http://www.criticaproletaria.it/?p=132#more-132

Russia e Cina sono paesi imperialisti?

1. Premessa

russia_cinaDa un po’ di tempo nel movimento comunista internazionale si assiste a un dibattito molto vivace su un tema cruciale per l’analisi della situazione a livello globale e che ha (e avrà sempre più) importanti ricadute sulla politica nazionale: la natura e il ruolo che i BRICS, e in particolare Russia e Cina, svolgono nello scacchiere mondiale.

La polemica è salita di tono dopo l’articolo del responsabile esteri del KKE, compagno Elisseos Vagenas, Il ruolo internazionale della Cina – pubblicato nel numero 6° della Review comunista del 2010 e tradotto in Italia da resistenze.org – articolo che motiva in modo ampio e circostanziato con riferimenti statistici e storici, il perché il KKE considera il sistema politico ed economico cinese come pienamente facente parte non solo del sistema capitalistico internazionale (nonostante un importante, seppur decrescente, ruolo del sistema statale), ma anche del sistema imperialistico. Del resto nell’epoca attuale non potrebbe esistere un’economia capitalistica senza che questa abbia, dopo la prima fase di accumulazione, una propensione imperialista; né ci potrebbe essere una potenza imperialista, senza che essa abbia alla base un sistema economico capitalista. Ciò perché siamo nella fase suprema del capitalismo monopolistico ossia nella fase imperialista, né esistono rapporti di produzione moderni che non siano o capitalisti o socialisti.

In quell’articolo si fa menzione anche del riflesso che la politica cinese ha nel paese ellenico, in cui sono apparsi investimenti cinesi per esempio al porto del Pireo, e quindi coinvolge anche temi di stretta attualità politica nazionale. Una cosa simile potrebbe accadere anche nel nostro paese; per esempio è stato avanzato un progetto di costruzione con capitali interamente cinesi di un grande aeroporto nell’altipiano di Centuripe, in provincia di Enna, che sarebbe il più grande hub asiatico per il trasporto delle merci. L’investimento previsto è pari a 300 milioni di euro e ha già raccolto un notevole interesse da parte delle autorità amministrative e accademiche locali. Vediamo quindi che i temi che ci accingiamo a dibattere sono tutt’altro che astratta “teoria” o “ideologia”.

Un altro articolo è apparso, ancora su resistenze.org, Dove va la Cina? a nome del compagno Jo Cottenier del Partito del Lavoro del Belgio, che commenta i risultati del recente III Plenum del CC del PCC.

Già nel 2010 i dirigenti cinesi ci informavano dei loro punti di vista riguardanti il ruolo del mercato[1], ma oggi questo III Plenum fa un “decisivo” passo in avanti su questa strada.

La necessità teorica di questa ulteriore riforma prende le mosse da una considerazione su cui i dirigenti cinesi insistono spesso:

«Il Plenum ha sottolineato l’importanza di approfondire le riforme in maniera completa, è necessario basarci sulla realtà che la Cina per lungo tempo è rimasta nelle fasi iniziali del socialismo …»

Era difficile all’epoca dell’inizio delle riforme denghiste, ottenere informazioni ufficiali sulla situazione economica e politica cinese, ma alcuni documenti ufficiali[2] ci mettono in condizione di sapere che già nel 1973 nei vari settori economici il ruolo del settore statale era assolutamente predominante, soprattutto nell’industria e ancor di più se sommato a quello dell’economia collettiva. Allora si discuteva se fosse necessario estendere il ruolo dell’economia socialista e ridurre quello del mercato o se fosse possibile e utile mantenere ancora per un qualche tempo questi residui di economia borghese, soprattutto nelle campagne. Quindi è esatto dire che il ruolo dell’economia socialista con la riforma denghista è andato e continua sempre più ad andare in una direzione esattamente opposta a quella della estensione della proprietà collettiva dei mezzi di produzione.

«Il Plenum ha indicato che una riforma economica strutturale è l’argomento chiave del processo di comprensivo approfondimento delle riforme, il punto centrale è affrontare nel modo adeguato il tema del rapporto tra governo e mercato, per garantire che il mercato abbia una funzione decisiva nell’allocazione delle risorse e per meglio valorizzare il ruolo del governo.»

È vero che la sottolineatura riguardante il ruolo del mercato è limitata alla sfera della allocazione delle risorse, ma ciò non significa esclusivamente l’ambito della distribuzione ma investe anche quello della produzione, in quanto allocare le risorse produttive, ossia cosa produrre, per chi produrre e come produrre, significa esattamente dare al mercato il ruolo decisivo sulla produzione.

In base alle precedenti considerazioni, è legittimo sostenere che il sistema socialista è fonte di sottosviluppo, di arretratezza e di miseria, e che l’unico modo di combattere questi mali è quello di dare sempre maggiore forza al sistema economico di mercato? È ciò che fanno ogni giorno i nemici della rivoluzione ma è “curioso” che a sostenere queste posizioni sia un partito che si definisce comunista.

