NAZIM HIKMET, POETA COMUNISTA

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Quest’anno (il 2002) l’Unesco ha deciso di dedicare a Nazim Hikmet, per il centenario della nascita, un programma di iniziative. Ciò non può che  farci piacere perché Hikmet appartiene alla cultura ed all’ orgoglio proletario. Ma in realtà cosa sono chiamati a celebrare gli intellettuali della borghesia, spinti della crescente celebrità di questo grande artista le cui opere sono ormai tradotte in tutte le lingue del mondo? La classe dominante (ed in particolare il governo turco) vorrebbe ridurre Hikmet a “poeta dell’ amore romantico“, ben sapendo che  la sua opera letteraria riflette la sua fermezza rivoluzionaria. Vorrebbe tacere il fatto che Nazim Hikmet era prima di ogni altra cosa  un comunista.

Operazione meschina poiché l’ arte che ha creato, la sua semplicità e potenza espressiva, la sua chiarezza e serenità, sono inseparabili dalla sua coscienza di classe. La sua vita di militante rivoluzionario e la sua poesia formano un tutt’uno.

«Sono uno scrittore impegnato – dichiarò una volta – credo che ogni scrittore, anche se moltoo ermetico, anche se dichiara di non essere impegnato, non può non essere tale. È solo una questione di gradi, di coscienza. L’uomo ama, l’uomo mangia, l’uomo ha fame, l’uomo ha paura, l’uomo lotta, l’uomo spera; allora, se io scrivo per le speranze dell’uomo, o per l’amore dell’uomo, o per la sua fame, o per la sua nostalgia, scrivo tutto questo da un determinato punto di vista. E non si può scrivere da un punto di vista astratto, si scrive sempre da un punto di vista concreto. Ogni scrittore, dunque, è impegnato. Io sono marxista, sono comunista».

Avrete un bel cercare la metafisica e il decadentismo nelle poesie di Nazim. Troverete invece la dialettica marxista,  che non è un metodo freddo ed impersonale essendo imbevuto di vero interesse  per l’ essere umano, per il popolo che soffre. Troverete un vigore, una forza d’animo, una gioia di vivere, un ottimismo rivoluzionario che sorprende anche chi conosce la dura esistenza dell’ autore.

Nelle poesie di Nazim non ci sono personaggi ideali, immaginari. Ci sono donne e uomini reali, così come sono, non come si vorrebbe che fossero. C’è l’uomo con tutti i suoi difetti ed i suoi slanci, l’ uomo come potrebbe diventare una volta realizzato il mondo nuovo della solidarietà e della uguaglianza.

Hikmet questi principi  li aveva appresi ben presto nella sua militanza.

Sentite cosa diceva da giovane: «Era necessario, a quanto pare, che passassi nell’Unione Sovietica. Era la fine del 1921. Fui mille volte più stupito, e sentii un amore e un’ammirazione cento volte più forti, perché avevo scoperto, in quel 1921-22, una carestia cento volte più terribile, e delle cimici cento volte più feroci, e una lotta contro tutto un mondo cento volte più potente, e una immensa speranza, un’immensa gioia di vivere, di creare. Ho scoperto tutta un’altra umanità».

Quegli stessi principi, quello stesso entusiasmo Hikmet li ha continuati a coltivare con un impegno che non è mai venuto meno nonostante le persecuzioni, il carcere, la tortura, l’esilio, pagando assai cara la sua coerenza.

Cominciò a pagare nel 1924, quando rientrato in Turchia e, condannato per la sua attività politica a quindici anni di carcere, scappò di nuovo a Mosca, dove terminò gli studi universitari e continuò l’attività poetica (sempre rigorosamente in turco, sebbene parlasse perfettamente il russo) e la frequentazione degli intellettuali sovietici (Majakovskij, Esenin).

