http://www.resistenze.org/sito/te/pe/dt/pedtel13-015168.htm

Intervista a Zoltan Zigedy

Politicaleconomy.ie | mltoday.com
Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

06/10/2014

Questa intervista è apparsa sull’ottimo blog irlandese di economia politica politicaleconomy.ie.

1 – Con il crollo di Lehman Brothers nel 2008 è scoppiata una crisi, ma questa covava da tempo. Può spiegare in breve come vede la crisi?

Gli economisti e così pure gli esperti – ritrovatisi ad assistere ad accadimenti che semplicemente non avrebbero dovuto verificarsi – descrivono il crollo del 2007-2008 come un evento unico, un incidente causato da una coincidenza improbabile di errori umani. Ovviamente questa prospettiva cela i difetti sistemici intrinseci del sistema capitalistico. I semi della crisi attuale sono stati piantati molti decenni prima. L’intensa competizione globale derivante dalla rinascita post-bellica delle economie europee e asiatiche, ricche di nuove tecnologie, portatrici di nuovi principi di organizzazione industriale e capaci di inondare i mercati mondiali con prodotti innovativi, ha posto un’enorme pressione sul tasso di profitto. L’implicito patto sindacale applicato durante la Guerra Fredda – sostenere le politiche di Usa, NATO, e SEATO [Southeast Asia Treaty Organization, ndt], e mantenere la pace sindacale e ricevere un salario, almeno al passo con la produttività e il costo della vita – ha messo sotto pressione i profitti capitalistici dal basso. Ne è conseguita la stagnazione degli anni ’70.

Il capitale ha trovato una soluzione: lanciare una guerra totale contro i lavoratori e i loro salari. La drastica cura dell’asse Thatcher-Reagan ha ripristinato la redditività (e la celebrazione dei suoi riconoscimenti) aumentando febbrilmente il tasso di sfruttamento. Il crollo del socialismo nell’Europa orientale ha aggiunto nuovi mercati e manodopera a buon mercato alle condizioni favorevoli alla realizzazione di profitto. Non stupisce che la perdita di un faro nel mondo reale del socialismo si è dimostrata profondamente demoralizzante per il movimento operaio. Molti marxisti occidentali si sono rivolti all’autoreferenzialità o al “ripensamento” del progetto socialista.

Senza scendere nei dettagli, l’iper-accumulazione di questa epoca trionfalistica ha esteso i limiti delle opportunità disponibili di investimento produttivo e sicuro. Inizia così l’esplosione della finanza creativa (e dei “profitti” finanziari!) per assorbire l’eccesso. Alla fine degli anni ’90 del secolo scorso, sul lato degli investimenti, questo ha preso la forma di capitale di rischio e di offerte sul mercato di dot.com; la speculazione rischiosa ha gonfiato un’enorme bolla di valore virtuale e debito non garantito. Come sappiamo, è finita male. Dal 2001, il capitale ha cercato di riprendersi e sostenere la redditività, ma il crollo del 2007-2008 dimostra che non è possibile senza una politica speculativa del rischio calcolato e senza il corteggiamento del rischio. Mi sembra che questo sia ancora il caso.

2 – C’è un certo dibattito tra i marxisti riguardo allo sviluppo del capitalismo dopo la seconda guerra mondiale e l’interpretazione tradizionale della caduta tendenziale del saggio di profitto contro la finanziarizzazione e le teorie sul superprofitto e il sottoconsumo. Queste teorie sono in conflitto o possiamo conciliare il declino del tasso di profitto con la finanziarizzazione e la monopolizzazione e la concentrazione della ricchezza?

A. I marxisti del dopoguerra, sia nei paesi socialisti che in occidente, sono stati influenzati da Keynes, individuando la principale contraddizione del capitalismo nel potere d’acquisto stagnante (o in calo) della classe operaia (sottoconsumo). Questa era una spiegazione comoda e attraente per le crisi, ma, purtroppo, non si adatta ai fatti, travisa il processo di accumulazione e incoraggia una svolta verso la socialdemocrazia. Gli economisti marxisti erano ingiustificatamente colpiti dal “successo” delle azioni di stimolo all’economia nell’arginare il collasso economico, apparentemente inarrestabile, della Grande depressione. Se quella che è stata chiamata politica “keynesiana” può aver rallentato, finanche fermato l’emorragia, non ha però guarito la ferita. Ma molti marxisti hanno motivato — erroneamente — che se il consumo indotto ha scongiurato un ulteriore collasso, allora la crisi è stata causata da un insufficiente consumo.

