STALIN, VITA E OPERE – Capitolo 17 – L’Urss, primo Stato socialista…

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Capitolo 17
L’Urss, primo Stato socialista

Gli anni compresi tra il 1929 e il 1939, racchiudono il periodo della grande ascesa dell’economia nazionale sovietica in tutte le sue branche e settori. Una ascesa che ha le sue caratteristiche principali nella definitiva affermazione e nel consolidamento del sistema socialista e nello sviluppo basato sull’adozione di una tecnica nuova e moderna sia nell’industria, sia nell’agricoltura, e che, rispetto al decennio precedente, ha cambiato volto e vita produttiva degli stabilimenti industriali e delle campagne. Fu il periodo nel quale, mentre il mondo capitalista era lacerato da una profonda crisi preludio della devastante tragedia della guerra, l’URSS raccoglieva i successi legati alla superiorità del suo sistema socialista e alla politica del partito comunista guidato dalla giusta e saggia linea marxista-leninista di Stalin. Alcuni semplici dati possono aiutare a far capire la straordinaria realtà di quei successi e rendere giustizia, nella loro disarmante concretezza, delle vuote parole degli zelanti critici borghesi dello “stalinismo”, siano essi di destra o di “sinistra”.
Nello sviluppo industriale, l’URSS in quel decennio fu all’avanguardia nel mondo sia per quanto riguardava la tecnica della produzione, sia per il totale ammodernamento della struttura produttiva industriale con i nuovi mezzi tecnici. Ciò determinò, nel quadro della potente affermazione dell’industria socialista, l’incremento del totale della produzione industriale passata dai 42.030 milioni di rubli del 1933 – di cui 28 milioni di rubli dovuti all’industria privata -, ai 100.375 milioni di rubli del 1939 – con un’incidenza dell’industria privata di 26 milioni di rubli. Questa situazione era certo il sintomo della saldezza e della potenzialità di sviluppo dell’industria sovietica, ma non significava certo ancora che l’URSS avesse raggiunto né, tanto meno, superato economicamente le principali potenze capitalistiche.
Nel suo Rapporto al XVIII Congresso del PC(b) dell’URSS, Stalin, sottolineò con particolare attenzione questo aspetto. “Ma in che cosa siamo in ritardo? Siamo ancora in ritardo – affermò Stalin – dal punto di vista economico, ossia dal punto di vista del volume della nostra produzione industriale per abitante. Abbiamo prodotto nel 1938 circa 15 milioni di tonnellate di ghisa, mentre l’Inghilterra ne ha prodotto 7 milioni. Potrebbe sembrare che le cose vadano meglio da noi che in Inghilterra. Ma se si dividono queste tonnellate di ghisa per il numero degli abitanti, si vedrà che in Inghilterra si avevano, nel 1938, per ogni abitante, 145 chilogrammi di ghisa, e nell’Unione Sovietica soltanto 87…
La potenza economica dell’industria non si esprime nel volume della produzione industriale in generale, indipendentemente dalla popolazione del paese, ma nel volume della produzione industriale considerato in rapporto diretto col volume del consumo di questa produzione per abitante. Quanto maggiore è la produzione industriale per abitante, tanto più elevata è la potenza economica del paese, e inversamente, quanto minore è la produzione per abitante, tanto più bassa è la potenza economica del paese e della sua industria. Di conseguenza, quanto più numerosa è la popolazione del paese, tanto maggiore è il fabbisogno del paese in oggetti di consumo, e quindi tanto maggiore deve essere il volume della sua produzione industriale.
Prendiamo, per esempio, la produzione della ghisa. Per superare economicamente l’Inghilterra nel campo della produzione della ghisa, che in quel paese nel 1938 era di 7 milioni di tonnellate, dobbiamo portare a 25 milioni di tonnellate la nostra produzione annua di ghisa…
Abbiamo superato i principali paesi capitalistici per la tecnica della produzione e pei ritmi di sviluppo dell’industria. Ciò è molto bene. Ma non basta. Dobbiamo superarli anche economicamente. Lo possiamo fare e lo dobbiamo fare. Soltanto se supereremo economicamente i principali paesi capitalistici, potremo contare che il nostro paese sarà saturo di articoli di consumo, che avremo abbondanza di prodotti e saremo in grado di passare dalla prima fase del comunismo alla sua seconda fase.
Che cosa è necessario per superare economicamente i principali paesi capitalistici? È necessario soprattutto avere la ferma e inflessibile volontà di marciare in avanti ed essere disposti a compiere dei sacrifici, a investire dei grandi capitali per sviluppare in tutti i modi la nostra industria socialista. Abbiamo noi questi elementi? Certamente li abbiamo! Sono necessari, inoltre, un’alta tecnica della produzione ed elevati ritmi di sviluppo industriale. Abbiamo noi questi elementi? Certamente li abbiamo! È necessario, infine, del tempo. Sì, compagni, del tempo. Si devono costruire nuove officine. Si devono formare nuovi quadri per l’industria. Ma ciò richiede del tempo, e non poco tempo. È impossibile in due o tre anni superare economicamente i principali paesi capitalistici. La cosa richiede un po’ più di tempo… Quanto più elevata sarà da noi la produttività del lavoro, quanto più si perfezionerà la tecnica della produzione, tanto più presto si potrà adempiere questo compito economico così importante, tanto più si potranno ridurre i termini per la sua realizzazione”.124
Per quanto concerne l’agricoltura due dati, soprattutto, possono dare l’esatta cognizione dell’affermazione del sistema socialista nelle campagne e riguardano: il numero delle famiglie contadine che nel 1938 si raggruppavano nei colcos, 18 milioni e 800 mila pari al 93,5% delle famiglie contadine, e la superficie dei terreni dei colcos seminata a cereali che, sempre nel 1938, era di 92 milioni di ettari, rispetto ai 600 mila ettari delle aziende individuali. Anche per lo sviluppo agricolo oltre che per quello industriale, l’URSS si pose al vertice nel mondo sia per la produzione che per la meccanizzazione. Quello che da sempre era stato un grande problema, il problema dei cereali, trovò, in quel periodo, una rapida e positiva soluzione garantendo appieno il rifornimento dell’intero paese, ed estendendo anche il livello territoriale di questa importante produzione che non rimase più circoscritta alla sola Ucraina, ma si sviluppò in maniera sostanziale anche nella RSFSR. In particolare la produzione di cereali che nel 1913 era di 801 milioni di q.li, passò a 894 milioni di q.li nel 1934, per raggiungere i 949 milioni di q.li nel 1938.Un altro dato importante da segnalare è quello relativo alla produzione di lino e cotone che dai 10,7 milioni di q.li del 1913, salì a 17,1 milioni di q.li del 1934, per raggiungere, nel 1938, i 32,3 milioni di q.li. L’aumento delle superfici coltivate, passate dai 105 milioni di ettari nel 1913 ai 136,9 milioni di ettari 1939, ha contribuito certo a questo sviluppo, ma l’aspetto determinante in questo processo di crescita è stato, indubbiamente, la meccanizzazione dell’agricoltura. Anche qui un dato. Il totale delle macchine agricole operanti nelle campagne nel 1939 era di circa 1 milione e 47 mila mezzi, rispetto ai circa 431 mila del 1933.
Nel campo dell’allevamento del bestiame l’URSS scontava invece una certa arretratezza. Il patrimonio zootecnico dell’URSS, infatti, in particolare per quanto riguardava gli allevamenti di equini e ovini era, nel 1939, al di sotto dei livelli del 1916 di circa 37 milioni di capi, anche se in netta ripresa rispetto al 1933. Migliore la situazione, invece, per quel che riguardava gli allevamenti di bovini e suini.
Nel periodo in questione altri fattori di sviluppo furono l’espansione della rete commerciale statale e cooperativa, con un incremento di più di 71.500 punti vendita nel periodo 1933/1938 e la crescita del volume di scambio delle merci del commercio statale e cooperativo e del mercato colcosiano. I progressi ottenuti in questo settore furono possibili anche grazie allo sviluppo del trasporto merci, soprattutto ferroviario e aereo, al miglioramento e all’incremento della rete di collegamento e dei mezzi impegnati in esso.
Per la classe operaia, per i contadini e per il popolo lavoratore, artefici primi di quell’imponente e impetuoso sviluppo, quegli anni furono certamente anni di sacrificio, di duro lavoro, di abnegazione che esaltavano l’alta coscienza socialista dei lavoratori sovietici, il loro eroismo civile, la loro unione e il loro attaccamento alla patria socialista, agli ideali e all’interesse di classe degli operai di tutto il mondo e alla comune causa internazionalista. Ma, furono anche anni che portarono a un più deciso miglioramento del tenore di vita, della condizione sociale e ad un ulteriore innalzamento del livello culturale del popolo sovietico: “Registriamo – disse Stalin nel già citato Rapporto al XVIII Congresso del PC(b) dell’URSS – i seguenti indici del miglioramento del tenore di vita degli operai e dei contadini nel periodo considerato:
1) Il reddito nazionale, da 48 miliardi e mezzo di rubli nel 1933, è salito a 105 miliardi nel 1938;
2) Il numero degli operai e degli impiegati, da poco più di 22 milioni nel 1933, è salito a 28 milioni nel 1938;
3) Il fondo annuale dei salari degli operai e degli impiegati, da 34 miliardi e 953 milioni di rubli è salito a 96 miliardi e 425 milioni;
4) Il salario annuale medio degli operai industriali, che nel 1933 era di 1513 rubli, nel 1938 era giunto a 3447 rubli;
5) Gli introiti in denaro dei colcos, da 5 miliardi 661 milioni e 900 mila rubli nel 1933, sono giunti a 14 miliardi 180 milioni e 100 mila rubli nel 1937;
6) La distribuzione media di grano ad ogni famiglia colcosiana nelle regioni cerealicole, da 61 pudi nel 1933, è salita a 144 nel 1937, senza tener conto delle sementi, dei fondi di sementi di riserva, del fondo per il nutrimento del bestiame comune, delle consegne di grano allo Stato, dei pagamenti in natura per i lavori compiuti dalle Stazioni di macchine e trattrici;
7) Gli stanziamenti nel bilancio dello Stato per opere sociali e culturali sono passati da 5 miliardi 839 milioni e 900 mila rubli nel 1933 a 35 miliardi e 202 milioni e mezzo nel 1938.
Per quanto riguarda il livello di cultura del popolo, la sua ascesa ha seguito il miglioramento del tenore di vita del popolo.
Dal punto di vista dello sviluppo culturale del popolo, il periodo considerato è stato veramente un periodo di rivoluzione culturale. L’introduzione dell’istruzione elementare generale obbligatoria nelle lingue delle nazionalità dell’URSS, l’aumento del numero delle scuole e degli allievi di tutti i gradi, l’aumento del numero degli specialisti che hanno terminato le scuole superiori, la formazione e lo sviluppo di nuovi intellettuali sovietici – questo è il quadro generale dell’ascesa culturale del popolo…
In seguito a tutto questo immenso lavoro culturale sono sorti e si sono formati innumerevoli nuovi intellettuali sovietici usciti dalle file della classe operaia, dei contadini e degli impiegati sovietici, carne della carne e sangue del sangue del nostro popolo, intellettuali che non conoscono il giogo dello sfruttamento, che odiano gli sfruttatori e sono pronti a servire fedelmente i popoli dell’URSS.
Penso che il sorgere di questa nuova intellettualità, – intellettualità del popolo, socialista, – sia uno dei risultati più importanti della rivoluzione culturale nel nostro paese”.125
La rivoluzione culturale e la nascita della nuova intellettualità sovietica ebbero un influsso notevole e portarono un nuovo, vivo, fermento nel dibattito e nell’attività in ogni settore della cultura e dell’arte dando origine al formarsi sul piano teorico e pratico del realismo socialista. La costruzione socialista e la conseguente trasformazione del paese, la realtà sociale che essa generava e le problematiche connesse divennero il centro, il fulcro espressivo della cultura e dell’arte sovietica. Un esempio di ciò è dato, sul piano urbanistico e architettonico, dalla radicale trasformazione delle aree urbane, grandi e piccole, dalla nascita delle città sovietiche. Il processo di industrializzazione del paese portò a un consistente mutamento quantitativo del rapporto tra popolazione urbana e rurale. Già dagli anni venti le città sovietiche videro aumentare la propria popolazione a ritmi sempre crescenti, quantificabili in circa trenta milioni di nuovi abitanti. Mosca e Leningrado, ad esempio, aumentarono la loro popolazione di circa tre milioni di abitanti ciascuna. Tutto questo aveva delle conseguenze e causava dei problemi che dovevano essere affrontati e risolti perché incidevano, e non poco, sulle condizioni e sulla qualità della vita del popolo sovietico. Primi fra tutti il sovraffollamento, che costringeva alla coabitazione fra più nuclei familiari e la carenza di infrastrutture sociali. All’inizio degli anni trenta tutto ciò venne denunciato apertamente e senza infingimenti di sorta. La “questione urbana” fu messa in primo piano, come una delle tematiche centrali da affrontare e risolvere, e inserita nel programma di pianificazione. Mosca, Leningrado, Erevan, Taskent, Kiev rappresentarono le prime tappe dell’ampio progetto di ricostruzione e ammodernamento delle città sovietiche.
Il piano generale della ricostruzione della città di Mosca fu più che un esperimento, divenne, di fatto, un esempio di riferimento nell’urbanizzazione socialista. La superficie territoriale di Mosca passò da circa trentamila a sessantamila ettari. Vennero abbattuti i vecchi edifici, per lo più ancora costruzioni in legno, quelli non ristrutturabili ed altri edifici già proprietà del clero. La nuova normativa sull’edilizia abitativa prevedeva la costruzione di alloggi monofamiliari, lo sviluppo in altezza degli edifici, la non concentrazione di essi nelle sole zone periferiche, la presenza varia e organizzata negli insediamenti dei servizi indispensabili alla collettività, in primo luogo asili nido e mense, ma anche negozi, lavanderie, ristoranti, ecc. La razionalizzazione, l’allargamento e l’ampliamento della rete stradale e dei trasporti per favorire e snellire il collegamento con le zone industriali, gli uffici pubblici, le scuole, i luoghi di assistenza e di cura, i centri ricreativi e sportivi, i parchi pubblici e le zone verdi. Mosca e le altre città si trasformarono in grandi cantieri che impegnarono grandi risorse economiche e umane. Nel 1934 alla sola costruzione della metropolitana di Mosca erano impegnati circa 70 mila lavoratori. Un impegno utile e necessario che, in breve tempo, cambiò il volto delle città e migliorò qualità e condizioni di vita del popolo sovietico.
Gli architetti ed i tecnici urbanisti che lavorarono al piano di ricostruzione di Mosca, rievocarono sulle pagine della rivista “Bolscevik” non solo l’interessamento di Stalin per la ricostruzione di Mosca, ma anche la sua fattiva partecipazione alla elaborazione e al controllo attento del piano e della sua attuazione, a partire dalla riunione svoltasi al Cremlino il 14 luglio del 1934. “Nella riunione del Cremlino il compagno Stalin ci diede con eccezionale chiarezza e forza persuasiva le linee fondamentali per l’impostazione della questione della ricostruzione della capitale… Qualche giorno prima della riunione, al Comitato Centrale del partito erano stati inviati un rapporto sulla ricostruzione di Mosca, gli schizzi, le carte topografiche e i diagrammi. Eravamo stupiti che in così poco tempo Josif Vissarionovic avesse potuto studiare a fondo un materiale così voluminoso. Nei suoi interventi citava a memoria singoli tratti di questi documenti, formulava concretamente i principi basilari della ricostruzione della città. Il compagno Stalin disse che era necessario unire le prospettive più ardite di pianificazione con la realtà effettiva e con le condizioni che si erano determinate a Mosca nel corso di otto secoli di sviluppo spontaneo. Dopo aver fatto notare che la posizione presa dalle organizzazioni di Mosca a proposito del piano regolatore della città era giusta, il compagno Stalin disse che in questa ricostruzione si doveva condurre la lotta su due fronti. Per noi era inaccettabile sia la posizione di coloro che volevano lasciare a Mosca il suo aspetto di grande villaggio, sia la posizione di coloro che parteggiavano per un’eccessiva urbanizzazione, che proponevano, cioè, di costruire una città del tipo di quelle dei paesi capitalistici, con i grattacieli, con una popolazione straordinariamente accentrata. ‘La storia, – disse il compagno Stalin, – ci mostra che nei centri industriali il tipo di città più vantaggioso economicamente è costituito da quello che dà un risparmio nelle opere di canalizzazione, di conduttura delle acque, di illuminazione, di riscaldamento, ecc. Perciò hanno torto coloro che propongono di fare estendere la città su una lunghezza di 70-100 km., cioè trasformarla in vera e propria campagna, pur lasciandole tutti i vantaggi dei servizi urbani e della vita culturale di una città. Noi dobbiamo costruire per lo più case a sei o sette piani’.
Il compagno Stalin parlò di una città nella quale dovevano essere create le maggiori comodità per la cittadinanza, della bellezza degli edifici, della forma architettonica delle case, delle buone condizioni di abitabilità degli appartamenti. Alcuni urbanisti erano attratti allora dalle arterie straordinariamente larghe. Il compagno Stalin li corresse, mostrando che ove occorra ricostruire le grandi arterie in una parte già costruita della città, dove, cioè, la larghezza delle strade provoca la necessità di spostare i vecchi edifici, bisogna limitarsi ad una larghezza di 30-35 metri, mentre dove le strade vengono costruite di sana pianta si può arrivare ad una larghezza di 60-70 metri… Il compagno Stalin criticò decisamente i lavori per il rinverdimento della città. Qualcuno pensava ingenuamente che quando avesse costruito qualche modesta aiola vicino ai marciapiedi rendendoli così più stretti, avrebbe perfettamente attuato il rinverdimento della città. Ma in effetti queste aiuole sarebbero servite solamente ad intralciare il traffico, senza arricchire per nulla l’atmosfera di ossigeno. Bisognava costruire grandi zone alberate e a prato e grandi viali.
Nel suo intervento il compagno Stalin disse anche che non solamente bisognava interrompere nuove costruzioni a carattere industriale a Mosca, ma che bisognava anche eliminare dalla città certe imprese industriali nocive alla salute dei cittadini. È possibile che noi ci imbattiamo in svariate difficoltà, in proteste da parte dei singoli comitati popolari, ma noi dobbiamo agire egualmente. Uno dei relatori citò il caso di certi costruttori che edificavano case sgradevoli a vedersi, che disturbavano l’aspetto delle vie. Il compagno Stalin in tono interrogativo chiese: ‘Sono colpevoli di una simile cosa?’. La replica bene appropriata colpì nel segno. Comprendemmo perfettamente che i colpevoli eravamo noi architetti e urbanisti.
Nel suo discorso Iosif Vissarionovic ci ricordò ancora una volta che noi falliremmo nel nostro intento. Disse che era necessario il più attento controllo sulle costruzioni, dato che le singole organizzazioni costruivano dove e come pareva a loro. ‘Bisogna costruire, – disse il compagno Stalin, – secondo un piano ben preciso e obbligatorio. Chiunque tenti di alterare questo piano deve essere richiamato all’ordine’. Per iniziativa del compagno Stalin e con la sua immediata e diretta partecipazione ebbe inizio un immenso lavoro creatore per la redazione del piano generale di ricostruzione di Mosca… Nella storia del genere umano non vi sono esempi paragonabili al gigantesco lavoro che si conduce per la ricostruzione di Mosca. Saggezza e immensa sollecitudine per i lavoratori si rivelano in ogni parola, in ogni cifra del piano generale di ricostruzione della capitale. Sotto gli occhi di tutti avviene la trasformazione dell’antica Mosca dalla pianta a forma di gomito, con le sue strade sporche, strette e luride, con i suoi vicoli ciechi, in una città bella, progredita, dotata di ogni comodità, degna dell’epoca staliniana. Con grande preveggenza e con straordinaria attenzione per i bisogni e gli interessi della popolazione della capitale, il compagno Stalin dà alle organizzazioni moscovite le indicazioni e i consigli sul modo migliore per costruire le case di abitazione e sulla migliore organizzazione urbanistica… In una parola non c’è parte della vita cittadina alla quale non abbia preso parte, in funzione di dirigenza e con estrema sollecitudine per i lavoratori, il compagno Stalin”.126
E questo è l’atteggiamento e il comportamento tenuto da Stalin verso ogni aspetto, ogni questione, ogni problema “piccolo” o “grande”. Anche questo è un motivo per cui gli operai sovietici, il popolo e i comunisti dell’URSS hanno riconosciuto a Stalin il merito dei successi e delle vittorie del socialismo. Con il suo esempio Stalin si è guadagnato l’alta stima e il grande affetto del suo popolo. Per questo Stalin è stato una “guida vera” per il suo Paese. Un esempio fatto di dedizione totale alla classe operaia e alla causa del socialismo. Rimase sempre dedito al suo lavoro ed instancabile in esso. Svolto con la riconosciuta meticolosità, con l’approfondita conoscenza dei problemi, con il pieno coinvolgimento di quanti fossero interessati alle questioni che di volta in volta si andavano ad affrontare. Questo fu sempre il suo metodo e il suo stile di lavoro.
Per i suoi meriti eccezionali nell’opera di organizzazione del partito bolscevico, nella formazione dello Stato sovietico, nell’edificazione della società socialista e nel rafforzamento dell’amicizia tra i popoli dell’URSS, il Presidium del Soviet Supremo insignì, il 20 dicembre 1939, Stalin del titolo di Eroe del Lavoro Socialista. Il 22 dicembre, inoltre, Stalin venne eletto membro onorario dell’Accademia delle Scienze dell’URSS.
In ogni questione affrontata e in ogni lavoro svolto, Stalin non ha mai lesinato forze ed energie, anche nei momenti più duri e difficili della sua vita personale. Mai chiese qualcosa per sé, o fece intercessioni di sorta per i suoi familiari. Nel 1918, Stalin si unì alla sua seconda compagna di vita, Nadezda Alliluyev. Iscritta al partito bolscevico, Nadezda lavorò per alcuni anni alla segreteria di Lenin e a quella del Commissariato del popolo alle nazionalità, con Stalin. Seguì il suo compagno anche a Tsaritsyn, nel periodo della guerra civile. Dopo la morte di Lenin lavorò nella redazione della rivista “Rivoluzione e cultura” e, nel 1929, riprese gli studi iscrivendosi all’Accademia industriale scegliendo la specializzazione in fibre artificiali. Stalin e la Alliluyev vivevano in un piccolissimo appartamento al Cremlino e quando, nel 1921, nacque il loro figlio Vasilij, e Jakov, primogenito di Stalin, si riunì al padre, fu Lenin a chiedere che venisse assegnato loro un alloggio più grande, ben sapendo che Stalin non lo avrebbe fatto. Né Stalin intervenne in alcun modo quando il partito prese un provvedimento disciplinare contro Nadezda per un allentamento della sua attività sociale e del lavoro di partito, dimostrando una volta di più che mai egli fece valere la sua autorità per un qualche suo “interesse” o “favore” personale o familiare.
Rari furono, inoltre, i momenti di riposo che Stalin si concesse data l’enorme mole di lavoro che doveva svolgere per fare fronte ai suoi molteplici impegni. Di questi rari momenti egli approfittò per riunirsi, nella dacia di Zubalovo, con la moglie, i figli e la sua famiglia – i familiari di Ekaterina Svanidze, la sua prima compagna, e gli Alliluyev – o per “coltivare” le sue passioni: la musica, il cinema e il teatro, assistendo a qualche rappresentazione al termine delle quali si soffermava brevemente a salutare gli artisti e scambiare con loro qualche parola.
La grande mole di lavoro svolto ha influito non poco anche sulla sua salute fisica. Proprio gli anni trenta, sotto questo aspetto, segnarono un periodo particolarmente tormentato dall’acutizzarsi della malattia reumatica di cui soffriva già dagli anni della giovinezza e dall’insorgere di problemi polmonari che lo costrinsero a ricorrere spesso a brevi soggiorni di cura a Soci. Poi i gravi e tragici lutti che lo colpirono negli affetti più cari. Prima fra tutte la morte dell’amata compagna Nadezda che dopo la nascita della figlia Svetlana, nel 1926, iniziò a soffrire di una grave depressione. Questa debilitazione nervosa ebbe certamente nell’ereditarietà familiare una delle sue concause. Ne soffrirono infatti alcuni familiari di Olga, la madre di Nadezda, e, nella famiglia Alliluyev, anche il fratello Fedor. Nell’estate del 1930 lo stato di salute di Nadezda si aggravò ed essa andò in Germania, ospite del fratello Pavel, per un breve periodo di cura. Poi, improvvisamente, la sera dell’otto novembre 1932 il tragico epilogo, con il suicidio di Nadezda. Stalin da questa perdita rimase provato nei suoi più intimi sentimenti né, come ricordato dalla figlia Svetlana e dagli amici più stretti, il tempo è mai riuscito a sopire il dolore e l’amarezza provocati da questa perdita. Nel giugno del 1937, poi, la morte della madre Ekaterina che lui e Nadezda con insistenza, ma invano, avevano cercato di convincere a lasciare la Georgia per andare a vivere con loro a Mosca. Rimase sempre in contatto epistolare con lei e, nel 1935, riuscì anche a farle una breve visita a Tiflis. E infine la scomparsa di Jakov, il figlio primogenito, barbaramente assassinato in un campo di concentramento nazista, dopo essere stato catturato dai tedeschi durante la seconda guerra mondiale. I criminali nazisti tentarono con il ricatto più vile di porre condizioni in cambio del rilascio del prigioniero, ma Stalin si oppose sempre fermamente a qualsiasi trattativa con il nemico. Non c’è disprezzo sufficiente a coprire quanti hanno sfruttato perfino questa tragedia pur di infangare la memoria di Stalin, spacciando il fermo rifiuto a un ignobile ricatto per l’ennesimo esempio della crudeltà del despota. Del resto dall’abisso della bassezza morale di costoro non è certo possibile percepire la grandezza di Stalin.

