LIN PIAO IL “TROTSKI CINESE” ?: QUANDO LA MITOLOGIA SI ELEVA A RICERCA STORICA

da GIOVANNI APOSTOLOU ) Venerdì 23 dicembre 2011 alle ore 20.25

Leggendo un’articolo su Lin Piao (che è la seconda parte dell’articolo sulla vita di Lin Piao) sul sito del CAMPO ANTI-IMPERIALISTA (1) mi sono imbattuto in un’articolo che è un grande guazzabuglio di fasi storiche che confonde interpretazioni di fase con generalizzazioni teoriche con il fine di provare l’analogia tra le riflessioni di Trockij sulla rivoluzione mondiale (solo fuori quadro storico può essere associata alla categoria di “rivoluzione permanente” di Trotski le riflessioni di Lin Piao) e il pensiero di Lin Piao (2).

La seconda parte (la prima la si trova anche questa nel sito) dell’articolo-farsa in questione sulla vita di Lin Piao è il seguente:

“Sul primo punto, il significato e il valore della Rivoluzione culturale, Lin Biao riproponeva, tratteggiandola in poche pennellate, quella che era la specifica concezione maoista, opposta a quella staliniana di Liu Shaoqui,  per cui la lotta di classe avrebbe segnato anche tutta la fase di costruzione del socialismo, per cui il partito dirigente doveva agire come forza motrice del processo di rivoluzione permanente, nient’affatto limitarsi ad essere un organo precipuamente burocratico e amministrativo.

E’ sul piano della strategia rivoluzionaria a scala internazionale che Lin, appoggiandosi alla strategia di Mao Zedong fondata sui due pilastri della guerra prolungata di popolo e della “rivoluzione per la nuova democrazia”, aggiungeva il suo specifico contributo.

Sentiamo. 

L’imperialismo americano è deciso a perseguire la strada che porta ad  una guerra mondiale.

Noi dobbiamo prendere in seria considerazione questa tendenza.

Il punto focale della lotta attuale risiede in Vietnam.

Noi dobbiamo prepararci.

Senza sottrarci dal compiere i massimi sacrifici nazionali, siamo determinati a dare il nostro fermo sostegno al popolo fratello del Vietnam mentre conduce la guerra di resistenza contro l’aggressione americana per condurla fino alla sua conclusione. 

L’imperialismo guidato dagli Stati Uniti e il moderno revisionismo della direzione del PCUS sono collusi, stanno complottando con truffaldini negoziati di pace allo scopo di domare le violente fiamme della guerra nazionale rivoluzionaria del popolo vietnamita contro l’aggressione americana, e delle lotte nazionali rivoluzionarie in Asia, Africa e America Latina, le fiamme della rivoluzione mondiale.

(…)

Venti anni fa il Presidente Mao disse che i popoli del mondo intero avrebbero dovuto  formare un fronte unito contro l’imperialismo americano fino alla sua disfatta.

I popoli rivoluzionari del mondo stanno oggi avanzando su questa strada.

Emerge con particolare nitidezza quale fosse l’ossatura della concezione strategica di Lin, quella concezione che, passata la bufera della Rivoluzione culturale, la direzione del Pcc seppellirà assieme al corpo del suo messaggero (operazione che ebbe la sua consacrazione  nello scandaloso incontro tra Nixon e Mao nel  febbraio del 1972).

Quali erano propriamente i punti cardinali della concezione strategica di Lin?

Elenchiamoli:

(1) Il segno distintivo dell’epoca era la lotta irriducibile tra l’imperialismo e i popoli oppressi;

(2) l’imperialismo, capeggiato dal nemico principale rappresentato dagli USA, spingeva il mondo verso una nuova conflagrazione mondiale;

(3) la Cina doveva prepararsi ad affrontare questo conflitto risolutivo che avrebbe deciso l’esito della lotta storica tra socialismo e capitalismo;

(4) il punto focale della lotta mondiale era il Vietnam, e per questo la Cina non poteva sottrarsi dal fornire un appoggio incondizionato;

(5) il sostegno al Vietnam era tanto più decisivo perché la “direzione revisionista” del PCUS (non l’URSS in quanto tale, si badi bene) cercava, intrappolando così il movimento comunista mondiale, un compromesso con l’imperialismo americano alle spalle della lotta rivoluzionaria dei popoli oppressi;

(6) contro ogni compromesso con l’imperialismo americano la Cina doveva farsi campione, non a parole ma nei fatti, di un fronte unito antimperialista a scala mondiale.

Lin Biao ribadirà successivamente questo suo pensiero, non soltanto in occasione dei grandi raduni di massa che si succedettero per tutta la durata della Rivoluzione culturale, ma nelle riunioni dei vertici dell’Esercito Popolare di Liberazione, come pure nelle diverse riunioni ufficiali del PCC.

Come Lin saldasse in un unico coerente ragionamento la questione della trasformazione socialista della Cina a quella della rivoluzione mondiale, riagganciandosi in tal modo alle più autentiche concezioni bolsceviche, lo mostrerà col suo Rapporto al IX Congresso del Pcc, riunitosi nell’aprile del 1969, quando la Rivoluzione culturale iniziava a scemare e l’Esercito, non senza spargimenti di sangue, era riuscito a domare sia la destra del partito che le tendenze più estremiste delle Guardie Rosse.

Il Rapporto era quasi interamente dedicato alla Rivoluzione culturale, al suo significato e ai suoi risultati. Essa aveva vinto, la destra del partito e le tendenze burocratiche e tecnocratiche battute (Deng Xiaoping, nonostante godesse  della personale protezione di Mao era stato momentaneamente espulso dal Pcc un anno prima) ma non si poteva certo parlare di vittoria risolutiva:

” La vittoria finale in un paese socialista non solo richiede gli sforzi del proletariato e delle larghe masse popolari del proprio paese, ma dipende anche dalla vittoria della rivoluzione mondiale e dall’abolizione del sistema di sfruttamento dell’uomo sull’uomo su tutta la terra.

Un Congresso, quello dell’aprile del 1969, che si svolse  appunto, forte del ruolo decisivo dell’Esercito, all’insegna della  momentanea vittoria di Lin Biao nel Pcc.

Una vittoria che venne sancita dall’adozione di un nuovo statuto del partito (che non a caso sarà prontamente abrogato quando Deng ritornerà in auge), uno statuto che pur ribadendo la centralità del partito stesso, proprio nei suoi primi dieci articoli, raccoglieva ed enfatizzava la potente spinta antiburocratica dal basso della Rivoluzione culturale.

Ma occorre fare un passo indietro per mettere meglio a fuoco la concezione strategica di Lin. Esattamente al settembre 1965, al suo discorso in occasione dell’anniversario dell’inizio della guerra di Resistenza contro il Giappone.

Tutta la prima parte del discorso è una appassionata perorazione della concezione maoista della “Guerra  Popolare  Prolungata”, condensata nella nota formula dei sedici ideogrammi:

Il nemico avanza, noi indietreggiamo; il nemico si ferma, noi lo molestiamo; il nemico si indebolisce, noi lo attacchiamo; il nemico indietreggia, noi lo inseguiamo.

Nella seconda parte, e vale la pena citarla ampiamente, Lin Biao aggiunge invece il suo contributo originale.

L’asse del ragionamento è netto: la Guerra Popolare Prolungata, sorta nelle specifiche condizioni della Cina moderna soggiogata dagli imperialisti, aveva in verità un valore internazionale, poteva e doveva diventare, nel contesto del fronte unico antimperialista internazionale, la modalità principale della lotta rivoluzionaria.

