karlmarx federich engels

Voci per la New American Cyclopœdia -Marx-Engels (1857-60)
Personaggi storici

Airey
Barclay De Tolly
Bem
Bennigsen
Beresford
Bernadotte
Berthier
Bessieres
AIREY

Airey, Sir Richard, K.C.B. [1], maggior-generale e, attualmente, generale del commissariato dell’esercito britannico, entrò in servizio nel 1821 con il grado di alfiere, fu promosso capitano nel 1825 e tenente colonnello nel 1851 [2]; con quest’ultimo grado assunse il comando di una brigata dell’armata d’Oriente nel 1854. Nel settembre del 1854, quando la spedizione per la Crimea si accingeva a salpare da Varna, fu nominato generale del commissariato delle forze di spedizione e, in quanto tale, fu tra i sei o otto ufficiali comandati da Lord Raglan accusati di aver distrutto l’esercito inglese con il loro modo ripetitivo e superficiale di adempiere al dovere e con la loro mancanza di buon senso e di energia. Ad Airey spettava di determinare la suddivisione tra i vari reggimenti dell’equipaggiamento da campo, di tende, giubbe, coperte e stiva li. Secondo la sua stessa ammissione (davanti alla commissione di inchiesta di Chelsea): «non capitò mai, dopo la prima settimana di dicembre del 1854, che a Balaklava mancasse una copiosa fornitura di indumenti caldi, ma allo stesso tempo c’erano reggimenti impegnati nelle trincee del fronte che soffrivano terribilmente a causa della mancanza di quegli stessi articoli che giacevano a loro disposizione a sette o otto miglia di distanza» [3]. Ciò, aggiunse Airey, non era colpa sua, non avendo egli mai sollevato la minima difficoltà ad approvare le richieste di tali articoli. Al contrario, riteneva di potersi attribuire il merito di aver abbreviato e semplificato quanto più possibile le procedure normalmente utilizzate per approvare, decurtare o respingere le richieste di forniture che gli giungevano dagli ufficiali di divisione o di reggimento.

Friedrich Engels Scritto prima del 24 luglio 1857
Pubblicato in The New American Cyclopœdia,

BARCLAY DE TOLLY

Barclay de Tolly, Michel, principe e feldmaresciallo russo, nato in Livonia nel 1759 [4], morto a Insterburg, Prussia orientale, il 25 maggio 1818. Nel 1769, quando non aveva neanche compiuto 11 anni, si arruolò nell’esercito russo, ove servì per 29 anni partecipando alle varie campagne contro turchi, svedesi e polacchi, eppure non arrivando ai gradi superiori prima del 1798. Si distinse quindi nella campagna del 1806. La sua fama militare ebbe inizio nel 1807, quando, a capo dell’avanguardia russa, difese valorosamente la cittadina prussiana di Eylau, tenendo a lungo le strade, la chiesa e il cimitero della città. Nel 1808 costrinse gli svedesi a ripiegare in Carelia e nel 1809, con il grado di generale di fanteria, ripetè, ma su scala molto più ampia, la celebre marcia di Carlo Gustavo sulle acque ghiacciate del Piccolo Belt, facendo sfilare 12.000 russi, con artiglieria, munizioni, viveri e approvvigionamenti, sulla superficie di ghiaccio che copriva il Golfo di Botnia. Conquistò Umea, favorì con il suo arrivo l’imminente rivoluzione contro Gustavo IV e costrinse gli svedesi a chiedere la pace [5]. Dopo il 1810 gli fu affidata la direzione del ministero della guerra russo.
Nel 1812 assunse il comando della Prima armata d’Occidente, i cui corpi principali — che egli decise di guidare personalmente e la cui consistenza era stata gonfiata dai rapporti ufficiali a 550.000 effettivi — in realtà si dimostrarono costituiti da soli 104.000 uomini, mentre il totale delle truppe, dalle coste del Baltico alle rive del Prut, non superava le 200.000 unità. Così, la ritirata dell’esercito russo, il cui progetto originale Napoleone erroneamente attribuì nel suo memoriale di Sant’Elena proprio a Barclay de Tolly, ma che già molto tempo prima della rottura tra Russia e Francia era stato elaborato dal generale prussiano Phull, e dopo la dichiarazione di guerra nuovamente sollecitata da Bernadotte ad Alessandro, divenne ora una questione non tanto di scelta, quanto di acuta necessità. Oltre ad avere il grande merito di resistere alle truppe così come ai quartieri generali russi che sconsideratamente reclamavano a gran voce lo scontro, Barclay de Tolly guidò la ritirata con notevole abilità, impegnando continuamente parte delle sue truppe, in modo da offrire al principe Bagration la possibilità di ricongiungersi con lui e all’ammiraglio Ciéagov l’opportunità di piombare sulle retrovie del nemico. Quando fu costretto a impegnare battaglia, come a Smolensk, si schierò in modo da evitare che lo scontro assumesse caratteri decisivi. Quando, non lontano da Mosca, ciò non fu più possibile, scelse la solida piazzaforte di Gzatsk, quasi impossibile da attaccare frontalmente e aggirabile solo compiendo giri lunghi e tortuosi. Aveva già schierato le sue truppe quando giunse Kutuzov, al quale era stato affidato il comando supremo grazie agli intrighi dei generali russi e ai mugugni dell’armata moscovita contro lo straniero che capeggiava la guerra santa. In spregio al piano di Barclay de Tolly, Kutuzov abbandonò la postazione di Gzatsk e, di conseguenza, l’esercito russo fu costretto ad accettare battaglia nella sfavorevole zona di Borodino. Nel corso dei combattimenti, il 26 agosto [6] Barclay, che comandava l’ala destra, fu l’unico generale che tenne la posizione e non si ritirò fino al giorno 27, coprendo in tal modo la ritirata dell’armata russa che, se non fosse stato per lui, sarebbe andata incontro alla più totale distruzione. A seguito della ritirata da Borodino fin oltre Mosca, fu nuovamente Barclay de Tolly a sventare ogni inutile tentativo di difendere la città santa.
Durante la campagna del 1813 Barclay conquistò la fortezza di Thorn (Torun) il 4 aprile, sconfisse Lauriston a Kònigswartha, coprì la ritirata degli alleati dopo la sconfitta di Bautzen dell’8 maggio, vinse la battaglia di Gòrlitz, contribuì alla capitolazione di Vandamme e si distinse personalmente nella battaglia di Lipsia. Nella campagna del 1814 non comandò singole unità militari e operò in ambito amministrativo e diplomatico, più che strettamente militare. Per la severa disciplina che imponeva alle truppe sotto il suo diretto comando si guadagnò anche la stima della popolazione francese. Al ritorno di Napoleone dall’Elba, Barclay giunse troppo tardi dalla Polonia per essere presente alla battaglia di Waterloo, ma partecipò comunque alla seconda invasione della Francia. Morì durante una gita alle terme di Carlsbad. Gli ultimi anni della sua vita furono amareggiati da una serie di voci calunniose. Tra i generali di Alessandro fu indubbiamente il migliore: modesto, tenace, risoluto e pieno di saggezza.
Karl Marx e Friedrich Engels
Scritto tra la fine di agosto e il 15 settembre 1857
Pubblicato in The New American Cyclopœdia, vol. II, 1858
BEM

Bem, Józef, generale polacco, nato a Tarnow, in Galizia, nel 1795 [7], morto il 10 dicembre 1850. La sua vita fu animata da una sola passione: l’odio verso la Russia. All’epoca in cui Napoleone, con le sue vittorie e i suoi proclami, ravvivò la fede nella resurrezione della Polonia, Bem si arruolò nel corpo dei cadetti di Varsavia e fu addestrato alla scuola di artiglieria comandata dal generale Pelletier. Terminato l’addestramento, fu promosso tenente di artiglieria a cavallo; con tale grado partecipò alla campagna del 1812 sotto il comando di Davout e Macdonald; fu insignito della croce della legion d’onore per la sua partecipazione alla difesa di Danzica; dopo la resa di questa fortezza [8] fece ritorno in Polonia. Poiché lo zar Alessandro, ostentando una grande predilezione per la nazione polacca, decise ora di riorganizzarne l’esercito, Bem vi si arruolò nel 1815 come ufficiale d’artiglieria, ma fu presto congedato per aver affrontato in duello un suo superiore. Fu però successivamente nominato istruttore militare alla scuola d’artiglieria di Varsavia e promosso al grado di capitano. Allora introdusse nell’esercito polacco l’impiego dei razzi Congreve, pubblicando i risultati degli esperimenti realizzati in quest’occasione in un volume originariamente edito in Francia e poi tradotto in tedesco [9]. Aveva un atteggiamento recri-minatorio e insubordinato e, tra il 1820 e il 1825, fu diverse volte portato davanti alla corte marziale, condannato alla detenzione, liberato e imprigionato di nuovo, infine spedito a Kock, uno sperduto villaggio polacco, a vegetare sotto la stretta sorveglianza della polizia. Non ottenne il congedo dall’esercito polacco fino alla morte di Alessandro, e dopo l’insurrezione di Pietroburgo [10] Costantino ne perse le tracce. Dopo aver lasciato la Polonia russa, Bem si ritirò a Lemberg, dove divenne caporeparto in una grande distilleria e scrisse un libro sull’uso del vapore applicato alla distillazione dell’alcol.
Quando nel 1830 scoppiò la rivolta di Varsavia, Bem vi partecipò; dopo qualche mese fu elevato al grado di maggiore d’artiglieria e nel maggio del 1831 [11] combattè alla battaglia di Ostrolenka, nella quale si distinse per l’abilità e la tenacia con cui si oppose alle superiori batterie russe. Dopo che furono definitivamente respinti gli attacchi dell’esercito polacco contro i russi che avevano attraversato il Narew, Bem protesse la ritirata facendo audacemente avanzare tutti i suoi cannoni. Fu promosso quindi colonnello e poco dopo generale, quindi destinato al comando supremo dell’artiglieria polacca. Quando i russi assaltarono Varsavia, egli si battè coraggiosamente, ma, nel suo ruolo di comandante, commise l’errore di non impiegare i suoi 40 cannoni, permettendo così al nemico di conquistare l’importante postazione difensiva di Vola. Dopo la caduta di Varsavia emigrò in Prussia con il resto dell’armata, convinse i suoi uomini a non consegnare le armi ai prussiani causando così un inutile spargimento di sangue in quella che all’epoca fu chiamata la battaglia di Fischau. Bem abbandonò l’esercito e organizzò in Germania dei comitati di sostegno agli emigrati polacchi, dopo di che se ne andò a Parigi.
Il suo carattere straordinario, in cui a una laboriosa passione per le scienze esatte si univa un’irrefrenabile spinta all’azione, lo spingeva a gettarsi in imprese avventurose il cui fallimento tornava spesso a vantaggio dei nemici. Così, nel 1833, essendosi reso responsabile di un vano tentativo per creare una legione polacca favorevole a Don Pedro [12], fu denunciato per tradimento e un suo deluso compatriota attentò alla sua vita a Bourges, dove egli si era recato ad arruolare uomini per la legione. Tra il 1834 e il 1848 fu assorbito dai continui viaggi in Portogallo, Spagna, Olanda, Belgio e Francia.
Nel 1848, al primo manifestarsi dei sintomi rivoluzionari nella Polonia austriaca, Bem accorse a Lemberg e di qui, il 14 ottobre, a Vienna, dove ogni opera di rafforzamento delle costruzioni difensive e di organizzazione dei contingenti rivoluzionari fu dovuta esclusivamente al suo impegno. La fuga disordinata con cui il 25 ottobre si concluse una sortita della guardia mobile viennese [13], capeggiata dallo stesso Bem, lo indusse a esprimere severe parole di riprovazione alle quali fu replicato con fragorose accuse di tradimento che, nonostante la loro assurdità, guadagnarono una tale influenza che Bem evitò la corte marziale solo perché c’era il timore di un’insurrezione della legione polacca. Dopo l’eccezionale difesa da lui operata, il 28 ottobre, della grande barricata costruita nella Jàgernzeile, e dopo l’apertura dei negoziati tra i magistrati di Vienna e il principe Windìschgràtz, scomparve dalla scena. Il sospetto, rinfocolato dalla sua misteriosa fuga, lo inseguì da Vienna a Pest, dove, avendo prudentemente consigliato al governo ungherese di non consentire la formazione di una speciale legione polacca, un polacco di nome Kòlodjecki, ritenendolo un traditore, gli sparò un colpo di pistola e lo ferì gravemente.
La guerra in Transilvania, il cui comando il governo ungherese affidò a Bem, lasciando tuttavia alla sua iniziativa il reperimento delle truppe necessarie a combatterla, rappresenta il momento più importante della sua carriera militare, capace di gettare grande luce sul carattere particolare delle sue capacità di comando. Aprendo la prima campagna, verso la fine di dicembre del 1848, con un esercito di 8.000 uomini male armato, radunato in fretta e composto di elementi estremamente eterogenei — coscritti magiari poco addestrati, honved [14], profughi viennesi e un esiguo manipolo di polacchi —, una banda variegata successivamente rinforzata, durante l’avanzata in Transilvania, da contingenti di szekler [15], sassoni, slavi e rumeni, circa due mesi dopo Bem aveva concluso le operazioni, annientato Puchner e la sua armata austriaca di 20.000 uomini, Engelhardt con i suoi reparti ausiliari di 6.000 russi e Urban con i suoi filibustieri. Costretti i primi due a ritirarsi in Valacchia e il terzo a rifugiarsi in Bucovina, Bem occupò tutta la Transilvania a parte la piccola fortezza di Karlsburg. Coraggiose operazioni di sorpresa, manovre audaci, marce forzate, unitamente alla grande fiducia che sapeva infondere nella truppa grazie all’esempio personale, all’abile scelta di postazioni riparate e al sostegno dell’artiglieria portato sempre al momento decisivo, ne fecero un generale di prim’ordine per la guerra partigiana e collinare di questa prima campagna. Bem si dimostrò inoltre maestro nell’arte di creare dal nulla un esercito e di dargli una disciplina; tuttavia, limitandosi ai minimi rudimenti organizzativi e trascurando di creare un nucleo di truppe scelte, che è invece materia di prima necessità, il suo esercito estemporaneo era destinato a dissolversi come un sogno al primo serio inconveniente.
Torna a suo merito di aver impedito, durante l’occupazione della Transilvania, le inutili e impopolari crudeltà che erano nelle intenzioni dei commis-sari magiari. La politica di conciliazione tra le varie nazionalità antagoniste gli consentì in pochi mesi di aumentare le sue truppe da 40.000 a 50.000 uomini, con buoni contingenti di cavalleria e artiglieria. Se, nonostante alcune
manovre pregevoli, la spedizione nel Banato [16], che Bem intraprese con quest’armata numericamente ragguardevole, non produsse effetti duraturi, occorre tenere presente che egli aveva le mani legate a causa della presenza al suo fianco dell’incapace comandante ungherese.
L’ingresso in Transilvania di consistenti truppe russe e le conseguenti sconfitte subite dai magiari richiamarono Bem sul teatro della sua prima campagna. Dopo aver effettuato un vano tentativo di creare un diversivo alle spalle del nemico invadendo la Moldavia, egli rientrò in Transilvania, dove fu definitivamente battuto, il 31 luglio a Schàssburg, da forze russe tre volte superiori al comando di Lùders, sfuggendo alla cattura saltando in un fosso dal quale fu casualmente recuperato da un gruppo di ussari magiari dispersi. Essendo riuscito a riunire ciò che era rimasto delle sue truppe, assaltò per la seconda volta Hermannstadt il 5 agosto, ma dovette lasciarla immediatamente per mancanza di rinforzi; dopo uno sfortunato scontro il 7 agosto, ripercorse la strada per l’Ungheria, dove arrivò in tempo per assistere alla sconfitta nella decisiva battaglia di Temesvàr [17]. Dopo un ulteriore inutile tentativo di organizzare la resistenza delle rimanenti truppe magiare a Lugos, Bem tornò in Transilvania, e qui si attestò cercando di contrastare le preponderanti forze avversarie finché, il 19 agosto, fu costretto a rifugiarsi in territorio turco.
Con l’intento di aprire nuove possibilità alle sue attività antirusse, Bem abbracciò la fede musulmana e il sultano lo innalzò alla carica di pascià con il nome di Amurath, affidandogli un comando nell’esercito turco; tuttavia, a seguito delle proteste delle potenze europee, fu relegato ad Aleppo. Qui riuscì a reprimere alcuni eccessi sanguinali commessi dalla popolazione musulmana a danno dei residenti cristiani nel novembre del 1850, e morì circa un mese dopo, colpito da una violenta febbre per la quale rifiutò ogni cura medica.
Karl Marx e Friedrich Engels
Scritto nel settembre (al più tardi il 29) del 1857
Pubblicato in The New American Cyclopœdia, vol. III, 1858
BENNIGSEN

Bennigsen, Levin August Teophil, conte, generale russo, nato il io febbraio 1745 a Brunswick, dove il padre era colonnello della guardia, morto il 3 ottobre 1826. Fu per cinque anni paggio alla corte di Giorgio II di Hannover; si arruolò nell’esercito dell’Hannover e, promosso ai gradi di capitano della guardia appiedata, partecipò all’ultima campagna della Guerra dei Sette Anni. La sua grande passione per il gentil sesso suscitò all’epoca più scalpore delle sue imprese militari. Per sposare la figlia del barone di Steinberg, ministro dell’Hannover presso la corte di Vienna, Bennigsen lasciò l’esercito, si ritirò nella sua tenuta hannoveriana di Banteln e, a forza di generose spese, si indebitò irrimediabilmente decidendo infine, dopo la morte della moglie, di rimettere in sesto le sue fortune entrando nell’esercito russo. Nominato tenente colonnello da Caterina II, servì dapprima contro i turchi al comando di Romanzov e successivamente, al comando di Suvarov, contro il ribelle Pugacév. Approfittò di una licenza per tornare nell’Hannover e conquistarsi i favori della signorina von Schwiehelt, donna di famosa bellezza. Al suo ritorno in Russia, grazie alla protezione di Romanzov e Potémkin ottenne il comando di un reggimento. Essendosi distinto nell’assedio di Ochakov [18] nel 1788, fu nominato generale di brigata. Durante la campagna di Polonia del 1793-94 fu a capo di un reparto di truppe leggere; fu promosso generale dopo gli eventi di Oszmiana e Solli; determinò la vittoria di Vilna [19] aprendo con la cavalleria un varco nel centro dello schieramento polacco e, in conseguenza di una serie di audaci operazioni di sorpresa portate felicemente a termine sulle rive del basso Niemen, Caterina II gli dimostrò la sua gratitudine insignendolo dell’ordine di San Vladimiro, assegnandogli la sciabola d’onore e un appannaggio di 200 servi della gleba. Nella campagna di Polonia Bennigsen dimostrò di possedere le qualità di un buon ufficiale di cavalleria — precisione di fuoco, audacia e rapidità — ma non i massimi talenti indispensabili per diventare comandante di un esercito. Dopo questa campagna fu spedito presso l’armata in Persia, dove, con un bombardamento durato 1 o giorni, costrinse alla resa Derbent, sul mar Caspio [20]. La croce di terza classe de Fordine di San Giorgio fu l’ultimo dono che ricevette da Caterina, il cui successore [21] lo richiamò in Russia ma lo privò della propria protezione.
Il conte Pahlen, governatore militare di San Pietroburgo, stava all’epoca organizzando la congiura che avrebbe portato alla morte Paolo I. Pahlen, conoscendo il carattere irruente di Bennigsen, lo coinvolse nel piano segreto e gli assegnò il ruolo centrale, quello di guidare i cospiratori negli appartamenti dell’imperatore. Fu proprio Bennigsen che stanò Paolo dal camino dove si era nascosto; e quando i suoi compagni, al rifiuto del sovrano di abdicare, diedero segni di esitazione, egli esclamò: «Ha parlato abbastanza!», si tolse la fascia, si avventò su di lui e, dopo una colluttazione in cui gli altri lo aiutarono, riuscì a strangolare la sua vittima. Per sveltire le operazioni Bennigsen colpì Paolo alla testa con una pesante tabacchiera d’argento. Subito dopo l’ascesa al trono di Alessandro I, gli fu assegnato un comando militare in Lituania.
All’inizio della campagna del 1806-07 Bennigsen comandava un corpo della prima armata, quella di Kamenski (la seconda era guidata da Buxhòvden); cercò invano di proteggere Varsavia dall’attacco dei francesi, fu costretto a ritirarsi a Pultusk sul Narew, dove, il 26 dicembre 1806, avendo a disposizione forze molto superiori, giacché Napoleone e il grosso dell’esercito francese stavano marciando contro la seconda armata russa, riuscì a respingere un assalto di Lannes e Bernadotte. Bennigsen inviò rapporti vanagloriosi all’imperatore Alessandro e, a forza di ordire intrighi contro Kamenski e Buxhòvden, ottenne in poco tempo il comando supremo dell’armata destinata a operare contro Napoleone. Alla fine di gennaio del 1807 effettuò un tentativo offensivo contro l’acquartieramento invernale francese e riuscì per puro caso a sfuggire alla trappola che Napoleone aveva predisposto per lui; quindi combattè alla battaglia di Eylau. Essendo caduta Eylau il giorno 7, lo scontro principale che Bennigsen fu costretto ad accettare al fine di bloccare il violento inseguimento di Napoleone avvenne l’8 febbraio. La tenacia delle truppe russe, l’arrivo dei prussiani al comando di L’Estocq e la lentezza con cui il corpo d’armata francese apparve sul teatro delle azioni resero incerto l’esito della battaglia. Entrambi i contendenti reclamarono la vittoria e, in ogni caso, il campo di Eylau — come affermò lo stesso Napoleone — fu il più sanguinoso tra tutti quelli su cui aveva combattuto. Per Bennigsen furono cantati i Te Deurn, lo zar lo insignì di un ordine russo, lo gratificò di una pensione di 12.000 rubli e di una lettera di congratulazioni che lo definiva «il vincitore dell’indomito capitano».
In primavera Bennigsen si attestò tra le trincee di Heilsberg ed evitò di attaccare Napoleone quando parte dell’esercito francese era ancora impegnata nell’assedio di Danzica; ma dopo la caduta della città, e dopo il ricongiungimento dell’esercito francese, ritenne che fosse giunto il momento dell’attacco. Bennigsen fu dapprima ritardato dall’avanguardia napoleonica, che aveva radunato solo un terzo dei propri effettivi, e successivamente costretto dalle manovre francesi ad arretrare e a rientrare nel suo accampamento trincerato. Qui Napoleone lo attaccò inutilmente il 10 giugno con solo due corpi e qualche battaglione della guardia, ma il giorno seguente lo indusse ad abbandonare
l’accampamento e a battere in ritirata. All’improvviso, però, e senza aspettare un corpo di 28.000 uomini che aveva già raggiunto Tilsit, Bennigsen tornò all’offensiva, occupò Friedland e lì radunò le sue truppe, volgendo le spalle al fiume Alle e tenendo il ponte di Friedland come unica via per la ritirata. Invece di avanzare rapidamente, prima che Napoleone potesse concentrare le sue forze, si lasciò distrarre da Lannes e Morder per cinque o sei ore finché, verso le ore 5 pomeridiane, Napoleone fu pronto e ordinò l’attacco. I russi furono spinti violentemente contro il fiume, Friedland fu presa e il ponte distrutto dagli stessi russi, nonostante tutta la loro ala destra fosse ancora sulla sponda opposta. Così, il 14 giugno, la battaglia di Friedland fu persa, costando all’esercito russo più di 20.000 uomini. Si disse che Bennigsen risentisse allora dell’influenza della moglie polacca. Tuttavia, durante l’intera campagna, egli commise un errore dopo l’altro e tutta la sua condotta fu contrassegnata da una strana combinazione di sconsiderata imprudenza e irresoluta debolezza.
Nella campagna del 1812 svolse la sua attività principale al quartier generale dell’imperatore Alessandro, tessendo intrighi contro Barclay de Tolly al fine di prenderne il posto. Nella campagna del 1813 comandò un’armata della riserva russa e, sul campo di battaglia di Lipsia, Alessandro lo elevò alla dignità di conte. Avendo poi ricevuto l’ordine di cacciare Davout da Amburgo, pose l’assedio alla città finché, nell’aprile del 1814, l’abdicazione di Napoleone pose fine alle ostilità. Per la pacifica occupazione di Amburgo, che allora si decise a effettuare, Bennigsen pretese e ricevette nuovi onori ed emolumenti. Dopo essere stato a capo dell’armata del Sud in Bessarabia dal 1814al 1818, si ritirò infine nella sua tenuta nell’Hannover, dove morì, avendo sperperato gran parte della sua fortuna e lasciando i figli in miseria al servizio dell’esercito russo.
Karl Marx e Friedrich Engels
Scritto nel settembre (al più tardi il 22) del 1857
Pubblicato in The New American Cyclopœdia, vol. III, 1858
BERESFORD

Beresford, William Carr, visconte, generale britannico, nato in Irlanda il 2 ottobre 1768, morto nel Kent l’8 gennaio 1854. Figlio illegittimo di Giorgio, primo marchese di Waterford, si arruolò nell’esercito all’età di 16 anni e servì in Nuova Scozia fino al 1790. In questo periodo perse un occhio a causa di un colpo sparatogli accidentalmente da un ufficiale suo compagno d’armi. Fu poi a Tolone, in Corsica, nelle Indie Occidentali (al comando di Abercromby), nelle Indie Orientali e in Egitto con Baird. Al suo ritorno gli fu assegnata la carica onoraria di colonnello. Fu poi inviato in Irlanda, partecipò alla conquista del Capo di Buona Speranza, e quindi, con il grado di generale di brigata, all’attacco contro Buenos Aires nel 1806, quando fu costretto ad arrendersi e riuscì infine a sfuggire alla cattura. Nel 1807 comandò le truppe che conquistarono Madeira e fu nominato governatore dell’isola [22]. Nel 1808 divenne general-maggiore e, al suo arrivo in Portogallo con i reparti inglesi, fu incaricato dell’organizzazione dell’intero esercito portoghese, inclusa la milizia. Fu membro della commissione per la definizione dei termini della famosa convenzione di Cintra; partecipò alla ritirata e alla battaglia della Coruna, dove protesse l’imbarco delle truppe di Sir John Moore; nel marzo del 1809 fu nominato maresciallo e generalissimo dell’esercito portoghese, ben presto da lui trasformato in un’eccellente forza d’attacco e di difesa. Combattè tutta la Guerra Peninsulare fino alla fine, nel 1814, sostenendo vigorosamente Wellington. Tuttavia, nell’unica occasione davvero importante nella quale ebbe il comando in capo, ossia alla battaglia di Albuera del 1811, dimostrò scarse capacità di guida e, se non fosse stato per un suo subalterno che agì disobbedendo ai suoi ordini, la giornata sarebbe terminata con una sconfitta. Beresford partecipò alle vittorie di Salamanca (1812), Viteria e Bayonne (1813), Orthez e Tolosa (1814). Per i servizi resi fu nominato feldmaresciallo del Portogallo, duca di Elvas e marchese di Santo Campo. Nel 1810 gli fu conferito l’ufficio di deputato al Parlamento per la contea di Waterford (non occupò mai il suo seggio) e nel 1814 divenne barone di Albuera e Dungannon; nel 1823 fu elevato alla dignità di visconte.
Nel 1814 si recò in missione diplomatica in Brasile, dove nel 1817 represse una congiura [23]. Al ritorno in patria fu nominato luogotenente generale dell’approvvigionamento militare, poi generale dell’esercito e, dal 1828 al 1830, generale in capo dell’approvvigionamento. Avendo prestato aiuto a Don Miguel nel 1823 [24], fu privato del bastone di feldmaresciallo del Portogallo. Nella sfera politica fu attivamente, seppure silenziosamente, un convinto tory. Il suo successo militare fu essenzialmente la riorganizzazione dell’esercito portoghese che, con grande capacità e instancabile tenacia, rese talmente saldo e disciplinato da poter affrontare perfino i francesi. Nel 1832 Beresford sposò la cugina Louisa, figlia dell’arcivescovo di Tuam e vedova di Thomas Hope, il banchiere milionario e autore di Anastasius. Non lasciò figli e il titolo si estinse con la sua morte.
Karl Marx e Friedrich Engels
Scritto tra l’i 1 marzo e il 9 aprile 1858
Pubblicato in The New American Cyclopœdia, vol. III, 1858
BERNADOTTE