Capitolo 18
La situazione internazionale e la politica estera sovietica tra le due guerre

La fine della prima guerra mondiale vide una trasformazione radicale della situazione internazionale. Il crollo dell’impero zarista, la conclusione vittoriosa del processo rivoluzionario in Russia e la pesante sconfitta della Germania, ridisegnarono i confini geografici, mutarono il quadro politico ed i rapporti di forza tra gli Stati. Il Trattato di Versailles, che i dirigenti tedeschi firmarono il 28 giugno 1919, impose pesanti condizioni alla Germania sul piano territoriale e delle Colonie, nonché su quello economico e militare.
– Le nuove frontiere della Germania. Sul fronte orientale vi fu il riconoscimento internazionale dell’indipendenza della Polonia che ottenne Poznan, parte della Slesia superiore e della Prussia occidentale e un corridoio di terra che le garantiva l’accesso al mare. Danzica ebbe lo statuto di “città libera” sotto l’amministrazione della Società delle Nazioni. Alla Cecoslovacchia venne annesso il distretto di Hultschin, nell’alta Slesia. Il porto di Memel con la zona ad esso adiacente, che prima della guerra era parte integrante della Germania, fu posto anch’esso sotto amministrazione della Società delle Nazioni e, solo nel 1923, riannesso alla Lituania. Sul fronte occidentale al Belgio vennero riconosciuti i circondari di Enpen, Malmedye e Moreanet. La Francia ottenne l’Alsazia e la Lorena. La Saar passò sotto amministrazione della Società delle Nazioni per 15 anni e alla Francia vennero date in proprietà le sue miniere di carbone. Per 15 anni, inoltre, le truppe alleate dovevano occupare la riva sinistra del Reno, mentre lungo la riva destra veniva creata una fascia smilitarizzata larga dai 50 ai 60 km.
– La spartizione delle Colonie tedesche. La zona tedesca della Nuova Guinea venne data all’Australia e l’isola di Samoa alla Nuova Zelanda. Al Giappone vennero concesse le isole Marshall, le Marianne e le Caroline. Inoltre Tokio ottenne il controllo della provincia cinese dello Shantung che la Germania amministrava prima della guerra. Le Colonie africane vennero invece spartite tra le nazioni europee. Al Belgio il Ruanda-Burundi; al Portogallo il triangolo del Kionga; Camerun e Togo vennero suddivisi tra Francia e Inghilterra e a Londra vennero anche concessi i mandati sulla parte principale dell’ex Africa orientale tedesca. Infine all’Unione Sudafricana passò l’Africa sudoccidentale.
– Le riparazioni economiche. La soluzione delle ripartizioni ai vari Paesi delle “riparazioni economiche” venne affidata ad una speciale “Commissione delle Riparazioni” di cui facevano parte a pieno titolo USA, Inghilterra, Francia, Belgio e Italia, e a cui erano saltuariamente ammessi i rappresentanti di Jugoslavia e Giappone. Alla Germania fu fatto obbligo di pagare entro il 1 maggio 1921 la prima rata della quota “riparazioni” ammontante a venti miliardi di marchi oro. Il governo tedesco era inoltre tenuto ad indennizzare i danni causati ai cittadini delle potenze alleate ed a farsi carico delle spese per le pensioni ai soldati dell’Intesa ed ai loro familiari. Fu imposto altresì ai tedeschi di consegnare ai vincitori una grande quantità di bestiame, grossa parte della flotta mercantile e del materiale mobile ferroviario.
– Gli aspetti militari. Gli articoli militari del Trattato di Versailles, sono ampiamente esplicativi della politica internazionale che volevano intraprendere le potenze capitalistiche occidentali. Se da una parte si era voluto indebolire il ruolo tedesco nei confronti dell’Intesa, la Germania veniva ampiamente utilizzata dai Paesi vincitori in funzione antisovietica. USA, Inghilterra e Francia si accordarono per lasciare alla Germania un esercito di centomila effettivi fra soldati e ufficiali; di mantenere una flotta militare composta da sei corazzate, sei incrociatori leggeri, dodici torpediniere ed altrettanti cacciatorpediniere. Le fu invece proibito di avere carri armati, autoblindo, aerei militari, sottomarini ed armi chimiche. Ma, mentre fu fatto obbligo al governo tedesco di distruggere tutte le difese costiere e le fortificazioni lungo la frontiera occidentale, gli si garantì di conservare le fortificazioni sulla frontiera orientale e mantenere le proprie forze armate nei paesi baltici.
Come già detto, dunque, l’imposizione alla Germania del Trattato di Versailles, mutava radicalmente i rapporti di forza tra le potenze. Il governo tedesco richiese più volte, ma invano, una revisione del Trattato che, tra l’altro, creò all’interno del paese un clima politico favorevole alla propaganda e allo sviluppo di un esacerbato nazionalismo di cui profittarono Hitler e il suo movimento nazista.
L’Unione Sovietica considerò sin dall’inizio il Trattato di Versailles, un cattivo trattato, stimolo alla guerra. “Che cos’è dunque il trattato di Versailles? – affermò Lenin il 15 ottobre 1920 – Una pace inverosimile, brigantesca, che riduce in uno stato di schiavitù decine di milioni di uomini, anche dei paesi più civili. Non si tratta nemmeno di una pace, ma delle condizioni poste dai banditi, col coltello in pugno, a una vittima inerme. I nemici della Germania le hanno tolto con il trattato di Versailles tutte le sue colonie. La Turchia, la Persia e la Cina sono state ridotte in stato di schiavitù. Si è creata una situazione in cui i sette decimi della popolazione mondiale si trovano in una condizione di asservimento. Questi schiavi, sparsi in tutto il mondo, sono esposti alle torture inflitte loro da un pugno di paesi: Inghilterra, Francia e Giappone. Ecco perché tutto questo assetto internazionale, tutto quest’ordine che poggia sul trattato di Versailles, è seduto su un vulcano: i sette decimi della popolazione della terra, che sono stati asserviti, aspettano infatti con impazienza che qualcuno dia inizio alla lotta, che questi Stati comincino a vacillare”.127
E l’Unione Sovietica, stabilizzata la situazione interna dopo la vittoria della Rivoluzione d’Ottobre e reso saldo il nuovo potere dei Soviet, profuse grande attenzione ed impegno nell’analisi della situazione internazionale, così come nell’attuazione concreta e puntigliosa di una politica estera in grado di salvaguardare l’integrità e lo sviluppo del primo Stato socialista, ben consapevole che gli interessi dei popoli erano tutt’uno con i suoi stessi interessi. Un nuovo sistema, il sistema socialista, irruppe nel panorama politico internazionale. Un sistema totalmente estraneo e avverso alla politica di spartizione e di dominio imperialista praticato dalle grandi potenze capitalistiche.
L’URSS di Lenin e Stalin in politica estera agì e lavorò principalmente per rinsaldare la pace sui propri confini e, nel contempo, salvaguardare la pace nel mondo, nel momento stesso in cui già cominciavano a intravedersi i primi focolai di belligeranza, sinistro preludio alla dolorosa catastrofe rappresentata dalla seconda guerra mondiale.
Per rendere concreta questa azione, il governo sovietico si attivò con coerenza e fermezza, in primo luogo per allacciare rapporti con tutti i paesi, non escluse le grandi potenze imperialiste. Un aspetto importante, fondamentale, per raggiungere questo obiettivo fu quello dei rapporti economici e commerciali.
“Durante i quattro anni e più di esistenza del potere sovietico, – affermava Lenin nel 1922 – abbiamo naturalmente acquistato una sufficiente esperienza pratica (senza contare che ne avevamo abbastanza anche dal punto di vista teorico) per saper valutare giustamente il giuoco diplomatico messo in atto, secondo tutte le regole della vecchia arte diplomatica borghese, dai signori rappresentanti degli Stati borghesi. Noi comprendiamo benissimo che cosa si trova alla base di questo giuoco: sappiamo che la sua sostanza è il commercio. I paesi borghesi hanno bisogno di commerciare con la Russia: essi sanno che senza una qualche forma di rapporti economici la loro crisi continuerà, così come è continuata fino ad oggi; nonostante tutte le loro splendide vittorie, nonostante le innumerevoli vanterie di cui riempiono i giornali e i telegrammi inviati in tutte le parti del mondo, la loro economia si sta sgretolando…
Noi già da molto diciamo e sappiamo che essi hanno dato della guerra imperialistica un giudizio meno esatto del nostro. Essi l’hanno giudicata dal punto di vista di quel che avevano davanti agli occhi, e tre anni dopo le loro gigantesche vittorie non riescono a trovare una via d’uscita.
Noi comunisti dicevamo che il nostro giudizio sulla guerra era più giusto e più profondo, che le contraddizioni e le calamità della guerra hanno una influenza incomparabilmente più vasta di quel che pensano gli Stati capitalisti. E, osservando da spettatori i paesi borghesi vincitori, dicevamo: dovranno ricordare più di una volta le nostre previsioni e il nostro giudizio sulla guerra. Non ci meraviglia che essi si siano smarriti in una foresta di tre pini. Ma nello stesso tempo diciamo: dobbiamo commerciare con gli Stati capitalistici finché questi ultimi esistono in quanto tali. Noi iniziamo trattative con loro in veste di commercianti, e che questo sia realizzabile lo dimostra sia il numero sempre crescente degli accordi commerciali con le potenze capitalistiche che il volume degli affari combinati”.128
Il 1921 fu, sotto questo aspetto, un anno prodigo di successi per il giovane Stato sovietico. Nel corso di quell’anno, infatti, venne firmato con l’Inghilterra il primo di una lunga serie di accordi commerciali. Ad esso, altri ne seguirono, a partire da quello con la Germania siglato il 6 maggio e, via via, con l’Austria, la Norvegia, l’Italia, la Danimarca e la Cecoslovacchia. Attraverso questa serie di accordi commerciali la Russia sovietica incrinò, fino a farlo saltare completamente, il piano di quanti cercavano di strangolare economicamente il paese, gettando solide basi per lo sviluppo del commercio estero sovietico. Con i paesi capitalistici i rapporti rimasero in quel periodo nel solo ambito commerciale. Questo per il loro rifiuto a stabilire normali relazioni diplomatiche con la Russia sovietica, che essi subordinavano all’accettazione da parte del governo di Mosca delle loro pretese circa il pagamento dei debiti contratti dal governo zarista e dal governo provvisorio, il libero accesso dei loro capitali in Russia e la soppressione del monopolio di Stato sul commercio estero.
Ben diversamente si svilupparono invece i rapporti politici tra la Russia sovietica e i paesi succubi dell’oppressione coloniale e del dominio e delle mire egemoniche dell’imperialismo, a partire dagli Stati d’Oriente. Il 26 febbraio 1921, dopo l’avvenuto riconoscimento da parte del governo di Mosca dell’indipendenza e della sovranità dell’Iran, il ritiro delle truppe russe da quel paese e l’abrogazione del vecchio accordo stipulato dal regime zarista, Iran e RSFSR stipularono un nuovo trattato basato sull’uguaglianza e la parità fra i contraenti. Il 28 febbraio 1921 un analogo trattato venne stipulato tra la RSFSR e l’Afghanistan, a cui seguirono quello con la Turchia, marzo 1921, e con la Mongolia, 5 novembre 1921. Questi primi atti del governo sovietico resero evidente al mondo intero l’abisso esistente tra la nuova Russia e il regime zarista, e l’intenzione dei sovietici di instaurare nuovi e più ampi rapporti di collaborazione e di amicizia con tutti i popoli e i paesi sulla base dell’effettiva eguaglianza, della parità e del reciproco interesse. Rispetto a questa volontà, a nulla valsero i tentativi di far fallire la realizzazione di questi trattati messi in atto da Inghilterra e Francia che, su quei paesi, esercitavano il loro dominio coloniale.
Il 28 ottobre 1921 il governo sovietico inviò ai governi di Stati Uniti, Inghilterra, Francia, Giappone e Italia una nota nella quale proponeva la convocazione di una Conferenza internazionale per la pace, per il riconoscimento della RSFSR e la regolazione dei rapporti diplomatici. Questa Conferenza internazionale si svolse a Genova nell’aprile del 1922. Ad essa, le maggiori potenze capitalistiche si presentarono unite nel chiedere alla Russia sovietica di riconoscere gli impegni presi dal regime zarista e dal governo provvisorio, di accettare il controllo del suo bilancio statale da parte di una speciale “commissione del debito russo” e di restituire agli ex padroni stranieri le aziende e le fabbriche russe che prima della rivoluzione erano state di loro proprietà. Cicerin, commissario del popolo per gli affari esteri, non solo rifiutò energicamente queste proposte dettate esclusivamente dalla volontà di ingerenza negli affari interni della RSFSR e dal tentativo di soffocare sul nascere l’edificazione socialista, ma rese esplicite le linee guida della politica estera sovietica.
“Nell’attuale epoca storica, – disse Cicerin nel suo intervento alla Conferenza – che rende possibile l’esistenza parallela del vecchio regime sociale e del nuovo che sta sorgendo, la cooperazione economica fra gli Stati rappresentanti due sistemi di proprietà è una necessità imperativa per la ricostruzione economica generale… Noi siamo pronti a prender parte al lavoro generale, nell’interesse sia della Russia che dell’Europa, nell’interesse di decine di milioni di uomini che il dissesto economico condanna a insopportabili privazioni e sofferenze che dipendono dalla disgregazione economica, e a sostenere tutti i tentativi, diretti anche solo ad un palliativo miglioramento dell’economia mondiale, ad allontanare le minacce di nuove guerre”.129
La Conferenza di Genova non portò a nessun accordo particolare, ma evidenziò il carattere della politica estera sovietica e l’ostacolo che essa avrebbe rappresentato ai piani di dominio imperialistico perseguiti dalle potenze capitalistiche a livello internazionale. La reazione delle grandi potenze fu immediata e virulenta. In particolare quella dell’Inghilterra che intravvedeva soprattutto negli accordi stipulati fra Mosca e i Paesi d’oriente una seria e concreta minaccia al mantenimento del suo dominio coloniale. Questa feroce campagna antisovietica sfociò nell’assassinio avvenuto a Losanna il 10 maggio 1923 del diplomatico sovietico Voroskij. Assassinio compiuto da una “guardia bianca” che lì aveva trovato asilo. Questa violenta campagna antisovietica trovò un argine potente principalmente nella solidarietà e nella mobilitazione dei lavoratori inglesi e di altri paesi a favore dell’URSS, che il 2 febbraio 1924 fu finalmente riconosciuta dalla Gran Bretagna. Il governo di Mosca dovette tuttavia più volte ancora far fronte con risoluta fermezza e saldezza di nervi alle ripetute provocazioni, non solo “diplomatiche”, e ai tentativi di isolamento perpetrati ai suoi danni.
Nell’aprile 1927, sotto diretta istigazione dei governi inglese e americano, la polizia cinese irruppe nell’ambasciata sovietica a Pechino, arrestando tutti i funzionari presenti. Il 12 maggio dello stesso anno fu invece la polizia inglese a fare irruzione nella sede della delegazione commerciale sovietica in Gran Bretagna. Fu una provocazione assai seria alla quale Mosca rispose inviando al governo di Londra una nota di protesta molto decisa. Il 27 maggio il ministro degli esteri inglese Chamberlain annunciò l’annullamento dell’accordo commerciale e la rottura delle relazioni diplomatiche con l’URSS. Il 7 giugno vi fu poi l’assassinio a Varsavia dell’ambasciatore sovietico in Polonia, Vojkov, anche questo attuato da un fuoriuscito ex “guardia bianca”. Non è certo un caso che tutte queste provocazioni e questi reiterati tentativi di isolamento messi in atto contro l’URSS, avvennero in concomitanza con la “Conferenza economica internazionale” svoltasi nel maggio 1927. Conferenza nella quale l’URSS ebbe un ruolo attivo, proponendo tra l’altro: l’annullamento di tutti i debiti di guerra, il diritto dei popoli all’autodeterminazione, il ritiro delle truppe straniere dalle Colonie ed, inoltre, l’adozione a livello internazionale della giornata lavorativa di otto ore e l’introduzione in tutti i paesi delle libertà sindacali; poi, sul piano dell’adozione di una seria politica di pace, la delegazione sovietica avanzò anche concrete proposte per un effettivo disarmo e per la riduzione delle spese militari. Risulta quanto mai evidente quindi, come l’irruzione del socialismo, del primo Stato socialista sulla scena internazionale, abbia dato alla classe operaia e ai popoli del mondo un peso e un ruolo del tutto nuovi e un’accresciuta capacità di azione sul piano della politica internazionale.
“La Rivoluzione d’ottobre – ha scritto Stalin nel 1927 – ha scosso l’imperialismo non soltanto nei centri del suo dominio, non solo nelle ‘metropoli’. Essa ha anche colpito l’imperialismo alle spalle, alla sua periferia, scalzando il dominio dell’imperialismo nei paesi coloniali e nei paesi soggetti.
Abbattendo i grandi proprietari fondiari e i capitalisti, la Rivoluzione d’ottobre ha spezzato le catene del giogo nazionale e coloniale e ha liberato da esso tutti, senza eccezione, i popoli oppressi di un vasto Stato. Il proletariato non può liberare se stesso senza liberare i popoli oppressi. Il tratto caratteristico della Rivoluzione d’ottobre è il fatto che essa ha compiuto nell’URSS queste rivoluzioni nazionali e coloniali non sotto la bandiera degli odii nazionali e dei conflitti fra le nazionalità, ma sotto la bandiera della fiducia reciproca e della convivenza fraterna degli operai e dei contadini delle nazionalità dell’URSS, non in nome del nazionalismo, ma in nome dell’internazionalismo.
Appunto perché le rivoluzioni nazionali e coloniali si sono compiute da noi sotto la direzione del proletariato e sotto la bandiera dell’internazionalismo, appunto perciò i popoli paria, i popoli schiavi sono assurti per la prima volta nella storia dell’umanità alla posizione di popoli realmente liberi e realmente uguali, guadagnando col loro esempio i popoli di tutto il mondo.
Ciò significa che la Rivoluzione d’ottobre ha aperto una nuova epoca, l’epoca delle rivoluzioni coloniali, che si compiono nei paesi oppressi di tutto il mondo in alleanza col proletariato, sotto la direzione del proletariato…
Fatti come lo sviluppo del movimento rivoluzionario dei popoli asserviti della Cina, dell’Indonesia, dell’India, ecc. e l’aumento della simpatia di questi popoli per l’URSS lo confermano in modo sicuro.
L’era del tranquillo sfruttamento e dell’oppressione indisturbata delle colonie e dei paesi soggetti è tramontata…
La Rivoluzione d’ottobre ha inferto al capitalismo mondiale una ferita mortale, che esso non potrà più sanare. Appunto per questo il capitalismo non potrà mai più ritrovare l”equilibrio’ e la ‘stabilità’ che esso possedeva prima dell’Ottobre. Il capitalismo può stabilizzarsi parzialmente, può razionalizzare la sua produzione, dare al fascismo la direzione del paese, domare momentaneamente la classe operaia, ma non ritroverà mai più la ‘tranquillità’, la ‘sicurezza’, l”equilibrio’, la ‘stabilità’ di cui si vantava nel passato…
La Rivoluzione d’ottobre ha elevato notevolmente la forza e il peso specifico, il coraggio e la combattività delle classi oppresse di tutto il mondo, costringendo le classi dominanti a tener conto di esse, come di un fattore nuovo, importante. Oggi non è più possibile considerare le masse lavoratrici del mondo come una ‘folla cieca’, errante nelle tenebre e priva di prospettive, perché la Rivoluzione d’ottobre ha creato per queste masse un faro, che illumina loro la via e apre loro delle prospettive. Se nel passato non v’era una tribuna universale aperta, per manifestare e formulare le speranze e le aspirazioni delle classi oppresse, oggi questa tribuna esiste, ed è la prima dittatura proletaria. Non si può mettere in dubbio che la distruzione di questa tribuna piomberebbe per lungo tempo la vita politica e sociale dei ‘paesi progrediti’ nelle tenebre d’una reazione nera e sfrenata. Non si può negare che il semplice fatto dell’esistenza dello ‘Stato bolscevico’ mette un freno alle forze nere della reazione, facilitando alle classi oppresse la lotta per la loro liberazione. Ciò spiega, in fin dei conti, l’odio bestiale che gli sfruttatori di tutti i paesi nutrono contro i bolscevichi”.130
Nel 1929 ebbe inizio una nuova crisi che coinvolse tutto il mondo capitalistico. Fu una crisi che segnò una marcata differenziazione rispetto a quelle che periodicamente si sviluppano nei regimi capitalistici. In primo luogo perché coinvolse appunto tutto il mondo capitalistico e non soltanto questo o quel paese; in secondo luogo perché colpì tutti i settori dell’economia, industriale, agricolo, commerciale, finanziario, creditizio, ecc.; in terzo luogo perché fu una crisi che si sviluppò nell’arco di un lungo periodo. Una crisi devastante, caratterizzata da un diffuso incremento della disoccupazione che impose soprattutto agli operai, ai contadini e alle masse popolari indicibili condizioni di sofferenza e di miseria. Stalin nel suo Rapporto al XVII Congresso del PC(b) dell’URSS, presentato il 26 gennaio 1934, mise in risalto come quella crisi abbia influenzato la situazione politica. Sono parole, quelle di Stalin, chiare, che ci fanno capire quanta lucidità, correttezza e lungimiranza vi era nella sua analisi. “Come risultato di questa prolungata crisi economica, – affermò Stalin nel suo Rapporto – si è avuto un aggravamento, finora senza precedenti, della situazione politica dei paesi capitalistici, tanto all’interno di quei paesi che nei rapporti fra l’uno e l’altro.
Il rafforzamento della lotta per i mercati esteri, la distruzione degli ultimi residui del libero commercio, i dazi doganali proibitivi, la guerra commerciale, la guerra monetaria, il dumping e molte altre misure analoghe che rivelano un nazionalismo estremo nella politica economica, hanno inasprito al massimo grado i rapporti fra i vari paesi, hanno creato la base per dei conflitti militari e hanno posto all’ordine del giorno la guerra come mezzo per una nuova spartizione del mondo e delle sfere di influenza a profitto degli Stati più forti.
La guerra del Giappone contro la Cina, l’occupazione della Manciuria, l’uscita del Giappone dalla Società delle Nazioni e la sua avanzata nella Cina del Nord hanno reso ancora più tesa la situazione. L’accentuarsi della lotta per il Pacifico e l’aumento degli armamenti militari e navali nel Giappone, negli Stati Uniti, nell’Inghilterra e nella Francia, sono il risultato di questo aggravamento.
L’uscita della Germania dalla Società delle Nazioni e lo spettro della rivincita hanno dato un nuovo impulso all’inasprirsi della situazione e all’incremento degli armamenti in Europa.
Non c’è da stupirsi se il pacifismo borghese vivacchia oggi miserevolmente e se alle chiacchiere sul disarmo vengono sostituite delle trattative ‘realistiche’ in vista dell’armamento e del riarmo.
Di nuovo, come nel 1914, si presentano in primo piano i partiti dell’imperialismo guerrafondaio, i partiti della guerra e della rivincita.
È chiaro che si va verso una nuova guerra.
Ancor più si inasprisce, sotto l’azione di questi stessi fattori, la situazione interna dei paesi capitalistici. Quattro anni di crisi industriale hanno estenuato e ridotto alla disperazione la classe operaia. Quattro anni di crisi agraria hanno completamente rovinato gli strati dei contadini disagiati non solo nei principali paesi capitalistici, ma anche, e soprattutto, nei paesi dipendenti e coloniali. Sta di fatto che il numero dei disoccupati, nonostante tutti gli imbrogli delle statistiche per farlo apparire più basso, raggiunge, secondo le cifre ufficiali degli istituti borghesi, i tre milioni in Inghilterra, i cinque milioni in Germania, i dieci milioni negli Stati Uniti, senza parlare poi degli altri paesi d’Europa. Aggiungete i disoccupati parziali, il cui numero supera i dieci milioni, aggiungete le masse di milioni di contadini rovinati e avrete un quadro approssimativo della miseria e della disperazione delle masse lavoratrici…
Lo sciovinismo e la preparazione della guerra come elementi fondamentali della politica estera; la repressione contro la classe operaia e il terrore nel campo della politica interna, come mezzo indispensabile per il rafforzamento delle retrovie dei futuri fronti di guerra, – ecco che cosa preoccupa oggi particolarmente gli uomini politici imperialisti dei nostri giorni.
Non c’è da stupirsi che il fascismo sia diventato oggi l’articolo più di moda fra gli uomini politici della borghesia guerrafondaia. Non parlo soltanto del fascismo in generale, ma prima di tutto del fascismo di tipo tedesco, che erroneamente viene chiamato nazional-socialismo, perché il più minuzioso degli esami non lascia scoprire in esso neppure un atomo di socialismo.
In rapporto a ciò, la vittoria del fascismo in Germania non dev’essere soltanto considerata come un segno di debolezza della classe operaia e come il risultato del tradimento della classe operaia da parte della socialdemocrazia che ha aperto la strada al fascismo. Essa dev’essere anche considerata come un segno della debolezza della borghesia, come un segno del fatto che la borghesia non è più in grado di dominare coi vecchi metodi del parlamentarismo e della democrazia borghese e si vede perciò costretta a ricorrere nella politica interna a metodi di governo terroristici, come un segno del fatto che essa non è più in grado di trovare una via d’uscita dalla situazione attuale sulla base d’una politica estera di pace ed è perciò costretta a ricorrere a una politica di guerra.
