http://www.resistenze.org/sito/te/pe/dt/pedtei03-014937.htm

La multipolarità: due mondi o disputa interimperialista? (1)

Pavel Blanco Cabrera * | elcomunista.nuevaradio.org

22/07/2014

Il risultato più importante della prima guerra mondiale é stato la rottura del fronte unico dell’imperialismo e il distacco della Russia dal sistema mondiale del capitalismo […] in seguito alla vittoria del regime socialista nell’URSS, il capitalismo ha cessato di essere l’unico sistema dell’economia mondiale. [Andrej Ždanov]

La Seconda Guerra Mondiale, che culminò con la vittoria antifascista impose un nuovo equilibrio dei rapporti di forza a livello internazionale, costruito nelle Conferenze di Teheran, Yalta e Potsdam e con la concretizzazione dell’Organizzazione delle Nazioni Unite.

Tale equilibrio non fu il risultato di uno scontro interimperialista per la spartizione di territori e mercati, per la ricerca di una migliore posizione nella piramide imperialista, poiché la natura della Seconda Guerra Mondiale era permeata dal tentativo di distruggere il socialismo in URSS, obiettivo che contò in principio della complicità e dell’avallo dei paesi coinvolti nel conflitto, anche quelli che in seguito entrarono a far parte degli Alleati. E’ noto che l’Inghilterra aveva tra i suoi obiettivi la liquidazione del socialismo – “annegare il bambino nella culla” – dal 1917, anno in cui trionfò la Grande Rivoluzione Socialista d’Ottobre e si instaurò il potere dei soviet, cioè il potere degli operai e dei contadini. Gli Stati Uniti attesero di entrare nel conflitto che si definissero le forze (2 nota ), ma anche a guerra avanzata, tra i monopoli degli Stati Uniti e quelli della Germania nazista si mantennero forti vincoli commerciali e finanziari. Si può affermare che in generale i paesi imperialisti avevano una sorda complicità con gli obiettivi anticomunisti del fascismo tedesco e le politiche guerrafondaie di Hitler, auspicando la sconfitta dell’URSS (3), paese che stava costruendo un mondo nuovo.

La costruzione socialista nell’URSS era un fatto indiscutibile dopo il rovesciamento del vecchio ordine; con la collettivizzazione della terra e l’industrializzazione basati sul potere operaio, la socializzazione dei mezzi di produzione, la pianificazione centrale, sorse una nuova società che rispondeva all’aspirazione degli sfruttati del mondo; gli operai da ogni angolo del pianeta guardavano alla vita di tipo nuovo come un esempio da seguire e si organizzavano di conseguenza, sfidando la repressione della classe dominante. In URSS, il lavoro, la salute, l’abitazione, l’istruzione, la cultura erano garantiti per il proletariato; l’emancipazione della donna compiva passi da gigante; i bambini crescevano in condizioni diverse da quelle dei loro genitori e nonni, che avevano dovuto lavorare fin dalla tenera età per un regime obbrobrioso di semi-schiavitù. Le statistiche non mentono: la rivoluzione proletaria e l’edificazione del socialismo-comunismo schiudevano una nuova vita, con grande ottimismo nonostante i sacrifici e le difficoltà causate dalla controrivoluzione interna ed esterna.

Conseguentemente l’URSS divenne anche una base di appoggio per il proletariato e per la sua lotta a livello internazionale, in primo luogo con la costruzione di un paese multinazionale poi con la forgiatura dell’Internazionale Comunista, la quale permise che in gran parte del mondo si organizzassero dei partiti comunisti, accelerando positivamente la lotta di classe nel contesto della crisi generale del capitalismo che ebbe inizio nel 1929. Ovunque scoppiarono focolai rivoluzionari che ricevettero il forte sostegno da parte del potere sovietico: in Ungheria, a Torino, Shanghai, in Brasile con la Colonna Prestes e il trionfo del potere popolare in Mongolia. Le lotte rivoluzionarie in Cina e nella Spagna Repubblicana contarono sempre sul sostegno dell’Unione Sovietica, ricordando che, e lo sottolineiamo, non si manifestava solo in dichiarazioni di solidarietà, ma in una politica concreta, tangibile, di vite e beni.

