http://www.resistenze.org/sito/te/pe/dt/pedtfd02-015053.htm

0001

Enver Hoxha e la grande battaglia ideologica dei comunisti albanesi contro il revisionismo

Ricordando il 30° anniversario della morte di Enver Hoxha – 11 aprile 1985

Aldo Calcidese | leragionidelcomunismo.jimdo.com

La lotta ideologica dei comunisti albanesi contro il revisionismo inizia già nel dopoguerra, in un durissimo confronto con la cricca revisionista di Tito.

Winston Churchill, nelle sue Memorie, racconta come si fosse interessato direttamente per mettere Tito e il suo gruppo al servizio delle potenze imperialiste.
Nel maggio 1944, egli si incontrò personalmente a Napoli con Tito. Nelle sue Memorie Churchill scrive che Tito si mostrò disposto ad affermare anche pubblicamente che “il comunismo non sarebbe stato instaurato in Jugoslavia”.

Durante la guerra si ebbe un’adesione al Partito Comunista Jugoslavo di 140.000 membri e di altri 360.000 prima della metà del 1948. Erano entrati nel partito decine di migliaia di kulaki e di borghesi. Il partito non aveva una vita interna normale, non c’erano discussioni politiche al suo interno, i dirigenti non erano eletti ma cooptati. Nel giugno 1948, l’Ufficio di Informazione dei partiti comunisti (Kominform) che comprendeva otto partiti comunisti pubblicò una risoluzione che criticava il Partito jugoslavo. La risoluzione affermava che, partendo da una posizione nazionalista borghese, il Partito jugoslavo aveva spezzato il fronte unito socialista contro l’imperialismo. “Una tale linea nazionalista non può che condurre alla degenerazione della Jugoslavia in una qualsiasi repubblica borghese”.

“Tito scatenò un’epurazione di massa. Tutti gli elementi marxisti-leninisti furono eliminati dal Partito. Due membri del Comitato Centrale, Zujovic e Hebrang, erano già stati arrestati nell’aprile del 1948. Il generale Arso Jovanic, capo di stato maggiore dell’Armata dei partigiani, fu arrestato e assassinato, come il generale Slavo Rodic”. (James Klugman, From Trockij to Tito, Lawrence and Wishart, London, 1951, p.11).

The Times riferiva di numerosi arresti di comunisti che sostenevano la risoluzione del Kominform e riteneva che il numero delle persone imprigionate fosse tra le 100.000 e le 200.000.

Prima ancora che si completasse il distacco dall’Unione Sovietica e dai paesi a democrazia popolare, già cominciarono ad arrivare in Jugoslavia ingenti aiuti economici e militari da parte delle potenze imperialiste, soprattutto dagli USA. Il governo degli Stati Uniti investì dal 1948 fino agli anni ’70 nel “socialismo jugoslavo” circa 7 miliardi di dollari.

Nella sua opera Imperialismo e rivoluzione, il segretario del Partito del Lavoro d’Albania, Enver Hoxha, afferma: “Questi aiuti vennero concessi a condizione che il paese si sviluppasse seguendo una via capitalistica. La borghesia imperialista non era contraria al fatto che la Jugoslavia mantenesse in apparenza forme socialiste, anzi era molto interessata a che essa conservasse una vernice socialista, poiché così sarebbe divenuta un’arma ancora più efficace nella lotta contro il socialismo e i movimenti di liberazione. (Enver Hoxha, Imperialismo e rivoluzione, Ed. 8 Nentori, Tirana, 1978)

Enver Hoxha ricorda come già nel 1945 i titisti entrarono nelle zone che erano state liberate dai combattenti albanesi e kosovari per eliminare i consigli di liberazione nazionale e per scatenarvi un terrore massiccio contro gli albanesi. “Questa inaudita rappresaglia dei titisti provocò giustamente una grande rivolta popolare e mise in forse anche la “nuova Jugoslavia”, poiché con ragione il popolo kosovaro non vedeva alcuna differenza con quello che aveva sofferto sotto la “vecchia Jugoslavia”…