541995_3823358992012_1518844937_33251473_1061084200_n

2. Russia e Cina sono paesi capitalisti?

Prima di definire se uno stato è “imperialista” dobbiamo riuscire a capire se esso è capitalista, altrimenti mancherebbero i presupposti materiali di tale definizione.

Ebbene dovrebbe essere pacifico per la Russia (ma anche per altri BRICS, come Brasile, India e Sudafrica) il fatto di essere un paese capitalista, ossia un paese in cui i mezzi di produzione (pubblici e/o privati) sono finalizzati al raggiungimento del massimo profitto. Il dibattito quindi dovrebbe essere limitato solo alla Cina, in cui rimane al potere un partito che nei simboli e nelle dichiarazioni si richiama al comunismo.

2.1 I riferimenti ideologici e la realtà economica.

Negli ultimi congressi del PCC e in tutte le dichiarazioni degli alti dirigenti cinesi si insiste sul fatto che quella cinese sarebbe un’economia pianificata, che gli elementi di mercato introdotti sono totalmente subordinati all’economia statale e che quindi questi elementi non sono che un contorno che è stato introdotto per rafforzare il percorso verso il socialismo, un percorso lungo e difficile, che non può essere intrapreso senza aver accumulato le necessarie forze da parte dei costruttori del socialismo.

I cinesi, che amano parlare di “socialismo di mercato”, citano come riferimento teorico la NEP, la Nuova Politica Economica che Lenin introdusse in URSS per superare il comunismo di guerra, in un periodo economicamente disastroso. Oggi nelle dichiarazioni ufficiali cinesi ci si rammarica che essa sia finita troppo presto. Tuttavia la NEP non coinvolse né il settore industriale, né il grande commercio, ma solo il piccolo commercio e naturalmente il settore dell’agricoltura (si ricorda la parola d’ordine che si lanciò ai kulaki: “arricchitevi!”) e in particolare i contadini ricchi e durò solo pochi anni, dal 1921 al 1928. L’introduzione dei piani quinquennali segnò la fine della NEP e l’inizio della collettivizzazione delle campagne e della costruzione della vera e propria economia socialista pianificata.

È chiaro che ogni paese in cui è stata fatta la rivoluzione deve andare verso il socialismo nelle forme e nei modi stabiliti dal partito che lo guida e che se ne assume la responsabilità. Quindi in assoluto non sarebbe uno scandalo se in URSS la NEP è cominciata pochi anni dopo la rivoluzione e cessa dopo un brevissimo periodo, mentre in un altro comincia dopo decenni dopo la rivoluzione e dura per decenni. Tuttavia il paragone è del tutto improponibile nelle forme e nei modi. Infatti:

Primo. Nelle file del Partito bolscevico mai e poi mai sarebbero stati ammessi elementi appartenenti alla classe dei kulaki (se non intellettuali che “rinnegavano” quella stessa classe) a cui in quel momento era consentito di arricchirsi. Infatti, se l’obiettivo era disfarsi di quella classe appena le condizioni materiali lo avessero consentito, come si sarebbe potuto fare se essi avessero potuto accedere alla guida del partito e dello stato? Sarebbe da accertare se e in che misura i più facoltosi miliardari facciano parte del partito.

Secondo. Una economia a forte contenuto statale non è certo condizione sufficiente a definirla una economia di stampo socialista. Gli esempi contrari possono essere tantissimi: dalle partecipazioni statali degli anni 70 in Italia, o addirittura l’IRI fascista o l’enorme apparato industriale messo su dal nazismo. In realtà quelli che stanno avvenendo in Cina sono proprio fenomeni tipici del capitalismo monopolistico: il credit crunch, l’enorme espansione del “credito oscuro” (come viene chiamato in Cina, ossia non statale) che ormai ha superato in valore quello statale (“Si calcola che in Cina il circolante iniettato abbia doppiato nei primi quattro mesi dell’anno il valore del PIL.” [B]); l’enorme bolla speculativa edilizia. Questi dati[3] fanno ridimensionare di molto l’entusiasmo per i successi cinesi, che spesso ci si ostina a valutare col più banale indicatore che è il PIL, indicatore che risulta abnormemente gonfiato dalla speculazione monetaria privata fuori controllo. Anzi un aumento del PIL indica proprio l’incremento del peso degli scambi mercantilistici nell’economia. Riguardo alle prime 500 compagnie mondiali, la classifica redatta da Forbes ci informa che: «Le compagnie che sono al top della classifica, tra quelle cinesi, sono per la maggior parte imprese di proprietà statale, come Sinopec Group, China National Petroleum e State Grid, mentre le compagnie cinesi che si trovano in coda sono semi-private come Lenovo e Huawei.». Naturalmente questa classifica può essere vista da due prospettive opposte: la prima è che le aziende statali in Cina sono le più grandi, la seconda è che in Cina ci sono tante aziende private gigantesche (tra le prime 500 al mondo!) che sono private e che possono iniziare (hanno già iniziato) a influenzare pesantemente le scelte politiche.

