Perché Tsipras non è la soluzione.

 

Si discute molto in questi giorni sulla possibilità di una lista alle elezioni europee in appoggio alla candidatura di Alexis Tsipras, leader di Syriza, la coalizione delle forze della sinistra greca. Il dibattito attuale in Italia si polarizza, in un intreccio di interessi personali, correntizi e di vari giochi politici, sulle modalità di costituzione di questa lista. Senza entrare nel dettaglio alcuni reclamano la legittimazione in quanto referenti italiani del Partito della Sinistra Europea, la creatura bertinottiana di cui oggi Tsipras è stato indicato come candidato presidente alla commissione europea, altri sostengono che una lista in appoggio alla sua candidatura debba essere espressione della società civile, debba aprirsi all’esterno. Il dibattito in questione, che sta avendo vasta eco negli ormai ristretti ambienti di una certa sinistra molto intellettuale e poco di classe, è espressione dei nostri tempi, e francamente interessa abbastanza poco. Non staremo a rincorrere le posizioni dei vari Gad Lerner, Barbara Spinelli, Paolo Ferrero, o le varie posizioni uscite sul Manifesto e sul Fatto Quotidiano in questi giorni. Ci interessa al contrario intavolare un dibattito serio e serrato con quei compagni, con i quali spesso condividiamo percorsi di lotta e che riteniamo meritevoli di interlocuzione politica, che hanno manifestato il loro appoggio all’ipotesi di una lista legata alla candidatura di Tsipras. Spiegando in modo particolare perché Tsipras in questo momento non rappresenta la soluzione.

Scrive oggi “Il Corsaro” in un editoriale sull’appoggio a Tsipras (http://www.ilcorsaro.info/editoriali/con-tsipras-per-un-altra-europa-e-una-nuova-sinistra.html ) che una lista collegata alla sua candidatura può creare quello spazio politico continentale in grado di innescare «una stagione espansiva per i diritti individuali e collettivi, civili e sociali, per costruire un’Altra Europa che metta al primo posto la lotta alle ingiustizie e alla povertà, i bisogni dei popoli e non i diktat finanziari.» Quest’idea dellAltra Europa appare come filo conduttore politico di tutto l’articolo, e a ben vedere dell’intera campagna elettorale di Syriza in Grecia, della Sinistra Europea e di Tsipras. L’editoriale de “Il Corsaro” coglie così un punto centrale e sostanziale da cui partire per un giudizio su questa candidatura. La Sinistra Europea ha parlato nel documento congressuale dello scorso dicembre di rifondazione dell’Europa nel senso di “una nuova definizione dei suoi obiettivi, delle sue politiche e delle sue strutture, un modello economico produttivo, sociale ed ecologico completamente differente, fondato sulla solidarietà, la giustizia sociale e le sovranità popolari.” Questa idea di altra Europa parte dall’idea che le istituzioni, e le politiche dell’Unione Europea siano riformabili dall’interno, che al disegno politico generale delle forze politiche che hanno diretto l’unificazione europea, sia contrapponibile un nuovo disegno in grado di sostituire e cambiare queste fondamenta.

L’idea della possibilità di riformare l’Unione Europea nel migliore dei casi è utopia. Non tiene conto delle condizioni materiali differenti presenti all’interno dei vari paesi, tali da non permettere di concentrare a livello continentale un’offensiva unitaria di classe con la stessa forza e la stessa velocità nei diversi paesi. Nel migliore dei casi finirà per ottenere qualche moderato risultato del tutto insufficiente, nel peggiore, parallelamente, lungi dal creare un argine politico all’avanzata dei nazionalismi e dell’estrema destra, ne spianerà l’arrivo, prigioniera delle sue contraddizioni, di quel detto non detto e poi non realizzato. È questo elemento di contraddizione insanabile nel voler salvare l’Unione Europea che inficia tutta l’operazione della Sinistra Europea e di Tsipras. Ancora una volta nel documento congressuale della Sinistra Europea vengono continuamente scambiati due piani distinti: quello della lotta comune a livello europeo, dell’internazionalismo necessario delle lotte tanto più in questa fase, con l’accettazione della dimensione politica dell’Unione Europea come spazio naturale e obbligato entro cui muovere la propria proposta politica, e entro il quale coltivare la possibilità illusoria di una modificazione radicale della sua natura.

Il movimento che ha costruito l’Unione Europea sotto il profilo dei dettami politici del neoliberismo, come teoria economico-politica più conseguente agli interessi delle classi dominanti in questa fase del capitalismo (il che non vuol dire che in una nuova fase non possano aver bisogno di altro), si è basato su una profonda comunanza di interessi del grande capitale monopolistico. Questa comunanza ha orientato, utilizzando a strumento quelle forze politiche di centrodestra e centrosinistra che hanno sposato quelle tesi, l’intero processo di costruzione dell’Unione Europea.