Né la Grande depressione, né la crisi attuale sono state precedute da un crollo dei consumi, un evento che, se si fosse prodotto, avrebbe dato qualche credito alla spiegazione sottoconsumista della crisi. D’altra parte, le crisi hanno causato uno shock per il consumo, un fattore importante nell’amplificare ed estendere il corso della crisi. Quindi, i fatti sembrano suggerire che i sottoconsumisti in realtà confondono la causa con l’effetto. Il periodo relativamente lungo del dopoguerra senza una grave crisi sistemica (1945-1972) ha ulteriormente sedotto tantissimi marxisti nel riconoscere il successo delle ricette politiche keynesiane. Accreditando la stabilità percepita del sistema capitalista al sostegno dello stato sociale al consumo, hanno concluso che la mancanza di consumo era la spiegazione provata della crisi capitalista. Il grave e prolungato decennio di stagflazione che è seguito avrebbe dovuto far sorgere qualche dubbio su quella troppo facile conclusione.

B. La crisi del 2007-2008 ha generato un rinnovato e apprezzabile interesse nella spiegazione basata sulla caduta tendenziale del saggio di profitto della crisi capitalistica sistemica. Al di fuori del pensiero dominante marxista, Henryk Grossman e Paul Mattick erano voci, spesso isolate, che sostenevano questa spiegazione, derivata in gran parte dalla trattazione di Marx nel terzo volume del Capitale. Mentre noi dobbiamo molto a loro per aver tolto questa teoria dal dimenticatoio, essi però l’hanno sviluppata in una maniera formalistica e meccanica estranea al metodo di Marx.

E la nuova generazione di sostenitori, in gran parte accademici marxisti, hanno purtroppo seguito questa strada. Non riescono a capire che le leggi di tendenza — come la caduta tendenziale del saggio del profitto — non sono dimostrazioni logiche, ma descrizioni di forze sociali ed economiche che modellano il corso della traiettoria di una struttura sociale (in questo caso, del capitalismo).

Il grande valore della spiegazione del saggio di profitto è che individua la causa della crisi nella sorgente principale del processo di produzione capitalistico: l’accumulazione. Insiste sul fatto che la causa ultima del malfunzionamento deve essere e si troverà nell’elemento ultimo che alimenta il capitalismo come sistema economico: il profitto. A mio avviso, una solida spiegazione della crisi sistemica del capitalismo può emergere solo a partire dal ruolo fondamentale del saggio del profitto, il fattore determinante che mantiene la classe capitalista in gioco o, quando il sistema incespica, che la fa stare fuori dal gioco e ai margini. Credo che una spiegazione esauriente contemporanea della natura della crisi capitalista deve ancora apparire, anche se ho offerto delle modeste bozze nei miei scritti.

C. La “finanziarizzazione” non è una spiegazione della crisi. Invece, è troppo spesso solo una caratterizzazione (come sua sorella, la “globalizzazione”), un indice di un aspetto della crisi attuale. Nessuno accetterebbe “atomizzazione” come una utile spiegazione di ciò che accade in una reazione atomica. Né si deve accettare “finanziarizzazione”, come più di un neologismo utile nell’indicare che un qualche tipo di imbroglio finanziario ha avuto un ruolo nella crisi attuale. La mia opinione è che “speculazione” e “assunzione di rischio” colgono meglio le dimensioni finanziarie della crisi in corso per chi ha bisogno di un termine conciso. Pressati a spacchettare la finanziarizzazione per illustrare una teoria esplicativa, i suoi sostenitori fanno riferimento a fenomeni noti: la deregolamentazione, la crescita delle istituzioni finanziarie, la loro penetrazione in società non finanziarie, il loro sviluppo di nuovi ed esotici sistemi, ecc.