Bernadotte, Jean Baptiste Jules, maresciallo dell’impero francese, principe di Fonte Corvo e, con il nome di Carlo XIV Giovanni, re di Svezia e di Norvegia, nato il 26 gennaio 1764 a Pau, dipartimento dei Bassi Pirenei, morto l’8 marzo 1844 nel palazzo reale di Stoccolma. Figlio di un avvocato, studiò per seguire le orme del padre, ma la sua vocazione militare lo indusse ad arruolarsi segretamente, nel 1780, nella reale fanteria di marina, nei cui ranghi era avanzato fino al grado di sergente quando scoppiò la rivoluzione francese. Di qui in poi la sua carriera fu rapida. Nel 1792 servì come colonnello nell’armata di Custine; nel 1793 fu al comando di una demì-brigade; nello stesso anno, grazie alla protezione di Kléber, fu promosso generale di brigata e contribuì, come generale di divisione nell’armata di Sambre e Meuse, al comando di Kléber e Jourdan, alla vittoria di Fleurus, il 26 giugno del 1794, al successo di Jùlich e alla capitolazione di Maastricht. Si distinse poi nella campagna del 1795-96 contro i generali austriaci Clerfayt e Kray, e contro l’arciduca Carlo. All’inizio del 1797 il Direttorio gli ordinò di marciare con 20.000 uomini per portare rinforzi all’armata italiana e il suo primo incontro con Napoleone in Italia fu decisivo per i loro futuri rapporti. Nonostante la sua naturale grandezza, Napoleone nutriva una gelosia piccina e sospettosa per l’armata del Reno e i suoi generali. Capì immediatamente che Bernadotte aspirava a una carriera personale. Quest’ultimo, da parte sua, era troppo guascone per apprezzare a pieno la distanza esistente tra un genio come Bonaparte e un uomo abile qual era lui stesso. Di qui l’origine della reciproca avversione. Durante l’invasione dell’Istria, Bernadotte si distinse al passaggio del Tagliamento, dove guidava l’avanguardia, e alla conquista della fortezza di Gradisca, il 19 marzo 1797.
Dopo la cosiddetta rivoluzione del 18 Fruttidoro, Bonaparte ordinò ai suoi generali di raccogliere nelle loro rispettive divisioni una serie di dichiarazioni favorevoli a quel coup d’État, Bernadotte prima protestò, poi manifestò tutta la sua riluttanza a eseguire l’ordine, infine inviò al Direttorio un indirizzo completamente opposto a quello richiesto, e senza inoltrarlo tramite le mani di Napoleone. Questi, mentre era in viaggio per Parigi, dove si stava dirigendo per sottoporre al Direttorio il trattato di Campoformio, fece una visita di cortesia a Bernadotte presso il suo quartier generale di Udine, ma il giorno seguente, con un ordine spedito da Milano, lo privò di metà della sua divisione dell’armataci Reno e gli impose di tornare in Francia con l’altra metà. Dopo molte rimostranze, compromessi e nuove discussioni, Bernadotte alla fine dovette accettare l’incarico di ambasciatore a Vienna. Qui, agendo secondo le istruzioni di Talleyrand, assunse un atteggiamento conciliatorio che i giornali di Parigi, ispirati da Bonaparte e dai suoi fratelli, definirono pienamente improntato da tendenze realiste, dilungandosi, a sostegno delle loro accuse, sulla rimozione del vessillo tricolore all’ingresso dell’albergo dove Bernadotte risiedeva o della coccarda repubblicana dai berretti degli uomini del suo seguito. Avendo ricevuto un severo rimprovero dal Direttorio per queste ragioni, il 13 aprile 1798, in occasione di una manifestazione viennese antigiacobina, Bernadotte fece esporre il tricolore con la scritta “Libertà, uguaglianza, fraternità”, con la conseguenza che il suo albergo fu assaltato dalla folla, la bandiera fu data alle fiamme e la sua stessa vita fu messa in pericolo. Il governo austriaco rifiutò di presentare le scuse richieste e allora Bernadotte si ritirò a Rastatt con tutta la legazione; tuttavia, su consiglio di Bonaparte, il quale era stato strumento di provocazione dello scandalo, il Direttorio mise a tacere la faccenda e rinunciò ai suoi rappresentanti.
Il rapporto tra Bernadotte e la famiglia Bonaparte, dopo il suo matrimonio, nell’agosto del 1798, con la signorina Désirée Clary, figlia di un mercante di Marsiglia e cognata di Giuseppe Bonaparte, sembrò confermare la sua avversione per Napoleone. Nel 1799, come comandante dell’armata di ricognizione sul corso superiore del Reno, Bernadotte si dimostrò inadatto all’incarico e così comprovò anticipatamente il giudizio che Napoleone avrebbe espresso ; a Sant’Elena, ossia che fosse migliore come luogotenente che come comandante in capo [25]. Alla guida del ministero per la guerra dopo la rivolta del 30 Pratile interna al Direttorio, i suoi piani operativi furono meno rilevanti dei suoi intrighi con i giacobini, dei quali cercò di sfruttare la rinnovata influenza per crearsi un seguito personale nell’esercito. Ma un mattino, il 15 settembre 1799, prima che potesse rendersi conto dell’accaduto, Bernadotte vide annunciate sul Monìteurìe sue dimissioni [26]. Il tiro gli era stato giocato da Sieyès e da Roger Ducos, i membri del Direttorio alleati di Bonaparte [27].
Quando fu comandante dell’armata d’Occidente, Bernadotte soffocò le ultime scintille della guerra vandeana [28]. Dopo la proclamazione dell’impero [29], in occasione della quale fu nominato maresciallo, gli fu affidato il comando dell’armata dell’Hannover. In questa veste, come anche durante il suo successivo comando dell’armata della Germania settentrionale, si adoperò per guadagnarsi tra le genti del Nord una reputazione di indipendenza, moderazione e capacità amministrativa. Alla guida del corpo stanziato nell’Hannover, che costituiva il primo corpo della Grande Armata, partecipò alla campagna del 1805 contro gli austriaci e i russi. Napoleone lo inviò a Iglau per osservare i movimenti dell’arciduca Ferdinando in Boemia; quindi, richiamato a Brunn, fu schierato con il suo corpo alla battaglia di Austerlitz, nel centro, tra Soult e Lannes, e contribuì a sventare il tentativo di aggiramento dell’esercito francese operato dall’ala destra dell’esercito alleato. Il 5 giugno 1806 fu insignito del titolo di principe di Pontecorvo. Nella campagna del 1806-07 contro la Prussia fu al comando del primo corps d’armée. Ricevette da Napoleone l’ordine di dirigere da Naumburg su Dornburg, mentre Davout, anch’egli attestato a Naumburg, doveva marciare su Apolda; l’ordine consegnato a Davout aggiungeva che, nel caso in cui Bernadotte avesse già effettuato il ricongiungimento con le sue truppe, i due potevano muovere insieme verso Apolda. Avendo effettuato una ricognizione dei movimenti prussiani, ed essendosi accertato che non si sarebbero incontrati nemici in direzione di Dornburg, Davout propose a Bernadotte di marciare insieme su Apolda, dichiarandosi disponibile finanche ad accettare il suo comando. Bernadotte, invece, aderendo a un’interpretazione letterale delle istruzioni di Napoleone, partì verso Dornburg e non avvistò neanche un nemico per tutta la giornata, mentre Davout dovette sostenere da solo l’urto della battaglia di Auerstedt che, a causa dell’assenza di Bernadotte, terminò con una vittoria non decisiva. Solo il ricongiungimento dei fuggiaschi di Auerstedt con quelli di Jena e le manovre strategiche di Napoleone riuscirono a controbilanciare le conseguenze del deliberato e grossolano errore di Bernadotte. Napoleone firmò un ordine che deferiva Bernadotte alla corte marziale, ma, sulla base di ulteriori considerazioni, lo revocò. Dopo la battaglia di Jena, Bernadotte, insieme a Soult e Murat, sconfisse i prussiani a Halle il 17 ottobre, inseguì il generale prussiano fino a Lubecca e contribuì alla sua capitolazione a Ratekau, il 7 novembre 1806. Battè poi i russi nella piana di Mohrungen, non lontano da Thorn, il 25 gennaio 1807.
A seguito della pace di Tilsit, ai sensi dell’alleanza conclusa tra Napoleone e la Danimarca, le truppe francesi dovevano occupare le isole danesi e di qui agire contro la Svezia [30]. Di conseguenza, il 23 marzo 1808, lo stesso giorno in cui i russi invasero la Finlandia, Bernadotte ricevette l’ordine di spostarsi in Selandia per penetrare insieme ai danesi in Svezia, detronizzare il locale sovrano [31] e spartire il paese tra Danimarca e Russia: una singolare missione, per l’uomo che di lì a poco era destinato a regnare a Stoccolma! Egli attraversò il Belt e giunse in Selandia alla testa di 32.000 uomini, tra francesi, olandesi e spagnoli; 10.000 di questi ultimi, tuttavia, riuscirono, con l’aiuto di un’unità navale inglese, ad abbandonare il campo con il generale de la Romana. Durante la sua permanenza in Selandia, Bernadotte non intraprese né portò a termine alcuna operazione. Richiamato in Germania per partecipare alla nuova guerra tra Francia e Austria, gli fu assegnato il comando del IX corpo, composto principalmente da sassoni.
La battaglia di Wagram, il 5 e 6 luglio 1809, portò nuova legna al fuoco delle incomprensioni con Napoleone. Il primo giorno, Eugène Beauharnais, che era uscito allo scoperto in prossimità di Wagram e si era lanciato contro il centro della riserva nemica, non fu sufficientemente appoggiato da Bernadotte, il quale impegnò le sue truppe con troppo ritardo e con eccessiva fiacchezza. Attaccato di fronte e sul fianco, Eugène fu disordinatamente rigettato sulla guardia napoleonica e così il primo urto dell’assalto francese fu spezzato a causa dello scarso fervore di Bernadotte che, nel frattempo, aveva occupato il villaggio di Adlerklaa, posto in corrispondenza del centro dello schieramento francese, ma alquanto in avanti rispetto alle sue linee. Il giorno seguente, alle 6 del mattino, quando gli austriaci avanzarono per portare un attacco concentrico, invece di tenersi dietro alla postazione solidamente occupata del villaggio, Bernadotte si schierò davanti ad Adlerklaa. Giudicando, all’arrivo degli austriaci, che la sua posizione fosse troppo rischiosa, ripiegò su un pianoro alle spalle di Adlerklaa, abbandonando il villaggio che fu immediatamente occupato dalle truppe di Bellegarde. Il centro francese si trovò pertanto in pericolo e Masséna, che lo comandava, fece avanzare una sua divisione per riconquistare Adlerklaa, divisione che fu però a sua volta ricacciata dai granatieri di D’Aspre. In quel momento arrivò Napoleone, assunse il comando supremo, definì un nuovo piano di battaglia e sventò le manovre degli austriaci. Così, come ad Auerstedt, Bernadotte aveva ancora una volta messo a repentaglio il successo della giornata. Da parte sua, egli si lamentò perché, in violazione di ogni regola militare, Napoleone aveva ordinato al generale Dupas, la cui divisione francese faceva parte del corpo di Bernadotte, di agire indipendentemente dal suo comando. Le dimissioni da lui presentate furono accettate dopo che Napoleone venne a conoscenza di un ordine del giorno indirizzato da Bernadotte ai suoi sassoni in contrasto con il bollettino imperiale.
Poco dopo il suo arrivo a Parigi, dove iniziò a cospirare con Fouché, la spedizione di Walcheren (30 luglio 1809) indusse il ministro francese, data l’assenza dell’imperatore, ad affidare a Bernadotte la difesa di Anversa [32]. Gli errori marchiani degli inglesi resero ogni sua iniziativa superflua; tuttavia, non perse l’occasione per infilare in un proclama alle sue truppe l’accusa che Napoleone avesse trascurato di predisporre i mezzi idonei alla difesa della costa belga. Privato del comando, al suo ritorno a Parigi gli fu ingiunto di partire per il suo principato di Pontecorvo, cosa che egli rifiutò ottenendo un’immediata convocazione a Vienna. Dopo una serie di vivaci alterchi con Napoleone a Schònbrunn, accettò il governatorato generale degli Stati romani, una sorta di onorevole esilio.
Le circostanze che portarono all’elezione di Bernadotte a principe della corona svedese furono pienamente chiarite solo molto tempo dopo la sua morte. Carlo XIII, dopo aver adottato Carlo Augusto, duca di Augustenburg, rendendolo suo figlio ed erede al trono di Svezia, inviò a Parigi il conte Wrede per chiedere a nome del duca la mano della principessa Carlotta, figlia di Luciano Bonaparte. A seguito dell’improvvisa morte del duca di Augustenburg, il 18 maggio 1810, la Russia sollecitò Carlo XIII ad adottare il duca di Oldenburg [33], mentre Napoleone sosteneva le aspirazioni di Federico VI di Danimarca. Il vecchio sovrano offrì la successione al fratello [34] del defunto duca di Augustenburg e inviò il barone Moerner dal generale Wrede con istruzioni che imponevano a quest’ultimo di far accettare a Napoleone la reale scelta. Ma al suo arrivo a Parigi Moerner, un giovane appartenente al numeroso partito che in Svezia riteneva che la rinascita del proprio paese potesse venire solo grazie a una stretta alleanza con la Francia, assunse l’iniziativa, in collegamento con Lapie, un giovane ufficiale francese del genio, con il console generale svedese Seigneul e con lo stesso conte Wrede, di presentare Bernadotte come candidato al trono svedese, facendo tutti attenzione a nascondere le loro manovre al conte Lagerbjelke, il ministro svedese alle Tuileries, e tutti fermamente convinti da una serie di equivoci artatamente provocati da Bernadotte, che quest’ultimo fosse realmente il candidato di Napoleone. Il 29 giugno, pertanto, Wrede e Seigneul spedirono dei dispacci al ministro degli esteri svedese, entrambi annunciando che Napoleone avrebbe accolto con grande piacere l’offerta della successione al proprio luogotenente e congiunto. Nonostante il parere contrario di Carlo XIII, la Dieta degli Stati riunita a Orebro il 21 agosto 1810 elesse Bernadotte principe della corona svedese. Il re fu anche costretto ad adottarlo come figlio, con il nome di Carlo Giovanni. Con riluttanza e malagrazia Napoleone ordinò a Bernadotte di accettare la dignità che gli era stata offerta. Questi lasciò Parigi il 28 settembre 1810, giunse il 21 ottobre a Helsingborg, dove abiurò alla sua fede cattolica, entrò a Stoccolma l’i novembre, partecipò all’assemblea degli Stati il 5 novembre e da quel momento in poi si impadronì delle redini del governo. Dopo la disastrosa pace di Frederikshamm [35], l’idea dominante in Svezia era stata la riconquista della Finlandia, senza la quale si riteneva, come Napoleone scrisse ad Alessandro il 28 febbraio 1811, che «la Svezia aveva cessato di esistere», almeno come potenza indipendente dalla Russia [36]. Solo attraverso una stretta alleanza con Napoleone la Svezia avrebbe potuto sperare di riconquistare quella provincia. A questo convincimento Bernadotte dovette la sua elezione. Durante la malattia del re, che durò dal 17 marzo 1811 al 7 gennaio 1812, Carlo Giovanni fu nominato reggente; ma si trattò unicamente di una questione di etichetta, giacché egli aveva condotto tutti gli affari fin dal giorno del suo arrivo.
Napoleone, troppo parvenu egli stesso per aver riguardo per la suscettibilità del suo ex luogotenente, il 17 novembre 1810 lo costrinse, a dispetto di un precedente impegno, ad aderire al blocco continentale [37] e a dichiarare guerra all’Inghilterra. Abolì inoltre la rendita che gli era dovuta in quanto principe francese, rifiutò di ricevere i dispacci che Bernadotte gli inviava direttamente, poiché non provenivano da «un sovrano suo pari», e restituì l’ordine del Serafino che era stato conferito al neonato re di Roma [38] da Carlo Giovanni. Tutte queste meschine cavillosità fornirono a Bernadotte il destro per avviare un corso d’azione che aveva già da tempo deliberato. Si era appena insediato a Stoccolma quando ricevette in pubblica udienza il generale russo Suchtelen, inviso agli svedesi perché aveva corrotto il comandante di Sveaborg, e permise che un personaggio del genere fosse accreditato come ambasciatore alla corte svedese. Il 18 dicembre 18io ebbe un colloquio con Cernysev, durante il quale si dichiarò «ansioso di guadagnarsi la buona stima dello zar» e pronto a rinunciare per sempre alla Finlandia, a condizione che la Norvegia fosse separata dalla Danimarca e annessa alla Svezia. Tramite lo stesso Cernysev, inviò allo zar Alessandro una lettera dai toni estremamente adulatori. Mentre, così, egli si avvicinava sempre più alla Russia, i generali svedesi che avevano detronizzato Gustavo IV e appoggiato la sua elezione lo privarono del loro favore. La loro opposizione, che trovava eco nell’esercito e nella popolazione, minacciava di trasformarsi in un pericolo reale quando l’invasione della Pomerania svedese da parte di una divisione francese, il 17 gennaio 1812 — un’operazione effettuata da Napoleone a seguito di un avvertimento giunto segretamente da Stoccolma —, fornì finalmente a Carlo Giovanni un pretesto plausibile per dichiarare ufficialmente la neutralità della Svezia. Egli, tuttavia, in segreto e alle spalle della Dieta, concluse con Alessandro un’alleanza offensiva contro la Francia, firmata il 24 marzo [39] 1812 a San Pietroburgo, con la quale veniva anche stipulata l’annessione della Norvegia alla Svezia.
La dichiarazione di guerra di Napoleone alla Russia rese per un certo periodo Bernadotte l’arbitro dei destini dell’Europa. Napoleone gli offrì, a condizione che attaccasse la Russia con 40.000 svedesi, la Finlandia, il Meclemburgo, Stettino e tutto il territorio compreso tra Stettino e Wolgast. Bernadotte avrebbe potuto decidere la campagna e occupare San Pietroburgo prima dell’arrivo di Napoleone a Mosca. Ma egli preferì agire come il Lepido di un triumvirato formato con Inghilterra e Russia. Convincendo il sultano a ratificare la pace di Bucarest [40], consentì all’ammiraglio russo Cicagov di ritirare le sue truppe dalle rive del Danubio [41] e di operare sul fianco dell’esercito francese. Fu inoltre mediatore della pace di Òrebro, conclusa il 18 luglio 1812 tra Inghilterra da una parte, e Russia e Svezia dall’altra. Spaventato dai primi successi di Napoleone, Alessandro invitò Carlo Giovanni a colloquio, offrendogli anche il comando supremo delle armate russe. Sufficientemente prudente per declinare questa seconda proposta, egli comunque accettò di recarsi personalmente dallo zar. Il 27 agosto giunse ad Abo, dove trovò Alessandro alquanto demoralizzato e quasi convinto a chiedere la pace. Essendosi ormai spinto troppo avanti per tornare indietro, Bernadotte riuscì a rinsaldare lo spirito vacillante dello zar dimostrandogli che gli apparenti successi di Napoleone ne avrebbero sicuramente decretato la rovina. Da questo colloquio scaturì il cosiddetto trattato di Abo [42], al quale fu aggiunto un articolo segreto che dava all’alleanza il carattere di un patto familiare. In realtà Carlo Giovanni ottenne solo promesse, mentre la Russia, senza fare il minimo sacrificio, si assicurò l’alleanza della Svezia che aveva allora un valore inestimabile. In base ad alcuni documenti autentici si è recentemente potuto dimostrare che in quel momento la restituzione della Finlandia alla Svezia dipendeva unicamente da Bernadotte; ma il governante guascone, illuso dalla lusinga di Alessandro, che «un giorno la corona imperiale di Francia, caduta dalla fronte di Napoleone, sarebbe stata poggiata sul suo capo», già considerava la Svezia come un puro e semplice pis-alkr [43].
Dopo la ritirata francese da Mosca, Carlo Giovanni ruppe formalmente tutte le relazioni diplomatiche con la Francia e, quando l’Inghilterra gli garanti il possesso della Norvegia con il trattato del 3 marzo 1813, entrò nella coalizione. Ricevuti i sussidi finanziari dagli inglesi, nel maggio del 1813 sbarcò a Stralsund con circa 25.000 svedesi e avanzò verso l’Elba. Dopo l’armistizio del 5 giugno 1813 [44] ebbe un ruolo importante nella riunione di Trachenberg, durante la quale l’imperatore Alessandro lo presentò al re di Prussia e fu deciso il piano generale della nuova campagna. In qualità di comandante supremo dell’armata del Nord, composta da truppe svedesi, russe, prussiane, inglesi, anseatiche e tedesche settentrionali, Bernadotte intrattenne con l’esercito francese contatti molto equivoci, gestiti da un individuo che frequentava il suo quartier generale presentandosi come amico personale, e basati sulla presunzione che, se avesse dato prova di tolleranza e clemenza, i francesi lo avrebbero volentieri accettato come governante al posto di Napoleone. Di conseguenza, evitò ogni offensiva dei generali sotto il suo comando e quando, nonostante i suoi ordini, Bulow sgominò per due volte i francesi, a Grossbeeren e a Dennewitz, fermò l’inseguimento delle truppe sconfitte. Quando poi, per costringerlo all’azione, Blucher ebbe marciato sull’Elba ed effettuato il ricongiungimento delle rispettive truppe, Bernadotte fu convinto a muoversi solo dalla minaccia di Sir Charles Stewart, il commissario inglese presso il suo campo, di bloccare i rifornimenti. Tuttavia, gli svedesi fecero la loro comparsa sul campo di battaglia di Lipsia unicamente per salvare le apparenze e, nel corso dell’intera campagna, persero meno di 200 uomini in combattimento. Quando gli alleati entrarono in Francia, Carlo Giovanni arrestò l’armata svedese ai confini del paese. Dopo l’abdicazione di Napoleone si recò personalmente a Parigi per ricordare ad Alessandro le promesse che gli erano state fatte ad Abo. Talleyrand stroncò le sue puerili speranze dichiarando davanti al consiglio dei sovrani alleati che «non esisteva alternativa, o Bonaparte o i Borbone, ogni altra ipotesi essendo frutto di semplici intrighi» [45].
Poiché, dopo la battaglia di Lipsia, Carlo Giovanni aveva invaso i ducati di Holstein e Schleswig alla testa di un’armata formata da svedesi, tedeschi e russi, Federico VI di Danimarca fu costretto, di fronte a questa superiore presenza di truppe, a firmare la pace di Kiel il 14 gennaio 1814, ai sensi della quale la Norvegia veniva ceduta alla Svezia. I norvegesi, però, malcontenti di essere stati così sbrigativamente sistemati, proclamarono l’indipendenza del loro paese, in ciò patrocinati dal principe della corona danese, Cristiano Federico. I rappresentanti della nazione norvegese riuniti a Edisvold adottarono, il 17 maggio 1814, una costituzione che è ancora in vigore ed è la più democratica della moderna Europa. Carlo Giovanni, avendo mosso l’esercito e la flotta svedesi, e avendo conquistato la fortezza di Frederickstadt, dalla quale si domina l’ingresso a Cristiania, potè avviare i negoziati dichiarandosi disponibile a considerare la Norvegia come uno Stato indipendente e ad accettare la costituzione di Edisvold; egli ottenne così il beneplacito dello Storting [46] il 7 ottobre, e il io novembre 1814 arrivò a Cristiania per prestare giuramento sulla costituzione, a nome proprio e del sovrano.
Alla morte di Carlo XIII, il 5 febbraio 1818, Bernadotte fu riconosciuto dall’Europa re di Svezia e di Norvegia con il nome di Carlo XIV Giovanni. Egli cercò allora di modificare la costituzione norvegese, di restaurare l’abolita nobiltà, di assicurarsi il diritto di veto assoluto e quello di destituire tutti i funzionari civili e militari. Il suo tentativo causò l’insorgere di gravi conflitti che portarono, il 18 maggio 1828, perfino a una carica di cavalleria contro la popolazione di Cristiania che celebrava l’anniversario della costituzione. Sembrava imminente una violenta ribellione quando la rivoluzione del 1830 in Francia spinse il re ad assumere per il momento posizioni conciliatorie. Ma la Norvegia, per il cui possesso egli aveva sacrificato ogni cosa, restò una costante fonte di imbarazzo per tutta la durata del suo regno. Dopo le prime giornate della rivoluzione francese del 1830, ci fu un solo uomo in Europa che riteneva che il re di Svezia fosse un pretendente idoneo al trono di Francia, e quell’uomo era lo stesso Bernadotte. Più d’una volta chiese agli agenti diplomatici francesi a Stoccolma: «Come mai Laffitte non ha pensato a me?»
II mutato aspetto dell’Europa e, innanzi tutto, l’insurrezione polacca gli ispirarono temporaneamente l’idea di creare un fronte contro la Russia. Le sue profferte in tal senso a Lord Palmerston incontrarono un netto rifiuto e così egli dovette scontare il suo momentaneo progetto di indipendenza concludendo con l’imperatore Nicola, il 23 giugno 1834, un patto di alleanza che lo rendeva vassallo della Russia. Da quel momento in poi, la sua politica in Svezia fu contrassegnata da una serie di violazioni della libertà di stampa, di persecuzioni contro i reati di lèse-majesté e di resistenze verso ogni tipo di progresso, inclusa perfino l’emancipazione dell’industria dalle vecchie leggi delle gilde e delle corporazioni. Giocando sulle gelosie dei vari ordini che componevano la Dieta svedese riuscì per molto tempo a paralizzare ogni movimento, ma con le risoluzioni liberali approvate dalla Dieta del 1844 che, secondo la costituzione, dovevano essere convertite in leggi dalla Dieta del 1845, iniziò a profilarsi la definitiva sconfitta della sua politica, quando lo colse la morte.
Se durante il regno di Carlo XIV la Svezia visse una parziale ripresa dopo un ; secolo e mezzo di miserie e sventure, ciò non si dovette a Bernadotte, bensì esclusivamente alle energie indigene della nazione e agli effetti di un lungo periodo di pace.
Karl Marx
Scritto tra settembre e il 15 ottobre 1857
Pubblicato in The New American Cyclopœdia, vol. III, 1858
BERTHIER

Berthier, Louis Alexandre, maresciallo di Francia, principe e duca di Neuf-chàtele Valengin, principe di Wagram, nato a Versailles il 20 novembre 1753, assassinato a Bamberga l’1 giugno 1815. Il padre, capo del genio topografico durante il regno di Luigi XVI, gli impartì un’istruzione militare. Dall’ufficio reale di topografia passò al servizio attivo, prima come tenente nello stato maggiore generale e poi come capitano dei dragoni. Durante la Guerra d’Indipendenza americana servì sotto Lafayette. Nel 1789 Luigi XVI lo nominò general-maggiore della guardia nazionale di Versailles e, il 5 e 6 ottobre 1789, come anche il 19 febbraio 1791, egli servì fedelmente la famiglia reale [47]. Tuttavia Berthier intuì che la rivoluzione stava aprendo un vasto campo di opportunità per il talento militare e così lo troviamo, successivamente, capo di stato maggiore con Lafayette, Luckner e Custine. Durante il periodo del Terrore scansò ogni sospetto impegnandosi con zelo nella guerra di Vandea. Il coraggio personale esibito nella difesa di Saumur, il 12 giugno 1793 [48], gli valse una menzione d’onore nei rapporti dei commissari della Convenzione. Dopo il 9 Termidoro fu nominato capo dello stato maggiore di Kellermann [49] e, riuscendo a far occupare all’esercito francese le linee di Borghetto, contribuì ad arrestare l’avanzata nemica. Così la sua fama di capo di stato maggiore si affermò ancor prima che lo stesso Bonaparte lo scegliesse per ricoprire quest’incarico. Nella campagna del 1796-97 si dimostrò anche un buon generale di divisione, partecipando alle battaglie di Mondovì (22 aprile 1796), Lodi (io maggio 1796), Codogno (9 maggio 1796) e Rivoli (14 gennaio 1797).
Di carattere debole, ma capace di tenace attivismo, costituzionalmente dotato di una forza erculea che gli consentiva di lavorare anche per otto notti consecutive e di una splendida memoria per qualsiasi dettaglio delle operazioni militari, come ad esempio i movimenti delle truppe, il numero degli effettivi, gli acquartieramenti e i comandanti; uomo di una prontezza sulla quale era sempre possibile fare affidamento, ordinato e preciso, esperto nell’uso di carte geografiche, capace di valutare con acutezza le particolarità del terreno, rappresentò il modello esemplare di ufficiale di stato maggiore per qualsiasi generale che volesse riservare per sé tutte le funzioni superiori. Nonostante le sue rimostranze, nel 1798 Napoleone lo pose a capo dell’armata destinata a occupare i Roma per proclamarvi la repubblica e fare prigioniero il papa. Incapace di evitare i saccheggi perpetrati a Roma dai generali, dai commissari e dai fornitori francesi, come anche di bloccare l’ammutinamento tra i ranghi del suo esercito, rassegnò il suo comando nelle mani di Masséna e si recò a Milano, dove si innamorò della bellissima Madame Visconti; la sua eccentrica e duratura passione per questa donna gli guadagnò, durante la spedizione in Egitto, l’appellativo di comandante della faction des amoureux [50], oltre a costargli gran parte dei 40 milioni di franchi che il suo signore imperiale successivamente gli elargì.
Al suo ritorno dall’Egitto, appoggiò le trame di Bonaparte il 18 e 19 Brumaio e fu nominato ministro della guerra, carica che ricoprì fino al 2 aprile 1800. Nuovamente in veste di capo di stato maggiore durante la seconda campagna d’Italia, contribuì in modo sostanziale, dando credito ai falsi rapporti sul percorso e la posizione dell’esercito austriaco, a determinare la posizione apparentemente sbagliata che Napoleone scelse di occupare a Marengo [51]. Dopo la vittoria, avendo concluso un armistizio con il generale Melas, gli furono affidate diverse missioni diplomatiche; quindi fu reinstallato al ministero della guerra, che diresse fino alla proclamazione dell’impero. Fu quindi totalmente affiancato alla persona dell’imperatore e, con la carica di general-maggiore della Grande Armata, lo accompagnò in tutte le sue successive campagne come capo di stato maggiore. Napoleone gli elargì un profluvio di titoli, onorificenze, emolumenti, appannaggi e donazioni. Il 19 maggio 1804 lo nominò maresciallo dell’impero e gran cacciatore di Francia, assegnandogli inoltre il cordone della legion d’onore. Il 17 ottobre 1805 Berthier ebbe l’onore di stipulare con Mack i termini della capitolazione di Ulm. Dalla campagna di Prussia del 1806 tornò con il titolo di principe sovrano di Neufchàtel e Valengin. Nel 1808 gli fu ordinato di sposare la principessa Elisabetta Maria di Baviera-Birkenfeld, nipote del re di Baviera, e divenne vice connestabile di Francia. Nel 1809 Napoleone lo nominò comandante in capo dell’esercito che dalla Baviera doveva muovere contro l’Austria. Il 6 aprile Berthier dichiarò guerra e il giorno 15 era già riuscito a compromettere la campagna. Aveva diviso l’esercito in tre parti, schierando Davout a Regensburg con metà delle truppe francesi, Masséna ad Augusta con l’altra metà, e i bavaresi nel mezzo ad Abensberg; in tal modo, con una veloce avanzata, l’arciduca Carlo avrebbe potuto sconfiggere separatamente i tre corpi. La lentezza degli austriaci e l’arrivo di Napoleone salvarono l’esercito francese. In funzioni a lui più congeniali, e sotto lo sguardo diretto del suo signore, Berthier rese invece un eccellente servizio durante la stessa campagna, aggiungendo al lungo elenco dei suoi titoli quello di principe di Wagram.
Nella campagna di Russia fallì anche come capo di stato maggiore. Dopo la conflagrazione di Mosca si dimostrò incapace perfino di interpretare gli ordini del suo comandante, ma, nonostante la sua pressante richiesta di poter tornare in Francia con Napoleone, quest’ultimo gli ordinò di rimanere in Russia con l’esercito. La ristrettezza delle sue vedute e il suo attaccamento alla routine balzarono allora in piena evidenza, nel mezzo delle tremende circostanze contro le quali i francesi si trovarono a lottare. Fedele alle sue tradizioni, Berthier impartiva a un battaglione, talvolta a una compagnia della retroguardia, gli stessi ordini che avrebbe assegnato a una retroguardia ancora composta da 30.000 uomini; assegnava postazioni a reggimenti e divisioni che non esistevano più da tempo; moltiplicava, per sopperire alla sua stessa mancanza di azione, i corrieri e le prescrizioni. Nel 1813 e 1814 lo ritroviamo nel suo consueto ruolo [52]. Dopo la deposizione di Napoleone da parte del senato, Berthier, adducendo una serie di scuse meschine, si sganciò dal suo mecenate e inviò la sua adesione al senato e al governo provvisorio ancor prima dell’abdicazione dell’imperatore, dirigendosi a Compiègne alla testa dei marescialli dell’impero per sottomettersi servilmente a Luigi XVIII. Il 4 giugno 1814 Luigi XVIII lo nominò pari di Francia e capitano di una compagnia della neocostituita guardia reale. Poi Berthier restituì al re di Prussia il principato di Neufchàtel in cambio di una pensione di 34.000 fiorini. Al ritorno di Napoleone dall’Elba seguì Luigi XVIII a Gand. Tuttavia, essendo caduto in disgrazia presso il re a causa dell’occultamento di una lettera ricevuta da Napoleone, si ritirò a Bamberga dove, l’i giugno 1815, fu assassinato da sei uomini mascherati che lo gettarono giù da una finestra del palazzo del suocero [53]. Le sue memorie furono pubblicate a Parigi nel 1826 [54].
Karl Marx
Scritto tra la fine di agosto e il 15 settembre 1857
Pubblicato in The New American Cyclopœdia, vol. III, 1858
BESSIERES

Bessières, Jean Baptiste, maresciallo dell’impero francese, nato a Prayssac, dipartimento del Lot, il 6 agosto 1768, caduto a Lùtzen l’1 maggio 1813. Si arruolò nella guardia costituzionale [55] di Luigi XVI nel 1791, servì come sottufficiale nei cacciatori a cavallo dei Pirenei, divenendo poco dopo capitano. A seguito della vittoria di Rovereto, il 4 settembre 1796, Bonaparte lo promosse colonnello sul campo di battaglia. Capo degli esploratori [56] del comandante supremo durante la campagna d’Italia del 1796-97, colonnello di questo stesso corpo in Egitto, svolse il suo servizio presso tali unità per la maggior parte della sua vita. Nel 1802 gli fu conferito il grado di generale di divisione e nel 1804 quello di maresciallo dell’impero. Combattè nelle battaglie di Rovereto (1796), Rivoli (1797), San Giovanni d’Acri e Abukir (1799), Marengo (1800) — dove comandò l’ultima e decisiva carica di cavalleria —, Austerlitz (1805), Jena (1806), Eylau e Friedland (1807). Inviato nel 1808 in Spagna per assumere il comando di una divisione di 18.000 uomini nella provincia di Salamanca, al suo arrivo scoprì che il generale Cuesta aveva preso posizione tra Valladolid e Burgos, minacciando così di interrompere la linea di comunicazione tra Madrid e la Francia. Bessières lo attaccò e lo sconfisse a Medina de Rio Seco. Dopo il fallimento della spedizione inglese a Walcheren, Napoleone sostituì, al comando dell’armata belga, Bernadotte con Bessières. Nello stesso anno (1809) quest’ultimo fu nominato duca d’Istria. A capo di una divisione di cavalleria sbaragliò il generale austriaco Hohenzollern alla battaglia di Essling. Durante la spedizione in Russia fu comandante in capo della guardia a cavallo e, all’inizio della campagna del 1813 in Germania, comandante della cavalleria francese. Morì sul campo di battaglia mentre tentava l’assalto alla gola di Rippach, in Sassonia, alla vigilia della battaglia di Lùtzen. La grande popolarità di cui godeva presso i soldati semplici è facilmente desumibile dal fatto che si ritenne prudente non comunicare immediatamente all’esercito la notizia della sua morte.
Karl Marx
Scritto nel settembre, non dopo il 29, del 1857
Pubblicato in The New American Cyclopœdia, vol. III, 1858
BLÜCHER