Insieme con il Comintern, la KIM, la Profintern – cioè i partiti comunisti, le gioventù comuniste e l’Internazionale dei Sindacati Rossi – che hanno contribuito a forgiare il movimento comunista, vi era anche un silenzioso ma vitale lavoro di traduzione delle opere del marxismo-leninismo in diverse lingue, fornendo un aiuto straordinario alla fusione del socialismo scientifico con il movimento operaio. Per coloro che sottoscrivono la tesi marxista che le idee possono convertirsi in forza materiale, il ruolo delle Edizioni in Lingue Straniere (e le sue successive denominazioni) dell’Istituto Marx-Engels-Lenin-Stalin di Mosca, dell’apparato di traduzioni del Comintern per mettere i classici a disposizione dei lavoratori del mondo, potenziò fortemente e fino ad oggi, l’agire di ogni forza rivoluzionaria.

Il ruolo dell’URSS, altamente sovversivo, fu compreso dalla reazione: contro l’ondata rivoluzionaria, l’imperialismo scatenò la forza controrivoluzionaria del fascismo, permettendo il riarmo della Germania e incentivando il ruolo bellicista dei monopoli che si esprimevano politicamente nel partito nazista e nella dottrina specificamente designata “anti-Comintern”.

Il carattere della guerra che si preparava fu molto chiaro per l’Internazionale Comunista e le sue sezioni nazionali: la difesa dell’URSS andava a concretizzare la salvaguardia del socialismo e della prospettiva rivoluzionaria. Si produsse  nel VII Congresso uno spostamento tattico, espresso nella relazione di Dimitrov, nella direzione della strenua difesa dell’URSS, paese socialista, con la linea del fronte popolare.

In URSS, e si possono studiare i materiali del XVIII Congresso del Partito Comunista Bolscevico dell’URSS, vi fu una intensa preparazione per il conflitto. Lo Stato sovietico si vide costretto a una serie di manovre per guadagnare tempo, migliorare le condizioni per lo scontro con la macchina da guerra del Terzo Reich.

Sebbene il campo di battaglia della Grande Guerra Patriottica fosse principalmente il territorio sovietico, poiché il proposito acclarato della guerra era di liquidare il socialismo, la lotta si combatte su più fronti, con una strategia unitaria dei comunisti del mondo. Sia l’azione dell’Armata Rossa, dei partigiani sovietici, del Partito Comunista (bolscevico) mobilitato nella sua interezza, come l’azione dei partigiani in tutta Europa e l’azione clandestina antifascista dove si evidenziavano i comunisti (anche all’interno della Germania nazista, dove ci fu una grande resistenza), così come la lotta dei fronti popolari e del movimento operaio mondiale chiedendo l’apertura del secondo fronte in Europa e l’alleanza anti-fascista, influirono decisamente nel corso della guerra e nella configurazione del successivo ordine postbellico.

L’eroica resistenza di Mosca e Leningrado così come la sconfitta nazista a Kursk e Stalingrado definirono il corso della Seconda Guerra Mondiale, che non si concluse fino a quando a Berlino, sul Reichstag, sventolò la bandiera rossa con la falce e il martello del comunismo internazionale, del potere operaio. Un bilancio di quasi 27 milioni di morti sovietici, ingenti danneggiamenti dell’infrastruttura socialista, eroici sacrifici del proletariato. Come sappiamo l’apertura del secondo fronte avvenne quando il risultato della guerra era già definito.

La sconfitta della Germania nazista e del Giappone, così come l’azione liberatrice dell’URSS in tutta l’Europa orientale, inaugurano un nuovo ordine internazionale. Si impose una correlazione di forze a favore del socialismo. Anche se è vero che tra i comunisti si produce in quel periodo una certa confusione con l’alleanza antifascista, e che durante questo periodo si forma una tendenza opportunista, matrice dell’eurocomunismo, dei fronti nazionali di collaborazione di classe espressa da Earl Browder (4), originata in gran misura dall’assenza di una strategia unitaria dopo lo scioglimento dell’Internazionale Comunista, che immaginava la collaborazione degli Alleati nel lungo periodo, essa viene respinta dalla comparsa dell’Ufficio d’Informazione dei Partiti comunisti e operai (Cominform) e l’importante approccio di Andrej Ždanov, del quale è necessario citare alcuni paragrafi:

“… il carattere antifascista della guerra di liberazione, la parte decisiva avuta dall’Unione Sovietica nella vittoria sugli aggressori fascisti, hanno modificato nettamente i rapporti di forza fra i due sistemi – socialista e capitalista – a favore del socialismo.

