il mercato e conosce il commercio. Noi non abbiamo potuto introdurre una diretta distribuzione comunista. Per farlo ci mancavano le fabbriche e le attrezzature. Dobbiamo quindi dare al contadino ciò di cui ha bisogno attraverso il commercio, ma non peggio di quanto faceva il capitalista, altrimenti il popolo non potrà tollerare un tale governo. Questo è il fulcro della situazione. E se non accadrà nulla di imprevisto, ciò deve diventare il centro di tutto il nostro lavoro di quest’anno, alle tre seguenti condizioni. In primo luogo, a condizione che non vi sia un intervento armato. Con la nostra diplomazia noi facciamo tutto il possibile per evitarlo; …Abbiamo di fronte a noi tutto il mondo borghese, che cerca solo la forma adatta per soffocarci. I nostri menscevichi e socialisti-rivoluzionari non sono null’altro che gli agenti di questa borghesia. Questa è la loro posizione politica. La seconda condizione è che la crisi finanziaria non sia troppo grave. Essa sta avvicinandosi. … Se la crisi sarà troppo forte e grave, dovremo di nuovo riorganizzare molte cose e concentrare tutte le forze in un solo punto… E la terza condizione è quella di non commettere errori politici in questo periodo”.82
Imparare, divenne la parola d’ordine. Era essenziale che i comunisti imparassero a gestire i settori economici e a commerciare: per sviluppare tanto l’agricoltura che l’industria; per rafforzare l’alleanza economica tra gli operai e i contadini; perché le organizzazioni statali fossero in grado di fare concorrenza al capitale privato nel campo del commercio; per sviluppare la circolazione dei prodotti fra città e campagna e per contrapporsi, sul piano pratico, all’attività dei commercianti borghesi, i nepman, che, approfittando della debolezza del commercio sovietico e anche dell’incapacità dei comunisti a commerciare, acquisivano un ruolo predominante nel settore del commercio dei generi di largo consumo.

Segretario generale del PC(b)R

L’XI Congresso del PC(b)R recepì le indicazioni di Lenin e anche se non sempre lineare fu l’applicazione coerente della politica leninista, essa portò, poco a poco, ad un certo miglioramento della situazione economica e, soprattutto, alla creazione delle condizioni necessarie a far sì, per dirla con Lenin, che la Russia della Nep potesse trasformarsi nella Russia socialista.
Questo cammino si compirà in maniera completa e definitiva sotto la guida attenta e vigile di Stalin. Al termine dell’XI Congresso, il 2 aprile 1922, egli fu infatti riconfermato nel CC. Il giorno successivo la sessione plenaria del CC istituì la carica di Segretario generale del CC. Carica alla quale, su proposta di Lenin, venne eletto Stalin.
Fin dai mesi successivi all’XI Congresso il difficile lavoro di ricostruzione dell’industria e dell’agricoltura della Russia sovietica, pur tra tante contraddizioni, alti e bassi e repentini aggiustamenti, cominciò ad ottenere i primi concreti e significativi risultati. Grazie alle condizioni create dalla Nep, cominciò ad aumentare la produzione e a svilupparsi il collegamento delle aziende contadine con il mercato. Lentamente, ma costantemente, miglioravano la situazione economica e le condizioni di vita del popolo. Nelle campagne l’obiettivo principale era l’incremento del raccolto e l’ampliamento dei terreni coltivabili. Ma non solo. Lo Stato sovietico si adoperò per divulgare tra i contadini le conoscenze di agronomia, per far conoscere e applicare i più moderni metodi di coltivazione ed allevamento del bestiame. Si crearono a questo scopo delle fattorie modello, dei centri di allevamento e delle basi di agronomia. Per sopperire all’ancora insufficiente capacità del sistema industriale di produrre la quantità di macchine e attrezzature agricole utili alla meccanizzazione dell’agricoltura, vennero creati dei centri di noleggio di queste macchine ai quali i contadini potevano rivolgersi per disporre dell’attrezzatura necessaria alle diverse fasi produttive. Venne organizzato il prestito da parte dello Stato delle sementi ai contadini e l’aiuto ai contadini stessi in caso di cattivo raccolto. Nel 1922 la RSFSR approvò il Codice agrario che impartì ordine legale alle forme di usufrutto della terra e ai vantaggi connessi alle forme collettive di sfruttamento della terra; al diritto dei contadini alla libera scelta di queste forme; alle condizioni per l’affitto della terra e per l’impiego del lavoro salariato nel quadro però, dell’assoluto rispetto della legislazione sovietica. I Codici agrari vennero istituiti anche nelle altre Repubbliche sovietiche sulla base delle esigenze locali e delle particolarità nazionali in esse presenti. Tutto ciò fu determinante per dare concretezza e possibilità di sviluppo ai rapporti di produzione socialisti nelle campagne attraverso l’incremento della cooperazione, dei colcos e dei sovcos in contrapposizione e in concorrenza con la piccola economia contadina generatrice di rapporti borghesi.
Nel campo dell’industria e in particolare della grande industria, lo Stato sovietico si mosse in primo luogo per favorirne il ripristino e la riorganizzazione. All’inizio, negli anni 1921 e 1922, gli sforzi si concentrarono principalmente nella rinascita dell’industria carbonifera, petrolifera, metallurgica e, nell’industria leggera, nel settore tessile. Già nel 1923 emergevano segni evidenti di ripresa dati soprattutto da un aumento significativo del numero di operai occupati e dal raggiungimento della produzione globale pari a circa il 35% del livello prebellico. Non era poco, visto il grado di distruzione dell’apparato produttivo da cui si era partiti.

Migliorare le condizioni di vita della classe operaia

Al centro delle preoccupazioni del partito bolscevico e del governo sovietico rimaneva comunque sempre il miglioramento delle condizioni materiali di vita della classe operaia. Ciò che, pur nelle condizioni difficili di quel periodo, si realizzò, rende giustizia delle spudorate e menzognere campagne propagandistiche messe in atto da quanti hanno voluto far credere che il potere sovietico mirava soltanto a consolidare “se stesso”, infischiandosene della condizione materiale degli operai e dei contadini o, peggio ancora, a scapito di questa condizione materiale. E infatti, proprio in quegli anni, si fece molto anche per creare le condizioni per lo sviluppo dell’edilizia abitativa, per la ristrutturazione delle vecchie case e la costruzione di nuovi alloggi per gli operai e le loro famiglie.
Una parte notevole del bilancio statale venne inoltre investita nella sanità pubblica e nella costruzione di ospedali, sanatori e farmacie. I palazzi dello zar in Crimea, nel Caucaso e sul Mar Nero vennero adibiti a Case di cura e di riposo per i lavoratori e fu introdotto per gli operai e gli impiegati il servizio medico gratuito.
Ovunque nelle diverse Repubbliche sovietiche fu applicata la giornata lavorativa di otto ore e un orario ridotto per i giovani sotto i diciotto anni. Fu introdotta la parità salariale fra uomini e donne; fu istituito il sistema pensionistico e un sistema di assicurazione sociale per i lavoratori invalidi e per la disoccupazione.
Nel 1922 entrò in vigore la legislazione del lavoro. Ciò ancorché necessario, si era reso indispensabile con l’introduzione della Nep: a controllo, ma anche a garanzia delle proprietà e per regolare l’attività dei capitalisti nel rispetto delle leggi sovietiche e a salvaguardia dei diritti dei lavoratori. Nacque così il Codice del Lavoro. La sua elaborazione non fu opera di una cerchia ristretta di “specialisti” o di funzionari governativi, ma ebbe il contributo diretto della classe operaia attraverso il dibattito di massa e la partecipazione dei rappresentanti operai alla sua stesura e approvazione.
La Nep fu la politica adottata dai comunisti russi per operare al meglio per la ricostruzione e il rilancio economico del paese. Il CC leninista era assolutamente cosciente degli spazi di iniziativa che questa politica avrebbe lasciato al capitalismo, così come dei pericoli ad essa connessa. Era però altrettanto cosciente che, dopo l’Ottobre, il socialismo si poteva e si doveva instaurare in Russia. Questo a vantaggio del proletariato e del popolo russo, ma anche a vantaggio della classe operaia internazionale, del suo progresso, dello sviluppo della sua lotta rivoluzionaria. E per raggiungere questo importante e storico obiettivo, la costruzione del socialismo in URSS, la Nep era l’unica via percorribile, ad essa non c’era alternativa. Lenin nel X e XI congresso del partito bolscevico tracciò la strada e lanciò apertamente la sfida della competizione tra socialismo e capitalismo, sottolineando con forza come la classe operaia, attraverso la sua organizzazione politica d’avanguardia, il partito comunista, e l’apparato statale sovietico dovessero attrezzarsi al meglio per affrontare questa sfida e sostenere lo scontro. La lotta di classe e solo essa, infatti, avrebbe deciso chi, tra il proletariato e la borghesia russi, avesse vinto questa sfida.

