Sulla tendenza nascente dell’ “economicismo imperialistico”

Lenin (agosto-settembre 1916)


Pubblicato in: Bolëcevik, 1929, n.15


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Il vecchio “economismo”, degli anni dal 1894 al 1902, ragionava così. I populisti sono stati smentiti. Il capitalismo ha trionfato in Russia. Non si può quindi parlare di rivoluzioni politiche. Conclusione pratica: o “la lotta economica agli operai e la lotta politica ai liberali”, cioè una sterzata a destra; oppure, invece della rivoluzione politica, lo sciopero generale per instaurare il socialismo: cioè una sterzata a sinistra, come veniva proposta in un opuscolo [1], oggi dimenticato, di un “economista” russo della fine degli anni novanta.

Sta nascendo adesso un nuovo “economismo”, che ragiona con due sterzate analoghe. “A destra”: noi siamo contrari al “diritto di autodecisione” (ci opponiamo cioè all’emancipazione dei popoli oppressi e alla lotta contro le annessioni, anche se nessuno l’ha ancora pensato o detto con chiarezza). “A sinistra”: noi siamo contrari al programma minimo (cioè alla lotta per le riforme e per la democrazia), perché esso è “in contrasto” con la rivoluzione socialista.

È già trascorso piú di un anno dacché l’incipiente tendenza si delineò dinanzi ad alcuni compagni, per l’esattezza, alla conferenza di Berna della primavera del 1915. Per fortuna, in quell’occasione, un solo compagno [2], che s’imbatté nella generale disapprovazione dei presenti, insistette sino alla fine della conferenza sulle idee dell’ “economismo imperialistico ” e le formulò per iscritto sotto forma di “tesi” particolari. Nessuno si associò a quelle tesi.

Piú tardi, hanno aderito alle tesi di quel compagno contro l’autodecisione altri due militanti (i quali non si rendevano conto che questo problema è indissolubilmente connesso con la posizione generale delle “tesi” citate [3]). Ma, nel febbraio del 1916, la comparsa del “programma olandese” [4], pubblicato nel n. 3 del Bollettino della Commissione socialista internazionale, ha chiarito di colpo il “malinteso” e indotto nuovamente l’autore delle “tesi ” originarie a “risuscitare” tutto il suo “economismo imperialistico”, e questa volta come teoria d’insieme, non piú in rapporto ad un punto ritenuto “particolare”.

È assolutamente necessario avvertire ancora una volta i compagni interessati, dir loro che sono scivolati nella palude, che tali “idee” non hanno niente in comune né con il marxismo né con la socialdemocrazia rivoluzionaria. Non è ammissibile che la questione resti piú a lungo “sotto il moggio”: si favorirebbe cosí la confusione ideologica, che verrebbe orientata nella pessima direzione delle reticenze, dei conflitti “personali”, delle “frizioni” interminabili, ecc. È invece nostro dovere insistere nel modo píú reciso e categorico sull’obbligo di studiare a fondo e di chiarire definitivamente i problemi sollevati.

Nelle tesi sull’autodecisíone [5] (pubblicate in tedesco, come estratto del n. 2 del Vorbote) la redazione del Sotsialdemokrat ha esposto volutamente la questione in forma impersonale, ma molto circostanziata, accentuando soprattutto il nesso tra il problema dell’autodecisione e il problema generale della lotta per le ríforme e per la democrazía, e indicando che non è lecito ignorare il lato politico, ecc. Nelle sue annotazioni alle tesi della redazione sull’autodecisione l’autore delle tesi originarie (delI'”economismo imperialistico”) solidarizza con il programma olandese, rivelando cosí, con singolare evidenza, che il problema dell’autodecisione, nell’impostazione degli autori della tendenza nascente, non è affatto “particolare”, ma è invece una questione generale e fondamentale.

I rappresentanti della sinistra di Zimmerwald [6] hanno preso conoscenza del programma olandese tra il 5 e l’8 febbraio del 1916, alla sessione di Berna della Commissione socialista internazionale. Nessun esponente della sinistra, neppure Radek, si è pronunciato a favore di questo Programma, giacché in esso sono associati disordinatamente punti come l'”espropriazione delle banche” e altri punti come l'”abolizione dei dazi doganali”, la “soppressione della Camera alta”, ecc. Tutti i rappresentanti della sinistra di Zimmerwald sono stati unanimi, accordandosi a mezza voce, – e quasi persino senza dir parola ma con una semplice alzata di spalle, – nel non prendere in considerazione il programma degli olandesi, perché manifestamente abortito nel suo complesso.