Come risultato della guerra, l’importanza internazionale e l’autorità dell’U.R.S.S. sono immensamente cresciute. L’U.R.S.S. è stata la dirigente e l’anima delle forze che hanno distrutto militarmente la Germania e il Giappone. Intorno all’Unione Sovietica si sono raccolte le forze democratiche progressive del mondo intero. La stato socialista ha superato le terribili prove della guerra ed è uscito vittorioso dal conflitto mortale contro il fortissimo nemico. L’U.R.S.S. è uscita dalla guerra non indebolita, ma rafforzata.

I mutamenti radicali, verificatisi nella situazione internazionale e nella situazione dei diversi paesi in seguito alla guerra, hanno cambiato tutto il quadro politico mondiale. Si è formato un nuovo schieramento delle forze politiche. Quanto più ci allontaniamo dalla fine della guerra, tanto più nettamente si delineano le due tendenze fondamentali della politica internazionale del dopoguerra, corrispondenti allo schieramento delle forze politiche che agiscono nell’arena mondiale in due campi principali: da una parte il campo imperialista e antidemocratico e dall’altra il campo antimperialista e democratico.” (5).

L’illusione che la coalizione anti-hitleriana sarebbe durata oltre la fine della guerra andò in frantumi con la decisione degli Stati Uniti di lanciare le bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki, un chiaro avvertimento contro l’Unione Sovietica. Tuttavia, questo non alterò affatto la correlazione di forze conquistata e la sua influenza progressista nel mondo. E’ importante tenere in conto che: la natura di un organismo internazionale o di una situazione data in materia di relazioni internazionali, obbedisce in primo luogo alla corrispondenza intrinseca tra politica interna e politica esterna delle parti coinvolte e alla correlazione oggettiva di forze, la quale non è statica e dipende dal flusso e riflusso della lotta di classe e dalle svolte improvvise della storia, pertanto l’unico approccio consentito in tale materia per i marxisti-leninisti è l’approccio di classe. Per il proletariato, per i comunisti, la loro azione, strategia, tattica, si fondano sulla natura di classe del conflitto.

La minaccia atomica, la Dottrina Truman e il Piano Marshall, la politica aggressiva degli USA che spodesta l’Inghilterra dal vertice della piramide imperialista dopo la Seconda Guerra Mondiale, si scontrano con l’esistenza oggettiva del campo socialista, che ha tre espressioni nella politica internazionale:

a) In primo luogo, l’adozione delle politiche di welfare state per contenere l’ascesa della lotta di classe, come valvola di sfogo della pressione sociale accumulata, e la diminuzione della forza dei partiti comunisti (contro cui si scatenano misure repressive, come il maccartismo negli Stati Uniti, o le operazioni per erodere la loro identità comunista, come nei casi di Italia, Francia, Spagna). L’avanzata del socialismo portò quindi gli Stati capitalisti a riconoscere, almeno fino a un certo punto, le richieste della classe operaia.

b) Un quadro internazionale favorevole alla decolonizzazione e alla liberazione nazionale. Il vantaggio del socialismo nei rapporti di forze, consentirono che in molti casi l’ONU adottasse risoluzioni favorevoli ai popoli. Per questo, non si dovrebbe mai giudicare l’ONU al di fuori dei rapporti di forza, poiché quando questi si alterano, l’ONU diventa uno strumento esclusivo dell’imperialismo.

c) Un margine per le politiche di non-allineamento, per un certo sviluppo di alcune nazioni, che tuttavia ha avuto motivo d’essere solo fintanto che questa correlazione di forze si è mantenuta.

Cioè, l’esistenza dell’URSS e del campo socialista, con la sua forza politica, economica e militare, con i principi dell’internazionalismo proletario, permise che Stati determinati dalla loro natura di classe, rompessero l’unipolarità degli squali imperialisti, che fino ad allora sulla base degli interessi dei loro monopoli e sostenuti dalla forza dei loro eserciti potevano fare e disfare, dividendosi il mondo. La mappa del mondo cambiò. Paesi immensi come la Cina e l’India smisero di essere paesi colonizzati.