Il XII Congresso del PC(b)R

Ecco come Stalin un anno dopo, nell’aprile del 1923, nel suo Rapporto organizzativo al XII Congresso del PC(b)R, il primo svoltosi senza la presenza di Lenin, inquadrò i seguenti problemi: l’apparato statale – attraverso cui la classe operaia, guidata dal partito, esercita la sua direzione sui contadini e gli strati sociali che costituiscono la base sociale della rivoluzione -; e il partito stesso, come organismo e come apparato che stabilisce le direttive e ne controlla l’attuazione.
L’apparato statale – dice Stalin – “… è il principale apparato di massa che lega la classe operaia, rappresentata al potere dal suo partito, con i contadini, e dà alla classe operaia, rappresentata dal suo partito, la possibilità di dirigere i contadini. Mi riferisco direttamente, per questa parte del mio rapporto, a due noti articoli del compagno Lenin (si tratta degli articoli “Come riorganizzare l’ispezione operaia e contadina” e “Meglio meno, ma meglio”, ndr). A molti l’idea sviluppata dal compagno Lenin nei suoi due articoli è sembrata assolutamente nuova. A mio avviso, l’idea sviluppata in questi articoli assillava Vladimir Ilic sin dall’anno scorso. Voi ricordate certamente il suo rapporto politico dell’anno scorso. Egli disse che la nostra politica è giusta, ma che l’apparato funziona in modo difettoso e perciò la macchina non si muove nella direzione in cui dovrebbe, ma sbanda… La politica è giusta, il conducente è magnifico, il tipo della macchina è buono, poiché è sovietico, ma alcuni pezzi che compongono la macchina statale, cioè certi dirigenti dell’apparato statale, sono cattivi, non sono nostri. Perciò la macchina funziona male e si ha in complesso una deformazione della giusta linea politica. Non si ha l’attuazione, ma la deformazione della linea politica. Il tipo dell’apparato statale, ripeto, è giusto, ma alcune sue parti costitutive sono ancora estranee a noi, burocratiche, per metà zariste e borghesi. Noi vogliamo avere nell’apparato statale uno strumento al servizio delle masse popolari, e alcuni individui che fanno parte di questo apparato statale lo vogliono trasformare in una greppia. Ecco perché l’apparato statale, nel suo complesso, funziona male. Se non ne correggeremo i difetti, non potremo andare lontano, anche se abbiamo una linea politica giusta: questa linea verrà snaturata, si avrà una rottura tra la classe operaia e i contadini. Accadrà che, sebbene noi siamo al volante, la macchina non risponderà ai comandi. Si andrà incontro al fallimento. Queste sono le idee che Lenin ha sviluppato fin dall’anno scorso e che solo quest’anno ha elaborato in un sistema armonico di riorganizzazione della Commissione centrale di controllo e della Ispezione operaia e contadina; questo apparato di controllo, una volta riorganizzato, deve trasformarsi in una leva per rinnovare tutti i pezzi che compongono la macchina, per sostituire i vecchi pezzi inservibili con dei nuovi, se vogliamo effettivamente far muovere la macchina nella direzione in cui deve procedere. Questa, in sostanza, la proposta del compagno Lenin… Il problema si pone in questi termini: o miglioreremo gli apparati economici, ne ridurremo l’organico, li semplificheremo, li renderemo più a buon mercato, li completeremo con persone molto vicine al nostro partito, e allora raggiungeremo l’obiettivo per cui abbiamo introdotto la cosiddetta NEP, vale a dire l’industria produrrà per fornire il massimo dei prodotti industriali alla campagna e ottenerne i generi alimentari indispensabili, e instaureremo così stretti legami fra l’economia contadina e quella industriale. Oppure non raggiungeremo questo obiettivo e andremo incontro al fallimento. E ancora: o lo stesso apparato statale, l’apparato tributario, sarà semplificato, ridotto, ne saranno cacciati via i ladri e i bricconi, e allora potremo prendere ai contadini meno di quel che prendiamo oggi e l’economia nazionale reggerà alla prova; oppure questo apparato si trasformerà in un organismo fine a se stesso, … e tutto quello che si prenderà ai contadini dovrà essere speso per mantenere l’apparato stesso, e allora si avrà il fallimento politico.
Queste considerazioni, secondo la mia opinione, hanno guidato Vladimir Ilic quando scriveva questi articoli. Le proposte del compagno Lenin hanno anche un altro aspetto. Egli non mira solo a migliorare l’apparato e a rafforzare al massimo la funzione dirigente del partito – giacché il partito ha edificato lo stato, lo deve anche migliorare – ma si riferisce evidentemente anche al lato morale della questione. Egli vuole ottenere che nel paese non resti nessun grosso papavero, per quanto altolocato, del quale gli uomini semplici possano dire: per costui non esiste la legge. Questo il lato morale che costituisce il terzo aspetto della proposta di Ilic; questa proposta pone precisamente il compito di epurare non solo l’apparato statale, ma anche il partito da quelle tradizioni e da quelle abitudini burocratiche che compromettono il nostro partito. Passo ora al problema della scelta dei dirigenti, che è il problema di cui Ilic ha già parlato all’XI Congresso. Se è evidente per noi che il nostro apparato statale per la sua composizione, per le sue abitudini e tradizioni è insoddisfacente, per cui ci sovrasta la minaccia di una rottura fra gli operai e i contadini, è chiaro che la funzione dirigente del partito non deve esprimersi solo nel dare delle direttive, ma anche nel porre in determinati posti uomini capaci di comprendere le nostre direttive e capaci di realizzarle onestamente. Non occorre dimostrare che fra il lavoro politico del Comitato Centrale e il lavoro organizzativo non si può tracciare una barriera invalicabile. Qualcuno di voi forse potrà pensare che una volta tracciata una buona linea politica tutto finisca qui. No, in questo caso si è solo a metà dell’opera. Dopo avere tracciato una giusta linea politica è indispensabile scegliere i dirigenti in modo da mettere nei vari posti uomini che sappiano tradurre in pratica le direttive, che siano capaci di comprenderle, di adottarle come proprie e sappiano applicarle. In caso contrario la politica perde il suo significato, diventa uno sterile gesticolio. Ecco perché la Commissione quadri, cioè quell’organo del Comitato centrale che deve fare il censimento dei nostri principali militanti sia alla base che al vertice e distribuirli, acquista un’enorme importanza. Secondo l’andamento che ha avuto fino ad oggi, l’attività della Commissione quadri si è limitata al censimento e alla distribuzione dei compagni nell’ambito dei comitati circondariali, provinciali e regionali. Per farla breve: questa commissione si è limitata a questo… ora che il lavoro è sviluppato in profondità e l’opera di edificazione si è allargata ovunque, non è possibile rinchiudersi nell’ambito dei comitati circondariali e regionali. È indispensabile abbracciare tutte le branche di direzione, nessuna esclusa, e tutti i quadri dirigenti dell’industria, mediante i quali il partito tiene nelle sue mani il nostro apparato economico, realizza la sua funzione dirigente. Per questo il Comitato centrale aveva deciso di allargare l’apparato della Commissione quadri, sia al centro che alla periferia, per poter affiancare ai dirigenti dei sostituti incaricati dell’organizzazione dell’economia e dei Soviet, e a questi ultimi dei collaboratori che eseguano il censimento del corpo dirigente delle imprese e dei trust, degli organismi economici alla periferia e al centro, nei Soviet e nel partito. I risultati di questa riforma non hanno tardato a farsi sentire. In breve tempo si è riusciti a censire l’organico dei dirigenti dell’industria, che comprende circa milletrecento direttori. Il 29% di questi sono membri del partito e il 70% sono elementi senza partito. Potrebbe sembrare che nelle imprese principali predominino gli elementi senza partito, data l’alta percentuale di questi ultimi, ma ciò è falso. Risulta che quel 29%, costituito da direttori comunisti, dirige le imprese più grandi, che comprendono complessivamente circa trecentomila operai, mentre quel 70%, costituito da direttori senza partito, dirige imprese che comprendono in tutto non più di duecentocinquantamila operai dell’industria. Gli elementi senza partito dirigono le piccole imprese, mentre i membri del partito dirigono quelle grandi. Inoltre, fra i direttori membri del partito gli ex operai sono il triplo dei non operai. Ciò vuol dire che alla base, nelle cellule principali, non si segue, nel campo dell’edificazione industriale, l’esempio degli organi superiori, del Consiglio superiore dell’economia nazionale e delle sue sezioni, dove abbiamo pochi comunisti, ma le forze comuniste e innanzitutto operaie hanno già incominciato a rendersi padrone degli stabilimenti. È interessante che dal punto di vista della qualità, della capacità, vi siano più elementi capaci fra i direttori comunisti che fra i direttori senza partito. Ne deriva che il partito nel distribuire gli elementi comunisti nelle imprese non si lascia guidare da considerazioni esclusivamente di partito, come quella di rafforzare l’influenza del partito nelle imprese, ma anche da considerazioni pratiche. Con questo metodo non ci guadagna solo il partito come tale, ma anche tutta l’edificazione economica, giacchè si trovano più direttori capaci fra i comunisti che fra gli elementi senza partito”.
Questo è quanto Stalin ebbe a sottolineare in merito all’apparato statale; ecco cosa indicò, invece, relativamente al partito.
“Passo alla terza parte del mio rapporto: il partito come organismo e il partito come apparato… Quel che è più interessante nello sviluppo del nostro partito, per quanto riguarda il miglioramento della sua composizione sociale, è che la precedente tendenza all’aumento degli elementi non proletari nel partito a spese degli elementi operai è cessata nel periodo considerato, ed è subentrata una svolta: si è osservato che la percentuale degli operai iscritti al partito tende, in modo ben determinato, ad aumentare a spese degli elementi non proletari. Questo è appunto il successo al quale miravamo prima dell’epurazione e che abbiamo ottenuto. Non dirò che in questo campo abbiamo fatto tutto; siamo ancora lontani dall’aver condotto a termine l’opera. Ma abbiamo raggiunto una svolta, abbiamo raggiunto un minimo di omogeneità, abbiamo assicurato la composizione operaia del partito e, evidentemente, in futuro dovremo marciare su questa strada, verso l’ulteriore riduzione degli elementi non proletari e l’ulteriore aumento degli elementi proletari nel partito… È evidente che bisogna rafforzare le barriere contro l’afflusso degli elementi non proletari, perché nel momento attuale, nelle condizioni della NEP, mentre il partito è incontestabilmente sottoposto all’influenza nefasta degli elementi della NEP, è necessario ottenere in esso la massima omogeneità e, comunque, la prevalenza decisiva degli elementi operai a spese di quelli non operai. Il partito deve necessariamente fare ciò, se vuole continuare ad essere il partito della classe operaia… Nelle istanze inferiori purtroppo la forza del nostro partito non è così grande come si potrebbe pensare. La debolezza principale dell’apparato del nostro partito risiede appunto nella debolezza dei nostri comitati circondariali, nella mancanza di riserve, di segretari circondariali. Ritengo che se non abbiamo ancora preso completamente nelle nostre mani gli apparati principali che collegano il nostro partito alla classe operaia, apparati dei quali ho parlato nella prima parte del mio rapporto (alludo alle cellule, alle cooperative, alle assemblee delle delegate, alle associazioni della gioventù), se gli organi provinciali non si sono ancora completamente resi padroni di questi apparati, ciò deriva appunto dal fatto che siamo troppo deboli nei circondari. Ritengo che questo sia il problema essenziale. Penso che uno dei compiti principali del nostro partito sia quello di creare presso il Comitato centrale una scuola per segretari circondariali, aperta ai militanti contadini e operai più attaccati al partito e più capaci. Se il partito potesse entro l’anno venturo raggiungere l’obiettivo di formare attorno a sé una riserva di duecento o trecento segretari circondariali, che si potrebbero poi mettere a disposizione dei comitati provinciali per facilitare il loro lavoro di direzione dei circondari, il partito si assicurerebbe così la direzione di tutti gli apparati di trasmissione con carattere di massa. Allora nessuna cooperativa di consumo, nessuna cooperativa agricola, nessun comitato di fabbrica e di officina, nessuna assemblea di donne, nessuna cellula delle associazioni della gioventù, nessun apparato di massa sarebbe sottratto all’influenza predominante del partito. Passiamo ora agli organi regionali. L’esperienza dell’anno scorso ha dimostrato che il partito e il Comitato Centrale hanno avuto ragione di creare organi regionali in parte eletti e in parte nominati. Il Comitato Centrale, esaminando nel suo complesso il problema della divisione amministrativo-territoriale, è giunto alla conclusione che nell’organizzazione degli organi regionali del partito è necessario passare gradualmente dal principio della designazione a quello della elettività, considerando che questo passaggio creerà indubbiamente un’atmosfera morale favorevole attorno ai comitati regionali del partito e faciliterà al Comitato Centrale il lavoro di direzione del partito. Passo al problema del miglioramento degli organi centrali del partito… vi è una questione, quella dell’allargamento dello stesso Comitato Centrale, questione che è stata più volte discussa in seno al CC e che a suo tempo ha suscitato seri dibattiti… Io esporrò brevemente le ragioni che militano a favore dell’allargamento del Comitato Centrale. Attualmente la composizione dell’apparato centrale del nostro partito è la seguente: il nostro Comitato Centrale conta ventisette membri, si riunisce una volta ogni due mesi, e ha nel suo seno un nucleo di dieci-quindici compagni i quali sono tanto assuefatti alla direzione del lavoro politico ed economico dei nostri organismi, che rischiano di diventare una specie di pontefici della direzione. Può darsi che questo fatto sia positivo, ma presenta un lato molto pericoloso: questi compagni che hanno raccolto una grande esperienza di direzione possono essere affetti da presunzione, rinchiudersi in se stessi e staccarsi dal lavoro fra le masse. Se alcuni membri del Comitato Centrale, o, diciamo, quel nucleo di quindici compagni, sono diventati tanto esperti e tanto abili da non commettere, nove volte su dieci, nessun errore nell’elaborare le direttive, questo è un fatto molto positivo. Ma se non hanno attorno a loro una nuova generazione di futuri dirigenti legati strettamente al lavoro di base, questi militanti altamente qualificati possono con ogni probabilità fossilizzarsi e staccarsi dalle masse. In secondo luogo, il nucleo formatosi all’interno del Comitato Centrale e che si è vigorosamente sviluppato nell’attività di direzione, diventa vecchio, ha bisogno di essere sostituito. Conoscete le condizioni di salute di Vladimir Ilic. Sapete che anche i membri restanti del nucleo fondamentale del Comitato Centrale sono piuttosto esauriti. Ma, disgraziatamente, non esiste ancora un nuovo nucleo che li possa sostituire. Creare dei dirigenti di partito è molto difficile: ci vogliono anni, cinque, dieci, più di dieci anni… Ed è tempo di pensare a formare un nuovo nucleo di dirigenti. Abbiamo un mezzo che serve a tale scopo: mettere al lavoro nel Comitato Centrale nuovi militanti e nel corso del lavoro spingerli avanti, fare avanzare i più capaci e i più indipendenti, coloro che hanno la testa sulle spalle. Con i libri non si creano i dirigenti. I libri aiutano a progredire, ma da soli non creano il dirigente. I quadri dirigenti sorgono solo nel lavoro di partito. Solo eleggendo al Comitato Centrale nuovi compagni, offrendo loro la possibilità di provare tutto il peso del lavoro di direzione, possiamo riuscire a formare una nuova leva di dirigenti, che nello stato attuale delle cose ci è tanto necessaria. Ecco perché penso che il congresso commetterebbe un errore molto grave se non approvasse la proposta del Comitato Centrale di portare il numero dei suoi membri almeno a quaranta. A conclusione del mio rapporto – sottolinea, infine, Stalin – devo rilevare un fatto che… deve essere sottolineato come un fatto di grande importanza. Si tratta dell’unità del nostro partito, di quella compattezza senza esempi che ha reso possibile al nostro partito di evitare la scissione durante una svolta come la NEP… Come è noto queste svolte portano con sé il distacco dalla compagine del partito di un certo gruppo di militanti, e nel partito comincia a determinarsi se non la scissione almeno una situazione confusa… L’attuale svolta verso la NEP, dopo la nostra politica offensiva, è stata una svolta brusca. Ed ecco che durante questa svolta, nel corso della quale il proletariato, rinunciando temporaneamente all’offensiva, ha dovuto ritirarsi sulle vecchie posizioni e rivolgersi alle retrovie contadine per non rompere i legami con esse, (…), durante questa brusca svolta il partito non solo non ha subito una scissione, ma ha saputo mantenere un buon ordine… Questa è la garanzia che il nostro partito vincerà”.83
Da quest’ultima parte del rapporto di Stalin al XII Congresso del PC(b)R si può capire quanto importante sia stata la battaglia di Lenin e del CC per l’unità del partito, e come per mantenere questa unità fosse indispensabile non abbassare mai la guardia sul fronte politico-ideologico. Questa lotta politico-ideologica vide contrapporsi in Russia il partito comunista, ai partiti che in quel periodo erano espressione diretta del blocco sociale borghese, in particolare il partito menscevico e quello socialista-rivoluzionario. Ma la lotta politico-ideologica non si esauriva nello scontro e nell’antagonismo tra il partito comunista, da un lato, e i menscevichi e i socialisti-rivoluzionari, dall’altro. Questo, anzi, era forse l’aspetto meno difficile e insidioso di questa lotta. L’aspetto più pericoloso era l’insinuarsi dei nemici di classe e dell’ideologia borghese nelle file stesse del partito proletario. Lenin ha ben sviluppato tutta questa problematica nel corso della battaglia politica per l’unità del partito, sostenuta, come s’è visto, al X Congresso. Più volte, poi, è tornato a insistere sull’argomento. “In tempi come questi – scrisse il 20 settembre 1921 – l’obiettivo più importante che la rivoluzione deve perseguire è un miglioramento all’interno del paese… un miglioramento del lavoro, della sua organizzazione, dei suoi risultati, un miglioramento per quanto riguarda la lotta contro l’influenza dell’elemento piccolo-borghese e piccolo-borghese anarchico che disgrega il proletariato e il partito. Per ottenere questo miglioramento bisogna epurare il partito dagli elementi che si staccano dalle masse (per non parlare, s’intende, degli elementi che disonorano il partito agli occhi delle masse)… Bisogna epurare il partito dagli imbroglioni, dai burocrati, dai disonesti, dai comunisti incostanti e dai menscevichi che hanno ridipinto la ‘facciata’, ma sono rimasti menscevichi nell’animo”.84
Quanto questi insegnamenti di Lenin siano stati utili e vitali alla rivoluzione sovietica e al partito comunista sovietico, stretto attorno al CC leninista e a Stalin, suo Segretario generale, lo dimostrerà, negli anni a venire, la capacità del partito di respingere e di schiacciare tutti gli attacchi mossi contro di esso da quanti, trotzkisti in testa, hanno voluto attentare alla sua unità, alla sua integrità politico-ideologica e alla sua fedeltà al marxismo-leninismo.

Capitolo 12
L’opposizione trotzkista contro l’unità del Partito

La “crisi delle forbici”