Blücher, Gebhard Leberecht von, principe di Wahlstatt, feldmaresciallo prussiano, nato il 16 dicembre 1742 a Rostock, nel Meclemburgo-Schwerin, morto a Krieblowitz, in Slesia, il 12 settembre 1819. Nel 1754, quando era ancora un ragazzo, fu mandato all’isola di Rùgen e qui segretamente arruolato come portabandiera in un reggimento di ussari svedesi per servire contro Federico II di Prussia. Preso prigioniero nella campagna del 1758, dopo un anno di carcerazione e dopo aver ricevuto il congedo dall’esercito svedese fu convinto a entrare nell’esercito prussiano. Il 3 marzo 1771 fu nominato capitano di cavalleria. Nel 1778 il capitano von Jàgersfeld, figlio naturale del margravio di Schwedt, ricevette al posto suo la promozione al posto vacante di maggiore, e allora Blücher così scrisse a Federico il: «Sire, mi è stato preferito Jàgersfeld, il quale non ha altro merito che essere il figlio del margravio di Schwedt. Prego la maestà vostra di accordarmi il congedo [57]».
Per tutta risposta Federico II lo fece rinchiudere in carcere, ma quando, nonostante il prolungarsi della prigionia, Blücher rifiutò di ritirare la sua lettera di dimissioni, il sovrano accolse la sua petizione con un biglietto che così recitava: «II capitano von Blücher può andare al diavolo». Egli allora si stabilì nella Slesia polacca, presto si sposò, divenne agricoltore, acquistò una piccola tenuta in Pomerania e, dopo la morte di Federico 11, rientrò nel suo precedente reggimento con il grado di maggiore, a condizione però che la sua nomina fosse retrodatata al 1779. Qualche mese più tardi morì la moglie. Partecipò quindi all’invasione incruenta dell’Olanda [58] e il 3 giugno, 1788 fu nominato tenente colonnello. Il 20 agosto 1790 fu promosso colonnello e assunse il comando del primo battaglione del reggimento di ussari nel quale era entrato nel 1760.
Nel 1794, durante la campagna nel Palatinato contro la Francia repubblicana, si distinse a capo della cavalleria leggera. Dopo la vittoriosa faccenda di Kirrweiler fu promosso al grado di general-maggiore; le azioni militari di Lussemburgo, Kaiserslautern, Morschheim, Weidenthal, Edesheim ed Eden-koben gli assicurarono una crescente fama. Anche se teneva costantemente sotto pressione i francesi con audaci coups de main e vincenti incursioni, non trascurava mai di trasmettere al quartier generale le informazioni più accurate riguardo ai movimenti del nemico. Il suo diario, scritto durante questa campagna e pubblicato nel 1796 dal suo aiutante di campo, il conte Goltz, è considerato, nonostante lo stile incolto, un’opera classica sulle azioni militari d’avanguardia [59].
Dopo la pace di Basilea (1795) Blücher si risposò. Il nuovo sovrano Federico Guglielmo III lo nominò luogotenente generale e in questa veste Blücher occupò e governò Erfurt, Mùhlhausen e Mùnster. Nel 1805 ebbe ai suoi ordini un piccolo corpo militare a Bayreuth con il compito di sorvegliare gli immediati sviluppi che la battaglia di Austerlitz aveva prodotto per i prussiani, vale a dire l’occupazione del principato di Anspach a opera delle truppe di Bernadotte.
Nel 1806 Blücher era al comando dell’avanguardia prussiana alla battaglia di Auerstedt. Il suo assalto fu però respinto dal terribile fuoco dell’artiglieria di Davout e il re di Prussia rifiutò la sua proposta di lanciare una nuova carica con truppe fresche e con tutta la cavalleria. Dopo la doppia sconfitta di Auerstedt e Jena effettuò una ritirata discendendo il corso dell’Elba, mentre lo spietato inseguimento di Napoleone costringeva il grosso dell’esercito prussiano ad arretrare da Jena a Stettino. Durante la ritirata Blücher raccolse truppe disperse di vari corpi e ciò portò la sua armata a circa 25.000 uomini. Il suo ripiegamento su Lubecca, che anticipò l’arrivo delle forze congiunte di Soult, Bernadotte e Murat, rappresenta uno dei pochi episodi onorevoli in quell’epoca di umiliazione per la Germania. Poiché Lubecca era territorio neutrale, il fatto che Blücher avesse trasformato le strade di quella città aperta nel teatro di una disperata battaglia, esponendola inoltre a tre giorni di saccheggio da parte dei soldati francesi, divenne oggetto di animata censura; tuttavia, in quelle circostanze, fu importante offrire al popolo tedesco almeno un esempio di fiera resistenza. Scacciato da Lubecca, Blücher dovette capito lare nella piana di Ratekau il 7 novembre 1806, ma impose come condizione che venisse messo per iscritto che si era dovuto arrendere «per mancanza di munizioni e approvvigionamenti» [60]. Liberato sulla sua parola d’onore, riparò ad Amburgo dove, in compagnia dei figli maschi, ammazzò il tempo giocando a carte, fumando e bevendo. A seguito di uno scambio con il generale Victor, fu nominato governatore generale della Pomerania; ma uno degli articoli segreti dell’alleanza conclusa dalla Prussia il 24 febbraio 1812 con Napoleone prevedeva la dimissione dal servizio di Blücher, come anche di Scharnhorst e di altri emeriti patrioti prussiani. Per compensarlo di questa disgrazia ufficiale il re gli assegnò segretamente la bella tenuta di Kunzendorf in Slesia.
Durante gli anni che segnarono la transizione tra la pace di Tilsit e la guerra d’indipendenza tedesca, i capi del Tugendbund Scharnhorst e Gneisenau vollero creare rapidamente un eroe popolare, e scelsero Blücher [61]. Nell’opera di diffusione della sua fama tra le masse ebbero un tale successo che, quando Federico Guglielmo ili chiamò i prussiani alle armi con il proclama del 17 marzo 1813, i due possedevano sufficiente forza per imporlo al re come generale in capo dell’esercito prussiano. Nelle battaglie di Lùtzen e Bautzen (1813), ben disputate ma sfortunate per gli alleati, Blücher combattè sotto il comando di Wittgenstein. Nel corso della ritirata delle armate alleate da Bautzen a Schweidnitz, rimase nascosto a Haynau finché non gli fu possibile piombare con la sua cavalleria sull’avanguardia francese comandata da Maison, che in quell’occasione perse 1.500 uomini e 11 cannoni. Con questo attacco di sorpresa Blücher rialzò il morale dell’esercito prussiano e indusse Napoleone a una grande cautela nell’inseguimento.
Il passaggio di Blücher al comando autonomo di un esercito risale al momento della scadenza della tregua di Trachenberg, il io agosto 1813. I sovrani alleati avevano allora diviso le loro forze in tre armate: l’armata del Nord al comando di Bernadotte, di stanza lungo il basso Elba; l’armata principale, che stava avanzando in Boemia; l’armata slesiana con Blücher comandante in capo, affiancato da Gneisenau in qualità di capo di stato maggiore e,da Mùffling come quartiermastro generale. Questi ultimi, che lo seguirono sempre nelle stesse funzioni fino alla pace del 1815, gli redigevano tutti i piani strategici. Come testimonia Mùffling, Blücher «non capiva nulla della condotta strategica di una guerra; ne capiva talmente poco che quando gli veniva sottoposto un piano per l’approvazione, perfino un piano relativo a operazioni di minor conto, non riusciva a farsene un’idea chiara o a valutare se fosse buono o cattivo [62]».
Come molti marescialli di Napoleone, neanche Blücher sapeva leggere le mappe. L’armata slesiana era composta da tre corps d’armée: 40.000 russi al comando del conte Langeron, 16.000 uomini al comando del barone von Sacken e il corpo prussiano di 40.000 uomini al comando del generale Yorck. A capo di questa eterogenea armata la posizione di Blücher era estremamente difficile. Langeron, che aveva già ricoperto comandi indipendenti ed era restio a servire sotto un generale straniero, era anche al corrente che Blücher aveva segretamente ricevuto ordini che gli imponevano di limitarsi a un ruolo difensivo; egli invece ignorava che, in un incontro con Barclay de Tolly a Reichen-bach Pii agosto, lo stesso Blücher aveva strappato il permesso di agire secondo le circostanze. Pertanto Langeron si riteneva giustificato a disobbedire
agli ordini ogni volta che il generale in capo gli sembrava discostarsi dal piano prestabilito, e in questa condotta ribelle era fortemente appoggiato dal generale Yorck.
Il pericolo derivante da questo stato di cose si faceva sempre più minaccioso quando la battaglia del Katzbach assicurò a Blücher quel dominio sul I suo esercito che lo avrebbe portato fino alle porte di Parigi. Il maresciallo Macdonald, incaricato da Napoleone di ricacciare l’armata slesiana nell’interno della Slesia, il 26 agosto iniziò la battaglia attaccando gli avamposti di , Blücher situati tra Prausnitz e Kraitsch, laddove il Neisse sfocia nel Katzbach. La cosiddetta battaglia del Katzbach consistette, in effetti, di quattro diverse azioni, la prima delle quali, far sgombrare con un assalto alla baionetta circa otto battaglioni francesi (neanche un decimo delle forze avversarie) da un pianoro alle spalle di una cresta sulla riva destra del Neisse, produsse conseguenze del tutto sproporzionate rispetto alla sua originaria importanza: perché i soldati francesi in fuga dal pianoro non furono raccolti a Niedercrayn, ma lasciati oltre il Katzbach a Kraitsch, dove la loro presenza sarebbe stata del tutto ininfluente per il resto dell’esercito francese; perché verso sera le truppe di Sacken e Langeron inflissero alcune sconfitte al nemico sulla riva sinistra del Neisse; perché il maresciallo Macdonald, che aveva personalmente il comando sulla riva sinistra, e aveva opposto all’attacco di Langeron una debole difesa fino alle sette di sera, immediatamente dopo il tramonto fece marciare le sue truppe fino a Goldberg in uno stato di tale sfinimento che esse non riuscirono più a combattere e caddero nelle mani del nemico; e, infine, a causa delle condizioni atmosferiche, con violente piogge che avevano trasformato corsi d’acqua altrimenti insignificanti (Neisse, Katzbach, Deichsel, Bober) in impetuosi torrenti che i francesi in fuga dovettero attraversare e avevano reso quasi impraticabili le strade. Avvenne così che, anche con l’aiuto della milizia locale sulle montagne sovrastanti il fianco sinistro dell’armata slesiana, la battaglia del Katzbach, di per sé insignificante, portò alla cattura di 18.000 o 20.000 uomini, di oltre 200 pezzi di artiglieria e 300 carri di munizioni, materiale sanitario e bagaglio in genere.
Dopo la battaglia Blücher fece di tutto per spingere le sue truppe a impiegare le ultime energie nell’inseguimento del nemico, dicendo semplicemente che «con un piccolo sforzo fisico esse avrebbero potuto risparmiare una nuova battaglia». Il 3 settembre attraversò il Neisse con la sua armata e il 4 costeggiò Bischofswerda per andare a concentrarsi a Bautzen. Con questa mossa salvò l’armata principale che, sbaragliata a Dresda il 27 agosto e costretta a ritirarsi dietro gli Erzgebirge, risultò allora disimpegnata, visto che Napoleone dovette avanzare con i rinforzi verso Bautzen per raccogliervi l’esercito sconfitto sul Katzbach e offrire battaglia all’armata slesiana. Durante la sua permanenza nell’angolo sudoccidentale della Sassonia, sulla riva destra dell’Elba, 1 con una serie di avanzate e ritirate Blücher evitò sempre lo scontro che gli veniva offerto da Napoleone, ma ingaggiò sempre battaglia quando incontrava singoli distaccamenti dell’esercito francese. Il 22, 23 e 24 settembre marciò lateralmente al fianco destro del nemico, avanzando a tappe forzate sul basso Elba e giungendo in prossimità dell’armata del Nord. Il 2 ottobre fece collegare le due sponde dell’Elba a Elster con una fila di pontoni e il mattino del 4 la sua armata attraversò il fiume. Questa operazione, che non fu soltanto audace, ma perfino rischiosa, dato il completo abbandono delle linee di comunicazione, si rese necessaria per superiori ragioni politiche e portò infine alla battaglia di Lipsia che, se non fosse stato per Blücher, l’armata principale, così lenta ed eccessivamente cauta, non avrebbe mai azzardato.
L’armata del Nord, di cui era comandante in capo Bernadotte, contava circa 90.000 uomini e di conseguenza era della massima importanza che avanzasse in Sassonia. Tramite lo stretto collegamento che manteneva con Bùlow e Wintzingerode, i comandanti dei corpi prussiano e russo che facevano parte dell’armata del Nord, Blücher ottenne prove molto convincenti del civettare di Bernadotte con i francesi e dell’impossibilità di indurló a qualsiasi azione finché fosse rimasto da solo in un distinto teatro di guerra. Bùlow e Wintzingerode si dichiararono pronti a muoversi nonostante Bernadotte, ma per farlo chiesero il supporto di 100.000 uomini. Di qui la risoluzione di Blücher di effettuare la sua marcia laterale, risoluzione in cui perseverò sebbene avesse ricevuto dai sovrani alleati l’ordine di portarsi più vicino a loro, piegando a sinistra verso la Boemia. Non si lasciò distogliere dal suo obiettivo dagli ostacoli che Bernadotte continuò sistematicamente a porre sul suo cammino perfino dopo l’attraversamento dell’Elba da parte dell’armata slesiana. Prima di lasciare Bautzen, Blücher aveva mandato a Bernadotte un suo ufficiale per informarlo, in via del tutto confidenziale, che, giacché l’armata del Nord era troppo debole per operare da sola sulla sponda sinistra dell’Elba, sarebbe giunto con la sua armata slesiana e avrebbe passato il fiume a Elster il 3 ottobre; lo invitava quindi ad attraversare nello stesso giorno e ad avanzare con lui in direzione di Lipsia. Poiché Bernadotte non aveva preso in considerazione questo messaggio e poiché il nemico aveva occupato Wartenburg, che si trova proprio di fronte a Elster, Blücher fece prima sloggiare le sue truppe da quest’ultima cittadina e poi, per proteggersi da un eventuale attacco in forze di Napoleone, iniziò a costruire un accampamento trincerato tra Wartenburg e Bleddin. Di qui si spinse in avanti verso il Mulde.
Il 7 ottobre, in un colloquio con Bernadotte, fu deciso che le due armate marciassero insieme verso Lipsia. Il giorno 9, mentre l’armata slesiana si preparava a partire, Bernadotte fu raggiunto dalla notizia che Napoleone stava avanzando sulla strada di Meissen e suggerì allora di ritirarsi oltre l’Elba; acconsentì infine a rimanere sulla sponda sinistra a condizione che Blücher accettasse di attraversare il Saale insieme a lui per prendere posizione dietro quel fiume. Anche se con questa manovra l’armata slesiana perdeva nuovamente la sua linea di comunicazione, Blücher accettò perché altrimenti gli alleati non avrebbero più potuto contare sull’apporto dell’armata del Nord.
Il 10 ottobre l’intera armata slesiana era a fianco dell’armata del Nord sulla sponda sinistra del Mulde, i cui ponti furono distrutti. A questo punto Berna-dotte dichiarò che era necessario ripiegare su Bernburg e Blücher, all’unico scopo di evitare che si riportasse sulla riva destra dell’Elba, acconsentì di nuovo, a condizione che Bernadotte guadasse il Saale a Wettin e lì si attestasse. L’11 ottobre, mentre le sue colonne stavano per attraversare la strada principale tra Magdeburgo e Halle, Blücher fu informato che, nonostante le promesse, Bernadotte non aveva costruito nessun ponte a Wettin e allora decise di procedere sulla strada principale a marce forzate.
Intanto Napoleone prendeva atto che l’armata del Nord e l’armata slesiana avevano evitato di ingaggiare la battaglia che aveva offerto loro concentrandosi a Dùben, e sapeva che gli avversari non avrebbero potuto evitarlo ancora senza ritirarsi oltre l’Elba; egli era inoltre consapevole che gli restavano solo quattro giorni prima di incontrare l’armata principale e di finire così tra due fuochi; decise allora di marciare lungo la sponda destra dell’Elba in direzione di Wittenberg in modo da attirare con questo movimento simulato le armate del Nord e slesiana al di là dell’Elba, per poi sferrare un rapido colpo all’armata principale. Bernadotte, in effetti, preoccupato per le sue linee di comunicazione con la Svezia, ordinò ai suoi uomini di passare senza indugio sulla riva destra dell’Elba utilizzando un ponte costruito ad Aken; lo stesso giorno, il 13 ottobre, informò Blücher che, per una serie di importanti motivi, l’imperatore Alessandro lo aveva posto sotto il suo comando. Di conseguenza lo invitò a seguire con l’armata slesiana i suoi movimenti sulla sponda destra dell’Elba, e ciò con il minimo ritardo possibile. Se in questa occasione Blücher si fosse dimostrato meno risoluto e avesse seguito l’armata del Nord, la campagna sarebbe stata perduta perché le armate del Nord e slesiana, che insieme contavano circa 200.000 uomini, non sarebbero state presenti alla battaglia di Lipsia. Blücher scrisse a Bernadotte che, secondo tutte le informazioni in suo possesso, Napoleone non aveva alcuna intenzione di spostare il teatro di guerra sulla sponda destra dell’Elba, ma stava solo cercando di portarli fuori strada. Allo stesso tempo pregò Bernadotte di rinunciare al suo progetto di attraversamento dell’Elba. Dopo aver ripetutamente sollecitato l’armata principale ad avanzare su Lipsia offrendosi di incontrarla nei pressi di tale località, finalmente Blücher ricevette, il 15 ottobre, l’invito tanto atteso. Mosse immediatamente in direzione di Lipsia, mentre Bernadotte si ritirava verso Petersberg. Nella sua marcia da Halle a Lipsia, il 16 ottobre sbaragliò a Mòckern il sesto corpo d’armata francese comandato da Marmont, in una battaglia molto dura 1 al termine della quale aveva catturato 54 pezzi d’artiglieria. Inviò subito un resoconto dell’esito dello scontro a Bernadotte, visto che il primo giorno della battaglia di Lipsia questi non era stato presente. Il secondo giorno della battaglia, il 17 ottobre, Blücher sloggiò il nemico dalla riva destra del Parme, eccezion fatta per alcuni edifici e trinceramenti vicini alla porta di Halle. All’alba del 18 si incontrò a Breitenfeld con Bernadotte, il quale dichiarò di non poter attaccare sulla riva sinistra del Parthe a meno che Blücher non gli fornisse per quella giornata 30.000 uomini dell’armata slesiana. Avendo in mente soltanto l’interesse generale, Blücher acconsentì senza esitare, ma a condizione di rimanere con quei 30.000 uomini per assicurare la loro vigorosa collaborazione all’attacco.
Dopo la vittoria finale del 19 ottobre, e durante tutta la ritirata di Napoleone da Lipsia al Reno, Blücher fu il solo a gettarsi in un vero e proprio inseguimento. Mentre i generali comandanti si incontravano il 19 ottobre nella piazza del mercato di Lipsia con i sovrani alleati, spendendo una gran quantità di tempo in reciproci complimenti, la sua armata slesiana stava già dirigendosi a Lùtzen all’inseguimento del nemico. Nel corso della marcia da Lùtzen a Weissenfels fu poi raggiunto dal principe Guglielmo di Prussia che gli conferì il grado di feldmaresciallo prussiano. I sovrani alleati avevano permesso a Napoleone di guadagnare un vantaggio che non poteva essere colmato, ma da Eisenach in poi, ogni pomeriggio Blücher occupava le stanze che Napoleone aveva lasciato al mattino. Mentre era sul punto di marciare su Colonia per attraversare il Reno in quel punto, fu richiamato e gli venne ordinato di porre il blocco intorno a Magonza, sulla sponda sinistra del fiume; il suo rapido inseguimento fino al Reno aveva infatti decretato la fine della Confederazione del Reno [63] disimpegnandone le truppe ancora arruolate nelle divisioni francesi. L’armata slesiana stabilì il proprio quartier generale a Hòchst, mentre l’armata principale risalì il corso dell’alto Reno. Terminò così la campagna del 1813, il cui successo fu interamente dovuto all’audace intraprendenza e alla ferrea energia di Blücher.
Gli alleati erano ora divisi riguardo al piano delle operazioni da seguire; una parte di essi proponeva di rimanere sul Reno e di attestarvisi in posizione difensiva, un’altra parte suggeriva di attraversare il fiume e di marciare su Parigi. Dopo lunga esitazione da parte dei sovrani, Blücher e i suoi sostenitori ebbero la meglio e fu deciso di avanzare in direzione di Parigi con un movimento concentrico: l’armata principale mosse dalla Svizzera, Bùlow dall’Olanda e Blücher con l’armata slesiana dalla media regione renana. Per questa nuova campagna furono assegnati a Blücher altri tre corpi, comandati da Kleist, dall’elettore dell’Assia e dal duca di Sassonia-Coburgo. Blücher lasciò parte delle truppe di Langeron a controllo di Magonza e radunò i nuovi rinforzi in una seconda divisione a seguito della prima; l’i gennaio 1814 attraversò il Reno in tre punti, a Mannheim, Caub e Coblenza, spinse Marmont oltre i Vosgi e la Saar nella valle della Mosella, piazzò le truppe di Yorck tra le fortezze di quest’ultima, e con 28.000 uomini (il corpo d’armata di Sacken e una divisione di quello di Langeron) avanzò via Vaucouleurs e Joinville su Brienne in modo da ricongiungersi a sinistra con l’armata principale. A Brienne, il 29 gennaio, fu attaccato da Napoleone che disponeva di 40.000 uomini: le truppe di Yorck erano ancora distaccate dall’armata slesiana e l’armata principale, forte di 110.000 soldati, era arrivata solo a Chaumont. Blücher dovette quindi affrontare da solo le forze di Napoleone che erano molto superiori alle sue. Tuttavia, Napoleone non lo assali con il suo solito vigore né, a parte qualche schermaglia di cavalleria, gli ostacolò la ritirata verso Trannes. Dopo aver preso possesso di Brienne, e dopo aver piazzato parte delle sue truppe nelle vicinanze occupando Dienville, La Rothière e Chauménil con tre diversi corpi, il 30 gennaio Napoleone sarebbe potuto piombare su Blücher con truppe molto più numerose, visto che quest’ultimo era ancora in attesa dei rinforzi. Egli invece mantenne un atteggiamento passivo, mentre nel frattempo l’armata principale si andava concentrando a Bar-sur-Aube e alcuni suoi distaccamenti raggiungevano il fianco sinistro di Blücher. L’inerzia dell’imperatore si può spiegare con le speranze che riponeva nei negoziati di pace del congresso di Chàtillon, che egli aveva avviato con l’aspettativa di guadagnare tempo [64]. In effetti, dopo il ricongiungimento dell’armata principale con l’armata slesiana, il partito dei diplomatici chiese che durante le trattative in corso al congresso la guerra fosse condotta solo come finzione. Il principe Schwarzenberg inviò un suo ufficiale a Blücher per assicurarsi la sua collaborazione, ma questi lo congedò con la seguente risposta: «Noi dobbiamo andare a Parigi. Napoleone ha fatto visita a tutte le capitali d’Europa; noi dovremmo essere meno educati? Per farla breve, deve scendere dal trono… e noi non avremo pace finché non verrà giù.»
Blücher insistette sui grandi vantaggi di un attacco alleato a Napoleone vicino a Brienne prima che egli potesse raccogliere il rimanente delle sue truppe, e si offrì di condurre l’attacco se solo avesse ottenuto rinforzi in assenza di Yorck. La considerazione che l’esercito non sarebbe potuto sopravvivere nella desolata valle dell’Aube e che, se non avesse attaccato, non avrebbe potuto fare altro che ritirarsi, fece prevalere il consiglio di Blücher. Fu deciso di attaccare battaglia, ma il principe Schwarzenberg, invece di premere sul nemico con tutte le forze a sua disposizione, fornì a Blücher solo i corpi al comando del principe della corona del Wùrttemberg (40.000 uomini), di Gyulay (12.000 uomini) e di Wrede (12.000 uomini). Napoleone da parte sua non sapeva né sospettava niente dell’arrivo dell’armata principale. Quando, circa all’una dell’i febbraio, fu informato dell’avanzata di Blücher, non riusciva a crederci. Dopo essersi accertato dei fatti montò a cavallo deciso a evitare la battaglia e impartì a Berthier ordini in tal senso. Quando però, tra la sua vecchia Brienne e Rothière, raggiunse la Giovane Guardia [65] che era corsa alle armi udendo il rombo dei cannoni che si avvicinavano, fu accolto con tale entusiasmo che ritenne di poter volgere la situazione a suo vantaggio ed esclamò «L’artìllerie en avant!». Così, verso le quattro ebbero sul serio inizio gli eventi di La Rothière. Dopo il primo rovescio, tuttavia, Napoleone non prese più parte personalmente alla battaglia. La sua fanteria irruppe a forza nel villaggio di La Rothière, e il combattimento fu lungo e ostinato, tanto che Blücher dovette perfino ricorrere alla riserva. I francesi furono fatti sloggiare dal villaggio solo alle undici di sera, quando Napoleone ordinò al suo esercito di ritirarsi dopo aver perso 4.000 o 5.000 uomini tra morti e feriti, 2.500 prigionieri e 53 cannoni. Se gli alleati, che si trovavano allora a soli sei giorni di marcia da Parigi, avessero insistito vigorosamente, Napoleone sarebbe stato schiacciato dalle loro forze immensamente superiori; ma benché i sovrani fossero ansiosi di evitare che Napoleone concludesse positivamente le trattative a Chàtillon, permisero al principe Schwarzenberg, comandante in capo dell’armata principale, di sfruttare ogni pretesto per eludere l’azione decisiva. Mentre Napoleone ordinava a Marmont di tornare sulla sponda destra dell’Aube verso Ramerupt, ed egli stesso ripiegava su Troyes con una marcia laterale, l’esercito alleato si divise in due tronconi: l’armata principale avanzò lentamente in direzione di Troyes e l’armata slesiana marciò verso la Marna, dove Blücher sapeva che avrebbe incontrato Yorck, oltre a parte dei corpi d’armata di Langeron e di Kleist, in modo che il numero complessivo delle sue forze sarebbe salito a circa 50.000 uomini. Il suo piano prevedeva l’inseguimento fino a Parigi del maresciallo Macdonald, che nel frattempo si era fatto vedere sulla bassa Marna, mentre Schwarzenberg doveva tenere in scacco il grosso dell’esercito francese sulla Senna. Ma Napoleone, vedendo che gli alleati non sfruttavano a pieno la loro vittoria, e nutrendo la certezza di tornare sulla Senna prima che l’armata principale potesse spingersi troppo avanti verso Parigi, decise di attaccare la più debole armata slesiana. Lasciò allora 20.000 uomini al comando di Victor e Oudinot per fronteggiare i 100.000 soldati dell’armata principale, avanzò con 40.000 uomini (i corpi di Morder e Ney) in direzione della Marna, raccolse le truppe di Marmont a Nogent e il 9 febbraio sopraggiunse a Sézanne a capo di queste forze riunite. Intanto Blücher aveva passato Ouen e Sommepuis lungo la stretta strada che porta a Parigi e il 9 febbraio aveva stabilito il suo quartier generale nella cittadina di Vertus. Le sue forze erano così dislocate: circa 10.000 uomini intorno al quartier generale; 18.000, al comando di Yorck, appostati tra Dormans e Chàteau Thierry sempre in attesa di Macdonald che era già sulla strada principale tra Épernay e la capitale; 30.000, al comando di Sacken, tra Montmirail e La Ferté-sous-Jouarre, incaricati di sventare il progettato ricongiungimento tra la cavalleria di Sebastiani e Macdonald e di tagliare il passaggio a quest’ultimo proprio a La Ferté-sous-Jouarre; infine, il generale russo Olsuviev, acquartierato con 5.000 uomini a Champaubert. Questa disposizione difettosa, che portò l’armata slesiana ad assumere uno schieramento estremamente sparpagliato, en échélon, fu il risultato delle contraddittorie motivazioni che agitavano l’animo di Blücher. Da una parte desiderava tagliar fuori Macdonald ed evitare il suo ricongiungimento con la cavalleria di Sebastiani; dall’altra, voleva riunirsi con le truppe di Kleist e Kapzewitch, i quali stavano avanzando da Chàlons ed erano attesi per il giorno 9010. Un motivo lo spingeva indietro, l’altro lo spingeva avanti.
Il 9 febbraio Napoleone attaccò Olsuviev a Champaubert e lo mise in rotta. Blücher, con Kleist e Kapzewitch che erano nel frattempo arrivati, ma senza la gran parte della loro cavalleria, avanzò contro Marmont, inviato da Napoleone ad affrontarlo, e lo inseguì mentre si ritirava su La Fère Champenoise; informato della sconfitta di Olsuviev, tuttavia, quella stessa notte tornò a Bergères con i suoi due corpi d’armata per coprire la strada verso Chàlons. Sacken, dopo un vittorioso combattimento il giorno io, costrinse Macdonald ad attraversare la Marna a Trilport, ma la sera stessa fu raggiunto dalla notizia della marcia di Napoleone su Champaubert e decise quindi di dirigersi in tutta fretta a Montmirail il mattino deE’i 1. Prima di giungervi fu però obbligato, a Vieux Maisons, a schierarsi contro l’imperatore, il quale scendeva da Montmirail per affrontarlo. Sacken fu sconfitto con gravi perdite prima che Yorck potesse unirsi a lui: i due generali si ricongiunsero quindi a Viffort e si ritirarono il 12 febbraio a Chàteau Thierry, dove Yorck dovette sostenere un combattimento di retroguardia molto oneroso e fu quindi obbligato a ripiegare su Oulchy-la-Ville. Avendo ordinato a Morder di inseguire Yorck e Sacken sulla strada di Fismes, il giorno 13 Napoleone rimase a Chàteau Thierry. Intanto Blücher, incerto su dove si trovassero Yorck e Sacken e sulle sorti delle loro battaglie, l’u e il 12 era rimasto tranquillo a Bergères a osservare Marmont appostato di fronte a lui a Etoges. Quando il 13 fu informato della sconfitta dei suoi generali, ipotizzando che Napoleone si fosse mosso alla ricerca dell’armata principale, cedette alla tentazione di infliggere un colpo definitivo alle truppe di Marmont, che reputava essere la retroguardia di Napoleone. Avanzando su Champaubert spinse Marmont verso Montmirail, dove questi fu raggiunto il giorno 14 da Napoleone che a questo punto si volse contro Blücher, forte di 20.000 uomini ma quasi del tutto sprovvisto di cavalleria, lo incontrò a mezzogiorno a Vauchamps, lo attaccò, aggirò le sue colonne con la cavalleria e lo rigettò indietro verso Champaubert infliggendogli gravi perdite. Durante la ritirata da quest’ultima località, l’armata slesiana avrebbe potuto raggiungere Etoges prima del calare della notte senza ulteriori perdite se solo Blücher non si fosse compiaciuto dell’intenzionale lentezza del suo arretramento. Subì pertanto continui attacchi durante tutta la marcia e un suo distaccamento, la divisione del principe Augusto di Prussia, fu ancora preso di mira dalle stradine laterali di Etoges mentre attraversava la città. Blücher arrivò al suo campo di Bergères intorno a mezzanotte per poi ripartire, dopo qualche ora di sosta, per Chàlons; qui giunse a mezzogiorno del 15 febbraio e fu raggiunto da Yorck e Sacken il ióeil 17.1 differenti episodi di Champaubert, Montmirail, Chàteau Thierry, Vauchamps ed Etoges gli costarono 15.000 uomini e 27 cannoni; ma Gneisenau e Mùffling furono i soli responsabili degli errori strategici che determinarono quei disastri.
Napoleone, lasciati Marmont e Mortier a fronteggiare Blücher, tornò con Ney a marce forzate verso la Senna; qui Schwarzenberg aveva costretto Victor e Oudinot ad arretrare oltre lo Yères, dove i due avevano raccolto circa 12.000 uomini al comando di Macdonald e alcuni rinforzi provenienti dalla Spagna. Il giorno 16 furono sorpresi dall’improvviso arrivo di Napoleone, seguito il 17 dalle sue truppe. Dopo essersi ricongiunto con i suoi marescialli egli mosse rapidamente contro Schwarzenberg, che trovò dislocato in un ampio triangolo che aveva ai suoi vertici Nogent, Montereau e Sens. Napoleone attaccò e sbaragliò uno dopo l’altro Wittgenstein, Wrede e il principe della corona del Wùrttemberg, ossia i generali al comando del principe Schwarzenberg, il quale se la diede allora a gambe levate, si ritirò verso Troyes e mandò a dire a Blücher di raggiungerlo in modo che potessero dare insieme battaglia sulla Senna. Blücher, che nel frattempo aveva ricevuto nuovi rinforzi, rispose immediatamente all’invito, entrò a Méry il 21 febbraio e restò in attesa di disposizioni per la concertata battaglia tutto il giorno 22. A sera apprese che era stata chiesta a Napoleone una tregua tramite il principe Liechtenstein, al quale era stato però opposto un netto rifiuto. Egli allora inviò all’istante un suo inviato personale a Troyes con l’incarico di pregare Schwarzenberg di accettare lo scontro e si offrì perfino di muovere da solo battaglia, chiedendo all’armata principale di svolgere esclusivamente il ruolo di riserva; ma Schwarzenberg, ulteriormente spaventato dalla notizia che Augereau aveva ricacciato in Svizzera il generale Bubna, aveva già ordinato di ripiegare verso Langres. Blücher comprese subito che un ripiegamento su Langres avrebbe significato la ritirata oltre il Reno e, allo scopo di distogliere Napoleone dall’inseguimento della scoraggiata armata principale, decise di marciare dritto in direzione di Parigi, verso la Marna, dove ora poteva pensare di radunare un esercito di 100.000 uomini: Wintzingerode era infatti giunto nelle vicinanze di Reims con circa 25.000 soldati, Bùlow era a Laon con altri 16.000, si attendeva l’arrivo da Erfurt del resto del corpo d’armata di Kleist e da Magonza dovevano sopraggiungere i rimanenti uomini del corpo di Langeron guidati da Saint-Priest.
Questo secondo distacco di Blücher dall’armata principale fece pendere decisamente la bilancia in sfavore di Napoleone. Se questi avesse seguito l’armata principale in ritirata, invece che l’armata slesiana che avanzava, la campagna sarebbe stata perduta per gli alleati. Prima che Napoleone si muovesse al suo inseguimento, Blücher effettuò l’attraversamento dell’Aube, l’unico punto difficile lungo la sua marcia, costruendo un ponte di barche ad Anglure il 24 febbraio. L’imperatore, dopo aver ordinato a Oudinot e Macdonald, forti di circa 25.000 uomini, di seguire l’armata principale, lasciò Ney e Victor a Herbisse, il giorno 26, lanciandosi all’inseguimento dell’armata slesiana. Raggiunto da un messaggio di Blücher che lo avvertiva che l’armata principale si trovava ora di fronte solo i due marescialli, Schwarzen-berg fermò la sua ritirata, riprese animo, si girò verso Oudinot e Macdonald e li sconfisse il 27 e il 28. L’intenzione di Blücher era di concentrare le sue truppe in un punto il più vicino possibile a Parigi. Marmont e i suoi uomini erano ancora appostati a Sézanne, mentre Mortier era a Chàteau Thierry. All’avanzata di Blücher Marmont si ritirò, raggiunse il 26 Mortier a La Ferté-sous-Jouarre, e di qui i due ripiegarono su Meaux. Il tentativo di Blücher, durato un paio di giorni, di attraversare l’Ourcq e di costringere i due marescialli alla battaglia con un fronte decisamente avanzato non ebbe successo, ed egli fu quindi obbligato a marciare lungo la riva destra dell’Ourcq. Arrivato a Oulchy-le-Chàteau il 2 marzo, apprese, il mattino del 3, la notizia della capitolazione di Soissons ottenuta da Bùlow e Wintzingerode, e, nel corso della stessa giornata, passò l’Aisne e concentrò tutte le sue forze a Soissons. Napoleone, che aveva attraversato la Marna a La Ferté-sous-Jouarre, indietro di due marce forzate rispetto a Blücher, avanzò in direzione di Chàteau Thierry e Fismes e, avendo guadato la Vesle, attraversò l’Aisne a Berry-au-Bac il 6 marzo, dopo che un distaccamento del suo esercito aveva riconquistato Reims. In origine Blücher intendeva offrire battaglia dietro l’Aisne al momento dell’attraversamento del fiume da parte di Napoleone, e aveva disposto le sue truppe in tal senso. Quando si rese conto che l’imperatore procedeva in direzione di Fismes e Berry-au-Bac allo scopo di aggirare l’armata slesiana sulla sinistra, decise di attaccarlo da Craonne su un fianco, obliquamente, immediatamente dopo la sua uscita da Berry-au-Bac, in modo che fosse costretto a combattere con la retroguardia ancora in colonna. Blücher aveva già posizionato i suoi uomini, l’ala sinistra sull’Aisne e l’ala destra sul Lette, a metà strada tra Soissons e Craonne, quando rinunciò al suo eccellente piano perché gli giunse notizia certa che il giorno 6 Wintzingerode aveva lasciato passare indisturbato Napoleone per Berry-au-Bac e che i francesi avevano perfino spinto un loro distaccamento sulla strada per Laon. A questo punto pensò che fosse necessario accettare la battaglia decisiva soltanto a Laon.
Per ritardare la marcia di Napoleone che da Corbeny poteva prendere la strada selciata che partiva da Reims e arrivare a Laon contemporaneamente all’armata slesiana proveniente da Craonne, Blücher piazzò il corpo d’armata di Vorontsov sul compatto pianoro di Craonne tra l’Aisne e il Lette, inviando inoltre 10.000 unità di cavalleria al comando di Wintzingerode con l’ordine di spingersi avanti oltre Festieux verso Corbeny; la cavalleria doveva assaltare il fianco destro e la retroguardia francese appena Napoleone avesse deciso di attaccare Vorontsov. Wintzingerode sbagliò l’esecuzione della manovra affidatagli e Napoleone potè scacciare Vorontsov dal pianoro il giorno 7, ma perse 8.000 uomini, mentre Vorontsov si ritirò dopo aver perso 4.700 soldati e riuscì anche a ripiegare in buon ordine. Il giorno 8 Blücher aveva concentrato le sue truppe a Laon, dove la battaglia doveva decidere il destino di entrambi gli eserciti. A parte la superiorità numerica, la vasta piana davanti a Laon era particolarmente adatta allo schieramento dei 20.000 cavalieri dell’armata slesiana e la stessa cittadina di Laon — situata sul pianoro di una collina isolata con pendii di 12, 16, 20 e 30 gradi alla base dei quali si trovano quattro villaggi — offriva notevoli vantaggi sia per la difesa sia per l’attacco. Quel giorno l’ala sinistra francese, condotta da Napoleone in persona, fu respinta, mentre l’ala destra al comando di Marmont fu attaccata di sorpresa mentre bivaccava al calar della notte e sbaragliata a tal punto che il .maresciallo non riuscì ad arrestare la corsa delle sue truppe prima di aver raggiunto Fismes. Napoleone, completamente isolato con la sua ala di soli 35.000 uomini e costretto in una posizione sfavorevole, avrebbe dovuto cedere di fronte a forze numericamente tanto superiori ed eccitate dalla vittoria. Il mattino seguente, tuttavia, Blücher fu colpito da un attacco febbrile e da un’infiammazione agli occhi, mentre Napoleone, fermo nella sua posizione, mantenne un atteggiamento provocatorio che intimidì a tal punto gli ufficiali che ora dirigevano le operazioni che essi non soltanto fermarono l’avanzata delle proprie truppe già in movimento, ma permisero anche all’imperatore di ritirarsi tranquillamente a Soissons verso sera.
Ma la battaglia di Laon aveva fiaccato le sue forze, tìsicamente così come moralmente. Con la subitanea conquista, il 13 marzo, di Reims (che era caduta nelle mani di Saint-Priest) egli cercò invano di riprendersi. Lo stato in cui versava era talmente evidente che, quando avanzò il 17 e il 18 su Arcis-sur-Aube contro l’armata principale, perfino Schwarzenberg, benché forte solo di 80.000 contro i 25.000 di Napoleone, osò attestarsi e accettare la battaglia, che durò due giorni, il 20 e il 21. Quando Napoleone interruppe il combattimento, l’armata principale lo seguì fino a Vitry dove si unì all’armata slesiana per continuare l’inseguimento. In preda allo sconforto l’imperatore cercò scampo in una ritirata su Saint Dizier pretendendo di minacciare, con il suo manipolo di soldati, l’immenso esercito alleato tagliando la principale linea di comunicazione e ripiegamento degli awersari tra Langres e Chaumont; a questa manovra gli alleati risposero proseguendo la marcia verso Parigi. Il 30 marzo si svolse la battaglia di Parigi, nel corso della quale l’armata slesiana prese d’assalto Montmartre. Sebbene non si fosse ancora rimesso dopo la battaglia di Laon, Blücher partecipò brevemente all’assalto comparendo a cavallo e con l’occhio riparato da una visiera; dopo la capitolazione di Parigi, tuttavia, rinunciò al comando con il pretesto della malattia, anche se la vera ragione era il contrasto tra il suo malcelato odio per i francesi e l’atteggiamento diplomatico che i sovrani alleati reputavano opportuno esibire. Così Blücher entrò a Parigi il 31 marzo in veste di privato cittadino. Durante la campagna del 1814 era stato l’unico, in tutto l’esercito alleato, a rappresentare il principio dell’offensiva militare. Nella battaglia di La Rothière aveva colto di sorpresa i pacificatori di Chàtillon; a Méry la sua risolutezza aveva salvato gli alleati da una rovinosa ritirata; nella battaglia di Laon era stato decisivo in vista della prima capitolazione di Parigi.
Dopo la conclusione della prima pace di Parigi, Blücher accompagnò l’imperatore Alessandro e il re Federico Guglielmo di Prussia nella loro visita in Inghilterra, dove fu accolto e festeggiato come l’eroe del giorno. Gli furono profuse tutte le onorificenze militari d’Europa: il re di Prussia creò per lui l’ordine della croce di ferro, il principe reggente d’Inghilterra [66] gli regalò il suo ritratto e l’università di Oxford gli conferì il titolo accademico di Legum Doctor.
Nel 1815 fu ancora una volta decisivo nell’ultima campagna contro Napoleone. Dopo la disastrosa battaglia di Ligny del 16 giugno, sebbene avesse allora 73 anni, si impose sulla sua armata allo sbando e la riportò in formazione marciando alle calcagna dei francesi vittoriosi e presentandosi, la sera del 18 giugno, sul campo di battaglia di Waterloo realizzando un’impresa senza precedenti nella storia della guerra. Dopo la battaglia di Waterloo, il suo inseguimento fino a Parigi dei francesi in fuga trova un solo parallelo nell’inseguimento dei prussiani da Jena a Stettino condotto da Napoleone in modo egualmente mirabile. Blücher fece il suo ingresso a Parigi alla testa della sua armata e insediò Mùffling, il suo quartiermastro generale, come governatore generale militare della città. Si dichiarò favorevole alla fucilazione di Napoleone, a far saltare il ponte di Jena e a imporre la restituzione agli originali proprietari dei tesori saccheggiati dai francesi nelle varie capitali d’Europa. Il primo desiderio fu ostacolato da Wellington, il secondo dai sovrani alleati, mentre il terzo fu realizzato. Blücher rimase a Parigi tre mesi, frequentando spesso i tavoli da gioco del rouge-et-noir. Nell’anniversario della battaglia del Katzbach si recò in visita a Rostock, sua città natale, dove gli abitanti avevano tutti contribuito alla realizzazione di un monumento in suo onore. Dopo la sua morte l’intero esercito prussiano osservò otto giorni di lutto.
Le vieux diable, come lo soprannominò Napoleone, il Maresciallo “Avanti!”, come lo chiamavano i russi dell’armata slesiana, fu fondamentalmente un generale di cavalleria. In questo ruolo eccelleva, perché richiedeva grandi doti tattiche e poche conoscenze strategiche. Partecipe al massimo grado dell’odio popolare contro Napoleone e i francesi, fu sempre apprezzato dalle masse per le sue passioni plebee, il suo rozzo senso comune, la volgarità delle sue maniere, la rudezza del suo eloquio al quale, tuttavia, sapeva aggiungere nelle giuste occasioni un tocco di infiammata eloquenza. Fu un soldato modello. Rappresentava un esempio, mostrandosi il più coraggioso in battaglia e il più infaticabile nell’impegno; esercitava influenza e fascino sulle truppe; affiancava alla sua impetuosa audacia una fine capacità di valutazione del terreno, una rapida risolutezza nelle situazioni difficili, un’ostinazione nella difesa pari all’energia profusa nell’attacco; se a tutto ciò si aggiunge un’intelligenza capace di trovare da sola le giuste soluzioni nelle combinazioni più semplici e di affidarsi a Gneisenau per quelle più complesse, Blücher emerge come l’autentico generale per le operazioni militari del 1813-15, le quali ebbero il carattere della guerra per metà regolare e per metà insurrezionale.
Karl Marx e Friedrich Engels
Scritto tra il 17 settembre e il 30 ottobre 1857
Pubblicato in The New American Cyclopœdia , vol. III, 1858
BLUM
Blum, Robert, martire della rivoluzione tedesca, nato a Colonia il io novembre 1807, giustiziato a Vienna il 9 novembre 1848. Era figlio di un povero bottaio a giornata che morì nel 1815 lasciando tre figli e una vedova disperata, la quale nel 1816 si risposò con un comune chiattaiolo. Questo secondo matrimonio si rivelò infelice e la famiglia raggiunse il culmine della miseria durante la carestia del 1816-17. Nel 1819 il giovane Robert, appartenendo alla religione cattolica, ottenne un impiego come servitore di messa; poi fu apprendista presso un doratore e un bustaio, quindi, secondo l’uso tedesco, divenne lavoratore itinerante a giornata, ma non soddisfacendo i requisiti del suo mestiere, dopo una breve assenza dovette far ritorno a Colonia. Qui trovò lavoro in una fabbrica di lanterne, si ingraziò i favori del suo padrone, fu da questi promosso alla posizione di contabile, lo accompagnò nei suoi viaggi attraverso gli Stati meridionali della Germania e visse presso di lui a Berlino tra il 1829 e il 1830. In questo periodo si impegnò con assiduo esercizio a costruirsi una sorta di conoscenza enciclopedica, senza tuttavia manifestare nessuna spiccata predilezione né speciale talento per qualche disciplina in particolare. Quando fu chiamato nel 1830 al servizio militare, che tutti i sudditi prussiani sono obbligati a prestare, i rapporti con il suo padrone si interruppero. Dimesso dall’esercito dopo sei settimane, scoprendo che il suo impiego era svanito, tornò nuovamente a Colonia pressoché nelle stesse condizioni in cui l’aveva lasciata già due volte. La povertà dei genitori e la sua stessa mancanza di risorse lo convinsero ad accettare, alle dipendenze del signor Ringelhardt, direttore del teatro di Colonia, l’incarico di factotum del teatro. Questo legame con il palcoscenico, sebbene di carattere subalterno, attirò la sua attenzione sulla letteratura drammatica, mentre il fervore politico diffusosi in tutta la Prussia renana dopo la rivoluzione di luglio in Francia gli permise di entrare in certi circoli politici e di pubblicare qualche poesia sui giornali locali.
Nel 1831 Ringelhardt, che nel frattempo si era trasferito a Lipsia, nominò Blum cassiere e segretario del teatro di quella città, posto che egli conservò fino al 1847. Dal 1831 al 1847 scrisse per alcuni giornali per famiglie di Lipsia, come il Cornei, l’Abend-Zeitung, ecc, pubblicò una “Enciclopedia del teatro”, l'”Amico della costituzione”, un almanacco intitolato Vorwàrts, ecc. I suoi scritti recano l’impronta di una certa mediocrità provinciale. Le sue successive pubblicazioni furono inoltre viziate da un eccesso di cattivo gusto. L’inizio dell’attività politica di Blum risale al 1837, quando, in veste di portavoce di una delegazione di cittadini di Lipsia, consegnò un’onorificenza a due membri dell’opposizione degli Stati sassoni. Nel 1840 fu tra i fondatori, e poi nel 1841 tra i dirigenti, dell’Associazione Schiller e dell’Associazione degli autori tedeschi [67]. I suoi articoli per i Sàchsische Vaterlands-Blàtter, un giornale politico, lo resero il più popolare giornalista della Sassonia e un obiettivo privilegiato della persecuzione governativa. Il cattolicesimo tedesco [68], così come venne chiamato, trovò in lui un ardente sostenitore. Blum fondò la chiesa cattolica tedesca di Lipsia e ne divenne direttore spirituale nel 1845. Il 13 agosto del 1845, quando un’immensa folla di cittadini e studenti armati si radunò davanti alla caserma dei fucilieri di Lipsia [69], minacciando di assaltarla per vendicare l’attacco omicida perpetrato il giorno precedente da una compagnia degli stessi fucilieri, Blum, con la sua popolare eloquenza, persuase le masse agitate a non abbandonare i metodi legali di resistenza e assunse la direzione delle procedure per ottenere il risarcimento legale. Come ricompensa per i suoi sforzi, il governo sassone rinnovò le persecuzioni contro di lui che culminarono nel 1848 con la chiusura dei Vaterlands-Blàtter.
Allo scoppio della rivoluzione di febbraio del 1848 Blum divenne il punto di riferimento del partito liberale della Sassonia, fondò l’Associazione della patria che ben presto raccolse più di 40.000 aderenti e, in generale, si dimostrò un infaticabile agitatore. Inviato dalla città di Lipsia al “parlamento preliminare” [70], ne fu nominato vicepresidente e contribuì a sostenere questo organismo evitando la secessione in massa dell’opposizione. Dopo il suo scioglimento, Blum divenne membro del comitato che ne prese il posto e successivamente del parlamento di Francoforte, dove fu capo dell’opposizione moderata [71]. La sua visione politica tendeva alla repubblica come vertice della Germania, ma alla base prevedeva i diversi e tradizionali regni, ducati, ecc, giacché, secondo la sua opinione solo questi ultimi erano capaci di conservare intatta quella che egli considerava una particolare bellezza della società tedesca, lo sviluppo indipendente dei suoi diversi ordini. Fu un oratore convincente, piuttosto teatrale e molto popolare.
Quando giunse a Francoforte la notizia dell’insurrezione di Vienna [72], Blum fu incaricato, insieme ad altri membri del parlamento tedesco, di portare a Vienna un indirizzo redatto dall’opposizione parlamentare. In qualità di portavoce della delegazione, consegnò l’indirizzo al consiglio municipale viennese il 17 ottobre 1848. Blum si unì ai ranghi del corpo studentesco e diresse una barricata durante i combattimenti; dopo la conquista della città da parte di Windischgràtz, Blum sedeva conversando tranquillamente in un albergo di Vienna quando l’edificio fu circondato dai soldati ed egli fu fatto prigioniero. Portato di fronte alla corte marziale, rifiutò di rinnegare i suoi discorsi e le sue azioni e fu condannato al patibolo, sentenza poi tramutata in fucilazione. L’esecuzione ebbe luogo all’alba nel Brigittenau.
Karl Marx
Scritto nel settembre (non dopo il 22) del 1857
Pubblicato in The New American Cyclopœdia , vol. III, 1858
BOLIVAR