A questa comunanza di interessi del capitale, oggi si vorrebbe contrapporre quella dei popoli, nella famosa affermazione della differenza tra “Europa dei popoli e Europa dei capitali”, attuando una trasformazione riformista dell’Unione Europea e mutandone le finalità. Ma questa comunanza, che dovrebbe partire da un processo democratico di partecipazione attiva delle masse popolari e loro uniformità nel contrapporsi agli interessi del capitale non esiste e soprattutto non è omogenea a livello continentale. Il dato di contraddizioni che la crisi, e che le politiche che la aggravano, producono a livello continentale, non si sviluppano con la stessa celerità, con le stesse caratteristiche, con lo stesso peso, in tutti i paesi dell’Europa contemporaneamente, e con ciò non sviluppano nello stesso momento gli stessi elementi di soluzione. Questo non vuol dire che i lavoratori di alcuni paesi siano privilegiati, o che esista nel complesso una lotta tra popoli, ma che il livello di tale sfruttamento, la ripartizione e la redistribuzione della ricchezza, hanno livelli differenti, che generano situazioni politiche profondamente distanti. La storia ci ha fornito esempi notevoli in questo senso.

L’ultimo sciopero generale in Germania è del maggio del 2012, e se tale di può definire data la legislazione e la condizione della partecipazione in quel paese, in Grecia dallo stesso periodo ce ne sono stati più di venti. La quota della disoccupazione giovanile in Germania è all’8%, in Italia al 42%, in Spagna oltre il 55% in Grecia al 60%. Solo per citare due degli infiniti dati che si possono porre a fondamento del fatto che la costruzione europea nella sua disomogeneità nelle condizioni di partenza e nelle condizioni strutturali delle economie dei vari paesi, genera condizioni sociali differenti, aspirazioni e rivendicazioni politiche tutt’altro che omogenee in questa fase. Accettando la prospettiva di una battaglia democratica all’interno dell’Unione Europa non si tiene conto di questa diversa maturazione del livello di coscienza e delle rivendicazioni delle classi popolari sul continente, con il risultato di far ristagnare la lotta nei paesi in cui la mobilitazione di classe è più avanzata, attendendo invano il risveglio altrove. Con la grave responsabilità di permettere in molti paesi che ad interpretare, stravolgere e dirigere questa aspirazioni diventino quei movimenti di estrema destra, che senza questa attesa messianica, pongono con forza la parola d’ordine dell’uscita dall’Unione Europea, ben più forte e coerente in questa fase politica, unendola con una serie di rivendicazioni tanto facili e sbagliate, quanto portatrici di disastri. Il fallimento della sinistra socialdemocratica altro non è stato che questo, la capitolazione di fronte all’evidenza che un sistema non può essere cambiato dall’interno sostituendo solo il manovratore, se non si mette in discussione il binario su cui ci si muove. La socialdemocrazia oggi non è più spendibile per governare questi processi di riformismo e di pacificazione sociale, così il riformismo trova nuovi volti, nuove forme, per una storia già vista.

Recentemente intervistato Tsipras ha confermaro questa linea politica, anche e soprattutto in relazione alla situazione greca. In una intervista a La Stampa ha avuto modo di ribadire la linea del suo partito. Alla domanda se fosse contro o a favore dell’Europa rispondeva: «Puntiamo a cambiare l’Ue piuttosto che a scardinarla. Siamo più europeisti dei partiti conservatori che hanno distrutto l’idea di solidarietà e creato divisioni fra i popoli». E alla richiesta sulla posizione sull’euro: «L’Eurozona è una catena con diciotto anelli, se uno si rompe, la catena si rompe. Questo è il punto: nessuno vuole che la catena si spezzi, neanche noi. Sarebbe un’opzione difficile per tutti».  Nessuno di noi è tanto stupido da ritenere che l’uscita dall’euro da sola risolva automaticamente le contraddizioni presenti, che il tutto si risolva ad una questione monetaria. Tuttavia la sovranità sulla moneta è un aspetto non secondario, e se è vera la prima affermazione è altrettanto vero che nessun cambiamento a livello nazionale potrà mai essere attuato senza un controllo sulla propria moneta. Qualsiasi cambiamento, anche attraverso una semplice logica di riforme è inattuabile senza controllo sulla propria banca centrale e sull’emissione di moneta.