Il 20 novembre 1922 Lenin tenne un discorso alla seduta plenaria del Soviet di Mosca. Fu quello, l’ultimo intervento pubblico di Vladimir Ilic. Le conseguenze del criminale attentato di cui era rimasto vittima il 30 agosto 1918, lo avevano minato nel fisico irreparabilmente. Il non essersi mai risparmiato nell’enorme mole di lavoro di direzione del partito e dello Stato, contribuì poi all’aggravarsi del suo stato di salute. Riuscì con grande sforzo a lavorare ancora per qualche mese, concentrandosi soprattutto sui tanti problemi connessi alla ricostruzione economica e alla salvaguardia dell’unità del partito: alla sua compattezza ideologica, alla saldezza dei principi, alla sua proletarizzazione, al miglioramento qualitativo dei quadri, alla capacità di tutti i suoi membri di lavorare uniti nella stessa direzione per il raggiungimento degli obiettivi stabiliti.
La preoccupazione di Lenin per l’unità del partito, per preservarlo dal pericolo di scissione a causa soprattutto del perdurare al suo interno dell’attività frazionistica, era grande. Fortunatamente, l’opera da lui compiuta al X Congresso, lasciava al partito un’arma potente per la salvaguardia della sua unità. Il 10 marzo 1923 Lenin fu colpito da un’apoplessia.
Le sue condizioni apparvero subito assai gravi. Rimase quasi completamente paralizzato, gli era rimasta soltanto una ridotta capacità motoria sul lato sinistro del corpo, e impossibilitato a parlare. Il 15 maggio si trasferì definitivamente nella campagna di Gorki, assieme alla moglie Nadezda Krupskaia, per poter osservare l’assoluto riposo di cui aveva necessità.
Quanto fondate fossero le preoccupazioni di Lenin per l’unità del partito, si potè capire appieno a partire dall’autunno del 1923.
Nell’autunno 1923, infatti, toccò il suo apice la cosiddetta “crisi delle forbici” che portò ad un notevole aggravamento delle difficoltà economiche del paese. Cos’era la “crisi delle forbici”? Era la crisi generata dal forte divario, dallo squilibrio totale tra i prezzi dei prodotti industriali e i prezzi dei prodotti agricoli. Mentre i prezzi delle merci dell’industria erano spropositatamente alti, il prezzo del grano e degli altri prodotti della campagna era basso. La conseguenza di ciò fu che i contadini non potevano più acquistare i prodotti dell’industria, per il costo esorbitante e anche per il continuo deprezzamento del rublo. Andò così in crisi lo smercio dei prodotti industriali che rimanevano ammassati in misura sempre maggiore nei depositi delle aziende. Tutto ciò ebbe delle ripercussioni negative sull’industria. In molte fabbriche sorsero difficoltà per il regolare pagamento dei salari che causò il diffondersi del malcontento tra gli operai, provocando, in alcune situazioni, agitazioni e l’abbandono del lavoro da parte dei lavoratori meno sindacalizzati.
Ma quali erano state le cause che avevano concorso a generare la “crisi delle forbici”? Esse si possono individuare in uno sviluppo di crescita del settore industriale ancora troppo lento; nel volume assai alto delle spese generali dell’industria e nelle carenze ancora presenti nell’organizzazione del commercio e della sua gestione, e qui, non possono non tornare alla mente le parole di Lenin al X Congresso sulla necessità da parte dei comunisti di imparare, di diventare esperti in questo settore, per competere con successo con i commercianti borghesi, i nepman, per non lasciare nelle loro mani il commercio nelle campagne. Finché il commercio dei prodotti industriali rimaneva sostanzialmente in mano loro, i nepman, per il loro interesse, spingevano al rialzo i prezzi.
Ma a concorrere al formarsi della crisi, vi fu anche il mancato rispetto delle indicazioni e delle direttive, soprattutto per quanto riguardava i prezzi, raccomandate dal governo sovietico. Addirittura Pjatakov, vicino alle posizioni trotzkiste e già aderente al gruppo dei “comunisti di sinistra”, che nell’agosto del 1923 era stato nominato vicepresidente del Consiglio Superiore dell’Economia Nazionale, sollecitò i dirigenti dell’industria ad aumentare assurdamente i prezzi per ricavare il massimo possibile del profitto. Quella di Pjatakov fu una parola d’ordine nefasta, che arrecò un danno notevole allo sviluppo dell’industria, al miglioramento delle condizioni materiali degli operai e dei contadini e alla creazione di un equilibrio stabile tra città e campagna. Fu una parola d’ordine buona per un nepman, ma assolutamente contraria alle direttive del governo, alla politica sovietica e agli obiettivi che essa intendeva realizzare.
Per rimediare alla situazione creatasi con la “crisi delle forbici” il CC e gli organi di governo decisero una serie di misure urgenti. L’introduzione del cervonec, già precedentemente accennata, per stabilizzare la moneta; la regolarizzazione del pagamento dei salari agli operai; la diminuzione dei prezzi delle merci di più largo consumo; l’elaborazione dei provvedimenti necessari allo sviluppo del commercio tramite le cooperative e le organizzazioni statali per rafforzarne l’attività limitando, nello stesso tempo, quella dei commercianti privati; l’intensificazione della lotta contro gli speculatori e la concessione ai contadini di credito a basso tasso d’interesse per l’acquisto dei prodotti industriali.
Tutti i sinceri bolscevichi si strinsero l’un l’altro, raccolsero le forze e si misero a lavorare di comune accordo. Era un altro momento difficile per la Repubblica dei Soviet. La rivoluzione era stata sconfitta sia in Germania sia in Bulgaria, la crisi rischiava di provocare una nuova battuta d’arresto nell’economia rallentandone lo sviluppo e il partito non poteva più avvalersi delle immense capacità e delle straordinarie doti di Lenin che, a Gorki, lottava contro la morte. Fu in questo momento cruciale che gli elementi antipartito, i trotzkisti e i frazionisti d’ogni risma, mossero all’attacco del partito e del suo CC. Evidentemente ritenevano che fosse giunto il momento opportuno per indebolirlo e per cercare di rovesciarne la direzione.
Il CC bolscevico si mosse con tempestività per affrontare i difficili problemi sorti nel partito e nel paese. La sessione plenaria del CC del settembre 1923 ebbe all’ordine del giorno proprio le problematiche inerenti le agitazioni operaie sui salari, la “crisi delle forbici” e la situazione interna al partito. Nella discussione si trattarono a fondo queste questioni e da essa emerse inequivocabilmente che si erano accumulate nel partito una serie di deficienze che andavano immediatamente affrontate e risolte.
Secondo Stalin furono proprio le agitazioni operaie di quell’estate a sviluppare la discussione nel partito e a farne emergere le deficienze.
“Il fatto è – disse Stalin – che questa ondata di scioperi ha rivelato le deficienze delle nostre organizzazioni, il distacco di alcune nostre organizzazioni, sia di partito che sindacali, da ciò che accade nelle aziende; che questa ondata di scioperi ci ha fatto scoprire l’esistenza di alcune organizzazioni illegali, sostanzialmente anticomuniste, le quali cercavano di disgregare il nostro partito, agendo dall’interno. Ed ecco che tutte queste deficienze, venute alla luce in seguito all’ondata di scioperi, hanno colpito così vivamente il partito, che esso si è reso conto della realtà e ha sentito la necessità di operare cambiamenti nel suo seno”.85
Le organizzazioni illegali cui Stalin fa riferimento erano il “Gruppo operaio” e “Verità operaia”, eredi diretti dei frazionisti dell'”opposizione operaia” e della “dichiarazione dei 22” che già il partito aveva smascherato nel X e XI Congresso. Fu soprattutto il “Gruppo operaio”, diretto da Mjasnikov e Kuznecov già espulsi dal partito, che tentò di cavalcare le agitazioni operaie, senza, peraltro, raggiungere un qualche successo. In questa loro azione cercarono ed ebbero contatti con alcuni personaggi di spicco dell’opposizione del partito quali Sljapnikov, Medvedev, Riazanov, Lutovinov e la Kollontai, cosa che non portò nel concreto ai risultati da essi sperati. La GPU pose fine alla loro attività cospirativa nel settembre del 1923. Ventidue membri del partito legati a queste organizzazioni furono espulsi e ad altri quattordici venne inflitta una nota di biasimo.
La sessione plenaria del CC di settembre istituì tre commissioni: una per i “salari”, un’altra per la “crisi delle forbici” e la terza per la “situazione interna al partito”. Ognuna di queste commissioni fu dotata della necessaria autorevolezza per condurre l’indagine, studiare i fatti, formulare ed adottare proposte concrete utili alla soluzione dei problemi. A questa riunione alcuni tra i maggiori esponenti dell’opposizione non si presentarono. Trotzki era a Klislovodsik per ultimare i suoi articoli sull’arte, Preobragenski era in Crimea e anche Sapronov era assente. Tornati a Mosca, nessuno di loro mosse obiezioni al piano approvato dal CC. Né obiezioni sorsero alla riunione dei segretari dei comitati provinciali del partito, dove Dzerzinski espose una sua relazione sulla situazione del partito. Da tutto questo risulta evidente che il CC era ben conscio dei problemi che la situazione presentava e che si mosse autonomamente e con sollecitudine per affrontarli, senza bisogno delle sollecitazioni e dei pungoli di chicchessia. L’opposizione non esercitò alcuna “spinta” per attivare il CC di fronte alle necessità del momento. Non solo. Essa rimase inerte ed inattiva quando si crearono e si elessero le commissioni. Alle stesse commissioni, inoltre, non presentò alcuna proposta e, pur conoscendone l’attività, l’ha nei fatti volutamente ignorata.

La discussione sulla democrazia

Dopo aver tenuto questo tipo di atteggiamento, in previsione della nuova sessione plenaria del CC e della CCC aperta anche ai rappresentanti di dieci organizzazioni del partito, svoltasi dal 25 al 27 ottobre, Trotzki e l’opposizione evidentemente preoccupati di rimanere spiazzati e isolati nel partito a causa del loro stesso operato, si lanciarono nella campagna per la “democrazia nel partito” accusando il CC di “burocratismo” con l’intento preciso di delegittimarlo e di creare attorno ad esso un clima di sfiducia e di ostilità. L’8 ottobre 1923 Trotzki scrisse la sua lettera ai membri del CC e della CCC, mentre il 15 ottobre l’opposizione inviò all’Ufficio politico la cosiddetta “piattaforma dei 46”. Formalmente non ci fu legame tra queste iniziative, ma nello spirito e nei contenuti esse erano identiche, una era lo specchio dell’altra.
Scriveva Trotzki: “L’estremo peggioramento della situazione interna del partito ha due cause: a) un regime interno di partito radicalmente malsano ed errato e b) il malcontento degli operai e dei contadini per l’attuale grave congiuntura economica, venutasi a creare non solo in seguito a difficoltà oggettive ma anche a chiari e radicali errori di politica economica… La burocratizzazione dell’apparato del partito ha raggiunto proporzioni inaudite… Il partito entra nell’epoca forse più impegnativa della storia con un pesante fardello di errori dei suoi organi dirigenti… Bisogna porre fine alla burocrazia segretariale. La democrazia di partito deve ottenere i propri diritti, nei limiti, almeno, al di sotto dei quali il partito minaccia di ossificarsi e di degenerare… I membri del CC e della CCC sanno che io, pur lottando con estrema decisione e fermezza all’interno del CC contro una politica erronea, mi sono sempre rifiutato di portare la lotta dentro il CC e perfino di chiamare a giudicare un numero anche molto ristretto di compagni, in particolare quelli che dovrebbero occupare un posto di rilievo nel CC e nella CCC, se solo il partito funzionasse con un minimo di correttezza… Data la situazione che si è venuta a creare, considero non solo un mio diritto ma anche un dovere dire come stiano le cose a tutti i membri del partito, che io ritengo sufficientemente preparati, maturi, provati e quindi capaci di aiutare il partito ad uscire da un vicolo cieco, senza traumi e convulsioni frazionistiche”.86
Si leggeva nella “piattaforma dei 46”: “L’estrema gravità della situazione ci costringe (nell’interesse del nostro partito, nell’interesse della classe operaia) a dichiarare apertamente che una prosecuzione della politica della maggioranza del Politbjuro minaccerebbe gravi disastri per tutto il partito. La crisi economica e finanziaria cominciata alla fine del luglio di quest’anno, con tutte le conseguenze politiche, comprese quelle interne di partito, che ne derivano, ha implacabilmente messo in luce l’inadeguatezza della direzione del partito, nel campo economico e, soprattutto, nel campo delle relazioni interne di partito. Il carattere casuale, poco meditato e asistematico delle decisioni del CC, che non è riuscito ad ottenere risultati adeguati nel campo economico, ha condotto ad una situazione in cui, nonostante tutti gli indubitabili grandi successi nel campo dell’industria, dell’agricoltura, della finanza e dei trasporti – successi realizzati dall’economia del paese spontaneamente e non grazie alla direzione, bensì nonostante la sua inadeguatezza o, meglio, la mancanza di ogni direzione – noi ci troviamo di fronte alla prospettiva non soltanto della fine di questi successi, ma anche ad una grave crisi economica”.87
È veramente strano pensare come “indubitabili grandi successi nel campo dell’industria, dell’agricoltura, della finanza e dei trasporti”, settori praticamente al collasso meno di 24 mesi prima, possano essere stati “realizzati spontaneamente dall’economia del paese” fuori cioè da qualsiasi programma di sviluppo economico e di settore, mentre il nucleo dirigente che ha impostato la politica economica e i mezzi per realizzarla concretamente, sarebbe responsabile unicamente della crisi e, addirittura, minaccerebbe “gravi disastri per il partito”. Va notato, per inciso, che tra i firmatari della “piattaforma” vi è quel Pjatakov il cui operato come vicepresidente del Consiglio Superiore dell’Economia Nazionale, come già in precedenza segnalato, non è certo estraneo alle cause generatrici della crisi.
Prosegue poi la “piattaforma dei 46”: “Analogamente nel campo delle relazioni interne di partito noi vediamo la stessa sbagliata direzione che paralizza e divide il partito, ciò appare particolarmente chiaro nel periodo di crisi che stiamo attraversando…
Noi spieghiamo ciò col fatto che dietro la forma esterna dell’unità ufficiale si ha in pratica un reclutamento unilaterale d’individui, e una direzione degli affari che è unilaterale e adattata alle vedute e simpatie di un gruppo ristretto… Il regime istituito all’interno del partito è assolutamente intollerabile; esso distrugge l’indipendenza del partito, sostituendo al partito un apparato burocratico reclutato che agisce senza opposizione in tempi normali, ma che inevitabilmente viene meno nei momenti di crisi, e che minaccia di diventare completamente inefficiente di fronte ai seri avvenimenti che incombono. La situazione che è stata creata si spiega col fatto che il regime della dittatura di una frazione all’interno del partito, che venne di fatto creato dopo il X Congresso è sopravvissuto a se stesso”.88
Ecco svelato l’arcano. Qui sta il vero nocciolo della questione: la ricostituzione delle frazioni proibite a seguito della battaglia di Lenin al X Congresso, per l’unità del partito e contro il frazionismo.
Il CC bolscevico respinse le accuse mosse da Trotzki e dall’opposizione; evidenziò le contraddizioni della loro linea politica, il suo carattere non marxista e piccolo-borghese sul piano ideologico e degli interessi di classe rappresentati; denunciò l’essenza frazionista dell’opposizione cercando, nel contempo, di recuperare e ricondurre tutti i membri di essa ad una corretta dialettica e vita di partito per rinsaldarne l’unità interna.