Ma questi fenomeni, nella maggior parte dei casi, si vanno svolgendo fin dai tempi di Lenin. Inoltre, non vi è alcun nesso evidente tra questi sviluppi e l’inizio della crisi economica. Tale nesso, peraltro, è facilmente fornito dal calo della redditività. Basta guardare solo a Countrywide, Washington Mutual, Merrill Lynch e Lehmann Brothers per vedere come la speculazione e l’assunzione di rischi svuotano i profitti e generano un arretramento economico e panico.

Ci può essere una sintesi delle tre visioni suesposte per una teoria marxista della crisi? Credo di no. Ma ci sono aspetti di ciascuna che dovrebbero informare una teoria marxista della crisi. Nessuna adeguata teoria marxista può fare a meno di affrontare l’innovazione finanziaria e la peculiarità del profitto finanziario; si deve prestare particolare attenzione all’effetto amplificatore del debito. E la lotta di classe unilaterale svolge innegabilmente un ruolo importante generando ipersfruttamento, la conseguente sovraccumulazione e la risultante abbondanza di capitale alla ricerca dello sfuggente rendimento. Detto questo, la tendenza del capitalismo a generare una pressione al ribasso del tasso di profitto rimane il punto centrale di ogni adeguata teoria della crisi capitalista.

3 – Abbiamo sentito che molto è stato fatto per una ripresa degli Stati Uniti, ma lei ritiene che vada ‘a passo di lumaca’. Qual è oggi il reale stato dell’economia Usa?

L’economia Usa è in depressione. Manca slancio per sfuggire alla depressione e rimane a galla precariamente. Rimane a galla perché volente o nolente il resto del mondo accetta una parte del suo fardello. La Repubblica popolare cinese continua ad acquistare enormi quantità del debito Usa, insieme al Giappone. Rimane a galla perché il resto del mondo deve ancora ricusare il dollaro come mezzo di scambio globale, permettendogli di indebolirsi o rafforzarsi a seconda delle esigenze dell’economia statunitense. Resta a galla perché gli Usa stabiliscono le regole del commercio, degli affari e degli scambi a proprio beneficio. Questa è la ricompensa per la dominazione imperiale. Sul fronte interno, l’economia americana è basata sul sistema di supporto vitale che gli economisti chiamano “l’effetto ricchezza”.

Cioè, l’attività economica si fonda sul senso soggettivo di benessere favorito da aumenti del mercato azionario e aumenti del valore delle case. Entrambi questi aumenti oggi hanno poca o nessuna connessione con le realtà del mercato. Naturalmente, l’effetto ricchezza si applica solo a coloro che posseggono case e attività finanziarie. Il resto deve fare affidamento su salari e pensioni stagnanti e facendo debiti (il reddito familiare è allo stesso livello del 1990). Il capitale continua a spremere ogni goccia di valore dai lavoratori americani. Un compagno ha recentemente calcolato che il salario di partenza di un lavoratore sindacalizzato (UAW) del settore automobilistico, al netto dell’inflazione, è paragonabile a quello di un lavoratore Ford nel 1914, un momento in cui Henry Ford ha “generosamente” aumentato il salario dei lavoratori in modo che potessero comprare la sua Model T. Nel prossimo futuro, la prognosi non è niente di meglio che una perdurante stagnazione. Uno shock, forse riverberante da UE, Brasile, Cina o Giappone, potrebbe tuttavia scuotere questa traballante stabilità. Inoltre, ci sono molti segnali di pratiche finanziarie pre-collasso, che stanno nuovamente estendendosi oltre i limiti della razionalità.

4 – Lei ha paragonato il periodo attuale agli anni ’30 ed ha contestato la nozione che l’investimento del New Deal abbia comportato una ripresa, evidenziando invece il ruolo giocato dalla seconda guerra mondiale. Ritiene che la guerra sia utilizzata oggi come uno strumento di politica e quali sono le sue preoccupazioni al riguardo?