Terzo. Se il socialismo non è il welfare, certo un socialismo senza welfare o addirittura con un welfare calante non è un buon segno. Eliminati gli equivoci sul PIL, resta da esaminare le condizioni di vita del proletariato cinese. Le rivolte operaia e le catene di suicidi sono solo propaganda borghese? Se è vero che tanti giovani della classe affluente studiano e si vestono come noi e meglio di noi, e fa notizia che il salario minimo è stato elevato nelle imprese statali negli ultimi tempi, quando si va a leggere a quanto è stato elevato e soprattutto a quale percentuale dei lavoratori cinesi ciò si applica, viene un sorriso molto amaro. Il problema della scuola per tutti, della sanità per tutti era già stato risolto in Cina negli anni Settanta, certo al minimo che la ricchezza di quel paese consentiva, ma le sperequazioni che sono sempre più lancinanti non possono essere annoverate in un percorso che si possa associare al socialismo[4]. La dirigenza cinese ci dice che queste sperequazioni (città/campagna, interno/esterno, privato/stato) vanno eliminate e si fanno grandi campagne a questo scopo. Tuttavia sembra che esse siano state davvero portate oltre ogni misura. Inoltre il senso del riequilibrio non è neanche chiaro. Per esempio la maggiore produttività delle aziende private, si dice, deve essere riequilibrata aumentando la produttività di quelle pubbliche, importando i metodi e i modi di quelle. Il sistema sanitario è basato su un’assicurazione obbligatoria che rimborsa parzialmente le spese sostenute. Quanta differenza coi medici scalzi! Per non parlare del sistema universitario, basato su un sistema di borse di studio e non certo su un diritto allo studio universale. Il confronto con un altro paese socialista è umiliante: Cuba. Anche a Cuba ci si interroga sul percorso del socialismo e sono costretti ad ammettere che si devono fare riforme che per molti rappresentano un passo indietro, nella speranza di tutti i sinceri rivoluzionari che sia solo un passo indietro per farne cento in avanti. Ma il problema di Cuba è opposto a quello cinese: la scarsa produttività perché il sistema di incentivi socialista è inceppato e non esiste una frusta per far lavorare (nemmeno ad un livello minimo) i lavoratori (e certo questo è un grande problema non solo economico ma di motivazione politica). Il welfare cubano è il migliore d’America e ormai forse anche del nostro. Il suo sistema sanitario riguardante l’assistenza, la ricerca e l’insegnamento è ormai leggendario.

L’impatto ambientale di Cuba è il più basso al mondo e il confronto con la Cina anche in questo campo è impietoso. Eppure Cuba è assediata da cinquant’anni, non ha risorse minerarie ed ha la stessa scarsa disponibilità di terreni agricoli fertili della Cina (in proporzione naturalmente). Non ha costruito la ferrovia più alta e più veloce del mondo ma ai suoi cittadini, di quel poco che c’è, non manca nulla. Per carità, grossi problemi anche lì, come ci raccontano i compagni cubani con grande trasparenza. Ma di segno totalmente opposto a quelli cinesi. Ai compagni cubani oggi piace parlare di socialismo con mercato e non di mercato e tengono in modo molto rispettoso, ma anche molto geloso, a marcarne la differenza.

In ultimo, è proprio fuori luogo citare il fatto che il mercato sia un sistema che esiste prima del capitalismo e che continua a esistere dopo il capitalismo.[5] A questo ha già risposto perfettamente il compagno Vagenas nell’articolo citato, ma ci permettiamo di aggiungere una considerazione.

L’idea che possa esistere uno Stato che incarna il volere e l’interesse del popolo e che si serve del mercato e dei meccanismi capitalistici per i propri scopi, è un’idea legittima, ma è propria di alcune concezioni borghesi – per esempio quella keynesiana, per non citare che la più nota – che non possono negare l’anarchia insita nel sistema capitalista e invocano lo Stato come supremo regolatore. I comunisti, con gli insegnamenti di Marx e Lenin, nascono storicamente rompendo questo guscio ideologico e riconoscendo nello Stato la proiezione dei rapporti di forza economici che governano la Società. In una parola, come si può pensare che le leve del potere politico restino saldamente nelle mani del proletariato, se esso cede ogni giorno di più le leve economiche?

2.2 I simboli.

Dopo l’eliminazione di Lin Piao nel 1971 in Cina il partito promosse una grande campagna contro due influenze nefaste: il linpiaoismo e il confucianesimo (PiLin PiKung: criticare Lin, criticare Confucio). Vogliamo qui soffermarci sul significato del confucianesimo. Crediamo infatti che ogni progressista non possa non esprimere la più vibrata condanna per questa ideologia/religione che fa dell’“armonia” del potere e della “gerarchia” (dello Stato, della famiglia, delle età) la più reazionaria che il pensiero umano abbia partorito. Ebbene è noto che in Cina non solo Confucio è stato ripreso nelle scuole, si innalzano monumenti alla sua figura, ma che anche la proiezione culturale internazionale della Cina è intitolata a quel pensatore (si veda al proposito gli Istituti di cultura cinesi all’estero, chiamati proprio Istituti Confucio). La campagna culturale contro Confucio fu lanciata negli anni Settanta proprio per sradicare nel popolo cinese l’atavica forma di sottomissione al potere e ai suoi simboli che l’ha avvelenato per secoli e secoli. Come mai ora questa perniciosa ideologia viene rimessa in auge? Ma non è solo un fatto di simboli, in molti documenti del PCC si riprende il concetto di “armonia” tra tutte le componenti del “popolo”, tra le cui componenti sembra avere sempre più peso la cosiddetta “borghesia patriottica”[6].