Bolivar y Ponte, Simón, il “liberatore” della Colombia, nato a Caracas il 24 luglio 1783, morto a San Pedro, nei pressi di Santa Marta, il 17 dicembre 1830. Figlio di una delle familias Mantuanas, che all’epoca della dominazione spagnola costituivano la nobiltà creola del Venezuela. Secondo il costume delle ricche famiglie americane dell’epoca, alla giovane età di 14 anni fu mandato in Europa. Dalla Spagna si spostò in Francia e risiedette qualche anno a Parigi. Si sposò a Madrid nel 1802 e tornò in Venezuela, dove la moglie morì improvvisamente di febbre gialla. Quindi visitò l’Europa una seconda volta e assistette all’incoronazione imperiale di Napoleone nel 1804 e alla sua accessione alla corona di ferro di Lombardia nel 1805. Nel 1809 fece ritorno nel suo paese natale e, nonostante le insistenze del cugino José Felix Ribas, rifiutò di unirsi alla rivoluzione che scoppiò a Caracas il 19 aprile 1810 [73]; tuttavia, dopo quell’episodio, accettò di compiere una missione a Londra per acquistare armi e sollecitare la protezione del governo britannico. Sembra che fosse favorevolmente ricevuto dal marchese di Wellesley, allora segretario agli affari esteri, ma non ottenne altro che il permesso di esportare armi contro denaro contante, mediante il pagamento di pesanti dazi doganali. Al suo ritorno da Londra si ritirò nuovamente a vita privata finché, nel settembre del 1811, il generale Miranda, comandante in capo delle forze terrestri e marittime degli insorti, lo convinse ad accettare il grado di tenente-colonnello dello stato maggiore, e il comando di Puerto Cabello, la più potente fortezza del Venezuela.
I prigionieri di guerra spagnoli che Miranda inviava regolarmente a Puerto Cabello perché fossero rinchiusi nella cittadella riuscirono a sopraffare di sorpresa le loro guardie e a impadronirsi della cittadella: nonostante fossero disarmati, mentre egli disponeva di una nutrita guarnigione e di notevoli depositi di munizioni, Bolivar, senza neanche avvisare le truppe, si imbarcò precipitosamente nella notte con otto dei suoi ufficiali; giunto all’alba a La Guayra, si ritirò nella sua tenuta di San Mateo. Quando si rese conto della fuga del suo comandante, la guarnigione abbandonò il luogo in buon ordine, e la fortezza fu immediatamente occupata dagli spagnoli comandati da Monteverde. Questo avvenimento fece pendere la bilancia in favore della Spagna e obbligò Miranda, su ordine del Congresso, a firmare, il 26 luglio 1812, il trattato di Vitoria, che restituiva il Venezuela all’autorità spagnola. Il 30 luglio Miranda arrivò a La Guayra, dove intendeva imbarcarsi su un vascello inglese. Durante la sua visita al comandante del luogo, il colonnello Manuel Maria Casas, incontrò una numerosa compagnia di persone, tra le quali Don Miguel Pena e Simón Bolivar; quest’ultimo lo persuase a trattenersi almeno per una notte nell’abitazione di Casas. Alle due del mattino, mentre Miranda dormiva profondamente, Casas, Pena e Bolivar entrarono nella sua stanza con quattro soldati armati, gli sottrassero prudentemente la spada e la pistola, quindi lo svegliarono, gli dissero bruscamente di alzarsi e vestirsi, gli misero i ferri e infine lo consegnarono a Monteverde che lo spedì a Cadice dove morì in catene dopo qualche anno di prigionia. Questa azione, commessa con il pretesto che Miranda avesse tradito il suo paese con la capitolazione di Vitoria, procurò a Bolivar il favore particolare di Monteverde: quando Bolivar chiese il suo passaporto, egli dichiarò che «la richiesta del colonnello Bolivar dev’essere accolta in ricompensa del servizio da lui reso al re di Spagna con la consegna di Miranda [74]».
Bolivar fu così autorizzato a salpare per Curacao, dove trascorse sei settimane; in compagnia del cugino Ribas si diresse poi nella piccola repubblica di Cartagena, dove si era già rifugiato un gran numero di soldati che avevano servito al comando del generale Miranda. Ribas propose loro di intraprendere una spedizione in Venezuela contro gli spagnoli e di accettare Bolivar come comandante in capo. Alla prima proposta gli uomini aderirono entusiasticamente, sulla seconda esitarono, ma infine cedettero, a condizione che Ribas diventasse comandante aggiunto. Manuel Rodriguez Torrices, presidente della repubblica di Cartagena, aggiunse agli 800 soldati così arruolati agli ordini di Bolivar altri 500 uomini al comando del proprio cugino Manuel Castillo. La spedizione prese il via all’inizio di gennaio del 1813. Essendo sorti alcuni dissapori tra Bolivar e Castillo riguardo al comando supremo, il secondo levò improvvisamente il campo con i suoi granatieri. Dal canto suo Bolivar pensò allora di seguire l’esempio di Castillo e di tornare a Cartagena, ma alla fine Ribas lo convinse a procedere almeno fino a Bogotà, a quel tempo sede del Congresso della Nuova Granada. Furono favorevolmente ricevuti, aiutati in ogni modo e nominati entrambi generali dal Congresso; dopo aver diviso il loro piccolo esercito in due colonne, marciarono su Caracas prendendo strade diverse. Più avanzavano, più trovavano rinforzi: le tremende crudeltà commesse dagli spagnoli agivano ovunque come sergenti reclutatori per l’armata degli indipendentisti. La capacità di resistenza degli spagnoli fu infranta, in parte perché il loro esercito era composto per tre quarti da indigeni che a ogni scontro correvano a unirsi alle file nemiche, in parte a causa della codardia di generali come Tiscar, Cajigal e Fierro, i quali non perdevano occasione per abbandonare le loro truppe. Accadde così che fu un giovane ignorante, Santiago Marino, a cacciare gli spagnoli dalle province di Cumanà e Barcelona nel momento stesso in cui Bolivar avanzava nelle province occidentali. L’unica resistenza seria fu opposta dagli spagnoli contro la colonna di Ribas, il quale riuscì comunque a sconfiggere il generale Monteverde a Los Teques e lo costrinse a rinchiudersi a Puerto Cabello con quanto rimaneva delle sue truppe.
Alla notizia dell’avvicinarsi di Bolivar, il generale Fierro, governatore di Caracas, inviò i suoi emissari per concordare la capitolazione, che fu conclusa a Vitoria; ma, colto da improvviso panico, e senza attendere il ritorno dei suoi stessi emissari, Fierro fuggì segretamente durante la notte, lasciando più di 1.500 spagnoli alla mercé del nemico. A Bolivar fu tributato un trionfo pubblico. A bordo di un carro trionfale trainato da dodici giovani donne vestite di bianco, decorate con i colori nazionali e scelte tra le migliori famiglie di Caracas, Bolivar, a capo scoperto, in grande uniforme e reggendo tra le mani un piccolo bastone, impiegò circa mezz’ora per arrivare dalle porte della città alla sua residenza. Dopo essersi proclamato «dittatore e liberatore (libertador) delle province occidentali del Venezuela» (visto che Marino aveva assunto il titolo di «dittatore delle province orientali»), creò «l’ordine del liberatore», nominò un corpo scelto di soldati come sua guardia personale e si circondò dello splendore di una corte. Ma, come la maggior parte dei suoi connazionali, egli era nemico di qualsiasi sforzo prolungato e la sua dittatura cadde presto nell’anarchia militare: gli affari più importanti erano lasciati nelle mani di favoriti che dilapidavano le finanze del paese e poi ricorrevano a mezzi odiosi per restaurarle. Il recente entusiasmo popolare si mutò così in malcontento e le disperse forze avversarie poterono ricostituirsi. All’inizio di agosto del 1813 Monteverde era rinchiuso nella fortezza di Puerto Cabello e l’esercito spagnolo era rimasto in possesso solo di una sottile striscia di terra nella regione nord-occidentale del Venezuela; quattro mesi più tardi, in dicembre, il liberatore aveva perduto il suo prestigio e la stessa Caracas fu minacciata dall’improvviso apparire nei suoi dintorni degli spagnoli vittoriosi comandati da Boves. Per rafforzare il suo vacillante potere, l’i gennaio 1814 Bolivar riunì una giunta degli abitanti più influenti di Caracas e dichiarò di non essere più disposto a sopportare il fardello della dittatura. Hurtado Mendoza sostenne allora in una lunga orazione «la necessità di lasciare il potere supremo nelle mani del generale Bolivar fin quando si riunisca il Congresso della Nuova Granada e il Venezuela si unifichi sotto l’autorità di un governo [75]». Questa proposta fu accettata e la dittatura ricevette così una sorta di investitura legale.
Per qualche tempo la guerra contro gli spagnoli fu condotta con una serie di azioni minori, senza alcun vantaggio decisivo per nessuna delle due parti.
Nel giugno del 1814, alla testa delle sue forze riunite, Boves marciò da Calabozo a La Puerta, dove i due dittatori Bolivar e Marino avevano operato un ricongiungimento, si parò di fronte a loro e ordinò l’attacco immediato. Dopo qualche resistenza Bolivar fuggì verso Caracas, mentre Marino scomparve in direzione di Cumanà. Puerto Cabello e Valencia caddero nelle mani di Boves, il quale distaccò allora due colonne (una al comando del colonnello Gonzales) verso Caracas per due strade diverse. Ribas cercò invano di contrastare l’avanzata di Gonzales. Quando Caracas si arrese a Gonzales, il 17 luglio 1814, Bolivar evacuò La Guayra, ordinò alle imbarcazioni presenti nel porto di salpare per Cumanà e battè in ritirata con il resto delle sue truppe in direzione di Barcelona. Dopo la sconfitta inflitta agli insorti da Boves ad Arquita l’8 agosto 1814, Bolivar abbandonò le sue truppe la notte stessa per giungere segretamente, in tutta fretta e attraverso strade secondarie, a Cumanà; qui, nonostante le rabbiose proteste di Ribas, si imbarcò immediatamente sul vascello Bianchi insieme a Marino e ad alcuni ufficiali. Se Ribas, Paez e altri generali avessero seguito i dittatori nella loro fuga tutto sarebbe stato perduto. Al loro arrivo a Juan Griego, sull’isola di Margarita, furono accolti come disertori dal generale Arismendi, il quale ordinò loro di ripartire; si diressero allora a Campano ma, trovando la stessa accoglienza da parte del colonnello Bermudez, fecero rotta su Cartagena. Qui, per trovare attenuanti alla loro fuga pubblicarono una memoria giustificativa piena di frasi altisonanti.
Essendosi unito a un complotto per rovesciare il governo di Cartagena, Bolivar dovette lasciare la piccola repubblica e si recò a Tunja, dove si riuniva il Congresso della repubblica federalista di Nuova Granata [76]. In quel momento la provincia di Cundinamarca era a capo delle province indipendenti che rifiutavano l’accordo federale di Granada, mentre Quito, Pasto, Santa Marta e altre province erano ancora sotto l’autorità spagnola. Bolivar, che giunse a Tunja il 22 novembre 1814, fu nominato dal Congresso comandante in capo delle forze federaliste e ricevette il doppio incarico di costringere il presidente della provincia di Cundinamarca a riconoscere l’autorità del Congresso, e quindi di marciare contro Santa Marta, l’unico porto fortificato della Nuova Granada ancora nelle mani degli spagnoli. Il primo compito fu facilmente portato a termine visto che Bogotà, capitale della provincia dissidente, era una città priva di difesa. Nonostante avesse capitolato, Bolivar consentì alle sue truppe di saccheggiarla per 48 ore. A Santa Marta il generale spagnolo Montalvo, che disponeva di una debole guarnigione di meno di 200 uomini e di una fortezza in miserevoli condizioni difensive, aveva già predisposto un’imbarcazione francese per assicurarsi la fuga, mentre gli abitanti della città avevano fatto sapere a Bolivar che al suo approssimarsi avrebbero aperto le porte e cacciato la guarnigione. Ma egli, invece di attaccare gli spagnoli a Santa Marta come il Congresso gli aveva ordinato, si abbandonò al suo rancore contro Castillo, il comandante di Cartagena, e si arrogò il compito di guidare le sue truppe contro quest’ultima città che era parte integrante della repubblica federale. Battuto e respinto, dispose il suo campo su La Papa, una grande collina pressoché a distanza di tiro da Cartagena, e lì installò una batteria composta da un solo cannone di piccolo calibro contro una località munita di un’ottantina di pezzi. Successivamente convertì l’assedio in un blocco che durò fino all’inizio di maggio senza produrre altri risultati che la riduzione del suo esercito, per diserzioni e malattie, da 2.400 a 700 uomini. Intanto una grande spedizione spagnola, partita da Cadice e comandata dal generale Morillo, era giunta all’isola di Margarita il 25 marzo 1815, era riuscita a inviare notevoli rinforzi a Santa Marta e poco tempo dopo a conquistare la stessa Cartagena. Già in precedenza, tuttavia, il io maggio 1815, Bolivar si era imbarcato per la Giamaica con una decina di suoi ufficiali a bordo di un brigantino armato inglese. Giunto in questo luogo di riparo, rese pubblico un nuovo proclama nel quale si presentava come la vittima di un segreto nemico o di una fazione occulta e giustificava la sua fuga di fronte all’arrivo degli spagnoli come una rinuncia al comando per favorire una pace generale.
Durante gli otto mesi della sua permanenza a Kingston i generali che aveva lasciato in Venezuela, come anche il generale Arismendi nell’isola di Margarita, tennero risolutamente testa alle truppe spagnole. Ma quando Ribas, cui Bolivar doveva la sua fama, fu fucilato dagli spagnoli dopo la presa di Maturin, un altro uomo apparve sulla scena a prenderne il posto; egli possedeva capacità ancora superiori, ma non potendo, in quanto straniero, giocare un ruolo indipendente nella rivoluzione sudamericana, decise infine di agire agli ordini di Bolivar. Quest’uomo era Louis Brion. Per portare aiuto ai rivoluzionari era partito da Londra diretto a Cartagena con una corvetta da 24 cannoni; equipaggiata in gran parte a sue spese, essa trasportava 14.000 armi da fuoco e una notevole quantità di materiale militare. Essendo giunto troppo tardi per rendersi utile in quella zona, ripartì per Cayes, ad Haiti [77], dove erano riparati numerosi patrioti emigrati dopo la resa di Cartagena. Nel frattempo anche Bolivar aveva lasciato Kingston per Port-au-Prince: qui, avendo egli promesso di emancipare gli schiavi, il presidente di Haiti, Pétion, gli offrì importanti mezzi per allestire una nuova spedizione contro gli spagnoli in Venezuela. A Cayes Bolivar conobbe Brion e gli altri emigrati, e in una riunione generale si propose come capo della nuova spedizione, a condizione che fossero riuniti nelle sue mani il potere civile e quello militare fino alla convocazione di un Congresso generale. La maggioranza accettò i suoi termini e la spedizione salpò il 16 aprile 1816, con Bolivar comandante e Brion ammiraglio. A Margarita il primo riuscì a conciliarsi Arismendi, che comandava l’isola dopo aver stretto gli spagnoli in un’unica località, Pampatar. Avendo ricevuto da Bolivar la promessa formale di convocare un Congresso nazionale in Venezuela appena fosse divenuto padrone del paese, Arismendi riunì una giunta nella cattedrale di Villa del Norte e lo proclamò pubblicamente comandante in capo delle repubbliche del Venezuela e della Nuova Granada. Il 31 maggio 1816 Bolivar sbarcò a Carupano, ma non osò impedire a Marino e Piar di separarsi da lui per ingaggiare una guerra contro Cumanà sotto la loro stessa autorità. Indebolito da questa separazione salpò, su consiglio di Brion, per Ocumare, dove arrivò il 3 luglio 1816 con 13 imbarcazioni, delle quali solo sette erano armate. Il suo esercito non contava più di 650 uomini, ma l’arruolamento dei neri, di cui aveva proclamato l’emancipazione, portò questo numero a circa 800. A Ocumare emise un ennesimo proclama promettendo di «sterminare i tiranni» e di «chiamare il popolo a nominare i propri delegati al Congresso [78]».
Durante l’avanzata verso Valentia incontrò, non lontano da Ocumare, il generale spagnolo Morales a capo di circa 200 soldati e 100 miliziani. I tiragliatori di Morales dispersero l’avanguardia di Bolivar ed egli, secondo il resoconto di un testimone oculare, abbandonò «ogni presenza di spirito, non disse più una parola, girò rapidamente il suo cavallo e fuggì a tutta velocità verso Ocumare; passò per il villaggio a galoppo sfrenato, arrivò nella vicina baia, smontò da cavallo, saltò su una barca e si imbarcò sul Diana ordinando all’intera squadra di seguirlo sull’isoletta di Buen Aire e lasciando tutti i suoi compagni senza alcun aiuto [79]».
Dopo le rimostranze e le ammonizioni di Brion raggiunse nuovamente gli altri comandanti sulla costa di Cumanà, ma, ricevuto duramente e minacciato da Piar di essere giudicato di fronte a una corte marziale per diserzione e codardia, tornò velocemente verso Cayes. Dopo mesi di tentativi, Brion riuscì infine a persuadere la maggioranza dei vertici militari venezuelani, che avevano necessità di trovare almeno un capo nominale, a richiamare Bolivar al suo posto di comandante in capo; la condizione era che convocasse un Congresso e non intervenisse nell’amministrazione civile. Il 31 dicembre 1816 arrivò a Barcelona con le armi, le munizioni e le varie forniture militari offertegli da Pétion. Raggiunto da Arismendi il 2 gennaio 1817, il giorno 4 proclamò la legge marziale e la riunione di tutti i poteri nelle sue mani; ma cinque giorni dopo, quando Arismendi fu oggetto di un’imboscata tesagli dagli spagnoli, il dittatore fuggì a Barcelona. Le truppe si raccolsero in questa località, dove anche Brion gli inviò cannoni e rinforzi che gli permisero di radunare un nuovo corpo d’afrnata di 1.100 uomini. Il 5 aprile gli spagnoli si impadronirono di Barcelona e le truppe dei patrioti si ritirarono verso la casa di carità, un edificio ai margini della città che era stato trincerato su ordine di Bolivar, ma era inadatto a proteggere da un attacco massiccio una guarnigione di mille uomini. Bolivar lasciò la postazione nella notte del 5 aprile, comunicando al colonnello Freites, al quale trasferì il comando, che si allontanava per andare in cerca di altre truppe e che sarebbe presto tornato. Fidandosi di questa promessa Freites rifiutò l’offerta di capitolazione e dopo l’assalto spagnolo fu massacrato insieme all’intera guarnigione.
Piar, un uomo di colore nativo di Curagao, pianificò e realizzò la conquista delle province della Guyana; l’ammiraglio Brion affiancò l’operazione con le sue cannoniere. Il 20 luglio gli spagnoli evacuarono completamente queste province e Piar, Brion, Zea, Marino, Arismendi e altri convocarono un Congresso provinciale ad Angostura; a capo dell’esecutivo fu posto un triumvirato nel quale Brion, che odiava Piar ed era inoltre profondamente interessato al successo di Bolivar, avendovi investito la propria cospicua fortuna personale, riuscì a far entrare quest’ultimo nonostante la sua assenza. Apprese queste notizie, Bolivar lasciò il suo rifugio per Angostura dove, incoraggiato da Brion, sciolse il Congresso e il triumvirato e li sostituì con un «consiglio supremo della nazione» con se stesso presidente e con Brion e Antonio Francisco Zea capi, rispettivamente, degli affari militari e degli affari politici. Comunque, Piar, il conquistatore della Guyana, che in passato aveva minacciato di portarlo di fronte alla corte marziale per diserzione, non risparmiò il suo sarcasmo contro «il Napoleone della ritirata» e di conseguenza Bolivar accettò un piano per disfarsi di lui. Con la falsa accusa di aver cospirato contro i bianchi, complottato contro la vita di Bolivar e aspirato al potere supremo, Piar fu trascinato davanti a un consiglio di guerra presieduto da Brion, fu imprigionato, condannato a morte e fucilato il 16 ottobre 1817. La sua morte terrorizzò Marino. Pienamente consapevole della propria inconsistenza una volta separato da Piar, egli scrisse una lettera abominevole nella quale calunniava pubblicamente l’amico assassinato, condannava il proprio tentativo di rivaleggiare con il liberatore e si appellava all’inesauribile magnanimità di Bolivar.
La conquista della Guyana da parte di Piar aveva completamente mutato la situazione in favore dei patrioti; questa provincia da sola forniva loro più risorse delle altre sette province del Venezuela messe insieme. C’era quindi la generale aspettativa che la campagna annunciata da Bolivar tramite un nuovo proclama [80] avrebbe decretato l’espulsione definitiva degli spagnoli. Questo primo proclama, che descriveva la ritirata da Calabozo di alcune esigue bande di spagnoli in cerca di vettovagliamento come una «fuga precipitosa delle armate nemiche di fronte alle nostre truppe vittoriose» non era certamente concepito per smorzare tali speranze. Contro circa 4.000 spagnoli, di cui Mortilo non aveva ancora realizzato il ricongiungimento, Bolivar disponeva di oltre 9.000 uomini ben armati, ben equipaggiati e ampiamente forniti di tutto ciò che era necessario alla guerra. Ciò nonostante, verso la fine di maggio del 1818 egli aveva perso una dozzina di battaglie e tutte le province a nord dell’Orinoco. Bolivar, infatti, disperdeva le sue forze numericamente superiori, le quali venivano sempre sconfitte separatamente. Lasciata la direzione della guerra a Paez e agli altri suoi subalterni, si ritirò allora ad Angostura. Le defezioni si moltipllcarono e tutto sembrò precipitare verso la rovina totale. In questo momento estremamente critico una nuova combinazione di eventi fortunati ribaltò ancora una volta la situazione. Ad Angostura Bolivar incontrò Santander, un nativo della Nuova Granada che lo supplicò di concedergli i mezzi per invadere quel territorio, visto che la popolazione era pronta a scatenare un’insurrezione generale contro gli spagnoli. Bolivar diede un certo seguito a questa richiesta, tanto che affluirono dall’Inghilterra imponenti soccorsi in uomini, imbarcazioni e materiali militari, e accorsero ad Angostura ufficiali inglesi, francesi, tedeschi e polacchi. Infine entrò in scena il dottor German Roscio, il quale, costernato per le declinanti fortune della rivoluzione sudamericana, acquisì influenza sull’animo di Bolivar e lo convinse a convocare, il 15 febbraio 1819, un Congresso nazionale; l’annuncio di questo evento fu di per sé sufficiente per radunare un nuovo esercito di 14.000 uomini che consentì a Bolivar di riprendere l’offensiva.
Il piano suggerito dagli ufficiali stranieri era il seguente: fingere l’intenzione di attaccare Caracas e di voler liberare il Venezuela dal giogo spagnolo, inducendo così Morillo a indebolire la Nuova Granada e a concentrare le sue truppe a difesa del Venezuela, mentre Bolivar, dirigendosi rapidamente verso ovest, si sarebbe unito alla guerriglia di Santander e avrebbe marciato su Bogotà. Per eseguire il piano Bolivar lasciò Angostura il 24 febbraio 1819 dopo aver nominato Zea presidente del Congresso e vicepresidente della repubblica durante la sua assenza. Grazie alle manovre di Paez, Morillo e La Torre furono sconfitti ad Achaguas e sarebbero stati annientati se Bolivar avesse ricongiunto le sue truppe a quelle di Paez e Marino. In ogni caso, le vittorie di Paez portarono all’occupazione della provincia di Barima, che apriva a Bolivar la strada per penetrare in Nuova Granada. Qui Santander aveva predisposto ogni cosa e le truppe straniere, composte principalmente da inglesi, decisero le sorti della Nuova Granada .riportando tre vittorie successive, l’i e il 23 luglio, e il 7 agosto, nella provincia di Tunja. Il 12 agosto Bolivar fece il suo ingresso trionfale a Bogotà mentre gli spagnoli, contro i quali si erano sollevate tutte le province della Nuova Granada, si barricarono nella città fortificata di Mompox.
Dopo aver installato il Congresso della Nuova Granada a Bogotà e nominato il generale Santander comandante in capo, Bolivar marciò a Pamplona, dove trascorse circa due mesi in feste e balli. Il 3 novembre arrivò a Montecai, in Venezuela, dove avev.a ordinato ai capi dei patrioti del paese di radunarsi con le loro truppe. Disponeva allora di un tesoro di circa due milioni di dollari provenienti dai contributi forzosi degli abitanti della Nuova Granada e di un’armata di circa 9.000 uomini, un terzo dei quali composto da inglesi, irlandesi, hannoveriani e altri stranieri, tutti ben disciplinati; doveva ora affrontare un nemico privo di qualsiasi risorsa, ridotto alla cifra nominale di 4.500 uomini, due terzi dei quali indigeni e pertanto del tutto inaffidabili per gli spagnoli. Morillo si era ritirato da San Fernando de Apure verso San Carlos e Bolivar lo inseguì fino a Calabozo: i quartieri generali awersari si trovavano a una distanza di soli due giorni di marcia. Se Bolivar fosse avanzato risolutamente gli spagnoli sarebbero stati distrutti dalle sole truppe europee, ma egli preferì prolungare la guerra per altri cinque anni.
Nell’ottobre del 1819 il Congresso di Angostura aveva costretto alle dimissioni Zea, il presidente scelto da Bolivar, e nominato Arismendi al suo posto. Quando ricevette questa notizia, Bolivar decise improvvisamente di dirigere la sua legione straniera verso Angostura, colse di sorpresa Arismendi, che poteva contare solo su 600 indigeni, lo esiliò sull’isola di Margarita e restituì Zea alla sua precedente dignità. Il dottor Roscio lo entusiasmò con la prospettiva di un potere centrale e lo indusse a proclamare la «Repubblica della Colombia», che comprendeva anche la Nuova Granada e il Venezuela [81], a promulgare una legge fondamentale per il nuovo Stato (redatta dallo stesso Roscio) e a permettere la costituzione di un Congresso comune alle due province. Il 20 gennaio 1820 fece ritorno a San Fernando de Apure. L’improvviso ritiro della legione straniera, che gli spagnoli temevano più che il decuplo di colombiani, aveva dato a Morillo una nuova occasione di raccogliere rinforzi, mentre la notizia di un’imponente spedizione in partenza dalla Spagna al comando di O’Donnell rialzò il morale abbattuto dell’esercito spagnolo. Nonostante disponesse di forze ampiamente superiori, nella campagna del 1820 Bolivar riuscì a non concludere nulla. Giunse intanto notizia dall’Europa che la rivoluzione nell’Isla de Leon [82] aveva posto obbligatoriamente fine alla progettata spedizione di O’Donnell. Nella Nuova Granada quindici province su ventidue avevano aderito al governo della Colombia e gli spagnoli detenevano ora solo la fortezza di Cartagena e quella dell’istmo di Panama. In Venezuela erano sei su otto le province che obbedivano alle leggi colombiane. Questa era la situazione quando Bolivar si lasciò allettare dalla proposta di negoziato offertagli da Morillo che portò, il 25 novembre 1820, a concludere a Truxillo un armistizio di sei mesi. Nell’armistizio non si accennava minimamente alla Repubblica della Colombia, sebbene il Congresso avesse formalmente vietato di concludere qualsiasi trattato con il comandante spagnolo se egli non riconosceva prima l’indipendenza della repubblica.
Il 17 dicembre Morillo, desideroso di giocare un ruolo in Spagna, si imbarcò a Puerto Cabello lasciando il comando supremo a Miguel de la Torre al quale, il io marzo 1821, Bolivar notificò per lettera che le ostilità sarebbero riprese allo scadere di trenta giorni. Gli spagnoli occupavano una posizione molto solida a Carabobo, villaggio situato circa a mezza strada tra San Carlos e Valencia; tuttavia, invece di riunire lì tutte le sue forze, La Torre vi aveva concentrato solo la prima divisione, composta da 2.500 effettivi di fanteria e circa 1.500 di cavalleria, mentre Bolivar disponeva di circa 6.000 effettivi di fanteria (tra cui 1.100 uomini della legione britannica) e di 3.000 llanervs [83] a cavallo al comando di Paez. Ma lo schieramento avversario gli sembrò così formidabile che propose al consiglio di guerra di concludere un nuovo armistizio, cosa che fu però rifiutata dai suoi subalterni. A capo di una colonna quasi interamente composta dalla legione britannica, Paez riuscì, passando per un sentiero laterale, a circondare l’ala destra del nemico; a seguito della felice esecuzione di questa manovra, La Torre fu il primo degli spagnoli a darsi alla fuga e non si fermò a prender fiato finché non giunse a Puerto Cabello dove si asserragliò con le sue truppe. Puerto Cabello si sarebbe certamente arresa se l’esercito vittorioso fosse avanzato rapidamente, ma Bolivar perse tempo a fare mostra di sé a Valencia e Caracas. Il 21 settembre 1821 la potente fortezza di Cartagena capitolò nelle mani di Santander. Gli ultimi fatti d’armi in Venezuela, lo scontro navale di Maracaibo nell’agosto del 1823 e la resa forzata di Puerto Cabello nel luglio del 1824, furono entrambi opera di Padilla. La rivoluzione dell’Isla de Leon, che impedì la partenza della spedizione di O’Donnell, e il concorso della legione britannica fecero evidentemente pendere la bilancia in favore dei colombiani.
Il Congresso colombiano inaugurò la sua sessione a Cùcuta nel gennaio del 1821, il 30 agosto promulgò una nuova Costituzione e confermò nei suoi poteri Bolivar che, ancora una volta, finse di volersi dimettere. Avendo sottoscritto la nuova Costituzione, ottenne l’autorizzazione a intraprendere la campagna di Quito (1822), provincia nella quale gli spagnoli si erano ritirati dopo essere stati cacciati dall’istmo di Panama [84] da un’insurrezione generale della popolazione. Questa campagna, che terminò con l’incorporazione di Quito, Pasto e Guayaquil nella Colombia, fu nominalmente condotta da Bolivar e dal generale Sucre, ma i pochi successi militari si dovettero interamente agli ufficiali britannici, come ad esempio il colonnello Sands. Durante le campagne del 1823-24 contro gli spagnoli nell’alto e basso Perù, Bolivar non ritenne più necessario mantenere le apparenze del comando e, lasciando ogni responsabilità militare al generale Sucre, si dedicò alle entrate trionfali, ai manifesti e alla proclamazione delle Costituzioni. Con l’aiuto della sua guardia personale colombiana influenzò il voto del Congresso di Lima che gli trasferì, il io febbraio 1823, i poteri di dittatore, mentre si assicurò la rielezione a presidente della Colombia con un’ennesima offerta di dimissioni. Nel frattempo la sua posizione si era rafforzata, vuoi per il riconoscimento formale del nuovo Stato da parte dell’Inghilterra, vuoi per la conquista delle province dell’alto Perù a opera di Sucre, il quale le riunì in una repubblica indipendente denominata Bolivia. In questo paese, dove le baionette di Sucre dominavano, Bolivar diede libero corso alla sua tendenza al potere arbitrario introducendo il “codice boliviano”, imitazione del Code Napoléon. Il suo progetto era di esportare quel codice dalla Bolivia al Perù e dal Perù alla Colombia, di tenere sotto controllo i primi due Stati con le truppe colombiane e il terzo avvalendosi della legione straniera e di soldati peruviani. Con la forza e con l’intrigo riuscì effettivamente, almeno per qualche settimana, a imporre il suo codice al Perù. Presidente e liberatore della Colombia, protettore e dittatore del Perù, padrino della Bolivia, aveva raggiunto l’apogeo della sua gloria. Ma in Colombia era sorto un grave conflitto tra i centralisti, o bolivaristi, e i federalisti; sotto questo nome si erano alleati i nemici dell’anarchia militare e gli awersari di Bolivar all’interno dell’esercito. Dietro sua istigazione il Congresso colombiano aveva emesso un atto d’accusa contro Paez, vicepresidente del Venezuela, il quale reagì con un’aperta rivolta segretamente sostenuta e alimentata dallo stesso Bolivar; quest’ultimo si augurava infatti che lo scoppio di insurrezioni gli fornisse il pretesto per abolire la Costituzione e riassumere la dittatura. Al suo ritorno dal Perù guidava, oltre alla sua guardia personale, 1.800 peruviani che dichiarò di voler condurre contro i ribelli federalisti. Ma a Puerto Cabello, dove incontrò Paez, non solo lo confermò al suo posto di comando in Venezuela ed emise un proclama di amnistia per tutti i ribelli, ma prese apertamente le loro parti e si scagliò contro gli amici della Costituzione; e con il decreto di Bogotà del 23 novembre 1826 assunse i poteri dittatoriali.
Nel 1826, anno che segnò l’inizio del declino del suo potere, Bolivar riunì un Congresso a Panama, ufficialmente allo scopo di stabilire un nuovo codice internazionale democratico. Delegati plenipotenziari giunsero dalla Colombia, dal Brasile, da La Piata, dalla Bolivia, dal Messico, dal Guatemala, ecc. In realtà, ciò a cui mirava era la trasformazione di tutta l’America del Sud in un’unica repubblica federativa sottomessa alla sua dittatura. Mentre lasciava così libero sfogo al sogno di associare mezzo mondo al suo nome, il potere reale gli sfuggiva rapidamente dalle mani. Le truppe colombiane in Perù, informate dei passi intrapresi da Bolivar per introdurre il codice boliviano, scatenarono una violenta insurrezione. EN-US’>I peruviani dessero presidente della loro repubblica il generale Lamar, aiutarono i boliviani a cacciare le truppe colombiane e ingaggiarono una guerra vittoriosa contro la Colombia che si concluse con un trattato che riportava quest’ultima ai suoi vecchi confini, sanciva la parità tra i due paesi e separava i loro debiti pubblici [85]. Il Congresso di Ocafìa, convocato da Bolivar al fine di modificare la Costituzione in favore del suo potere assoluto, fu aperto il 2 marzo 1828 da un indirizzo inaugurale estremamente elaborato che insisteva sulla necessità di assegnare nuove prerogative all’esecutivo. Tuttavia, quando fu evidente che il progetto di modifica della Costituzione sarebbe uscito dal Congresso in una forma molto diversa da quella originale, gli amici di Bolivar abbandonarono l’aula; di conseguenza all’assemblea venne a mancare il quorum ed essa fu costretta a porre fine alla propria attività. Da una residenza di campagna a qualche chilometro da Ocana, dove si era ritirato, Bolivar pubblicò un nuovo manifesto in cui si fingeva indignato per l’atteggiamento dei suoi stessi amici, ma allo stesso tempo attaccava il Congresso, si appellava alle province affinchè ricorressero a misure straordinarie e si dichiarava pronto a sopportare qualsiasi fardello di comando gli venisse assegnato. Sotto la minaccia delle sue baionette una serie di assemblee popolari riunite a Caracas, Cartagena e Bogotà (dove era intanto riparato) lo investì nuovamente del potere dittatoriale. Un mancato tentativo di assassinarlo a Bogotà nella sua stanza da letto, al quale sfuggì saltando dal balcone nell’oscurità e rimanendo nascosto sotto un ponte, gli fornì il pretesto per esercitare per qualche tempo una sorta di terrorismo militare. Comunque, non si vendicò contro Santander, che pure aveva partecipato al complotto, bensì condannò a morte il generale Padilla, la cui colpevolezza non fu provata, ma che, in quanto uomo di colore, non potè difendersi.
Nel 1829 una violenta lotta tra fazioni turbò la repubblica; in un nuovo appello [86] Bolivar invitò i cittadini a esprimere apertamente i loro desideri riguardo alle modifiche da apportare alla Costituzione. Un’assemblea di notabili di Caracas rispose denunciando la sua ambizione, mettendo a nudo la debolezza della sua amministrazione, dichiarando la separazione del Venezuela dalla Colombia e ponendo Paez a capo di questa repubblica. Il Senato colombiano sostenne Bolivar, ma altre insurrezioni scoppiarono in diverse località. Dopo essersi dimesso per la quinta volta nel gennaio del 1830, Bolivar accettò nuovamente la presidenza e lasciò Bogotà per muovere guerra contro Paez in nome del Congresso colombiano. Verso la fine di marzo del 1830 avanzò a capo di 8.000 uomini, prese Caracuta che si era ribellata e quindi piegò in direzione della provincia di Maracaibo, dove Paez, attestato su solide posizioni, lo attendeva con 12.000 uomini. Appena si rese conto che Paez intendeva combattere seriamente, il coraggio gli venne meno. Per un attimo pensò perfino di arrendersi a Paez e di dichiararsi nemico del Congresso; ma l’influenza dei suoi sostenitori in seno al Congresso era ormai svanita e Bolivar fu costretto a offrire le sue dimissioni: fu quindi informato che questa volta avrebbe dovuto attenersi a questa decisione e che gli sarebbe stata accordata una pensione annuale a patto che espatriasse. Di conseguenza, il 27 aprile 1830, egli inviò al Congresso le sue dimissioni. Tuttavia, nella speranza di riguadagnare il potere grazie all’opera dei suoi partigiani e a una reazione scatenata contro il nuovo presidente colombiano Joaquim Mosquera, effettuò la sua partenza da Bogotà con estrema lentezza, e con una serie di pretesti riuscì a prolungare il suo soggiorno a San Pedro fino alla fine del 1830, quando improvvisamente morì.
Quella che segue è la descrizione che di lui ha fornito Ducoudray Holstein: «Simón Bolivar è alto 5 piedi e 4 pollici, il suo viso è lungo, le sue guance sono scavate, la carnagione è olivastra; gli occhi sono di grandezza media e molto infossati nelle orbite, la capigliatura è rada. I baffi gli conferiscono un aspetto cupo e selvaggio, in particolare quando è in collera. Tutto il suo corpo è magro e sottile. Ha l’aspetto di un uomo di 65 anni. Quando cammina le sue braccia sono in continuo movimento. Non può camminare a lungo perché si affatica presto. Ama stare seduto o sdraiato sulla sua branda. Si abbandona ad accessi d’ira e d’un tratto diventa come folle, si getta sulla branda e lancia maledizioni e imprecazioni contro tutti quelli che lo circondano. Spesso si lascia andare al sarcasmo verso persone assenti, legge solo letteratura leggera francese, è un audace cavallerizzo e nutre una grande predilezione per il valzer. Si ascolta volentieri parlare e fare brindisi. Di fronte alle avversità, quando è privo di aiuto esterno, si libera completamente di ogni passione e di scatti d’umore. Diventa allora mite, paziente, docile e perfino remissivo. Nasconde ampiamente i suoi difetti sotto il garbo dell’uomo educato nel cosiddetto beau monde, possiede un talento quasi asiatico per la dissimulazione e una capacità di comprendere il genere umano superiore alla maggior parte dei suoi compatrioti.»
Per decreto del Congresso della Nuova Granada i suoi resti furono trasportati nel 1842 a Caracas, dove fu eretto un monumento in suo onore.
Si vedano: Histoìre de Bolivar, par le Gén. Ducoudray Holstein; continuée jusqu’a sa mori par Alphonse Vtolkt (Parigi, 1831), Memoirs of Gen. John Miller (al servizio della Repubblica del Perù); Account of bis Joumey to thè Orinoco, del colonnello Hìppisley [87].
Karl Marx
Scritto tra dicembre 1857 e l’8 gennaio 1858
Pubblicato in The New American Cyclopœdia, voi III, 1858 [88]
BOSQUET
Bosquet, Marie Joseph, maresciallo di Francia, nato nel 1810 a Pau, dipartimento dei Bassi Pirenei. Frequentò dal 1829 la scuola politecnica di Parigi e dal 1831 la scuola militare di Metz; divenne tenente d’artiglieria nel 1833 e con questo grado partì nel 1834 per l’Algeria con il decimo reggimento artiglieri. Qui, con un piccolo distaccamento francese, gli accadde una volta di trovarsi in condizioni molto critiche: l’ufficiale comandante non riusciva a trovare il modo di disimpegnare le sue truppe e allora il giovane Bosquet si fece avanti proponendo un piano che portò alla totale sconfitta del nemico. Fu nominato tenente nel 1836, capitano nel 1839, maggiore nel 1842, tenente colonnello nel 1845, quindi colonnello e subito dopo, sotto gli auspici del governo repubblicano, generale di brigata nel 1848. Durante la campagna di Kabilia, nel 1851 [89], fu ferito mentre dirigeva la sua brigata all’assalto della gola di Monagal. La sua promozione al grado di generale di divisione fu dilazionata a causa delle sue riserve nei confronti di Luigi Napoleone, ma quando fu deciso l’invio di truppe per la guerra in Turchia [90] ottenne il comando della seconda divisione.
Alla battaglia dell’Alma eseguì la manovra di attacco con cui l’ala destra francese aggirò la sinistra russa con una velocità e un’energia lodate dagli stessi russi; riuscì perfino a trasportare la sua artiglieria fin sull’altura inerpicandosi su pareti prive di sentieri e apparentemente impraticabili. Occorre aggiungere, tuttavia, che in questa occasione disponeva di forze numericamente molto superiori a quelle del nemico. A Balaklava intervenne rapidamente per disimpegnare l’ala destra inglese in modo che il resto della cavalleria leggera inglese potesse ritirarsi sotto la copertura delle sue truppe e i russi fossero obbligati a bloccare il loro inseguimento [91]. A Inkermann [92] era già pronto di primo mattino ad appoggiare gli inglesi con tre battaglioni e due batterie. La sua offerta fu declinata, e allora si schierò tra le riserve, sulla retroguardia dell’ala destra inglese, con tre brigate francesi; con due di esse, alle 11 del mattino, avanzò sulla linea del fronte costringendo i russi a ripiegare. In mancanza di questo soccorso gli inglesi sarebbero stati completamente distrutti giacché avevano impegnato tutte le loro truppe e non avevano più riserve cui attingere, mentre i russi disponevano di 16 battaglioni ancora da schierare. A capo del corpo incaricato di prestare copertura alle forze alleate sul pendio del Cernaia, Bosquet si distinse per la rapidità, la vigilanza e l’attività incessante. Partecipò all’assalto del Malakhov [93] e in seguito a tale evento fu nominato maresciallo e, nel 1856, senatore.
Karl Marx e Friedrich Engels
Scritto tra il 15 e il 29 settembre 1857
Pubblicato in The New American Cyclopadia, vol. III, 1858
BOURRIENNE