Veniva dunque contestato alla radice il perno stesso del ragionamento di Krusciov e dei sovietici, quello per cui, nell’epoca della armi nucleari, solo chi ne fosse provvisto avrebbe potuto sfidare l’imperialismo americano. Ma Lin va ben oltre, e così tratteggia la sua visione:

Le  vaste regioni dell’Asia, dell’Africa e dell’America Latina sono il principale teatro dell’opposizione violenta dei popoli all’imperialismo americano e ai suoi lacché.

Sono esse che nel mondo subiscono il maggior peso dell’oppressione imperialista; ma è anche presso questi popoli che la dominazione imperialista è più vulnerabile.

Le tempeste rivoluzionarie che sono scoppiate in questi paesi dopo la seconda guerra mondiale e che aumentano ininterrottamente di intensità, sono diventate la forza principale che oggi sferra dei colpi diretti all’imperialismo americano.

La contraddizione tra i popoli rivoluzionari dell’Asia, dell’Africa e dell’America Latina e gli imperialisti capeggiati dagli USA, è la principale contraddizione del mondo contemporaneo.

Il suo sviluppo è il motore della lotta dei popoli contro l’imperialismo americano e i suoi lacché. (…)

Molti popoli e paesi di questi tre continenti sono oggi pericolosamente esposti all’aggressione e all’asservimento degli imperialisti, capeggiati dagli Stati Uniti.

La situazione politica ed economica di molti di questi paesi presenta diverse analogie con la situazione che presentava in passato la Cina. 

Qui, come in Cina, la questione contadina è estremamente importante.

I contadini solo la forza principale della rivoluzione nazionale e democratica contro l’imperialismo e i suoi lacchè. 

Invadendo questi paesi, gli imperialisti hanno sempre occupato anzitutto le grandi città e le vie di comunicazione importanti, ma non sono mai riusciti a controllare interamente le ampie zone rurali. La campagna è il mondo senza confini in cui i rivoluzionari possono agire in tutta libertà.

La campagna è la sola base rivoluzionaria dalla quale i rivoluzionari possono compiere i primi passi verso la vittoria finale.

Così la teoria del compagno Mao Zedong sulla creazione di basi rivoluzionarie nelle zone rurali e l’accerchiamento delle città da parte della campagna attira sempre più l’attenzione dei popoli di questi continenti.

Se si considera il mondo nel suo complesso, l’America del Nord e l’Europa Occidentale, possono essere considerate le “città”, mente l’Asia, l’Africa e l’America Latina “le campagne”.

Il movimento rivoluzionario del proletariato dei paesi capitalistici dell’America del Nord e dell’Europa Occidentale ha provvisoriamente segnato il passo per vari motivi dopo la seconda guerra mondiale, mentre il movimento rivoluzionario dei popoli d’Asia, Africa e America Latina si è sviluppato vigorosamente.

E in un certo senso, la rivoluzione mondiale conosce oggi una situazione che vede le città accerchiate dalla campagna.

E’ infine dalla lotta rivoluzionaria dei popoli dell’Asia, dell’Africa e dell’America Latina, ove vive la stragrande maggioranza della popolazione mondiale, che dipende la causa della rivoluzione mondiale.

Perciò i paesi socialisti devono considerare l’appoggio da fornire alla lotta rivoluzionaria dei popoli di questi tre continenti, come dovere internazionalista.

La Rivoluzione d’Ottobre ha inaugurato un’epoca nuova per la rivoluzione delle nazioni oppresse.

Il suo trionfo ha gettato un ponte tra la rivoluzione socialista proletaria d’Occidente e la rivoluzione nazionale e democratica dei paesi coloniali e semicoloniali d’Oriente.

E la rivoluzione cinese ha dato una risposta decisiva al problema del rapporto tra rivoluzione nazionale e democratica e rivoluzione socialista dei paesi coloniali e semicoloniali.

Il compagno Mao Zedong ha dimostrato che tutte le rivoluzioni antimperialiste che si sono prodotte, o si produrranno nei paesi coloniali o semicoloniali in seguito alla Rivoluzione d’Ottobre, non fanno più parte della rivoluzione mondiale borghese, capitalistica, ma della nuova rivoluzione mondiale, cioè della rivoluzione mondiale proletaria e socialista.

Sulla rivoluzione per una nuova democrazia, Mao ha formulato una teoria che costituisce un tutto organico …

essa ha come bersaglio l’imperialismo, il feudalesimo, il capitalismo burocratico…

Questa Rivoluzione non può essere guidata che da un partito autenticamente rivoluzionario e marxista-leninista..

Ad essa non partecipano solo gli operai, i contadini, la piccola borghesia urbana, ma anche la borghesia nazionale e tutti gli altri democratici antimperialisti e patrioti…

La Rivoluzione per una nuova democrazia è quindi orientata verso il socialismo e non verso il capitalismo.

La teoria del compagno Mao sulla Rivoluzione per la nuova democrazia racchiude nel contempo sia la teoria marxista-leninista della rivoluzione, suddivisa in varie fasi, che la teoria marxista della rivoluzione permanente.

Il compagno Mao Zedong ha operato, a ragione, una distinzione tra le due fasi della rivoluzione, quella della rivoluzione nazionale e democratica e quella della rivoluzione socialista, mettendole in stretta relazione.

La rivoluzione nazionale e democratica è l’indispensabile premessa della rivoluzione socialista cui essa tende nel corso del suo sviluppo.

Non esiste comunque nessuna barriera insuperabile tra queste due fasi della rivoluzione, ma solo dopo il compimento della rivoluzione nazionale e democratica si può pensare alla rivoluzione socialista.

E più sarà realizzata fino in fondo la prima, migliori saranno le condizioni necessarie per la seconda.

Siamo in presenza, non solo di una decisa difesa del pensiero e della strategia maoisti (anche per quanto attiene alla critica alle concezioni autoritarie e tecnocratiche di Stalin sull’edificazione socialista), c’è qui una torsione internazionalista e antimperialista decisa, che connota anzi il discorso di Lin come discorso “offensivista”. 

Se eravamo entrati nella fase decisiva della lotta contro l’imperialismo, nella fase della guerra civile internazionale, allora occorreva giocarsi la partita passando all’attacco sui tre fronti dell’Asia, dell’Africa e dell’America Latina per accerchiare ed abbattere le roccaforti imperiali. 

La Cina non poteva tirarsi indietro, poiché il suo stesso avvenire socialista veniva a dipendere dall’esito della guerra antimperialista mondiale.

E siccome il Vietnam era il punto focale di questa battaglia epocale, tutto veniva a dipendere dall’esito della sconfitta o della vittoria dei rivoluzionari vietnamiti.

Di qui la posizione di Lin per cui la Cina si sarebbe dovuta gettare nella mischia con un sostegno più efficace e perentorio, non solo parolaio, al popolo del Vietnam.

Il nesso inscindibile che Lin Biao stabilisce tra la costruzione del socialismo in Cina e lo sviluppo della rivoluzione antimperialista mondiale, l’idea che non ci sia una muraglia tra la rivoluzione democratica nazionale e quella socialista, mutatis mutandis, fa di Lin il Trotsky cinese.

La sua stessa critica alla politica internazionale della direzione “revisionista” sovietica, accusata di cercare un impossibile compromesso con l’imperialismo e i suoi lacché, è anch’essa simile a quella che Trotsky rivolse al Cremlino ai  tempi in cui il carnefice Chang Kaishek era il “pupillo” di Stalin, o quando Mosca sacrificava la rivoluzione spagnola per difendere l’alleanza con l’imperialismo anglosassone (“Fronti popolari”) in nome della lotta al fascismo.

Come detto sopra l’eliminazione di Lin Biao dalla scena politica nel settembre del 1971, la purga delle migliaia di quadri linbiaoisti sia nell’Esercito che nel partito, segnarono la disfatta della sua proposta strategica all’interno del Pcc.