Tale è la situazione.
Come vedete, si va verso una nuova guerra imperialista, come via d’uscita dalla situazione attuale.
Ma non vi è nessuna ragione di supporre che la guerra possa offrire un’effettiva via d’uscita. Al contrario, la guerra complicherà ancora di più la situazione. Per di più, essa scatenerà senza dubbio la rivoluzione e metterà in pericolo l’esistenza stessa del capitalismo in numerosi paesi, come già è avvenuto nel corso della prima guerra imperialista. E se, nonostante l’esperienza della prima guerra imperialista, gli uomini politici borghesi si aggrappano tuttavia alla guerra, come colui che affoga si aggrappa a un filo di paglia, vuol dire ch’essi si sentono definitivamente perduti e disorientati, che sono finiti in un vicolo cieco e sono pronti a gettarsi a capofitto nell’abisso…
Alcuni compagni pensano che non appena esiste una crisi rivoluzionaria, la borghesia debba venirsi a trovare in una situazione senza uscita, che la sua fine, di conseguenza, sia già segnata dal destino, che la vittoria della rivoluzione sia perciò fin d’ora assicurata e che non resti loro altro da fare che attendere la caduta della borghesia e redigere dei bollettini di vittoria. È questo un errore molto grave. La vittoria della rivoluzione non giunge mai da sola. Bisogna prepararla e conquistarla. E può prepararla e conquistarla soltanto un forte partito proletario rivoluzionario. Possono esistere dei momenti in cui la situazione è rivoluzionaria, il potere della borghesia è scosso sino alle fondamenta, ma la vittoria della rivoluzione non arriva, perché non esiste un partito rivoluzionario del proletariato sufficientemente forte e autorevole per condurre le masse al suo seguito e prendere il potere nelle proprie mani. Non sarebbe ragionevole pensare che simili ‘casi’ non possano verificarsi…
È facile capire quanto sia riuscito difficile all’URSS condurre la sua politica di pace in quest’atmosfera avvelenata dai miasmi delle combinazioni di guerra.
In questa ridda prebellica che si estende a tutta una serie di paesi, l’URSS ha continuato in questi anni a restare salda e incrollabile sulle sue posizioni di pace, a lottare contro il pericolo di guerra e per il mantenimento della pace, andando incontro a quei paesi i quali in un modo o nell’altro sono interessati al mantenimento della pace, denunciando e smascherando coloro che preparano, che provocano la guerra.
Su che cosa ha contato l’URSS in questa lotta difficile e complessa per la pace?
a) Sulla propria crescente forza economica e politica.
b) Sull’appoggio morale di milioni di operai di tutti i paesi vitalmente interessati al mantenimento della pace.
c) Sul buon senso di quei paesi che non sono interessati, per un motivo o per l’altro, alla rottura della pace, e vogliono sviluppare i rapporti commerciali con un contraente puntuale e corretto come l’URSS.
d) Infine, sul nostro glorioso esercito, pronto a difendere il paese dagli attacchi esterni.
Su questa base si è svolta la nostra campagna per la conclusione di un patto di non aggressione e d’un patto per la definizione dell’aggressore con gli Stati che confinano con noi. Voi sapete che questa campagna ha avuto successo. Com’è noto, un patto di non aggressione è stato concluso non soltanto con la maggioranza degli Stati confinanti con noi a occidente e a mezzogiorno, compresa la Finlandia e la Polonia, ma anche con paesi come la Francia e l’Italia; e un patto per la definizione dell’aggressore è stato concluso con gli stessi Stati confinanti con noi a occidente e a mezzogiorno, compresa la Piccola Intesa…
La nostra politica estera è chiara. È la politica del mantenimento della pace e del rafforzamento dei rapporti commerciali con tutti i paesi. L’URSS non pensa a minacciare e tanto meno ad attaccare chicchessia. Siamo per la pace e difendiamo la causa della pace. Ma non temiamo le minacce e siamo pronti a rispondere colpo per colpo ai fautori di guerra. Chi vuole la pace e cerca dei legami d’affari con noi, troverà sempre il nostro appoggio. Ma chi cercasse di attaccare il nostro paese, riceverà un tal colpo mortale, che gli passerà la voglia per il futuro di ficcare il suo grugno porcino nel nostro orto sovietico.
Tale è la nostra politica estera.
Il nostro compito consiste nel tradurre in pratica anche per il futuro questa politica con tutta la coerenza e la tenacia che sono necessarie”.131
La pesantissima crisi economica nei paesi capitalistici e la necessità di accaparrarsi nuove fonti di ricchezza e nuovi mercati accentuarono la precarietà degli equilibri internazionali scaturiti dal primo dopoguerra. Questa situazione, tutt’altro che stabile, ricevette un primo, pesante colpo dal Giappone che nel settembre 1931 invase il territorio nord-occidentale della Cina, rompendo gli accordi che lo legavano alla stessa Cina, agli USA e alle potenze dell’Europa. A questo pericoloso focolaio di guerra, se ne aggiunse ben presto un altro nel cuore stesso dell’Europa, con l’avvento al potere di Hitler in Germania nel gennaio del 1933 e l’inizio della politica ferocemente aggressiva ed espansionistica del nazismo. La borghesia tedesca dette un appoggio totale ed incondizionato alla politica di conquista del cosiddetto “spazio vitale” della Germania che altro non era che il piano di imperio hitleriano sul mondo, sviluppatosi attraverso la proclamazione dell’abbietta e criminale teoria della “superiorità della razza ariana” e del nefando, quanto velleitario ed illusorio, tentativo di distruggere e cancellare il bolscevismo. La prima decisione di Hitler fu l’uscita della Germania dalla Società delle Nazioni, cosa che del resto fece anche il Giappone. Fu un segnale chiaro, che dimostrò la sua intenzione di agire libero da ogni “condizionamento”, al di fuori e contro ogni regola del diritto e degli accordi internazionali.
Di fronte a questa situazione che rendeva sempre più concreta la minaccia di un nuovo conflitto imperialistico e alla pericolosità che in questo contesto poteva assumere, come effettivamente assunse, il nazifascismo, l’Unione Sovietica guidata da Stalin si dedicò con rinnovata forza e tenacia ed un costante impegno a salvaguardare quanto più possibile la pace e a creare le condizioni necessarie al suo mantenimento.
Il possente sviluppo dell’economia socialista, dell’Esercito rosso e il comune interesse che legava lo Stato socialista agli operai di tutto il mondo erano e rimasero sempre il fattore principale a garanzia della sicurezza, dell’integrità e della capacità di difesa dell’URSS. Ma determinante alla realizzazione di queste garanzie per l’URSS, per i popoli del mondo e per i paesi vittime del dominio coloniale e imperialistico, fu anche la possibilità di far crescere in campo internazionale, fra il maggior numero di paesi possibile, una politica in grado di salvaguardare la pace e di respingere ogni tentativo aggressivo.
Proprio in merito alla lotta contro ogni aggressione, l’Unione Sovietica presentò alla Conferenza internazionale sul disarmo un progetto di dichiarazione nel quale oltre a stabilire la definizione di “aggressore”, si determinavano le azioni collettive da intraprendere contro tali azioni aggressive. In particolare, nel progetto di proposta sovietica, l’aggressione veniva identificata: nella dichiarazione di guerra; nella penetrazione di forze armate straniere in un paese anche se in presenza di controversie di ordine politico, economico o strategico; nel bombardamento terrestre, navale o aereo di una Stato; nello sconfinamento di forze armate in una Stato, senza che il governo di quello stesso Stato abbia dato preventivo assenso allo sconfinamento; nel blocco navale delle coste e dei porti di un paese. Ogni violazione anche ad un solo di questi principi, andava considerato come un’azione di aggressione e doveva ricevere una risposta immediata ed automatica a livello internazionale.
Questa proposta sovietica, come detto, venne presentata alla Conferenza internazionale sul disarmo del febbraio 1933, a nemmeno un mese, cioè, dalla salita al potere di Hitler in Germania. Trovò l’adesione di diversi paesi, ma venne rifiutata dalle “grandi potenze”. Nel luglio 1933 la “Convenzione sulla definizione di aggressore” venne sottoscritta dall’URSS e dai governi di Afghanistan, Cecoslovacchia, Estonia, Iran, Jugoslavia, Lettonia, Lituania, Polonia, Romania e Turchia e, nel gennaio 1934, dalla Finlandia. Così l’Unione Sovietica cominciò il suo intenso lavoro diplomatico teso a costruire una politica di sicurezza e di resistenza collettiva agli aggressori, necessaria alla salvaguardia della pace mondiale e contro ogni mira aggressiva ed espansionista.
Per dare maggiore incisività ed efficacia a questa politica il CC del PC(b) dell’URSS valutò la possibilità di realizzare un trattato regionale di difesa contro l’aggressione, relativamente alla zona orientale dell’Europa che trovò da subito la netta opposizione della Germania, che già si preparava a “espandere” i suoi confini, e della Polonia; e per l’ingresso dell’URSS nella Società delle Nazioni, ingresso che si concretizzò nella seduta del 18 settembre 1934 che col voto favorevole di 27 dei 30 Stati aderenti e l’astensione di Argentina, Panama e Portogallo ammise l’Unione Sovietica in quell’organismo internazionale.
Nel marzo 1935, in aperta violazione del trattato di Versailles, il regime hitleriano introdusse in Germania la leva militare obbligatoria avviando, nel contempo, il massiccio riarmo di tutte le forze armate del paese. Dopo aver liquidato ogni opposizione interna e consolidato il potere dittatoriale, il nazismo si preparava ad attuare, passo dopo passo, i suoi affondi espansionistici.
Nel maggio l’URSS firmò due patti bilaterali di reciproco aiuto con Francia e Cecoslovacchia, insistendo tuttavia sulla necessità di arrivare a un accordo più ampio sul piano internazionale per garantire la sicurezza dei vari paesi, soprattutto di fronte alle mire aggressive degli Stati fascisti. Quanto fondate fossero le preoccupazioni sovietiche, lo dimostrarono l’invasione e l’occupazione militare italiana dell’Etiopia nell’ottobre del 1935 e l’occupazione della zona smilitarizzata del Reno da parte dell’esercito tedesco. Il via all’occupazione della Renania venne dato da Hitler il 7 marzo 1936 assieme al preciso ordine, per le sue truppe, di ritirarsi in caso di reazione armata francese. Questo perché, allora, l’esercito tedesco non si era ancora sufficientemente rafforzato e Hitler puntava, soprattutto, a saggiare la capacità di reazione politica di Francia e Inghilterra dimostratesi più divise da interessi tra loro divergenti, che propense a porre un argine immediato all’espansionismo nazista.
Sia per quanto riguardò l’attacco dell’Italia all’Etiopia, che per l’occupazione tedesca della Renania, l’URSS propose alla Società delle Nazioni l’adozione di energiche misure contro queste azioni aggressive. Contro l’Italia la Società delle Nazioni votò per l’applicazione di sanzioni economiche che rimasero, soprattutto per l’azione di Inghilterra e Francia, solo sulla carta; mentre praticamente nulla si fece contro l’occupazione della Renania che venne così, di fatto, tacitamente quanto irresponsabilmente avallata.
Inghilterra e Francia, supportate in questo anche dagli USA, iniziarono a praticare la politica del “non intervento” che spianò la strada alla guerra, mentre le loro diplomazie iniziarono a tessere, più o meno segretamente, una trama tesa a concludere un accordo a quattro (con Germania e Italia) in funzione chiaramente antisovietica. Poi fu la volta della Spagna dove, nel luglio 1936, ebbe inizio la rivolta fascista dei falangisti di Franco contro il legittimo governo di Madrid.
Francia e Inghilterra proclamarono subito la “non ingerenza” negli affari spagnoli, spingendo per un vasto accordo europeo in tal senso. Accordo che fu sottoscritto da 27 paesi nel mese di agosto e che prevedeva il divieto di fornitura di armamenti alle parti in conflitto ed anche il solo transito in Spagna di materiale bellico. Venne inoltre istituito un Comitato di controllo sull’accordo con sede a Londra, composto dai rappresentanti di tutti i paesi firmatari. Il governo sovietico aderì a questo patto convinto che se esso fosse stato effettivamente rispettato, il popolo spagnolo avrebbe sicuramente sconfitto e messo fine al tentativo fascista di rovesciare il legittimo governo del paese. I regimi fascisti di Italia e Germania che pure avevano sottoscritto l’accordo di “non ingerenza”, dimostrarono però da subito di non avere alcun’intenzione di rispettarlo iniziando non solo a rifornire di armi e munizioni i falangisti di Franco, ma inviando anche in Spagna loro “consiglieri militari” e reparti armati. Il governo di Mosca presentò alla riunione del Comitato di controllo del 7 ottobre1936 una dura nota di protesta contro l’operato di Italia e Germania, proponendo il controllo internazionale sui porti del Portogallo, da dove venivano riforniti i fascisti spagnoli, sottolineando altresì che se l’accordo di “non ingerenza” non fosse stato rispettato, l’URSS non si sarebbe più sentita vincolata all’accordo stesso e avrebbe fornito l’aiuto necessario al governo di Madrid e al popolo spagnolo. Ben presto fu chiaro che l’accordo di “non ingerenza” aveva completamente fallito il suo scopo e che i governi di Londra e Parigi non avevano nessuna intenzione di agire in concreto per arginare l’attacco fascista in Spagna.
Il popolo spagnolo nella sua eroica lotta contro il nazifascismo, fu lasciato solo dalle potenze capitalistiche che rifiutarono di intervenire a suo sostegno, inviando gli aiuti necessari, per – così dissero – non “estendere” e “aggravare” il conflitto. Il Congresso USA, da parte sua, votò nel 1937 l’embargo sull’esportazione di armi verso gli Stati aggressori, ma pensò bene, nel contempo, di estendere questo divieto anche alla repubblica spagnola. L’unico sostegno concreto al popolo spagnolo fu dato dall’URSS e dall’Internazionale Comunista con l’invio di viveri, medicinali, vestiario, materiale bellico e la formazione delle Brigate Internazionali che fece affluire in Spagna circa 35 mila volontari che combatterono fianco a fianco con il popolo spagnolo nell’eroica resistenza al nazifascismo durata fino all’aprile 1939, quando s’impose la dittatura fascista di Francisco Franco.
Il 1936 fu anche l’anno in cui cominciò a formarsi il blocco aggressivo nazifascista, che porterà alla nascita dell’asse Roma-Berlino-Tokio. Nell’ottobre 1936, infatti, venne stipulata l’intesa fra Germania e Italia e, il 25 novembre, il “patto anticomintern” fra Germania e Giappone, al quale l’Italia aderirà l’anno successivo, nel novembre 1937.
Il 12 marzo 1938 l’Austria fu occupata dalle truppe della Wermacht e, il giorno successivo, annessa al III Reich nazista. L’Unione Sovietica, per opporsi a quest’ennesimo atto di aggressione, si espresse per l’immediata convocazione di una conferenza internazionale. Il Commissario del popolo per gli affari esteri, Litvinov, ribadì che l’URSS era entrata a far parte della Società delle Nazioni per dare il suo contributo al mantenimento della pace nel mondo e denunciò la passività con la quale le grandi potenze capitalistiche avevano assistito negli ultimi quattro anni a tutti gli atti aggressivi del nazifascismo. Sottolineò, inoltre, come l’invasione dell’Austria portasse l’aggressione nel centro dell’Europa e che quest’aggressione, come più volte del resto avevano sottolineato i dirigenti sovietici, costituiva una minaccia diretta anche contro la Francia e l’Inghilterra e, nell’immediato futuro, contro la Cecoslovacchia. La situazione che si era creata, metteva le grandi potenze di fronte a precise responsabilità circa la sorte dei popoli dell’Europa e del mondo. In una dichiarazione alla stampa rilasciata il 17 marzo 1938, Litvinov dichiarò: “Domani può essere già tardi ma oggi c’è ancora tempo se gli Stati, ed in particolare le grandi potenze, assumeranno una decisa ed inequivocabile posizione sulla salvaguardia collettiva della pace”.132
Il governo sovietico, ancora una volta, sollecitava l’adozione di una risposta collettiva alle aggressioni, ma, ancora una volta, le potenze capitalistiche non accettarono le sue proposte. Stalin nel suo Rapporto al XVIII Congresso del PC(b) dell’URSS tenuto il 10 marzo 1939 analizzò questa situazione: “Ecco gli avvenimenti più importanti del periodo considerato, che hanno segnato l’inizio della nuova guerra imperialista. Nel 1935 l’Italia ha aggredito l’Abissinia e l’ha conquistata. Nell’estate del 1936, la Germania e l’Italia hanno intrapreso un intervento militare in Spagna, durante il quale la Germania si è installata nel Nord della Spagna e nel Marocco spagnolo, e l’Italia nel Sud della Spagna e nelle isole Baleari. Nel 1937, il Giappone, dopo essersi impadronito della Manciuria, ha invaso la Cina settentrionale e centrale, ha occupato Pechino, Tientsin, Sciangai e ha incominciato a cacciare dalle zone occupate i propri concorrenti stranieri. All’inizio del 1938, la Germania ha occupato l’Austria e, nell’autunno del 1938, la regione dei Sudeti della Cecoslovacchia. Alla fine del 1938, il Giappone ha occupato Canton e, all’inizio del 1939, l’isola di Hainan.
In tal modo la guerra, avvicinatasi ai popoli in modo così inosservato, ha coinvolto nella sua orbita oltre 500 milioni di uomini, estendendo la sfera della propria azione a un territorio immenso, da Tientsin, Sciangai e Canton, attraverso l’Abissinia, fino a Gibilterra.
Dopo la prima guerra imperialista gli Stati vincitori, soprattutto l’Inghilterra, la Francia e gli Stati Uniti d’America, avevano creato un nuovo regime di rapporti tra i paesi, il regime di pace del dopoguerra. Questo regime aveva per basi principali, in Estremo Oriente, il trattato delle nove potenze e, in Europa, il trattato di Versailles e un’intera serie di altri trattati. La Società delle Nazioni era chiamata a regolare le relazioni tra i paesi nel quadro di questo regime, sulla base di un fronte unico degli Stati, sulla base della difesa collettiva della sicurezza degli Stati. Tuttavia i tre Stati aggressori e la nuova guerra imperialista da loro scatenata hanno rovesciato da cima a fondo tutto questo sistema del regime di pace del dopoguerra. Il Giappone ha fatto a pezzi il trattato delle nove potenze; la Germania e l’Italia hanno fatto a pezzi il trattato di Versailles. Per avere le mani libere, tutti e tre questi Stati sono usciti dalla Società delle Nazioni.
La nuova guerra imperialista è diventata un fatto.
Ma non è tanto facile, nella nostra epoca, rompere di colpo i vincoli e gettarsi senz’altro nella guerra, senza tener conto né dei trattati di diverso genere, né dell’opinione pubblica. Ciò sanno abbastanza bene gli uomini politici borghesi. E non meno bene lo sanno i caporioni fascisti. Per questo i caporioni fascisti, prima di gettarsi nella guerra, hanno deciso di lavorare in un certo modo l’opinione pubblica, ossia di confonderla, d’ingannarla.
Un blocco militare della Germania e dell’Italia contro gli interessi dell’Inghilterra e della Francia in Europa? Ma fate il piacere, dov’è questo blocco? ‘Noi’ non abbiamo nessun blocco militare. ‘Noi’ abbiamo tutt’al più un inoffensivo ‘asse Berlino-Roma’, ossia una certa formula geometrica relativa all’asse.
Un blocco militare della Germania, dell’Italia e del Giappone contro gl’interessi degli Stati Uniti d’America, dell’Inghilterra e della Francia in Estremo Oriente? Ma neanche per sogno! ‘Noi’ non abbiamo nessun blocco militare. ‘Noi’ abbiamo tutt’al più un inoffensivo ‘triangolo Berlino-Roma-Tokio’, ossia un po’ d’inclinazione per la geometria.
La guerra contro gli interessi dell’Inghilterra, della Francia, degli Stati Uniti d’America? Sciocchezze! ‘Noi’ facciamo la guerra al Comintern e non a questi Stati. Se non ci credete, leggete il ‘patto anticomintern’, concluso tra l’Italia, la Germania e il Giappone.
Così pensavano di lavorare l’opinione pubblica i signori aggressori, benché non fosse difficile vedere che tutto questo gioco grossolano di mascheramento era cucito di filo bianco, perché è ridicolo cercare i ‘focolai’ dell’Internazionale comunista nei deserti della Mongolia, nelle montagne dell’Abissinia, nelle forre del Marocco spagnolo.
Ma la guerra è inesorabile. Non c’è velo che possa nasconderla. Poiché nessun ‘asse’, nessun ‘triangolo’, nessun ‘patto anticomintern’ può nascondere il fatto che nel frattempo il Giappone si è impadronito di un enorme territorio in Cina, l’Italia dell’Abissinia, La Germania dell’Austria e della regione dei Sudeti, la Germania e l’Italia insieme della Spagna, e tutto ciò contro gli interessi degli Stati non aggressori. Così, la guerra rimane guerra, il blocco militare degli aggressori un blocco militare, e gli aggressori restano aggressori.
Il tratto caratteristico della nuova guerra imperialista è che non è ancora diventata una guerra generale, una guerra mondiale. Gli Stati aggressori fan la guerra colpendo in tutti i modi gl’interessi degli Stati non aggressori, prima di tutto quelli dell’Inghilterra, della Francia e degli Stati Uniti d’America, mentre questi ultimi indietreggiano e cedono, facendo agli aggressori una concessione dopo l’altra.
Così si produce sotto i nostri occhi in modo aperto una spartizione del mondo e delle sfere d’influenza a spese degl’interessi degli Stati non aggressori, senza nessun tentativo di resistenza e perfino con una certa condiscendenza, da parte di questi ultimi.
È incredibile, ma è un fatto.
Come spiegare questo carattere unilaterale e strano della nuova guerra imperialista?
Come è potuto accadere che i paesi non aggressori, i quali dispongono di enormi possibilità, abbiano rinunciato così facilmente e senza resistenza alle loro posizioni e ai loro impegni, per compiacere agli aggressori?
È ciò dovuto alla debolezza, forse, degli Stati non aggressori? Evidentemente, no! Gli Stati democratici, non aggressori, presi insieme, sono indiscutibilmente più forti degli Stati fascisti, sia dal punto di vista economico che da quello militare.
Come spiegare allora le concessioni sistematiche di questi Stati agli aggressori?
Si potrebbe spiegare questo fatto, per esempio, colla paura della rivoluzione, che può scoppiare se gli Stati non aggressori entrano in guerra e la guerra assume un carattere mondiale. Gli uomini politici borghesi sanno, naturalmente, che la prima guerra imperialista mondiale ha condotto alla vittoria della rivoluzione in uno dei più grandi paesi. Essi hanno paura che anche la seconda guerra imperialista possa condurre alla vittoria della rivoluzione in uno o più paesi.
Questo però, per il momento non è l’unico motivo e nemmeno il motivo principale. Il motivo principale sta nella rinuncia da parte della maggioranza dei paesi non aggressori, e innanzitutto dell’Inghilterra e della Francia, alla politica della sicurezza collettiva, alla politica della resistenza collettiva agli aggressori, sta nel passaggio di questi Stati alla posizione del non intervento, alla posizione della ‘neutralità’.
Formalmente la politica del non intervento si potrebbe caratterizzare in questo modo: ‘Che ogni paese si difenda dagli aggressori come vuole e come può; noi non ci entriamo e faremo degli affari tanto con gli aggressori quanto con le loro vittime’. In realtà, però, la politica del non intervento significa connivenza con l’aggressione, con lo scatenamento della guerra e, di conseguenza, la sua trasformazione in guerra mondiale. Dalla politica del non intervento trapela la volontà, il desiderio di non turbare gli aggressori nella loro azione tenebrosa: di non impedire, per esempio, al Giappone di ingolfarsi in una guerra contro la Cina o, ancor meglio, contro l’Unione Sovietica; di non impedire, per esempio, alla Germania di impegolarsi negli affari europei e di ingolfarsi in una guerra contro l’Unione Sovietica; di lasciare che tutti i belligeranti sprofondino nel pantano della guerra, di incoraggiarli di nascosto, di lasciare che si indeboliscano e si logorino reciprocamente e poi, quando saranno sufficientemente spossati, farsi avanti con forze fresche, agire, naturalmente, ‘negl’interessi della pace’, e dettare ai belligeranti indeboliti le proprie condizioni.
Con eleganza e a buon mercato!”.133
Risulta ben chiaro dall’analisi di Stalin la vera natura della politica di “non intervento” praticata da Inghilterra, Francia e Stati Uniti che mascherandosi dietro una inesistente “volontà di pace”, lasciò campo libero al dispiegarsi dell’aggressione nazifascista. L’unica politica in grado di salvaguardare realmente la pace mondiale, era quella ripetutamente proposta dall’URSS tesa alla costruzione di una politica di sicurezza e di resistenza collettiva agli aggressori. Questa politica fu osteggiata da Stati Uniti, Francia e Inghilterra non perché queste democrazie capitalistiche fossero animate da “spirito di pace”, ma soltanto perché questi tre rapaci predoni imperialisti volevano, come sottolineò Stalin, una guerra “a buon mercato” per loro, una guerra in cui intervenire allorché la coalizione nazifascista si fosse sfiancata e indebolita in un conflitto con l’URSS, meglio ancora se dopo aver annientato l’URSS. Questa cinica politica gettò la sua maschera dopo l’ignobile accordo raggiunto alla Conferenza di Monaco, dove la Cecoslovacchia fu sacrificata allo scopo di scatenare l’espansionismo aggressivo nazifascista verso est, contro l’Unione Sovietica.