Il terrore contro gli albanesi andava via via crescendo. Questi venivano incarcerati, uccisi in massa, sottoposti a torture e andavano a riempire gli orribili campi di concentramento di Rankovic”. (Enver Hoxha, I titisti, Ed. 8 Nentori, Tirana, 1983, pp.112,218,219)

Tito aveva inoltre dei piani annessionistici nei confronti dell’Albania, che doveva diventare – secondo i suoi progetti – la settima repubblica jugoslava.

A questo scopo era riuscito ad infiltrare dei suoi agenti nell’Ufficio Politico del Partito Comunista Albanese (che prenderà successivamente il nome di Partito del Lavoro d’Albania). Questi agenti presentarono la proposta di realizzare “un’unione economica e militare con la Jugoslavia”, naturalmente sotto la direzione di Tito.

Dopo che il complotto dei titisti fu sventato in Albania, si svolse a Bucarest una riunione nella quale Enver Hoxha, alla presenza anche del rappresentante del Partito Comunista Rumeno, Dej, incontrò il rappresentante del Partito Bolscevico, Andrei Vysinskij.

“Sottolineando il fatto che dietro i tentativi di creare una “federazione balcanica” si nascondevano le mire scioviniste di Tito volte a dominare i Balcani, feci ai compagni un’esposizione della politica sciovinista e antimarxista seguita dalla direzione di Belgrado, sia durante che dopo la guerra, anche verso il Kosovo e le altre regioni albanesi in Jugoslavia. In questa riunione lasciai capire ai compagni che il nostro Partito, in questa lotta, era venuto a trovarsi molte volte solo e che andava quindi aiutato di più, molto più apertamente e con maggiore fiducia.

Quando ebbi finito, si fece una pausa, poi Vysinskij trasse le conclusioni della riunione. Tra l’altro, disse: “Certi di non sbagliare nella valutazione dell’attività di questi rinnegati, giungiamo alla conclusione che questa lotta politica e ideologica sarà lunga. Il Partito Bolscevico approva l’operato e la giusta e tenace lotta del Partito Comunista d’Albania, del suo Comitato Centrale e del compagno Enver Hoxha, in difesa del marxismo-leninismo. Noi dobbiamo essere consapevoli che questa cricca andrà oltre nella sua attività ostile contro il nostro campo socialista. I titisti ricorreranno a provocazioni per ingannare l’opinione pubblica in Jugoslavia e fuori, ed anche per giustificare la loro politica di tradimento e di legami con i paesi capitalisti.” (Enver Hoxha, I titisti, pp.539-541)

Così il titismo operò come fattore di rottura nel movimento comunista internazionale, con l’appoggio delle potenze imperialiste.

La lotta contro il revisionismo chrusceviano

Nel febbraio 1956 si svolge a Mosca il tristemente famoso XX Congresso del Partito Comunista dell’Unione Sovietica, il cosiddetto congresso della “destalinizzazione”.

Enver Hoxha così commenterà il colpo di stato dei chrusceviani: “I nuovi dirigenti, che infatti erano gli stessi di prima, adeccezione di Stalin, si atteggiavano a liberali dicendo alpopolo: respira liberamente, sei libero, sei nella vera democrazia, perché il tiranno e la tirannia sono stati liquidati. Il culto di Chruscev veniva gonfiato dagli imbroglioni, dai liberali, dai leccapiedi e dagli adulatori. La grande autorità di Stalin, basata sulla sua indelebile opera, fu sabotata nell’Unione Sovietica e fuori di essa. La sua autorità cedette il posto a quella di un ciarlatano, di un clown, di un ricattatore.” (Enver Hoxha, I chrusceviani, ed. 8 Nentori, Tirana, p.59)

Analizzando le cause che portarono al colpo di stato di Nikita Chruscev, Enver Hoxha afferma che “nel Partito Comunista dell’URSS, all’indomani della Grande Guerra Patria, si manifestarono alcuni fenomeni negativi. Questo Partito godeva di una grande reputazione, aveva anche conseguito grandi successi, ma nello stesso tempo aveva cominciato a perdere lo spirito rivoluzionario, era stato contagiato dal burocratismo e dalla routine.