Chiusa la parentesi della “banda dei quattro”, grazie al pontiere Zhou Enlai, si vedrà come la disfatta dell’ala internazionalista fece da apripista all’avvento di quella nazionalista impersonata da Deng Xiaoping, quella orientata a fare della Cina una grande potenza politica non grazie all’avanzata della rivoluzione, ma grazie alla modernizzazione capitalistica dell’economia.

L’onore che si deve portare al rivoluzionario Lin Biao non deve quindi impedirci di segnalare il suo più grave errore politico, che non fu quello di essersi illuso di avere battuto per sempre la destra del partito, che anzi, come abbiamo visto, egli riteneva ben viva nonostante la Rivoluzione culturale.

Il suo errore fu quello di non avere compreso che proprio a causa della Rivoluzione culturale (senza la cataclismatica demolizione degli immarcescibili costumi conservatori confuciani nessuna modernizzazione della Cina avrebbe potuto avere successo) la vecchia destra staliniana capeggiata da Liou Shaoqi avrebbe lasciato il posto alla nuova destra denghista, che saprà declinare la peculiare tradizione politica maoista con un nuovo ambizioso disegno di potenza. 

Sbagliava quindi Lin quando, sempre nel suo Rapporto al IX Congresso del Pcc dell’aprile del 1969, affermava che … l’eventuale vittoria del revisionismo cinese avrebbe portato alla restaurazione del capitalismo.

Se questo accadrà la Cina tornerebbe indietro, ridiventerebbe un paese coloniale e semi-coloniale, feudale o semi-feudale, e il popolo ripiomberebbe sotto la rude tirannia degli imperialisti.

Si è data in realtà un’altra variante.

La restaurazione del capitalismo è ampiamente avvenuta, ma questa, lungi dal gettare la Cina indietro allo stato di semicolonia, l’ha sospinta talmente avanti che è diventata un protagonista assoluto della scena mondiale”.  Fin qui il delirio dei travisatori del marxismo i trotzkisti  del Campetto (anti)imperialista(?)

Ora passiamo alla demolizione di questa ennesima operazione d’imbroglio

 Questo articolo è un’esempio di illazioni e interpolazione che a comprova di ciò che teorizzano non portano neanche uno stralcio di prova documentaria.

Penso che la generalizzazione della guerra popolare di lunga durata (GPP) come linea generale di accerchiamento delle metropoli imperialiste da parte della campagna mondiale più che agli scritti di Mao sia dovuta alla nefasta influenza che Lin Piao ha avuto sul movimento comunista internazionale negli anni a cavallo fra il Sessanta ed il Settanta del secolo scorso.Tale influsso si rafforzò dopo il IX congresso (1969) del Partito Comunista Cinese (PCC).

In quegli anni si affermò una linea estremista che, mentre proclamava la “fine della lotta di classe in Cina”, rigettava l’analisi leninista sull’epoca attuale per adottare una visione idealista e illusoria sull’imminente collasso dell’imperialismo e sulla vittoria mondiale del socialismo.

Per molti seguaci della linea di Lin  Piao la politica si ridusse allo scontro militare, le questioni del lavoro di organizzazione delle grandi masse, delle differenti forme di lotta (incluse quelle parlamentari come subordinate alla lotta extraparlamentare) furono valutate come “perdita di tempo” ed attività che conducevano al revisionismo.

L’intera linea generale e le posizioni adottate dalla Terza Internazionale e dal COMINFORM sulla questione del processo rivoluzionario nei vari paesi furono giudicate superate e rigettate, assieme al grande dibattito e alle stesse posizioni tenute, sia pure in modo oscillante, dal PCC durante lo scontro con le correnti chrusceviane, titoiste, togliattiane, ecc.

Queste tendenze negative avevano cominciato ad imporsi allorché  Lin Piao (Ministro della Difesa e membro dell’Ufficio Politico del PCC) aumentò il suo prestigio durante la rivoluzione culturale (fu dichiarato il delfino di Mao) e controllò per qualche tempo il partito, appoggiandosi sul fatto che l’esercito cinese veniva investito del ruolo di principale guida ideologica e politica in quel momento.

A partire da queste posizioni Lin Piao e la sua componente misero Mao sull’altare, incensandolo in modo disgustoso quale “grande genio incomparabile dell’umanità”, dipingendolo come colui che ha portato il marxismo-leninismo “ad uno stadio più alto e completamente nuovo”, proclamando pertanto il suo pensiero come il marxismo-leninismo della nuova epoca, la rinomata “terza e superiore tappa”, l’apogeo della scienza della rivoluzione..

Completamente al di fuori  del metodo e dello stile marxista, Lin Piao a metà degli anni Sessanta diede ordine di distribuire tra le guardie rosse le citazioni del presidente Mao come verità universali, una specie di nuova bibbia.

Assieme al famoso “Libretto rosso” fece stampare anche un lungo articolo titolato “Viva la vittoria della guerra popolare! ” (1965) che contiene idee totalmente in contrasto con il marxismo-leninismo.

L’articolo fu diffuso in Cina e in altri paesi al fine di divulgare le sue concezioni antileniniste e con ciò si favorì lo sviluppo di una concezione semplicistica e dogmatica della “via maoista” e della dottrina militare maoista all’interno del movimento comunista.

Sta di fatto che Lin Piao, Mao vivente, riprese ed estese alcune inesatte enunciazioni del 1962-1963 fino a giungere alla tesi dell’accerchiamento delle città del mondo (Nord America ed Europa occidentale) a partire dalle campagne del mondo (Asia, Africa e America Latina), a porre l’intera causa della rivoluzione socialista nelle mani delle lotte popolari che si sviluppano in questi continenti, a trasformare la GPP in una strategia mondiale, a rovesciare il rapporto fra proletariato e contadini assegnando al proletariato il ruolo di riserva, ad offuscare l’analisi concreta della situazione concreta per definire la strategia rivoluzionaria nei diversi paesi.

Per questa via Lin Piao diventò un esponente del soggettivismo più sfrenato, che anche oggi è uno dei tratti distintivi dei sostenitori della universalità della GPP, i quali (seppure a chiacchiere dicono di vedere le specificità) nei fatti le negano dal momento che applicano la medesima strategia a tutti i paesi.

Chi fu Lin Piao non è un mistero: fu un opportunista di destra, un carrierista borghese, un doppiogiochista che si sapeva nascondere dietro l’adulazione di Mao e frasi scarlatte.

Però si sa anche, dai documenti del X congresso del PCC (1973) e da altri precedenti, che ci fu un movimento  di critica e rettificazione in cui il pensiero e l’opera di Lin Piao furono apertamente condannate e giudicate permeate di revisionismo ed idealismo borghese, anche se non si giunse a demolire tutte le posizioni erronee elaborate e ad adottare una giusta linea marxista-leninista.

Purtroppo anche a livello internazionale tale critica non fu adeguatamente sviluppata, e nemmeno circolarono adeguatamente i documenti di autocritica e di sviluppo della campagna di rettificazione che avveniva in Cina.

Fra le cause che determinarono ciò posso annoverare l’immediato avvio della lotta contro Teng e la morte di alcuni membri del Comitato Centrale del PCC e dello stesso Mao in un breve periodo di tempo.

Di conseguenza, diverse forze comuniste nel mondo non presero seriamente in considerazione la critica a fondo delle erronee posizioni di Lin Piao e in tal modo certe tesi anti-leniniste continuarono ad avere una notevole risonanza a livello internazionale, ripresentandosi a distanza di anni cnon nuove varianti ancora più dogmatiche e fondamentaliste, come quella del “pensamiento Gonzalo”(dal nome del dirigente del Partito Comunista del Perù che ha avviato in quel paese la GPP).