Dopo il ritorno al potere di Deng Xiaoping (oggi in alcuni documenti si parla di marxismo-leninismo-pensiero di Mao-teoria di Deng, tutti con il trattino) fu pubblicata una famosa intervista in cui il dirigente cinese, dopo la sconfitta della cosiddetta “banda dei quattro”, lanciava la famosa campagna delle quattro modernizzazioni sotto lo slogan “non importa il colore del gatto, purché prenda i topi”. Questa aberrante teoria (che non vediamo come possa accostarsi al marxismo-leninismo) veniva lanciata a livello internazionale in occasione dell’arrivo  dell’ultra-monetarista e ultra-liberista Milton Friedman (proveniente dal Cile di Pinochet che aveva appena abbattuto il governo popolare) che si disse piacevolmente sorpreso che le sue teorie fossero così ben accolte in Cina. Ebbene dal punto di vista ideologico la Cina di oggi è il risultato del denghismo, nella sostanza e nei simboli.

Il fatto che ci siano ancora le statue di Mao, che il partito al potere si chiami comunista e che abbia la falce e il martello – a parte l’estetica – di per sé significa poco. Il giudizio su un partito comunista e la sua politica non deve essere dettato dal “tifo” che ognuno di noi può fare sull’onda dei desideri, ma su un’attenta analisi politica e ideologica. Quando ci dicono che il comunismo è fallito ovunque nel mondo è facile rispondere che c’è ancora la Cina col suo miliardo e passa di abitanti … bisogna vedere se è vero!

579848_4495110384742_1800284226_n

3 Russia e Cina sono paesi imperialisti?

Conviene ripartire da Lenin, che scrive questa precisa definizione di imperialismo:

1) la concentrazione della produzione e del capitale, che ha raggiunto un grado talmente alto di sviluppo da creare i monopoli con funzione decisiva nella vita economica;

2) la fusione del capitale bancario col capitale industriale e il formarsi, sulla base di questo “capitale finanziario”, di un’oligarchia finanziaria;

3)        la grande importanza acquistata dall’esportazione di capitale in confronto con l’esportazione di merci;

4)        il sorgere di associazioni monopolistiche internazionali di capitalisti, che si ripartiscono il mondo;

5)        la compiuta ripartizione della terra tra le più grandi potenze capitalistiche.

1) La concentrazione. In Russia la concentrazione monopolistica industriale era già bella e confezionata dal sistema statale. Dopo il crollo del sistema socialista, i direttori delle aziende ne sono diventati da un giorno all’altro i proprietari. Putin è riuscito a riportare un po’ d’ordine nel caos che ne è scaturito, ma la principale industria russa, che è quella del gas, è per sua natura altamente concentrata. Anche in Cina si assiste a un’elevata concentrazione monopolistica statale che coinvolge circa il 50% dell’economia, ma la rimanente metà è in mano privata o mista, anche e soprattutto (come abbiamo già visto) tra le imprese maggiori. Nel settore finanziario delle cinque banche più grandi del paese, due sono statali e tre sono private, inoltre il settore “non ufficiale” ha già raggiunto l’entità di quello ufficiale, come abbiamo già ricordato.

2) La fusione. Sia in Russia che in Cina le grandi aziende devono assolutamente contare su riserve finanziarie spaventose. L’elevato numero di miliardari (in dollari) e l’esercito di milionari, che possono formarsi solo attraverso la moltiplicazione del denaro attraverso strumenti finanziari e non attraverso commerci non capitalistici, testimonia questa realtà.

3) L’esportazione di capitali. Russia e Cina sono grandi esportatori di materie prime, la prima, e di manufatti, la seconda, ma l’enorme surplus di capitali che ciò genera trova collocazione nel mercato internazionale. In questo la Cina è ancora più esposta della Russia, possedendo – com’è noto – una parte considerevole del debito USA. Ciò costituisce una esportazione di capitali, che sono evidentemente in surplus, al fine di sostenere la capacità di importazione a debito degli USA. Ciò naturalmente si rivela essere il principale sostegno alle folli spese militari del gigante imperialista americano, in quanto libera risorse che altrimenti dovrebbero essere dirottate al mercato interno dei consumi. Ma non è solo questo. Vediamo come la Cina cerchi di comprare grosse imprese in giro per il mondo capitalista, ma anche di realizzare grandi opere infrastrutturali (in Europa come in Africa) al fine di aumentare la penetrazione dei propri prodotti o l’acquisizione di materie prime ed energia di cui è affamata. Anche i prestiti elargiti sono di solito condizionati all’acquisto di prodotti provenienti dalla Cina e quindi non possono certo essere classificati come aiuti internazionalisti. In particolare per quanto riguarda l’Italia la recente visita del Premier cinese ha consentito di ampliare il livello degli scambi non solo commerciali ma anche e soprattutto finanziari[7].