Capitolo 19
Verso la seconda guerra mondiale

La vergognosa capitolazione di Monaco

Un primo tentativo di aggressione della Germania nazista alla Cecoslovacchia venne attuato nel maggio 1938. Su precise direttive impartite da Berlino, il gruppo fascista capeggiato da Henlein che agiva nella regione dei Sudeti, regione abitata in parte da popolazione tedesca e divenuta parte integrante della Cecoslovacchia dopo la disgregazione dell’impero asburgico, iniziò una martellante campagna di propaganda nazionalistica per rivendicare l’autodeterminazione della popolazione tedesca della regione dei Sudeti. Contemporaneamente in Germania, la stampa del regime si attivò in un virulento attacco contro il governo di Praga e contro il patto con Mosca che – a loro detta – aveva trasformato la Cecoslovacchia in un focolaio del bolscevismo in Europa, mentre le truppe della Wermacht venivano trasferite al confine con la Cecoslovacchia e, tra il 21 e il 22 maggio, messe in assetto di guerra e pronte all’invasione. Immediata fu in Cecoslovacchia la mobilitazione del popolo, sostenuta anche da forti manifestazioni di massa in diversi paesi europei. Il governo di Praga, forte dell’appoggio dell’URSS e dell’accordo di mutua assistenza che lo legava alla Francia, che in quella situazione ben difficilmente avrebbe potuto sottrarsi al suo impegno, richiamò i riservisti e ordinò all’esercito di schierarsi a difesa delle frontiere.
Questa immediata e decisa reazione fece fallire i piani nazisti e furono la riprova di come il sistema di sicurezza collettiva che l’URSS andava da tempo proponendo, fosse l’unico metodo efficace per mantenere la pace e contrapporsi all’aggressione. Purtroppo gli imperialisti non erano interessati né alla pace, né alla sicurezza collettiva, ma solo ad accaparrarsi ricchezze e mercati.
La questione cecoslovacca si ripresentò acutissima nel settembre 1938. Mentre Hitler al congresso di Norimberga del partito nazista ripropose le sue mire sulla regione dei Sudeti, nei territori cecoslovacchi al confine con la Germania, gli sgherri al soldo del III Reich provocarono, nella notte del 12 settembre, scontri provocatori e sanguinosi. Tre giorni dopo, il 15 settembre, il primo ministro inglese Chamberlain si recò in Germania per incontrarsi con Hitler. Nell’incontro tra i due, svoltosi nella residenza privata del fuhrer, Hitler non usò mezzi termini. Disse che la regione dei Sudeti, che mai aveva fatto parte della Germania, doveva essere annessa al Reich. Chamberlain si mostrò subito acquiescente, chiedendogli qualche giorno di tempo per definire le linee d’azione del governo inglese e il coinvolgimento francese in esse.
Il 17 settembre, il governo inglese diede la sua unanime approvazione alla politica di Chamberlain favorevole a concedere a Hitler la regione dei Sudeti, isolare completamente l’URSS e lasciare campo libero alla Germania nazista nell’espansione ad est e nella guerra all’Unione Sovietica.
La linea di Chamberlain trovò il pieno consenso del primo ministro francese Daladier, così come del governo degli Stati Uniti, in tutto favorevole alla politica antisovietica perseguita con il “non intervento”. Inoltre, la diplomazia americana si adoperò, assieme ai governi di Londra e Parigi, per la piena capitolazione della Cecoslovacchia.
Il governo sovietico, dal canto suo, si adoperò al massimo delle sue possibilità per salvaguardare l’integrità territoriale della Cecoslovacchia e la libertà del suo popolo e scongiurare così lo scatenarsi generalizzato della guerra. L’URSS nella crisi generata dalle pretese annessionistiche della Germania nazista, si schierò subito a fianco della Cecoslovacchia e della volontà di resistenza all’aggressione dimostrata dal suo popolo. A migliaia gli abitanti di Praga e delle altre province del paese, nelle loro manifestazioni si recavano, cantando l’inno nazionale, davanti all’ambasciata sovietica chiedendo l’aiuto di questo paese e ricevendo sempre l’assicurazione, da parte dell’ambasciatore sovietico, che l’URSS, per sua parte, non si sarebbe sottratta al patto di mutua assistenza che la legava alla Cecoslovacchia.
Fino all’ultimo Mosca fece ogni sforzo per tentare di costruire un vasto fronte internazionale a sostegno della Cecoslovacchia. Si adoperò nella Società delle Nazioni perché l’aggressione della Germania fosse riconosciuta come tale, e, in quel consesso, si prendessero le decisioni in grado di permettere l’eventuale transito di truppe sovietiche attraverso la Polonia e la Romania per il sostegno militare alla Cecoslovacchia, superando così le resistenze dei colonnelli al potere a Varsavia. Quattro brigate dell’aeronautica sovietica, un totale di 548 aerei militari, furono mobilitate, pronte ad essere inviate in Cecoslovacchia. A Mosca il Commissario del popolo per gli affari esteri Litvinov, convocato l’ambasciatore tedesco Schulemburg, lo avvertì in maniera categorica e chiara che se la Germania fosse giunta ad azioni militari contro la Cecoslovacchia, l’Unione Sovietica avrebbe considerato la Germania responsabile di aggressione e avrebbe assicurato ogni assistenza alla Cecoslovacchia.
Il 19 settembre Inghilterra e Francia inviarono al governo di Praga un vero e proprio ultimatum, imponendogli di cedere la regione dei Sudeti a Hitler. Il presidente cecoslovacco Benes, che in nessun momento della crisi potè dubitare dell’aiuto dell’URSS, visto che ormai data la posizione assunta dalla Francia non poteva più appellarsi all’accordo di mutua assistenza con l’URSS, in quanto l’accordo subordinava l’intervento di questo paese solo in presenza di un analogo impegno da parte della Francia, chiese al governo di Mosca se l’URSS era disposta ad aiutare la Cecoslovacchia se essa, aggredita dalla Germania, avesse richiesto al Consiglio della Società delle Nazioni l’applicazione della Carta costitutiva della Società che prevedeva l’impegno al sostegno di un paese membro aggredito.
Il 20 settembre il governo sovietico tramite il suo ambasciatore a Praga, diede al presidente Benes l’assicurazione che l’URSS sarebbe stata a fianco della Cecoslovacchia. Nonostante ciò, alla fine, Benes capitolò di fronte alle pressioni franco-britanniche e al loro ultimatum, tradendo con questo atto le aspettative del suo popolo.
Il 29 settembre si tenne la Conferenza di Monaco, una pagina nera nella storia dell’umanità. Seduti al tavolo della “trattativa”: Hitler, Mussolini, Chamberlain e Daladier. La regione dei Sudeti fu consegnata a Hitler. Fuori dalla sala, nemmeno ammessa alla discussione, la delegazione cecoslovacca.
Poi, a sorpresa, mentre la riunione stava concludendosi, Chamberlain chiese a Hitler un incontro a due. L’incontro ebbe luogo l’indomani, 30 settembre, e portò alla firma di un trattato di non aggressione anglo-tedesco. Un analogo trattato verrà siglato nel dicembre di quello stesso anno tra Francia e Germania. La regione dei Sudeti fu dunque annessa alla Germania, ma il risultato della vergognosa capitolazione di Monaco fu che il 15 marzo 1939 l’esercito nazista occupò Praga e tutta la Cecoslovacchia. Quello Stato fu completamente smembrato. Vennero infatti costituiti i protettorati tedeschi di Boemia e Moravia e la Repubblica slovacca, formalmente indipendente ma con alla guida un governo fantoccio fascista totalmente asservito al Reich.
Sempre nel marzo 1939 Hitler costrinse la Lituania a cedere la città di Memel, poi fu la volta della Polonia con la richiesta, il 21 marzo, della “città libera” di Danzica, del porto di Gdynia e di un “corridoio” di terra che unisse la Prussia orientale alla Germania. Questo mentre il suo degno compare Mussolini si apprestava, aprile 1939, a invadere l’Albania. A Oriente, intanto, il Giappone aveva intrapreso una serie di provocazioni e attacchi armati contro l’URSS.

L’antisovietismo delle potenze imperialiste spiana la strada della guerra ad Hitler

Il 15 aprile 1939 i governi di Londra e Parigi chiesero all’URSS di “assicurare garanzie” a Polonia e Romania in caso di aggressione tedesca. In risposta a questa richiesta il governo di Mosca propose, il 17 aprile, la stipula di un patto di mutua assistenza tra URSS, Inghilterra e Francia, un accordo militare a sostegno di questo patto e l’estensione delle “garanzie” a tutti i paesi confinanti con l’URSS.
L’Unione Sovietica con lealtà e chiarezza chiedeva un accordo basato sulla reciprocità e sulla cessazione della politica che permetteva alla Germania, annessione dopo annessione, di arrivare direttamente ai confini dello Stato sovietico.
A una proposta tanto chiara e leale, non poteva esserci che una risposta altrettanto chiara e leale. Ma lealtà e chiarezza non albergavano in chi pretendeva dall’URSS difesa per loro e per i loro interessi, senza dare in cambio nulla, anzi continuando ad agire nascostamente, attraverso la diplomazia segreta, per portare a soluzione le controversie tra Francia e Inghilterra da un lato e Germania dall’altro e spingere la belva nazista contro l’URSS. Per questo Chamberlain e Daladier iniziarono con l’URSS una trattativa falsa, dilatoria, senza la volontà politica di giungere a un accordo basato sulla reciprocità.
Lo stesso Churchill, campione di anticomunismo, colui che riferendosi al neonato potere sovietico all’indomani della Rivoluzione d’Ottobre aveva detto che bisognava soffocare il bambino nella culla, nel suo intervento del 19 maggio 1919 alla Camera dei Comuni di Londra, così si espresse nei confronti dell’operato di Chamberlain: “Non mi è riuscito di afferrare quali siano i motivi contrari a quell’accordo con la Russia che lo stesso Primo Ministro si dichiarava desideroso di concludere, né quali siano le ragioni contrarie alla sua attuazione nella forma ampia e semplice proposta dal Governo sovietico. Senza dubbio, le proposte avanzate dalla Russia contemplano una triplice alleanza contro le aggressioni, alleanza che potrebbe estendere i suoi benefici ad altri paesi qualora essi lo desiderassero. L’alleanza ha l’unico obiettivo di resistere a ulteriori atti di violenza e di proteggerne le vittime.
Non riesco a vedere quale sia il punto errato di questo concetto, in proposte tanto chiare. Si domanda: ‘Possiamo fidarci del Governo sovietico?’. Io ritengo che a Mosca, nel medesimo tempo, venga formulata un’interrogazione simile: ‘Possiamo fidarci di Chamberlain?’. E spero che da ambo le parti la risposta possa essere affermativa. Lo spero onestamente… Esiste una grande identità di vedute tra la Gran Bretagna e le Potenze alleate del sud; non ci sono forse simili concordanze di interessi nel nord? Prendete a esempio i paesi baltici, Lituania, Lettonia, Estonia che furono causa della guerra di Pietro il Grande: la Russia ha un vitale interesse a che queste Potenze non cadano in balia della Germania nazista. Non occorre io esponga la situazione nei confronti dell’Ucraina, in quanto (nel caso di un’aggressione germanica) essa implicherebbe l’invasione da parte tedesca del territorio russo. È facile rendersi conto come la Russia abbia interessi essenziali su tutto il fronte orientale, e quindi sembra logico concludere che essa potrebbe lavorare in unità di intenti con gli altri paesi interessati… Se siete pronti a divenire alleati della Russia in caso di guerra, affrontando cioè il cimento supremo, se siete pronti a collaborare con la Russia in difesa della Polonia, alla quale avete concesso una garanzia, o della Romania qualora venisse attaccata, perché mai dovreste ricusare di allearvi con l’Unione Sovietica ora, quando questo gesto potrebbe forse evitare lo scoppio del conflitto?… È chiaro come la Russia non intenda partecipare all’accordo, se non su basi di uguaglianza e dopo essersi accertata che i metodi degli alleati per il fronte della pace siano tali da rendere probabile il successo. Nessuno desidera allearsi con un paese che segue una guida incerta e che non abbia una condotta politica decisa. Il Governo deve rendersi conto che nessuna delle nazioni dell’Europa orientale può reggere a un anno di guerra, senza l’appoggio di una Russia e l’aiuto delle Potenze occidentali.
In linea di massima, mi dichiaro concorde con Lloyd George sul punto che, se deve esistere un fronte orientale di guerra oppure di pace, esso può venire eretto soltanto con l’effettiva assistenza di una Russia amica, pronta a soccorrere tutte queste nazioni… abbiamo ricevuto un’offerta, assai migliore a mio avviso, dei termini che il Governo cerca di ottenere: un’offerta più semplice, più chiara, più effettiva. Facciamo in modo che non venga trascurata e non finisca nel nulla”.134
La tattica dilatoria proseguì. I dirigenti sovietici invitarono a Mosca il ministro degli esteri britannico Halifax per accelerare le trattative, ma questi rispose che i suoi impegni non glielo permettevano. Poi, il 23 luglio, il governo di Mosca propose l’inizio delle trattative inerenti gli aspetti militari. Francia e Inghilterra accettarono, ma ci vollero ben diciannove giorni perché le loro delegazioni giungessero a Mosca. Delegazioni, oltretutto, composte da figure di secondo piano e senza poteri decisionali. E quando, il 12 agosto, le trattative finalmente iniziarono la delegazione sovietica ebbe subito chiaro che l’unico scopo era quello di far passare il tempo senza giungere ad una conclusione. Il piano di azione sovietico, ad esempio, prevedeva in caso di azione congiunta contro l’aggressore, l’utilizzo in Europa di centotrentasei divisioni dell’Armata Rossa, circa diecimila carri armati, cinquemila cannoni e cinquemilacinquecento aerei. La delegazione britannica, per parte sua, prospettò invece l’invio nel continente di solo sei divisioni inglesi. Inoltre francesi e inglesi dissero che non avevano ricevuto dai loro governi l’autorizzazione a trattare in merito ad un altro, decisivo, problema: quello del transito delle truppe sovietiche sui territori di Polonia e Romania.
Era dunque fin troppo evidente che Inghilterra e Francia non volevano sottoscrivere nessun serio patto con l’URSS, né dare vita ad una coalizione di difesa contro il nazifascismo. Essi, utilizzavano i colloqui con l’URSS al solo scopo di confondere l’opinione pubblica dei loro paesi che era, invece, assai favorevole all’accordo con i sovietici e per esercitare la massima pressione sui paesi dell’asse per dirigere i loro piani espansionistici ad est.