Un processo che miri al cambiamento reale della condizione europea non può non fare i conti innanzitutto con i diversi livelli nazionali presi singolarmente, e in questo attraverso forme di coordinamento di lotta a livello continentale. Ma pensare di saltare questo passaggio conduce al nulla. La sola uscita dall’Unione Europea e dall’euro non è certo processo indolore, né da sola medicina per tutti i mali. Ma è presupposto necessario per affrontare contestualmente la questione del controllo sociale della produzione, la liberazione dalla schiavitù del debito pubblico. La Sinistra Europea ha ormai da tempo abbandonato questa prospettiva confondendola con la nazionalizzazione dei settori strategici, parte importante ma non sufficiente di per sé, e con il controllo pubblico sulla produzione privata. Ma in questo lascia immutata l’essenza del sistema, non pone più nessuna esigenza di trasformazione, di rottura con il capitalismo, si limita a proporsi di migliorarne e mitigarne alcuni aspetti.

Tsipras presentò fin dal 2012 le sue credenziali ai poteri forti europei, quando scrisse una lettera a José Manuel Barroso, Herman van Rompuy e Mario Draghi nella quale dichiarava la propria volontà (missione) di partecipare al salvataggio dell’Unione Europea, affermando anche che “solo la Sinistra Europea può garantire una Unione Europea basata sulla coesione sociale”, concetto più volte ripetuto.  Nello stesso momento Syriza abbandonava alcune richieste e ne mitigava altre. Prendiamo il caso del debito pubblico: Tsipras non parla di ripudio unilaterale del debito. La proposta di Syriza verte solo sulla riduzione del debito, attraverso una moratoria temporanea del pagamento degli interessi, la fissazione di una “clausola di sviluppo” in modo che il rimborso del debito non uccida sul nascere la ripresa economica, ricapitalizzazione delle banche senza che tali risorse siano contabilizzate nel debito pubblico. Per Tsipras “Un governo di sinistra ha bisogno di industriali e investitori. Ha bisogno di un ambiente economico sano. Ha bisogno di leggi meritocratiche (…) Gli investimenti possono essere positivi in un quadro meritocratico, con leggi che vanno in questa direzione, non in un quadro degradato dalla corruzione e dagli intrallazzi”. Non è quindi un caso che assuma come modello di riferimento le politiche di Obama e abbia salutato come il “vento del cambiamento” l’elezione di Hollande in Francia. Tsipras, in questa ricerca di un capitalismo giusto e democratico, ha abbandonato la proposta di nazionalizzazione delle banche, passando dapprima a un più morbido “controllo pubblico”, per finire con la proposta di ricapitalizzazione con denaro pubblico. Il cerchio si chiude. Nessun “dogma” capitalista viene messo in discussione, nell’assoluta compatibilità col capitalismo e l’Unione Europea. Anche per quanto riguarda la NATO, Tsipras come la Sinistra Europea, a parole esprimono la loro opposizione ma nei fatti l’assumono come propria per il “rispetto degli accordi con gli alleati”.

La stessa decisione di comporre un cartello per correre alla presidenza della commissione è testimonianza dell’accettazione di un organo giuridico, la commissione europea, la cui legittimità andrebbe assolutamente contestata, in quanto organo antidemocratico e non eletto da nessuno. La scelta di comporre le forze europee  che vogliono un cambiamento reale, di coordinarle rappresenta una sfida da portare avanti, ma in quanto funzionale alle esigenze delle lotte, non per legittimare organismi decisionali privi di qualsiasi legittimazione popolare. È un’altra caratteristica della contraddizione di Tsipras e della Sinistra Europea.

Sono questi i motivi per cui riteniamo la candidatura di Tsipras una nuova forma di riformismo mascherato dal volto nuovo, un nuovo velo contrapposto alla reale comprensione dei meccanismi dell’Unione Europea, di cui le forze della Sinistra Europea si sono rese artefici. È nostro compito arrivare ad un coordinamento dei comunisti sempre più stabile a livello europeo ed internazionale, per rispondere alle sfide che la presenza nel quadro della UE ci pone, a lanciare mobilitazioni e campagne politiche comuni. Accettare il terreno della sfida politica a livello continentale ed internazionale non significa accettare le forme con cui questa sfida vuole essere impostata dalle classi dominanti, non significa accettare che l’Unione Europea sia l’orizzonte ultimo, il luogo politico oltre il quale non esiste alternativa. Lo sviluppo di forme di cooperazione dei popoli europei, liberati dal dominio del capitale, potrà avvenire solo attraverso il superamento e la rottura di questa Unione Europea, nella quale non c’è spazio per nessuna riforma. Questo Tsipras non lo dice, sostenendo tutto il contrario e promuovendo implicitamente il disegno delle classi dominanti.

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