Bourrienne, Louis Antoine Fauvelet de, segretario personale di Napoleone, nato a Sens il 9 luglio 1769, morto nei pressi di Caen il 7 febbraio 1834. Entrato nel 1778 alla scuola militare di Brienne, vi rimase per circa sei anni e fu compagno di studi di Napoleone. Dal 1789 al 1792 fu addetto all’ambasciata francese a Vienna, studiò diritto internazionale e lingue nordiche a Lipsia, e soggiornò alla corte di Poniatowski a Varsavia. Al suo ritorno a Parigi rinnovò l’amicizia con Napoleone, il quale era all’epoca un povero ufficiale senza relazioni; ma la svolta decisiva avvenuta nel movimento rivoluzionario dopo il 20 giugno 1792 [94] riportò Bourrienne in Germania. Nel 1795 tornò nuovamente a Parigi, dove rincontrò Napoleone che, comunque, lo trattò con freddezza; verso la fine del 1796 Bourrienne si rivolse ancora a lui, fu convocato al suo quartier-generale e nominato immediatamente suo segretario personale. Dopo la seconda campagna d’Italia, Bourrienne divenne consigliere di Stato, ricevette un alloggio alle Tuileries e fu accolto nella cerchia familiare del primo console. Nel 1802, con un passivo di tre milioni, falli la ditta Coulon, appaltatrice dell’esercito, di cui Bourrienne era segretamente divenuto socio e alla quale aveva procurato un lucroso affare di forniture per l’intera cavalleria; il direttore della ditta sparì e Bourrienne fu esiliato ad Amburgo. Nel 1806 fu qui incaricato di sorvegliare la rigorosa esecuzione del sistema continentale deciso da Napoleone. Accusato di peculato dal senato di Amburgo, dal quale aveva ottenuto due milioni di franchi, ma anche dall’imperatore Alessandro, al cui parente, il duca di Meclemburgo, Bourrienne aveva estorto del denaro, la sua condotta fu sottoposta a indagine da parte di una commissione inviata da Napoleone, la quale gli ingiunse di restituire al tesoro imperiale un milione di franchi.
Così, rovinato e in disgrazia, visse a Parigi fino alla caduta di Napoleone nel 1814; uscì allora dall’ombra, si fece rimborsare il suo milione dal governo provvisorio francese, fu nominato ministro delle poste in tale governo e poi deposto da Luigi XVIII, il quale, alle prime notizie del ritorno di Napoleone dall’Elba, gli assegnò successivamente l’ufficio di prefetto della polizia di Parigi, carica che Bourrienne mantenne per otto giorni. Poiché, nel decreto promulgato a Lione il 13 marzo, Napoleone lo aveva escluso dall’amnistia generale, egli seguì Luigi XVIII in Belgio; fu quindi inviato ad Amburgo e, al suo ritorno a Parigi, nominato consigliere di Stato e poi ministro. Difficoltà finanziarie lo costrinsero nel 1828 a cercare rifugio in Belgio, presso la tenuta della duchessa di Brancas a Fontaine l’Evèque, non lontano da Charleroi. Qui, con l’aiuto del signor de Villemarest e altri assistenti, redasse le sue Memorie (io volumi in ottavo) che, pubblicate a Parigi nel 1829, suscitarono grande scalpore. Morì in manicomio.
Karl Marx
Scritto nel mese di settembre (non dopo il 22) del 1857
Pubblicato in The New American Cycbpctdia, vol. III, 1858

BROWN

Brown, Sir George, generale britannico, nato nell’agosto del 1790 a Linkwood, presso Elgin, in Scozia. Entrò nell’esercito il 23 gennaio 1806 come alfiere del 43° reggimento appiedato e, come sottotenente dello stesso reggimento, fu presente al bombardamento di Copenhagen [95], combattè nella guerra peninsulare dal suo inizio nel 1808 alla sua conclusione nel 1814; fu gravemente ferito alla battaglia di Talavera (1809) e guidò una pericolosa missione durante l’assalto a Badajoz (1812). Fu nominato capitano dell’85° reggimento il 20 giugno 1811; nel settembre del 1814 prese parte come tenente-colonnello alla spedizione negli Stati Uniti comandata dal general-maggiore Ross, fu alla battaglia di Bladensburg e alla presa di Washington [96]. Venne nominato comandante di un battaglione della brigata fucilieri il 6 febbraio 1824; colonnello il 6 maggio 1831; general-maggiore il 23 novembre 1841; vice aiutante generale nel 1842; aiutante generale deFesercito nell’aprile del 1850; luogotenente generale nel 1851. Durante la campagna di Crimea guidò la divisione leggera inglese alla battaglia dell’Alma e a quella di Inker-mann, e assunse il comando in capo della colonna d’assalto nel primo sfortunato attacco contro il Redan [97]. Tra gli eserciti alleati si distinse come ufficiale molto rigido; tuttavia, grazie al valore personale e alla totale imparzialità con cui richiamava i giovani ufficiali provenienti dall’aristocrazia a tutti i doveri della disciplina da campo, acquistò grande popolarità tra la massa dei soldati. Nel 1855 fu insignito del titolo di cavaliere comandante dell’Ordine del Bagno e il 4 aprile del 1856 apparve citato sulla gazzetta ufficiale come «generale dell’esercito distintosi per il servizio svolto con onore sul campo».
Karl Marx
Scritto tra il 21 settembre e il 15 ottobre 1857
Pubblicato in The New American Cyclopœdia, vol. III, 1858
BRUNE