In particolare nell’Occidente capitalistico, scosso a cavallo del 1970 da una potente ondata di lotta operaia e studentesca, le congetture di Lin Piao hanno portato alcuni gruppi e formazioni

 A percorrere strade sbagliate e fallimentari in nome dell’accoglimento di quel modello rivoluzionario nel cuore delle metropoli imperialiste.

Alcuni di loro sono andati perfino oltre le tesi linpiaoiste che, seppure generalizzavano la GPP, si riferivano soprattutto ai paesi dell’Asia, dell’Africa e dell’America Latina, scadendo nelle tante varianti dell’estremismo di sinistra (per taluni ciò ha significato l’avvio della lotta armata, visto che essa è la fondamentale forma di lotta nella GPP).

Anche in Italia, a partire dalla fine degli anni Sessanta e fino ad oggi, i linpiaoisti (come i redattori di CAMPO ANTIMPERIALISTA) sono pervenuti a posizioni che perfino lo stesso rinnegato dirigente cinese avrebbe avuto difficoltà a sostenere, come quella sulla GPP quale modello universale per la rivoluzione proletaria e popolare, unica possibilità di emancipazione e liberazione, per giunta spacciandole come maoismo tout court.

Nell’articolo poi c’è una passaggio molto farsesco:

“(…) (4) il punto focale della lotta mondiale era il Vietnam, e per questo la Cina non poteva sottrarsi dal fornire un appoggio incondizionato (…).

(…) il sostegno al Vietnam era tanto più decisivo perché la “direzione revisionista” del PCUS (non l’URSS in quanto tale, si badi bene) cercava, intrappolando così il movimento comunista mondiale, un compromesso con l’imperialismo americano alle spalle della lotta rivoluzionaria dei popoli oppressi (…)”.

La Cina ha respinto le proposte dell’Unione Sovietica per l’organizzazione di azioni congiunte a sostegno del Vietnam.

“Pechino ha respinto le proposte dell’Unione Sovietica di chiudere lo spazio aereo del Vietnam agli invasori americani.

I leader della Cina ha rifiutato di fornire gli aeroporti nel sud del paese per lo stazionamento di aerei militari sovietici, che avrebbero potuto difendere il Vietnam.

Le autorità cinesi hanno bloccato il trasporto di attrezzature militari ed esperti dall’URSS alla Repubblica Democratica del Vietnam”(3).

In seguito, pochi anni dopo la liberazione del paese dagli imperialisti, il 17 febbraio 1979, la Cina ha scatenato un attacco militare contro il Vietnam.

Nel Febbraio del 1979, fu preceduto dalla visita del vice-presidente cinese, Deng Xiaoping, a Washington, che parlò della necessità di “dare una lezione sanguinosa in Vietnam”, cosa che fu applaudita dai politici americani che promisero la fornitura di armi provenienti da paesi dell’Europa occidentale (4).

Dopo 30 giorni di combattimenti, l’esercito cinese di 600.000 soldati che aveva invaso il Vietnam e aveva perso 60.000 uomini, circa 300 carri armati e 100 pezzi di artiglieria pesante e mortai, fu costretto a ritirarsi (5). Come sappiamo oggi, in quel periodo ci furono molti contatti a vari livelli tra Cina e Stati Uniti.

Il 4 Novembre del 1979, un documento ufficiale “trapelato” e pubblicato sul “New York Times”, affermava che l’assistenza militare americana all’Esercito Popolare di Liberazione della Cina è stata stimata in 50 miliardi di dollari, al fine di (come ha osservato) “costituire un ostacolo per l’armata rossa”(6). Inoltre, quando il segretario alla Difesa Nazionale per la Ricerca e Progettazione, William Perry, visitò Pechino nel 1980, informò i cinesi che il governo degli Stati Uniti aveva “approvato l’esportazione di 400 domande di licenza per vari tipi di beni a duplice impiego e attrezzature militari . Questi includono materiali come computer geofisici, veicoli pesanti, aerei da trasporto C-130 ed elicotteri Chinook” (7).

C’è scritto ancora: “(…) contro ogni compromesso con l’imperialismo americano la Cina doveva farsi campione, non a parole ma nei fatti, di un fronte unito antimperialista a scala mondiale (…) “.

Questo passaggio è a dir poco “tragico-comico”.

Fino a quando esisteva l’Unione Sovietica, la politica estera cinese è stata coordinata con quella degli USA contro l’URSS.

Il PCC non ha limitato le sue critiche alle posizioni opportuniste, ma ha scelto una strategia che in pratica ha portato in molte occasioni un atteggiamento ostile nei confronti del movimento comunista internazionale e dell’Unione Sovietica e, in coordinamento con gli USA, ad una posizione contraria gli interessi del movimento rivoluzionario mondiale.

Il PCC ha proceduto sulla base della sua analisi concernente i “tre mondi”: il “primo mondo” era costituito dalle “superpotenze” (infatti l’URSS è stata etichettata come una “potenza social-imperialista”), il “secondo mondo” fatto dagli alleati ricchi delle superpotenze, e il “terzo mondo” composto da paesi in via di sviluppo, inclusa la Cina.

 Un esempio tipico è l’atteggiamento della Cina in relazione all’assistenza internazionalista che l’URSS diede al potere statale rivoluzionario popolare in Afghanistan.

 In questa occasione la Cina era una parte del “blocco” delle forze composto da Stati Uniti, Arabia Saudita, Pakistan e altri, che finanziava le forze socio-politiche più reazionarie in Afghanistan, che stavano conducendo una lotta armata contro l’appena insediato governo popolare (8).

In un articolo del “Washington Post “ del 19 Luglio 1992, riguardante le tattiche della CIA nei confronti dell’Afghanistan nel 1980, è raccontato che la Cina ha venduto armi alla CIA e donato un numero minore di armi al Pakistan.Allo stesso tempo, l’articolo sottolinea: “Fino a che punto la Cina abbia giocato un ruolo costituisce uno dei segreti meglio custoditi della guerra” (9).  In questo articolo ci sono anche riferimenti ai tipi di armi che la Cina ha fornito per il rafforzamento dei controrivoluzionari.

Un altro esempio è la posizione che la Cina ha preso sulla guerra civile in Angola, dove ha sostenuto (economicamente e militarmente) le forze locali della reazione, che hanno combattuto in un fronte unico con gli eserciti razzisti del Sudafrica che avevano invaso la Repubblica Popolare di Angola.

 La Repubblica Popolare d’Angola è stata sostenuta dalle armi e dai consiglieri militari dell’URSS e da migliaia di volontari cubani che hanno combattuto volontariamente e contribuito in maniera decisiva allo schiacciamento delle forze del Sudafrica e la sconfitta delle forze reazionarie interne (10).

 Come è stato rivelato oggi dai documenti desecretati della CIA, durante questo periodo ci fu una particolare forma di “coordinamento” tra Stati Uniti e Cina, tra cui anche le operazioni militari effettuate in Angola (11). C’è scritto ancora: “Come detto sopra l’eliminazione di Lin Biao dalla scena politica nel settembre del 1971, la purga delle migliaia di quadri linbiaoisti sia  nell’Esercito che nel partito, segnarono la disfatta della sua proposta strategica all’interno del PCC.

Chiusa la parentesi della “banda dei quattro”, grazie al pontiere Zhou Enlai, si vedrà come la disfatta dell’ala internazionalista fece da apripista all’avvento di quella nazionalista impersonata da Deng Xiaoping, quella orientata a fare della Cina una grande potenza politica non grazie all’avanzata della rivoluzione, ma grazie alla modernizzazione capitalistica dell’economia”.