Questo attivismo non è un caso. Ricordando infatti che dal punto di vista capitalistico nel bilancio tra paesi un deficit nella bilancia commerciale si compensa con gli investimenti finanziari in senso inverso al fine di pareggiare i flussi monetari, è fondamentale riequilibrare l’elevato squilibrio commerciale che l’Italia ha con la Cina attraverso l’investimento di capitali che quel paese fa nel nostro[8].

4) Associazioni di capitalisti. Cina e Russia fanno parte delle principali associazioni internazionali capitaliste. La Russia fa parte del G8, la Cina del WTO. Ha fatto scalpore la presenza di una cittadina cinese a una passata riunione del Bilderberg. E ciò naturalmente è solo quello che è noto.

5) Negli ultimi anni stiamo assistendo a una guerra sotterranea tra le principali potenze per spartirsi il mondo. Gli USA stanno completando la conquista del Mediterraneo, cercando di estromettere definitivamente Russia e Cina. La passata guerra in Libia e quella in corso in Siria ne sono la più eloquente testimonianza. L’atteggiamento di Russia e Cina, entrambi dotati di diritto di veto all’ONU, è stata a dir poco scandalosa. Hanno abbandonato Gheddafi al suo destino e sono scappati. Naturalmente ora i cinesi stanno tornando ottenendo dal governo dei ratti condizioni ancora migliori di quelle che avevano prima. Non possiamo che salutare con soddisfazione l’appoggio anche militare che la Russia sta dando alla resistenza del popolo siriano contro l’aggressione imperialista, ma non potremmo mai sperare in un appoggio che vada al di là degli interessi russi nell’area. Quando il costo dovesse essere per loro troppo alto c’è da aspettarsi di rivedere la stessa indegna sceneggiata che abbiamo visto con la Libia. Invece l’appoggio cinese si limita a stare dietro a ruota a quello russo, probabilmente sperando cinicamente che gli USA si impantanino in una nuova guerra disastrosa che li tenga ancora un po’ lontani dal confronto militare con la Cina. Ulteriore conferma di quest’analisi si trova esaminando con attenzione l’evoluzione del contrasto in Ucraina.

In politica estera sia la Russia che la Cina predicano la coesistenza pacifica e non svolgono alcun ruolo antagonista nei confronti degli USA. Sono dei concorrenti, ossia giocano lo stesso gioco per accaparrarsi posizioni migliori nello scacchiere internazionale. Il loro giudizio sul conglomerato imperialistico Unione Europea è positivo e cercano di fare con essa i loro migliori affari. Ciò non è di alcun aiuto alla lotta dei popoli europei contro le proprie borghesie, anzi. Nella vicenda della lotta per il gas, la Germania fa con la Russia ottimi affari grazie al North Stream, un gasdotto che la collega direttamente alla Russia. Qual è il ruolo della Russia in tutto ciò? Affari e basta. Cerca di vendere il suo gas al migliore offerente. Quando pratica dei prezzi differenti – come per la Biolorussia o, fino a poco tempo fa, per l’Ucraina – lo fa per sostegno internazionalista, come fa il Venezuela con Cuba? La Cina nei suoi rapporti d’affari ha un atteggiamento differente? Essa si è sempre dichiarata una sostenitrice della stabilità finanziaria internazionale e ha sempre agito sostenendo i governi capitalisti, fino a promettere l’ulteriore acquisto di bond europei[9]. Altro atteggiamento hanno invece i cosiddetti “Stati-canaglia”, che vengono gratificati di questo epiteto dagli USA, proprio perché sono stati che non si conformano alle regole e danno disturbo alla politica USA: Iran, Siria, Libia (fino all’eliminazione di Gheddafi), Venezuela, R.D.P. di Corea e soprattutto Cuba. Paesi che sono oggetto di attacchi senza quartiere da parte del gendarme imperialista e che si possono considerare antagonisti al sistema imperialista internazionale.

Poi vi è tutto il resto del mondo che ha un’importanza straordinaria. Tuttavia dappertutto i rapporti di produzione dominanti sono quelli capitalistici e quindi, prima di chiederci quanto “progressisti” siano questi Paesi, vediamo se essi svolgono un’azione che davvero impensierisce i monopoli internazionali. Rileggendo la famosa frase di Stalin: «La lotta dell’emiro afghano per l’indipendenza dell’Afghanistan è oggettivamente una lotta rivoluzionaria, malgrado il carattere monarchico delle concezioni dell’emiro e dei suoi seguaci, poiché essa indebolisce, disgrega, scalza l’imperialismo» (da Principi del leninismo, VI. La questione nazionale), si vede come egli pone l’accento proprio sugli effetti che tale lotta implica. Chiediamoci quindi: quali sono i Paesi in cui l’azione delle borghesie nazionali è tale da contrapporsi economicamente e militarmente all’imperialismo? Le posizioni, tutte interne alla logica capitalista, della Presidenta Kirchner contro l’FMI, possono dare soddisfazione, ma la ristrutturazione del debito argentino e gli interessi monopolistici gravano sempre e comunque sul popolo lavoratore. È chiaro quindi che il proletariato argentino, che tanta buona volontà e autonomia sta dimostrando per esempio nel recupero delle aziende dismesse, troverà soluzione alla propria situazione di oppressione, solo con la rivoluzione proletaria e non deve fare sconti a nessuno.