Basta rivisitare le mappe avanti la Prima e la Seconda Guerra Mondiale per comprendere che il socialismo, in primo luogo con la Russia Sovietica e poi con il campo socialista, influì in modo liberatorio nel pianeta: i paesi dell’Africa e dell’Asia devono la loro indipendenza a tale fattore. Il trionfo della Rivoluzione cinese e la costituzione della sua Repubblica Popolare sono impensabili senza un tale equilibrio di forze. Il trionfo della Corea del Nord e del Vietnam sono comprensibili solo per il ruolo attivo del socialismo, così come l’esistenza della Rivoluzione cubana, a pochi chilometri dagli Stati Uniti, nel continente americano, che proclama il suo carattere socialista. Senza l’esistenza del campo socialista, qualsiasi processo sarebbe stato sottomesso a sangue e fuoco dalla controrivoluzione internazionale, e non è vano ricordarsi della Crisi dei Caraibi nel 1961, dove l’ombrello nucleare sovietico accompagnò la ferma decisione del popolo cubano di affrontare l’aggressione imperialista.

Con la controrivoluzione degli anni ’90 che portò al rovesciamento della costruzione socialista nell’URSS e in altri paesi, è cambiata la correlazione di forze conquistata a livello internazionale.

La Perestroika e la Glasnost e l’espressione gorbachoviana delle relazioni internazionali della Nuova Mentalità non sorsero all’improvviso, ma attraverso la gestazione di un processo in cui le relazioni di mercato prevalsero sulle relazioni socialiste nell’economia, per giungere infine al rovesciamento temporaneo della costruzione socialista. Ci distinguiamo da coloro che considerano che il processo socialista si interruppe nel 1956 con il XX Congresso del PCUS o con la morte di I.V. Stalin, e consideriamo che invece sia stato un lungo percorso fino al trionfo controrivoluzionario giunto al culmine tra il Plenum di aprile del PCUS del 1985 e il 24 dicembre 1991, quando la bandiera rossa venne abbassata dal Cremlino. In base a tale considerazione e nonostante alcune contraddizioni, risultato della lotta di classe che si produsse nel contesto di questa disputa nell’economia socialista, per esempio il primato della coesistenza pacifica e l’esclusione a qualsiasi costo del confronto nucleare (6), il ruolo dell’Unione Sovietica e del campo socialista mantenne un’influenza progressista, per esempio, per porre fine all’apartheid in Sudafrica.

Da quando predomina la controrivoluzione, e Gorbaciov come capo di Stato tradisce il Patto di Varsavia (7) consegnando la Repubblica Democratica Tedesca (8), in campo internazionale comincia a imporsi quello che oggi si chiama unipolarità, dove i popoli e le nazioni sono in assoluta balia dell’imperialismo, dall’intervento imperialista a Panama nel 1989 e la prima guerra del Golfo.

L’ONU diventa uno strumento dell’imperialismo e come ben afferma Elisseos Vagenas “Il Diritto internazionale peggiora drasticamente negli ultimi 20 anni. Nella misura in cui il Diritto Internazionale è pura emanazione degli stati capitalisti e non il risultato della correlazione tra gli stati capitalisti e socialisti, può solamente peggiorare per i popoli e la classe operaia nei paesi capitalisti (9)”. Più avanti egli afferma, e siamo d’accordo: “La posizione dei comunisti verso l’ONU non deve rimanere inalterata; deve prendere in considerazione l’equilibrio delle forze all’interno dell’ONU che oggi, in assenza dell’URSS, è chiaramente a favore dell’imperialismo” (10).

Tale unipolarità si manifesta come barbarie: la sola guerra in Iraq riporta più di mezzo milione di morti; il volto funesto della morte in Jugoslavia, in paesi dell’Africa e del Medio Oriente, vanno aprendo il cammino, con pretesti inverosimili, ai monopoli che cercano nuovi mercati, risorse naturali, materie prime, manodopera a basso costo, rotte per le loro merci.

Che fiducia possono avere i popoli nelle Nazioni Unite, se legalizza le menzogne come il presunto possesso di armi di distruzione di massa mai provato in Iraq; se avalla il terrorismo statale con la maschera antiterrorista (11) che ha scatenato l’imperialismo dopo l’11 settembre 2001.

Vi è quindi una grande speranza in un mondo multipolare, ma essa è ingiustificata.

E’ vero che lentamente si va superando la deideologizzazione e si danno risposte antimperialiste: per esempio in America Latina i paesi bolivariani rompono il dominio del centro imperialista nordamericano nel continente; si producono alleanze interstatali considerate progressiste, come l’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (12) e ora i BRICS (Brasile, Russia, India, Cina, Sud Africa), caratterizzate da un approccio che si limita a identificare l’antimperialismo all’anti-americanismo, o da un’approccio geografico che al confronto sud-nord contrappone la cooperazione sud-sud come cammino di sviluppo.