Nell’Agosto del 1966 Mao Zedong (che lanciò personalmente la rivoluzione culturale) ricevette i rappresentanti delle guardie rosse e salutò dall’alto della porta Tienanmen un milione di “giovani ribelli rivoluzionari”.

Fino alla fine di Novembre di quello stesso anno, in otto diverse occasioni, Mao avrebbe salutato in totale oltre undici milioni di loro e grazie al suo appoggio personale il movimento delle guardie rosse crebbe rapidamente e si espanse con maggior impeto e forza.

Due gruppi di potere distinti (che trovavano terreni di incontro ma anche di forti disaccordi) si contendevano la direzione del movimento: l’uno faceva capo a Lin Biao (che Mao designò (per statuto!) suo successore come presidente del PCC), l’altro a Jiang Qing (moglie di Mao), Zhang Chungqiao, Wang Hongwen e Yao Wenyuan (che passeranno alla storia con il nome di banda dei quattro).

Il bersaglio delle guardie rosse erano “le vecchie quattro cose, vale a dire: le vecchie  idee, la vecchia cultura, i vecchi costumi e le vecchie  abitudini delle classi sfruttatrici.

Data l’estrema genericità degli obiettivi da colpire, è facilmente comprensibile come sia potuto accadere che centinaia di migliaia (non migliaia ma centinaia di migliaia) di membri del PCC venissero perseguitati da masse di guardie rosse fanatizzate, e quindi assoggettati ad illegali processi sommari, delegittimati, messi alla gogna, costretti ad andare in giro con le orecchie d’asino, spesso percossi o addirittura lapidati fino alla morte, come accadde al ministro dell’Industria carbonifera Zhang Linzhi.

Ma la furia delle guardie rosse non risparmiò neanche i vecchi eroi della guerra di liberazione, come il maresciallo He Long che fu spietatamente perseguitato fino alla morte avvenuta nel 1969.

Altri che non riuscirono a sopportare le oltraggiose mortificazioni e i pestaggi si suicidarono.

La stessa sorte dei quadri di partito toccò ad un gran numero di intellettuali, professori universitari, scrittori, scienziati, poeti: da questo punto di vista lo straripante movimento delle guardie rosse rivelò la sua natura populistico-plebea che mentre propugnava un idealistico egualitarismo assoluto ed inneggiava ad un pensiero di Mao Zedong spezzettato e ridotto in formule, allo stesso tempo si scagliava con impeto indiscriminato e blasfemo contro gli uomini e le istituzioni rappresentanti la grande cultura.

Presumibilmente, dovettero trovare scampo all’onda distruttiva solo quegli intellettuali che per calcolo o per autentica infatuazione decisero di cavalcare la tigre costituita dal movimento dei “ribelli rivoluzionari”.

Deng Rong (la figlia di Deng) racconta che ebbero gran successo dei versi, apparsi per la prima volta su un manifesto murale a grandi caratteri affisso in una scuola di Pechino, che si diffusero rapidamente in tutta la Cina. Questi versi dicevano: 

“Se il padre è un eroe, suo figlio è un buon uomo; se il padre è un reazionario, il figlio è un uovo marcio – questo è un principio universale”.

Il primogenito di Deng Xiaoping essendo ritenuto un “uovo marcio“ perché figlio del “secondo più grande reazionario“ della Cina, pagò un elevato prezzo alla violenta intolleranza e faziosità delle guardie rosse: sequestrato e rinchiuso in un’aula dell’ università di Pechino, ripetutamente malmenato per giorni poiché si rifiutava di “confessare i crimini“ del padre, in un momento di distrazione dei suoi guardiani si lanciò dalla finestra per suicidarsi.

Rimarrà handicappato per il resto della vita essendoglisi fratturata, a seguito della caduta, la colonna vertebrale.

La valutazione degli avvenimenti in Cina  nel decennio 1966-1976 (ma anche del decennio 1957-1966) riveste una grandissima importanza per il movimento comunista internazionale, perché quegli eventi, e il clima politico straordinariamente teso che li alimentò, non sono stati un fenomeno puramente ed esclusivamente interno alla realtà del grande paese asiatico, ma hanno esercitato un’influenza decisiva anche nell’arena politica mondiale.

In un importante discorso di grande rilievo teorico pronunziato da Mao nel 1956 a seguito dei fatti d’Ungheria, “Sulla giusta soluzione delle contraddizioni in seno al popolo”, viene detto che (presumibilmente soprattutto in un paese retto da un Partito Comunista) anche le divergenze per loro natura potenzialmente antagoniste, se trattate correttamente, possono avere un’evoluzione positiva e configurarsi come contraddizioni in seno al popolo quindi risolversi pacificamente con il metodo della persuasione, evitando scontri sanguinosi ed insurrezioni controrivoluzionarie del tipo di quella avvenuta in Ungheria.

La pratica della rivoluzione culturale (secondo la valutazione che ne è stata fatta in seguito dal PCC) è andata nella direzione diametralmente opposta a quel celebre discorso: si potrebbe dire che si è trattato di una ingiusta soluzione delle contraddizioni, nel senso che le posizioni contrarie o comunque divergenti rispetto ad una presunta giusta linea, sono state definite borghesi, controrivoluzionarie, capitaliste ecc. restringendo drasticamente o annullando del tutto ogni spazio di dialogo e di democrazia che devono esistere, secondo l’auspicio di Mao del 1956, in un Partito Comunista.

Ciò creò, di conseguenza, una pesante situazione di instabilità e di guerra civile che ha portato la Cina sull’orlo di una grave crisi.

Lo stesso Mao Zedong ammise (contraddittoriamente) che se le realizzazioni positive della r ivoluzione culturale costituivano il 70%, per il rimanente 30% essa “aveva scatenato una guerra civile su larga scala”!

La rivoluzione culturale, nonostante il clamoroso e per certi versi raccapricciante episodio del tentativo di fuga in Urss di Lin Biao, avvenuto il 13 Settembre 1971 (che avrebbe dovuto aprire gli occhi sulla natura controrivoluzionaria dei massimi dirigenti del movimento delle guardie rosse), cessò soltanto all’indomani della scomparsa di Mao Zedong.

Egli morì il 9 settembre del 1976 e 27 giorni dopo i componenti della banda dei quattro furono arrestati.

Se costoro scomparvero definitivamente dalla scena politica in modo così repentino e senza che il loro arresto producesse contraccolpi e spargimenti di sangue o anche semplicemente manifestazioni di massa in loro appoggio, ciò sta ad indicare che la loro forza e il prestigio di cui godettero per ben dieci anni, si giustificavano e si comprendevano soltanto grazie all’appoggio politico che essi ricevettero da Mao, figura carismatica irraggiungibile che mai come in quel decennio, screditando di fatto il Partito Comunista con il celebre ordine di “far fuoco sul quartier generale”, ebbe in pugno il destino di un’intera nazione sterminata come la Cina.

Citando il leit-motiv ricorrente in quel periodo “una frase di Mao vale più di diecimila frasi dette da altri”,Deng Rong aggiunge :

“Ogni sua accidentale reazione emotiva veniva accolta come suprema direttiva”.

Per i comunisti di altri paesi che cercano di capirci qualcosa sulla svolta operata dal PCC negli anni successivi alla morte di Mao, la valutazione di questa svolta costituisce una questione ancora aperta, irrisolta. Alcuni, si può ipotizzare, continuano a mantenere (nella migliore delle ipotesi) tutta una serie di riserve e adottano un atteggiamento, per così dire, di sospensione di giudizio; altri invece risolvono il dilemma in termini drasticamente negativi.

Il Partito Comunista del Nepal, per esempio, che da anni è impegnato non in chiacchiere teoriche come da noi, ma in una guerra civile rivoluzionaria contro il regime semifeudale esistente, dice, per bocca del suo presidente Prachanga (e lo dice in un modo perentorio che non ammette repliche) che “dopo la morte di Mao, in Cina c’è la controrivoluzione.