Nel 1928 tornò clandestinamente in Turchia e lì rimase ventitre anni, in bilico perenne tra la clandestinità e la galera. Diciassette di quei ventitre li passò in una cella, ma complessivamente la borghesia turca – che ora gli restituisce ipocritamente la cittadinanza  –  riuscì ad appioppargli cinquantasei anni di prigione, cercando di annientarlo fisicamente e psicologicamente.

Vi  sarebbe morto se il suo caso non fosse stato portato all’attenzione di tutto il mondo da una campagna internazionale promossa da un comitato con Tristan Tzara, Picasso, Sartre ed altri.

Pablo Neruda, divenuto amico di Hikmet, ne raccolse una testimonianza: «mi ha detto che è stato costretto a camminare sul ponte di una nave fino a sentirsi troppo debole per rimanere in piedi, quindi lo hanno legato in una latrina dove gli escrementi arrivavano mezzo metro sopra il pavimento… Il mio fratello poeta ha sentito le sue forze mancare: i miei aguzzini vogliono vedermi soffrire. Resiste con orgoglio. Comincia a cantare: all’inizio la sua voce è bassa, poi sempre più alta fino a urlare. Ha cantato tutte le canzoni, tutti i poemi d’amore che riesce a ricordare, i suoi stessi versi, le ballate d’amore dei contadini, gli inni di battaglia della gente comune. Ha cantato qualsiasi cosa la sua mente ricordasse. E così ha vinto i suoi torturatori».

hikmet

Nonostante i ripetuti arresti e processi, Hikmet non smise mai di scrivere. Se gli toglievano carta e penna elaborava le sue poesie a memoria e le faceva imparare a chi andava a trovarlo. Riuscì persino a far pubblicare qualcosa in patria.

Le iniziali pubblicazioni gli valsero una condanna “per aver svolto propaganda comunista nella Marina e nell’ Esercito turco”. La prima  volta venne liberato quasi subito, ma con la successiva raccolta di poesie, non gli andò altrettanto bene: fu condannato da un tribunale militare a ventotto anni di carcere. 

Dal 1938, e fino al 1950, le porte del carcere restarono sbarrate: per il compagno, non per la sua poesia.  I versi di Hikmet sembravano aggirarsi per la Turchia e per l’intera Europa sospinti dalle ali del vento: ne trovarono fino in Spagna, nelle tasche dei combattenti per la repubblica durante la guerra civile e ciò gli valse un’altra condanna. Persino Ataturk, il persecutore di sempre, si faceva leggere i suoi versi ben sapendo che era il più grande poeta turco di tutti i tempi ed uno dei più grandi del XX° secolo.

Allo scoppio della seconda guerra mondiale la Turchia si allineò alla Germania nazista. Le condizioni della prigionia di Hikmet peggiorarono ancora, con mesi e mesi di segregazione; si aggravarono tanto da causargli un infarto.

A lui, al comunista amante della curiosità e della scoperta, non davano altro da leggere che la Bibbia e il Corano. Per tutta risposta, inventò un dramma satirico con le fonti che aveva a disposizione: «sono il solo scrittore marxista – scherzava – che abbia scritto un dramma di argomento biblico basandosi rigorosamente sulle sacre scritture». Ma il frutto vero di quegli anni furono i “Paesaggi umani”, un poema grandioso, in più di settantamila versi, in cui, partendo dalla sua esperienza personale e con cerchi concentrici sempre più ampi, giungeva a descrivere l’intera Turchia e ad a cogliere  le prospettive generali dell’umanità. Buona parte di quel poema è andato perduto, distrutto dalla polizia turca.  

Allo stremo delle forze Hikmet iniziò uno sciopero della fame, nel 1949, per protestare contro le disumane condizioni carcerarie che pativa da più di dieci anni. Intanto il movimento di opinione a favore della sua causa diventava sempre più forte, proteste al governo turco giungevano dagli intellettuali democratici di tutti i paesi.

