Pete Dolack | counterpunch.org
Avanti verso il passato: prossima fermata, il XIX secolo! Diseguaglianza crescente e miopia liberale

http://www.resistenze.org/sito/te/po/us/pousem19-015390.htm

Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

14/11/2014

Se il capitalismo ci sta portando indietro al feudalesimo, allora la nostra strada dovrà necessariamente attraversare il XIX secolo. In termini di disuguaglianza di ricchezza, siamo sulla via del ritorno al secolo dei “robber barons”, i baroni ladroni. A quell’epoca, l’industria delle pubbliche relazioni non era sviluppata, per cui il nome con cui venivano chiamati almeno era onesto, invece dell’odierno “capitani d’industria” o “imprenditori”, anche se “erede” spesso sarebbe molto più preciso di “imprenditore”.

Non siamo ancora al XIX secolo, ma nel nostro viaggio a ritroso nel passato siamo arrivati agli anni ’20. Il livello di disuguaglianza di ricchezza degli Stati Uniti di oggi non si vedeva dal decennio che portò alla Grande depressione.

Lo 0,1% più ricco degli statunitensi, cioè il decimo superiore dell’1%, possiede circa la stessa ricchezza del 90% più povero. Per dirla in altro modo, approssimativamente 320.000 persone posseggono più di quanto complessivamente posseduto da 280 milioni. Ci vogliono almeno 20 milioni di dollari per stare nel primo 0,1%, una somma che è in costante aumento.

Emmanuel Saez, professore di economia alla University of California, e Gabriel Zucman, professore presso la London School of Economics, hanno esaminato i dati dell’imposta sul reddito per rivelare questi numeri. I due docenti scrivono di aver combinato quei dati con altre fonti per raggiungere quella che credono essere la contabilità più accurata della distribuzione della ricchezza ad oggi disponibile, la quale mostra che la disuguaglianza è più ampia di quanto si immaginava in precedenza. Gli autori definiscono la ricchezza come “il valore corrente di mercato di tutti i beni di proprietà delle famiglie al netto di tutti i loro debiti”, inclusi i valori dei piani di pensionamento con l’eccezione delle pensioni senza patrimonio di previdenza [le pensioni pubbliche, ndt] e della previdenza sociale (la ragione di tale esclusione è che quei soldi non esistono ancora, ma sono promesse da mantenere in futuro.)

Lo studio dei due autori di Wealth Equality in the United States since 1913: Evidence from Capitalized Income Data (1), riporta che per il 90% inferiore, non vi è stato alcun cambiamento nella ricchezza dal 1986 al 2012, mentre la ricchezza dello 0,1% superiore è cresciuta più del 5% annuo, raccogliendo metà della ricchezza accumulata totale.

Il 22% della ricchezza totale di proprietà dello 0,1% superiore è quasi uguale a quanto possedeva quel drappello al culmine della disuguaglianza, nel 1916 e nel 1929. In seguito, il loro totale è sceso fino al 7% nel 1978, ma è in aumento da allora. Allo stesso tempo, la ricchezza totale del 90% inferiore è cresciuta dal circa 20% degli anni ’20 fino al picco del 35% verso la metà degli anni ’80, ed è in calo da allora. Nonostante la ricchezza pensionistica sia aumentata, come sostengono i professori Saez e Zucman, l’aumento dei mutui, del credito al consumo e dell’indebitamento degli studenti sono stati maggiori.

Tuttavia, questa potrebbe ancora essere una sottostima, in quanto gli autori parlano di “limitazioni nella misurazione della disuguaglianza economica” a causa della capacità dei ricchi di nascondere le attività off-shore o di parcheggiarle nei trust e nelle fondazioni.

La disuguaglianza in aumento

Anche se in aumento in tutto il mondo in via di sviluppo, la disuguaglianza è particolarmente acuta negli Stati Uniti. Fra la trentina di paesi che compongono l’OCSE, solamente tre (Cile, Messico e Turchia) hanno un fattore di disuguaglianza peggiore di quello degli USA (2) misurato con il coefficiente di Gini, che rappresenta la misurazione standard per la disuguaglianza: più diseguale è un paese, più è vicino all’uno nella scala di Gini che va da zero (tutti hanno la stessa ricchezza) a uno (una persona possiede tutto).

Certo, se dovessimo misurare la disuguaglianza su scala globale, i risultati sarebbero più illuminanti. Anche il coefficiente di Gini degli USA, lo 0,39 nel 2012, impallidisce in confronto al coefficiente globale di Gini dello 0,52 (3) calcolato dal Conference Board of Canada. Per dirla in altro modo, la disuguaglianza globale è paragonabile alla disuguaglianza all’interno dei paesi più diseguali del mondo, come il Sudafrica o l’Uganda.