Brune, Guillaume Marie Anne, maresciallo dell’impero francese, nato a Brive-la-Gaillarde il 13 marzo 1763, morto ad Avignone il 2 agosto 1815. Il padre lo mandò a Parigi a studiare legge, ma dopo aver lasciato l’università fu costretto da difficoltà finanziarie a lavorare come stampatore. Nel periodo iniziale della rivoluzione pubblicò, insieme a Gauthier e a Jourgniac de St. Méard, A Journal generai de la Cour et de la Ville. Ben presto aderì al partito della rivoluzione, si arruolò nella guardia nazionale e divenne un acceso membro del club dei cordeliers [98]. L’aspetto imponente, l’aria marziale e lo sfrenato patriottismo ne fecero uno dei capi militari popolari alla dimostrazione del 1791 al Campo di Marte che fu repressa dalle guardie nazionali di La Favette [99]. Dopo la sua incarcerazione si diffuse la voce che i sostenitori della monarchia avessero cercato di liberarsi di lui con mezzi odiosi e allora fu Danton a intervenire personalmente per ottenere la sua liberazione. Alla protezione di quest’ultimo, di cui divenne uno dei più ardenti sostenitori, Brune dovette la carica militare che ricoprì durante le famose giornate del settembre 1792 [100], nonché la rapida promozione a colonnello e aiutante maggiore il 12 ottobre 1792. Servì poi in Belgio agli ordini di Dumouriez; fu inviato contro i federalisti del Calvados che avanzavano verso Parigi al comando del generale Pui-saye e li sconfisse agevolmente. Successivamente nominato generale di brigata, partecipò alla battaglia di Hondschoote (1793). Il Comitato di salute pubblica gli affidò la missione di stroncare i movimenti insurrezionali nella Gironda, compito che egli eseguì con il massimo rigore.
Al momento dell’arresto di Danton ci si poteva attendere che corresse in soccorso del suo amico e protettore, ma dopo essersi tenuto prudentemente in disparte durante i primi momenti di pericolo, riuscì ad attraversare indenne il regno del Terrore. Dopo il 9 Termidoro si unì nuovamente agli allora vittoriosi dantonisti e seguì Fréron a Marsiglia e Avignone. Il 13 Vendemmiaio (5 ottobre 1795) fu tra i generali subalterni di Bonaparte nell’azione contro le sezioni di Parigi in rivolta [101]. Dopo aver prestato la sua assistenza al Direttorio nella repressione della cospirazione del campo di Grenelle (9 settembre 1796) [102], Brune entrò nella divisione di Masséna dell’armata d’Italia e si distinse in tutta la campagna per il suo ardimento. Bonaparte, desiderando ingraziarsi i capi dei cordeliers, attribuì parte del successo ottenuto a Rivoli (1797) all’impegno di Brune, lo nominò sul campo generale di divisione e convinse il Direttorio ad affidargli il comando della seconda divisione dell’armata d’Italia che era rimasto vacante a causa della partenza di Augereau per Parigi.
Dopo la pace di Campoformio il Direttorio lo incaricò di convincere gli svizzeri che non avevano nulla da temere, quindi di insinuare spaccature tra i loro consigli e infine, quando un esercito era stato ormai approntato allo scopo, di irrompere nel cantone di Berna e di impadronirsi del loro tesoro pubblico; e in quell’occasione Brune dimenticò di redigere l’inventario del saccheggio. Sempre con manovre sotterranee di carattere diplomatico piuttosto che militare forzò il re di Sardegna Carlo Emanuele, ufficialmente alleato dei francesi, a consegnare nelle sue mani la cittadella di Torino (3 luglio 1798). La campagna batava [103], che durò circa due mesi, fu il grande evento della vita militare di Brune. In questa campagna egli sconfisse le forze inglesi e russe unite sotto il comando del duca di York, il quale capitolò promettendo la restituzione di tutti i prigionieri francesi catturati dagli inglesi dall’inizio della guerra antigiacobina. Dopo il coup d’Etat del 18 Brumaio, Bonaparte nominò Brune membro del nuovo Consiglio di Stato e lo inviò quindi contro i realisti in Bretagna.
Nuovamente con l’armata d’Italia nel 1800, Brune occupò tre accampamenti trincerati nemici sul Volta, spinse gli avversari oltre il fiume e si apprestò ad attraversarlo immediatamente. Secondo le istruzioni che aveva impartito, le truppe dovevano effettuare l’attraversamento in due punti: l’ala destra al comando del generale Dupont tra un mulino sul Volta e il villaggio di Pozzolo, l’ala sinistra comandata dallo stesso Brune a Monbazon [Monzambano]. Questa seconda parte delle operazioni incontrò delle difficoltà e Brune diede ordine di ritardare di 24 ore la sua esecuzione sebbene l’ala destra, che aveva iniziato l’attraversamento nell’altro punto, fosse già impegnata in combattimento contro forze austriache di gran lunga superiori. Fu solo grazie all’impegno del generale Dupont che l’ala destra non venne distrutta o cattu- rata, mettendo in serio pericolo il successo dell’intera campagna. A seguito di questo errore Brune fu richiamato a Parigi.
Dal 1802 al 1804 svolse mediocremente l’incarico di ambasciatore a Costantinopoli, dove il suo talento diplomatico non poggiava, come in Svizzera e in Piemonte, sul potere delle baionette. Quando fece ritorno a Parigi, nel dicembre 1804, Napoleone lo nominò maresciallo preferendolo a generali del calibro di Lecourbe. Per un certo periodo comandò il campo di Boulogne [104] e nel 1807 fu inviato ad Amburgo come governatore delle città anseatiche e comandante della riserva della Grande Armata. In tale veste assecondò energicamente i peculati di Bourrienne. Allo scopo di definire alcuni punti contestati di una tregua conclusa a Schlatkow con la Svezia, ebbe un lungo colloquio personale con il re Gustavo che di fatto gli propose di tradire il suo signore. Il modo in cui rifiutò l’offerta destò i sospetti di Napoleone, il quale si irritò profondamente quando Brune, dovendo stendere una convenzione riguardante la resa ai francesi dell’isola di Rùgen, citò semplicemente l’esercito francese e quello svedese come parti contraenti, senza alludere minimamente alla «sua maestà reale e imperiale [105]». Brune fu immediatamente richiamato con una lettera di Berthier in cui quest’ultimo, su espresso ordine di Napoleone, affermava che «uno scandalo del genere non si era mai visto dai tempi di Faramondo [106]».
Al suo ritorno in Francia si ritirò a vita privata. Nel 1814 diede la sua adesione agli atti promulgati dal senato [107]e ricevette da Luigi XVIII la croce di San Luigi. Durante i Cento Giorni divenne nuovamente bonapartista e gli fu assegnato il comando di un corpo di ricognizione sul Var, dove dimostrò contro i realisti lo stesso brutale vigore della sua epoca giacobina. Dopo la battaglia di Waterloo acclamò il ritorno della monarchia. Partito da Tolone verso Parigi, arrivò ad Avignone il 2 agosto, con la città che già da 15 giorni era condannata a subire la carneficina e gli incendi da parte della folla realista. Qualcuno lo riconobbe e lo uccise, la folla si impossessò del suo cadavere, lo trascinò per le strade e infine lo gettò nel Rodano. «Brune, Masséna, Augereau e molti altri», disse Napoleone a Sant’Elena, «furono intrepidi predoni [108].»
Riguardo al suo talento militare, egli osservò: «Brune non era privo di meriti, ma, nel complesso, era più un generai de tribune che un terribile guerriero [109]. »
Un monumento fu eretto in suo onore nel 1841 nella sua città natale.
Karl Marx
Scritto probabilmente tra il 27 novembre 1857 e P8 gennaio 1858
Pubblicato in The New American Cyclopœdia, vol. IV, 1859
BUGEAUD

Bugeaud de la Piconnerie, Thomas Robert, duca d’Isly, maresciallo di Francia, nato a Limoges nell’ottobre del 1784, morto a Parigi il io giugno 1849. Entrò nell’esercito francese come soldato semplice nel 1804, divenne caporale durante la campagna del 1805, servì come sottotenente nella campagna di Prussia e Polonia (1806-07), partecipò col grado di maggiore agli assedi di Lerida, Tortosa e Tarragona, fu promosso tenente-colonnello a seguito della battaglia di Ordal, in Catalogna [110]. Dopo il primo ritorno dei Borbone, il colonnello Bugeaud celebrò il giglio bianco [111] in una serie di versi zoppicanti, ma poiché le sue estrinsecazioni poetiche furono accolte con sussiegosa noncuranza decise di riabbracciare durante i Cento Giorni il partito di Napoleone, il quale lo inviò presso l’armata delle Alpi a capo del 14° reggimento di linea. Al secondo ritorno dei Borbone si ritirò a Excideuil, nella tenuta del padre. Al momento dell’invasione della Spagna a opera del duca di Angoulème [112], offrì la sua spada ai Borbone, ma poiché questi rifiutarono l’offerta, divenne liberale e si unì al movimento che portò alla rivoluzione del 1830.
Fu membro della Camera dei deputati nel 1831 e Luigi Filippo gli conferì il grado di general-maggiore. Nominato governatore della cittadella di Blaye nel 1833, ebbe in consegna la duchessa di Berry, ma non si fece onore per il modo in cui svolse il suo incarico e divenne in seguito noto con l’appellativo di “ex carceriere di Blaye”. Durante il dibattito tenutosi alla Camera dei deputati il 25 gennaio 1834, mentre Larabit criticava la dittatura militare di Soult, Bugeaud lo interruppe dicendo: «L’obbedienza è il primo dovere di un soldato »; un altro deputato, Dulong, chiese allora in modo pungente: «E che dire se ci viene ordinato di fare i carcerieri?». L’incidente causò un duello tra Bugeaud e Dulong nel quale quest’ultimo rimase ucciso. La conseguente esasperazione dei parigini fu ulteriormente accresciuta dalla partecipazione di Bugeaud alla repressione dell’insurrezione di Parigi, il 13 e 14 aprile 1834 [113]. Le forze incaricate di soffocare l’insurrezione erano state divise in tre brigate, una delle quali al comando di Bugeaud. Nella me Transnonain un pugno di entusiasti che resistevano su una barricata il mattino del 14, ossia quando la parte più grave degli eventi era ormai terminata, fu crudelmente massacrato da forze numericamente soverchianti. Anche se il luogo era al di fuori della circoscrizione assegnata alla brigata di Bugeaud ed egli non aveva preso parte alla carneficina, l’odio della popolazione fissò per sempre il suo nome a questo fatto e, nonostante tutte le smentite, continuò a marchiarlo come “l’uomo della rue Tmnsnonairi.
II generale Bugeaud partì il 6 giugno 1836 per l’Algeria, dove gli fu assegnato un comando nella provincia di Orano pressoché indipendente dal governatore generale. Ricevuto l’ordine di combattere Abd el-Kader e di convincerlo alla resa schierando un imponente esercito, egli concluse il trattato di Tafna [114] lasciando sfuggire ogni opportunità di operazioni militari e ponendo le sue truppe in una situazione critica ancor prima di iniziare ad agire. Precedentemente al trattato Bugeaud aveva combattuto diverse battaglie. Ma una clausola segreta e nemmeno scritta prevedeva che al generale Bugeaud fossero corrisposti 30.000 boojoo (circa 12.000 dollari). Richiamato in Francia fu promosso luogotenente generale e nominato grand’ufficiale della legion d’onore. Quando trapelò la notizia della clausola segreta del trattato di Tafna, Luigi Filippo lo autorizzò a spendere il denaro per la costruzione di strade pubbliche, in modo da aumentare la sua popolarità tra gli elettori e assicurargli il seggio alla Camera dei deputati [115].
All’inizio del 1841 Bugeaud fu nominato governatore generale dell’Algeria e sotto la sua amministrazione la politica francese nel paese mutò radicalmente. Fu il primo governatore generale a disporre sotto il proprio comando di un esercito all’altezza dei suoi compiti, a esercitare un’autorità assoluta sui generali comandanti in seconda e a ricoprire il suo ruolo per un tempo sufficientemente lungo a operare secondo un piano che richiedeva anni per essere realizzato. Il successo nella battaglia di Isly (14 agosto 1844), nella quale Bugeaud sconfisse l’esercito dell’imperatore del Marocco con forze di gran lunga inferiori, fu determinato dalla sorpresa con cui il generale francese colse i musulmani, senza che vi fosse stata una formale dichiarazione dì guerra e nel momento in cui stava per essere concluso un negoziato [116]. Già elevato alla dignità di maresciallo di Francia il 17 luglio 1843, Bugeaud fu ora insignito del titolo di duca d’Isly. Poiché Abd el-Kader aveva radunato un nuovo esercito dopo il rientro di Bugeaud in Francia, quest’ultimo fu rinviato in Algeria dove schiacciò rapidamente la rivolta araba. A causa delle divergenze tra lui e Guizot a seguito della spedizione di Kabylia che aveva intrapreso contro gli ordini ministeriali [117], fu sostituito dal duca di Aumale e, secondo l’espressione dello stesso Guizot, «gli fu permesso di tornare e di godersi la sua gloria in Francia [118]».
Nella notte tra il 23 e il 24 febbraio 1848, su segreto avviso di Guizot, fu chiamato alla presenza di Luigi Filippo che gli conferì il comando supremo di tutte le forze armate, di quelle di linea così come della guardia nazionale. A mezzogiorno del 24, seguito dai generali Rulhières, Bedeau, Lamoricière, De Salles, Saint-Arnaud e altri, si diresse allo stato maggiore alle Tuileries dove il duca di Nemours lo investì solennemente del comando supremo. Agli ufficiali presenti Bugeaud ricordò che colui che li avrebbe guidati contro i rivoluzionari parigini «non era mai stato sconfitto, né sul campo di battaglia né durante un’insurrezione» e ancora una volta promise di fare piazza pulita della «plebaglia ribelle». Nel frattempo, la notizia della sua promozione contribuì a imprimere alla situazione una svolta decisiva. La guardia nazionale, furiosa per la nomina di Bugeaud a comandante supremo, esplose nel grido «Abbasso Bugeaud!», «Abbasso l’uomo di rue Transnonair», e dichiarò esplicitamente che non avrebbe obbedito ai suoi ordini. Spaventato da questa dimostrazione Luigi Filippo ritirò le sue deliberazioni e trascorse il 24 febbraio in vani tentativi di negoziato. Lo stesso giorno, isolato all’interno del consiglio di Luigi Filippo, Bugeaud insistette ancora sulla necessità di combattere strenuamente, ma il re già intravedeva nel sacrificio del maresciallo il mezzo per rappacificarsi con la guardia nazionale. Di conseguenza il comando supremo fu affidato ad altre mani e Bugeaud allontanato. Due giorni dopo egli offrì inutilmente i suoi servizi al governo provvisorio.
Una volta divenuto presidente, Luigi Napoleone assegnò a Bugeaud il comando in capo dell’armata delle Alpi; egli fu inoltre eletto all’Assemblea Nazionale come rappresentante del dipartimento della Charente-Inférieure.
Bugeaud pubblicò diversi scritti che trattano soprattutto dell’Algeria [119]. Nell’agosto del 1852 fu eretto un monumento in suo onore ad Algeri e un altro nella sua città natale.
Karl Marx
Scritto nel mese di novembre (non dopo il 27) del 1857
Pubblicato in The New American Cyclopœdia, vol. IV, 1859
BULOW
Bùlow, Friedrich Wilhelm, conte von Dennewitz, generale prussiano, nato il 16 febbraio 1755, morto il 25 febbraio 1816. Combattè contro i francesi nei primi anni delle guerre europee di Napoleone. Nel 1808 fu nominato generale di brigata. Nel 1813 fu insignito del titolo nobiliare per le vittorie riportate a Mòckern, Luckau, Grossbeeren e Dennewitz. Successivamente si distinse in Westfalia, Olanda e Belgio, contribuendo sostanzialmente (come riconobbe calorosamente anche Wellington) [120] all’epilogo vittorioso della battaglia di Waterloo, nella quale comandò la quarta divisione dell’esercito alleato.
Karl Marx
Scritto alla fine di marzo del 1858
Pubblicato in The New American Cyclopœdia, voi. IV, 1859
COEHORN

Coehorn, o Cohorn, Menno von, barone, generale olandese e ingegnere, nato in Frisia nel 1641, morto a L’Aia il 17 maggio 1704. All’età di 16 anni ricevette i gradi di capitano, si distinse all’assedio di Maastricht e successivamente nelle battaglie di Seneffe, Cassel, Saint Denis e Fleurus [121]. Nei periodi di intervallo tra un servizio attivo e l’altro dedicò gran parte delle sue energie allo studio della tecnica di fortificazione, pensando di ristabilire quella parità tra assedianti e assediati che il nuovo sistema inventato dal suo contemporaneo Vauban aveva decisamente sbilanciato in favore dei secondi. Già in età relativamente giovane Coehorn si era guadagnato la fama di abile geniere e, quando ebbe raggiunto la mezza età, fu celebrato nell’esercito olandese come il miglior ufficiale di quella specialità. Il principe di Orange gli aveva promesso una promozione a colonnello, ma poiché tardava ad assolvere tale impegno, Coehorn si dimise sdegnosamente progettando di offrire i suoi servigi ai francesi. La moglie e gli otto figli furono allora arrestati per ordine del principe e tenuti in ostaggio per assicurarsi il suo ritorno, cosa che avvenne immediatamente; a quel punto egli ricevette la promozione promessa e fu successivamente nominato generale d’artiglieria, direttore generale delle fortificazioni e governatore delle Fiandre.
Per tutta la vita Coehorn lavorò alle opere di difesa dei Paesi Bassi. All’assedio di Grave, nel 1674, inventò e sperimentò per la prima volta un piccolo mortaio, chiamato cohorn, adatto al lancio di granate, e l’anno successivo raccolse il plauso di Vauban per aver attraversato con successo la Mosa ed espugnato un bastione che si riteneva protetto dal fiume. Dopo la pace di Nimega (1678) [122] si dedicò al rafforzamento di luoghi già molto solidi; Nimega, Breda, Mannheim (poi smantellata) e Bergen-op-Zoom testimoniano il valore dei suoi sistemi. Lui stesso considerava quest’ultima località come il suo capolavoro, anche se nel 1747 cadde dopo un lungo assedio nelle mani del maresciallo de Lowendal. Durante le campagne tra il 1688 e il 1691 [123], Coehorn
fu nuovamente in servizio attivo. L’assedio di Namur, nel 1692, gli offrì l’opportunità di mettere alla prova il suo sistema contro quello di Vauban, poiché i due grandi ingegneri si trovarono allora contrapposti: Coehorn difendeva una fortificazione da lui costruita per difendere la cittadella, e Vauban tentava di demolirla. Il primo oppose una strenua difesa, ma dopo essere stato gravemente ferito fu costretto ad arrendersi all’avversario, il quale riconobbe generosamente il suo coraggio e la sua abilità. Coehorn fu quindi impegnato nell’attacco a Trarbach, Limburg e Liegi e contribuì alla riconquista di Namur nel 1695. Nella Guerra di Successione spagnola pose l’assedio a Venlo, Stephensworth, Ruremonde e Liegi, e nel 1703 espugnò Bonn, lungo il Reno, dopo tre giorni di cannoneggiamento d’artiglieria pesante affiancato dal fuoco di granate lanciate da 500 cohorn. Passò quindi nelle Fiandre olandesi, dove riportò diverse vittorie sui francesi, e diresse l’assedio di Huy. Fu questa la sua ultima operazione, perché morì poco dopo per un colpo apoplettico mentre attendeva di conferire con il duca di Marlborough in merito ai progetti di una nuova campagna.
Lo scritto più famoso di Coehorn, Nieuwe Vestingbouw, fu pubblicato in folio a Leeuwarden nel 1685 e successivamente tradotto in diverse lingue straniere. I suoi progetti sono per lo più adatti alle fortezze olandesi o a quelle che sono slmilmente costruite su un terreno a pochi piedi sul livello del mare. Ovunque fosse possibile egli circondava le sue opere con un doppio fossato; quello esterno era riempito d’acqua, mentre quello interno, solitamente ampio circa 125 piedi, rimaneva asciutto e serviva come piace d’armes per gli assediati o, in alcuni casi, per i distaccamenti di cavalleria. Il principio teorico su cui si basava il suo sistema, sia d’attacco sia di difesa, era la superiorità di una massa compatta rispetto al fuoco isolato. Sul piano professionale, Coehorn fu accusato di eccessivo spreco di vite umane e rispetto a ciò il confronto con Vauban, che era noto per limitare al massimo le perdite, lo vide battuto. Per quanto riguarda i tratti personali, era un uomo schietto, onesto, coraggioso e nemico dell’adulazione. Rifiutò molte offerte allettanti di vari governi stranieri. Carlo II d’Inghilterra lo insignì del titolo di Cavaliere. Fu sepolto a Wijkel, nei pressi di Sneek in Frisia, dove fu eretto un monumento in sua memoria.
Friedrich Engels
Scritto probabilmente prima del 18 febbraio 1858
Pubblicato in The New American Cyclopeedia, vol. V, 1859

NOTE
1. Knight Commander of the Order of the Bath [Cavaliere comandante dell’Ordine del Bagno].
2. Sir Richard Airey divenne tenente colonnello nel 1838; nel 1851 fu promosso colonnello.
3. “Opening Address of Major-General Sir Richard Airey, K.C.B”, p. 149.
4. In realtà Barclay de Tolly nacque nel 1761.
5. Durante la guerra russo-svedese del 1808-09, unità russe al comando di Barclay entrarono in territorio svedese dalla Finlandia (marzo 1808). Ciò diede impulso al piano dell’aristocrazia svedese inteso a limitare i poteri del sovrano Gustavo Adolfo. Quest’ultimo fu deposto nel marzo 1809 e subito dopo sostituito dallo zio (Carlo xiii).
Nel settembre la Svezia dovette firmare il trattato di pace di Frederikshamm con la Russia zarista.
6. Le date degli eventi militari citati seguono il vecchio calendario in uso in Russia.
7. Bem nacque in realtà nel 1794, ma la sua nascita fu registrata solo l’anno seguente.
8. II 2 gennaio 1814.
9. Erfahrungen iiber die Congrevschen Brand-Raketen bisum Jahre 1819 in der Konigl. Polnischen
Artilkrie gesammelt.
10. insurrezione della guarnigione di San Pietroburgo, il 14 dicembre 1825, fu organizzata dagli ufficiali della guardia imperiale russa, ì cosiddetti decabristi, contro il regime zarista. Il sollevamento fu tuttavia circoscritto e soffocato.
11. L’insurrezione polacca del novembre 1830-ottobre 1831 fu soffocata dalle truppe
russe con l’aiuto di Prussia e Austria. Nella battaglia di Ostrolenka del 26 maggio 1831 gli insorti polacchi furono sconfitti dall’esercito zarista. Il colpo finale alla rivolta si ebbe con la presa di Varsavia da parte dei russi nel settembre 1831.
12. Bem progettò vanamente di partecipare alla guerra civile in Portogallo (1828-34) combattuta tra gli assolutisti capeggiati da Don Miguel, che si era impadronito del trono nel 1828, e i costituzionalisti favorevoli alla reginaMaria da Gloria e al padre di lei, Don Pedro.
13. La guardia mobile viennese, composta prevalentemente da operai e artigiani, fu creata da Bem stesso.
14. Honved, alla lettera “difensori della patria”, era il nome dei soldati dell’esercito rivoluzionario ungherese del 1848-49, creato per decisione del governo rivoluzionario ungherese il 7 maggio 1848.
15. Gli abitanti magiari della Transilvania.
16. La spedizione di Bem nel Banato (regione della Voivodina serba, allora parte dell’Ungheria) fu intrapresa nella primavera del 1849. All’inizio della rivoluzione del 1848 la Voivodina era stata teatro delle attività del movimento nazionale per l’autonomia, il quale fu tuttavia utilizzato dagli Asburgo contro la rivoluzione ungherese. Gli scontri militari tra i serbi di Voivodina e gli ungheresi iniziarono nel maggio 1848. . La situazione nel Banato era ulteriormente complicata dalla compresenza nella regione di ungheresi, tedeschi e rumeni, oltre naturalmente ai serbi.
17. Nella battaglia di Temesvàr (Timisoara), il 9 agosto 1849, gli austriaci sconfissero l’armata ungherese del Sud. Quattro giorni più tardi fu l’armata ungherese del Nord a capitolare davanti ai russi. La rivoluzione in Ungheria fu così definitivamente soffocata.
18. Piazzaforte turca assediata e conquistata dai russi durante la guerra del 1787-91.
19. Vittorie russe sui polacchi, rispettivamente nel giugno e nell’agosto 1794.
20. L’assedio e la presa della città di Derbent da parte dei russi nel 1796 furono una risposta
all’invasione della Geòrgia ordinata dallo scià di Persia nel 1795.
21. Paolo I.
22. Riferimento ad alcune spedizioni coloniali che videro la partecipazione di Beresford. Nel 1806, i britannici approfittarono della rivolta dei boeri contro gli olandesi e si impadronirono dei territori sudafricani intorno al Capo di Buona Speranza (Cape Colony). Nello stesso anno una spedizione britannica fu inviata a prendere possesso di Buenos Aires, che apparteneva alla Spagna, allora alleata di Napoleone. Le autorità spagnole non opposero resistenza, ma i britannici dovettero desistere dal loro tentativo a causa della reazione dei patrioti argentini. L’isola portoghese di Madeira fu conquistata dalle truppe di Beresford alla fine del 1807 e rimase in mano inglese fino al 1814.
23. Beresford contribuì a soffocare la rivolta contro il dominio portoghese iniziata in Brasile nel 1817.
24. Beresford appoggiò il partito degli assolutisti di Don Miguel, che soffocò la rivoluzione portoghese del 1820-23. Ma Don Miguel non riuscì a restare al potere e fu costretto all’esilio nel 1824. Nel 1828 si impadronì del trono portoghese dando inizio a una nuova guerra civile che durò fino al 1834
25. H. Jomini, Viepolitique et milìtaire de Napoléon, t.2.
26. Gazette natìonak ou le monìteur universel, no. 359, 29 Fruttidoro anno 7 (1799).
27. «In generale, Bonaparte aveva fiutato che Bernadotte era “l’uomo politico” tra i suoi generali, che perseguiva i suoi “piani personali”. Lui, e soprattutto i suoi fratelli, col ‘loro meschino e miserevole intrigo contro Bernadotte lo misero in una posizione di maggior rilievo di quella che lui altrimenti avrebbe potuto rappresentare. Napoleone in generale era meschino contro tutti quelli in cui sospettava “mire personali”». Marx a Engels, 17 settembre 1857.
«Comunque Monsieur Bernadotte non fu grandissimo generale; non si è mai propriamente segnalato in nessun luogo, ed anche come politico si sentiva molto il gascon in lui: che bella idea quella di voler diventare imperatore dopo Napoleone!» Engels a Marx, 21 settembre 1857.
28. Insurrezione monarchica contro il regime rivoluzionario francese (1793-96).
29. Nel 1804.
30. L’alleanza militare tra Francia e Danimarca contro la Svezia fu conclusa il 31 ottobre 1807 a Fontainebleau. Le operazioni francesi contro la Svezia coincisero con la guerra russo-svedese del 1808-09.
31. Gustavo IV Adolfo.
32. Nel luglio del 1809 gli inglesi intrapresero una spedizione navale che li portò a impadronirsi dell’isola di Walcheren; essi tuttavia non riuscirono a trasformare l’isola in una testa di ponte per ulteriori operazioni contro Anversa e altre roccaforti francesi in Belgio. Walcheren fu evacuata nel dicembre del 1809.
33. Un principe della casata imperiale russa, gli Holstein-Gottorp-Romanov.
34. Federico Cristiano.
35. Trattato (settembre 1809) che concludeva la guerra russo svedese del 1808-09.
36. Probabile citazione da G. Lallerstedt, La Scandinavie, Parigi 1856.
37. Il sistema continentale, o blocco continentale, proclamato da Napoleone nel 1806, proibiva il commercio tra i paesi europei e la Gran Bretagna.
38. II figlio di Napoleone I.
39. 15 aprile (nuovo calendario).
40. Conclusa il 28 maggio 1812, pose fine alla guerra russo-turca del 1806-12.
41. In Romania.
42. Riferimento alla convenzione firmata da Russia e Svezia ad Abo (Turku) il 30 agosto 1812 che formalizzò l’alleanza militare tra i due paesi contro la Francia.
43. Ripiego temporaneo. Il resoconto dei colloqui tra Carlo Giovanni e Alessandro I è espresso dal già citato libro di Lallerstrend.
44. L’armistizio, concluso da Russia e Prussica con Napoleone, doveva durare fino al 20 luglio, ma fu prolungato fino al 10 agosto. Alessandro I, Federico Guglielmo III e Bernadotte si incontrarono al castello di Trachenoberg (Svezia) il 12 luglio.
45. Mémoires de M. de Bourrienne, t. X.
46. L’assemblea costituente norvegese.
47. Il 5 e 6 ottobre 1789, nel corso della rivoluzione francese, le masse accorse a Versailles da Parigi si scontrarono con la guardia reale. – II 19 febbraio 1791 Parigi fu teatro di dimostrazioni popolari causate dal tentativo di fuga all’estero di alcune parenti del re.
48. La Vandea (dipartimento della Francia occidentale) fu il centro della rivolta realista scoppiata nel marzo 1793. La rivolta fu soffocata nel 1796.
49. Dopo il 9 Termidoro Kellermann comandò le armate alpina e italiana della repubblica francese che dovevano difendere i confini meridionali contro la minaccia d’invasione da parte delle truppe austriache e piemontesi.
50. Partito degli amanti.
51. Convinto che gli austriaci stessero ritirandosi verso Genova, Napoleone aveva distaccato due divisioni al comando di Desaix per tagliare la presunta via di ritirata. Riuscì a richiamarle in tempo – a battaglia già iniziata – perché erano rimaste attardate nel loro movimento dalla piena di un fiume.
52. Capo di stato maggiore.
53. Le circostanze della morte di Berthier rimangono in realtà sconosciute. Non sono infatti da escludersi il suicidio o la caduta accidentale
54. Mèmoires du Maréchal Berthier.
55. Secondo la Costituzione adottata nel 1791, la guardia costituzionale aveva il compito di proteggere il re e la sua residenza. Creata a seguito dello sbando della guardia reale, fu disciolta dall’assemblea legislativa nel 1792.
56. Gli esploratori, o guide, erano speciali unità con funzione di avanscoperta e riconoscimento delle posizioni avversarie, di tragitti, ecc. Nell’esercito francese delle guerre napoleoniche proteggevano il quartier generale di Napoleone e svolgevano funzioni di guardie del corpo.
57. Citato da Meyer’s Conversations-Lexicon, vol. IV, 1845.
58. L’intervento prussiano in Olanda nel 1787, appoggiato e finanziato dal governo britannico, aveva come obiettivo la restaurazione del potere di Guglielmo V d’Orange. L’esercito prussiano non incontrò alcuna seria resistenza militare.
59. G.L. Blücher, Kampagne-Joumal der Jahre I793 und 1794.
60. «La sua ritirata su Lubecca e la sua resistenza sino all’ultimo sono uno dei pochi
onorevoli episodi in questa campagna, sebbene le sue manovre strategiche durante la stessa fossero spesso alla ussara, e la sua cattura finale non fu per sua colpa, perché lui era stato tagliato fuori come tutto l’esercito prussiano e per di più aveva da fare il giro più lungo intorno alla arrièregarde.» Engels a Marx, 22 settembre 1857.
61. Tugendbund (“unione di virtù”), società patriottica fondata in Prussia dopo la sconfitta
subita a opera della Francia napoleonica nel 1806-07.
62. Muffling, Passages from My Life; together with Memoirs of the Campaign of 1813 and 1814.
63. La Confederazione del Reno {Rheinbund) era un’unione di 16 Stati della Germania meridionale e occidentale (tra gli altri, Baviera, Wùrttemberg, Baden) creata nel luglio 1806 sotto l’egida di Napoleone. Successivamente vi aderirono altri 20 Stati di tutte le regioni tedesche. La Confederazione fu dissolta nel 1813 dopo la sconfitta militare francese.
64. I negoziati di pace di Chàtillon tra i rappresentanti delle potenze alleate, membri della sesta coalizione, e quelli di Napoleone, si svolsero dal 4 febbraio al 19 marzo 1814; furono interrotti perché Napoleone rifiutò la condizione di rinunciare a tutte le conquiste territoriali e di tornare ai confini francesi del 1792.
65. La Giovane Guardia era il nome dei reggimenti della guardia imperiale di Napoleone creati dal 1807 in poi; si distinguevano così dai reggimenti della cosiddetta Vecchia Guardia.
66. Giorgio, poi Giorgio IV.
67. L’Associazione Schiller e l’Associazione degli autori tedeschi di Lipsia riunivano gli scrittori tedeschi che negli anni Quaranta lottavano per la libertà di stampa e altri diritti.
68. II cattolicesimo tedesco era un movimento religioso nato in vari Stati tedeschi nel 1844 che non riconosceva la supremazia del papa e rifiutava molti dogmi e riti della chiesa cattolica romana.
69. Le truppe sassoni avevano aperto il fuoco contro una dimostrazione popolare che protestava per le persecuzioni ai danni del movimento dei “cattolici tedeschi”.
70. II parlamento preliminare, che si riunì a Francoforte sul Meno dal 31 marzo al 4 aprile 1848, era formato da rappresentanti degli Stati tedeschi, in gran parte costituzionalisti monarchici. Dopo che fu rifiutata la proposta di creare una repubblica federale e di tra sformare il parlamento preliminare in organo costituente, un gruppo di repubblicani abbandonò l’assemblea.
71. II parlamento di Francoforte, o Assemblea nazionale tedesca, si apri il 18 maggio 1848 nella chiesa di San Paolo con il compito di unificare il paese e redigere una Costituzione.
La maggioranza liberale si impantanò in sterili discussioni costituzionali e nella primavera del 1849 abbandonò l’Assemblea dopo che il governo prussiano aveva respinto la Costituzione imperiale redatta dal parlamento. Il resto dell’Assemblea si trasferì a Stoccarda e fu poi dispersa dalle autorità il 18 giugno 1849. Robert Blum fu uno dei capi della minoranza di sinistra, composta da moderati e radicali.
72. L’insurrezione di Vienna del 6-7 ottobre 1848 fu una risposta alla decisione del governo austriaco di inviare truppe contro l’Ungheria. Gli insorti impedirono la partenza della guarnigione e presero il controllo della città dopo un’accanita lotta. Il 1° novembre la loro resistenza fu però spezzata dai soldati di Windischgràtz. Il corpo studentesco (o legione accademica) di cui si parla più avanti era un’organizzazione armata fondata dopo la rivoluzione del marzo 1848 in Austria.
73. II 19 aprile 1810 a Caracas fu rovesciato il regime coloniale e creato un nuovo governo. Il 5 luglio 1811 si tenne il congresso di fondazione della repubblica venezuelana indipendente, che però cadde nel luglio 1812. La seconda repubblica venezuelana (agosto 1813-luglio 1814) fu creata durante un periodo di aspre lotte che si chiusero con un temporaneo ritorno degli spagnoli al potere nelle ex colonie.
74. Citato dalle Memoirs of GeneralMiller, voi. 2.
75. Citato da Ducoudray Holstein, Memoirs of Simon Bolivar, voi.
76. La repubblica di Nuova Granada fu proclamata nel 1813 in seguito alle rivolte antispagnole in numerose città e province. Essa unificava le regioni insorte con un trattato federale e riconosceva l’autorità del Congresso di Nuova Granada. La repubblica cadde nel 1816.
77. Riferimento alla repubblica di Haiti, creata dopo le rivolte di neri e mulatti sull’isola di Hispaniola (la parte occidentale apparteneva alla Francia, quella orientale alla Spagna, che dovette però cederla alla Francia nel 1795). Nel 1804 fu proclamata l’indipendenza dell’isola che riprese il suo vecchio nome indiano, appunto Haiti.
78. La citazione del proclama di Bolivar del 6 luglio 1816 (“Agli abitanti del Venezuela”)
è tratta dal citato libro di Ducoudray Holstein.
79. Citazione sempre dal libro di Ducoudray Holstein.
80. Proclama del 7 febbraio 1818, citato dal libro di Ducoudray Holstein.
81. Dicembre 1819. Nel 1822 si aggiunse Quito (Ecuador).
82. Rivolta contro il regime assolutista in Spagna, organizzata nel gennaio 1820 da ufficiali dell’esercito, aveva come obiettivo il ripristino della Costituzione del 1812 abrogata da Ferdinando VII nel 1814. I capi della rivolta fecero leva sullo scontento delle truppe dell’armata di spedizione che, concentrata a Cadice, doveva partire per l’America Latina.
Questo episodio innescò una seconda rivoluzione borghese in Spagna (1820-23) che
fu infine soffocata anche grazie all’intervento francese.
83. I Haneros, in prevalenza indios dei llanos, le vaste pianure nel Nord del continente latino-americano, si unirono all’esercito di liberazione di Bolivar nel 1816.
84. Nel 1821 alcuni paesi del Centro America rovesciarono la dominazione spagnola, proclamarono la loro indipendenza e nel 1823 crearono una federazione, gli Stati Uniti dell’America Centrale. Nel 1839 la federazione si divise in cinque repubbliche (Guatemala, Honduras, Salvador, Nicaragua e Costa Rica). Panama, invece, fu incorporata nella repubblica della Grande Colombia dopo la rivolta del 1821.
85. Sono i principali termini del trattato di pace tra Perù e Colombia stipulato nel settembre 1829. La Grande Colombia si disintegrò con il distacco di Perù (1827), Bolivia (1828), Venezuela (1829) ed Ecuador (1830).
86. II 20 gennaio 1830.
87. L’elenco delle fonti fu aggiunto da Marx al testo dell’articolo su richiesta di Charles Dana. Il libro di Ducoudray Holstein è citato nella versione francese del 1831, mentre gli appunti di Marx dimostrano che egli utilizzò l’edizione inglese in due volumi del 1830. Riguardo alla seconda fonte (pubblicata in due volumi a Londra nel 1828-29), non ne era autore John Miller, bensì suo fratello, il generale William Miller. «… Dana fa delle difficoltà per una voce piuttosto lunga su Bolivar, perché sarebbe scritta inpariisanstyle [con spirito di parte], e chiede le mie authorities [fonti]… Per quel che riguarda Apartisanstyle, è vero che mi sono un po’ allontanato dal tono generale dell’enciclopedia. Veder celebrato come un Napoleone I il più vile, il più volgare e il più miserabile straccione, era un po’ troppo. Bolivar è il vero Soulouque.» Marx a Engels, 14 febbraio 1858.
88. Vedi la voce corrispondente, a p. 23.
89. Vedi la voce “Algeria”.
90. Riferimento alla guerra di Crimea del 1853-56.
91. La battaglia di Balaklava si svolse il 25 ottobre 1854. Alcune unità russe cercarono di isolare dalla base di Balaklava le truppe britanniche e turche che assediavano Sebastopoli. Soprattutto la cavalleria britannica subì pesanti perdite, ma i russi non riuscirono nel loro intento.
92. La battaglia di Bosworth (Leicestershire, Inghilterra) del 22 agosto 1485 fu combattuta tra le truppe di Enrico Tudor, lontano parente della casa Lancaster (rosa rossa) e quelle di Riccardo III di York (rosa bianca). Sconfitto quest’ultimo, Enrico divenne re come Enrico VII. La battaglia pose fine alla Guerra delle due rose (1455-85).
93. Riferimento all’assalto alle fortificazioni di Sebastopoli eseguito dalle truppe francesi e britanniche l’8 settembre 1855, grazie al quale i francesi riuscirono a conquistare il bastione di Malakhov che costituiva il perno della difesa russa. Dopo undici mesi la guarnigione russa abbandonava Sebastopoli, ritenendo ormai vano ogni ulteriore tentativo di difesa.
94. II 20 giugno 1792 si svolse a Parigi, di fronte all’Assemblea legislativa e al palazzo reale delle Tuileries, una manifestazione che chiedeva, tra l’altro, il ritorno dei capi girondini alle loro cariche ministeriali.
95. Gli inglesi bombardarono Copenhagen nel settembre del 1807 per impedire alla Danimarca di aderire al blocco continentale deciso da Napoleone.
96. Durante la fase finale della guerra anglo-americana del 1812-14. Nell’agosto del 1814 un distaccamento inglese di 4.000 uomini sbarcò nella baia di Chesapeake, per poi procedere verso Washington. Dopo aver appiccato fuoco al Campidoglio, alla Casa Bianca e ad altri edifici governativi, gli inglesi tornarono rapidamente alle loro navi.
97. L’assalto a questo bastione {redan in francese) fu uno degli scontri più importanti dell’assedio di Sebastopoli, conclusosi con la sconfitta degli alleati.
98. II club dei cordiglieri, fondato a Parigi nel luglio 1790, durante la rivoluzione francese, prese nome dall’ex convento dei frati minori francescani in cui si riunivano i suoi membri.
99. La manifestazione antimonarchica degli artigiani e operai parigini del Campo di Marte
si svolse il 17 luglio 1791 e fu guidata dai capi del club dei cordiglieri.
100. II 2-5 settembre 1792 Parigi fu teatro di sanguinosi disordini popolari.
101. II 12-13 Vendemmiaio (4-5 ottobre) 1795, le truppe governative guidate dal generale Bonaparte soffocarono una rivolta realista a Parigi.
102. Nel maggio 1796 erano stati arrestati Babeuf e altri cospiratori che avevano dato vita a un tentativo di rovesciamento del regime. Nell’autunno dello stesso anno i babuvisti cercarono di liberare i loro compagni e di sollevare una rivolta nel campo militare di “Grenelle con la parola d’ordine del ritorno alla Costituzione giacobina del 1793.
103. Alla fine di agosto del 1799 truppe anglo-russe sbarcarono a Helder, nel Nord dell’Olanda, allo scopo di dissolvere la repubblica batava filofrancese. Ma in ottobre gli alleati subirono una pesante sconfitta a opera di un’armata franco-olandese comandata da Brune. Il 18 ottobre il duca di York dovette firmare la resa di Alkmar.
104. II campo di Boulogne fu creato da Napoleone nel 1803-05 come base di una progettata invasione dell’Inghilterra attraverso la Manica.
105. Capitulation de l’isle de Rugen, en date du 7 Sept. 1807”, in G.F. Martens, Recueil del prinàpaux Traités, I, vol. VIII.
106. Citato dall’articolo “Brune” pubblicato in Biographie unìverselk (Michaud) ancienne et moderne, vol. VI.
107. Riferimento alla legge con cui il senato francese depose Napoleone e restaurò la dina
stia dei Borbone, legge approvata dopo l’entrata a Parigi delle armate della sesta coalizione, il 31 marzo 1814.
108. Las Cases, Mémorial de Sainte-Hélène.
109. A.H. Jomini li, Vie politique et militaire de Napoléon, vol. II, cap. VII.
110. Durante la Guerra Peninsulare del 1808-14.
111. Emblema della casata dei Borbone.
112. L’invasione francese della Spagna fu intrapresa per decisione del congresso di Verona della Santa Alleanza allo scopo di reprimere la rivoluzione spagnola del 1820-23.
113. La rivolta repubblicana parigina contro la monarchia di luglio, il 13 e 14 aprile 1834, seguì l’imponente insurrezione che era scoppiata a Lione. Anche a Parigi la rivolta fu diretta dalla società segreta repubblicana degli Amici dei diritti dell’uomo e del cittadino.
114. II trattato di Tafna tra Bugeaud e Abd el-Kader fu firmato il 30 maggio 1837, dopo che nel 1835 i francesi avevano ripreso le operazioni militari contravvenendo al trattato di pace dell’anno precedente.
115. «… Era un mediocre generale, le cui vittorie ad Algeri e nel Marocco non possono significare gran che. Che abbia conquistato l’Algeria con 100.000 uomini, che abbia là adattato la condotta di guerra al terreno e al nemico e che abbia spezzato o piuttosto soffocato la resistenza degli arabi (non dei cabili), non gliene faccio gran merito, per ché non credo che abbia preparato lui i piani. Era un po’ un sabreur e alla Tafna dimostrò di essere non solo un soldato corruttibile, ma anche indeciso nelle situazioni difficili. Con 100.000 uomini e dei capi in sottordine… formatisi attraverso una guerra di dieci anni, poteva fare qualcosa anche senza molto talento…» Engels a Marx, 22 settembre 1857.
116. Con la scusa che il sovrano del Marocco aveva dato ospitalità ad Abd el-Kader, Bugeaud invase il paese, sconfisse i marocchini alla battaglia di Isly e li portò a firmare il trattato di Tangeri il 1 o settembre. Tuttavia, la prospettiva di una reazione britannica lo convinse a ritirare le sue truppe dal Marocco.
117. Le divergenze tra Guizot e Bugeaud erano dovute al fatto che il secondo intendeva usare la repressione della rivolta algerina del 1845-47 per ulteriori conquiste in Nord Africa, mentre Guizot temeva un aggravamento delle già tese relazioni con la Gran Bretagna.
118. Citazione (come le successive) da D. Stern, Histoire de la révolution de 1848.
119. Th. R. Bugeaud, L’Algerie. Des mqyens de conserver et d’utiliser cette conquéte; De la colonisation , ecc.
120. A. Wellington, “To Bari Bathurst, Waterloo, June I9th, 1815”, in Sekctions from . Dispatches and General Orders 0/Field Marshal thè Duke of Wellington.
121. II fallito assedio alla fortezza francese di Maastricht (nei Paesi Bassi) da parte degli olandesi guidati da Guglielmo III d’Orange, nel luglio e agosto del 1676, e le battaglie di Seneffe, Cassel, Saint Denis e Fleurus, si svolsero durante la guerra del 1672-79 combattuta dalla Francia (fino al 1674 alleata della Gran Bretagna, che poi si ritirò) contro i Paesi Bassi e gli Asburgo austriaci e spagnoli.
122. La pace di Nimega, conclusa da Luigi XIV con Olanda e Spagna nel 1678, e poi con gli Asburgo d’Austria nel 1679, pose fine alla guerra iniziata nel 1672 dalla Francia.
123. Riferimento alle campagne della guerra del 1688-97 (Guerra del Palatinato) tra la Francia e la cosiddetta Lega di Augusta, comprendente Olanda, Gran Bretagna, Spagna, impero austriaco, Savoia, Svezia e una serie di principi italiani e tedeschi.