Il patto russo tedesco del 1939

Fu a quel punto che Stalin, il gruppo dirigente bolscevico e il governo sovietico agirono per far saltare i piani che miravano a provocare una guerra fra l’URSS e la Germania nazista, rompere l’accerchiamento del paese da parte dei paesi del “blocco anticomintern” (Germania, Giappone e Italia) e assicurare allo Stato sovietico e al suo popolo le condizioni e il tempo necessari allo sviluppo delle capacità difensive del paese e all’ulteriore rafforzamento dell’Esercito Rosso.
Già dal mese di maggio la diplomazia tedesca aveva cercato contatti con quella sovietica per giungere ad un accordo bilaterale, contatti sempre respinti dall’URSS intenzionata a perseguire la sua politica di sicurezza e di resistenza collettiva all’aggressione. Ma di fronte al chiaro intendimento di Chamberlain e Daladier di far fallire le trattative anglo-franco-sovietiche, l’URSS accettò la proposta tedesca e, il 23 agosto, fu firmato a Mosca il patto di non aggressione russo-tedesco.
Oggi come ieri tutti gli anticomunisti continuano la loro campagna bugiarda e mistificatoria tesa a riproporre il patto russo-tedesco come l’alleanza tra Hitler e Stalin, tra nazismo e comunismo. Ma i fatti della storia sono incontrovertibili. Il patto russo-tedesco del 1939 fu un patto bilaterale di non aggressione che non significò affatto alleanza o sostegno alla politica aggressiva ed espansionista della Germania nazista.
Lucidamente ed efficacemente Mao rilevò: “Quanta gente nel mondo si è lasciata ingannare dalle parole melate di Chamberlain e dei suoi simili, e non è riuscita a scoprire le intenzioni criminali che si nascondevano dietro i loro sorrisi o a capire che il patto di non aggressione sovietico-tedesco fu concluso solo quando Chamberlain e Daladier ebbero deciso di respingere l’Unione Sovietica e di lanciarsi in una guerra imperialista. È ora che questa gente apra gli occhi. Il fatto che l’Unione Sovietica abbia difeso fino all’ultimo minuto la pace mondiale dimostra l’identità dei suoi interessi con quelli della stragrande maggioranza dell’umanità… Alcuni dicono: ora che è scoppiata la seconda guerra mondiale imperialista, l’Unione Sovietica si schiererà probabilmente dalla parte di uno dei belligeranti; in altre parole, l’Esercito rosso sovietico sarebbe sul punto di unirsi al fronte imperialista tedesco. Ritengo che tale opinione sia errata. La guerra che è scoppiata da poco è, sia per ciò che riguarda la Gran Bretagna e la Francia, che per ciò che riguarda la Germania, una guerra ingiusta, di rapina, imperialista. I partiti comunisti e tutti i popoli del mondo devono sollevarsi per combattere contro questa guerra; devono mettere a nudo il carattere imperialista delle due parti belligeranti, ossia mostrare che questa guerra, lungi dal giovare ai popoli del mondo, arreca loro danno; e devono denunciare le azioni criminali dei partiti socialdemocratici che appoggiano la guerra imperialista e tradiscono gli interessi del proletariato. L’Unione Sovietica è un paese socialista, un paese in cui è al potere il Partito comunista, e il suo atteggiamento verso la guerra necessariamente si esprime in due posizioni assai chiare: 1. Fermo rifiuto di partecipare a qualunque guerra ingiusta, di rapine e imperialista, e mantenimento di una stretta neutralità verso entrambe le parti belligeranti. Perciò l’Esercito rosso sovietico non entrerà mai, contro i propri principi, in uno dei due fronti imperialisti. 2. Appoggio attivo alle guerre giuste, non di rapina, ma di liberazione. Ad esempio, tredici anni fa l’Unione Sovietica ha aiutato il popolo cinese nella spedizione del nord; un anno fa ha aiutato il popolo spagnolo nella sua guerra di resistenza contro la Germania e l’Italia; negli ultimi due anni ha aiutato il popolo cinese nella sua Guerra di resistenza contro il Giappone; negli ultimi mesi ha appoggiato il popolo mongolo nella sua resistenza contro il Giappone; e certamente l’Unione Sovietica sosterrà tutte le guerre di liberazione del popolo o di liberazione nazionale di altri paesi o altre nazioni, che potranno scoppiare in futuro, come anche le guerre che contribuiscono a difendere la pace. Questo è ciò che la storia dell’Unione Sovietica ha provato in questi ventidue anni e che la storia futura continuerà a provare… In questo momento, l’Unione Sovietica mantiene rapporti commerciali con ambedue le parti impegnate nella guerra mondiale, ma questo fatto non può essere considerato come un aiuto dato a una delle parti belligeranti, e ancora meno come una partecipazione alla guerra. Soltanto se il carattere della guerra cambierà, se la guerra combattuta da uno o più paesi, subiti certi mutamenti necessari, diverrà vantaggiosa per l’Unione Sovietica e i popoli di tutto il mondo, soltanto allora sarà possibile che l’Unione Sovietica dia il suo aiuto o partecipi alla guerra; in caso contrario, sarà impossibile”.135

Capitolo 20
La seconda guerra mondiale

L’attacco nazista alla Polonia scatena la guerra

Il primo settembre 1939 le truppe della Wermacht attaccarono il confine occidentale della Polonia, iniziando l’occupazione di quel paese. Due giorni dopo, il tre settembre, Francia e Inghilterra dichiaravano guerra alla Germania. Gli Stati borghesi si erano definitivamente lanciati in un nuovo, generale, conflitto imperialistico.
In questa situazione l’URSS agì soprattutto per non essere coinvolta in una guerra le cui finalità erano totalmente estranee sia all’interesse dello Stato socialista, sia a quello dei popoli e delle nazioni oppresse del mondo. La politica estera dell’Unione Sovietica si sviluppò nella direzione del rafforzamento della sicurezza del paese e, in primo luogo, delle sue frontiere.
Il popolo polacco si sollevò in una eroica resistenza contro l’invasore nazista, ma lo squilibrio di forze era tale che questa resistenza risultò vana. Di fronte all’inarrestabile avanzata delle truppe d’occupazione tedesche, l’Armata Rossa sovietica varcò, il 17 settembre, il confine sovietico-polacco attestandosi lungo la “Linea di Curzon” a difesa della zona orientale della Polonia. Quei territori erano abitati prevalentemente da popolazioni di bielorussi e ucraini che accolsero l’Armata Rossa come un esercito di liberatori. Erano territori che, durante la prima guerra mondiale, la neocostituita Repubblica Socialista Federativa Sovietica Russa fu costretta a cedere alla Germania a seguito degli accordi di Brest-Litovsk e che, successivamente, furono forzatamente annessi alla Polonia con il trattato di Versailles. Con questa operazione militare, l’URSS, oltre a salvare dal dominio nazista circa tredici milioni di persone, impedì alla Wermacht di attestarsi a ridosso del confine sovietico, bloccando l’avanzata tedesca a circa 300 km. da esso. Quest’azione sovietica provocò, nell’immediatezza dell’evento, non poco sgomento e, da più parti, si levarono critiche all’URSS. A quelle manifestatesi in Cina, rispose Mao, chiarendo, attraverso una lucida analisi, le giuste motivazioni che furono alla base dell’azione sovietica. “Molti nel nostro paese – scrisse Mao – sono sconcertati dall’entrata delle truppe sovietiche in Polonia. La questione polacca deve essere affrontata da diversi punti di vista, dal punto di vista della Germania, della Gran Bretagna e della Francia, del governo polacco, del popolo polacco e dell’Unione Sovietica. La Germania ha cominciato la guerra per spogliare il popolo polacco e per spezzare uno dei fianchi del fronte imperialista anglo-francese. Questa guerra, per la sua natura, è una guerra imperialista; noi non possiamo simpatizzare con essa. Ma dobbiamo opporci ad essa. Quanto alla Gran Bretagna e alla Francia, esse consideravano la Polonia come un oggetto di saccheggio per il loro capitale finanziario, hanno usato la Polonia per sventare su scala mondiale il tentativo intrapreso dall’imperialismo tedesco di giungere a una nuova spartizione della preda, e hanno fatto della Polonia uno dei fianchi del loro fronte imperialista. La loro guerra è perciò una guerra imperialista, e il loro preteso aiuto alla Polonia non aveva altro scopo che quello di contendere alla Germania il dominio della Polonia; è una guerra perciò con cui non possiamo simpatizzare e alla quale dobbiamo opporci. Quanto al governo polacco, si trattava di un governo fascista, un governo reazionario della classe dei proprietari fondiari e della borghesia polacche, che sfruttava senza pietà gli operai e i contadini e opprimeva i democratici polacchi; a parte questo, era un governo dei sciovinisti della Grande Polonia, che esercitava la sua crudele oppressione su numerose minoranze nazionali non polacche – ucraini, bielorussi, ebrei, tedeschi, lituani, ecc., ammontanti complessivamente a più di dieci milioni di abitanti; era esso stesso un governo imperialista. In questa guerra, il governo reazionario polacco di buon grado spinse il popolo polacco a diventare carne da cannone per il capitale finanziario britannico e francese, e accettò di buon grado di diventare un settore del fronte reazionario del capitale finanziario internazionale. Per venti anni il governo polacco si oppose costantemente all’Unione Sovietica, e durante le trattative anglo-franco-sovietiche rifiutò categoricamente l’aiuto delle truppe sovietiche. Per di più era un governo assolutamente incompetente; il suo grosso esercito che contava oltre 1.500.000 uomini crollò al primo urto, e in sole due settimane tale governo portò alla rovina il proprio paese, abbandonando il popolo sotto il tallone dell’imperialismo tedesco. Questi sono i crimini mostruosi del governo polacco, e noi avremmo torto se simpatizzassimo con un siffatto governo. Quanto al popolo polacco, esso è la vittima; deve sollevarsi per lottare contro l’oppressione fascista tedesca, contro la classe dei proprietari fondiari e la borghesia reazionaria del paese e creare uno Stato polacco democratico, indipendente e libero. Senza dubbio è al popolo polacco che deve andare tutta la nostra simpatia. Per quanto riguarda l’Unione Sovietica, essa ha intrapreso una serie di azioni completamente giuste. L’Unione Sovietica aveva di fronte due problemi. Il primo problema era: se bisognava abbandonare tutta la Polonia sotto il dominio dell’imperialismo tedesco oppure aiutare le minoranze nazionali della Polonia orientale a ottenere la liberazione. La strada scelta dall’Unione Sovietica fu la seconda. I vasti territori popolati da bielorussi e ucraini erano stati strappati dall’imperialismo tedesco al giovane Stato sovietico nel 1918, quando fu firmato il trattato di Brest-Litovsk, e più tardi con il trattato di Versailles, furono posti di forza sotto il dominio del governo reazionario polacco. Oggi l’Unione Sovietica non ha fatto altro che riconquistare i territori perduti e liberare dall’oppressione i bielorussi e gli ucraini, evitando loro l’oppressione tedesca. I dispacci degli ultimi giorni ci dicono con quanto entusiasmo queste minoranze nazionali accolgano l’Esercito rosso, offrendo ai soldati cibi e bevande, e come esse considerino l’Esercito rosso il loro salvatore, mentre non si ha una sola notizia di questo genere dalla Polonia occidentale occupata dalle truppe tedesche, o dalle zone nella Germania dell’Ovest occupate dalle truppe francesi. Ciò dimostra che la guerra condotta dall’Unione Sovietica è una guerra giusta, non di rapina, ma di liberazione, una guerra che aiuta le nazioni piccole e deboli a conquistare l’emancipazione e che aiuta i popoli a ottenere la liberazione. La guerra condotta dalla Germania o dalla Gran Bretagna e dalla Francia è invece una guerra ingiusta, di rapina, imperialista, una guerra fatta per opprimere le altre nazioni e gli altri popoli. Oltre a questo, l’Unione Sovietica doveva affrontare un altro problema, cioè il tentativo di Chamberlain di continuare la sua vecchia politica antisovietica. La politica di Chamberlain consisteva: primo, nel bloccare energicamente la Germania lungo la frontiera occidentale ed esercitare una pressione su di essa da ovest; secondo, nel tentare di allearsi con gli Stati Uniti e nel comprare l’Italia, il Giappone e i paesi dell’Europa settentrionale per isolare la Germania; terzo, nel corrompere la Germania offrendo ad essa la Polonia e perfino l’Ungheria e la Romania. In poche parole, Chamberlain è ricorso a minacce e lusinghe di ogni genere per spingere la Germania a rinunciare al patto di non aggressione sovietico-tedesco e a rivolgere le armi contro l’Unione Sovietica. Questi intrighi non soltanto fanno parte del passato e continuano ancora oggi, ma si ripeteranno in avvenire. L’entrata del potente esercito sovietico nella Polonia orientale aveva lo scopo di riconquistare all’Unione Sovietica i territori perduti e di liberare le piccole e deboli nazionalità in quelle zone, e nello stesso tempo costituiva un passo concreto per arginare l’espansione a oriente delle forze d’aggressione tedesche e per sventare gli intrighi di Chamberlain. A giudicare dalle notizie degli ultimi giorni, questa linea politica dell’Unione Sovietica è stata pienamente coronata da successo. Questa è una concreta manifestazione dell’identità di interessi tra Unione Sovietica e il popolo oppresso sotto il reazionario regime polacco”.136

La politica sovietica per garantire la pace ai popoli dell’URSS

La diplomazia sovietica, nel contempo, avviò una paziente quanto determinata serie di trattative con i paesi baltici e la Finlandia, i cui governi andavano assumendo posizioni sempre più ostili all’URSS, fomentati in questo dall’azione antisovietica dell’intero fronte imperialistico. Tanto la Germania che l’Inghilterra e la Francia, infatti, fornirono a questi paesi aiuto economico, armamenti e istruttori militari destinati soprattutto alla creazione di fortificazioni e presidii militari necessari alla realizzazione di una concreta minaccia aggressiva all’Unione Sovietica. Con i tre paesi del Baltico, Estonia, Lettonia e Lituania, l’URSS firmò, tra la fine di settembre e l’inizio ottobre 1939, tre accordi bilaterali di mutuo aiuto contro ogni aggressione o minaccia di aggressione da parte di qualsiasi potenza europea. In essi erano contenute precise clausole militari che stabilivano la creazione, nei territori baltici, di basi militari sovietiche.
Diverso fu invece l’atteggiamento tenuto dalla Finlandia rispetto alla possibilità di un eguale accordo di reciproco aiuto con l’URSS. Lo scoppio della seconda guerra mondiale pose al governo sovietico il compito urgente di assicurare la protezione delle frontiere nord-occidentali del paese, per poter concentrare gli sforzi militari di difesa sugli altri fronti, da dove due anni dopo puntualmente si scatenò l’attacco della belva nazifascista. Il governo di Helsinki respinse infatti la proposta avanzata dall’URSS durante la trattativa apertasi tra i due paesi l’11 ottobre.
La proposta sovietica prevedeva – allo scopo di garantire una maggiore sicurezza della frontiera nord-occidentale e particolarmente di Leningrado – un avanzamento della frontiera sovietica nell’istmo di Karelia di circa 30 km. e l’assenso di Helsinki all’Installazione di una base navale sovietica nel Golfo di Finlandia. In cambio, l’URSS avrebbe concesso alla Finlandia una estensione di territorio doppia nella Karelia sovietica. Il governo finlandese respinse la proposta dell’URSS e, su istigazione dell’Inghilterra, della Francia, della Svezia e degli USA, non solo iniziò nel paese un’ostile campagna antisovietica, ma attuò anche una serie crescente di provocazioni armate al confine con l’URSS sfociate, il 30 novembre 1939, in una aperta dichiarazione di guerra all’Unione Sovietica. Gli Stati Uniti concessero subito al governo finlandese un forte aiuto economico, mentre Inghilterra e Francia inviarono 280 aerei militari, circa 700 cannoni e un gran quantitativo di munizioni, preparandosi anche all’invio di un corpo di spedizione militare misto.
Il governo sovietico di fronte al fatto compiuto dell’attacco sferrato dalle truppe finniche contro le frontiere del paese reagì. Agli inizi del marzo 1940, l’Armata Rossa sfondò le linee nemiche e subito si fermò. Il governo sovietico non aveva, infatti, nessuna intenzione di occupare la Finlandia, né di soffocarne l’indipendenza. Propose quindi un negoziato conclusosi il 12 marzo con la firma di un trattato di pace che prevedeva l’avanzamento del confine sovietico lungo la linea Murmansk-Leningrado e l’installazione di una base navale nell’isola di Hangò, nel Golfo di Finlandia, affittata con una concessione trentennale all’URSS per otto milioni di marchi finlandesi l’anno.
Una condotta esemplare che smascherò le infami menzogne dei paesi imperialisti occidentali, secondo le quali l’URSS perseguiva degli scopi di conquista e si preparava ad annettere la Finlandia o a instaurare in quel paese il potere sovietico. E una naturale conseguenza della politica sovietica che già nel dicembre del 1917 tramite il Consiglio dei Commissari del popolo aveva deciso di accogliere la richiesta di indipendenza della Finlandia dalla Russia. “Evidentemente – scriveva Stalin sulla questione – il Consiglio dei Commissari del popolo non poteva comportarsi altrimenti, perché se un popolo, per mezzo dei suoi rappresentanti, chiede il riconoscimento della sua indipendenza, un governo proletario che si basi sul principio della concessione ai popoli del diritto all’autodecisione, deve acconsentire”.137
Nell’aprile 1941 il governo sovietico sottoscrisse un trattato di neutralità con il Giappone. Già nel 1939 analizzando la possibilità del realizzarsi di un accordo nippo-sovietico, Mao ebbe a dire: “Quanto a un patto di non aggressione nippo-sovietico, l’Unione Sovietica lo ha proposto per molti anni, ma il Giappone lo ha sempre respinto. Attualmente, all’interno delle classi dominanti giapponesi vi è un gruppo che vuole concludere con l’Unione Sovietica un patto di questo genere, tuttavia l’accettazione o meno di un tale patto da parte dell’Unione Sovietica dipende da un principio fondamentale: se questo patto risponde agli interressi dell’Unione Sovietica e della stragrande maggioranza dell’umanità, ossia in termini concreti, se non entra in conflitto con gli interessi della guerra di liberazione nazionale cinese. Giudicando dal rapporto di Stalin al XVIII Congresso del Partito comunista dell’Unione Sovietica, presentato il 10 marzo di quest’anno, e dal discorso di Molotov al Soviet supremo dell’URSS, pronunciato il 30 maggio dello stesso anno, io credo che l’Unione Sovietica non si allontanerà da questo principio fondamentale. Anche se un tale patto dovesse venire concluso, certamente l’Unione Sovietica non accetterebbe nulla che possa limitare la sua azione per ciò che concerne il suo aiuto alla Cina. Gli interessi dell’Unione Sovietica non si troveranno mai in conflitto con gli interessi della liberazione nazionale cinese, ma si identificheranno sempre con essi. Penso che a questo riguardo non esista il minimo dubbio. Coloro che sono animati da pregiudizi antisovietici sfruttano (…) le voci a proposito di un patto di non aggressione nippo-sovietico, per fomentare disordini e seminare la discordia fra le nostre due grandi nazioni, la Cina e l’Unione Sovietica. È quello che fanno gli intriganti inglesi, americani e francesi e i capitolazionisti cinesi; ciò costituisce un grave pericolo, e noi dobbiamo smascherare completamente i loro sporchi complotti. È ovvio che la politica estera della Cina deve essere una politica di resistenza al Giappone. Questa politica significa che dobbiamo contare soprattutto sulle nostre forze, pur non trascurando alcuna possibilità di assicurarci l’aiuto straniero. Ora che la guerra mondiale imperialista è scoppiata, l’aiuto straniero proviene principalmente da tre fronti: 1. Dall’Unione Sovietica socialista; 2. Dai popoli di tutti i paesi capitalistici del mondo; 3. Dalle nazioni oppresse delle colonie e semicolonie di tutto il mondo. Queste sono le sole fonti di aiuto su cui possiamo contare. Qualunque altro aiuto straniero, anche se possibile, può essere considerato solo come supplementare e temporaneo”.138
L’importanza di questo patto nippo-sovietico, che garantiva sicurezza ai confini orientali dell’URSS, emerse con tutta evidenza tre mesi più tardi.