Ma qual è la natura di classe di queste alleanze inter-statali? Mercosur, BRICS, ALBA, sono determinati dal modo di produzione capitalista. Nel caso dei BRICS, salutati con entusiasmo dal progressismo, le contraddizioni con gli Stati Uniti sono strettamente nel quadro interimperialista (13). È la disputa per il vertice della piramide dell’imperialismo. Come si connota il ruolo dei BRICS nelle regioni e all’interno di ciascuno di quei paesi, in cui gli attacchi alla classe lavoratrice sono selvaggi, dove tutto è fatto per favorire i propri monopoli? Si può forse considerare progressista il ruolo del Brasile in Sud America? Quando ha diretto l’occupazione di Haiti, quando produce aerei da guerra acquistati dalla Colombia che usa per combattere le FARC-EP. E la Russia, l’India o il Sudafrica? Alcuni sostengono che la Cina è socialista, ma lo studio dell’economia ci indica che predomina il capitalismo. Da quando la somma di economie capitaliste può fornire un risultato antimperialista?

Che cosa possono sperare i popoli? La multipolarità è un’illusione, perché non esistono due mondi in disputa, ma la continuazione del capitalismo nella sua fase imperialista, in tutti i casi summenzionati. Gli argomenti per abbellire i centri imperialisti nella contesa dell’egemonia agli Stati Uniti o all’Unione Europea non nascondono il loro carattere sfruttatore e sanguinario e le loro aspirazioni per una nuova ripartizione del mondo, né che tali rivalità inter-imperialiste possono anche scatenare una nuova guerra mondiale.

Hanno qualcosa da guadagnare i lavoratori? Ben segnala il Partito Comunista di Grecia: “Il movimento operaio deve dire No ai centri imperialisti, indipendentemente dalla loro sede geografica e continuare la sua lotta sulla base degli interessi e delle necessità dei lavoratori senza perdere di vista la prospettiva del rovesciamento del capitalismo e la costruzione del socialismo“(14).

Un argomento usato contro la nostra posizione è il carattere tattico delle dispute inter-imperialiste e come queste possano influenzare positivamente gli interessi del popolo. Ma una tale posizione respinge il fondo del conflitto, cioè la contraddizione capitale / lavoro. Non si nega al movimento comunista o a qualsiasi paese dove è possibile la rottura della catena imperialista nel suo anello più debole, la realizzazione di manovre, ma prima o poi gli antagonismi sono chiari.

La bandiera della multipolarità non può essere dei comunisti e naturalmente nemmeno la proposta che i comunisti fanno alla classe operaia e ai popoli. Il mondo multipolare così come lo presuppongono gli ideologi della Nuova Architettura è la prolungazione dell’imperialismo attraverso una nuova ripartizione dei mercati, della forza lavoro e delle materie prime. Cambiare un centro imperialista per l’altro, da uno sfruttatore all’altro non è nessuna alternativa.

Non è casuale che sia lo slogan della socialdemocrazia e del progressismo.

Bisogna lottare contro l’imperialismo stracciando il sistema imperialista, rompendo i legami della catena, conducendo i popoli sulla via di sviluppo del socialismo-comunismo, che, come dimostrato dall’esistenza dell’URSS e del campo socialista, esprime un fine egemonico.

La multipolarità sarà solo la parola d’ordine per le alleanze interstatali di natura capitalistica per disputare il centro che guida il sistema imperialista.

Nel frattempo, per i comunisti, per quei proletari che sollevano la bandiera del marxismo-leninismo, la lotta contro ogni unione interstatale di natura capitalista è una questione di principi, una necessità oggettiva della strategia rivoluzionaria, scartando qualsiasi illusione ed evitando di seminare confusione che successivamente può essere costosa per i popoli, per l’umanità, per una prospettiva di emancipazione.

Il socialismo-comunismo è l’unica alternativa di fronte all’unipolarità o al multipolarismo, le varie maschere del sistema imperialista e della sua barbarie, il quale potrebbe portare all’estinzione del genere umano, se non lo rovesciamo.

Note

(1) Questo articolo è stato scritto per Proposta Comunista, Rivista teorica del PCPE.