La XIII Conferenza del PC(b)R

Stalin, il 18 gennaio 1924, nel suo discorso di chiusura alla XIII Conferenza di partito così si espresse ripercorrendo l’intero svolgersi della questione: “I problemi della democrazia e delle ‘forbici’ furono posti dallo stesso Comitato centrale, l’iniziativa era interamente nelle mani del CC, mentre i membri dell’opposizione o tacevano o erano assenti. Questo è, per così dire, il primo atto, il primo stadio della storia della questione. Il secondo atto si aprì con la sessione plenaria del CC e della Commissione centrale di controllo tenutasi nel mese di ottobre. L’opposizione, con a capo Trotzki … tentò, si pose come scopo, di strappare l’iniziativa al CC e di inforcare il cavallo della democrazia, poiché questo cavallo è, come si sa, agile, e si sarebbe potuto tentare, in groppa ad esso, di scavalcare il CC. È su questa base che sono stati compilati i documenti sui quali si è qui diffuso Preobragenski: il documento dei 46 e la lettera di Trotzki. Lo stesso Trotzki, che in settembre, alcuni giorni prima del suo intervento frazionista … non muoveva obiezioni alle decisioni del CC, due settimane dopo scopriva a un tratto che il paese e il partito stavano per perire e che egli, Trotzki, questo patriarca dei burocrati, non poteva vivere senza democrazia. Ci faceva un po’ ridere sentire dei discorsi sulla democrazia dalla bocca di Trotzki, di quello stesso Trotzki che al X Congresso del partito esigeva che i sindacati fossero scossi dall’alto. Noi sapevamo però che fra il Trotzki del periodo del X Congresso e il Trotzki dei nostri giorni non vi è una grande differenza, poiché ora come allora egli vuole scuotere i quadri leninisti. La differenza è soltanto che al X Congresso egli scuoteva i quadri leninisti dall’alto, nel campo sindacale, mentre ora scuote gli stessi quadri leninisti dal basso, nel campo del partito. La democrazia gli serve come mossa, come manovra strategica. Qui è tutta la musica. Poiché, se l’opposizione avesse voluto veramente dare un aiuto, affrontare il problema seriamente, da compagni, avrebbe dovuto anzitutto presentare la sua dichiarazione alle commissioni della sessione plenaria di settembre e dire press’a poco così: ‘Riteniamo il vostro lavoro insoddisfacente, esigiamo che ci si permetta di fare rapporto all’Ufficio politico sui risultati dei vostri lavori, che si convochi la sessione plenaria del CC, alla quale vogliamo comunicare le nostre nuove proposte’, ecc. Se le commissioni non avessero dato loro ascolto, se l’Ufficio politico non avesse dato loro ascolto, se questo non avesse tenuto conto dell’opinione dell’opposizione o si fosse rifiutato di convocare la sessione plenaria per esaminare le proposte di Trotzki e dell’opposizione in generale, allora, e soltanto allora, l’opposizione avrebbe avuto pieno diritto di agire apertamente, scavalcando il CC, di lanciare un appello ai membri del partito e di dire al partito: ‘Il paese è sull’orlo della rovina, la crisi economica assume una gravità sempre maggiore, il partito perisce; abbiamo provato a rivolgerci all’Ufficio politico: non ne è venuto fuori nulla, siamo ora costretti ad appellarci al partito, affinchè si metta egli stesso all’opera’. Non dubito che il partito avrebbe risposto: ‘Sì, questi sono dei veri rivoluzionari, poiché mettono la sostanza della questione al disopra della forma’. Ma forse che l’opposizione ha agito in questo modo? Ha forse provato a fare almeno una volta una capatina alle commissioni del CC per presentare le sue proposte? Ha forse pensato, ha forse tentato di porre e di risolvere le questioni nel quadro del CC o dei suoi organi? No, l’opposizione non ha fatto simili tentativi. Evidentemente per l’opposizione non si trattava di migliorare la situazione all’interno del partito, di aiutare il partito a migliorare la situazione economica, ma di prevenire l’opera della commissione e della sessione plenaria del CC, di strappare l’iniziativa al CC, di inforcare il cavallo della democrazia e, finché era ancora in tempo, di fare del chiasso per cercare di minare la fiducia nel CC. L’opposizione aveva evidentemente fretta di fabbricare dei ‘documenti’ contro il CC, sotto forma della lettera di Trotzki e della dichiarazione dei 46, per poterli portare agli studenti dell’Istituto Sverdlov e nei rioni e dire che essa, l’opposizione, è per la democrazia, per il miglioramento dell’economia, e che il CC la ostacola, che essa ha bisogno di aiuto contro il CC, ecc. ecc. Questi sono i fatti. Esigo che Preobragenski confuti queste mie affermazioni. Esigo che le confuti almeno sulla stampa. Confuti Preobragenski il fatto che la sessione plenaria del CC ha creato in settembre delle commissioni senza che l’opposizione partecipasse alla loro creazione, prima che essa intervenisse. Confuti Preobragenski il fatto che né Trotzki né gli altri oppositori hanno tentato di presentarsi a queste commissioni con le loro proposte. Confuti Preobragenski il fatto che l’opposizione sapeva dell’esistenza di queste commissioni, ma ignorava volutamente la loro attività, che essa non ha tentato di risolvere le questioni nel quadro del CC. Ecco perché, quando in ottobre Preobragenski e Trotzki hanno dichiarato alla sessione plenaria di voler salvare il partito mediante la democrazia, dal momento che il CC è cieco e non vede nulla, il CC ha riso di loro e ha detto: no, compagni; noi, Comitato centrale, siamo pienamente per la democrazia, ma non abbiamo fiducia nella vostra democrazia, poiché riteniamo che la vostra ‘democrazia’ sia una mossa strategica contro il CC, dettata dal vostro spirito frazionista”.89
La sessione plenaria di ottobre del CC e della CCC alla quale furono invitati anche alcuni firmatari della “piattaforma dei 46” non facenti parte del CC e assente Trotzki, ammalato a seguito di un’infreddatura presa mentre era a caccia, discusse a fondo tutti i problemi, compresi quelli generati dalle prese di posizione di Trotzki e dell’opposizione. Al termine dei lavori Preobragenski propose un progetto di mozione che fu respinta, mentre venne approvata a schiacciante maggioranza – 102 voti favorevoli, 2 contrari e 10 astenuti – la mozione “Sulla situazione interna del partito” che dava incarico all’Ufficio politico di promuovere tutte le misure necessarie a favorire l’azione delle tre commissioni del CC istituite nella precedente sessione di settembre, per il completo espletamento del loro lavoro nel tempo più breve possibile. La mozione, inoltre, si soffermò sull’intervento degli oppositori dandone il seguente giudizio: “Le sessioni plenarie del CC e della CCC, assieme ai rappresentanti di dieci organizzazioni di partito, giudicano l’intervento di Trotzki, nel momento gravido di responsabilità che sta attraversando attualmente la rivoluzione mondiale e il partito, come un profondo errore politico, particolarmente perché l’attacco di Trotzki diretto contro l’Ufficio politico ha assunto obiettivamente il carattere di un intervento frazionista, che minaccia di infliggere un colpo all’unità del partito e crea una crisi nel partito. Le sessioni plenarie constatano con rammarico che Trotzki ha preferito per l’impostazione dei problemi da lui sollevati rivolgersi a singoli membri del partito, invece di scegliere l’unica via ammissibile, la quale consiste nel porre preventivamente i problemi in discussione nei collegi di cui Trotzki è membro. La via scelta da Trotzki ha dato il segnale per la formazione di un gruppo frazionista (la dichiarazione dei 46). Le sessioni plenarie del CC e della CCC e i rappresentanti di dieci organizzazioni di partito condannano recisamente la dichiarazione dei 46 come un atto di politica frazionista, scissionista, che ha assunto questo carattere sia pure indipendentemente dalla volontà dei firmatari. Tale dichiarazione minaccia di far sì che tutta la vita del partito, nei prossimi mesi, sia dominata dalla lotta intestina e rischia così di indebolire il partito in un momento decisivo per le sorti della rivoluzione internazionale”.90
La mozione, infine, impegnò l’Ufficio politico ad adoperarsi per assicurare, nell’ambito delle iniziative intraprese per dare soluzione alle problematiche affrontate, un lavoro quanto più possibile concorde. A questo preciso scopo, fu istituita una sottocommissione composta di tre persone – Kamenev, Stalin e Trotzki – che affrontasse nello specifico le tematiche inerenti il partito e il suo funzionamento. Fu proprio questa sottocommissione che al termine del suo lavoro elaborò un documento che divenne poi la Risoluzione sulla costruzione del partito approvata all’unanimità dall’Ufficio politico il 5 dicembre 1923 e, successivamente, dalla sessione plenaria del CC e della CCC di dicembre e dalla XIII Conferenza del PC(b)R. Questo documento, comunemente noto come “risoluzione sulla democrazia”, era suddiviso in sette paragrafi: – il partito nelle condizioni della Nep, il partito e le masse lavoratrici, il partito e la democrazia operaia, misure immediate per l’attuazione della democrazia operaia, sulle commissioni di controllo, le organizzazioni di partito e il lavoro economico, il lavoro tra le masse e la loro partecipazione alla edificazione pratica – e fu pubblicato il 7 dicembre 1923 dalla “Pravda”. In esso, relativamente al secondo e terzo paragrafo, si affermava: “Uno dei compiti più importanti di tutte le organizzazioni del partito nei prossimi mesi deve essere il miglioramento del nucleo proletario del partito… Il partito deve favorire l’afflusso di nuovi quadri di operai dell’industria nelle proprie organizzazioni ed il loro passaggio da candidati a membri effettivi. Allo stesso modo occorre rivolgere una maggiore attenzione al lavoro tra i giovani proletari in fase di formazione. Tra i contadini … occorre migliorare in ogni modo la composizione sociale delle cellule rurali, orientare il loro lavoro sulle direttrici dell’attività politica ed educativa, rafforzare soprattutto il loro lavoro verso la diffusione di cognizioni agronomiche, verso la cooperazione, l’organizzazione del credito agricolo, ecc…. Tra l’intelligencija si osserva un generale spostamento a favore del potere sovietico, sia per motivi d’ordine generale, sia per il miglioramento della loro condizione qui da noi… Tuttavia la svolta di vasti strati dell’intelligencija a favore del potere sovietico, se è un fenomeno fondamentalmente molto positivo, può anche avere conseguenze negative, dal momento che essa accresce il pericolo d’accerchiamento ideologico dei comunisti. La lotta per la purezza ideologica del partito contro offuscamenti piccolo borghesi… è perciò egualmente uno dei compiti immediati del partito… Democrazia operaia significa libertà di esaminare apertamente le questioni più importanti della vita del partito per tutti i suoi membri, libertà di sottoporle a discussione, come pure elettività delle cariche di direzione e dei kollegija dal basso verso l’alto. Ma essa non prevede assolutamente la libertà di formare raggruppamenti frazionistici, estremamente pericolosi per un partito al governo, in quanto minacciano di continuo lo sdoppiamento o la spaccatura del governo e dell’apparato statale nel suo insieme. Va da sé che all’interno di un partito costituito come associazione volontaria di persone su di una determinata base ideale e pratica comune non possono essere tollerati raggruppamenti il cui contenuto ideale sia rivolto contro il partito nel suo complesso e contro la dittatura del proletariato (ad esempio, il gruppo di ‘Verità operaia’ ed il ‘Gruppo Operaio’) … In nessun caso il partito può essere considerato un’istituzione o un dicastero, ma non può neppure essere considerato un club di discussione per tutte le correnti possibili ed immaginabili. Il X Congresso, ed in seguito l’XI ed il XII, hanno stabilito una serie di limitazioni all’applicazione del principio della democrazia operaia: divieto delle frazioni (vedi la risoluzione del X Congresso sull’unità del partito e la corrispondente dell’XI); epurazione del partito; limiti all’ammissione nel partito per gli elementi non proletari; istituzione di un’anzianità di partito per certe categorie di incarichi di direzione nel partito; disposizione della conferma dei segretari da parte delle superiori istanze di partito (vedi Statuto del partito)”.91
L’intera risoluzione era uno stimolo ed una esortazione al partito e a tutti i quadri comunisti ad impegnarsi a fondo nel recepire e nell’applicare concretamente e correttamente quanto stabilito dagli ultimi congressi (X-XI-XII) e dalla risoluzione della sessione plenaria del CC del 25 ottobre, unirsi in un fronte compatto per affrontare con forza e portare a soluzione tutti i motivi di crisi interni ed esterni al partito.
Tuttavia Trotzki, dopo aver espresso il suo voto favorevole alla risoluzione di cui, tra l’altro, era stato uno degli estensori, inviò alle conferenze di partito una lettera, pubblicata dalla “Pravda” l’11 dicembre, che snaturava totalmente il significato della risoluzione e attaccava in maniera subdola la direzione del partito, tentando di indebolire l’unità del partito e la sua volontà di proseguire compatto sulla strada indicata dai Congressi e dal CC.
Ecco come Trotzki si esprimeva nella sua lettera “Nuovo corso”: “Il burocratismo uccide l’iniziativa e in questo modo impedisce l’elevamento del livello generale del partito. Questa è la sua colpa principale. Dal momento che l’apparato è inevitabilmente costituito dai compagni con maggiore esperienza e più meritevoli, è sulla formazione politica delle giovani generazioni comuniste che il burocratismo ha la sua ripercussione peggiore. È anche quindi la gioventù, barometro sicuro di tutto il partito, che reagisce più vigorosamente contro il burocratismo della nostra organizzazione. Tuttavia, non bisogna credere che il nostro modo di risolvere le questioni – decise praticamente solo dai funzionari del partito – non abbia alcuna influenza sulla vecchia generazione, che incarna l’esperienza politica e le tradizioni rivoluzionarie del partito. Anche qui, il pericolo è enorme. L’immensa autorità del gruppo dei veterani del partito è riconosciuta da tutti. Ma sarebbe un errore considerarla come un assoluto. È solo con una collaborazione attiva e costante con la nuova generazione, nel quadro della democrazia di partito, che la vecchia guardia conserverà la sua caratteristica di fattore rivoluzionario. Altrimenti essa si irrigidirà e diventerà insensibilmente l’espressione più alta del burocratismo. La storia ci offre più di un caso di degenerazione di questo genere. Prendiamo l’esempio più recente e sorprendente: quello dei capi della II Internazionale. Wilhelm Liebknecht, Bebel, Sinzger, Victor Adler, Kautski, Bernstein, Lafargue, Guesde erano i discepoli diretti di Marx ed Engels. Tuttavia … questi dirigenti subirono, totalmente o in parte, una involuzione opportunistica. Alla vigilia della guerra, il formidabile apparato della socialdemocrazia, con la copertura dell’autorità della vecchia generazione, era diventato il freno più grave per il progresso rivoluzionario. E noi, i ‘vecchi’, dobbiamo dire chiaramente che la nostra generazione, che svolge naturalmente il ruolo dirigente del partito, non potrebbe essere in nessun modo immunizzata contro l’indebolimento dello spirito rivoluzionario e proletario, se il partito dovesse tollerare lo sviluppo dei metodi burocratici che trasformano i giovani in oggetti da educare e staccano inevitabilmente l’apparato dalla massa, i vecchi dai giovani… Prima della pubblicazione della decisione del CC sul ‘nuovo corso’, il solo fatto di segnalare la necessità di cambiare il regime interno del partito era considerato dai funzionari dell’apparato come un’eresia, una manifestazione di spirito scissionistico, un attentato alla disciplina. E ora i burocrati sono pronti, in linea di principio, a ‘prendere atto’ del ‘nuovo corso’, cioè a seppellirlo nella pratica. Il rinnovamento dell’apparato del partito – nel quadro preciso dello statuto – deve avere come scopo di sostituire i burocrati mummificati con elementi vigorosi strettamente legati alla vita della collettività. E, soprattutto, bisogna togliere dai posti dirigenti coloro che, alla prima parola di protesta o di obiezioni, brandiscono contro i critici i fulmini delle sanzioni. Il ‘nuovo corso’ deve avere come primo risultato di far sentire a tutti che nessuno ormai oserà più terrorizzare il partito”.92
Il Segretario generale del PC(b)R, Stalin, dalle colonne della “Pravda” il 15 dicembre 1923, fece questa analisi della lettera di Trotzki: “Non si capisce come si possano porre sullo stesso piano opportunisti e menscevichi come Bernstein, Adler, Kautzki, Guesde e altri, e la vecchia guardia dei bolscevichi che ha incessantemente lottato e lotterà, spero con onore, contro l’opportunismo, contro i menscevichi, contro la II Internazionale.