Luoghi

Afghanistan
Bomarsund
Brescia
AFGHANISTAN

Vasto paese dell’Asia, a nord-ovest dell’India. In una direzione si estende tra la Persia e le Indie e, nell’altra, tra l’Hindukush e l’Oceano Indiano. In passato comprendeva le province persiane del Khorasan e del Kohistan, oltre che le regioni di Herat, Belucistan, Kashmir, Sind e una considerevole porzione del Punjab. All’interno dei suoi attuali confini probabilmente non vi sono più di 4 milioni di abitanti. La superficie dell’Afghanistan è molto irregolare — elevati altipiani, grandi montagne, profonde vallate e gole. Come tutti i paesi tropicali montagnosi, presenta ogni varietà di clima. Nell’Hindukush la neve copre le alte cime per tutto l’anno, mentre nelle vallate il termometro arriva fino a 1300 F. Fa più caldo nelle regioni orientali che in quelle occidentali, ma in generale il clima è più fresco che in India e, sebbene la differenza tra temperature estive e invernali, e tra temperature diurne e notturne, sia alquanto pronunciata, il paese è generalmente salubre. Le principali malattie che si contraggono sono febbri, catarro e oftalmia. Occasionalmente si diffondono devastanti epidemie di vaiolo. Il suolo manifesta una fertilità esuberante. Le palme da dattero crescono rigogliosamente nelle oasi dei deserti sabbiosi; la canna da zucchero e il cotone nelle calde vallate; le frutta e gli ortaggi europei prosperano lussureggianti sulle terrazze dei fianchi montani fino a un’altitudine di 6.000 o 7.000 piedi. Le montagne sono coperte di splendide foreste abitate da orsi, lupi e volpi, mentre il leone, il leopardo e la tigre si trovano nelle regioni più adatte alle loro caratteristiche. Né mancano gli animali utili per l’uomo. Si alleva una bella varietà di pecora di razza persiana, o con la coda lunga. I cavalli sono di buone dimensioni e razza. Come bestie da soma si usano il cammello e l’asino, e si trovano capre, cani e gatti in notevole quantità. Oltre all’Hindukush, che costituisce una prosecuzione dell’Himalaya, nella parte sud-occidentale si erge la catena dei Monti Sulaiman e, tra l’Afghanistan e Balkh, quella del Paropamiso, di cui tuttavia poche notizie si hanno in Europa. I fiumi scarseggiano: i più importanti sono l’Helmand e il Kabul, i quali nascono entrambi dall’Hindukush. Il Kabul scorre verso oriente e si immette nell’Indo nelle vicinanze di Attock; l’Helmand scorre verso occidente e, dopo aver attraversato il distretto di Sistan, sfocia nel lago di Zirrah. L’Helmand ha la caratteristica di straripare e di allagare annualmente le sue sponde, come il Nilo, rendendo fertile il terreno che, oltre il limite dell’inondazione, è solo un deserto di sabbia. Le città principali dell’Afghanistan sono: Kabul, la capitale, Ghazni, Peshawar e Qandahar. Kabul è una bella città, situata a 340° di latitudine N e 60° 43° di longitudine E, sull’omonimo fiume. Gli edifici sono costruiti in legno, sono puliti e spaziosi, e la città, essendo circondata da bei parchi, ha un aspetto molto gradevole. Nei suoi dintorni sorgono diversi villaggi, nel mezzo di un’ampia pianura attorniata da basse colline. Il monumento principale è la tomba dell’imperatore Babur. Peshawar è una grande città, con una popolazione stimata intorno ai 100.000 abitanti. Ghazni, centro di antica fama, un tempo capitale del gran sultano Mahmud, ha subito un notevole declino ed è attualmente un povero villaggio. Nelle sue vicinanze è sepolto Mahmud. La fondazione di Qandahar è relativamente recente e risale al 1754. La città sorge sulle rovine di un antico insediamento e per qualche anno fu capitale dello Stato; nel 1774 la sede del governo fu trasferita a Kabul. La sua popolazione si aggira intorno ai 100.000 abitanti. Nei pressi si trova la tomba dello Shah Ahmed, fondatore della città, un luogo talmente sacro che neanche il re può ordinare la cattura di un criminale che si sia rifugiato tra le sue mura.
La posizione geografica dell’Afghanistan e la particolare natura del suo popolo conferiscono al paese una rilevanza politica che, nell’ambito degli affari dell’Asia centrale, non sarà mai troppo sottolineata. La forma di governo è la monarchia, ma l’autorità di cui il sovrano gode sui suoi turbolenti e focosi sudditi è di tipo personale e molto indefinito. Il regno è diviso in province, ciascuna controllata da un rappresentante del sovrano, il quale raccoglie le tasse e le invia alla capitale. Gli afghani sono coraggiosi, intrepidi e indipendenti; si occupano esclusivamente di pastorizia e agricoltura, rifuggendo il commercio e gli scambi che sdegnosamente lasciano agli indù e ad altri abitanti delle città. Per loro la guerra è un’impresa eccitante e una distrazione dalla monotonia delle abituali attività. Gli afghani sono divisi in clan, sui quali i vari capi esercitano una sorta di supremazia feudale. Soltanto un odio irriducibile per l’autorità e l’amore per l’indipendenza individuale impediscono loro di diventare una nazione potente; ma questa stessa irregolarità e incertezza nell’azione li rende dei pericolosi vicini, capaci di essere sballottati dai venti più mutevoli o istigati da politici intriganti che eccitano astutamente le loro passioni. Le due tribù principali sono i durrani e i ghilzai, sempre in lotta l’una con l’altra [2]. I durrani sono i più potenti e, in virtù di tale supremazia, il loro amir o khan si è proclamato re dell’Afghanistan. Il suo reddito è di circa io milioni di dollari. Gode di autorità suprema solo all’interno della sua tribù. I contingenti militari sono forniti principalmente dai durrani; il resto dell’esercito è composto da membri degli altri clan o da soldati di ventura che si uniscono alle truppe sperando nella paga o nel bottino. Nelle città la giustizia è amministrata dai cadì, ma gli afghani raramente ricorrono alla legge. Le sanzioni decretate dai khan si estendono fino al diritto di vita e di morte. La vendetta di sangue è un dovere familiare; tuttavia, si dice che gli afghani siano un popolo liberale e generoso quando non vengono provocati, e che i diritti di . ospitalità siano a tal punto sacri che se un nemico mortale riesce, anche con uno stratagemma, a mangiare pane e sale del suo ospite, egli diventa inviolabile, e può perfino pretendere la protezione di quest’ultimo contro ogni altro pericolo. Di religione sono maomettani sunniti, ma non intolleranti, e le alleanze tra sciiti e sunniti non sono affatto infrequenti.
L’Afghanistan è stato soggetto alternativamente al dominio dei moghul [3] e dei persiani. Prima che gli inglesi si insediassero sulle coste indiane tutte le invasioni straniere che spazzarono le pianure dell’Indostan provenivano immancabilmente dall’Afghanistan. Seguirono quella via il sultano Mahmud il Grande, Gengis Khan, Tamerlano e Nadir Shah. Nel 1747, dopo la morte di Nadir, Ahmed Shah, che aveva appreso l’arte della guerra al comando di quell’avventuriero, decise di liberarsi dal giogo persiano. Sotto il regno di Ahmed l’Afghanistan raggiunse l’apice della grandezza e della prosperità in tempi moderni. Ahmed apparteneva alla famiglia dei suddosi, e la sua prima azione fu quella di impadronirsi del bottino che il suo defunto capo aveva raccolto in India. Nel 1748 riuscì a cacciare il governatore moghul da Kabul e Peshawar e, dopo aver attraversato l’Indo, conquistò rapidamente il Punjab. Il suo regno si estendeva dal Khorasan a Delhi, ed egli incrociò le armi anche con i potenti marathi [4]. Tutte queste grandi imprese non gli impedirono tuttavia di coltivare alcune arti parifiche ed egli fu anche apprezzato poeta e storico. Morì nel 1772 e lasciò la corona al figlio Timur, che però non si dimostrò all’altezza del gravoso compito. Abbandonò la città di Qandahar, che era stata fondata dal padre ed era diventata in pochi anni una città ricca e popolosa, e trasferì la sede del governo a Kabul. Durante il suo regno ripresero vigore i dissensi tra le tribù, in passato repressi dalla mano ferma di Ahmed Shah. Timur morì nel 1793 e gli successe Siman. Questo principe accarezzava l’idea di consolidare il potere maomettano in India e il suo progetto, che avrebbe potuto mettere in serio pericolo i possedimenti britannici, fu considerato così rilevante che Sir John Malcolm raggiunse la frontiera con il compito di tenere gli afghani sotto controllo nel caso in cui avessero effettuato qualche movimento; al tempo stesso vennero avviate trattative con la Persia in modo da stringere gli afghani tra due fuochi. Queste precauzioni non furono comunque necessarie; Siman Shah era più che occupato dalle cospirazioni e dai disordini in patria, e i suoi grandi progetti furono stroncati sul nascere. Il fratello del re, Mohammed, si gettò su Herat con l’intenzione di costituire un principato indipendente, ma, fallendo nel suo tentativo, fuggì in Persia. Siman Shah era salito al trono con l’aiuto della famiglia dei Barakzay, il cui capo era Sheir Afras Khan. La nomina di un visir impopolare da parte di Siman accese l’odio dei suoi vecchi sostenitori, i quali ordirono una congiura che fu scoperta e portò alla condanna a morte di Sheir Afras. I cospiratori richiamarono allora Mohammed, Siman fu fatto prigioniero e accecato. In opposizione a Mohammed, che era sostenuto dai durrani, i ghilzai avanzarono la candidatura di Sujah Shah, che fu re per qualche tempo ma fu infine sconfitto, principalmente a causa del tradimento dei suoi stessi fautori, e costretto a cercare rifugio presso i sikh [5].
Nel 1809 Napoleone aveva inviato in Persia il generale Gardanne, nella speranza di indurre lo scià a invadere l’India; il governo indiano da parte sua aveva inviato un rappresentante [6] alla corte di Sujah Shah per creare un fronte di opposizione contro la Persia. Fu in quest’epoca che Ranjit Singh acquistò potere e fama. Era un capotribù sikh e, grazie al suo genio, guadagnò al suo paese l’indipendenza dagli afghani e fondò un regno nel Punjab, assumendo il titolo di maharaja (capo rajah) e conquistandosi il rispetto del governo anglo-indiano. L’usurpatore Mohammed, tuttavia, non era destinato a godere a lungo della sua vittoria. Il visir Futteh Khan, che, spinto dall’ambizione o da di un’offesa, fu immediatamente deposto e al suo posto fu incoronato un fratello. Mohammed fuggì a Herat, di cui mantenne il possesso, e alla sua morte nel 1829 il figlio Kamran gli successe al governo di quel distretto. La famiglia dei Barakzay, avendo ormai conquistato il potere supremo, divise il territorio tra i propri membri i quali, secondo l’abitudine nazionale, continuarono a litigare interessi contingenti, aveva oscillato continuamente tra Mohammed e Sujah Shah, fu catturato da Kamran, figlio del re, accecato e quindi crudelmente assassinato. La potente famiglia del visir ucciso giurò di vendicare la sua morte. Di nuovo fu avanzata la candidatura del fantoccio Sujah Shah e decretato l’esilio di Mohammed. Ma poiché Sujah Shah si rese responsabile tra di loro riunendosi soltanto di fronte a un nemico comune. Uno dei fratelli, Mohammed Khan, ricevette la città di Peshawar, per la quale pagava un tributo a Ranjit Singh; un altro ebbe Ghazni, e un terzo Qandahar, mentre a Kabul dominava Dost Muhammad, il più potente della famiglia.
Presso quest’ultimo fu inviato come ambasciatore il capitano Alexander Burnes nel 1835, in un periodo nel quale Russia e Inghilterra ordivano intrighi reciproci in Persia e in Asia centrale. Burnes presentò l’offerta di un’alleanza che il Dost sarebbe stato lieto di accogliere, ma il governo angloindiano pretendeva tutto e non era disposto a dare niente in cambio. Nel frattempo, nel 1838, sostenuti e consigliati dai russi, i persiani posero l’assedio a Herat, città chiave per l’Afghanistan e per l’India [7]; giunsero a Kabul un agente persiano e uno russo, e il Dost, constatato il continuo rifiuto da parte dei britannici di prendere impegni concreti, fu infine praticamente costretto ad accettare le proposte dell’altra parte. Burnes lasciò Kabul e Lord Auckland, allora governatore generale dell’India, influenzato dal proprio segretario W. Macnaghten, decise di punire Dost Muhammad per ciò che egli stesso lo aveva obbligato a fare. Stabilì di detronizzarlo e di sostituirlo con Sujah Shah, che ormai si trovava sul libro paga del governo indiano. Fu così concluso un trattato con Sujah Shah e con i sikh; lo scià cominciò a radunare un esercito, pagato e comandato dai britannici, e una forza anglo-indiana fu concentrata sul Sutlej. Macnaghten, con Burnes come suo vice, doveva accompagnare la spedizione in qualità di delegato per l’Afghanistan. Nel frattempo, però, i persiani avevano tolto l’assedio a Herat e così venne a mancare l’unica valida ragione per intervenire in Afghanistan; nel dicembre del 1838, l’esercito marciò sul Sind, regione che fu costretta all’obbedienza e al pagamento di un tributo in favore dei sikh e di Sujah Shah. Il 20 febbraio 1839, l’esercito britannico passò l’Indo. Era composto di circa 12.000 soldati, con un seguito di oltre 40.000 persone, oltre alle nuove truppe dello scià. In marzo fu attraversato il passo di Bolan; iniziò ad avvertirsi la mancanza di provviste e foraggio: i cammelli cadevano a centinaia e gran parte del bagaglio andò perduta. Il 7 aprile l’esercito arrivò al passo di Kojuk, lo attraversò senza incontrare resistenza e il 25 aprile entrò a Qandahar, che i principi afghani fratelli di Dost Muhammad avevano abbandonato. Dopo una sosta di due mesi, il comandante Sir John Keane avanzò verso nord con il corpo principale dell’esercito, lasciando a Qandahar una brigata al comando di Nott. Ghazni, la roccaforte inespugnabile dell’Afghanistan, fu conquistata il 22 luglio, dopo che un disertore ebbe informato i britannici che la porta di Kabul era l’unica a non essere stata murata; di conseguenza la città fu presa d’assalto in quel punto. Dopo questa disfatta l’esercito raccolto da Dost Muhammad sbandò immediatamente, e il 6 agosto si aprirono anche le porte di Kabul. Sujah Shah fu insediato nella sua carica, ma la vera direzione del governo rimase nelle mani di Macnaghten, il quale pagava anche tutte le spese di Sujah Shah attingendo alle casse indiane.
La conquista dell’Afghanistan sembrava compiuta, e così gran parte delle truppe fu rispedita indietro. Ma gli afghani non erano affatto contenti di essere governati dai Ferìnghee Kaffirs (infedeli europei) e nel corso di tutto il 1840 edel 1841 le insurrezioni si susseguirono in ogni parte del paese. Le truppe anglo-indiane erano sempre all’erta. Tuttavia, Macnaghten dichiarò che per la società afghana si trattava di una situazione normale e inviò dispacci affermando che tutto procedeva bene e che il potere di Sujah Shah si stava consolidando. Fu vano ogni ammonimento dei militari e dei rappresentanti politici. Dost Muhammad, che si era arreso ai britannici nell’ottobre del 1840, fu tradotto in India; tutte le insurrezione dell’estate del 1841 furono represse con successo e verso il mese di ottobre Macnaghten, nominato governatore di Bombay, si preparò a partire per l’India con un altro contingente militare. Fu allora che scoppiò la tempesta. L’occupazione dell’Afghanistan costava alle casse indiane 1.250.000 sterline all’anno: si dovevano pagare 16.000 soldati, tra anglo-indiani e truppe di Sujah Shah, di stanza nel paese; poi c’erano altri 3.000 uomini nel Sind e al passo di Bolan; gli sfarzi regali di Sujah Shah, i salari dei suoi funzionari e tutte le spese della corte e del governo, erano coperti dal denaro indiano e, inoltre, da questa stessa fonte si sovvenzionavano, o meglio si corrompevano i capi afghani affinché si tenessero fuori dalla mischia. Essendo stato informato dell’impossibilità di proseguire su questi livelli di spesa, Macnaghten tentò di arginare le uscite, ma l’unico modo praticabile sarebbe stato quello di tagliare gli appannaggi dei capi locali. Il giorno stesso in cui il tentativo fu messo in atto i capi ordirono una congiura diretta allo sterminio dei britannici e, di conseguenza, fu proprio Macnaghten a causare la concentrazione delle forze insurrezionali che fino ad allora avevano lottato isolatamente, senza unità né accordo, contro gli invasori; tuttavia, è anche certo che, a quel punto, tra gli afghani l’odio per la dominazione britannica aveva raggiunto il suo apice.
A Kabul gli inglesi erano comandati da Elphinstone, un anziano generale gottoso, irresoluto e molto confuso, i cui ordini erano perennemente in contraddizione l’uno con l’altro. Le sue truppe occupavano una sorta di accampamento fortificato, talmente esteso che i soldati della guarnigione riuscivano a malapena a coprirne il perimetro, e men che meno avrebbero potuto distaccare qualche unità per il combattimento sul campo. Le opere difensive erano così scadenti che il fossato e il parapetto si saltavano anche a cavallo. Come se non bastasse, l’accampamento si trovava praticamente a tiro di schioppo dalle alture circostanti e, per coronare l’assurdità di una simile disposizione, tutto il materiale di approvvigionamento e quello sanitario era depositato in due forti distaccati, a una certa distanza dall’accampamento, al di là di giardini cinti di mura e di un altro fortino non occupato dagli inglesi. Baia Hissar, la cittadella di Kabul, avrebbe potuto offrire all’intero esercito un acquartieramento invernale splendido e sicuro, ma per compiacere Sujah Shah, gli inglesi non ne presero possesso. Il 2 novembre 1841 ebbe inizio l’insurrezione. L’abitazione di Alexander Burnes, nel centro della città, fu assaltata e lui stesso assassinato. Il generale britannico non si mosse e la rivolta crebbe vigorosa grazie all’impunità. Elphinstone, assolutamente incapace di reagire, e in balia dei consigli più contrastanti, fece ben presto precipitare la situazione in quello stato confusionale che Napoleone descriveva con tre parole: ordre, contreordre, désordre. Si continuò a non occupare Baia Hissar. Contro le migliaia di insorti furono mandate alcune compagnie che, naturalmente, furono battute; ciò rese gli afghani ancora più intraprendenti. Il 3 novembre essi occuparono i fortini nei pressi dell’accampamento. Il giorno 9 conquistarono il forte del commissariato (difeso soltanto da 80 uomini), riducendo gli inglesi alla fame. Il 5 Elphinstone aveva già parlato di negoziare un pagamento per lasciare il paese. Verso la metà di novembre la sua indecisione e la sua incapacità avevano talmente demoralizzato le truppe che né i soldati europei né i sepoy [8] erano ormai in grado di affrontare gli afghani in campo aperto. Quindi iniziarono le trattative, durante le quali, nel corso di una riunione con i capi afghani, Macnaghten fu assassinato. La neve cominciò a cadere, le provviste scarseggiavano. Infine, il 1° gennaio si giunse alla capitolazione. Tutto il denaro, 190.000 sterline, doveva essere consegnato agli afghani, oltre a 140.000 sterline in promesse sottoscritte di pagamento. L’artiglieria e le munizioni, a parte 6 pezzi da sei libbre e 3 cannoni da montagna, dovevano essere lasciate in loco. Tutto l’Afghanistan doveva essere evacuato. I capitribù, da parte loro, promisero un salvacondotto, rifornimenti e bestiame per il trasporto.
Il 5 gennaio gli inglesi si misero in marcia con 4.500 soldati e un seguito di 12.000 persone; una marcia durante la quale sparirono anche gli ultimi residui di ordine, con militari e civili che si confondevano in maniera irreparabile rendendo impossibile qualsiasi tipo di resistenza. Il freddo e la neve, e la mancanza di cibo, agirono come durante la ritirata di Napoleone da Mosca. Ma invece che dai cosacchi che si mantenevano a debita distanza, gli inglesi furono incalzati dai furibondi tiratori scelti afghani piazzati su ogni altura e armati con fucili a miccia a lunga gittata. I capi che avevano firmato la capitolazione non potevano né volevano tenere sotto controllo le tribù montane. Il passo di Kurd-Kabul divenne così la tomba di quasi tutto l’esercito, e i pochi superstiti (tra cui meno di 200 europei) caddero all’ingresso del passo di Jugduluk. Un solo uomo, il dottor Brydon, riuscì a raggiungere Jalalabad e a raccontare ciò che era accaduto. Molti ufficiali, tuttavia, erano stati catturati dagli afghani e fatti prigionieri. Jalalabad era presidiata dalla brigata di Sale. Gli fu intimata la resa, ma egli rifiutò di abbandonare la città; lo stesso fece Nott a Qandahar. Ghazni era caduta; in città non c’era nessuno che s’intendesse di artiglieria, e i sepoy della guarnigione avevano ceduto a causa delle condizioni climatiche.
Nel frattempo, appena venute a conoscenza della disfatta di Kabul, le autorità britanniche di stanza lungo la frontiera avevano concentrato a Peshawar alcune truppe destinate a portare soccorso ai reggimenti in Afghanistan. Ma mancavano i mezzi di trasporto e i sepoy caddero ammalati in gran numero. In febbraio il comando fu assunto dal generale Pollock, il quale ricevette nuovi rinforzi alla fine di marzo del 1842. Egli quindi si aprì la strada attraverso il passo di Khaybar e puntò su Jalalabad per andare a soccorrere Sale, il quale, qualche giorno prima, aveva inflitto una sonora sconfitta agli assedianti afghani. Lord Ellenborough, nuovo governatore generale dell’India, ordinò l’immediato ritiro delle truppe, ma sia Nott sia Pollock addussero come scusa la mancanza di mezzi di trasporto. Infine, ai primi di luglio l’opinione pubblica in India costrinse Lord Ellenborough a prendere provvedimenti per riguadagnare l’onore nazionale e il prestigio dell’esercito britannico; egli quindi autorizzò l’avanzata su Kabul da Qandahar e da Jalalabad. Verso la metà di agosto Pollock e Nott si accordarono sui rispettivi movimenti e il giorno 20 Pollock mosse verso Kabul; raggiunse Gundamuk, sbaragliò un corpo di afghani il 23, superò il passo di Jugduluk l’8 settembre, sconfisse le truppe nemiche riunite a Tezin il 13 e si accampò il 15 sotto le mura di Kabul. Nott nel frattempo aveva lasciato Qandahar il 7 agosto, dirigendosi a Ghazni con tutti gli uomini a sua disposizione. Dopo alcuni scontri di minore entità, sgominò un notevole contingente di afghani il 30 agosto, prese possesso il 6 settembre di Ghazni, che era stata abbandonata dal nemico, distrusse le fortificazioni della città, sconfisse nuovamente gli afghani nella loro roccaforte di Alydan e il 17 settembre giunse nei pressi di Kabul, dove si mise immediatamente in contatto con Pollock. Sujah Shah era stato assassinato già da tempo da un capotribù e, da quel momento in poi, l’Afghanistan non aveva avuto alcun governo regolare, anche se nominalmente il re era Futteh Jung, il figlio di Sujah Shah. Pollock inviò un corpo di cavalleria in soccorso dei prigionieri rinchiusi a Kabul, ma essi erano riusciti a corrompere le guardie e gli andarono incontro sulla strada. La distruzione del bazar di Kabul fu decisa come atto di ritorsione e in tale circostanza i soldati saccheggiarono parte della città e massacrarono numerosi civili. Il 12 ottobre i britannici lasciarono Kabul e marciarono, attraverso Jalalabad e Peshawar, in direzione dell’India. Futteh Jung, disperando per la sua sorte, si unì a loro. Dost Muhammad fu liberato e fece ritorno nel suo regno. Così si concluse il tentativo dei britannici di creare con le loro mani un sovrano per l’Afghanistan.
Friedrich Engels
Scritto nel mese di luglio e nella prima decade di agosto del 1857
Pubblicato in The New American Cyclopœdia, vol. I, 1858
BOMARSUND