(2) “Le vittime umane degli Stati Uniti, che, di fatto, sono entrati in guerra nell’ultima fase, quando la sorte della guerra era ormai già decisa, sono state poco numerose in confronto a quelle degli altri paesi. Per gli Stati Uniti, la guerra servì soprattutto come impulso a un vasto sviluppo della produzione industriale e al rafforzamento decisivo dell’esportazione (soprattutto in Europa). La fine della guerra ha posto agli Stati Uniti una serie di nuovi problemi. I monopoli capitalisti si sono sforzati di tenere i loro profitti al livello elevato che avevano prima. A questo scopo essi hanno cercato di fare in modo che la mole delle ordinazioni del tempo di guerra non venisse ridotta. Ma per raggiungere questo obiettivo, era necessario che gli Stati Uniti conservassero tutti i mercati esteri, che durante la guerra avevano assorbito la produzione americana e conquistassero nuovi mercati, poiché, in conseguenza della guerra, la capacità d’acquisto della maggior parte degli stati è nettamente diminuita”. Andrej Ždanov, La situazione internazionale.

(3) Così informa A. Ždanov nel suo discorso in occasione della riunione che diede origina al Cominform, ma viene dimostrato anche nei testi più recenti come Il mito della guerra buona di Jacques R. Pauwels.

(4) In particolare in “Teheran: Nostro Cammino nella Guerra e nella Pace” e nella proposta di trasformare il Partito Comunista degli Stati Uniti in un’associazione politica, qualcosa di simile a un club di diffusione ideologica, che vale nella pratica alla dissoluzione del Partito con le sue caratteristiche leniniste, influendo negativamente su Cuba e Colombia, dove i partiti cambiano i loro nomi sotto questa influenza; in Messico avviene la trasformazione del Partito Comunista del Messico in Partito Comunista messicano, si sostituisce il Comitato Centrale con un Comitato Nazionale, si adotta la politica di unità nazionale, si sciolgono le cellule dei luoghi di lavoro e si giunge al punto di seguire un cammino simile al partito degli Stati Uniti, con la Lega Socialista messicana, centro di divulgazione socialista anche se non rinunciava all’azione politica, che nella realtà condizionava le alleanze alla cosiddetta “borghesia nazionale”.

(5) Ždanov, Andrej, Sulla situazione internazionale, rapporto presentato nella riunione d’informazione dei rappresentanti dei nove partiti comunisti in Polonia, a fine settembre del 1947. Supplemento della Rivista Principi del Partito Comunista del Cile.

(6) Che portano a collocare ora con Gorbaciov idee che rifiutano la lotta di classe, come ad esempio quella che “Siamo tutti passeggeri a bordo di una nave, la Terra, e non dobbiamo permettere che naufraghi. Non ci sarà una seconda Arca di Noè”; in Mikhail Gorbaciov, Perestroika. Nuove idee per il mio paese e per il mondo, Edizione Diana, Messico, 1987.

(7) Il Patto di Varsavia come opposizione alla NATO era una manifestazione di questa correlazione di forze sul terreno militare durante il periodo della Guerra Fredda.

(8) E’ anche importante ciò che segnala V. Vorotnikov in Mia verità. Note e riflessioni del diario di lavoro di un membro dell’Ufficio Politico del PCUS, che riferisce che l’esito della controrivoluzione in Romania fu deciso dal traditore Gorbaciov.

(9) Elisseos Vagenas, Il carattere di classe e il conflitto ideologico nelle relazioni internazionali, in Temi attuali del movimento comunista. Raccolta di articoli e contributi, Edizioni del Comitato Centrale del Partito Comunista di Grecia, Atene, 2010.

(10) Ibid.

(11) E non bisogna dimenticare il ruolo delle forze opportuniste che hanno aderito al discorso “anti-terrorista” condannando la resistenza dei popoli e adottando la tesi della non violenza.

(12) Nell’Incontro Internazionale dei Partiti Comunisti e Operai, che si è riunito ad Atene nel 2002, alcuni dei partiti presenti hanno espresso simpatia per queste posizioni, sostenendo la natura progressista della multipolarità.

(13) Nel caso del recente conflitto con la Siria e la posizione russa di difenderla, ciò emerge con chiarezza, con l’affermazione di Putin al vertice del G20 di settembre: “La Russia vende armi alla Siria, abbiamo forti legami economici. La Siria è nostro socio strategico”.

(14) Elisseos Vagenas, Il carattere di classe e il conflitto ideologico nelle relazioni internazionali, in Temi attuali del movimento comunista. Raccolta di articoli e contributi, Edizioni del Comitato Centrale del Partito Comunista di Grecia, Atene, 2010.

* Primo Segretario del Comitato Centrale del Partito Comunista del Messico

Annunci