Come si spiegano e a chi servono questa confusione e questo imbroglio, se si tengono presenti gli interessi del partito e non le considerazioni accessorie che non hanno affatto lo scopo di difendere la vecchia guardia? Come intendere queste allusioni all’opportunismo riferite ai vecchi bolscevichi, che si sono formati nella lotta contro l’opportunismo? … Non penso affatto che i vecchi bolscevichi siano assolutamente garantiti dal pericolo della degenerazione, così come non avrei ragione d’affermare che noi siamo assolutamente garantiti, per esempio, dal terremoto. Dobbiamo e possiamo ammettere questo pericolo come eventuale. Ma ciò significa forse che questo pericolo sia reale, presente? Penso di no. Lo stesso Trotzki non ha portato nessun dato comprovante che il pericolo della degenerazione sia un pericolo reale. Mentre invece, in seno al partito, abbiamo parecchi elementi che possono costituire effettivamente un pericolo di degenerazione per alcuni settori del nostro partito. Mi riferisco a una parte dei menscevichi entrati volenti o nolenti nel nostro partito e che non hanno ancora superato le vecchie abitudini opportunistiche…
Come è potuto accadere che Trotzki, trascurando questo pericolo e gli altri pericoli dello stesso genere, realmente esistenti, abbia messo in primo piano un pericolo eventuale, il pericolo della degenerazione della vecchia guardia dei bolscevichi?… Non è forse chiaro che questi ‘procedimenti’ possono solo portare acqua al mulino dell’opposizione? … Da dove ha preso Trotzki questa contrapposizione tra i ‘vecchi’ che possono degenerare, e i ‘giovani’ che sono il ‘barometro più sicuro’ del partito, tra la ‘vecchia guardia’ che può burocratizzarsi, e la ‘giovane guardia’ che deve ‘conquistare le formule rivoluzionarie con la lotta’? Da dove ha preso questa contrapposizione, a che cosa gli serve? I giovani e la vecchia guardia non hanno forse marciato sempre sullo stesso fronte, uniti contro i nemici interni ed esterni? L’unità dei ‘vecchi’ e dei ‘giovani’ non rappresenta forse la forza principale della nostra rivoluzione? Come si spiega questo tentativo di detronizzare la vecchia guardia e di lusingare demagogicamente i giovani, per creare e allargare una frattura fra questi reparti fondamentali del nostro partito? A che serve tutto ciò, se si tengono presenti gli interessi del partito, la sua unità, la sua compattezza e non si tenta di scuotere questa unità a vantaggio dell’opposizione? Si difende forse così il Comitato centrale e la sua risoluzione sulla democrazia interna del partito che, per di più, è stata approvata all’unanimità? Del resto, Trotzki probabilmente non si è posto questo compito, inviando la sua lettera alle conferenze del partito. Probabilmente aveva un’altra intenzione e, precisamente, mirava ad appoggiare diplomaticamente l’opposizione nella sua lotta contro il Comitato centrale del partito, sotto l’apparenza di difendere la risoluzione del Comitato centrale. Proprio così – conclude Stalin – si spiega l’impronta di doppiezza che caratterizza la lettera di Trotzki: Trotzki fa blocco con i fautori del centralismo democratico (inteso come gruppo, ndr) e con una parte dei comunisti di sinistra: questo è il significato politico dell’azione di Trotzki”.93
In questo modo Trotzki puntava a unificare le varie “anime” dell’opposizione, che in effetti non ebbe alcuna difficoltà nel riconoscersi in colui che effettivamente era il suo ispiratore e capo indiscusso.
La XIII Conferenza del PC(b)R, svoltasi dal 16 al 18 gennaio 1924, espresse una ferma condanna dell’opposizione trotzkista. Nel Rapporto sui compiti immediati dell’edificazione del partito, presentato alla Conferenza, Stalin svolse un’analisi puntuale e acuta dello svolgimento e degli insegnamenti scaturiti dalla discussione sulla democrazia nel partito, dimostrando lucidamente il formarsi in modo organico e compiuto nell’opposizione, di una politica espressione di una deviazione piccolo-borghese dal marxismo.
“Ritengo sia nostro dovere fare il bilancio della discussione e trarre da questo bilancio alcune conclusioni che possono avere per noi una grande importanza. Potrei dividere tutta la nostra lotta, nel corso della discussione sulla democrazia, in tre periodi. Il primo periodo – ricorda Stalin – è quello in cui l’opposizione attaccò il CC e l’accusò di aver seguito negli ultimi due anni, e in generale nel periodo della Nep, una linea completamente sbagliata. Questo fu il periodo precedente alla pubblicazione della risoluzione dell’Ufficio politico e del Presidium della Commissione centrale di controllo… Il secondo periodo cominciò nel momento della pubblicazione della risoluzione dell’Ufficio politico e della Commissione centrale di controllo, quando l’opposizione fu costretta a contrapporre alla risoluzione del CC qualche cosa di organico, di concreto, e non trovò nulla né di organico né di concreto da contrapporre. Fu il periodo del maggior ravvicinamento fra il CC e l’opposizione. La situazione, evidentemente, volgeva o poteva volgere verso una certa riconciliazione dell’opposizione con la linea del CC… Ma poi subentrò il terzo periodo. Questo periodo si iniziò con l’intervento di Trotzki, con il suo appello alle organizzazioni rionali, che liquidò in un batter d’occhio le tendenze conciliative e mandò tutto all’aria. L’intervento di Trotzki segnò l’inizio di un periodo di lotta accanitissima all’interno del partito, lotta che non avrebbe avuto luogo se non ci fosse stata la lettera di Trotzki all’indomani del suo voto favorevole alla risoluzione dell’Ufficio politico. Voi sapete che al primo intervento di Trotzki ne seguì un secondo, un terzo, e in seguito a ciò la lotta diventò ancor più aspra. Io penso, compagni, che in questi suoi interventi Trotzki ha commesso almeno sei gravi errori, che hanno portato all’inasprimento della lotta all’interno del partito. Passo ad analizzarli. Il primo errore di Trotzki consiste nel fatto stesso di aver pubblicato il suo articolo all’indomani della pubblicazione della risoluzione dell’Ufficio politico del Comitato centrale e della Commissione centrale di controlo, articolo che non può essere considerato altrimenti che come una piattaforma contrapposta alla risoluzione del CC… Pensate un po’, compagni: un dato giorno si riuniscono l’Ufficio politico e il Presidium della Commissione centrale di controllo per discutere la risoluzione sulla democrazia all’interno del partito; la risoluzione viene accettata all’unanimità, e appena un giorno dopo, al di fuori del CC, contro la volontà del CC, scavalcando il CC, viene inviato alle organizzazioni rionali l’articolo di Trotzki, cioè una nuova piattaforma, che pone di nuovo la questione dell’apparato e del partito, dei quadri e della gioventù, delle frazioni e dell’unità del partito, ecc. ecc., piattaforma che viene ripresa da tutta l’opposizione e contrapposta alla risoluzione del CC. Ciò non può essere considerato se non come un contrapporsi al Comitato centrale. Così Trotzki contrappone apertamente e decisamente se stesso all’intero Comitato centrale. Al partito si è posto il problema: esiste da noi un CC come organo dirigente, oppure non esiste più; esiste un CC le cui decisioni unanimi vengono rispettate dai membri di questo CC, oppure esiste soltanto un superuomo, al di sopra del CC, un superuomo per cui nessuna legge fu mai scritta, il quale può permettersi di votare oggi per la risoluzione del CC e domani pubblicare e presentare una nuova piattaforma contro questa risoluzione? … Non si possono avere due discipline diverse: una per gli operai e l’altra per i gran signori. La disciplina deve essere unica… Il secondo errore commesso da Trotzki consiste nell’essersi comportato durante tutto il periodo della discussione in modo equivoco, ignorando sfacciatamente la volontà del partito, che desiderava conoscere la sua vera posizione, e schivando diplomaticamente la domanda posta senza ambagi da una serie di organizzazioni: per chi è Trotzki, in fin dei conti, per il CC oppure per l’opposizione? Una discussione si apre non per ricorrere a sotterfugi, ma per esporre francamente e onestamente davanti al partito tutta la verità, come sa fare Ilic, come ogni bolscevico ha il dovere di fare… Il terzo errore commesso da Trotzki – prosegue Stalin – consiste nell’aver contrapposto nei suoi interventi l’apparato del partito al partito stesso, lanciando la parola d’ordine della lotta contro i ‘burocrati dell’apparato’. Il bolscevismo non può accettare la contrapposizione del partito all’apparato del partito. Da che cosa è composto in realtà il nostro apparato di partito? L’apparato del partito è composto dal CC, dai comitati regionali, dai comitati provinciali, dai comitati circondariali. Sono questi sottomessi al partito? Certo che lo sono, poiché essi per il 90% sono eletti dal partito. Hanno torto coloro che dicono che i comitati provinciali sono stati nominati. Hanno torto. Voi sapete, compagni, che da noi i comitati provinciali vengono eletti, così come i comitati circondariali e il CC. Essi sono sottomessi al partito. Ma una volta eletti, devono dirigere il lavoro: ecco il nocciolo della questione. È forse concepibile il lavoro di partito se, una volta che il CC è stato eletto dal congresso e il comitato provinciale dalla conferenza provinciale, il CC e i comitati provinciali non dirigessero il lavoro? Senza di questo il nostro lavoro di partito è inconcepibile. È un modo di vedere irresponsabile, anarchico-menscevico, che nega il principio stesso della direzione del lavoro di partito… Il quarto errore commesso da Trotzki consiste nell’aver contrapposto i giovani ai quadri del nostro partito, di avere lanciato l’accusa infondata della degenerazione dei nostri quadri. Trotzki ha messo il nostro partito sullo stesso piano del Partito socialdemocratico tedesco, ha citato esempi sulla degenerazione di alcuni discepoli di Marx, vecchi socialdemocratici, e ne ha tratto la conclusione che anche i nostri quadri di partito si trovano di fronte ad un simile pericolo di degenerazione. In fondo, fa sorridere questo membro del CC, che ieri ancora lottava contro il bolscevismo a braccetto degli opportunisti e dei menscevichi, e che oggi, nel settimo anno di esistenza del potere sovietico, tenta di affermare, sia pure soltanto sottoforma di ipotesi, che i quadri del nostro partito, nati, cresciuti e rafforzatisi nella lotta contro il menscevismo e l’opportunismo, sono sulla via della degenerazione… È forse difficile capire che fra questi quadri esiste un abisso incolmabile? È forse difficile capire che questa grossolana falsificazione e questa grossolana confusione, compiute da Trotzki, hanno per scopo di minare l’autorità dei nostri quadri rivoluzionari, del nucleo fondamentale del nostro partito? Non è forse chiaro che questa falsificazione poteva soltanto attizzare le passioni e inasprire la lotta all’interno del partito? Il quinto errore commesso da Trotzki consiste nell’avere, nelle sue lettere, dato il pretesto e lanciato la parola d’ordine di orientarsi sulla gioventù studentesca, su questo ‘sicurissimo barometro del nostro partito’. ‘La gioventù, barometro sicurissimo del nostro partito, reagisce più decisamente contro il burocratismo di partito’, dice egli nel suo primo articolo. E affinché risulti chiaro di quale gioventù si tratta, Trotzki nella seconda lettera aggiunge: ‘Come abbiamo visto, la gioventù studentesca reagisce con particolare sensibilità al burocratismo’. Se noi partissimo da questo presupposto assolutamente sbagliato, teoricamente falso, praticamente dannoso, bisognerebbe andare oltre, e lanciare la parola d’ordine: ‘Il più gran numero possibile di giovani studenti nel nostro partito; spalancate le porte del partito alla gioventù studentesca’. Finora ci eravamo sempre orientati sul settore proletario del nostro partito ed avevamo detto: spalancate le porte del partito agli elementi proletari, cresca il nostro partito con l’apporto della parte proletaria. Ora questa formula è stata capovolta da Trotzki. Il problema degli intellettuali e degli operai nel nostro partito non è nuovo per noi. Esso fu posto già al II Congresso del nostro partito, quando si trattava di formulare il primo paragrafo dello statuto sull’appartenenza al partito. È noto che Martov pretese allora di estendere l’ammissione nel partito agli elementi non proletari, contrariamente al compagno Lenin, il quale esigeva che si limitasse decisamente l’ammissione nel partito degli elementi non proletari… Così si poneva il problema già nel 1905. Da allora questo insegnamento del compagno Lenin è stato per noi l’idea direttrice nell’opera di edificazione del partito. Ora Trotzki propone, in sostanza, di rompere con la linea organizzativa del bolscevismo. E, infine, il sesto errore di Trotzki, che consiste nell’aver proclamato la libertà di gruppo. Sì, libertà di gruppo! Ricordo come già nella sottocommissione che elaborava il progetto di risoluzione sulla democrazia, discutemmo con Trotzki sui gruppi e sulle frazioni. Trotzki, pur non essendo contrario alla proibizione delle frazioni, difendeva risolutamente l’idea di permettere l’esistenza di gruppi all’interno del partito. L’opposizione sostiene un punto di vista identico… Che differenza c’è tra un gruppo e una frazione? Una differenza unicamente esteriore. Ecco in che modo il compagno Lenin definisce la frazione, includendola nella categoria del gruppo: ‘Prima ancora che il partito iniziasse la discussione generale sui sindacati, si erano manifestati nel partito alcuni indizi di frazionismo, erano cioè sorti dei gruppi con una loro propria piattaforma e inclini, in una certa misura, a rinchiudersi in sé e a creare una propria disciplina di gruppo’ (vedi Resoconto stenografico del X Congresso del PC(b), pag. 309). Come vedete, in sostanza non vi è qui differenza tra frazione e gruppo… Ma allora, che cos’è una frazione? Ce lo spieghi un po’ Preobragenski. Gli interventi di Trotzki, le sue lettere, i suoi articoli sul problema delle generazioni e delle frazioni vogliono spingere il partito a tollerare l’esistenza di gruppi nel suo seno. È un tentativo di legalizzare le frazioni e anzitutto la frazione di Trotzki. Trotzki afferma che i gruppi sorgono grazie al regime burocratico instaurato dal Comitato centrale, e che se non esistesse da noi un regime burocratico non vi sarebbero neppure dei gruppi. Questa non è un’impostazione marxista del problema, compagni. I gruppi sorgono da noi e continueranno a sorgere perché vi sono nel nostro paese le forme più diverse di economia: dalle forme embrionali del socialismo a quelle medioevali. Questo in primo luogo. Inoltre abbiamo la Nep, cioè abbiamo ammesso il capitalismo, il risorgere del capitale privato e il risorgere di idee ad esso corrispondenti, idee che si infiltrano nel partito. Questo in secondo luogo. Ed in terzo luogo tre elementi compongono il nostro partito: nel nostro partito vi sono operai, vi sono contadini, vi sono intellettuali. Ecco, secondo l’impostazione marxista del problema, le ragioni che fanno spuntar fuori nel partito determinati individui, intorno ai quali si creano gruppi che noi dobbiamo a volte asportare con un intervento chirurgico, e a volte riassorbire ideologicamente, mediante una discussione. Non si tratta qui di regime. Se avessimo un regime libero al massimo, i gruppi sarebbero molto più numerosi. Cosicché la colpa non è del regime, ma delle condizioni in cui viviamo, condizioni esistenti nel nostro paese, condizioni di sviluppo del partito stesso. Se in una situazione così complicata ammettessimo per di più i gruppi, rovineremmo il partito, lo trasformeremmo da organizzazione compatta, monolitica, in un insieme di gruppi e frazioni che vengono a patti tra di loro, mettono su unioni e intese provvisorie. Questo sarebbe non il partito, ma lo sfacelo del partito. Mai, neppure per un momento, i bolscevichi hanno concepito il partito diversamente da un’organizzazione monolitica, scolpita in un sol blocco, mossa da un’unica volontà, la quale unisce nel suo lavoro tutte le varie sfumature del pensiero in un unico flusso di attività pratica… E, infine, – termina Stalin avviandosi alla conclusione del suo Rapporto – una domanda che viene continuamente posta da quelli dell’opposizione, i quali, a quanto pare, non sempre ricevono una risposta soddisfacente. Di chi esprimiamo lo stato d’animo, noi dell’opposizione? – chiedono spesso. Penso che l’opposizione forse esprime gli stati d’animo del settore non proletario del nostro partito. Penso che l’opposizione, forse senza esserne conscia, contro la propria volontà, è il veicolo involontario degli stati d’animo dell’elemento non proletario del nostro partito. Penso che l’opposizione, nella sua agitazione sfrenata per la democrazia, che spesso considera in modo assoluto e feticista, scatena l’elemento piccolo-borghese”.94