William Z. Foster, un comunista statunitense che ha scritto all’inizio del periodo della guerra fredda, ha sviluppato l’idea di keynesismo militare. Il valore del suo lavoro — minimizzato e trascurato a causa dell’anticomunismo intellettuale — è stato quello di mostrare il collegamento tra il militarismo e la politica economica del governo. Per la classe dominante Usa, l’idea di “azioni di stimolo” [nell’originale: “pump priming”; letteralmente ‘innesco della pompa’ con riferimento ai tipi di pompe che richiedono che i condotti di aspirazione siano pieni di liquido per iniziare a funzionare, ndt], attraverso interventi fiscali del settore pubblico, era molto più attraente se si concretizzava in spesa pubblica per contratti a durata illimitata con l’industria militare e degli armamenti, piuttosto che con la spesa per il benessere sociale. Nel primo caso si trasferisce gettito pubblico nelle casse delle imprese, nell’altro si eroga qualche elemosina alla popolazione. Quella stessa classe dominante ha tratto importanti insegnamenti dagli anni Trenta e Quaranta: la ripresa più completa dalla Grande Depressione è stata realizzata rapidamente dal militarismo tedesco hitleriano. E l’economia statunitense ha cominciato a recuperare vitalità solo con il riarmo militare che ha portato gli Usa all’ingresso nella seconda guerra mondiale.

Dopo la caduta dell’Unione Sovietica, si è molto parlato di un “dividendo di pace” e una riduzione radicale della spesa militare negli Usa. Non è avvenuto — un fatto che sicuramente dimostra che il militarismo è inestricabilmente integrato nella politica economica Usa poiché non c’era e non ci poteva essere alcuna grave minaccia alla sicurezza Usa nel periodo immediatamente successivo alla guerra fredda. Ciononostante, la macchina mediatica asservita ha evocato nuovi nemici, per impedire al pubblico statunitense di opporsi al militarismo. È interessante constatare che l’opinione pubblica passa dallo scetticismo al consenso nel corso delle incessanti campagne di guerra del monopolio dei mezzi d’informazione. In parte, la bizzarra campagna antirussa, la demonizzazione di Putin, hanno una logica solo nel quadro di una spiegazione economica del militarismo.

Gli Usa prevedono di spendere più di un trilione di dollari nei prossimi tre decenni di modernizzazione del loro programma di armi nucleari. Questa spesa può essere giustificata al pubblico solo inventando minacce da parte di una potenza nucleare. Le armi nucleari non sono necessarie contro uomini in sandali armati di AK-47, lanciagranate e ordigni esplosivi improvvisati. Ma la Russia ha armi nucleari. La rivista liberale, The Nation, ha recentemente documentato i legami finanziari tra i comandanti militari in pensione e l’industria degli armamenti. Gli stessi ex-ammiragli e generali denunciati nell’articolo sono onnipresenti nei media americani, atteggiandosi ad esperti di politica estera mentre invocano lo scontro e l’aggressione. Essi servono come cinghia di trasmissione del militarismo al pubblico e agli organi di governo. Non è un mistero il motivo per cui noi viviamo sotto la costante minaccia di violenza e di guerra.

5 – Come definisce il sistema a livello globale? C’è un gran parlare di neo-liberismo e capitalismo finanziario o capitalismo finanziarizzato, ma come comprenderlo meglio?

E’ facile cadere nella trappola di fotografare un’istantanea del sistema capitalistico globale e trarre conclusioni affrettate, annunciando una nuova fase, una nuova tendenza, una nuova era… Certo questo può servire per un articolo o un libro, provocazioni rapidamente obsolete, o per guadagnare apparizioni nei talk show tele-radiofonici. Negli ultimi decenni ci sono state regalate nuove parole d’ordine intellettualmente di moda come “neoliberismo”, “globalizzazione” o “finanziarizzazione”, portentose teorie come il declino dello stato-nazione, e pure assurdità come Impero di Hardt e Negri. Fortunatamente, si tratta di teorizzazioni effimere: distraggono e raramente durano. Piuttosto che abboccare ad esche così stuzzicanti, noterò alcune importanti tendenze. Gli ultimi tre decenni sono stati caratterizzati da significativi cambiamenti nella divisione internazionale del lavoro. Una vera e propria rivoluzione nella logistica parallelamente con cambiamenti politici in Europa orientale e i nuovi eserciti di lavoratori cinesi integrati nel sistema capitalista globale.