Sulla stessa lunghezza d’onde è il Partito Comunista Peruviano, anch’esso impegnato nella lotta armata.

Si può comprendere come il decennio di instabilità, anarchia e regressione economica prodotti dalla rivoluzione culturale abbia potuto dare spazio a delle forti o fortissime spinte alla demaoizzazione: quando la gente criticava la banda dei quattro mostrava le cinque dita della mano, come per dire che in quella “banda” ce ne era anche un quinto, Mao Zedong.

La Cina non ha “(…) una grande potenza politica non grazie all’avanzata della rivoluzione, ma grazie alla modernizzazione capitalistica dell’economia  (…) “ perché la politica di riforma e di apertura introdotta da Deng Xiaoping non ha significato affatto l’omologazione della Cina all’Occidente capitalistico come se tutto il mondo fosse ormai caratterizzato da una calma piatta.

In realtà, proprio a partire dal 1979 si è sviluppata una lotta che è sfuggita agli osservatori più superficiali ma la cui importanza si manifesta con sempre maggiore evidenza.

Gli USA e i loro alleati speravano di ribadire una divisione internazionale del lavoro, in base alla quale la Cina avrebbe dovuto limitarsi alla produzione, a basso prezzo, di merci prive di  reale contenuto tecnologico.

In altre parole speravano di conservare e accentuare il monopolio occidentale della tecnologia: su

questo piano la Cina, come tutto il Terzo Mondo, avrebbe dovuto continuare a subire un  rapporto di dipendenza rispetto alla metropoli capitalistica.

Ben si comprende che i comunisti cinesi abbiano interpretato e vissuto la  lotta per far fallire tale progetto neocolonialista come la continuazione della lotta di liberazione nazionale: non c’è reale indipendenza politica senza indipendenza economica; almeno coloro che si richiamano al  marxismo dovrebbero aver chiara tale verità!

Grazie  all’agognato mantenimento del monopolio della tecnologia, gli USA e i loro alleati intendevano continuare a dettare i termini delle relazioni internazionali. Col suo straordinario sviluppo economico e tecnologico, la Cina ha aperto la strada alla democratizzazione dei rapporti internazionali. Di questo risultato dovrebbero essere lieti non solo i comunisti ma anche ogni autentico democratico: ci sono ora condizioni migliori per l’emancipazione politica e economica del Terzo Mondo.

Ma la conclave centrale dell’articolo è il seguente punto:

“La sua stessa critica alla politica internazionale della direzione “revisionista” sovietica, accusata di cercare un impossibile compromesso con l’imperialismo e i suoi lacché, è anch’essa simile a quella che Trotsky rivolse al Cremlino ai  tempi in cui il carnefice Chang Kaishek era il pupillo di Stalin, o quando Mosca sacrificava la rivoluzione spagnola per difendere l’alleanza con l’imperialismo anglosassone (“Fronti popolari”) in nome della lotta al fascismo”.

Esiste da lungo tempo l’idea che la politica del PC (b) dell’URSS e la politica dell’Unione Sovietica fossero contrarie allo sviluppo del processo rivoluzionario al di fuori  dell’URSS.

A suo tempo, Trotzki sostenne che il PC (b) dell’URSS, sotto la direzione di  Stalin, scavava la fossa alla rivoluzione in Cina, in Germania, in Spagna e in tutto il mondo.

Dopo la seconda guerra mondiale, tesi analoghe furono riprese dal Partito Comunista Jugoslavo. Tito e Kardelj affermavano che lo sciovinismo da grande potenza era dominante nell’Unione Sovietica, la quale, secondo loro, voleva impadronirsi economicamente della Jugoslavia.

Stalin e Molotov, nel loro carteggio col partito jugoslavo, rammentarono che anche Trotski aveva cominciato la sua guerra contro il PC (b) dell’URSS accusandolo di decadenza, di gretto spirito nazionale e di sciovinismo da grande potenza (12).

Una simile logica fu fatta propria dal Partito Comunista Cinese dopo il XX Congresso del PCUS. In un discorso del 25 Aprile 1956, intitolato Sui dieci grandi rapporti, Mao Tsetung disse che Stalin aveva commesso “un certo  numero di errori riguardo alla Cina”:

“Durante il periodo della guerra di liberazione, non ci autorizzò a fare la rivoluzione”.

Nel corso del grande dibattito Mao rilanciò il tema nel suo Discorso sui problemi filosofici del

18 Agosto 1965, affermando che Stalin si era “opposto alla nostra rivoluzione e alla nostra conquista del potere”.

Questa accusa di sciovinismo da grande potenza rivolta all’Unione Sovietica Mao la  estese all’intero periodo di Lenin e di Stalin.

Nella Conversazione con i socialisti giapponesi  dell’11 Agosto 1964, svoltasi durante il periodo del grande dibattito, Mao accusò praticamente Lenin di socialsciovinismo, perché la Cina doveva ancora fare i conti con l’URSS per quanto riguardava i territori sovietici a est del Lago Baikal, comprendenti Vladivostok, Khabarovsk e la penisola della Kamchatka (13).

L’URSS fu attaccata anche perché, in seguito agli accordi di Yalta, avrebbe “dominato” la Mongolia e si sarebbe “annessa” alcune parti della Romania, della Germania, della Polonia e della Finlandia (14). Mao accusò inoltre l’Unione Sovietica di essersi “annessa” le isole Kurili, sottraendole al Giappone (15).

Questa serie di accuse costituisce un formidabile attacco alla politica estera del PC (b) dell’URSS sotto Lenin e Stalin. Ma, per tornare al tema centrale di CAMPO ANTIMPERIALISTA in relazione all’analogia tra Lin Piao-Trockij: Stalin si oppose veramente alla presa del potere in Cina da parte del Partito Comunista nel 1949?

Nella seconda metà del 1948, in seguito ai duri colpi inflitti dall’Esercito Popolare di Liberazione alle truppe di Chiang Kai-shek, tutta la Cina settentrionale era stata liberata a nord del fiume Yangtze.

I “duri a morire” del  Kuomintang costrinsero Chiang Kai-shek a chiedere una tregua nel suo discorso di Capodanno del 1949.

Questa proposta mirava a concedere alle forze armate reazionarie un periodo di respiro che permettesse loro di recuperare le forze per preparare una nuova offensiva contro l’EPL.

Sia Stalin che Mao capivano che questa manovra rappresentava  un’offensiva di pace internazionale dell’imperialismo e dei suoi alleati cinesi.

Stalin intendeva far fronte a questa offensiva in modo da bloccarla, permettere al PCC e all’EPL di levare in alto la bandiera della pace, raccogliere l’opinione pubblica cinese dietro il PCC e aiutarlo così a portare avanti la vittoriosa marcia della rivoluzione cinese.

Mao inizialmente esitò ad accogliere il suggerimento di Stalin, ritenendo che l’accettazione tattica di negoziati di pace con il Kuomintang, anche subordinandoli ad alcune  rigorose condizioni che probabilmente non sarebbero state accettate dalla controparte, avrebbe indebolito la posizione del PCC e rafforzato quella dell’imperialismo USA e del Kuomintang.

Stalin riuscì a convincere Mao dell’efficacia tattica delle sue proposte.

Egli sostenne che era opportuno accettare la proposta di pace del Kuomintang mentre continuava la guerra di liberazione.

Solo il Partito Comunista Cinese e il Kuomintang avrebbero partecipato a quelle discussioni; il governo di Nanchino avrebbe dovuto esserne escluso, perché responsabile della guerra civile.