Stretto canale tra l’isola di Aland e Vardò, all’imboccatura del golfo di Botnia. Le fortificazioni russe al porto di Bomarsund furono distrutte dalle flotte britannica e francese durante la guerra del 1854. Alla fine di luglio quattro navi inglesi e alcuni piccoli piroscafi a vapore bloccarono l’accesso ai canali che portavano a Bomarsund. Poco tempo dopo sopraggiunsero cospicui distaccamenti delle flotte alleate al comando degli ammiragli Napier e Parse-val-Deschènes, seguiti, il 7 agosto, dalle navi di linea comandate dal generale Baraguey d’Hilliers, e da 12.000 soldati, in prevalenza francesi. Il comandante russo, il generale Bodisco, fu costretto ad arrendersi il 16 agosto; gli alleati occuparono l’isola fino alla fine del mese, quando procedettero alla distruzione dell’intera fortificazione. I vincitori riportarono i seguenti trofei: 112 cannoni già montati e 79 da montare, tre mortai, sette cannoni da campo, 2.235 prigionieri. Il principale interesse militare di questo assedio risiede nell’aver dissipato ogni perplessità riguardo alla questione della copertura contro il fuoco nemico di opere in muratura rivolte verso un campo aperto.
Friedrich Engels
Scritto tra il 24 febbraio e il 19 marzo 1858
Pubblicato in The New American Cyclopœdia, vol. III, 1858
BRESCIA
Provincia della Lombardia, confinante a Nord con Bergamo e il Tirolo, a Ovest con Verona e Mantova, a Sud con Cremona, a Est con Lodi e Bergamo. Superficie, 1.300 miglia quadrate; popolazione, 350.000. La fertilità del suolo favorisce la coltivazione di prodotti di prima scelta; uno dei settori più importanti dell’industria è la lavorazione della seta, di cui si producono ogni anno circa un milione di libbre; questo settore conta 27 fabbriche e 1.046 stabilimenti per la tessitura. Annualmente sono prodotte circa 70.000 libbre di lana di qualità superiore e la zona vanta più di 45 manifatture di tessuti di lana, 40 stabilimenti per la lavorazione di lana e cotone e 13 per quella di stoffe, 27 manifatture di oro, argento e bronzo, 12 di utensili e porcellana, sette stamperie, 137 fabbriche per la lavorazione del ferro e di altri metalli (l’acciaio di Brescia è famoso in tutto il mondo) e 77 per la produzione di fucili e altre armi, la cui eccellenza valse a Brescia in tempi passati l’appellativo di l’armata. Burro, formaggio, frumento, granoturco, fieno, lino, castagne, olio e vino aggiungono ulteriori elementi di prosperità. Il commercio della provincia si svolge prevalentemente nel capoluogo, che ha lo stesso nome.
La città di Brescia (anticamente Brixia) ha una popolazione di 40.000 abitanti e sorge ai piedi di una collina, sui fiumi Mella e Garza. Il possente castello sulla sommità della collina fu chiamato in passato il falcone di Lombardia. La città è ben costruita, gradevole e animata, nota per l’abbondanza delle sue fontane: non meno di 72 in strade e piazze, e circa un centinaio nelle dimore private. L’antica cattedrale e le altre chiese conservano numerosi dipinti di importanti maestri italiani. La costruzione della nuova cattedrale, o Duomo Nuovo, fu avviata nel 1604, ma la volta della cupola fu portata a termine solo nel 1825. L’addobbo più pregiato nella chiesa di Santa Afra è “L’adultera” di Tiziano. Le chiese sono in totale venti, tutte note per i tesori artistici che contengono. Tra gli edifici pubblici sono da menzionare il Palazzo della Loggia in Piazza Vecchia, adibito a municipio, la cui magnifica facciata ha molto sofferto a causa del bombardamento [9] dell’aprile 1849. Il Palazzo Tosi fu donato alla città dal conte Tosi e conserva, tra molti famosi dipinti, il celebre “Salvatore” di Raffaello. Le pinacoteche dei palazzi Averoldi, Fenaroli, Lecchi, Martinengo, eccetera, sono parimenti note per le loro qualità artistiche. Un’intera via, il Corso del Teatro, ha le facciate dei secondi piani decorate con affreschi di argomento biblico, mitologico e storico. La Biblioteca Quirinina, fondata alla metà del XVIII secolo dal cardinal Quirini, contiene circa 80.000 volumi, oltre a una vasta e curiosa collezione di manoscritti e oggetti antichi. Il monumento più singolare di Brescia è il cimitero, o Campo Santo, che è il più bello d’Italia: costruito nel 1810, è disposto a semicerchio e circondato da un filare di cipressi. Brescia è sede del governo provinciale e del vescovado, di una corte commerciale e di altri tribunali. Ospita diversi istituti caritatevoli, un seminario, due ginnasi, un liceo, un orto botanico, un gabinetto d’antiquariato e uno di storia naturale, una società agricola, varie accademie — tra le quali la filarmonica è una delle più antiche d’Italia —, un casinò, un bel teatro e un ampio padiglione fuori città dove si svolge l’annuale fiera in giorni di movimentata attività e svago. Il settimanale di Brescia si chiama Giornale della provincia bresciana. Nelle vicinanze della città, nel 1822 fu riportato alla luce un tempio marmoreo di epoca romana. Brescia è collegata a Verona e ad altre città italiane tramite ferrovia.
La città fu probabilmente fondata dagli etruschi. Dopo la caduta dell’impero romano fu saccheggiata dai goti e infine passò nelle mani dei franchi. Ottone il Grande la innalzò al rango di città libera imperiale, ma le lotte tra guelfi e ghibellini furono all’origine di una serie di disordini. Per un certo tempo fu dominata dai signori di Verona, quindi cadde sotto l’autorità dei milanesi nel 1339. Nel 1426 fu espugnata dal Carmagnola e nel 1438 assediata dal Piccinino; nel 1509 si arrese ai francesi; nel 1512 fu conquistata dal generale veneziano Gritti e poi liberata da Gaston de Foix. Fu stretta d’assedio altre tre volte nel corso del XVI secolo, ma restò possesso veneziano fino alla caduta della repubblica [10]. In epoca napoleonica fu capitale del dipartimento della Mella. Durante la rivoluzione del 1849 i bresciani insorsero in armi contro il potere austriaco, al quale erano sottoposti dal 1814. Il 30 marzo la città subì un bombardamento ordinato dal generale Haynau, resistette fino a mezzogiorno del 2 aprile, ma fu infine costretta alla capitolazione e al pagamento di un riscatto di 1.200.000 dollari per evitare la distruzione completa.
Friedrich Engels
Scritto nel mese di febbraio (non dopo il 24) del 1858
Pubblicato in The New American Cyclopœdia, vol. III, 1858
NOTE

2. Entrambe di etnia pashtun.
3. I moghul erano invasori di origine turca che giunsero in India all’inizio del XVI secolo e fondarono nel 1526 l’impero dei grandi moghul nel nord della regione. I contemporanei li ritenevano erroneamente discendenti diretti dei guerrieri mongoli di Gengis Khan. Alla metà del XVII secolo l’impero comprendeva quasi tutta l’India e parte dell’Afghanistan. A partire dalla prima metà del XVIII secolo l’esistenza dell’impero moghul fu solo nominale.
4. I marathi erano un gruppo etnico che viveva nel Deccan nordoccidentale. Intorno al 1650 iniziarono una lotta armata contro l’impero moghul e fondarono un loro Stato indipendente. Nel 1761 una potente confederazione maratha fu duramente sconfitta dagli afghani nella lotta per la supremazia in India. Indebolita dalla disfatta e da lotte feudali interne, la confederazione fu attaccata e battuta degli inglesi nella guerra anglo-maratha del 1803-05.
5. I sikh erano una setta religiosa sorta in potenza nel Punjab alla fine del XVII secolo. La loro ideologia, basata sul concetto di eguaglianza, si diffuse tra i contadini e gli strati artigiani cittadini motivando la lotta contro l’impero moghul e gli invasori afghani. Successivamente tra i sikh emerse un’aristocrazia locale e si costituì uno Stato sikh governato da Ranjit Singh, annesso dalla Compagnia indiana nel 1849.
6. Mountstuart Elphinstone.
7. L’assedio posto dai persiani a Herat durò da novembre 1837 ad agosto 1838.
8. I sepoy erano le truppe mercenarie dell’esercito anglo-indiano reclutate tra la popolazione indiana e comandate da ufficiali britannici. Essi parteciparono all’insurrezione del 1857-59.
9. A opera degli austriaci.
10. Nel 1797.
Strumenti militari

Bastion – BASTIONE
Battery – BATTERIA
Battle – BATTAGLIA
Berme – BERMA
Bridge-Head – TESTA DI PONTE
Bastion
BASTIONE

Nelle antiche opere di fortificazione, sui fianchi delle mura delle città si trovavano torri circolari o quadrate dalle quali gli arcieri e le varie macchine da guerra dirigevano il loro tiro contro l’assalto dei nemici tenuti a freno dai fossati. Con l’introduzione in Europa dell’artiglieria queste torri furono notevolmente ampliate e, infine, all’inizio del XVI secolo, gli architetti italiani le resero poligonali anziché circolari o quadrate, creando così il bastione. Si tratta di un pentagono irregolare con un lato rivolto all’interno verso la torre, in modo che l’angolo sporgente opposto dia sul campo aperto. I due lati più lunghi, che comprendono l’angolo saliente, sono detti facce, mentre i due più corti, che collegano alle mura o al terrapieno, sono detti fianchi. Le facce sono concepite per rispondere al fuoco a distanza del nemico e i fianchi per proteggere il fossato. I primi bastioni italiani dimostravano ancora la loro derivazione dal le antiche torri: erano molto accostati alle mura principali, l’angolo saliente era eccessivamente ottuso, le facce troppo corte e il parapetto ricoperto intera mente in muratura. Con bastioni di dimensioni tanto ridotte l’unica funzione dei fianchi era la difesa del fossato antistante la cortina tra due bastioni; di conseguenza, i fianchi erano costruiti perpendicolarmente alla cortina stessa. Tali bastioni erano distribuiti agli angoli del poligono che costituiva l’intera enceinte [cinta] della fortezza, ma, laddove un lato di questo poligono era così lungo che una sua parte rimaneva fuori della portata efficace dei moschetti a partire da entrambi i fianchi sporgenti, si costruiva nel mezzo un bastione intermedio chiamato piatta forma.
Con il perfezionamento dell’artiglieria d’assedio nel XVII secolo si resero -necessari bastioni più ampi e ben presto la cortina perse il suo carattere di pre minenza perché i bastioni divennero i punti principali soggetti ad attacco. Anche la funzione dei fianchi mutò: ora dovevano soprattutto prendere d’infilata il fossato antistante la faccia del bastione opposto e così furono costruiti perpendicolarmente al prolungamento di questa faccia, la cosiddetta linea di difesa, e non più alla cortina. L’altezza del rivestimento in muratura fu ridot¬ta e la copertura contro il fuoco diretto assicurata dagli spalti o dal parapetto delle fortificazioni esterne più basse. Così, nelle mani della vecchia scuola -francese e tedesca, e successivamente in quelle di Vauban e Coehorn, i bastio ni subirono numerosi cambiamenti di forma e dimensione finché, intorno al 1740, Cormontaigne pubblicò il suo sistema di fortificazione a bastioni che è universalmente considerato il più perfetto del suo genere. I bastioni dovevano raggiungere la massima ampiezza consentita dalla solidità della co¬ struzione, i fianchi dovevano essere quasi, ma non esattamente, perpendico¬lari alla linea di difesa, ed erano notevolmente migliorate le opere esterne di -fortificazione.
I bastioni possono essere pieni o vuoti. Nel primo caso l’interno è com-pletamente portato a livello del terrapieno; nel secondo caso, il terrapieno cor re lungo il perimetro interno del bastione con un’ampiezza sufficiente per la sistemazione dei cannoni, ma lascia un vuoto centrale. Sui bastioni pieni pos-sono essere talvolta eretti dei cavalieri, ossia dei rialzi paralleli alle loro pareti, capaci di consentire ai cannoni di sparare più in alto del parapetto. Su queste elevate posizioni dominanti sono in genere piazzati i pezzi d’artiglieria dotati della massima gittata e destinati a danneggiare il nemico da notevole distanza.
II sistema di fortificazione basato sui bastioni rimase l’unico conosciuto dal XVI secolo fino alla fine del XVIII, quando Montalembert propose diversi nuovi metodi che ne facevano a meno, tra i quali riscossero grande favore il sistema poligonale o a caponnière per le fortezze interne, e quello dei forti casamattati con varie schiere di cannoni.
Friedrich Engels
Scritto tra la fine di agosto e il 15 settembre 1857
-Pubblicato in The New American Cyclopœdia , vol. II
Battery
BATTERIA
Nell’artiglieria da campo il termine designa un certo numero di cannoni, da 4 a 12, con i necessari cavalli, cannonieri ed equipaggiamenti, generalmente destinati a operare insieme in battaglia. Britannici e francesi hanno batterie da 6 cannoni ciascuna, prussiani e austriaci da 8, russi da 8 o da 12. Le batterie da campo si dividono in leggere, pesanti e batterie di obici; in alcuni paesi esistono poi batterie di montagna. Inoltre, parlando di una posizione in battaglia, il termine può indicare qualsiasi punto in cui siano piazzati dei cannoni. Nell’artiglieria da assedio, batteria significa sia una qualunque linea di difesa della fortezza armata di cannoni sia, soprattutto, un certo numero di pezzi schierati in linea per l’attacco alla roccaforte e coperti da un parapetto. La realizzazione di questo parapetto e delle piazzole per i cannoni è ciò che comunemente si chiama costruzione della batteria. Rispetto al loro disegno le batterie possono essere rialzate, semi-incassate o incassate; rispetto al loro armamento, sono dette batterie di cannoni, di obici o di mortai; rispetto al sistema di copertura, batterie con feritoie, en barbette (senza feritoie) o in case-matte (blindate). Riguardo invece allo scopo cui sono destinate, esistono batterie da demolizione per distruggere i cannoni su una linea di difesa della fortezza assediata, linea parallelamente alla quale esse debbono essere costruite; batterie per il tiro di rimbalzo, costruite sul prolungamento di una linea di difesa e predisposte per il tiro d’infilata, con le palle e le granate che partono rasentando il parapetto e rimbalzano basse lungo tutta la suddetta linea; batterie di mortai per il bombardamento dentro i bastioni e delle costruzioni interne della fortezza; batterie da breccia, per abbattere le pareti di rivestimento dei terrapieni; batterie da contrasto, piazzate sulla cresta del terrapieno di fronte ai fianchi dei baluardi, per annullare il fuoco che protegge il fossato antistante la breccia. Le batterie costiere sono trinceramenti ricavati in un particolare punto di spiaggia per opporsi agli assalti nemici; possono essere permanenti, nel qual caso vengono costruite in muratura, spesso protette con casematte e dotate di varie file di cannoni, o temporanee, cioè realizzate in terra, per lo più disposte a barbetta per garantire un più ampio spazio di manovra; in entrambi i casi le batterie sono chiuse sul retro per proteggerle contro improvvisi attacchi della fanteria di terra.
Per costruire una batteria in terra occorre tracciarne le dimensioni principali e procurarsi il terreno scavando un fossato davanti o dietro all’ideale parapetto. Il pendio esterno di quest’ultimo va lasciato senza rivestimento, ma il pendio interno e le “guance” — o lati interni — delle feritoie devono essere rivestiti con fascine, gabbioni, graticci, barili di terra, sacchi di sabbia o zolle di torba, in modo da evitare frane di terreno anche in presenza di un pendio ripido. Come ulteriore rinforzo per il parapetto, solitamente si lascia una berma — ossia uno stretto sentiero livellato — tra il piede esterno e il fossato antistante. All’interno della batteria, tra una feritoia e l’altra, si erige una piattaforma sufficientemente alta perché un uomo in piedi possa vedere al di là del parapetto. Su uno o entrambi i fianchi della batteria si può aggiungere una spalletta al parapetto, che formi un angolo ottuso con la linea della batteria stessa e offra così una protezione contro il fuoco di fianco. Laddove si sia soggetti al fuoco d’infilata è necessario realizzare delle traverse o delle spallette tra i cannoni. Nelle batterie a barbetta tale protezione viene ulteriormente rinforzata rialzando di diversi piedi le traverse al di sopra del parapetto e facendo proseguire tali rialzi fino alla cresta esterna dello stesso parapetto, in quella che è definita “cuffia” di copertura. I cannoni sono piazzati su piattaforme costruite con tavole e travetti, o altri manufatti in legno, per garantire stabilità alle postazioni. Le munizioni sono in parte conservate in anfratti sotto il parapetto e in parte in un’apposita costruzione incassata, realizzata in legno e ricoperta da uno strato di terra così spesso da risultare a prova di bomba. Per riparare i cannonieri contro il tiro dei fucili spesso si chiudono le feritoie con blindature di robuste tavole di legno che poi vengono aperte a destra e a sinistra al momento dell’uscita del cannone, oppure che presentano un foro per l’inserimento della bocca da fuoco. Il tiro nemico può essere reso inoffensivo grazie a blindature di legno che, partendo dalla cresta interna del parapetto, si inclinano fino a raggiungere il terreno retrostante. Nelle batterie di obici, le basi delle feritoie sono inclinate verso l’alto anziché verso il basso; le batterie di mortai, invece, non prevedono feritoie, visto che il lancio della granata al di sopra del parapetto è assicurato dall’alto grado di elevazione impiegato. Per offrire una buona protezione contro il fuoco dei cannoni pesanti il parapetto dovrebbe avere uno spessore di almeno 17 o 18 piedi; tuttavia, se il nemico è equipaggiato di calibri davvero molto pesanti e il terreno è sfavorevole, può rendersi necessario uno spessore di 24 piedi. Un’altezza di 7 o 8 piedi assicura una protezione sufficiente. I cannoni dovrebbero essere intervallati da una distanza tra i io e i 14 piedi; qualora siano necessarìe le traverse, il parapetto dovrà essere allungato di conseguenza.
Friedrich Engels
Scritto tra il 18 e il 29 settembre 1857
Pubblicato in The New Jhnerican Cyclopœdia, vol. II, 1858
Battle
BATTAGLIA
Si chiama battaglia l’incontro tra due corpi militari avversari, sia se tali corpi formano la maggioranza dei rispettivi eserciti sia se operano indipendentemente in un separato teatro di guerra. Prima dell’introduzione della polvere da sparo tutte le battaglie erano effettivamente decise dalla lotta corpo a corpo. Presso i greci e i macedoni era determinante la carica della falange irta di lance, cui seguiva un breve scontro con la spada. Con i romani, l’attacco della legione schierata su tre linee consentiva di riprendere la carica con la seconda linea e di effettuare le manovre decisive con la terza. La linea romana avanzava fino 310015 iarde dal nemico, scagliava i suoi pila, ossia giavellotti molto pesanti, e quindi concludeva il combattimento spada alla mano. Se la prima linea veniva respinta, la seconda avanzava passando attraverso i suoi intervalli e, se la resistenza non era ancora spezzata, la terza linea, o riserva, si lanciava sul centro dello schieramento nemico o piombava su una delle sue ali. Nel Medioevo le cariche dei cavalieri ricoperti d’acciaio avrebbero determinato l’esito complessivo delle battaglie fino all’avvento dell’artiglieria e delle armi da fuoco impugnabili, che restaurarono la supremazia della fanteria. Da allora in poi la superiorità numerica e costruttiva delle armi da fuoco di un esercito fu l’elemento fondamentale della battaglia, almeno finché, nel style=’text-transform:uppercase’>xviii secolo, tutti gli eserciti europei equipaggiarono le loro fanterie con i moschetti e raggiunsero pressoché lo stesso livello qualitativo nel settore delle armi da fuoco. L’elemento decisivo divenne allora il numero dei colpi sparati in un determinato arco di tempo e con precisione media. La fanteria veniva schierata in lunghe linee di tre righe; era addestrata con la massima cura per assicurarle stabilità e rapidità di fuoco, fino a 5 colpi al minuto; le lunghe linee avanzavano lentamente l’una contro l’altra, continuando sempre a sparare, sostenute dal tiro di cartocci a mitraglia effettuato dall’artiglieria; alla fine, quando, a causa delle perdite subite, le truppe di una delle due parti perdevano compattezza, l’avversario coglieva subito l’occasione per l’assalto alla baionetta, che generalmente risultava decisivo. Se uno dei due eserciti aveva già preso posizione prima dell’inizio della battaglia, l’altro cercava di solito l’attacco lungo una diagonale in modo da aggirare e poi avvolgere una delle ali nemiche; quest’ala, insieme al punto di congiunzione con il centro, era gettata nel più completo disordine dall’attacco di forze superiori e finiva per ammassarsi in grandi gruppi che venivano facilmente bersagliati dall’artiglieria pesante della parte assalitrice. Era questa la manovra preferita da Federico il Grande, che si dimostrò particolarmente efficace a Leuthen [1]. A volte succedeva anche che si lanciasse la cavalleria contro la fanteria nemica ormai disgregata, e in molti casi con evidente successo; tuttavia, era generalmente il fuoco veloce della fanteria a determinare l’esito dello scontro e tale fuoco era così efficace che le battaglie di quel periodo furono le più sanguinose dell’epoca moderna. A Kolin, Federico il Grande perse 12.000 uomini su un totale di 18.000, e a Kunersdorf 17.000 su 30.000 [2]; nella battaglia più sanguinosa di tutte le campagne napoleoniche, quella di Borodino, i russi persero, tra morti e feriti, non meno della metà dei loro effettivi.
La rivoluzione francese e Napoleone cambiarono completamente la fisionomia delle battaglie. L’esercito fu organizzato in divisioni di circa 10.000 uomini ciascuna, comprendenti reparti di fanteria, cavalleria e artiglieria; non si combatteva più esclusivamente in linea, ma anche in colonna e in ordine sparso. Con questo tipo di formazione non fu più necessario scegliere come esclusivo terreno di battaglia il campo aperto, giacché boschi, villaggi, fattorie , e orti erano sempre i benvenuti, anziché il contrario. Da quando, poi, questa formazione fu adottata in tutti gli eserciti, la battaglia divenne cosa affatto , diversa da ciò che era stata nel XVIII secolo. A quel tempo, infatti, sebbene l’esercito fosse in genere schierato su tre linee, un attacco, o al massimo due o tre in rapida successione, ne decidevano il destino; ora lo scontro poteva durare un’intera giornata, perfino due o tre giorni, con gli assalti, i contrattacchi e le manovre che si susseguivano gli uni agli altri con alterno successo. Attualmente una battaglia viene solitamente iniziata dall’avanguardia dell’esercito che attacca avanzando reparti di tiragliatori e truppe d’appoggio. Appena questi incontrano una seria resistenza, cosa che comunemente avviene quando capitano su un terreno favorevole alla difesa, l’artiglieria leggera, coperta dai tiragliatori e da piccoli reparti di cavalleria, avanza, mentre il corpo principale dell’avanguardia prende posizione. Segue quindi un cannoneggiamento e si consuma una gran quantità di munizioni al fine di facilitare la ricognizione e di indurre il nemico a scoprire le proprie forze. Intanto, una dopo l’altra, arrivano le divisioni, le quali vengono disposte nelle rispettive posizioni di combattimento a seconda delle informazioni ottenute sui mezzi del nemico. Nei luoghi favorevoli all’attacco si fanno avanzare i tiragliatori, appoggiati, ove necessario, dalla fanteria di linea e dall’artiglieria; si preparano gli attacchi laterali e si concentrano le truppe per l’assalto a punti cruciali di fronte alla postazione principale dell’avversario, il quale prende di conseguenza le sue contromisure. Parte della manovra serve a intimorire le posizioni difensive o a minacciare un ulteriore attacco in forze. Gradualmente l’esercito si avvicina al nemico, si stabiliscono definitivamente i punti dove sferrare l’attacco e le truppe avanzano in massa uscendo dalle posizioni riparate finora occupate. Ormai prevale il fuoco della fanteria di linea e dell’artiglieria, diretto contro i luoghi individuati per l’attacco; segue quindi l’avanzata dei reparti scelti per l’assalto, a volte con il contributo di una limitata carica di cavalleria. Inizia lo scontro per conquistare le postazioni più importanti, che vengono perse e rioccupate mentre le due parti continuano a turno a inviare truppe fresche. Lo spazio fra tali postazioni diventa così il campo di battaglia per la fanteria di linea per occasionali assalti alla baionetta che, tuttavia, raramente si trasformano in veri e propri combattimenti corpo a corpo, mentre, al contrario, la baionetta viene spesso utilizzata negli scontri all’interno di villaggi, fattorie, trincee, ecc. In questo campo aperto la cavalleria compie le sue incursioni quando le si presenta l’occasione, mentre l’artiglieria continua a sparare e a guadagnare nuove posizioni. Così, quando ancora l’andamento della battaglia è oscillante, gli obiettivi, le posizioni e, soprattutto, la forza dei due eserciti si vanno gradualmente palesando; le truppe vengono impegnate in numero sempre crescente e ben presto si scoprirà quale delle due parti possieda superiori forze di riserva per l’attacco finale e decisivo. Se fino a questo momento la parte che ha attaccato ha avuto successo, ora può decidere di lanciare la propria riserva contro il centro o il fianco dello schieramento in difesa; se, invece, l’attacco è stato finora respinto e non può essere rinnovato da truppe fresche, allora chi difende può far avanzare la sua riserva e con una carica massiccia trasformare la resistenza in sconfitta dell’avversario. Nella maggior parte dei casi l’attacco decisivo è portato contro un settore della linea frontale nemica in modo da aprirvi una breccia. Occorre concentrare quanto più fuoco d’artiglieria possibile sul punto prescelto; poi la fanteria avanza in gruppi serrati e, appena la sua carica ha successo, la cavalleria irrompe nel varco così creato, dispiegandosi a destra e a sinistra, aggirando il nemico sui fianchi e nelle retrovie e, per usare un’espressione molto efficace, “avvolgendolo” sulle sue due ali. In ogni caso, per riuscire efficacemente, un attacco del genere dev’essere intrapreso con forze imponenti e non prima che l’avversario abbia impegnato le sue ultime riserve; in caso contrario, si subirebbero perdite assolutamente sproporzionate rispetto al misero risultato che si otterrà, perdite che potrebbero perfino causare la sconfitta finale. Molte volte accade che uno dei due comandanti, piuttosto che impegnare le sue ultime riserve, decida di interrompere uno scontro che sta prendendo una piega estremamente sfavorevole e preferisca attendere la carica decisiva dell’avversario; con gli attuali sistemi organizzativi e tattici ciò può essere realizzato con perdite relativamente modeste, giacché, dopo un combattimento accanito, anche il nemico non è solitamente al meglio delle sue condizioni. La riserva e l’artiglieria arretrano dunque la loro posizione e, sotto la loro copertura, le truppe vengono gradualmente disimpegnate e ritirate. Se questa ritirata possa svolgersi in buon ordine dipende poi dalla velocità dell’inseguimento; il nemico invierà infatti la sua cavalleria contro i reparti che cercano di disimpegnarsi, i quali dovranno quindi essere affiancati e assistiti dalla loro cavalleria. Ma se quest’ultima verrà sgominata e la fanteria sarà raggiunta prima che possa mettersi al riparo, la disfatta si fa generale e la retroguardia, nella sua nuova posizione difensiva, avrà davanti a sé un duro lavoro a meno che, come solitamente avviene, non sopraggiunga la notte.
Questo è comunemente lo svolgimento di una moderna battaglia, supposto che le parti avverse abbiano la stessa forza militare e le stesse capacità di comando; se uno dei contendenti dimostra una marcata superiorità, la faccenda è molto più rapida e si presenteranno combinazioni anche molto diverse; tuttavia, quali che siano le circostanze, le moderne battaglie tra gli eserciti dei paesi avanzati presenteranno i caratteri fin qui descritti.
Friedrich Engels
Scritto tra il 18 e il 22 settembre 1857
Pubblicato in The New American Cyclopœdia, vol. II, 1858
Berme
BERMA
In un’opera di fortificazione, lo stretto sentiero livellato che viene lasciato tra il piede esterno del parapetto e il margine del fossato antistante. Solitamente ha una larghezza di circa tre piedi. Il suo scopo è sostenere il parapetto ed evitare che la terra di cui è composto frani nel fossato a causa di una forte pioggia, di una gelata, ecc. A volte può anche servire come via di comunicazione esterna intorno alla fortificazione. Non va sottovalutato, tuttavia, che la berma si presta eccellentemente come luogo di sosta e di raccolta per chi deve tentare l’assalto e la scalata; di conseguenza, in molti sistemi di fortificazione permanente viene completamente eliminata o protetta da un muro merlato, in modo da creare un riparo per una linea di fuoco della fanteria. Nella fortificazione da campo, o nella costruzione di batterie d’assedio, quando si abbia davanti un fossato, la berma è in genere inevitabile giacché la scarpa del fossato non ha quasi mai un rivestimento di sostegno e, mancando quello spazio intermedio, sia la scarpa sia il parapetto rischierebbero di franare presto a causa delle variazioni climatiche.
Friedrich Engels
Scritto tra il 23 e il 29 gennaio 1858
Pubblicato in The New American Cydopatdia, vol. III 1858
Bridge-Head
TESTA DI PONTE

Testa di ponte, o téte-de-pont, nell’arte della fortificazione è un’opera permanente o da campo che viene costruita a capo di un ponte allo scopo di proteggerlo e di permettere a chi lo controlla di manovrare su entrambe le sponde del fiume. La presenza di teste di ponte è indispensabile nel caso delle grandi fortezze moderne situate lungo ampi fiumi o alla confluenza tra due corsi d’acqua. In tali circostanze la testa di ponte è generalmente costituita da un borgo regolarmente fortificato sull’argine opposto; così, Castel è la testa di ponte di Magon-za, Ehrenbreitstein quella di Coblenza, Deutz quella di Colonia. Durante la guerra rivoluzionaria, appena i francesi si impadronirono di Kehl, la trasformarono in una testa di ponte per Strasburgo. In Inghilterra, Gosport può essere considerata la testa di ponte di Portsmouth anche in assenza di un ponte e sebbene svolga funzioni diverse e molto importanti. Come in quest’ultimo caso, qual-siasi postazione fortificata sulla sponda opposta di un fiume o di un braccio di mare viene spesso chiamata testa di ponte anche quando manca il ponte; e ciò perché tale postazione, proteggendo lo sbarco delle truppe e la preparazione di operazioni offensive, ne svolge le medesime funzioni e rientra, strategicamente parlando, nella stessa definizione. Nel caso di un esercito attestato al di là di un grande fiume, tutte le postazioni che esso occupa sulla sponda opposta — fortezze, villaggi trincerati o normali costruzioni da campo — sono chiamate teste di ponte nella misura in cui permettono all’esercito di trasferirsi in tutta sicurezza sull’altra riva. Così, quando nel 1813 Napoleone fermò la sua ritirata dalla Russia al di là dell’Elba, Amburgo, Magdeburgo, Wittenberg e Torgau furono le sue teste di ponte sulla riva destra del fiume. Nelle fortificazioni da campo le teste di ponte sono quasi sempre opere molto semplici, costituite da un bonnet àprétre o talvolta da costruzioni a corna o corona, aperte verso il fiume, e con una ridotta proprio di fronte al ponte. In alcuni casi un piccolo borgo, un gruppo di fattorie o di altri edifici vicini a un ponte possono essere trasformati, adattandoli opportunamente per la difesa, in adeguate teste di ponte; giacché, data l’attuale tattica della fanteria leggera, tali opere, quando possiedano capacità difensive, possono offrire una resistenza pari o addirittura maggiore a qualsiasi altra costruzione da campo realizzata a regola d’arte.
Friedrich Engels
Scritto nella prima metà di febbraio del 1858
Pubblicato in The New American Cyclopœdia, vol. IV, 1858
NOTE
1. Durante la Guerra dei Sette Anni.
2. Battaglie combattute durante la Guerra dei Sette Anni.

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