Conclusioni Quale deve essere l’atteggiamento dei comunisti di fronte a tale situazione?

Il pericolo principale per la pace nel mondo sono gli USA. Il loro imperialismo è di tipo aggressivo militare. Il loro declino economico, sorretto dalla più spaventosa macchina da guerra che l’umanità abbia mai visto, ne fa davvero un pericolo per la sopravvivenza della vita umana sul Pianeta.

La forza strategica che può opporsi a tale macchina è il proletariato che con il suo antimperialismo può contrastare i piani dell’imperialismo, attaccandolo a partire dall’interno della propria fortezza. Il sostegno maggiore che può dare il proletariato dei paesi alleati degli USA è quello di contrastare la propria borghesia, fino a rovesciarla. Ogni sostegno a conglomerati imperialisti, come la UE, nella speranza di creare un polo che bilanci lo strapotere USA, va nella direzione opposta e va contrastato dai comunisti nel modo più deciso. I piani imperialisti USA e UE vanno smascherati con forza.

Il ruolo dei BRICS è più sfuggente. Il carattere immaturo del loro capitalismo non ne fa paesi imperialisti aggressivi come USA e alleati, anche se il loro tentativo di penetrazione nel mercato delle merci e dei capitali li pone oggettivamente su questa strada. La loro competizione per accaparrarsi migliori posizioni occasionalmente li pone in contrasto agli USA, ma sono contrasti che vengono poi sanati all’interno di camere di compensazione internazionali, proprio per evitare scontri generalizzati che al momento non vuole nessuno, né gli USA, né l’UE, né tanto meno i BRICS. È chiaro che i conflitti inter-imperialistici tenderanno ad acutizzarsi e si arriverà prima o poi a una deflagrazione. Ma, pur prestando attenzione a queste contraddizioni, i comunisti non devono mai perdere di vista qual è l’interesse generale del proletariato internazionale che lo pone al di fuori di queste beghe tra lupi. Prendiamo insegnamento da Lenin quando già nel 1915 ci ammoniva a non stare “Sotto la bandiera altrui”.

Per ultimo, gli Stati-canaglia. Spesso è il nostro nemico a indicarci quali sono i suoi veri nemici e quelli che gli danno davvero fastidio. Pur nella amplissima diversità dei regimi accomunati da questa classificazione, possiamo dire che questi sono i regimi che svolgono un’azione antagonista. È chiaro che il proletariato anche in questi paesi non può accontentarsi di questo e deve sempre lottare per rovesciare, laddove le condizioni storiche lo consentano, il sistema borghese. Questo vale dal più progressivo Venezuela, dove il PCV svolge una funzione di stimolo per intraprendere un cammino più coerentemente socialista tra le masse e dall’interno del governo a cui partecipa; fino al teocratico Iran, dove i comunisti sono fuorilegge; passando per la Siria, dove l’imperialismo USA e israeliano stanno cercando senza successo ormai da anni di sovvertire il governo di Assad.

Questi sono i paesi che, indipendentemente dal regime che li regge, sono sotto attacco imperialista e che vanno sostenuti proprio per il fatto di essere sotto attacco dall’imperialismo Nato e UE.

I Comunisti sarebbero i primi a complimentarsi se in Russia o anche in Cina si riprendesse il percorso socialista, oggi interrotto. Ma la Russia di Putin non è l’Urss (neanche quella “stagnante” e revisionista di Breznev) e neanche la Cina di oggi, con la maggior importazione di Ferrari al mondo, può considerarsi in qualche continuità con quella di Mao Zedong.

Ci piacerebbe esser tifosi, ma il rigore del marxismo-leninismo ci impedisce di cadere in questo errore.

Riferimenti

[A]      Intervista a Huang Hua Guang, Partito Comunista Cinese di Walter Ceccotti su l’Ernesto Online del 21/10/2010

[B]      IlSole24Ore, 23 luglio 2013 La Banca centrale cinese in aiuto di Pmi e consumi e IlSole24Ore, 26 giugno 2013 I cinque punti deboli che minacciano Pechino di Rita Fatiguso

[C]      http://www.sbilanciamoci.info/Sezioni/globi/La-disuguaglianza-in-Cina-13000