Come invertire questo processo? I professori Saez e Zucman propongono riforme che sono quasi un ritorno al keynesismo. Sostengono una “tassazione progressiva della ricchezza” [pagina 39] come una tassa sulla proprietà, l’accesso all’istruzione e “politiche che spostino il potere contrattuale lontano da azionisti e dirigenti e verso i lavoratori”. Tali politiche sarebbero sicuramente meglio dell’austerità che è stata offerta, ma il desiderio degli autori che questo possa essere semplicemente un atto volontaristico è del tutto avulso dalla realtà capitalistica.

Infatti, gli autori continuano a lamentare che un fattore dei redditi stagnanti è che “molte persone … non sanno come investire in modo ottimale”. È difficile credere che due dotti economisti non siano a conoscenza dell’imbroglio implacabile del settore finanziario. Come si fa ad investire “ottimamente” in un casinò truccato schierato contro di te?

Il passato non è il futuro

Gli aneliti per un ritorno al keynesismo non porteranno indietro quei giorni, (e va da sé che quei giorni, a meno di essere un maschio bianco, non erano necessariamente d’oro). Il consenso keynesiano della metà del XX secolo è stato un prodotto di un particolare insieme di circostanze che non esistono più (4). Il keynesismo poi dipendeva da una base industriale e dall’espansione del mercato. Una ripetizione della storia non è possibile perché la base industriale dei paesi a capitalismo avanzato è stata svuotata, trasferita verso paesi in via di sviluppo con bassi salari e non rimane quasi nessun posto verso cui espandersi. Inoltre, i capitalisti che sono salvati dai programmi di spesa keynesiani accumulano abbastanza potere per imporre successivamente le loro politiche neoliberiste preferite.

I capitalisti tolleravano tali politiche perché i profitti potevano essere mantenuti attraverso l’espansione dei mercati e la pace sociale comprata. Questo equilibrio, però, poteva essere solo temporaneo perché il nuovo centro finanziario del capitalismo, gli Stati Uniti, possedeva un dominio economico imponente dopo la Seconda guerra mondiale, il quale non poteva durare. Quando i mercati non possono essere estesi ad una velocità sufficientemente elevata per mantenere o aumentare i margini di profitto, i capitalisti cessano di tollerare l’aumento dei salari pagati.

E, non da ultimo, gli imponenti movimenti sociali degli anni ’30, quando comunisti, socialisti e sindacati militanti spaventarono i capitalisti garantendo concessioni e indussero l’amministrazione Roosevelt a portare avanti il New Deal, erano un fresco ricordo. Ma i movimenti poi si fermarono alle riforme e, una volta che i capitalisti non sentirono più la pressione dei movimenti sociali e i loro tassi di profitto venivano sempre più compressi, la svolta neoliberista fu la risposta.

Nessuno ha decretato “Adesso dobbiamo avere il neoliberismo” e nessuno può decretare “Adesso dobbiamo avere il keynesismo”. Le forze di mercato capitalistiche, ancora una volta semplicemente gli interessi complessivi degli industriali e finanzieri più potenti, che sono il prodotto di pressioni competitive incessanti, hanno portato il mondo allo stato attuale con il suo portato di disuguaglianza di massa.

Anche se i movimenti sociali di massa crescessero al punto da poter forzare l’imposizione di riforme keynesiane, le riforme finirebbero per essere ritirate così come è successo per quelle del XX secolo. Lo sforzo enorme per costruire e sostenere movimenti in grado di spingere indietro in modo significativo lo tsunami dell’austerità neoliberista, sarebbe meglio mobilitato nella creazione di un sistema economico diverso, sulla base delle esigenze umane piuttosto che del profitto privato.

Riformare ciò che in ultima analisi è irriformabile è sisifeo. Tornare indietro all’età keynesiana della metà XX secolo, anche se fosse possibile, non sarebbe altro che una deviazione sulla strada che ci sta portando al XIX secolo. Costruire un mondo migliore sconfigge la nostalgia.

Pete Dolack è autore del blog Systemic Disorder (5) e attivista per diversi gruppi.

Note

1. http://gabriel-zucman.eu/files/SaezZucman2014.pdf
2. http://www.compareyourcountry.org/inequality?cr=oecd&lg=en
3. http://www.conferenceboard.ca/hcp/hot-topics/worldinequality.aspx
4. http://systemicdisorder.wordpress.com/2012/03/21/the-keynesian-past-is-past-nostalgia-is-not-the-future/
5. http://systemicdisorder.wordpress.com/

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