Stalin non pensava che il Kuomintang avrebbe accettato queste proposte, ma, nell’improbabile eventualità che lo avesse fatto, il PCC avrebbe dovuto cercare di conquistarsi una posizione dominante in un governo di Fronte Unito assicurandosi la maggioranza dei seggi nella Conferenza Consultiva, la maggioranza dei ministeri in seno al governo e le cariche di Primo ministro, di comandante in capo delle forze armate e, se possibile, di Presidente.

Era anche necessario che il nuovo governo di coalizione dichiarasse che chiunque altro avesse proclamato di essere il governo della Cina sarebbe stato giudicato come un ribelle, e che tutte le forze, compreso il Kuomintang, avrebbero dovuto giurare fedeltà al governo di coalizione. Un’azione militare sarebbe stata intrapresa contro le truppe che avessero rifiutato di prestare questo giuramento (16).

Dopo la capitolazione del Giappone nel 1945, si delineò una possibilità di giungere all’unificazione della Cina con mezzi pacifici. Il 10 ottobre 1945, nel corso dei colloqui di Chungking, fu firmata una serie di accordi fra i delegati del Kuomintang e quelli del Partito Comunista Cinese.

Questi accordi prevedevano la cessazione delle ostilità militari tra le forze armate del Kuomintang e quelle del PCC, la legalizzazione delle attività del PCC e il riconoscimento delle sue forze armate come parte integrante dell’esercito cinese.

Fu convocata un Conferenza Politica Consultiva a cui parteciparono tutti i partiti politici cinesi.

Ma le decisioni della Conferenza Politica Consultiva, nel giorno di apertura della quale Chiang Kai-shek aveva promesso di porre fine al regime a partito unico del Kuomintang, di cessare la persecuzione degli elementi democratici e di convocare un’Assemblea Nazionale democraticamente eletta, non furono adempiute.

Nell’Estate del 1946 il Kuomintang, appoggiato dagli Stati Uniti d’America che fecero sbarcare le loro truppe in Cina e fornirono al governo di Nanchino enormi quantitativi di armi, aerei e navi ed enormi quantità di generi alimentari e mezzi finanziari, ricominciò la guerra civile contro il Partito Comunista Cinese.

Le truppe del PCC dovettero abbandonare i territori del Nord e del Nordovest che si trovavano sotto il loro controllo.

Ma il crescente malcontento nei confronti della politica di oppressione del popolo cinese da parte del Kuomintang, la presenza delle truppe americane nel paese, il forte deterioramento delle condizioni economiche, la tirannia della cricca militare del Kuomintang, le tattiche difensive e le azioni di guerriglia condotte vittoriosamente dall’Esercito Popolare di Liberazione crearono, verso la fine del 1947, una situazione nella quale il Kuomintang, che aveva gettato contro l’EPL un esercito di tre milioni di uomini, si trovò ad aver perduto più di un terzo delle sue truppe.

Fra l’estate e l’autunno del 1948 le truppe dell’EPL inflissero una serie di pesanti sconfitte alle forze del governo di Nanchino.

Dal Settembre al Novembre 1948 si svolse una delle tre più grandi operazioni militari dell’EPL contro le truppe di Chiang Kai-shek, la battaglia di Laoshen, nel corso della quale fu liberato l’intero territorio della Cina nordorientale. In quel periodo, un gran numero di soldati, ufficiali e generali dell’esercito governativo passarono volontariamente dalla parte dell’Esercito Popolare di Liberazione.

Nel mese di Novembre ebbe inizio l’operazione di  Huai He, nella quale il Kuomintang perdette più di 555 000 uomini; nel dicembre l’ultima operazione  (l’operazione di Bingquing) portò alla liberazione di tutta la Cina settentrionale.

Di fronte alle pesanti sconfitte militari e al fatto che le città di Nanchino e di Shanghai si trovavano direttamente minacciate dopo l’arrivo dell’Esercito Popolare di Liberazione sulla riva settentrionale dello Yangtze, Chiang Kai-shek  (nel discorso di Capodanno pronunciato il 1° Gennaio 1949 ) propose una tregua al comando generale dell’EPL, nell’intento di ottenere un periodo di respiro e di rafforzare le sue difese.

Il Kuomintang cercò di “internazionalizzare” la sua “offensiva di pace”.

Il Ministero degli Esteri del governo di Nanchino si rivolse ai governi degli Stati Uniti, dell’Inghiterra, della Francia e dell’Unione Sovietica, chiedendo loro di farsi mediatori per una soluzione pacifica del conflitto tra il Kuomintang e il Partito Comunista Cinese.

La situazione internazionale nel 1948 era molto tesa.

Sulla questione di Berlino i  rapporti fra URSS e USA (appoggiati, questi ultimi, dall’Inghilterra e dalla Francia) si erano deteriorati (“Crisi di Berlino”).

A partire dalla fine del 1945, negli Stati Uniti vennero presi in considerazione alcuni piani per attaccare l’Unione Sovietica con l’impiego di bombe atomiche, di cui gli Stati Uniti erano allora gli unici possessori.

Secondo uno di questi piani, che aveva il nome in codice di “Drop Shot”, gli USA pensavano di utilizzare le forze del Kuomintang e di altri regimi reazionari dell’Estremo Oriente, ai quali sarebbe stato fornito l’appoggio dell’aviazione e della marina americane partendo dalle basi USA in territorio giapponese e da altre basi militari “al di fuori della Cina continentale”.

In questa complessa situazione internazionale, il governo sovietico, temendo il pericolo di un’interferenza militare USA nella guerra civile in Cina, decise di discutere con Mao Tse-tung la posizione che, secondo i dirigenti sovietici, sarebbe stato necessario assumere nei confronti della proposta del governo di Nanchino che sollecitava la mediazione dei quattro Stati per la cessazione delle ostilità militari fra le truppe del Kuomintang e l’Esercito Popolare di Liberazione cinese.

I documenti tratti dall’Archivio del Presidente della Federazione Russa confutano chiaramente le fantasie sull’ “indifferenza e lo scetticismo della dirigenza sovietica nei confronti del PCC”, e la versione secondo la quale l’Unione Sovietica sarebbe stata contraria all’attraversamento dello Yangtze da parte dell’EPL e alla liberazione dell’intera Cina dalla dittatura del Kuomintang.

Dal carteggio Stalin-Mao emerge con chiarezza che l’URSS staliniana appoggiava decisamente, anche in quegli anni, la rivoluzione e le lotte antimperialiste in tutto il mondo; e ciò a smentita delle consuete accuse, lanciate contro Stalin da trotzkisti, revisionisti e borghesi, secondo le quali egli guardava con disinteresse allo sviluppo dei processi rivoluzionari perché affetto da nazionalismo o perché intendeva “spartirsi il mondo” d’accordo con le potenze imperialiste. 

Nonostante le fondate riserve che egli aveva sulla realtà interna del Partito Comunista Cinese (17), Stalin (che distingueva con grande lucidità le tappe del processo rivoluzionario)  aveva ben chiaro, a quell’epoca, che in Cina il compito principale era la formazione di un governo rivoluzionario antimperialista e lo sviluppo di un regime di “democrazia popolare” che adempisse i compiti della lotta antifeudale e antimperialista e preparasse la transizione alla società socialista.

Nel 1949 la situazione aveva subìto mutamenti radicali: l’Esercito Popolare di Liberazione aveva acquistato la superiorità numerica sull’esercito del Kuomintang, il ritmo di avanzata delle forze popolari era diventato più rapido, il regime interno del Kuomintang era in pieno disfacimento: l’intromissione delle potenze imperialiste, e in  primo luogo degli Stati Uniti, attraverso le fraudolente “proposte di pace” di Chiang Kai-shek concordate con gli americani, avrebbe non solo messo in pericolo la vittoria dell’ELP e del PCC, ma avrebbe  preparato la strada a un intervento militare delle potenze occidentali in Cina, che in quel momento non era ancora escluso.