Operazione Barbarossa: attacco all’URSS

All’alba del 22 giugno 1941 le armate della Germania e dei suoi alleati – Italia, Finlandia, Bulgaria, Romania, Ungheria, Slovacchia -, un totale di 250 divisioni, violando proditoriamente il patto di non aggressione russo-tedesco, attaccarono improvvisamente l’Unione Sovietica. Hitler dava inizio così all’attuazione del “piano Barbarossa”: la conquista dell’URSS attraverso una “guerra lampo”.
Dopo la morte di Stalin i millantatori borghesi e revisionisti hanno affermato che Stalin sarebbe rimasto “incredulo”, “prostrato” e “atterrito” di fronte all’attacco nazista, cercando attraverso queste e altre meschine menzogne di offuscare e cancellare dalla memoria storica dei popoli il ruolo determinante di Stalin nella seconda guerra mondiale, nell’annientamento degli invasori dell’Unione Sovietica e nella liberazione dell’Europa dal nazifascismo.
Stalin è stato il grande artefice della vittoria sul nazismo e sul fascismo, il condottiero di un’impresa storica che ha influito sul destino dell’intera umanità. Aprendo nuove concrete possibilità per l’emancipazione della classe operaia e dei popoli oppressi. L’umanità progressiva gli sarà per questo grata in eterno. Stalin prese fermamente su di sé la guida della lotta e della guerra al nazifascismo. Assumendosene in prima persona sul piano politico e militare anche la piena responsabilità di fronte al suo popolo.
Nel maggio 1941 Stalin fu nominato presidente del Consiglio dei Commissari del popolo (Sovnarkom) e, dopo lo scoppio della guerra, assunse anche la direzione delle forze armate attraverso la presidenza del Quartier Generale del Comando Supremo creato il 23 giugno del 1941. Il 30 giugno 1941 il CC del PC(b) dell’URSS, il Presidium del Soviet Supremo e il Sovnarkom istituirono il Comitato di Stato per la difesa (GKO), un organismo straordinario che unificò e diresse nel periodo bellico tutte le attività di partito e di governo. Alla presidenza del GKO fu nominato Stalin che, nel luglio 1941, assunse anche la guida del Commissariato del popolo per la difesa.

Stalin guida ferma e risoluta contro il nazifascismo

Erano da poco trascorse le due del mattino del 22 giugno 1941 quando l’ambasciatore tedesco a Mosca, Schulemburg, comunicò al Commissario del popolo per gli affari esteri, Molotov, che la guerra della Germania contro l’URSS era già iniziata. Immediatamente Stalin riunì l’Ufficio Politico del Partito. Con Molotov scrisse il “Messaggio al Popolo Sovietico” che quest’ultimo lesse via radio a mezzogiorno. Tra le cinque e trenta del mattino e la mezzanotte di quello stesso 22 giugno, Stalin ebbe colloqui e riunioni di lavoro con diversi dirigenti del Partito, dell’Internazionale Comunista, membri del governo e capi militari. Il 23 giugno al Cremlino era già operativo, sotto la direzione di Stalin, il Quartier Generale del Comando Supremo composto da Budionnyj, Kuznetsov, Molotov, Timoschenko, Voroscilov e Zuhukov, e attivo un sistema di trasmissioni che permetteva a Stalin di comunicare con ognuno dei comandanti dell’Esercito rosso.
Il 24 giugno si costituì il Fronte Settentrionale per la difesa del territorio da Leningrado a Murmansk e il 25 giugno il Fronte Meridionale con la nona e diciottesima armate che si disposero lungo il fiume Prut.
L’offensiva nazista si sviluppò su un fronte che si estendeva dal mare di Barents al Mar Nero, concentrando tuttavia il maggior numero di forze a sostegno della principale azione militare che si sviluppava in direzione di Leningrado, di Mosca e di Kiev. L’effetto sorpresa e particolari condizioni oggettive della situazione portarono, nei primi mesi di guerra, ad una serie di insuccessi militari sovietici e ad una forte penetrazione delle armate nemiche in territorio sovietico. Nonostante questo, le “convinte certezze” di Hitler su un repentino crollo dell’URSS e la sua conquista da parte della Germania si dimostrarono velleitarie e illusorie ed a fallire miseramente furono solo i piani nazisti di una vittoriosa “guerra lampo” contro l’Unione Sovietica.
Stalin, il 3 luglio, parlò direttamente al popolo sovietico e ai combattenti dell’Esercito rosso e della Marina da guerra attraverso un messaggio trasmesso via radio in tutta l’URSS. Non nascondendo nulla della dura verità e del concreto pericolo che minacciava il Paese, Stalin esortò ogni cittadino sovietico a ergersi a difesa della patria socialista dando le prime mirabili e lungimiranti direttive sull’organizzazione della difesa e della resistenza all’invasore. Disse Stalin: “Compagni, cittadini, fratelli e sorelle, combattenti del nostro esercito e della nostra flotta!
Mi rivolgo a voi, amici miei!
La perfida aggressione militare della Germania hitleriana contro la nostra Patria, iniziata il 22 giugno, continua. Nonostante l’eroica resistenza dell’Esercito rosso, nonostante che le migliori divisioni del nemico e le migliori formazioni della sua aviazione siano già sconfitte ed abbiano trovato la loro tomba sui campi di battaglia, il nemico continua ad avanzare gettando nuove forze sul fronte…
Come è potuto accadere che il nostro glorioso Esercito rosso abbia ceduto alle truppe fasciste una serie di nostre città e di province? È possibile che le truppe fasciste tedesche siano veramente invincibili, come instancabilmente strombazzano i propagandisti fascisti fanfaroni?
Certamente no! La storia insegna che non vi sono e non vi sono mai stati eserciti invincibili…
Quanto al fatto che una parte del nostro territorio è rimasta tuttavia occupata dalle truppe fasciste tedesche, ciò si spiega soprattutto perché la guerra della Germania fascista contro l’URSS è cominciata in condizioni vantaggiose per le truppe tedesche e svantaggiose per le truppe sovietiche. Il fatto è che le truppe della Germania, in quanto paese che conduce la guerra, erano già completamente mobilitate e le 170 divisioni gettate dalla Germania contro l’URSS e spostate verso le frontiere dell’URSS, erano pronte, aspettavano solo il segnale dell’offensiva, mentre le truppe sovietiche dovevano ancora essere mobilitate e inviate alle frontiere. Non poca importanza ha avuto anche la circostanza che la Germania fascista ha violato improvvisamente e perfidamente il patto di non aggressione concluso nel 1939 con l’Unione Sovietica, senza tener conto che tutto il mondo l’avrebbe considerata parte attaccante. È chiaro che il nostro pacifico paese, non volendo assumersi l’iniziativa di violare il patto, non poteva mettersi sulla via della perfidia.
Ci si può domandare: come è potuto avvenire che il Governo sovietico abbia acconsentito alla conclusione di un patto di non aggressione con uomini così perfidi, con dei criminali come Hitler e Ribbentrop? Con ciò il Governo sovietico non ha commesso un errore? Certamente no! Un patto di non-aggressione è un patto di pace tra due Stati. Ed è precisamente un patto del genere che la Germania ci propose nel 1939. Poteva il Governo sovietico respingere una tale proposta? Penso che nessuno Stato pacifico possa respingere un accordo di pace con una potenza vicina, anche se a capo di questa potenza vi sono dei criminali e dei cannibali come Hitler e Ribbentrop. E ciò, naturalmente, alla condizione assoluta che l’accordo di pace non menomi né direttamente né indirettamente l’integrità territoriale, l’indipendenza e l’onore dello Stato pacifico. Come è noto il patto di non aggressione tra la Germania e l’URSS è precisamente un patto di questo genere…
Che cosa occorre per eliminare il pericolo che pende sulla nostra Patria e quali misure devono esser prese per schiacciare il nemico? È indispensabile, innanzi tutto, che i nostri uomini, gli uomini sovietici, comprendano tutta la gravità del pericolo che minaccia il nostro paese e abbandonino la loro mentalità bonaria, noncurante, lo stato d’animo del periodo dell’edificazione pacifica, completamente comprensibile prima della guerra, ma funesto nel momento attuale in cui la guerra ha radicalmente cambiato la situazione. Il nemico è feroce e implacabile… Si tratta, dunque, della vita o della morte dello Stato sovietico, della vita o della morte dei popoli dell’URSS, si tratta, per i popoli dell’Unione Sovietica, o d’essere liberi o di cadere in schiavitù. Bisogna che gli uomini sovietici comprendano questo e smettano di essere spensierati, mobilitino se stessi e riorganizzino tutto il loro lavoro in modo nuovo, su piede di guerra, senza misericordia per il nemico.
È indispensabile, inoltre, che nelle nostre file non vi sia posto per i piagnucolosi ed i codardi, per i seminatori di panico e i disertori, che i nostri uomini non conoscano la paura della lotta e vadano con abnegazione alla nostra guerra di liberazione nazionale contro gli oppressori fascisti. Il grande Lenin, che ha creato il nostro Stato, diceva che la qualità fondamentale degli uomini sovietici deve essere il coraggio, l’ardimento, l’intrepidezza nella lotta, la decisione di combattere insieme al popolo contro i nemici della nostra Patria. È indispensabile che questa mirabile qualità del bolscevico diventi patrimonio dei milioni e milioni di uomini dell’Esercito rosso, della nostra Marina rossa e di tutti i popoli dell’Unione Sovietica.
Dobbiamo riorganizzare immediatamente tutto il nostro lavoro su piede di guerra, subordinando tutto agli interessi del fronte e ai compiti di organizzare la disfatta del nemico…
Dobbiamo organizzare il massimo aiuto all’Esercito rosso, assicurare un intenso completamento delle sue file, assicurargli il rifornimento di tutto il necessario, organizzare rapidi trasporti delle truppe e dei materiali bellici, dare un largo aiuto ai feriti.
Dobbiamo rafforzare le retrovie dell’Esercito rosso, subordinando a questo interesse tutto il nostro lavoro: assicurare un intenso lavoro di tutte le officine, produrre più fucili, mitragliatrici, cannoni, cartucce, proiettili, aeroplani; organizzare la protezione delle officine, delle centrali elettriche, delle comunicazioni telefoniche e telegrafiche; organizzare la difesa antiaerea locale.
Dobbiamo organizzare una lotta implacabile contro ogni specie di disorganizzatori delle retrovie, di disertori, allarmisti, propalatori di voci false, dobbiamo annientare le spie, gli agenti di diversione, i paracadutisti nemici, dando per tutto ciò un rapido contributo ai nostri battaglioni da caccia…
Durante la ritirata forzata delle unità dell’Esercito rosso, bisogna far partire tutto il materiale rotabile ferroviario, non lasciare al nemico né una locomotiva, né un vagone, non lasciare al nemico né un chilo di pane, né un litro di carburante. I colcosiani debbono portar via tutto il bestiame, dare il grano in custodia agli organi statali per trasportarlo nelle retrovie. Tutti i beni di valore, compresi i metalli non ferrosi, il grano ed i carburanti, che non possono essere evacuati, devono essere assolutamente distrutti.
Nelle zone occupate dal nemico bisogna formare reparti di partigiani, a cavallo e a piedi, creare gruppi di diversione per lottare contro le unità dell’esercito nemico, per scatenare guerriglia ovunque e dappertutto, per far saltare i ponti, le strade, per danneggiare le comunicazioni telefoniche e telegrafiche, per incendiare i boschi, i magazzini, i carriaggi. Nelle zone occupate creare condizioni insopportabili per il nemico e per tutti i suoi complici, perseguitarli e annientarli dovunque, far fallire ogni loro piano…
I lavoratori di Mosca e di Leningrado hanno già iniziata la formazione di una milizia popolare di migliaia e migliaia di uomini a sostegno dell’Esercito rosso. In ogni città minacciata dal pericolo di essere invasa dal nemico, dobbiamo creare questa milizia popolare, sollevare alla lotta tutti i lavoratori perché nella nostra guerra di liberazione contro il fascismo tedesco, difendano con i loro petti, la libertà, l’onore, la patria.
Allo scopo di mobilitare rapidamente tutte le forze dei popoli dell’URSS per respingere il nemico che ha aggredito perfidamente la nostra Patria, è stato creato il Comitato Statale di Difesa che concentra ora nelle sue mani tutti i poteri dello Stato. Il Comitato Statale di Difesa ha iniziato la sua attività e chiama tutto il popolo ad unirsi attorno al partito di Lenin e di Stalin, attorno al Governo sovietico per appoggiare con abnegazione l’Esercito rosso e la Marina rossa, per la disfatta del nemico, per la vittoria.
Tutte le nostre forze per sostenere il nostro eroico Esercito rosso, la nostra gloriosa Marina Rossa!
Tutte le forze del popolo per schiacciare il nemico!
Avanti, per la nostra vittoria!”.139
Rispondendo all’appello di Stalin, i popoli e le nazioni dell’URSS, uniti come non mai e stretti attorno al partito bolscevico, al governo sovietico e all’Esercito rosso guidati da Stalin, si levarono in piedi per distruggere gli invasori nazifascisti. Stalin indicò al popolo e allo Stato sovietici la realizzazione di due importanti obiettivi strategici per poter giungere alla completa vittoria sul nazifascismo.
Il primo obiettivo, relativo al fronte interno, riguardava la capacità di sviluppo dell’intero sistema produttivo a sostegno dello sforzo bellico, la messa in sicurezza delle singole unità produttive e la creazione in tutto il paese di solide retrovie per permettere all’Armata Rossa in primo luogo di ergere un solido baluardo difensivo alla penetrazione degli eserciti invasori e, successivamente, di passare al contrattacco, liberare il paese e condurre fino in fondo l’annientamento delle armate nemiche e degli stessi regimi aggressori.
Per ottemperare a questo compito era necessario trasferire intere popolazioni e installazioni produttive dalle zone minacciate dal nemico a quelle più sicure del paese, verso cioè le regioni orientali dell’URSS. Fu un’operazione grandiosa, unica nella storia, e coronata da un completo successo grazie allo sforzo eroico di milioni di operai e contadini sovietici che, in poco più di un anno, evacuarono dalle zone baltiche, dalla Carelia, dall’Ucraina, dalla Bielorussia, dalle regioni occidentali della RSFSR e della Moldavia, portando con sé interi impianti produttivi, macchine e attrezzature agricole, bestiame – più di 2 milioni e 300 mila capi -, per insediarsi ed avviare l’attività produttiva negli Urali, nelle regioni del Volga, in Siberia e nelle Repubbliche sovietiche dell’Asia centrale. Oltre 2.500 industrie furono smantellate, evacuate e reinstallate e, tra esse, gli stabilimenti più importanti di Leningrado, di Mosca, di Kharkov e di Odessa.
Sulla base delle indicazioni di Stalin il partito bolscevico, la classe operaia e l’intero popolo sovietico si mobilitarono anche a sostegno dell’Armata Rossa. Già alla fine del 1941 nell’Esercito rosso vi erano oltre un milione e duecentomila comunisti, più del doppio degli effettivi in tempo di pace. Essi si batterono eroicamente costituendo un grande esempio di coraggio e di abnegazione per tutti i combattenti. Nei primi sei mesi di guerra oltre mezzo milione di questi valorosi compagni caddero a difesa della patria socialista. Il partito bolscevico fu attivo anche nella formazione e nella organizzazione della milizia volontaria. Nei primi sei mesi dall’inizio della guerra, ben 291 divisioni e 94 brigate supplementari della milizia volontaria si unirono all’Armata Rossa nella lotta contro il nemico.