Le norme leniniste, gli insegnamenti di Lenin e di Stalin erano stati convertiti dagli apparatciki in forme e slogan rancidi e privi di valore per l’azione. Non era la linea “errata” di Stalin quella che frenava il progresso, questa linea era giusta, marxista-leninista, ma spesso veniva applicata male, anzi distorta e sabotata dagli elementi ostili.

Questi elementi disorganizzavano la rivoluzione organizzando la controrivoluzione, si mostravano “severi” contro i nemici interni per inculcare la paura e il terrore nel partito, nel potere e nel popolo. Se si dovesse fare una minuziosa analisi delle direttive politiche, ideologiche e organizzative di Stalin nella direzione e nell’organizzazione del partito, della lotta e del lavoro, non si troverebbe in linea generale alcun errore riguardante i principi.

Ma se teniamo presente il modo in cui queste direttive venivano distorte dai nemici, possiamo vedere le pericolose conseguenze di queste deformazioni e renderci conto del perché il partito cominciò a burocratizzarsi. Il partito si stava ricoprendo di un denso strato di ruggine, dell’apatia politica, perché vi prevaleva l’idea errata che solo il vertice, la direzione agisce e risolve tutto.

Gli apparati e gli impiegati divennero onnipotenti, infallibili e agivano in via burocratica facendosi scudo delle formule del centralismo democratico….Senza dubbio, percorrendo questa via, il Partito Bolscevico perse la vitalità di un tempo. Esso viveva con formule giuste, ma non erano che formule, eseguiva, ma aveva perso ogni iniziativa.

Cominciarono a diffondersi il carrierismo, il servilismo… Tutto ciò faceva opera di corrosione all’interno del partito, soffocava lo spirito della lotta di classe e dei sacrifici ed incoraggiava la corsa ad una vita “migliore”, tranquilla, fatta di privilegi, di vantaggi personali, con il minimo lavoro e la minima fatica.

Gli apparati non solo non davano informazioni esatte a Stalin e deformavano in modo burocratico le sue giuste direttive, ma avevano anche creato nel popolo e nel partito una situazione tale che, anche quando Stalin, nella misura in cui glielo consentivano l’età e la salute, si recava presso le masse del partito e del popolo, non era messo al corrente delle manchevolezze e degli errori, perché gli apparati avevano inculcato nei comunisti e negli uomini della massa l’idea che “non bisogna disturbare Stalin”. (Enver Hoxha, I chrusceviani, pp.45-50)

Una volta impadronitisi del potere, i chrusceviani si dedicarono al consolidamento di questo potere non solo in URSS ma anche negli altri paesi socialisti, dove si preoccuparono di mettere in condizioni di non nuocere tutti coloro che non si erano schierati apertamente col nuovo corso.

Intanto preparavano la scissione nel movimento comunista internazionale, attaccando tutti quei partiti che non avevano abbracciato la piattaforma revisionista del XX Congresso.

Nel 1960 si manifestarono alcune divergenze fra il PCUS e il Partito Comunista Cinese.
Il PCUS propose di convocare a Bucarest i partiti del campo socialista per fissare la data e il luogo di una futura conferenza di tutti i partiti comunisti.

Avendo ricevuto l’invito, il Partito del Lavoro d’Albania inviò a Bucarest il suo dirigente Hysni Kapo per discutere della data della futura conferenza e per partecipare, come era stato convenuto, ad un libero scambio di vedute sui problemi della situazione internazionale.

Ma in realtà i chrusceviani avevano in mente ben altro, essi intendevano adottare una serie di decisioni al fine di andare “tutti uniti” alla conferenza, tutti uniti sulle tesi chrusceviane.