Un eventuale successo dell’imperialismo nell’immenso “continente” cinese avrebbe significato l’accerchiamento del nascente campo socialista (e, nella sua ampia visione internazionalista, Stalin tiene conto anche di questo).

Era dunque necessario far fallire il tentativo reazionario con una tattica accorta, che il carteggio illustra in modo esauriente.

Alla fine, nonostante alcune iniziali incertezze e riserve, Mao Tse-tung accetta la tattica suggerita da Stalin, che indicava senza esitazioni l’obbiettivo a cui essa era finalizzata:

“Continuate la vostra gloriosa guerra di liberazione”.

Che il compagno Stalin avesse ragione, e che la rivoluzione cinese dovesse passare per la tappa democratica della guerra di liberazione nazionale antimperialista è storia.

La prospettiva strategica di Mao Tse-tung, in quella tappa, era la stessa. Nel Novembre 1948 egli aveva scritto: “Il compito del Partito Comunista Cinese è di unire le forze rivoluzionarie di tutto il paese, cacciare le forze aggressive dell’imperialismo americano, rovesciare il dominio reazionario del Kuomintang e fondare una repubblica popolare, democratica e unificata”(18).

Per concludere enormi sono stati i danni provocati da questi avventuristi ed opportunisti di sinistra tipo CAMPO (ANTI)MPERIALISTA(?), che in realtà hanno sempre fatto il gioco della borghesia, allontanando le avanguardie proletarie dal marxismo-leninismo.

Naturalmente, non tutti gli eredi del linpiaoismo ritengono che la GPP possa partire in qualsiasi momento.

La diffusione del soggettivismo che ha dilagato in Italia negli anni Settanta ha cause profonde e complesse (tra cui il basso livello ideologico e politico del movimento comunista nel nostro paese), che hanno trovato senza dubbio una sponda (non la sola, ricordo ad esempio la teoria del “foco” guerrigliero guevarista) nel modella della GPP importato di sana pianta dai nostri impazienti “maestri della rivoluzione” che tacciavano di revisionismo e di attendismo i sostenitori della strategia leninista.

Se solo si pensi a quali disastrose conseguenze ha portato l’assunzione acritica e più o meno consapevole del modello della GPP nel nostro paese (innalzamento degli aspetti tecnico-militari della lotta di classe e svalutazione dell’importanza del movimento di massa rivoluzionario, assolutizzazione della guerriglia metropolitana, concezione del partito militarizzato, teoria del contropotere in tutte le salse, deviazioni estremiste ed avventuriste, ecc. ecc.) ci si renderà conto del ruolo profondamente negativo giocato dai suoi sostenitori.

Una parte di costoro si nascondono dietro le ambigue e sballate formulette della situazione rivoluzionaria in via di sviluppo in tutti i paesi, della seconda crisi generale del capitalismo, della crisi per sovrapproduzione assoluta di capitale.

Con “equivoci” di tal genere i nostri parolai avventuristi hanno giocato per decenni, sostenendo che in fondo bisognava solo prepararsi ad iniziare una GPP (dunque necessariamente protratta…), mica una insurrezione, e quindi tentando di alleviare in tal modo le loro gravi responsabilità.

 

  NOTE

 1 – http://www.antimperialista.it/index.php?option=com_content&view=article&id=797%3Ail-contributo-di-lin-biao-alla-teoria-della-rivoluzione-proletaria-mondiale&catid=1%3Avisioni-del-mondo-cat&Itemid=5

 2 – Sulla stessa falsariga era Livio Maitan  nella prefazione dello scritto di Trockij, Problems of the Chinese revolution ( Maitan era gi curatore dell’edizione italiana del 1970 dell’edizione Einaudi), dove addirittura presentò Mao come un “trockijsta inconscio”.

 3 – A.S. Voronin; “Vietnam, independence, unity, socialism”, in “Sychroni Epohi”, pp. 96-97.

 4 – A.S. Voronin “ Vietnam Today”, in “Nea Biblia”, p. 109.

 5 – Ibidem.

 6 – Consolidated guidance , in “The New York Times”, 4 Novembre 1979, p. 16.

 7 –  J. Pollack, “The lessons of coalition politics: sino-smerican security relations”, Santa Monica, RAND Corporation, 1984, p. 70.

  8 – N. Medkovitch , “The financial dimension of the war in Afghanistan (1979-1989)”, in http://afghanistan.ru/print/?id=18319.

 9 – S. Coll, “Anatomy of a victory CIA s covert afghan war”, in “Washington Post”,19 July 1992, in http://emperorsclothes.com/docs/anatomy.htm.

 10 –  S. Lavrenov-I. Popov ,“The Soviet Union in local wars and conflicts”, in http://militera.lib.ru/h/lavrenov_popov/index.html .

 11 – http://www.arlindo-correia.com/gleijeses4.pdf .

 12 – The correspondence between the Central Committee of the Communist Party of  Yugoslavia and the Central Committee of the All-Union Communist Party (Bolshevik), London, 1948, pp. 25-26.

 13 – Selected works of Mao Tse-tung, vol. V, Peking 1977, p. 304 (Mao Tse-tung, Sui dieci  grandi rapporti, in Mao Tse-tung, Rivoluzione e costruzione. Scritti e discorsi 1949-1957, Einaudi,  Torino 1979, p. 382).

  14 – Ibidem, vol. IX, Hyderabad 1994, p. 130 (il passo citato da Singh non figura in Mao Tsetung, Discorso sui problemi filosofici, in Mao Tsetung, Discorsi inediti dal 1956 al 1971, Mondadori, Milano 1975)

15 –  Ibidem, p. 124.

Il punto di vista di Mao sulle isole Kurili fu controbattuto da Moni Guha, in defence of Great Stalin and the PLA, in “Socialist Albania”, n. 7, Agosto 1979, pp. 18-21.

 16 –  La conclusione del carteggio Stalin – Mao attestava il raggiungimento di un’unità di vedute fra Stalin e Mao sull’orientamento fondamentale da seguire nel periodo successivo, compresa l’intesa in base allaquale (come risulta dal telegramma di Mao a Stalin del 14 Gennaio ) i due dirigenti erano “perfettamente uniti” sulla necessità di “continuare la guerra rivoluzionaria fino in fondo” (documento n. 5).La lettura del carteggio del gennaio 1949 fra Stalin e Mao Tse – tung  porta, dunque, a concludere che l’affermazione di Mao secondo la quale Stalin si sarebbe opposto alla presa del potere nel 1949 da parte del Partito Comunista Cinese è priva di ogni fondamento.E’ infondata come le accuse mosse, in precedenza, da Trotski e da Tito contro la politica estera del PC (b) dell’URSS. In proposito ci sono i documenti provenienti dall’Archivio del Presidente della Federazione Russa, che contengono l’intenso carteggio telegrafico intercorso fra J. V. Stalin e Mao Tse-tung nel gennaio 1949. Essi furono pubblicati dall’accademico S. L. Tikhvinsky nella rivista “Novaya i Noveishaya Istoriya”, n. 4-5, 1994.

 17 – Le riserve di Stalin sul PCC sono contenute in L. T. Lih –O. V. Naumov – O. V. Chlevnjuk, (a cura di), Stalin’s letters to Molotov, trad. inglese dal russo di A. Catherine – A. Fitzpatrik, Yale University Press, 1995, pp. 139-142.

 18 – Forze rivoluzionarie di tutto il mondo,  unitevi per combattere l’aggressione imperialista!, in “Per una pace stabile, per una democrazia popolare”, n. 21, 1948. 

Annunci