Insieme, questi sviluppi hanno aperto le porte ad uno spostamento della produzione verso aree lontane a bassi salari. Ad accompagnare questo cambiamento c’è stato l’aumento dei settori della finanza, delle assicurazioni, dell’immobiliare e dei servizi in quei paesi che hanno registrato un calo nel settore manifatturiero. Questa nuova divisione del lavoro ha favorito una vertiginosa crescita del tasso globale di profitto, un livello di redditività che ha ormai fatto il suo corso. I mercati del lavoro in aree precedentemente a bassi salari si stanno ora restringendo mentre la crisi e la disoccupazione hanno colpito le retribuzioni dei lavoratori nei paesi una volta ad elevati livelli salariali.

La convergenza salariale globale è il prevedibile esito finale della concorrenza del mercato del lavoro senza restrizioni o protezioni. I lavoratori provenienti da aree con salari già estremamente bassi (Cina, India, Brasile, ecc.) che hanno avuto un assaggio di una vita migliore, ora vogliono di più. Quei lavoratori che sono stati devastati nella morsa della concorrenza internazionale e dalla disoccupazione indotta dalla crisi vogliono ripristinare e migliorare il loro tenore di vita. Ad ostacolare l’ottenimento di queste rivendicazioni c’è ancora un forte sistema capitalista, pieno di risorse; e spesso sulla strada delle lotte per queste rivendicazioni ci sono istituzioni e leader compiacenti — dirigenti sindacali, politici e partiti — che stanno mal consigliando i lavoratori del XXI secolo. Espressioni fantasiose e teorie speculative oscurano solo il fatto che la logica del capitalismo e dell’imperialismo, la manifestazione internazionale del capitale, ancora dominano nel ventunesimo secolo.

6 – A livello globale, il sistema è oggettivamente in crisi su molti fronti, ma in ‘occidente’ la sua egemonia politica e culturale rimane del tutto incontrastata. E’ ancora vero che un esempio di progresso probabilmente arriverà dalla periferia all’interno dell’imperialismo?

Senza dubbio, la lotta contro l’imperialismo, in particolare in Medio Oriente e in America Latina, ha occupato il centro della scena e ha rappresentato una sfida alle élite che governano più di quanto lo siano state le lotte anticapitaliste in Occidente. Ancora più deludente è l’assenza in Occidente di un formidabile movimento antimperialista — un movimento contro la guerra e contro l’interventismo — in solidarietà con l’antimperialismo del Medio Oriente e dell’America Latina. Questo non è un capitolo particolarmente nobile nella storia della sinistra occidentale. Qualsiasi approfondita valutazione oggettiva del capitalismo oggi ne rivelerà le estreme vulnerabilità. Criticherà la sostenibilità dell’instabile economia globale, metterà in discussione la sostenibilità del sistema politico corrotto e antidemocratico, condannerà la volgarità e il nichilismo della cultura borghese.

Tuttavia, l’obiettivo di sostituire il capitalismo con un sistema profondamente più giusto e democratico appare lontano. Alcuni hanno rinunciato al compito, ritirandosi nell’incrementalismo o nell’accomodamento, ritenendo irrealistico che si possa gradualmente o surrettiziamente scalzare il capitalismo. Altri ancora hanno visioni di utopie ottocentesche, comunità cooperative che convivono col capitale monopolistico. La teocrazia del libero mercato ha allevato una generazione disposta ad adorare gli dei dell’individualismo e della spontaneità come instillato nella sinistra dall’anarchismo. In breve, le politiche della sinistra in occidente si agitano in un calderone di ideologia estremamente idealistica e fuorviante. Naturalmente questo è frustrante, soprattutto per gli studenti di storia e per il movimento operaio.

Disillusione e confusione non sono una novità per il progetto socialista. Un terzo del Manifesto comunista è dedicata ad esporre i vicoli ciechi e le ideologie inverosimili che Marx ed Engels ai loro tempi hanno contestato.

Lenin ha severamente registrato la triste condizione della sinistra russa dopo la fallita rivoluzione del 1905. Dovremmo sorprenderci che gran parte della sinistra occidentale abbia perso la sua stella polare, quando, circa venticinque anni fa, lo smantellamento del socialismo europeo ha mutato il corso della storia?

E tuttavia, come l’esempio di Lenin ci insegna così bene, è proprio quando c’è una diffusa confusione politica che il marxismo (e il leninismo) sono così disperatamente necessari per portare chiarezza e unità alla lotta anticapitalista. Penso che viviamo un tale momento.

Annunci