—————————————————————————-

[1] «L’esempio dell’economia di mercato socialista cinese è proprio questo: consideriamo il mercato come un mezzo, come uno strumento. E questo strumento può essere utilizzato dai capitalisti ma anche dai comunisti. Il mercato può essere uno strumento per migliorare l’allocazione delle risorse e per aiutare lo sviluppo economico. Certo noi sappiamo che l’economia di mercato ha anche dei suoi intrinseci difetti: ad esempio se i soggetti principali dell’economia di mercato, ovvero le imprese o gli individui, guardano più ai loro interessi particolari e ai guadagni e meno alle responsabilità sociali e allo sviluppo in generale e alla collettività, in questo caso la manifestazione di questi difetti diventa evidente. E’ tenendo conto di queste caratteristiche dell’economia di mercato e dei suoi difetti originari che dobbiamo orientare il ruolo di regolamentazione macroeconomica dello stato. Da una parte si deve utilizzare la funzione del mercato, dall’altro rafforzare il ruolo dello stato. Lo stato deve stabilire delle regole e la loro attuazione pratica per garantire una pari concorrenza tra gli operatori economici. [corsivo nostro]» [1]

[2] «Primo, l’industria. L’industria di proprietà di tutto il popolo [industria statale, ndt] copriva il 97 percento del totale delle risorse fisse dell’intera industria, il 63 percento degli addetti nell’industria, e l’86 percento del valore totale della produzione industriale. L’industria di proprietà collettiva [cooperative, ndt] copriva il 3 percento delle risorse fisse, il 36,2 percento degli addetti nell’industria, e il 14 percento della produzione totale. Accanto a ciò l’artigianato individuale arrivava allo 0,8 percento degli addetti nell’industria.

Poi, l’agricoltura. Fra gli strumenti di produzione agricoli, circa il 90 percento delle aziende e dei macchinari di irrigazione e drenaggio e circa l’80 percento dei trattori e degli animali da traino sono sotto la proprietà collettiva. Qui la proprietà di tutto il popolo assomma a una proporzione molto piccola. Quindi, oltre il 90 percento del raccolto di grano e di altri cereali viene dall’economia collettiva. Le fattorie di stato assommano a una piccola proporzione. A parte queste, rimangono ancora piccolo appezzamenti condotti da membri delle comuni per I loro personali bisogni, e un limitato ammontare di produzione familiare collaterale.

Terzo, il commercio. Il commercio di stato assomma al 92,5 percento del volume totale delle vendite al dettaglio, le imprese commerciali collettive al 7,3 percento, e gli ambulanti allo 0,2 percento. A parte ciò, rimane ancora un ragguardevole ammontare del commercio esercitato dalle fiere rurali.»

Chang Chun-chiao (Zhang Chunqiao) “On Exercising All-Round Dictatorship Over the Bourgeoisie” Published: Foreign Languages Press, 1975 da un articolo in Hongqi, traduzione nostra

[3] «A livello locale, quello in cui le autorità godono di una notevole autonomia amministrativa si vivono giornate amare. Colpa anche delle misure di stimolo a pioggia che si sono perse in mille rigagnoli. Negli ultimi tempi il problema ha assunto connotazioni drammatiche. Intere regioni hanno iniziato a finanziarsi, per evitare il default, cedendo la terra. Ma questo si è rivelato un boomerang. L’incapacità di gestire la situazione ha portato a un cronico indebitamento che spesso sta trascinando nel baratro le imprese private che, a loro volta, si sono messe a investire sulla terra.»

«Gran parte dell’economia di zone particolarmente vivaci dal punto di vista finanziario ancora oggi non passa attraverso il sistema ufficiale del credito. Esistono catene di prestiti che si autoalimentano e che si reggono, storicamente, sulla fiducia reciproca costruita dalle relazioni amicali, le guanxi, a prova di default. Ma se, come sta succedendo in queste settimane, le reti si spezzano, allora si bussa alle porte di istituti di secondo livello che a loro volta devono trovare forme di finanziamento poco ortodosse. Il tentativo di sperimentare un’emersione del credito in queste aree ha portato a magri risultati, a vincere sono stati gli usurai.»

«Lucrare sui cambi è di moda. … In Cina è diventato uno sport nazionale giocare sui valori delle varie divise e puntare forte. La Banca centrale ha messo il freno quando si è resa conto che a farlo erano proprio i big dell’industria statale e che anche il renminbi era finito nel mirino. L’ossessione tutta cinese di controllare nei minimi dettagli il mondo del credito e il valore della divisa nazionale è stata del tutto inutile.» [B]

[4] «Le disuguaglianze sono fortemente aumentate in Cina insieme ai processi di sviluppo; ad esempio, il coefficiente di Gini è passato da 0, 28 nel 1981 a 0, 41 nel 2003 e a 0, 47 più di recente (secondo alcuni, avrebbe perfino superato il livello di 0, 50). Come è noto, un valore di 0 indica una concentrazione nulla dei redditi e un valore di 1 invece una concentrazione massima. E’ poi molto rilevante la differenza di redditi tra città e campagna. Il rapporto relativo è salito al livello di 3,3 da 1 nel 2008, la soglia più alta dal momento in cui, circa trent’anni prima, erano state avviate le riforme economiche» [C]

[5] A questo proposito spesso si cita un mozzicone di un brano di Stalin «Si dice che la produzione mercantile in qualsiasi condizione deve portare e necessariamente porterà al capitalismo. Questo non è vero. Non sempre e non in qualsiasi condizione! Non si può identificare la produzione mercantile con la produzione capitalistica. Sono due cose diverse.»