Capitolo 13
L’opposizione trotzkista contro Stalin

La discussione sulla democrazia rappresentò, come già molte volte era successo nella storia del partito bolscevico, il manifestarsi di una battaglia politica, di uno scontro di linee sull’azione e sulle prospettive della rivoluzione. Ma, per l’opposizione, essa significò anche una sorta di “svolta” rispetto al passato. Vi fu, infatti, nell’azione dell’opposizione attorno alla discussione sulla democrazia, il tentativo di imprimere un deciso colpo d’acceleratore nella sua lotta contro la direzione marxista-leninista del partito bolscevico. In questo quadro, da lì in poi, l’opposizione andò sviluppando una sorta di “guerra ad personam” contro il Segretario generale del partito, Stalin. Iniziò così una bassa campagna d’insinuazioni tendente ad accreditare una frattura e un’inesistente inconciliabilità politica ed anche personale tra Lenin e Stalin. Alcuni esempi occorre qui sottolineare, non fosse altro perché, proprio questi, rappresentano quelli più diffusamente agitati da quanti hanno voluto e vogliono infangare e distruggere Stalin, per infangare e distruggere in realtà il marxismo-leninismo e, con esso, la lotta rivoluzionaria del proletariato e la sua aspirazione al socialismo.
Quella della rottura dei rapporti tra i due dirigenti bolscevichi, è un’arbitraria e artificiosa interpretazione “storica” di una lettera dettata da Lenin nel marzo del 1923. Questi gli antefatti. Presumibilmente nelle prime settimane di quello stesso anno, vi fu un colloquio telefonico, tra Stalin, a cui il CC aveva affidato la responsabilità del controllo sulle prescrizioni mediche relative alla cura di Lenin, e la Krupskaia circa, appunto, il rispetto scrupoloso di quelle prescrizioni. Evidentemente la moglie di Lenin ebbe in qualche modo a risentirsi di ciò. Parlò con Zinoviev e Kamenev, ma tacque in un primo momento il fatto al marito. Successivamente portò Lenin a conoscenza dell’accaduto. Da Gorki, il 5 marzo 1923, Lenin dettò una lettera (rigorosamente segreta e personale) per Stalin, di cui chiese fosse inviata copia a Zinoviev e Kamenev. Questo il contenuto:
“Stimato compagno Stalin, avete avuto la grossolanità di chiamare mia moglie al telefono e di insolentirla. Benché essa vi abbia fatto sapere di essere disposta a dimenticare ciò che le avete detto, quanto è accaduto è venuto a conoscenza di Zinoviev e Kamenev (che l’hanno saputo da lei). Non ho intenzione di dimenticare tanto facilmente ciò che è stato fatto contro di me, e non c’è bisogno di dire che ciò che è fatto contro mia moglie lo considero fatto anche contro di me. Perciò vi prego di riflettere e di farmi sapere se acconsentite a ritirare le vostre parole e a scusarvi o se preferite rompere i rapporti fra noi. Con stima Lenin”95.
Questa lettera giunse qualche giorno dopo a Stalin, il quale immediatamente rispose in questi termini:
“Compagno Lenin, cinque settimane fa ho avuto una conversazione con la compagna Nadezda Kostantinovna, che considero non solo vostra moglie, ma anche una vecchia compagna di partito, e le ho detto più o meno quanto segue (al telefono): – I medici (ci) hanno proibito di dare a Ilic informazioni di carattere politico, ritenendo che sia il mezzo più efficace per curarlo. Si dà il caso, Nadezda Kostantinovna, che voi non rispettiate questa prescrizione. Non dobbiamo giocare con la vita di Ilic. – Non penso di aver detto nulla di brutale o di intollerabile o contro di voi, perché non ho altro desiderio che la vostra pronta guarigione, e soprattutto ritengo mio dovere controllare che le prescrizioni mediche vengano rispettate. La mia conversazione con Nadezda Kostantinovna ha confermato che i miei sospetti erano infondati; non poteva del resto essere altrimenti. Ora, se credete che per mantenere i nostri rapporti io debba ritirare quello che ho detto lo ritiro, anche se continuo a non capire dove sia il problema, in cosa consista la mia colpa e cosa mi si rimproveri. Iosif Stalin”96.
Lenin non venne mai a conoscenza di questa risposta perché, il 10 marzo, fu colpito da un nuovo attacco che ne compromise in modo pressoché definitivo le facoltà psicofisiche.

Il “testamento” di Lenin

Tra il dicembre 1922 e il gennaio 1923 Lenin dettò una serie di appunti in cui esprimeva le sue considerazioni relativamente a tre questioni: preservare il partito dal pericolo di scissione; l’allargamento delle competenze del Gosplan (Commissione statale del piano); la questione delle nazionalità o della “autonomizzazione” inerente, nello specifico, la situazione della Georgia. Sono considerazioni racchiuse sotto il titolo “Lettera al Congresso” fatte in previsione di un suo possibile intervento al XII che si sarebbe tenuto nell’aprile del 1923, intervento che le condizioni di salute non gli permisero di effettuare. Nessuno ovviamente, può sapere termini e modo che quell’intervento avrebbe assunto. Certo è che, una volta appurata l’impossibilità di una sua personale partecipazione al Congresso, Lenin vietò espressamente la pubblicazione di queste sue considerazioni. La “Lettera al Congresso” fu comunque portata a conoscenza del partito ed i suoi contenuti furono ampiamente e approfonditamente dibattuti in più sessioni del CC e della CCC e dal XII e XIII Congresso del partito. Furono inoltre precise deliberazioni congressuali a decidere, in conformità alla volontà di Lenin, la non pubblicazione della “Lettera al Congresso”.
Per chiarezza di esposizione è opportuno affrontare separatamente le considerazioni di Lenin relative alla questione nazionale e alla struttura politica.