L’incontro di Bucarest era stato convocato per fissare una data e si stava trasformando in una crociata. Chruscev insisteva perché durante la riunione venissero discussi i dissensi fra l’URSS e la Cina, nella maniera in cui a lui faceva comodo. In questa riunione – sosteneva Chruscev – si possono anche prendere delle decisioni e chiedeva agli altri partiti di pronunciarsi in merito ai “gravi errori della Cina”.

I sovietici distribuirono in fretta un voluminoso materiale contro la Cina e fu deciso di convocare alcune ore dopo una riunione di tutti i partiti per condannare il PCC come “antimarxista”.

A questa manovra si oppose fermamente il Partito del Lavoro d’Albania. “Nella prima riunione organizzata da Chruscev, il compagno Hysni Kapo, in nome del partito e in base alle dettagliate direttive che gli venivano inviate, attaccò Chruscev e gli altri denunciando i loro metodi da cospiratori, sostenne il PCC e si oppose alla continuazione della riunione.

Questo Chruscev non se l’aspettava. Nel corso della riunione egli parlava senza sosta agitando le mani e i piedi, s’innervosiva, sbavava per la rabbia. Ma il compagno Hysni Kapo, con il suo sangue freddo e il coraggio ben noti, lungi dal lasciarsi intimorire, rispose per le rime a Chruscev con argute repliche.

Nei suoi numerosi discorsi, Chruscev trovava sempre l’occasione per attaccare il nostro partito e il suo rappresentante. -Noi non riusciamo ad intenderci con Mao Tsetung e con i cinesi. Volete che vi mandiamo, compagno Kapo, ad intendervi con loro? – diceva Chruscev. -Io non ricevo ordini da voi – gli rispose Hysni – ricevo ordini solo dal mio partito.

Nulla potè rimuoverlo dall’atteggiamento coraggioso, rivoluzionario e di principio. Egli rimase impassibile di fronte agli strilli e alle pressioni del ciarlatano Nikita Chruscev.”

Dopo Bucarest, i sovietici, attraverso la loro ambasciata a Tirana con i suoi agenti del KGB, intensificarono le pressioni e i sabotaggi nei confronti dell’Albania.

Violando tutti i contratti sottoscritti, tentarono anche di affamare il popolo albanese per costringerlo a cedere. Rifiutarono di fornire dei cereali nel momento in cui le riserve di pane dell’Albania erano appena sufficienti per 15 giorni. L’Albania fu costretta ad attingere alle proprie riserve valutarie per acquistare grano in Francia.

Le provocazioni diventavano sempre più aperte. L’ambasciatore sovietico e quello bulgaro in Jugoslavia applaudivano Rankovich quando questi in un comizio a Sremska Mitrovitza definiva l’Albania “un inferno di filo spinato”; i bulgari pubblicavano la carta dei Balcani in cui “per una svista” l’Albania era inclusa entro i confini della Jugoslavia. A Varsavia gli uomini di Gomulka entravano a viva forza nell’ambasciata albanese e tentavano di assassinare l’ambasciatore.

Alla Conferenza di Mosca, la battaglia cominciò già nella commissione preparatoria, che doveva predisporre il progetto di dichiarazione della Conferenza.

Suslov dirigeva i lavori cercando di fare in modo che le tesi del XX Congresso fossero inserite nel progetto di dichiarazione. La delegazione albanese attaccò in particolare la tesi chrusceviana secondo cui l’imperialismo si sarebbe ammansito e sarebbe stato possibile un mondo senza guerre.

“Dire oggi, nel momento in cui esiste l’imperialismo, che si può costruire un mondo senza guerre (tesi di Chruscev) è contrario agli insegnamenti di Lenin”, dichiarò Hysni Kapo. Prima dell’inizio della Conferenza, venne distribuito a tutti i partecipanti un documento in cui si attaccava la Cina e l’Albania era stata “cancellata” dal gruppo dei paesi socialisti.

