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Teoria e Prassi n. 26 -sett. 2014

Karl Marx -Indirizzo inaugurale dell’Associazione internazionale degli operai

Operai!
È un fatto innegabile che la miseria della massa dei lavoratori non è affatto diminuita dal 1848 al 1864, in un periodo che pure può essere considerato straordinario per uno sviluppo senza esempi dell’industria e per l’aumento del commercio. Un organo moderato della classe media inglese, con un giudizio certamente comune, prediceva nel 1850 che, se in Inghilterra l’esportazione e l’importazione fossero aumentate del 50%, il pauperismo sarebbe caduto a zero! Ahimè, il 7 aprile 1864 il cancelliere dello scacchiere proclamava in pieno parlamento, felice per questa rivelazione, che il totale delle esportazioni e delle importazioni inglesi è ammontato nel 1863 «alla somma sorprendente […] di 443.995.000 lire sterline! che supera di circa tre volte il commercio dell’epoca […] relativamente recente del 1843».
Tuttavia, con la medesima eloquenza, egli parlava della «miseria». «Pensate,» esclamava, «a coloro che sono ai limiti della miseria… ai salari… che non sono elevati, alla vita umana che, in nove casi su dieci, non è che una lotta per l’esistenza!» […]
In verità, se teniamo conto della differenza di circostanze locali, vediamo i fatti inglesi riprodursi su scala minore in tutti i paesi industriali e progrediti del continente. Dopo il 1848, in questi paesi ebbe luogo uno sviluppo inaudito dell’industria e un’espansione inimmaginabile delle esportazioni e delle importazioni. Dovunque «l’aumento di ricchezze e di potenza limitata esclusivamente alle classi che possiedono» è stato realmente «inebriante».
Dovunque, come in Inghilterra, una piccola minoranza di operai ha ottenuto in effetti ridotti aumenti salariali; ma, nella maggior parte dei casi, il rialzo monetario dei salari non denota l’accrescimento del benessere dei salariati più di quanto l’elevarsi del costo del mantenimento dei pensionati nell’ospedale dei poveri o nell’asilo degli orfani della metropoli, da 7 sterline 7 scellini e 5 pence nel 1852 a 9 sterline 15 scellini e 8 pence nel 1861, non sia di nessun beneficio per i ricoverati, più di quanto non s’accresca per nulla il loro benessere. Dovunque, la gran massa delle classi lavoratrici è piombata sempre più in basso, nella medesima proporzione almeno con cui coloro, che stanno al di sopra, sono saliti più in alto sulla scala sociale. In tutti i paesi d’Europa è divenuto attualmente una verità, non confutabile da spiriti imparziali e negabile soltanto da coloro che hanno un interesse nel rinviare gli altri a un paradiso immaginario, che, né il perfezionamento delle macchine, né l’applicazione della scienza alla produzione, né la scoperta di nuove comunicazioni, né le nuove colonie, né la creazione di nuovi sbocchi, né il libero scambio, né tutte queste cose insieme sono in grado di sopprimere la miseria delle classi lavoratrici; e, al contrario, sulla falsa base del presente, ogni nuovo sviluppo della forza produttiva del lavoro scaverà necessariamente un abisso più largo e più profondo fra i contrasti sociali e l’antagonismo sociale ne uscirà più aspro e più acuto. Durante questa «inebriante» epoca del progresso economico, nelle metropoli dell’impero britannico la morte per inedia s’è elevata all’altezza di un’istituzione sociale.
Quest’epoca è segnata negli annali del mondo da ritorni accelerati, da un’estensione sempre più dilatantesi, dagli effetti sempre più mortali, della peste sociale, chiamata crisi commerciale e industriale. […] Per ciò che riguarda il presente, i padroni della terra e del capitale non vogliono che una cosa: impiegare i loro privilegi politici per difendere e perpetuare i loro monopoli economici. Non certo vogliono favorire la via dell’emancipazione del lavoro, anzi, non vogliono se non continuare a frapporle ogni sorta di ostacoli. Ricordate con quale sogghigno lord Palmerston, nell’ultima sessione, respinse i promotori del bill sui diritti dei fittavoli irlandesi. «La Camera dei comuni» gridò «è una camera di proprietari fondiari». Proprio per questo la conquista del potere politico è divenuto il grande dovere della classe operaia. Sembrerebbe che essa l’abbia compreso, giacché in Germania, in Italia e in Francia sta sorgendo una rinascita simultanea, e sforzi simultanei sono stati fatti per giungere a ricostituire il partito della classe operaia.
Essa possiede un elemento di successo: il numero; ma il numero non pesa sulla bilancia se non quando è unito in collettività ed è guidato dalla conoscenza. L’esperienza ha sufficientemente dimostrato quale vergognoso disprezzo la disfatta comune dei loro sforzi incoerenti infliggerà a questo legame di fraternità, che deve esistere tra gli operai dei differenti paesi e deve incitarli a stringersi con fermezza gli uni agli altri in tutte le loro lotte per l’emancipazione. Questa idea ispirò gli operai di differenti paesi, riuniti il 28 settembre 1864 in assemblea pubblica nel St. Martin’s Hall, a fondare l’Associazione internazionale.
In questa assemblea prevalse ancora un’altra convinzione.
Se l’emancipazione delle classi operaie esige il loro concorso fraterno, come possono esse compiere questa grande missione, quando la politica estera non persegue che disegni criminali e, sfruttando i pregiudizi nazionali, non fa che sprecare il sangue e i tesori dei popoli in guerre di rapina? Non fu la saggezza delle classi governanti, ma la resistenza eroica della classe operaia inglese alla loro follia criminale che salvò l’occidente europeo dal rischio di gettarsi a corpo morto nell’infame crociata per perpetuare e propagare la schiavitù dall’altra parte dell’Atlantico. L’approvazione vergognosa, la simpatia ironica e l’indifferenza idiota con le quali le classi superiori dell’Europa assistevano al franare della fortezza montana del Caucaso, divenuta preda della Russia, e all’assassinio della Polonia da parte della medesima potenza, le immense usurpazioni, sopportate senza resistenza, di questa potenza barbarica, la cui testa è San Pietroburgo e le cui mani sono in tutti i gabinetti ministeriali d’Europa, hanno imposto
alle classi operaie il dovere d’iniziarsi ai misteri della politica internazionale, di vegliare sugli atti dei loro rispettivi governi, di opporsi a essi, se è necessario, con tutti i mezzi in loro potere; se è impossibile prevenirli, è loro dovere coalizzarsi e denunciarli simultaneamente, e rivendicare le semplici leggi della morale e della giustizia che devono regolare tanto le relazioni degli individui quanto quelle superiori dei popoli.
La lotta per una tale politica estera fa parte della lotta generale per l’emancipazione della classe operaia.
Proletari di tutti i paesi, unitevi!

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