La formazione della coalizione anglo-sovietico-americana

Il secondo obiettivo, di carattere internazionale e su cui la diplomazia sovietica si era impegnata con tenacia, fu la creazione della coalizione anglo-sovietico-americana costruita attraverso una serie di accordi tra le tre potenze. Nel luglio 1941 URSS e Inghilterra siglarono il “Patto sull’azione comune nella guerra contro la Germania” al quale seguì il “patto sui principi da applicare all’aiuto reciproco nella condotta della guerra contro l’aggressione” firmato, l’11 giugno 1942, tra l’URSS e gli Stati Uniti d’America.
In quello stesso periodo il governo sovietico stabilì solidi contatti con il “Comitato Nazionale Francia Libera” e con i governi in esilio dei paesi occupati dagli aggressori nazifascisti, Cecoslovacchia, Polonia, ecc.
Un altro importante passo verso la formazione della coalizione anglo-sovietico-americana venne fatto nel corso della Conferenza di Mosca, svoltasi dal 29 settembre al 1° ottobre 1941, e conclusasi con la stipula di un accordo tra i tre paesi che prevedeva la fornitura da parte sovietica a Inghilterra e America di materie prime. Gli anglo-americani dal canto loro, avrebbero inviato in URSS armi e prodotti alimentari. Quello stipulato a Mosca fu indubbiamente un accordo importante perché favorì lo sviluppo dell’alleanza tra Unione Sovietica, USA e Inghilterra e il loro reciproco aiuto.
Infondata è invece la tesi della storiografia borghese d’oggi secondo cui l’URSS non avrebbe potuto vincere i suoi aggressori senza questi aiuti. Infondata perché le forniture militari degli alleati all’URSS non furono decisive sul piano quantitativo, ma, soprattutto, perché esse furono pressoché nulle nei primi due anni di conflitto, gli anni di guerra più duri e difficili per l’URSS e il suo popolo. Lo stesso Roosevelt dichiarò al Congresso americano il 20 maggio del 1944 che, nella guerra, “l’Unione Sovietica usa armamenti provenienti dalle proprie fabbriche”. Fabbriche sovietiche che nel corso del conflitto produssero complessivamente circa 137 mila aerei, 103 mila carri armati e 490 mila cannoni, mentre gli aiuti anglo-americani in armamenti all’URSS furono quantificabili in 18.753 aerei, 11.576 carri armati e 9.600 cannoni.
La coalizione antihitleriana si formò definitivamente dopo l’entrata in guerra degli Stati Uniti a seguito dell’attacco giapponese a Pearl Harbour nel dicembre 1941. Essa fu guidata dall’URSS, dagli USA e dalla Gran Bretagna e attivamente appoggiata da tutti i popoli dei paesi occupati dagli aggressori del Patto tripartito (Germania, Italia e Giappone).
Il 30 settembre iniziò l’offensiva tedesca contro Mosca. La minaccia in quei giorni di ottobre del 1941 fu assai grave, con il nemico nazista attestato alle porte della capitale sovietica. Il 14 ottobre venne predisposto il piano di evacuazione della quasi totalità degli uffici governativi, del corpo diplomatico, degli impianti industriali più importanti. In quei momenti di febbrile concitazione ed anche di comprensibile agitazione per le masse popolari della città, a riportare ordine e calma fu soprattutto il diffondersi della notizia che Stalin sarebbe rimasto comunque al Cremlino e soprattutto vedere l’amato dirigente sovietico attraversare, senza scorta, su un’auto scoperta le strade di Mosca. Mentre Hitler il 3 ottobre dichiarava che l’avversario russo è sconfitto e non riuscirà mai a sollevarsi, l’organizzazione moscovita del partito bolscevico, il popolo di Mosca e l’Esercito rosso guidati da Stalin preparavano alacremente, e con successo, la difesa della capitale sovietica.
In quel momento pur così tragico, a Mosca si svolse regolarmente il 7 Novembre la parata militare dell’Armata Rossa per festeggiare il XXIV anniversario della Grande Rivoluzione Socialista d’Ottobre. Stalin, dalla tribuna allestita sul mausoleo di Lenin nella Piazza Rossa, rivolse un discorso ai partecipanti e ai soldati che si apprestavano a partire per raggiungere il fronte militare posto a difesa della città. “Compagni, soldati rossi e marinai rossi, comandanti e dirigenti politici, partigiani e partigiane! – disse tra l’altro Stalin – Tutto il mondo vi guarda come una forza capace di annientare le orde brigantesche degli invasori tedeschi. I popoli asserviti d’Europa, caduti sotto il giogo degli invasori tedeschi, vi guardano come loro liberatori. Una grande missione liberatrice vi spetta. Siate, dunque, degni di questa missione! La guerra che voi conducete è una guerra di liberazione, una guerra giusta”.140
Lo stesso Stalin il giorno precedente, 6 novembre, nel Rapporto svolto alla seduta solenne del Soviet dei deputati dei lavoratori di Mosca, con la partecipazione delle organizzazioni di partito e sociali della città, sempre in occasione del XXIV anniversario della rivoluzione, tracciò il bilancio dei primi quattro mesi di guerra, decretò il fallimento della “guerra lampo” nazista e indicò i compiti dell’URSS nel prosieguo della guerra. “Ho già detto in un mio discorso, all’inizio della guerra, – affermò Stalin – che questa ha creato una minaccia pericolosa per il nostro paese… Ora, dopo quattro mesi di guerra, debbo sottolineare che questo pericolo non solo non si è attenuato, ma, anzi, si è aggravato ancor più. Il nemico ha occupato la maggior parte dell’Ucraina, la Bielorussia, la Moldavia, la Lituania, la Lettonia, l’Estonia e una serie di altre regioni, è penetrato nel bacino del Donez, incombe come una nuvola nera su Leningrado, minaccia la nostra valorosa capitale, Mosca…
In quattro mesi di guerra noi abbiamo avuto 350.000 morti, 378.000 dispersi e 1 milione e 20 mila feriti. Nello stesso periodo il nemico ha perso, tra morti, feriti e prigionieri, oltre quattro milioni e mezzo di uomini.
Non vi può essere dubbio che dopo quattro mesi di guerra la Germania, le cui riserve umane stanno già per esaurirsi, si è indebolita molto più dell’Unione Sovietica, le cui riserve solo ora si svelano in tutta la loro potenza.
Gli invasori fascisti tedeschi, aggredendo il nostro paese, ritenevano di potere certamente ‘farla finita’ con l’Unione Sovietica in un mese e mezzo o due mesi e di potere, in questo breve periodo di tempo, giungere agli Urali. Bisogna dire che i tedeschi non nascondevano questo piano di vittoria ‘lampo’. Essi al contrario lo strombazzavano con tutti i mezzi. I fatti però hanno dimostrato tutta la leggerezza e l’infondatezza di questo piano ‘lampo’. Ora questo piano pazzesco deve essere considerato definitivamente fallito.
Come spiegare che la ‘guerra lampo’, riuscita nell’Europa occidentale, non è riuscita, è fallita in Oriente? Su che cosa contavano gli strateghi fascisti tedeschi, affermando che essi l’avrebbero fatta finita in due mesi con l’Unione Sovietica e sarebbero giunti in questo breve periodo sino agli Urali?
Essi calcolavano innanzi a tutto, speravano seriamente, di poter creare una coalizione generale contro l’Unione Sovietica, attrarre in questa coalizione la Gran Bretagna e gli Stati Uniti, impaurendo preventivamente i circoli dirigenti di questi paesi con lo spettro della rivoluzione, e, in tal modo, isolare completamente il nostro paese dalle altre potenze… Ma i tedeschi si sono sbagliati di grosso… L’Unione Sovietica non solo non si è trovata isolata, ma anzi, ha conquistato nuovi alleati – la Gran Bretagna, gli Stati Uniti e i paesi occupati dai tedeschi. È risultato che la politica tedesca diretta a giuocare sulle contraddizioni e a spaventare con lo spettro della rivoluzione, si è esaurita e non serve più nella nuova situazione. E non solo non serve, ma è gravida di grandi pericoli per gli invasori tedeschi, poiché, nelle nuove condizioni della guerra, porta a risultati completamente opposti.
I tedeschi contavano, in secondo luogo, sulla debolezza del regime sovietico, sulla debolezza delle retrovie sovietiche, ritenendo che al primo grave colpo e ai primi insuccessi dell’Esercito rosso, sarebbero cominciati conflitti tra gli operai ed i contadini, urti tra i popoli dell’Unione Sovietica, si sarebbero verificate delle insurrezioni e il paese si sarebbe sfasciato, il che avrebbe facilitato l’avanzata degli invasori tedeschi fino agli Urali. Ma anche qui i tedeschi si sono sbagliati di grosso. Gli insuccessi dell’Esercito non solo non hanno indebolito, ma al contrario, hanno consolidato ancor più, tanto l’alleanza tra gli operai ed i contadini, quanto l’amicizia tra i popoli dell’Unione Sovietica… Mai le retrovie sovietiche sono state solide come ora… Se il regime sovietico ha superato così facilmente le prove e ha consolidato ancor più le sue retrovie, questo vuol dire che il regime sovietico è ora il regime più solido.
Gli invasori tedeschi contavano infine sulla debolezza dell’Esercito rosso e della Marina rossa, ritenendo che l’esercito tedesco e la marina tedesca sarebbero riusciti, fin dal primo colpo, a rovesciare e disperdere il nostro Esercito e la nostra Marina, aprendosi la strada senza ostacoli nell’interno del nostro paese. Ma anche qui i tedeschi hanno grossolanamente sbagliato i loro calcoli, avendo sopravalutato le proprie forze e sottovalutato il nostro Esercito e la nostra Marina. Naturalmente il nostro Esercito e la nostra Marina sono ancora giovani, essi combattono appena da quattro mesi, non sono riusciti ancora ad avere dei quadri completamente addestrati, mentre hanno davanti a sé la flotta e l’esercito dei tedeschi, composti di quadri addestrati, che conducono la guerra già da due anni. Ma, in primo luogo, il morale del nostro Esercito è più elevato di quello tedesco, poiché il nostro Esercito difende la sua Patria dagli invasori stranieri ed ha fiducia nella giustizia della propria causa, mentre l’esercito tedesco conduce una guerra di conquista e saccheggia un paese altrui senza poter avere fiducia, sia pure un istante, nella giustizia della sua opera abominevole… In secondo luogo, inoltrandosi nell’interno del nostro paese, l’esercito tedesco si allontana dalle sue basi tedesche, deve operare in ambiente ostile, deve creare nuove retrovie in un paese altrui, retrovie che i nostri partigiani disorganizzano, e questo colpisce alla radice i rifornimenti dell’esercito tedesco, gli fa temere le proprie retrovie e uccide in esso la fiducia nella solidità della propria situazione; mentre il nostro Esercito agisce nel suo ambiente, ha l’appoggio ininterrotto delle proprie retrovie, ha assicurato il rifornimento di uomini, di munizioni, di viveri ed ha piena fiducia nelle proprie retrovie. Ecco perché il nostro Esercito è risultato più forte di quanto supponevano i tedeschi, e l’esercito tedesco è risultato più debole di quanto si poteva supporre, a giudicare dalla fanfaronesca pubblicità dei conquistatori tedeschi…
Non vi è dubbio che tutte queste circostanze prese insieme hanno determinato l’inevitabile fallimento della ‘guerra lampo’ in Oriente.
Tutto questo naturalmente è vero. Ma è anche vero che accanto a queste condizioni favorevoli per l’Esercito rosso, vi sono alcune condizioni sfavorevoli a causa delle quali il nostro Esercito subisce degli insuccessi temporanei, è costretto ad indietreggiare, a lasciare al nemico una serie di regioni del nostro paese.
Quali sono queste condizioni sfavorevoli? Quali sono le cause dei temporanei insuccessi dell’Esercito rosso?
Una delle cause degli insuccessi dell’Esercito rosso consiste nella mancanza di un secondo fronte in Europa contro le truppe fasciste tedesche. Il fatto è che attualmente, sul continente europeo, non vi è nessun esercito della Gran Bretagna o degli Stati Uniti d’America che conduca la guerra contro le truppe fasciste tedesche; e perciò i tedeschi non devono dividere le loro forze e combattere su due fronti ad Occidente e ad Oriente. E questa circostanza fa sì che i tedeschi considerando assicurate le loro retrovie ad Occidente, possano impegnare tutte le loro truppe e le truppe dei loro alleati europei contro il nostro paese. La situazione odierna è tale che il nostro paese conduce da solo, senza nessun aiuto militare, la guerra di liberazione contro le forze coalizzate dei tedeschi, dei finlandesi, dei romeni, degli italiani e degli ungheresi…
Un’altra causa dei temporanei insuccessi del nostro Esercito consiste nell’insufficienza numerica di carri armati e, in parte, di aerei. Nella guerra d’oggi è molto difficile per la fanteria combattere senza carri armati e senza essere sufficientemente appoggiata dall’aria. La nostra aviazione, per la qualità supera quella tedesca, e i nostri valorosi aviatori hanno acquistato la fama di intrepidi combattenti. Ma per ora abbiamo ancora meno apparecchi dei tedeschi. I nostri carri armati, per qualità, superano i carri armati tedeschi e i nostri valorosi carristi ed artiglieri hanno più volte messo in fuga le vantate truppe tedesche con i loro numerosi carri armati. Ma tuttavia abbiamo un numero di carri armati alcune volte inferiore a quello dei tedeschi. Questo è il segreto dei temporanei successi dell’esercito tedesco…
Esiste un solo mezzo per annientare la superiorità dei tedeschi in carri armati e migliorare, così, radicalmente, la situazione del nostro Esercito. Questo mezzo consiste non solo nell’aumentare la produzione di carri armati nel nostro paese, ma anche nell’aumentare rapidamente la produzione di aeroplani anticarro, di fucili e cannoni anticarro, di bombe e di mortai anticarro, nel costruire un numero sempre maggiore di fosse anticarro e di ostacoli anticarro di ogni genere.
Questo è oggi il nostro compito.
Noi possiamo assolvere questo compito e lo dobbiamo assolvere ad ogni costo!”.
Continuando nella sua analisi Stalin dichiarò: “Si possono considerare gli hitleriani nazionalsocialisti? No, non si possono. In realtà gli hitleriani non sono ora nazionalisti, ma imperialisti. Fino a quando gli hitleriani miravano a riunire le terre tedesche e a riunire al loro paese la regione del Reno, l’Austria, ecc. si poteva considerarli, con qualche fondamento, nazionalisti. Ma dopo che hanno conquistato i territori altrui e asservito le nazioni europee – cechi, slovacchi, polacchi, norvegesi, danesi, olandesi, belgi, francesi, serbi, greci, ucraini, bielorussi, popoli baltici, ecc. – ed hanno cominciato a tendere al dominio mondiale, il partito hitleriano ha cessato di essere nazionalista, poiché da quel momento è diventato un partito imperialista, un partito di usurpatori e di oppressori.
Il partito degli hitleriani è un partito di imperialisti ed, anzi, degli imperialisti più rapaci e briganteschi di tutti gli imperialisti del mondo.
Si possono considerare gli hitleriani socialisti? No, non si può. In realtà gli hitleriani sono dei nemici giurati del socialismo, ultrareazionari e cento neri che hanno privato la classe operaia e i popoli dell’Europa delle elementari libertà democratiche…
Il solo fatto che i conquistatori tedeschi, nella loro degradazione morale, hanno perduto ogni aspetto umano e sono già da molto tempo caduti al livello di bestie feroci, questa sola circostanza dice che essi si sono condannati a una fine inevitabile…
Esistono altri tre fattori fondamentali la cui forza aumenta di giorno in giorno e che devono portare, nel prossimo avvenire, all’inevitabile disfatta del brigantesco imperialismo hitleriano.
In primo luogo, la debolezza delle retrovie europee della Germania imperialistica, la debolezza del ‘nuovo ordine’ in Europa. Gli invasori tedeschi hanno oppresso i popoli del continente europeo… li hanno privati del diritto di disporre della propria sorte… e hanno fatto di essi i loro schiavi… Questo è da essi chiamato il ‘nuovo ordine’ in Europa… i popoli asserviti d’Europa lotteranno e insorgeranno contro la tirannide hitleriana. Chi può dubitare che l’Unione Sovietica, la Gran Bretagna e gli Stati Uniti presteranno un completo appoggio ai popoli dell’Europa, nella loro lotta di liberazione contro la tirannide hitleriana?
In secondo luogo, la debolezza delle retrovie tedesche dei conquistatori hitleriani. Fino a quando gli hitleriani badavano a ricomporre la Germania, smembrata in seguito al trattato di Versailles, essi potevano avere l’appoggio del popolo tedesco, animato dall’ideale della ricostituzione della Germania. Ma dopo che questo compito fu risolto e gli hitleriani si misero sulla via dell’imperialismo, sulla via della conquista delle terre altrui e dell’assoggettamento di altri popoli… un profondo rivolgimento è avvenuto nel popolo tedesco contro la continuazione della guerra, per la fine della guerra… anche le retrovie tedesche delle truppe tedesche, sono un vulcano, pronto ad esplodere ed a seppellire gli avventurieri hitleriani.
Infine, la coalizione dell’Unione Sovietica, della Gran Bretagna e degli Stati Uniti d’America contro gli imperialisti fascisti tedeschi. È un fatto che la Gran Bretagna, gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica si sono uniti in un campo unico che si è assegnato il compito di sbaragliare gli imperialisti hitleriani e le loro armate conquistatrici… Questo è uno dei motivi della fine inevitabile del brigantesco imperialismo hitleriano…
Lenin distingueva due generi di guerre: guerre di conquista, e quindi ingiuste, e guerre di liberazione, giuste…
Noi non abbiamo e non possiamo avere nella guerra degli scopi come la conquista di territori altrui, l’assoggettamento di altri popoli… Il nostro primo compito consiste nel liberare i nostri territori e i nostri popoli dal giogo dei fascisti tedeschi.
Noi non abbiamo e non possiamo avere nella guerra degli scopi come l’imposizione della nostra volontà e del nostro regime ai popoli slavi ed agli altri popoli asserviti dell’Europa, che attendono da noi un aiuto. Il nostro scopo è aiutare questi popoli nella loro lotta di liberazione contro la tirannide hitleriana, e poi lasciare ad essi la piena libertà di organizzarsi sulla loro terra come lo desiderano. Nessuna ingerenza negli affari interni degli altri popoli”.141

La difesa di Mosca simbolo della strenua lotta contro l’invasore nazifascista

Stalin diresse personalmente la difesa di Mosca, recandosi anche due volte al fronte per infondere fiducia ai combattenti e verificare lo stato di preparazione delle operazioni di difesa della città. Cosa che ripeté anche durante la difesa di Leningrado ed in altre occasioni. Mosca divenne un’unica trincea pronta ad essere difesa dal suo popolo strada per strada e casa per casa. 360 mila comunisti, membri del partito e del Komsomol (l’organizzazione giovanile), si recarono al fronte.
Nel novembre del 1941 cinquantuno divisioni della Wermacht sferrarono quello che nei piani hitleriani doveva essere l’attacco decisivo e finale per la conquista di Mosca. Si rivelò invece essere la prima, dura sconfitta delle armate naziste dall’inizio della guerra. Una sconfitta che fece tabula rasa del mito dell’invincibilità dell’esercito tedesco creato ad arte dalla propaganda del Reich e che maturò grazie all’eroica resistenza dei difensori di Mosca e alle azioni militari dell’Esercito rosso. Le truppe assalitrici furono dapprima isolate dalle loro retrovie e, successivamente, completamente sbaragliate dalle controffensive dell’Esercito rosso ordinate dal Quartier Generale del Comando Supremo diretto da Stalin. Il 5 dicembre furono le truppe sovietiche del Fronte di Kalinin a lanciarsi all’attacco e, il giorno successivo, quelle dei Fronti occidentale e sud-occidentale che portarono l’Armata Rossa all’offensiva su un fronte lungo 800 km. e che, nel gennaio 1942, costrinsero le armate tedesche ad arretrare di ben 400 km.
La nuova situazione determinatasi sul campo di battaglia fu analizzata da Stalin nell’Ordine del giorno n. 55 diramato il 23 febbraio 1942. È, questo, un documento molto importante che rappresenta un punto fermo nello sviluppo della teoria e della pratica marxista-leninista sulla guerra; sui fattori permanenti della guerra che scaturiscono dal legame inscindibile tra gli aspetti militari e lo sviluppo economico-politico dello Stato socialista, tra la preparazione tecnica dei combattenti dell’Esercito rosso e la loro elevata coscienza politica, etica e ideologica marxista-leninista.
“Nei primi mesi della guerra, – affermò Stalin in quel comunicato – dato che l’aggressione fascista tedesca fu fatta di sorpresa e all’improvviso, l’Esercito rosso è stato costretto a ritirarsi, ad abbandonare una parte del territorio sovietico. Ma ritirandosi esso estenuava le forze del nemico, gli infliggeva duri colpi. Né i soldati dell’Esercito rosso, né i popoli del nostro paese dubitarono che questa ritirata sarebbe stata temporanea, che il nemico sarebbe stato fermato e poi disfatto…
Ora i tedeschi non dispongono più del vantaggio militare, che avevano conseguito nei primi mesi della guerra grazie all’aggressione a tradimento e di sorpresa. L’elemento della sorpresa e il carattere improvviso dell’aggressione, quali riserve delle truppe fasciste tedesche, si sono completamente esauriti. Con ciò è stata eliminata l’ineguaglianza delle condizioni di guerra, dovuta alla sorpresa dell’aggressione fascista tedesca. Ora le sorti della guerra saranno decise non da un elemento contingente qual è la sorpresa, ma da fattori costanti: la solidità delle retrovie, il morale dell’esercito, il numero e la qualità delle divisioni, l’armamento dell’esercito, la capacità d’organizzazione dei comandanti dell’esercito. A questo proposito occorre rilevare la seguente circostanza: è bastato che dall’arsenale dei tedeschi scomparisse il fattore sorpresa, perché l’esercito fascista tedesco si trovasse di fronte alla catastrofe.
I fascisti tedeschi considerano il loro esercito invincibile e affermano che nella guerra ad armi pari esso sconfiggerebbe indubbiamente l’Esercito rosso. Attualmente l’esercito rosso e l’esercito fascista tedesco conducono la guerra ad armi pari. Di più: l’Esercito fascista tedesco ha un appoggio diretto sul fronte da parte delle truppe dell’Italia, della Romania, e della Finlandia. L’Esercito rosso non dispone, per ora, di un simile appoggio. Ebbene: il vantato esercito tedesco subisce delle sconfitte, mentre l’Esercito rosso registra al suo attivo dei seri successi. Sotto i colpi vigorosi dell’Esercito rosso, le truppe tedesche, in ritirata verso occidente, riportano enormi perdite in uomini ed in mezzi tecnici. Esse si aggrappano ad ogni posizione, cercando di allontanare il giorno della loro disfatta. Ma gli sforzi del nemico sono vani. L’iniziativa sta ora nelle nostre mani, e gli sforzi della macchina bellica arrugginita e sconquassata di Hitler non possono contenere la pressione dell’Esercito rosso. Non è lontano il giorno in cui l’Esercito rosso, con un colpo vigoroso respingerà da Leningrado i nemici imbestialiti, libererà le città e i villaggi della Bielorussia e dell’Ucraina, della Lituania e della Lettonia, dell’Estonia e della Carelia, libererà la Crimea sovietica e su tutta la terra sovietica sventoleranno nuovamente le vittoriose bandiere rosse.
Sarebbe, però, imperdonabile miopia appagarsi dei successi ottenuti e pensare di averla già finita con le truppe tedesche… Il nemico è ancora forte. Esso tenderà le sue ultime forze per ottenere il successo. E quanto più subirà delle sconfitte, tanto più sarà feroce. Perciò è necessario che nel nostro paese non si attenui neanche un istante la preparazione delle riserve per l’aiuto al fronte. È necessario che sempre nuove unità militari vadano al fronte per consolidare la vittoria sul nemico imbestialito. È necessario che la nostra industria, e particolarmente l’industria bellica, lavorino con energia raddoppiata. È necessario che il fronte riceva ogni giorno, in quantità sempre crescente, carri armati, aeroplani, cannoni, mortai, mitragliatrici, fucili, fucili automatici, munizioni.
In ciò consiste una delle principali fonti della forza e della potenza dell’Esercito rosso.
Ma la forza dell’Esercito rosso non consiste soltanto in questo.
La forza dell’Esercito rosso consiste innanzi tutto nel fatto che esso non conduce una guerra di conquista, una guerra imperialistica, ma una guerra patriottica, di liberazione, giusta. Il compito dell’Esercito rosso è di liberare il nostro territorio sovietico dagli invasori tedeschi, di liberare dal giogo degli invasori tedeschi i cittadini dei nostri villaggi e delle nostre città, che prima della guerra erano liberi e vivevano umanamente, mentre ora sono oppressi e soffrono a causa dei saccheggi, della rovina e della fame; liberare, infine, le nostre donne dall’onta e dagli oltraggi, a cui le sottopongono i criminali fascisti tedeschi. Che cosa può essere più nobile e più elevato di tale compito? Nessun soldato tedesco può dire di condurre una guerra giusta, perché il soldato tedesco non può non vedere che è costretto a combattere per il saccheggio e l’oppressione degli altri popoli. Il soldato tedesco non ha uno scopo elevato e nobile nella guerra, uno scopo capace di esaltarlo e di cui essere fiero. Ogni combattente dell’Esercito rosso può dire invece con fierezza di condurre una guerra giusta, di liberazione, per la libertà e l’indipendenza della sua patria. L’Esercito rosso ha nella guerra uno scopo nobile ed elevato che lo spinge a compiere gesta eroiche. E appunto questo spiega perché la guerra nazionale fa sorgere tra noi migliaia di eroi e di eroine, pronti a morire per la libertà della patria.
In ciò consiste la forza dell’Esercito rosso.
In ciò consiste anche la debolezza dell’esercito fascista tedesco.
A volte nella stampa straniera si diffonde la voce che l’Esercito rosso ha per scopo di sterminare il popolo tedesco e distruggere lo Stato tedesco. Questa è, certamente, una sciocca menzogna e una calunnia poco intelligente contro l’Esercito rosso. L’Esercito rosso non ha e non può avere tali scopi idioti. Lo scopo dell’Esercito rosso è scacciare gli invasori tedeschi dal nostro paese e liberare la terra sovietica dagli invasori fascisti tedeschi. È molto probabile che la guerra per la liberazione della terra sovietica porti alla cacciata e alla distruzione della cricca di Hitler. Noi saluteremmo con gioia tale soluzione. Ma sarebbe ridicolo identificare la cricca di Hitler col popolo tedesco, con lo Stato tedesco. L’esperienza della storia insegna che gli Hitler vengono e se ne vanno, mentre il popolo tedesco, lo Stato tedesco rimangono.
La forza dell’Esercito rosso consiste, infine, nel fatto che esso non ha e non può avere un odio di razza verso gli altri popoli e quindi anche verso il popolo tedesco, nel fatto che esso è educato nello spirito dell’eguaglianza di tutti i popoli e di tutte le razze, nello spirito del rispetto dei diritti degli altri popoli. La teoria razziale dei tedeschi e la pratica dell’odio di razza hanno fatto sì che tutti i popoli amanti della libertà sono diventati nemici della Germania fascista. La teoria della eguaglianza delle razze e la pratica del rispetto dei diritti degli altri popoli, nell’URSS, hanno fatto sì che tutti i popoli amanti della libertà sono diventati amici dell’Unione Sovietica.
In ciò consiste la forza dell’Esercito rosso.
In ciò consiste anche la debolezza dell’esercito fascista tedesco…
L’Esercito rosso è libero da qualsiasi odio di razza. Esso è libero da un sentimento così avvilente, perché è educato nello spirito dell’eguaglianza delle razze e nel rispetto dei diritti degli altri popoli. Non bisogna dimenticare inoltre che nel nostro paese la manifestazione dell’odio di razza è punita dalla legge.
Certo, l’Esercito rosso è costretto ad annientare gli invasori fascisti tedeschi, perché essi vogliono soggiogare la nostra Patria; e vi è costretto anche ogni volta che, accerchiati dalle nostre truppe, essi si rifiutano di deporre le armi e di darsi prigionieri. L’Esercito rosso li annienta non in considerazione della loro origine tedesca, ma perché essi vogliono asservire la nostra Patria. L’Esercito rosso, come l’esercito di qualsiasi altro popolo, ha il diritto ed il dovere di distruggere gli oppressori della sua patria, indipendentemente dalla loro origine nazionale. Poco tempo fa nelle città di Kalinin, di Klin, di Sukhinici, di Andreapol, di Toropez, le nostre truppe accerchiarono le guarnigioni tedesche che vi si trovavano e le invitarono a darsi prigioniere, promettendo in tal caso, di salvar loro la vita. Le guarnigioni tedesche si rifiutarono di deporre le armi e di darsi prigioniere. È comprensibile che si sia dovuto scacciarle con la forza e molti tedeschi sono rimasti uccisi. La guerra è la guerra. L’Esercito rosso fa prigionieri i soldati e gli ufficiali tedeschi che si arrendono, e salva loro la vita. L’Esercito rosso annienta i soldati e gli ufficiali tedeschi, che si rifiutano di deporre le armi e cercano, con le armi alla mano, di soggiogare la nostra Patria”.142
La mancanza di un secondo fronte di guerra in Europa, fece sì che ancora per lunghi mesi l’URSS dovette sopportare il peso maggiore della potenza aggressiva tedesca. Lo fece con grande eroismo, con una fiducia illimitata nei suoi mezzi e nelle sue risorse e con la certezza di uscire vittoriosa dall’atroce conflitto con la belva nazifascista. L’Armata Rossa e il popolo sovietico soffrirono e pagarono il più tragico tributo di sangue in questa alta e giusta lotta per la libertà non solo dell’URSS, ma di tutti i popoli d’Europa e del mondo finiti sotto il barbaro dominio degli hitleriani e dei loro complici. Mai tutti questi popoli potranno dimenticare tutto ciò, e rimarranno grati in eterno all’Unione Sovietica ed al suo popolo per il grande sacrificio e il duro prezzo pagati anche per la loro libertà.
Stalin analizzò il problema della mancanza di un secondo fronte di guerra in Europa tracciando il bilancio della situazione nel 1942. “Alla seduta solenne in occasione dell’anniversario della Rivoluzione sovietica d’Ottobre, si fa abitualmente il bilancio dei risultati del lavoro svolto dagli organi statali e dal Partito nell’anno trascorso. Sono stato incaricato di presentarvi il rapporto proprio su questi risultati dell’anno trascorso – dal novembre dell’anno passato al novembre dell’anno in corso…
Il lavoro di edificazione pacifica dei nostri organi dirigenti è consistito in questo periodo nel trasportare la base della nostra industria, sia bellica che civile, nelle zone orientali del nostro paese, nell’evacuazione e nella sistemazione, in nuove località, degli operai e delle installazioni degli stabilimenti, nell’aumento delle superfici seminate e nell’aumento delle colture autunnali ad Oriente; infine, nel radicale miglioramento del funzionamento delle nostre aziende, che lavorano per il fronte e nel rafforzamento della disciplina del lavoro nelle retrovie, tanto nelle officine come nei colcos e nei sovcos. Bisogna dire che questo è stato un lavoro organizzativo difficilissimo e complicatissimo, di grande ampiezza, per tutti i nostri commissariati del popolo, economici ed amministrativi, compreso quello dei nostri trasporti ferroviari. Tuttavia si è riusciti a superare le difficoltà. Ed ora le nostre officine, i nostri colcos e sovcos, nonostante tutte le difficoltà del tempo di guerra, lavorano in modo indiscutibilmente soddisfacente. Le nostre officine belliche e le altre aziende, legate ad esse, riforniscono regolarmente e accuratamente l’Esercito rosso di cannoni, di mortai, di aeroplani, di carri armati, di mitragliatrici, di fucili, di munizioni. Altrettanto regolarmente e accuratamente i nostri colcos e sovcos riforniscono la popolazione e l’Esercito rosso di viveri e la nostra industria di materie prime. Bisogna riconoscere che il nostro paese non ha mai avuto delle retrovie così solide e organizzate…
Quanto all’attività militare dei nostri organi dirigenti, essa è consistita nell’anno trascorso nell’assicurare le operazioni offensive e difensive dell’Esercito rosso contro le truppe fasciste tedesche. Le operazioni militari sul fronte sovietico-tedesco, nell’anno trascorso, possono essere divise in due periodi: il primo periodo è soprattutto il periodo invernale, nel quale l’Esercito rosso, respinto l’attacco dei tedeschi contro Mosca, ha preso l’iniziativa nelle proprie mani, è passato all’offensiva, ha ricacciato indietro le truppe tedesche, e nel corso di quattro mesi ha avanzato in qualche punto più di 400 chilometri; il secondo periodo è il periodo estivo, nel quale le truppe fasciste tedesche, approfittando della mancanza del secondo fronte in Europa, hanno raccolto tutte le loro riserve disponibili, hanno sfondato il fronte nella direzione sud-occidentale, e presa l’iniziativa nelle loro mani, in cinque mesi hanno avanzato in qualche punto di circa 500 chilometri…
Il secondo periodo delle operazioni militari sul fronte sovietico-tedesco è caratterizzato da una svolta… a favore dei tedeschi; dal passaggio della iniziativa nelle loro mani; dalla rottura del nostro fronte nella direzione sud-occidentale; dall’avanzata delle truppe tedesche e dalla loro irruzione nelle zone di Voronez, di Stalingrado, di Novorossijsk, di Piatigorsk, di Mozdok. Approfittando della mancanza del secondo fronte in Europa, i tedeschi e i loro alleati hanno gettato sul fronte tutte le loro riserve disponibili e, lanciatele in una sola direzione, nella direzione sud-occidentale, hanno creato qui una grande preponderanza di forze e hanno ottenuto un notevole successo tattico.
A quanto pare i tedeschi non sono più tanto forti da condurre contemporaneamente l’offensiva in tutte e tre le direzioni: al sud, al nord, al centro, come nei primi mesi dell’offensiva tedesca, nell’estate dell’anno scorso; ma essi sono ancora abbastanza forti per organizzare una seria offensiva in una sola direzione… si può pensare che lo scopo principale dell’offensiva consistesse nell’occupazione delle zone petrolifere di Grozni e di Bakù. Ma i fatti smentiscono decisamente tale supposizione. I fatti dicono che l’avanzata dei tedeschi verso le zone petrolifere dell’URSS non è lo scopo principale, ma uno scopo sussidiario.
In che cosa consisteva allora lo scopo principale dell’offensiva tedesca? Esso consisteva nell’aggirare Mosca dall’est, tagliarla dalle retrovie – dal Volga e dagli Urali – e poi marciare su di essa. L’avanzata dei tedeschi nel sud, verso le zone petrolifere, aveva per scopo sussidiario non solo e non tanto quello di occupare le zone petrolifere, quanto quello di stornare le nostre principali riserve nel sud e indebolire il fronte di Mosca, per poter più facilmente riportare il successo puntando su Mosca. Ciò spiega effettivamente perché il grosso delle truppe tedesche non si trova nel sud, ma nella zona di Orel e di Stalingrado…
In poche parole: lo scopo principale dell’offensiva d’estate dei tedeschi consisteva nell’accerchiare Mosca e finire la guerra entro quest’anno…
Dopo essersi scottati le dita l’anno scorso nell’attacco frontale contro Mosca, i tedeschi intendevano prendere Mosca quest’anno con un movimento aggirante e terminare, così, la guerra a oriente…
Come spiegare il fatto che i tedeschi sono tuttavia riusciti a prendere quest’anno nelle loro mani l’iniziativa delle operazioni militari e a riportare seri successi tattici sul nostro fronte?
Ciò si spiega col fatto che i tedeschi e i loro alleati sono riusciti a riunire tutte le loro riserve disponibili, a gettarle sul fronte orientale e a creare, in una direzione, una grande preponderanza di forze. Non può esservi alcun dubbio che i tedeschi, senza queste misure, non avrebbero potuto riportare un successo sul nostro fronte. Ma perché essi sono riusciti a riunire tutte le loro riserve e a gettarle sul fronte orientale? Perché la mancanza del secondo fronte in Europa ha dato loro la possibilità di fare queste operazioni senza correre nessun rischio…
Ammettiamo che in Europa esistesse il secondo fronte, come esisteva durante la prima guerra mondiale, e che il secondo fronte attirasse, diciamo, 60 divisioni tedesche e 20 divisioni degli alleati della Germania. Quale sarebbe la situazione delle truppe tedesche sul nostro fronte? Non è difficile indovinare che la loro situazione sarebbe lamentevole. Più ancora, questo sarebbe il principio della fine per le truppe fasciste tedesche, perché l’Esercito rosso non sarebbe in questo caso dove è ora, ma in qualche posto vicino a Pscov, a Minsk, a Gitomir, a Odessa. Ciò significa che già nell’estate di quest’anno l’esercito fascista tedesco sarebbe stato messo di fronte alla catastrofe. E ciò non è avvenuto perché la mancanza del secondo fronte in Europa ha salvato i tedeschi…
Secondo dati controllati, che non lasciano alcun dubbio, su 256 divisioni che ha ora la Germania, vi sono sul nostro fronte non meno di 179 divisioni tedesche. Se a queste si aggiungono 22 divisioni rumene, 14 divisioni finlandesi, 10 divisioni italiane, 13 divisioni ungheresi, 1 divisione slovacca, 1 divisione spagnola, si hanno in tutto 240 divisioni che si battono ora sul nostro fronte. Le altre divisioni dei tedeschi e dei loro alleati fanno servizio di guarnigione nei paesi occupati (Francia, Belgio, Norvegia, Olanda, Jugoslavia, Polonia, Cecoslovacchia, ecc.), una parte di esse conduce la guerra in Libia per l’Egitto, contro l’Inghilterra, ed il fronte libico attira in tutto 4 divisioni tedesche e 11 divisioni italiane.
Quindi, invece di 127 divisioni, come nella prima guerra mondiale, noi abbiamo ora contro il nostro fronte non meno di 240 divisioni e, invece di 85 divisioni tedesche, abbiamo ora 179 divisioni tedesche che si battono contro l’esercito rosso.
Ecco qual è la causa principale e la base dei successi tattici delle truppe fasciste tedesche sul nostro fronte nell’estate di quest’anno…
Potete ora immaginarvi quanto sono serie e straordinarie le difficoltà che stanno davanti all’Esercito rosso e come è grande l’eroismo di cui dà prova l’Esercito rosso nella sua guerra di liberazione contro gli invasori fascisti tedeschi.
Penso che nessun altro paese e nessun altro esercito potrebbe sostenere una simile pressione delle imbestialite bande dei briganti fascisti tedeschi e dei loro alleati. Soltanto il nostro paese sovietico e soltanto il nostro Esercito rosso sono capaci di sostenere tale pressione. E non solo di sostenerla ma di vincerla.
Si chiede spesso: ma il secondo fronte ci sarà dunque in Europa? Sì, ci sarà, presto o tardi, ma ci sarà. E ci sarà non solo perché è necessario a noi, ma anche, innanzi tutto, perché non è meno necessario ai nostri alleati che a noi…”.143