“La lettera di accusa contro la Cina era un infame documento antimarxista. Con questo documento i chrusceviani avevano deciso di ottenere a Mosca ciò che non erano riusciti a realizzare a Bucarest. Il documento suscitò grave imbarazzo fra i partecipanti alla conferenza e non sarebbe stato accolto come pensavano i chrusceviani. Delle spaccature sarebbero emerse nella conferenza”. (Enver Hoxha, I chrusceviani, op.cit., pp.452-453)

Ormai la rottura era inevitabile. Nel suo intervento, Enver Hoxha attaccò duramente la linea del XX Congresso del PCUS, affermando fra l’altro: “Bisogna difendere l’opera di Giuseppe Stalin. Chi non la difende è un opportunista e un vigliacco”.

Dopo il discorso di Enver Hoxha, la delegazione albanese lasciò la residenza che le avevano assegnato i sovietici e prese alloggio nell’ambasciata albanese, dove rimase durante tutto il suo soggiorno a Mosca. Quando gli albanesi lasciarono la residenza assegnata loro dai sovietici, un ufficiale dei servizi di sicurezza sovietici disse in confidenza a Hysni Kapo: “Il compagno Enver ha fatto bene ad andarsene, perché qui la sua vita correva grave pericolo”.

I chrusceviani erano pronti a tutto e la delegazione albanese non accettò di viaggiare in aereo, perché una “sciagura” avrebbe potuto verificarsi più facilmente.

Così i chrusceviani provocarono la rottura del movimento comunista internazionale ed avviarono un processo che avrebbe portato alla distruzione delle basi del socialismo e alla restaurazione del capitalismo in URSS e nei paesi dell’Europa orientale.

Contro il revisionismo cinese e la “teoria dei tre mondi”

Quando negli anni ’70 il Partito Comunista Cinese elabora la cosiddetta “teoria dei tre mondi”, Enver Hoxha denuncia il carattere antimarxista di questa teoria, affermando che si tratta di una nuova variante del moderno revisionismo.

Che significato ha – si chiede Enver Hoxha – l’appello fatto dai cinesi affinché il “terzo mondo” si unisca in alleanza al “secondo mondo” per lottare contro la metà del “primo mondo”? Una simile divisione del mondo confonde con l’oligarchia che li opprime i popoli, le loro aspirazioni e il loro livello di sviluppo, che sono diversi e in lotta contro la stessa oligarchia.

“Dividendo il mondo in tre parti, il Partito Comunista Cinese predica la conciliazione di classe. Facendo i giocolieri con le contraddizioni, i dirigenti cinesi si sforzano in primo luogo di giustificare il loro atteggiamento verso l’imperialismo americano. I revisionisti cinesi pretendono che nel mondo odierno esiste una sola contraddizione che contrappone il “terzo mondo”, il “secondo mondo” e metà del “primo mondo” all’Unione Sovietica. Partendo da questa tesi che unisce i popoli ad un gruppo di imperialisti, essi predicano che bisogna lasciare da parte tutte le contraddizioni di classe e battersi solo contro il socialimperialismo sovietico. (Enver Hoxha, Imperialismo e rivoluzione, Ed. 8 Nentori, Tirana, 1978, pp.276 e 284)

“I revisionisti cinesi continuano a mantenere le loro note posizioni di lotta unicamente contro il socialimperialismo sovietico. Essi pongono l’imperialismo americano in seconda fila e ribadiscono che gli Stati Uniti d’America “desiderano mantenere lo statu quo”. Da ciò i revisionisti cinesi giungono alla conclusione che ci si può e ci si deve alleare con l’imperialismo americano contro il socialimperialismo sovietico.

L’imperialismo americano non è affatto debole e non si è per niente ammansito, come pretendono i dirigenti cinesi; al contrario, è aggressivo, feroce e potente, al pari del socialimperialismo sovietico.