La questione georgiana

Nel quadro del progetto di costruzione dell’Unione delle Repubbliche Sovietiche la situazione nei paesi della zona transcaucasica – Armenia, Azerbaigian e Georgia – presentava, rispetto ad altre, una diversa complessità determinata da particolari condizioni di ordine etnico, per una non omogeneità nazionale dovuta alla presenza nei tre paesi di diversi popoli e per la necessità di garantire a tutti e tre i paesi, di usufruire delle stesse infrastrutture e vie di comunicazione per costruire un equilibrato ed armonico sviluppo economico. Furono queste peculiarità che portarono i gruppi dirigenti locali e centrale a favorire l’adesione all’Unione non dei tre paesi separatamente, ma passando prima attraverso un processo federativo dell’intera regione. La costruzione della Federazione transcaucasica e l’adesione di questa all’Unione, fu il processo condiviso e sostenuto da Lenin e Stalin, dal partito e dagli organi di governo sovietici, locali e centrali. Alcuni gruppi ed esponenti politici, anche comunisti, manifestarono la loro opposizione a questo progetto, opposizione dettata soprattutto da un esacerbato e nocivo nazionalismo, peraltro non nuovo nella storia di questi paesi. Ciò avvenne in Azerbaigian e, soprattutto, in Georgia. Lenin insistette affinchè tutto il cammino verso l’Unione potesse svolgersi con il più ampio sostegno popolare, anche se ciò ne avesse comportato un rallentamento dei tempi di attuazione. La costituzione della Federazione transcaucasica avviata nel marzo del 1922, raggiunse l’approdo finale alla fine di quello stesso anno. Tutta la questione dell’Unione delle repubbliche sovietiche e lo stesso progetto di Costituzione dell’URSS, di cui era incaricato Stalin, fu da questi affrontato avvalendosi del contributo di Lenin. Proprio di questo argomento i due dirigenti bolscevichi discussero il 27 settembre 1922 nel corso di un incontro che Lenin ebbe con Stalin a Gorki, approfittando di un leggero miglioramento delle sue condizioni di salute.
La tensione in Georgia raggiunse il suo culmine nell’estate del 1922, con un’accesa lotta nel CC del partito georgiano che portò all’esonero dagli incarichi di Midvani e del suo gruppo d’opposizione. Provvedimento sostenuto anche da Orgionikidze che ebbe anche un violento scontro con un rappresentante dell’opposizione georgiana.
Quando Lenin seppe dell’accaduto, non mancò di esprimere il suo disappunto. Nei suoi appunti, dettati il 30 e 31 dicembre 1922, “Sulla questione delle nazionalità o della autonomizzazione” (parte integrante della “Lettera al Congresso”) si legge: “A quanto pare sono fortemente in colpa verso gli operai della Russia perché non mi sono occupato con sufficiente energia e decisione della famosa questione della autonomizzazione ufficialmente detta, mi pare, questione della unione delle repubbliche socialiste sovietiche. Quest’estate, quando la questione è sorta, io ero malato, e poi, nell’autunno, ho riposto eccessive speranze nella mia guarigione e nella possibilità che le assemblee plenarie di ottobre e dicembre mi avrebbero permesso di occuparmi di tale questione. Ma invece non ho potuto essere presente né al plenum di ottobre (su questo punto) né a quello di dicembre, e così la questione è stata discussa quasi completamente senza di me. Sono riuscito solo a parlare con il compagno Dzerginski, che è venuto dal Caucaso e mi ha raccontato come si pone questo problema in Georgia. Sono riuscito anche a scambiare qualche parola con il compagno Zinoviev e a esprimergli i miei timori a questo proposito. Da ciò che mi ha comunicato il compagno Dzerginski, che era stato a capo della delegazione inviata dal Comitato centrale per ‘indagare’ sull’incidente georgiano, potevo infatti trarre motivo solo di grandissimi timori. Se le cose erano arrivate a tal punto che Orgionikidze aveva potuto lasciarsi andare all’uso della violenza fisica, come mi ha comunicato il compagno Dzerginski, ci si può immaginare in quale pantano siamo scivolati… Ho già scritto nelle mie opere sulla questione nazionale che non bisogna assolutamente impostare in astratto la questione del nazionalismo in generale. È necessario distinguere il nazionalismo della nazione dominante dal nazionalismo della nazione oppressa, il nazionalismo della grande nazione da quello della piccola. Nei confronti del secondo nazionalismo, noi, appartenenti a una grande nazione, ci troviamo ad essere quasi sempre, nella prassi storica, colpevoli di infinite violenze, e anzi, compiamo in più, senza nemmeno accorgercene, un numero infinito di violenze e offese: mi basta ripensare agli anni in cui vivevo nella regione del Volga e al come da noi trattano gli allogeni, come il polacco venga chiamato solo ‘polaccuzzo’, come prendono in giro il tartaro, chiamandolo ‘principe’, e l’ucraino ‘chochol’ e il georgiano e gli altri allogeni del Caucaso ‘kapkasi’. Perciò l’internazionalismo da parte della nazione dominante, o cosiddetta ‘grande nazione’ (sebbene sia grande soltanto per le sue violenze, grande soltanto come è grande Diergimorda), deve consistere non solo nell’osservare la formale uguaglianza tra le nazioni, ma anche una certa ineguaglianza che compensi da parte della nazione dominante, della grande nazione, l’ineguaglianza che si crea di fatto nella realtà. Chi non l’ha capito, non ha capito l’atteggiamento realmente proletario verso la questione nazionale, ed è rimasto, in sostanza, su una posizione piccolo-borghese, e perciò non può non scivolare ad ogni istante nella posizione borghese. Che cosa è importante per il proletariato? Per il proletariato è non soltanto importante, ma essenzialmente necessario assicurarsi la massima fiducia degli allogeni nella lotta di classe proletaria. Che cosa occorre per assicurarsela? Occorre non solo l’eguaglianza formale. Occorre compensare, in un modo o nell’altro, con il proprio comportamento e con le proprie concessioni verso gli allogeni, quella sfiducia, quella diffidenza, quelle offese che nella storia passata gli sono state provocate dal governo della nazione ‘grande potenza’”97.
Lenin punta il dito contro lo sciovinismo grande-russo e, nei fatti georgiani, relativamente agli aspetti di cui era a conoscenza, vede una possibile manifestazione di questo sciovinismo grande-russo. Stalin, come Lenin, evidenzia lo stesso pericolo. Nel Rapporto sugli aspetti della questione nazionale nell’edificazione del partito e dello Stato svolto il 23 aprile 1923 al XII Congresso del PC(b)R egli afferma: “La forza fondamentale che ostacola l’Unione delle repubbliche in un unico organismo, è una forza che si sviluppa, da noi, come ho già detto, nelle condizioni della Nep: è lo sciovinismo grande-russo… Sono stato testimone del fatto che alla riunione plenaria di febbraio, nella quale si pose per la prima volta la questione della seconda Camera, si son sentiti fra i compagni del Comitato centrale dei discorsi che non si accordavano con il comunismo, e non avevano nulla in comune con l’internazionalismo. Tutto questo è un segno dei tempi, è un’epidemia. Il pericolo principale che ne deriva è che, in conseguenza della Nep, non di giorno in giorno, ma di ora in ora, si sviluppa da noi lo sciovinismo da grande potenza, che si sforza di cancellare tutto ciò che non è russo, di raccogliere tutte le leve di comando attorno a un nucleo russo e di schiacciare ciò che non è russo. Il pericolo principale consiste nel fatto che con una simile politica rischiamo di perdere quella fiducia che i popoli un tempo oppressi hanno verso i proletari russi, fiducia che questi si sono conquistata nelle giornate di Ottobre, quando tolsero di mezzo i grandi proprietari fondiari, i capitalisti russi, quando eliminarono l’oppressione nazionale all’interno della Russia, ritirarono le truppe dalla Persia, dalla Mongolia, proclamarono l’indipendenza della Finlandia, dell’Armenia e in generale posero la questione nazionale su basi completamente nuove. Noi potremo perdere fin l’ultima traccia della fiducia che abbiamo conquistata allora, se non ci armeremo tutti contro questo nuovo sciovinismo, grande-russo ripeto, che avanza e si insinua, penetrando goccia a goccia nel cervello dei nostri militanti, corrompendoli gradualmente. Questo, compagni, è il pericolo che dobbiamo a tutti i costi combattere e vincere. Altrimenti ci minaccia la prospettiva di perdere la fiducia degli operai e dei contadini dei popoli un tempo oppressi, la prospettiva della rottura dei vincoli che esistono tra questi popoli e il proletariato russo e con ciò stesso saremo minacciati dal pericolo di lasciare aperta una falla nel sistema della nostra dittatura”98.
Più avanti nello stesso Rapporto, Stalin sottolinea però anche un altro fattore di ostacolo all’unione delle repubbliche sovietiche. Il nazionalismo delle singole repubbliche e, qui, fa esplicito riferimento alla Georgia: “Se questo nazionalismo fosse solo difensivo, non sarebbe ancora il caso di sollevare tanto chiasso. Potremmo concentrare tutta la forza della nostra azione e tutto il vigore della nostra lotta contro lo sciovinismo grande-russo, sperando che una volta abbattuto questo forte nemico, sarebbe contemporaneamente abbattuto anche il nazionalismo antirusso, perché questo nazionalismo, come ripeto, costituisce in ultima analisi una reazione al nazionalismo grande-russo, una risposta ad esso, una specie di difesa. Così andrebbero le cose se localmente il nazionalismo antirusso non oltrepassasse i limiti della reazione al nazionalismo grande-russo. Ma disgrazia vuole che in alcune repubbliche questo nazionalismo difensivo si vada trasformando in nazionalismo aggressivo. Prendiamo la Georgia. Più del 30% della popolazione non è georgiana. Abbiamo armeni, abkhazi, agiari, oseti, tartari. In testa stanno i georgiani. In una parte dei comunisti georgiani è nata e si è sviluppata l’idea che non si debba dar molto peso a queste piccole nazionalità: esse sono meno colte, meno, dicono loro, sviluppate, per cui si può non tenerne conto. Questo è sciovinismo, sciovinismo esiziale e pericoloso, giacché può trasformare la piccola Repubblica georgiana in un’arena di discordie. E in un’arena di discordie del resto è già stata trasformata… C’è stato da noi, ed esiste ancora, un gruppo di comunisti georgiani che non si oppongono a che la Georgia aderisca all’Unione delle repubbliche, ma si oppongono a realizzare questa unione attraverso la Federazione transcaucasica. Essi, guardate un po’, vogliono essere più vicini all’Unione; non è necessario – affermano – che tra noi georgiani e l’Unione delle repubbliche esista questo muro divisorio che è la Federazione transcaucasica: la Federazione, dicono, non è necessaria. Ciò in apparenza ha un colore molto rivoluzionario. Ma dietro si cela un’altra intenzione. In primo luogo, queste dichiarazioni ci dicono che nel campo della questione nazionale in Georgia le relazioni con i russi hanno un’importanza secondaria, perché questi compagni deviazionisti (così li chiamano) non hanno nulla in contrario a un’adesione diretta della Georgia all’Unione, vale a dire non temono lo sciovinismo grande-russo, ritenendo che esso, in un modo o nell’altro, sia stato eliminato o non abbia un’importanza decisiva. Evidentemente, essi temono di più la Federazione transcaucasica. Perché? Perché tre popoli importanti, che vivono nella Transcaucasia, che si sono battuti tra loro per tanto tempo, che si sono massacrati a vicenda, che si son fatti la guerra, perché mai questi popoli, ora che finalmente il potere sovietico ha creato i vincoli dell’unione fraterna fra di loro attraverso la federazione, ora che questa federazione ha dato frutti concreti, perché mai dovrebbero spezzare questi vincoli? Qual è il motivo, compagni? Il motivo è che i vincoli della Federazione transcaucasica privano la Georgia di quella posizione privilegiata che poteva occupare grazie alla sua posizione geografica. Giudicate voi stessi. La Georgia ha il suo porto, Batum, dal quale passano le merci provenienti dall’Occidente; la Georgia ha un nodo ferroviario come Tiflis, del quale non possono fare a meno gli armeni, non può fare a meno l’Azerbaigian, che riceve le sue merci da Batum. Se la Georgia fosse una repubblica separata, se non entrasse nella Federazione transcaucasica, potrebbe mandare un piccolo ultimatum all’Armenia, che non può fare a meno di Tiflis, e all’Azerbaigian, che non può fare a meno di Batum. La Georgia ne riceverebbe certi vantaggi. Non è un caso, compagni, che un decreto così barbaro – e che tutti conoscono – come quello del cordone di frontiera sia stato elaborato appunto in Georgia. Ora si addossa questa colpa a Serebriakov. Ammettiamolo pure. Ma questo decreto è pur nato in Georgia, e non nell’Azerbaigian o nell’Armenia. Poi, esiste ancora un altro motivo. Tiflis è la capitale della Georgia, ma in essa i georgiani sono non più del 30%, gli armeni non meno del 35%, e poi vengono tutte le altre nazionalità. Eccovi la capitale della Georgia. Se per caso la Georgia fosse una repubblica a sé stante, si potrebbero effettuare alcuni trasferimenti di popolazione, per esempio quello della popolazione armena di Tiflis. In Georgia era già stato approvato un certo decreto sulla ‘sistemazione’ della popolazione di Tiflis, e di questo decreto il compagno Makharadze ha detto che non era rivolto contro gli armeni. Si mirava a effettuare qualche trasferimento di popolazione in modo che gli armeni, a Tiflis, diminuissero anno per anno rispetto ai georgiani e, in questo modo, Tiflis si trasformasse in una capitale effettivamente georgiana. Riconosco che il decreto di trasferimento è stato abrogato. Ma essi hanno ancora nelle loro mani un gran numero di possibilità, numerose forme duttili, come per esempio lo ‘sfollamento’, grazie al quale, pur conservando l’apparenza dell’internazionalismo, si potrebbero organizzare le cose in modo che gli armeni a Tiflis diminuissero di numero. Questi vantaggi derivanti dalla posizione geografica, che i deviazionisti georgiani non vogliono perdere, e la posizione sfavorevole dei georgiani nella stessa Tiflis, dove i georgiani sono in numero inferiore agli armeni, inducono i nostri deviazionisti a lottare contro la federazione. I menscevichi avevano semplicemente espulso da Tiflis gli armeni e i tartari. Oggi, col potere sovietico, non è possibile espellerli, perciò bisogna staccarsi dalla Federazione e allora esisteranno le possibilità giuridiche di svolgere per proprio conto certe operazioni, grazie alle quali la posizione favorevole dei georgiani sarà pienamente sfruttata contro l’Azerbaigian e l’Armenia. E in conseguenza di tutto questo si creerebbe una posizione di privilegio per i georgiani in seno alla Transcaucasia. Qui è tutto il pericolo. Possiamo forse, ignorando gli interessi della pace nazionale in Transcaucasia, creare condizioni tali per cui i georgiani verrebbero a trovarsi in una posizione privilegiata rispetto alle repubbliche armena e azerbaigiana? No, non possiamo permettere una cosa simile. Esiste un vecchio, particolare sistema di governo delle nazioni che si attua quando il potere borghese favorisce alcune nazionalità, concede loro privilegi e opprime le altre nazioni, delle quali non vuole occuparsi. Così, favorendo una nazionalità, opprime per mezzo suo le rimanenti… Su questa via pericolosa ci spingono i nostri compagni georgiani deviazionisti, in quanto lottano contro la federazione, violando tutte le leggi di partito, in quanto vogliono staccarsi dalla federazione per mantenere la loro posizione favorevole. Essi ci spingono a conceder loro alcuni privilegi a spese delle repubbliche armena e azerbaigiana. Noi non possiamo prender questo cammino perché sarebbe la morte sicura di tutta la nostra politica e del potere sovietico nel Caucaso… Non è un caso (…) che i menscevichi del Sozialisticeski Viestnik incensino i nostri compagni deviazionisti per la loro lotta contro la federazione , li portino in palma di mano: chi si somiglia si piglia”.99
Stalin inoltre, sempre al XII Congresso, nel discorso pronunciato a conclusione del dibattito sul rapporto organizzativo del CC, affronta anche l’argomento delle misure adottate contro Midvani e il suo gruppo di opposizione: “Passo infine a Mdivani… Egli ha parlato di esitazioni del Comitato centrale: oggi, dice lui, viene deciso di unificare gli sforzi economici delle tre repubbliche transcaucasiche, domani si decide di unire queste repubbliche in una federazione, dopodomani si ha una terza decisione, quella di raggruppare tutte le repubbliche sovietiche nell’Unione delle repubbliche. Queste egli le chiama esitazioni del Comitato centrale. È giusto? No, compagni, non si tratta di esitazioni, ma di un sistema. Le repubbliche indipendenti, in primo luogo, si avvicinano fra loro sul terreno economico. Questo passo è stato fatto fin dal 1921. Dopo aver visto che l’esperienza dell’avvicinamento delle repubbliche dà buoni risultati, si compie il passo successivo, che consiste nell’unirle in una federazione. Soprattutto in una zona come la Transcaucasia, nella quale è impossibile ottenere la pace fra le nazionalità senza un organo speciale… Ecco così che alcuni mesi dopo l’unificazione degli sforzi economici viene compiuto il passo successivo, la Federazione delle repubbliche, e un anno dopo si fa un altro passo, tappa conclusiva sul cammino del raggruppamento delle repubbliche: viene creata l’Unione delle repubbliche. Dove sono qui le esitazioni? Questo è il sistema della nostra politica nazionale. Mdivani, semplicemente, non ha afferrato l’essenza della nostra politica sovietica, sebbene si atteggi a vecchio bolscevico. Egli ha fatto una serie di domande, insinuando che non si riesce a capire chi abbia risolto i problemi più importanti relativi alla questione nazionale nella Transcaucasia e soprattutto nella Georgia: se il Comitato centrale o singole persone. Il problema principale della Transcaucasia è la Federazione transcaucasica. Permettetemi di leggere un piccolo documento concernente la storia della direttiva del Comitato centrale del Partito comunista della Russia circa la Federazione transcaucasica. Il 28 novembre 1921 il compagno Lenin mi invia il progetto della sua proposta relativa alla costituzione della Federazione delle repubbliche transcaucasiche. Questo progetto dice: ‘1) Si riconosca assolutamente giusta in linea di principio e incondizionatamente realizzabile la Federazione delle repubbliche transcaucasiche. Essa è però prematura dal punto di vista della immediata realizzazione pratica, richiede cioè alcune settimane di tempo per essere discussa, propagandata e attuata dal basso. 2) Si proponga ai Comitati centrali della Georgia, dell’Armenia, dell’Azerbaigian di attuare questa decisione’. Scrivo al compagno Lenin e gli propongo di non avere fretta, di aspettare, di concedere un certo lasso di tempo ai militanti delle organizzazioni periferiche per realizzare la Federazione. Scrivo al compagno Lenin: ‘Compagno Lenin. Non ho nulla da obiettare alla vostra risoluzione se acconsentite ad accogliere il seguente emendamento: al paragrafo 1, invece delle parole: ‘richiede alcune settimane di tempo per essere discussa’ mettere: ‘richiede un certo lasso di tempo per essere discussa’ ecc., secondo la vostra risoluzione. Il fatto è che ‘attuare’ la Federazione in Georgia ‘dal basso’, nel ‘sistema sovietico’, in ‘alcune settimane’ è impossibile, perché in Georgia i Soviet incominciano appena ora a formarsi. Essi non sono ancora completamente organizzati. Un mese fa non esistevano affatto ed è inconcepibile poter convocare in Georgia il congresso dei Soviet in ‘alcune settimane’; orbene una Federazione transcaucasica senza la Georgia sarebbe una federazione sulla carta. Ritengo che bisognerà fissare un termine di due o tre mesi perché l’idea della federazione trionfi fra le grandi masse della Georgia. Stalin’. Il compagno Lenin rispose: ‘Accetto questo emendamento’. Due giorni dopo questa proposta viene approvata con i voti di Lenin, Trotzki, Kamenev, Molotov, Stalin. Zinoviev era assente e Molotov lo sostituiva. Questa decisione venne approvata dall’Ufficio politico alla fine del 1921, come vedete, all’unanimità. Da quel tempo è cominciata la lotta di un gruppo di comunisti georgiani capeggiati da Mdivani contro la direttiva del Comitato centrale circa la Federazione. Voi vedete, compagni, che la situazione non era come l’ha prospettata qui Mdivani. Ho esibito questo documento per ribattere le insinuazioni indegne fatte qui da Mdivani. Seconda questione: come si spiega propriamente il fatto che il Comitato centrale ha esonerato dalle loro cariche i membri del gruppo capeggiato da Mdivani, quale ne è stato il motivo? Vi sono due cause sostanziali e, al tempo stesso, di natura formale. Devo parlarne perché sono stati mossi dei rimproveri al Comitato centrale e in particolare a me. Il primo motivo è che il gruppo di Mdivani non ha influenza nel suo partito, nel Partito comunista georgiano, e che lo stesso Partico comunista georgiano ha sconfessato questo gruppo. Questo partito ha tenuto due congressi: il primo all’inizio del 1922 e il secondo all’inizio del 1923. In entrambi questi congressi il gruppo di Mdivani, con la sua idea contraria alla federazione, ha incontrato una decisa opposizione da parte del suo stesso partito. Sembra che al I Congresso, esso, su 122 voti, ne abbia raccolto circa 18; al II Congresso ha raccolto circa 20 voti su 144; il partito si ostina a non volerlo eleggere nel Comitato centrale, la sua posizione è sistematicamente sconfessata. Per la prima volta, ai primi del 1922, noi del Comitato centrale abbiamo incominciato a esercitare una pressione sul Partito comunista della Georgia e malgrado la sua opposizione lo abbiamo costretto ad accettare i vecchi compagni (indiscutibilmente Mdivani è un vecchio compagno e lo è anche Makharadze) pensando che i due gruppi, la maggioranza e la minoranza, si sarebbero accordati. Nell’intervallo fra il I e il II Congresso si sono tenute tuttavia parecchie conferenze di città e di tutta la Georgia, nelle quali il gruppo di Mdivani ha ricevuto ogni volta duri colpi dal suo partito, e infine all’ultimo congresso Mdivani ha raccolto a stento 18 voti su 140. La Federazione transcaucasica è un’organizzazione che riguarda non solo la Georgia, ma tutta la Transcaucasia. Normalmente dopo il congresso del partito georgiano si riunisce il congresso dei partiti di tutto il Caucaso. In questi ultimi si è creata la stessa situazione. Nell’ultimo congresso di tutto il Caucaso sembra che Mdivani abbia raccolto a mala pena circa 10 voti su 244. Questi sono i fatti. Che cosa deve fare il Comitato centrale del partito in questa situazione, se il partito georgiano, se la stessa organizzazione georgiana non riesce a digerire il gruppo Mdivani? Io concepisco la nostra politica, nella questione nazionale, come una politica di concessioni agli elementi e ai pregiudizi nazionali. Questa politica è indubbiamente giusta. Ma è possibile forzare indefinitamente la volontà del partito nel quale il gruppo di Mdivani deve lavorare? Secondo me è impossibile. Bisogna, al contrario, armonizzare nella misura del possibile le nostre azioni con la volontà del partito georgiano. Il Comitato centrale ha agito così, esonerando dalle loro cariche certi membri di questo gruppo. Il secondo motivo che ha indotto il Comitato centrale a esonerare dalle loro cariche alcuni compagni appartenenti a questo gruppo, è che costoro hanno violato incessantemente le decisioni del Comitato centrale del Partito comunista della Russia. Vi ho già esposto la storia della decisione relativa alla federazione; ho già detto che senza questo organismo la pace fra i gruppi nazionali è impossibile, che nella Transcaucasia solo il potere sovietico, costituendo la federazione, ha ottenuto che si stabilisse la pace fra i gruppi nazionali. Perciò il Comitato centrale ha ritenuto che questa decisione debba essere assolutamente impegnativa. E invece cosa vediamo? Il gruppo di Mdivani non si sottomette a questa decisione, ma anzi lotta contro di essa. Questo è stato appurato sia dalla Commissione del compagno Dzerginski che dalla Commissione di Kamenev e Kuibyscev. Persino dopo la decisione della sessione plenaria di marzo dedicata alla Georgia, Mdivani continua a lottare contro la federazione. Che cosa significa ciò se non farsi beffe delle decisioni del Comitato centrale? Queste sono le circostanze che hanno costretto il Comitato centrale del partito ha esonerare Midvani dalla sua carica”.100
Vi è poi il secondo aspetto che è al centro della “Lettera al Congresso”.