Non che le proteste degli intellettuali abbiano mai avuto un peso politico consistente, ma ci sono momenti in cui per questioni di immagine e di diplomazia internazionale un regime sente di dover salvare la faccia. Così Hikmet venne scarcerato nel luglio del 1950. Fuori, a casa, trovò la moglie Munevér che lo aspettava. A lei Hikmet aveva dedicato, dal carcere, poesie di struggente bellezza. Poesia dove la donna amata riassume in sé ogni cosa, il suo paese, la sua lotta, la passione per la libertà e la giustizia, la speranza, la vita. Una perfetta fusione tra sentimenti e impegno politico. 

Ma il tempo che Hikmet passò a casa, con la sua compagna, fu breve. Perennemente controllato dalla polizia, con la spada di Damocle di un nuovo arresto sulla testa, minacciato dal terrorsimo fascista, con una salute ormai malferma – nonostante avesse ancora l’aspetto di un leone – non poteva rischiare ancora.

Pochi mesi dopo la sua liberazione prese, di nascosto, la via dell’esilio. La moglie e il figlio che doveva nascere non poterono seguirlo per dieci anni. Di nuovo la separazione dalla casa, dalla famiglia, dal paese che amava.

All’inizio Hikmet tornò a Mosca, la sua seconda patria, dove aveva conosciuto Lenin che era stato per lui il padre ideale e il rivoluzionario esemplare. Poi viaggiò moltissimo, nell’ Europa dell’Est e dell’Ovest; venne in Italia diverse volte, andò a Cuba (cui dedicò il poemetto La conga con Fidel); fu a decine di conferenze stampa, interviste, congressi e convegni, sempre portando la sua testimonianza di uomo di partito.

Durante una delle tante uscite pubbliche, dopo alcune domande che sentì come provocatorie, all’improvviso divenne rosso di collera: «Voi vorreste insegnare la libertà dei vostri padroni – gridò – a me che l’ho provata nel corpo e nello spirito? Io sono stato cacciato dalla mia patria soltanto perché ero reo di amare la verità e di scriverla nelle mie poesie». Prese fiato, si fece portare un bicchiere d’acqua e concluse: «Mi piace bere l’acqua così fredda, tutta d’un fiato perché è uno dei desideri che ho patito di più in carcere. Mi dà la certezza, un bicchiere d’acqua bevuto così, di essere libero». A proposito di semplicità e potenza.

Negli ultimi dieci anni di esilio e di vita Hikmet scrisse molto, senza darsi troppa pena della perfezione formale. La poesia era sempre stata, per lui, una modalità naturale della comunicazione, un semplice strumento del colloquio tra uomini. Si realizzava solo nel momento in cui diventava un mezzo per essere con gli altri e in mezzo agli altri, libero dalle vecchie convenzioni letterarie: è per questo che le sue poesie arrivano facili  al cuore del lettore, vi entrano come un amico che si conosce da tempo, con il quale si può parlare di tutto.

«Penso – diceva – che la poesia debba essere innanzi tutto utile… utile a tutta l’umanità, utile a una classe, a un popolo, a una sola persona. Utile a una causa, utile all’orecchio… Voglio essere capito e letto dal maggior numero possibile di persone, ai più vari livelli di cultura, nei più diversi stati d’animo, dalle prossime generazioni. Voglio essere traducibile per i popoli più diversi. Credo che la forma sia perfetta quando dà la possibilità di creare il ponte più solido e comodo tra me, poeta, e il lettore. Detesto non solo le celle della prigione, ma anche quelle dell’arte, dove si sta in pochi o da soli. Sono per la chiarezza senza ombre del sole allo zenit, che non nasconde nulla del bene e del male. Se la poesia regge questa gran luce, allora è vera poesia».

Ecco chi era Nazim Hikmet, poeta comunista che non ha mai abbandonato la sua classe ed il suo popolo, spirito ribelle ed indomabile combattente per il socialismo. Un poeta che rimarrà con noi ben più dell’ anno che gli ha dedicato l’ Unesco.

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