Stalingrado e Kursk, l’Armata Rossa dà inizio all’offensiva
Se la battaglia in difesa di Mosca mise fine al falso mito dell’invincibilità dell’esercito hitleriano, fu con le epiche vittorie sul fronte di Stalingrado (settembre 1942-gennaio 1943) e di Kursk in Ucraina (luglio-agosto 1943) che l’Armata Rossa cambiò strategicamente le sorti della guerra, passando decisamente all’offensiva che condurrà all’annientamento totale degli eserciti invasori e al crollo del regime hitleriano.
Per sventare i nuovi piani militari tedeschi di conquista della capitale sovietica da est, sagacemente intuiti da Stalin, era necessaria la difesa di Stalingrado messa sotto assedio dall’avanzata delle truppe della Wermacht attuata nei mesi di giugno e luglio. L’eroica difesa della città fu sostenuta dalle Sessantaduesima e Sessantaquattresima armate comandate dai generali Ciujkov e Sciumilov, efficacemente sostenute dalla popolazione civile organizzata nel Comitato di difesa cittadino e da circa diecimila volontari duemila dei quali erano militanti comunisti iscritti al partito o al Komsomol. Il 13 settembre venne sferrato contro la città il primo attacco in forze effettuato dalla sesta armata di Von Paulus, trecentotrentamila soldati bene armati sostenuti da una potente artiglieria e mezzi corazzati e dalla quarta flotta aerea. Nei lunghi e duri mesi di combattimento, l’aviazione tedesca effettuerà circa duemila incursioni a sostegno degli oltre settecento assalti operati dalle forze di terra.
Dopo la prima fase della battaglia grazie soprattutto al massiccio spiegamento di mezzi corazzati, le truppe tedesche ebbero il sopravvento occupando gran parte della città. Ciò fece dire a Hitler, il 30 settembre, che la conquista di Stalingrado era cosa certa, senza tenere nel giusto conto la grande capacità combattiva dell’Esercito rosso, la sua forza organizzativa, il valore, l’alto spirito di sacrificio e l’abnegazione di cui erano dotati i soldati sovietici. Nella città completamente distrutta sanguinosi combattimenti si susseguiranno di giorno e di notte a difesa di ogni palmo di terra, con i partigiani sovietici e i combattenti dell’Esercito rosso impegnati a costruire sbarramenti anticarro, a fortificare le case, a creare passaggi e vie di comunicazione tra i quartieri della città scavando gallerie sotterranee, ad allestire postazioni per i cecchini a erigere barricate e minare le strade della città. Il rifornimento e l’approvvigionamento di quanti strenuamente combattevano a Stalingrado fu assicurato dalla flottiglia militare del Volga che coraggiosamente sotto il fuoco del nemico traghettava viveri, acqua potabile, medicinali, munizioni e quant’altro potesse essere utile alla resistenza.
Il 5 ottobre 1942 Stalin esortò, incitò i valorosi difensori di Stalingrado a non cedere, a non abbandonare la città al nemico. E il 6 novembre 1942 la “Pravda” pubblica una lettera dei resistenti indirizzata a Stalin, nella quale essi affermano: “Al cospetto delle nostre bandiere di battaglia, a cospetto di tutto il Paese dei Soviet, noi giuriamo che non macchieremo la gloria delle armi russe, che lotteremo fino all’estrema possibilità. Sotto la vostra direzione i nostri padri vinsero la battaglia di Zarizin, sotto la vostra direzione noi vinceremo anche oggi nella grande battaglia sotto Stalingrado”.144
Stalin elaborò e mise in atto il minuzioso piano strategico della controffensiva sovietica. Il 12 novembre 1942, Stalin, emanò l’ordine d’attacco. Le truppe del Fronte sud-occidentale del Fronte del Don dell’Armata Rossa guidate dai generali Vatutin e Rokossovskij sfondarono le linee nemiche a nord-ovest di Stalingrado ed altrettanto fece, il giorno successivo a sud della città, il Fronte di Stalingrado dell’Armata Rossa comandato dal generale Eremenko. Le forze corazzate sovietiche sui due fronti di attacco iniziarono una efficace e rapida azione di ricongiungimento ultimata il 23 novembre. Le armate hitleriane da assedianti si ritrovarono assediate e senza possibilità di ricevere rinforzi poiché l’offensiva delle truppe fasciste tedesche provenienti dalla regione di Kotelnikovo, venne fermata e respinta dalla Cinquantunesima armata dell’Esercito rosso.
Il 2 febbraio del 1943, la gloriosa battaglia di Stalingrado ebbe termine con la completa vittoria dell’Armata Rossa e il totale annientamento degli aggressori nazisti.
Il 23 febbraio 1943, in occasione del 25° anniversario della costituzione dell’Esercito rosso, Stalin, comandante supremo delle Forze armate dell’URSS, emise l’Ordine del giorno n. 95. “Un quarto di secolo è passato da quando fu creato l’Esercito rosso – disse Stalin -. Esso fu creato per lottare contro gli invasori stranieri, che volevano asservire il nostro paese. Il 23 febbraio 1918, giorno in cui le unità dell’Esercito rosso sconfissero in pieno davanti a Pskov e a Narva le truppe degli invasori tedeschi, fu proclamato giorno di nascita dell’Esercito rosso…
L’Esercito rosso è l’esercito della difesa della pace e dell’amicizia tra i popoli di tutti i paesi. Esso non è stato creato per la conquista di altri paesi, ma per la difesa delle frontiere del paese dei Soviet. L’Esercito rosso ha sempre rispettato i diritti e l’indipendenza di tutti i popoli…
L’Esercito rosso celebra il 25° anniversario della sua esistenza nel momento decisivo della guerra patriottica contro la Germania hitleriana e i suoi servi italiani, ungheresi, romeni, finlandesi…
Tre mesi fa le truppe dell’Esercito rosso hanno iniziato l’offensiva alle porte di Stalingrado. Da allora l’iniziativa delle operazioni militari è nelle nostre mani e il ritmo, la forza d’assalto delle operazioni offensive dell’Esercito rosso non diminuiscono. Oggi, nelle difficili condizioni invernali, l’Esercito rosso attacca su un fronte di 1.500 km e ottiene successi quasi dappertutto…
È incominciata la cacciata in massa del nemico dal Paese dei Soviet.
Che cosa è mutato nel corso di questi tre mesi? Quali sono i motivi di questi gravi insuccessi dei tedeschi?
Quali sono le cause di questi insuccessi?
Il rapporto delle forze sul fronte sovietico-tedesco è mutato. Il fatto è che la Germania fascista si esaurisce sempre più e diventa più debole, mentre l’Unione Sovietica sviluppa sempre più le sue riserve e diventa più forte. Il tempo lavora contro la Germania fascista.
La Germania hitleriana che ha costretto a lavorare per lei l’industria bellica dell’Europa, fino a questi ultimi tempi disponeva di una superiorità sull’Unione Sovietica, nei mezzi tecnici e soprattutto nei carri armati e negli aeroplani. Questo era il suo vantaggio. Nel corso di venti mesi di guerra però la situazione è mutata. Grazie al lavoro pieno di abnegazione degli operai, delle operaie, degli ingegneri e dei tecnici dell’industria bellica dell’URSS, durante il corso della guerra la produzione dei carri armati, degli aeroplani e dei cannoni è aumentata. Nello stesso periodo di tempo il nemico ha subito sul fronte sovietico-tedesco perdite gravissime di mezzi tecnici e specialmente di carri armati, aeroplani e cannoni. In soli tre mesi di offensiva dell’Esercito rosso, nell’inverno 1942-1943, i tedeschi hanno perduto oltre 7.000 carri armati, 4.000 aeroplani, 17.000 cannoni e molto altro materiale bellico…
La Germania hitleriana ha iniziato la guerra contro l’URSS, possedendo, rispetto all’Esercito rosso, la superiorità numerica delle truppe mobilitate e pronte al combattimento. Questo era il suo vantaggio. Nel corso di 20 mesi però la situazione anche in questo campo è cambiata. Nel corso della guerra, dei combattimenti difensivi e offensivi, l’Esercito rosso ha messo fuori combattimento circa 9 milioni di soldati e ufficiali fascisti tedeschi, dei quali non meno di 4 milioni uccisi sul campo di battaglia. Le armate romene, italiana e ungherese, inviate da Hitler sul fronte sovietico-tedesco, sono state completamente disfatte. Soltanto nel corso degli ultimi tre mesi l’Esercito rosso ha sconfitto 112 divisioni del nemico, ha ucciso oltre 700 mila uomini e ne ha fatti prigionieri oltre 300 mila.
Naturalmente, il comando tedesco prenderà tutti i provvedimenti per colmare questi vuoti colossali… ci vorrà non poco tempo … E il tempo non aspetta.
L’esercito hitleriano è entrato in guerra contro l’Unione Sovietica possedendo un’esperienza di quasi due anni nella condotta di grandi operazioni militari in Europa con l’impiego dei più moderni mezzi di guerra. Nel primo periodo della guerra, naturalmente, l’Esercito rosso non aveva ancora e non poteva avere tale esperienza militare. Questo era il vantaggio dell’esercito fascista tedesco. In 20 mesi però la situazione anche in questo campo è mutata. Nel corso della guerra l’Esercito rosso è diventato un esercito fornito di quadri esperti. Ha imparato a battere il nemico a colpo sicuro, tenendo conto dei suoi lati deboli e forti, come richiede la scienza militare moderna. Centinaia di migliaia e milioni di combattenti dell’Esercito rosso sono diventati maestri della loro arma, del fucile, della sciabola, della mitragliatrice, dell’artiglieria, del mortaio, del carro armato, dei mezzi del genio e dell’aviazione. Decine di migliaia di comandanti dell’Esercito rosso sono diventati maestri nel guidare le truppe. Essi hanno appreso ad associare il coraggio e il valore personale alla capacità di dirigere le truppe sul campo di battaglia, rinunciando alla tattica di linea, sciocca e dannosa, e mettendosi saldamente sul terreno della tattica di manovra…
Non vi può esser dubbio che soltanto la giusta strategia del Comando dell’Esercito rosso e la tattica flessibile dei nostri comandanti che la applicano, hanno potuto portare ad un fatto così importante come l’accerchiamento e la liquidazione dell’enorme armata scelta dei tedeschi, composta di 330 mila uomini, davanti a Stalingrado.
A questo riguardo, le cose per i tedeschi sono ben lontane dall’essere soddisfacenti. La loro strategia è deficiente perché, di regola, essa sottovaluta le forze e le possibilità del nemico e sopravvaluta le proprie. La loro tattica è stereotipata, perché cerca di inquadrare gli avvenimenti che si svolgono al fronte in questo o quel paragrafo del regolamento. I tedeschi sono esatti e diligenti nelle loro operazioni quando la situazione permette di soddisfare alle esigenze del regolamento. In ciò consiste la loro forza. Quando la situazione si complica e comincia a ‘non corrispondere’ a questo o a quel paragrafo del regolamento, richiedendo che sia presa una decisione che il regolamento non prevede, i tedeschi diventano impotenti. In ciò consiste la loro debolezza fondamentale.
Tali sono le cause che hanno determinato la sconfitta delle truppe tedesche e i successi dell’Esercito rosso negli ultimi tre mesi.
Da questo però non consegue che sia finita con l’esercito hitleriano e che all’Esercito rosso rimanga soltanto da inseguirlo fino ai confini occidentali del nostro paese. Pensare ciò significa abbandonarsi a una illusione stolta e dannosa. Pensare così significa sopravvalutare le proprie forze, sottovalutare le forze del nemico e cadere nell’avventurismo.
Il nemico è stato sconfitto, ma non è ancora vinto. L’esercito fascista tedesco attraversa una crisi in seguito ai colpi ricevuti dall’Esercito rosso, ma questo non vuole ancora dire che non possa riaversi. La lotta contro gli invasori tedeschi non è ancora finita, essa non fa che svilupparsi e accendersi sempre di più. Sarebbe sciocco ritenere che i tedeschi abbandonino senza combattimento sia pure un chilometro del nostro suolo.
All’Esercito rosso incombe una dura lotta contro un nemico perfido, feroce e, per il momento, ancora forte. Questa lotta richiede del tempo, dei sacrifici, la tensione delle nostre forze e la mobilitazione di tutte le nostre possibilità… Alle armate nemiche sono stati assestati colpi potenti ma il nemico non è ancora vinto. Gli invasori tedeschi resistono furiosamente, contrattaccano, tentano di mantenersi sulle linee difensive e possono tentare nuove avventure. Ecco perché nelle nostre file non devono trovar posto la leggerezza, l’indifferenza, la presunzione.
Tutto il popolo sovietico si rallegra per le vittorie dell’Esercito rosso. Ma i combattenti, i comandanti e i dirigenti politici dell’Esercito rosso devono ricordare fermamente i comandamenti del nostro maestro Lenin: ‘La prima cosa è di non lasciarsi trascinare dalla vittoria e di non pavoneggiarsi, la seconda è di consolidare la vittoria, la terza di finire il nemico’…”.145
Il 6 marzo 1943 lo Stato sovietico conferì a Stalin, Comandante supremo delle Forze armate, il grado di Maresciallo.
Un’altra grande vittoria militare a merito di Stalin fu la battaglia di Kursk del luglio 1943. Lì le forze corazzate dell’Armata Rossa dopo aver arginato, logorato e decimato le divisioni scelte nemiche lanciatesi all’offensiva, passarono al contrattacco costringendo i nazifascisti alla ritirata.
La fase difensiva dell’eroica resistenza all’esercito invasore fascista tedesco era terminata e, in tutta l’URSS, l’Armata Rossa sviluppava la sua potente controffensiva.
Per i successi militari ottenuti e a riconoscimento della giusta direzione delle operazioni dell’Esercito rosso nella difesa della Patria contro gli invasori tedeschi, il Presidium del Soviet Supremo decorò il 6 novembre 1943 Stalin con l’Ordine di Suvarov di prima classe.

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