Occorre leggere tutto il resto del brano per rendersi conto del senso del discorso.

«La produzione mercantile porta al capitalismo solamente se esiste la proprietà privata dei mezzi di produzione, se la forza lavoro si presenta sul mercato come una merce che il capitalista può comprare e sfruttare nel processo di produzione, se, di conseguenza, esiste nel paese un sistema di sfruttamento degli operai salariati da parte dei capitalisti. La produzione capitalistica incomincia là, dove i mezzi di produzione sono concentrati in mani private e gli operai, privi di mezzi di produzione, sono costretti a vendere la loro forza lavoro come una merce. Senza di ciò non vi è produzione capitalistica.»  [i corsivi sono nel testo! ndr]

«Ebbene, e se non esistono queste condizioni che trasformano la produzione mercantile in produzione capitalistica, se i mezzi di produzione non sono più proprietà privata, ma proprietà socialista, se non esiste un sistema di lavoro salariato e la forza lavoro non è più una merce, se il sistema dello sfruttamento è già da tempo liquidato, – cosa dire allora: si può considerare che la produzione mercantile porti in ogni caso al capitalismo? No, non si può. E la nostra società è proprio una società in cui la proprietà privata dei mezzi di produzione, il sistema del lavoro salariato, il sistema dello sfruttamento non esistono più da tempo.

Non si può considerare la produzione mercantile come qualcosa a sé stante, indipendente dalle condizioni economiche circostanti. La produzione mercantile è più antica della produzione capitalistica. Essa esisteva nel sistema schiavistico e lo serviva, e tuttavia non ha portato al capitalismo. Essa esisteva nel feudalesimo e lo serviva, e tuttavia, benché preparasse alcune condizioni della produzione capitalistica, non ha portato al capitalismo. Si domanda allora perché la produzione mercantile non può servire per un certo periodo anche la nostra società socialista senza portare al capitalismo, quando si tenga presente che la produzione mercantile non ha da noi quella diffusione illimitata e universale che ha nelle condizioni del capitalismo, quando si tenga presente che essa da noi è costretta entro limiti rigorosi, grazie a condizioni economiche decisive, quali sono la proprietà collettiva sui mezzi di produzione, la liquidazione del sistema del lavoro salariato, la liquidazione del sistema dello sfruttamento.» (Stalin, Osservazioni sulle questioni economiche relative alla discussione del novembre 1951, da Problemi economici del socialismo in URSS) Lasciamo al lettore di giudicare se le condizioni del mercato in Cina corrispondono all’una o all’altra delle situazioni prospettate nel testo.

[6] Una nota curiosa riguarda il significato delle quattro stelle che contornano la stella grande nella bandiera nazionale della RPC. Esse rappresentano le quattro componenti del popolo che si stringono attorno al Partito comunista. Ora queste componenti nell’interpretazione originaria sono: operai, contadini poveri, soldati e intellettuali. Negli ultimi tempi tale interpretazione viene sempre più spesso modificata, sostituendo alle ultime due componenti la piccola borghesia e i capitalisti patriottici o addirittura i “capitalisti simpatizzanti del partito”.

[7] Tra questi l’accordo tra Enel e Bank of China che garantisce al gruppo italiano credito per 1 miliardo di euro nei prossimi 5 anni, tra prestiti, aperture di credito e altri strumenti di finanziamento di progetti Eni in Cina e in altri paesi. Gli altri accordi: Il Fondo Strategico Italiano e Cic International hanno poi sottoscritto un accordo per operazioni di investimento comune del valore massimo di 500 milioni di euro per ciascuno dei due Istituti per sviluppare la cooperazione tra Italia e Cina. Il ministero dello Sviluppo economico italiano e quello del Commercio cinese hanno siglato un memorandum di intesa per un parco ecologico italocinese. Le imprese interessate a investirci saranno individuate da Gse e Zhenjiang che a loro volta hanno chiuso un accordo da 800 milioni di euro. L’Ente nazionale italiano di unificazione (Uni) e Standards Administration of China (Sac) hanno firmato un pre-accordo tra i due enti nazionali di normazione per favorire gli scambi commerciali. Vale invece 3 miliardi l’intesa tra Cassa Depositi e Prestiti e China Development Bank per la cooperazione nello sviluppo di opportunità finanziarie, dalle PMI alle infrastrutture. Proprio nel giorno della visita, Bank of China entra nel capitale di Mediobanca con una quota di pochissimo superiore al 2%, proprio per poter rendere pubblico questa partecipazione. Questo ingresso segue quello che ha segnato la presenza cinese in Eni ed Enel, Telecom Italia, Prysmian, Fiat e Generali.

[8] «Guidata da questo spirito l’Italia ha imboccato la strada di riforme coraggiose per affrontare la crisi del debito europeo. L’economia italiana si sta rapidamente riprendendo, mostrando vigore e vitalità» (dalla dichiarazione del Premier cinese Li Keqiang prima del suo arrivo in Italia) [9] http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2012-08-30/crisi-cina-impegna-continuare-083513.shtml

Annunci