L’impostazione stessa della questione secondo cui un imperialismo è più forte e l’altro meno forte, uno aggressivo e l’altro ammansito, non è marxista-leninista. Questo modo di impostare la questione è il riflesso di un punto di vista reazionario che porta i revisionisti cinesi ad allearsi con gli Stati Uniti, con la NATO e con il Mercato Comune Europeo, con il re di Spagna, con lo Scià dell’Iran, con il cileno Pinochet e con tutti i dittatori fascisti.

Noi, marxisti-leninisti, non possiamo difendere i vari reazionari, la cricca di Strauss e di Schmidt in Germania, i leaders conservatori o laburisti inglesi, per il fatto che essi sono in contrasto con il socialimperialismo sovietico. Se facessimo questo e appoggiassimo le prediche dei cinesi, secondo le quali “gli Stati capitalisti d’Europa si devono unire nel Mercato Comune”, che “l’Europa Unita” si deve rafforzare per far fronte al socialimperialismo sovietico, ciò significherebbe che accettiamo che vengano sacrificati la lotta e gli sforzi che il proletariato di questi paesi conduce per spezzare le catene della schiavitù”. (Enver Hoxha, op.cit., pp.288,297,302)

Enver Hoxha ricorda che negli anni ’60, il Partito Comunista Cinese aveva citato anche note tesi e noti principi marxisti-leninisti. Nel documento dal titolo “Proposta concernente la linea generale del movimento comunista internazionale”, pubblicato dal Comitato Centrale del PCC nel 1963, si affermava: “Questi o quei compromessi, indispensabili fra paesi socialisti e imperialisti, non richiedono che le nazioni e i popoli oppressi scendano anch’essi a compromessi con l’imperialismo”. Ed ancora: “Mai e nessuno, accampando il pretesto della coesistenza pacifica, deve chiedere ai popoli e alle nazioni oppresse di rinunciare alla lotta rivoluzionaria.

Oggi – afferma Enver Hoxha – è la direzione cinese a predicare ai popoli, ai rivoluzionari ai partiti marxisti-leninisti e a tutto il proletariato mondiale la necessità di allearsi ai paesi imperialisti o capitalisti, di allearsi con la borghesia e con tutti i reazionari contro il socialimperialismo sovietico. “Simili tentennamenti e simili virate di 180° non hanno niente a che fare con la politica di principio marxista-leninista, sono una caratteristica della politica pragmatista seguita da tutti i revisionisti”. (ibidem, p.311)

Enver Hoxha denuncia poi l’appoggio del governo cinese ai peggiori regimi reazionari.
“La Cina difende Mobutu e la sua cricca nello Zaire. Attraverso la sua propaganda, cerca di far credere che essa difende, a suo dire, il popolo di questo paese dall’invasione dei mercenari sobillati dall’Unione Sovietica, ma in realtà appoggia il regime reazionario di Mobutu. La cricca di Mobutu è un covo di agenti al servizio dell’imperialismo americano. Con la sua propaganda e con il suo atteggiamento “a favore dello Zaire”, la Cina sostiene l’alleanza di Mobutu con l’imperialismo americano, con il neo-colonialismo e si adopera affinché sia mantenuto lo statu quo in questo paese”. (ibidem, pp.325-326)

“Il “terzo mondo” cinese ed il “mondo non allineato” di Tito sono quasi la stessa cosa.
I revisionisti jugoslavi, come hanno dimostrato fra l’altro la visita di Tito in Cina e di Hua Kuo-feng in Jugoslavia, coprono la Cina di scaltri elogi e incensamenti. I dirigenti revisionisti cinesi, con a capo Hua Kuo-feng e Teng Hsiao-ping, benché non rinuncino alla teoria del “terzo mondo”, hanno espresso un aperto appoggio alla teoria titina del “mondo non allineato”. Essi hanno dimostrato di voler lavorare in stretto accordo con i revisionisti jugoslavi, su una stessa linea, con un comune scopo antimarxista, al fine di ingannare i popoli del “terzo mondo”.