La struttura politica (partito e apparato)

“23-XII-1922. Consiglierei vivamente – si legge negli appunti di Lenin – di intraprendere a questo congresso una serie di mutamenti nella nostra struttura politica. Vorrei proporvi le considerazioni che ritengo più importanti. In primo luogo propongo di elevare il numero dei membri del CC portandolo ad alcune decine o anche a un centinaio. Penso che, se non intraprendessimo una tale riforma, grandi pericoli minaccerebbero il nostro CC nel caso in cui il corso degli avvenimenti non ci fosse del tutto favorevole (cosa di cui non possiamo non tener conto). Penso poi di sottoporre all’attenzione del congresso la proposta di dare, a certe condizioni, un carattere legislativo alle decisioni del Gosplan, andando così incontro, fino a un certo punto e a certe condizioni, al compagno Trotzki. Per quel che riguarda il primo punto, cioè l’aumento del numero dei membri del CC, penso che ciò sia necessario e per elevare l’autorità del CC, e per lavorare seriamente al miglioramento del nostro apparato, e per evitare che conflitti di piccoli gruppi del CC possano avere un’importanza troppo sproporzionata per le sorti di tutto il partito. Io penso che il nostro partito abbia il diritto di esigere dalla classe operaia 50-100 membri del CC e che possa ottenerli senza un eccessivo sforzo da parte di essa. Una tale riforma aumenterebbe notevolmente la solidità del nostro partito e faciliterebbe la lotta che esso deve condurre in mezzo a Stati nemici e che, a mio parere, potrà e dovrà acuirsi fortemente nei prossimi anni. Io penso che la stabilità del nostro partito guadagnerebbe enormemente da un tale provvedimento”.
“24-XII-22. Per stabilità del Comitato centrale, di cui ho parlato sopra, intendo provvedimenti contro la scissione, nella misura in cui tali provvedimenti possano in generale essere presi… Il nostro partito si fonda su due classi, e sarebbe perciò possibile la sua instabilità, e inevitabile il suo crollo, se tra queste due classi non potesse sussistere un’intesa. In questo caso sarebbe inutile prendere questi o quei provvedimenti e in generale discutere sulla stabilità del nostro CC. Non ci sono provvedimenti, in questo caso, capaci di evitare la scissione. Ma spero che questo sia un avvenimento di un futuro troppo lontano e troppo inverosimile perché se ne debba parlare. Intendo stabilità come garanzia contro la scissione nel prossimo avvenire, e ho l’intenzione di esporre qui una serie di considerazioni di natura puramente personale. Io penso che, da questo punto di vista, fondamentali per la questione della stabilità siano certi membri del CC come Stalin e Trotzki. I rapporti tra loro, secondo me, rappresentano una buona metà del pericolo di quella scissione, che potrebbe essere evitata e ad evitare la quale, a mio parere, dovrebbe servire, tra l’altro, l’aumento del numero dei membri del CC a 50 o a 100 persone. Il compagno Stalin, divenuto segretario generale, ha concentrato nelle sue mani un immenso potere, e io non sono sicuro che egli sappia servirsene sempre con sufficiente prudenza. D’altro canto, il compagno Trotzki come ha già dimostrato la sua lotta contro il CC nella questione del commissariato del popolo per i trasporti, si distingue non solo per le sue eminenti capacità. Personalmente egli è forse il più capace tra i membri dell’attuale CC, ma ha anche una eccessiva sicurezza di sé e una tendenza eccessiva a considerare il lato puramente amministrativo dei problemi. Queste due qualità dei due capi più eminenti dell’attuale CC possono eventualmente portare alla scissione, e se il nostro partito non prenderà misure per impedirlo, la scissione può avvenire improvvisamente. Non continuerò a caratterizzare gli altri membri del CC secondo le loro qualità personali. Ricordo soltanto che l’episodio di cui sono stati protagonisti nell’ottobre Zinoviev e Kamenev non fu certamente casuale, ma che d’altra parte non glielo si può ascrivere personalmente a colpa, così come il non bolscevismo a Trotzki. Dei giovani membri del CC, voglio dire qualche parola su Bukharin e Piatakov. Sono queste, secondo me, le forze più eminenti (tra quelle più giovani), e riguardo a loro bisogna tener presente quanto segue: Bukharin non è soltanto un validissimo e importantissimo teorico del partito, ma è considerato anche, giustamente, il prediletto di tutto il partito, ma le sue concezioni teoriche solo con grandissima perplessità possono essere considerate pienamente marxiste, poiché in lui vi è qualcosa di scolastico (egli non ha mai appreso e, penso, mai compreso pienamente la dialettica)”.
“25-XII-22. Ed ora Piatakov: è un uomo indubbiamente di grandissima volontà e di grandissime capacità, ma troppo attratto dal metodo amministrativo e dall’aspetto amministrativo dei problemi perché si possa contare su di lui per una seria questione politica. Naturalmente, sia questa che quella osservazione sono fatte solo per il momento, nel presupposto che ambedue questi eminenti e devoti militanti trovino l’occasione di completare le proprie conoscenze e di eliminare la propria unilateralità”.
“4-I-23. (Aggiunta alla lettera del 24 dicembre 1922) Stalin è troppo grossolano, e questo difetto, del tutto tollerabile nell’ambiente e nei rapporti tra noi comunisti, diventa intollerabile nella funzione di segretario generale. Perciò propongo ai compagni di pensare alla maniera di togliere Stalin da questo incarico e di designare a questo posto un altro uomo che, a parte tutti gli altri aspetti, si distingua dal compagno Stalin solo per una migliore qualità, quella cioè di essere più tollerante, più leale, più cortese e più riguardoso verso i compagni, meno capriccioso, ecc. Questa circostanza può apparire una piccolezza insignificante. Ma io penso che, dal punto di vista dell’impedimento di una scissione e di quanto ho scritto sopra sui rapporti tra Stalin e Trotzki, non è una piccolezza, ovvero è una piccolezza che può avere un’importanza decisiva”.
“26-XII-22. L’aumento del numero dei membri del CC a 50 o anche a 100 persone deve servire, secondo me, a un duplice, o, anzi, a un triplice scopo: quanto più saranno i membri del CC, tanto più saranno quelli che impareranno a lavorare nel CC e tanto minore sarà il pericolo di una scissione derivante da una qualsiasi imprudenza. La partecipazione di molti operai al CC aiuterà gli operai a migliorare il nostro apparato, che è piuttosto cattivo. Esso, in sostanza, c’è stato tramandato dal vecchio regime, poiché trasformarlo in così breve tempo, soprattutto con la guerra, la fame, ecc., era assolutamente impossibile. Perciò a quei ‘critici’ che, con un sorrisetto o con cattiveria, ci fanno notare i difetti del nostro apparato, si può tranquillamente rispondere che essi assolutamente non comprendono le condizioni della rivoluzione contemporanea. Non si può assolutamente trasformare a sufficienza un apparato in cinque anni, soprattutto nelle condizioni in cui è avvenuta da noi la rivoluzione. È già abbastanza che in cinque anni abbiamo creato un nuovo tipo di Stato in cui gli operai marciano alla testa dei contadini contro la borghesia; e ciò, con una situazione internazionale avversa, rappresenta di per sé un fatto enorme. Ma la coscienza di questo non ci deve assolutamente far chiudere gli occhi sul fatto che noi abbiamo ereditato, in sostanza, il vecchio apparato dello zar e della borghesia, e che ora, sopravvenuta la pace e assicurato il minimo necessario contro la fame, tutto il lavoro dev’essere diretto al suo miglioramento”101.
Bene! I trotzkisti, i traditori e i nemici del comunismo indicano questo scritto come la “demolizione politica” operata da Lenin nei confronti di Stalin. Niente è più falso! C’è in queste righe una sottolineatura di un aspetto negativo del carattere di Stalin; ma non c’è in realtà in esso, nessun appunto di natura politica rivolto a Stalin, cosa ben presente, invece, nei confronti degli altri dirigenti citati.
Ciò che invece va assolutamente sottolineato è che il partito, già nel suo XII Congresso, affrontò – con la lealtà e il rispetto dovuti al suo grande dirigente, Lenin, e al proletariato sovietico – e con grande impegno, i problemi politici posti da Lenin, iniziando a dare pratica attuazione alla loro soluzione; decidendo, in particolare, l’aumento dei membri del CC e promuovendo le iniziative e i comportamenti necessari al miglioramento dell’apparato, della sua organizzazione e del suo lavoro pratico.
La “Lettera al Congresso” venne discussa anche dopo la morte di Lenin in alcune sessioni del CC che precedettero e seguirono il XIII Congresso del partito e nel Congresso stesso, svoltosi dal 23 al 31 maggio 1924. In due diverse sessioni del CC Stalin si sentì in dovere di presentare le sue dimissioni da Segretario generale. In entrambi i casi egli fu riconfermato, all’unanimità, nel suo incarico.
Lenin conosceva bene il suo partito, la sua vita, il dibattito che lo animava, lo scontro che inevitabilmente in esso si ripercuoteva frutto della realtà sociale del paese, dello scontro di classe, dell’accesa lotta tra socialismo e capitalismo che la Nep aveva portato in primo piano. Se egli volle espressamente che i suoi appunti, la “Lettera al Congresso”, non fosse pubblicata, fu, evidentemente, anche per cercare di evitare qualsiasi “strumentalizzazione” di essa.
Ma, dopo la morte di Lenin, quando l’opposizione inasprì e cercò di alzare il livello dello scontro che la opponeva al partito e alla sua linea leninista, gli appunti di Lenin furono a più riprese utilizzati strumentalmente dai trotzkisti, col preciso scopo di denigrare Stalin – e attraverso ciò attaccare il leninismo – nel vano tentativo di incrinarne la figura e l’opera rivoluzionaria.
Fu il giornalista americano Max Eastman a pubblicare la “Lettera al Congresso” presentandola come il “Testamento” di Lenin. Prima in un articolo sul “New York Herald”, poi in un libro intitolato “Dopo la morte di Lenin”. Era il 1925. Max Eastman era un convinto e fervente trotzkista, già iscritto al partito comunista americano, dal quale venne espulso.
Ancora nella sessione plenaria comune del CC e della CCC del PC(b) dell’URSS, svoltasi dal 21 al 23 ottobre 1927, con un’insolenza ed una falsità indegne, l’opposizione attaccò Stalin e il CC, lanciando, fra l’altro, l’accusa di aver tenuto nascosto il “testamento” di Lenin. Nel suo intervento alla sessione plenaria, Stalin rispose così a queste ignobili accuse: “Veniamo al ‘testamento’ di Lenin. Qui gli oppositori hanno gridato – li avete sentiti – che il Comitato centrale del partito ha ‘nascosto’ il ‘testamento’ di Lenin. La questione è stata discussa più volte nella sessione plenaria del Comitato centrale e della Commissione centrale di controllo, come voi ben sapete. È stato dimostrato e ridimostrato che nessuno nasconde nulla, che il ‘testamento’ di Lenin era indirizzato al XIII Congresso del partito, che questo documento è stato reso pubblico al congresso, che il congresso ha deciso all’unanimità di non pubblicarlo, tra l’altro perché lo stesso Lenin non voleva e non chiedeva che fosse pubblicato. Tutto ciò l’opposizione lo sa non meno di tutti noi. Ciò nonostante l’opposizione ha l’ardire di dichiarare che il CC ‘nasconde’ il ‘testamento’. La questione del ‘testamento’ di Lenin risale – se non mi sbaglio – al 1924. Esiste un certo Eastman, un ex comunista americano, che in seguito è stato espulso dal partito. Questo signore dopo aver bazzicato a Mosca nell’ambiente dei trotzkisti e aver raccolto alcune voci e pettegolezzi circa il ‘testamento’ di Lenin, se n’è andato all’estero dove ha pubblicato un libro intitolato Dopo la morte di Lenin, in cui non si fa risparmio di colore per denigrare il partito, il Comitato centrale e il potere sovietico, e tutto è costruito sulla supposizione che il CC del nostro partito ‘nasconda’ il ‘testamento’ di Lenin. Poiché questo Eastman una volta aveva avuto rapporti con Trotzki, noi, membri dell’Ufficio politico, abbiamo proposto a Trotzki di scindere le sue responsabilità da Eastman il quale, aggrappandosi a Trotzki e citando l’opposizione, rendeva Trotzki responsabile delle calunnie lanciate contro il nostro partito circa il ‘testamento’. Data l’evidenza della cosa, Trotzki effettivamente scisse le sue responsabilità da Eastman in una dichiarazione sulla stampa, pubblicata nel settembre del 1925 sul n. 16 del Bolscevik. Permettetemi di leggere il passo dell’articolo in cui Trotzki tratta la questione relativa al fatto se il partito e il suo CC nascondono o meno il ‘testamento’ di Lenin. Cito l’articolo di Trotzki: ‘In alcuni passi del libercolo di Eastman si dice che il CC ha ‘nascosto’ al partito una serie di importantissimi documenti scritti da Lenin nell’ultimo periodo della sua vita (si tratta di lettere sulla questione nazionale, del cosiddetto ‘testamento’, ecc.); questa affermazione non si può chiamare altro che calunnia contro il CC del nostro partito. Dalle parole di Eastman si può dedurre che Vladimir Ilic avesse destinato alla stampa queste lettere, che avevano il carattere di consigli organizzativi interni. In realtà ciò è assolutamente falso. Vladimir Ilic fin da quando cadde ammalato inviò più volte proposte, lettere ecc. alle istanze del partito e al suo congresso. Va da sé che tutte queste lettere e proposte arrivarono sempre a destinazione, furono portate a conoscenza dei delegati al XII e al XIII Congresso del partito, e sempre, s’intende, esercitarono la dovuta influenza sulle decisioni del partito; se tutte queste lettere non sono state pubblicate, è perché il loro autore non le aveva destinate alla stampa. Vladimir Ilic non ha lasciato nessun ‘testamento’, e lo stesso carattere dei suoi rapporti col partito, come il carattere del partito stesso, escludevano la possibilità di un tale ‘testamento’. La stampa dell’emigrazione, la stampa estera borghese e quella menscevica di solito ricordano come ‘testamento’ una lettera di Vladimir Ilic (tanto alterata da essere irriconoscibile) contenente consigli di carattere organizzativo. Il XIII Congresso ha esaminato con grande attenzione anche questa lettera, come tutte le altre, e ne ha tratto le conclusioni conformi alle condizioni e alle circostanze del momento. Qualsiasi chiacchiera sull’occultamento o sulla violazione del ‘testamento’ è una maligna invenzione ed è interamente diretta contro l’effettiva volontà di Vladimir Ilic e gli interessi del partito da lui creato’ (vedi l’articolo di Trotzki: A proposito del libro di Eastman ‘Dopo la morte di Lenin’, Bolscevik, n.16, 1° settembre 1925, pag. 68).
Chiaro, mi sembra. Questo lo scrive Trotzki, e non qualcun altro. Su che base ora Trotzki, Zinoviev e Kamenev blaterano che il partito e il suo CC ‘nascondono’ il ‘testamento’ di Lenin? Blaterare ‘si può’, ma occorre avere il senso della misura. Si dice che in questo ‘testamento’ il compagno Lenin proponesse al congresso che, data la ‘rudezza’ di Stalin, si dovesse pensare a sostituirlo con un altro compagno nella carica di segretario generale. È assolutamente vero; sì, io sono rude, compagni nei riguardi di coloro che in modo rude e perfido distruggono e scindono il partito. Questo non l’ho nascosto, né lo nascondo. Forse ci vorrebbe una certa dolcezza nei riguardi degli scissionisti, ma non da me la otterrete. Alla prima seduta dell’assemblea plenaria del CC dopo il XIII Congresso ho chiesto all’assemblea plenaria del CC di esimermi dalla carica di segretario generale. Il congresso stesso ha discusso la questione. Ogni delegazione l’ha discussa, e tutte le delegazioni, all’unanimità, compresi Trotzki, Kamenev e Zinoviev, hanno imposto al compagno Stalin di restare al suo posto. Che cosa potevo dunque fare? Fuggire dal mio posto? Non è nel mio carattere; non sono mai fuggito da nessun posto e non ho il diritto di farlo, poiché questa sarebbe una diserzione. Come ho già detto prima, non sono libero di disporre di me; quando il partito impone una cosa devo sottomettermi. Un anno dopo ho di nuovo chiesto all’assemblea plenaria di essere esonerato dalla carica, ma di nuovo mi è stato imposto di restare. Che cosa dunque potevo fare? Quanto alla pubblicazione del ‘testamento’, il congresso ha deciso di non pubblicarlo, perché era indirizzato al congresso e non era destinato alla stampa… L’opposizione punta tutte le sue carte sul ‘testamento’ di Lenin. Ma basta solo leggerlo questo ‘testamento’ per comprendere che le loro carte valgono nulla. Al contrario, il ‘testamento’ di Lenin è fatale per gli attuali capi dell’opposizione. È un fatto, invero, che Lenin nel suo ‘testamento’ accusa Trotzki di ‘non bolscevismo’, e degli errori di Kamenev e Zinoviev al tempo dell’Ottobre dice che non si tratta di errori ‘casuali’. Che cosa significa ciò? Significa che politicamente non si può aver fiducia né in Trotzki, che è malato di ‘non bolscevismo’, né in Kamenev e Zinoviev, i cui errori non sono ‘casuali’ e possono ripetersi e si ripeteranno. È caratteristico il fatto che nel ‘testamento’ non vi sia né una parola, né un accenno agli errori di Stalin. Si parla solo della rudezza di Stalin. Ma la rudezza non è né può essere un difetto della linea o della posizione politica di Stalin”.102

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