Durante la visita di Tito a Pechino, i dirigenti cinesi hanno riconosciuto a mezza voce che la Lega dei Comunisti di Jugoslavia è un partito marxista-leninista e che in Jugoslavia si costruisce il socialismo autentico. Quando poi Hua Kuo-feng è venuto a Belgrado, essi hanno pienamente e ufficialmente confermato questo giudizio”. (Enver Hoxha, op. cit. pp.331-340-341)

“La storia indica che ogni grande paese capitalista mira a divenire una grande potenza mondiale, a raggiungere e superare le altre grandi potenze, a rivaleggiare con esse per il dominio del mondo…

Per divenire una superpotenza, la Cina dovrà passare attraverso due fasi principali: la prima consiste nel sollecitare crediti e investimenti dall’imperialismo americano e dagli altri paesi capitalisti sviluppati, nell’acquistare tecnologie moderne per mettere a frutto le risorse del paese, gran parte delle quali passerà ai creditori a titolo di dividendi. La seconda consiste nell’investire il plusvalore, realizzato a spese del popolo cinese, negli stati dei diversi continenti, così come fanno attualmente gli imperialisti americani e i socialimperialisti sovietici”.

Nikita Chruscev e i revisionisti moderni hanno elaborato la tristemente famosa teoria della “coesistenza pacifica”, che predica la pace sociale, la “competizione pacifica”, la “via pacifica” alla rivoluzione. Questa teoria mirava ad indebolire la lotta di classe… Una politica analoga a quella di Chruscev fu seguita anche dal Partito Comunista Cinese fin da quando era in vita Mao TseTung. Anche questa politica fa appello alle due parti, tanto al proletariato quanto alla borghesia, tanto ai popoli quanto ai loro dominatori, a cessare la lotta di classe, ad unirsi solamente contro il socialimperialismo sovietico e a dimenticare l’imperialismo americano. (E.Hoxha, op.cit., pp.347,349,376,377)

Tutte queste affermazioni di Enver Hoxha verranno confermate dai fatti, dalla completa degenerazione del Partito Comunista Cinese in un partito borghese che ha restaurato il capitalismo.

Nella storia del movimento comunista internazionale, la grande battaglia ideologica dei comunisti albanesi contro ogni forma di revisionismo e di opportunismo, costituisce una pagina esemplare.

Malgrado l’accerchiamento capitalista e revisionista, le minacce anche di intervento militare da parte degli imperialisti, del Patto di Varsavia e dei titini, la piccola Albania socialista non ha mai piegato la testa, non ha mai rinunziato alla difesa del marxismo-leninismo e dell’internazionalismo proletario. Mentre costruivano il socialismo nel loro paese, Enver Hoxha e i comunisti albanesi hanno smascherato tutte le varianti del revisionismo moderno, il revisionismo chrusceviano, il revisionismo titista, il revisionismo cinese, il cosiddetto eurocomunismo, ecc.

Vanno sottolineati la chiarezza dell’analisi marxista-leninista, il rifiuto di ogni compromesso che fosse contrario agli interessi del proletariato e dei popoli oppressi, l’applicazione dei principi leninisti alla nuova realtà rappresentata dal dominio delle due principali superpotenze imperialiste, l’audacia rivoluzionaria nell’affrontare la banda revisionista chrusceviana e smascherarla nel suo stesso covo, di fronte a 81 delegazioni di partiti comunisti.

Per i marxisti leninisti italiani, il PLA diretto dal compagno Enver Hoxha ha rappresentato sempre un punto di riferimento fondamentale, e un esempio di come gli autentici comunisti – nelle più difficili condizioni dell’accerchiamento e delle provocazioni imperialiste e revisioniste – possano mantenere alta la bandiera della rivoluzione proletaria e della dittatura del proletariato.

Annunci