Ma l’autore delle tesi originarie, redatte nella primavera del 1915, ha talmente apprezzato quel programma da esclamare: “Io stesso, in sostanza, non ho detto di piú” (nella primavera del 1915); gli olandesi hanno riflettuto a lungo”: Per essi il lato economico è la espropriazione delle banche e delle grandi industrie” (delle grandi imprese), “il lato politico è la repubblica, ecc. Giustissimo!

In realtà, nonché non “riflettere a fondo “, gli olandesi, hanno redatto un programma assolutamente sconsiderato. È un triste destino della Russia che certa gente si aggrappi da noi proprio a quanto c’è di piú sconsiderato nelle novità piú recenti!…

L’autore delle tesi del 1915 ritiene che la redazione del Sotsialdemokrat sia caduta in contraddizione per aver “anch’essa” proposto l'”espropriazione delle banche”, soggiungendo addirittura ” immediata ” (con in piú “misure dittatoriali”), nel paragrafo 8 (sui Compiti concreti). Quante ingiurie m’è costata a Berna questa proposizione!”, esclama indignato l’autore delle tesi, rievocando le polemiche bernesi della primavera del 1915.

Egli tralascia però e perde di vista un'”inezia ” – infatti, nel paragrafo 8, la redazione del Sotsialdemokrat distingue nettamente due casi. Il primo è che la, rivoluzione socialista sia già cominciata; allora, vi si dice, “espropriazione immediata delle banche”, ecc. Il secondo è che la rivoluzione socialista non sia ancora cominciata, e allora conviene aspettare prima di parlare di queste belle cose.

Poiché, allo stato attuale, la rivoluzione, nel senso indicato sopra, non è ancora cominciata, il programma degli olandesi è assurdo. Ma l’autore delle tesi “approfondisce” la questione, cadendo di nuovo (gira è rigira finisce sempre per ricaderci) nel vecchio errore di trasformare le rivendicazioni politiche (come la “soppressione della Camera alta”?) nella “formulazione politica della rivoluzione sociale”.

Dopo aver segnato il passo per tutto un anno, l’autore ha fatto ritorno al suo vecchio errore. Sta qui il “bandolo” delle sue disavventure. egli non sa risolvere il problema del modo di collegare l’avvento dell’imperialismo con la lotta per le riforme e con la lotta per la democrazia. Proprio come l’economismo”di buona memoria non sapeva collegare l’avvento del capitalismo con la lotta per la democrazia.

Di qui la profonda confusione riguardo all'”impossibilità di realizzare” le rivendicazioni democratiche nell’epoca dell’imperialismo.

Di qui la tendenza, inammissibile per un marxista (e conveniente solo per un “economista” della Rabokaia Mysl [7]), a ignorare la lotta politica immediata, concreta, di oggi come di sempre.

Di qui l’ostinata inclinazione a farsi “fuorviare”, passando dal riconoscimento dell’imperialismo alla sua apologia (come facevano del resto gli “economisti” di buona memoria, che si lasciavano “fuorviare” dal riconoscimento del capitalismo verso la sua apologia).

E così di seguito.

Non è Possibile esaminare qui inutilmente gli errori in cui e caduto l’autore delle tesi del 1915 nelle sue osservazioni alle tesi della redazione del Sotsialdemokrat sull’autodecisione, perché ogni singola frase è sbagliata! Non possiamo, d’altra parte, scrivere un opuscolo o un libro in risposta a tali “osservazioni”, se i promotori dell'”economismo imperialistico” segnano il passo ormai da un anno e si rifiutano ostinatamente di fare la sola cosa che, per un preciso dovere di partito e, volendo affrontare seriamente le questioni politiche, sarebbero tenuti a fare: esporre cioè in maniera meditata ed esauriente quel che essi chiamano le “nostre divergenze”.

Sono perciò costretto a limitarmi ad alcune rapide indicazioni sul modo in cui l’autore applica o “integra” il suo errore fondamentale.

Egli ritiene che io mi contraddica: nel 1914 (Prosvescenie) scrivevo che è assurdo cercare l’autodecisione “nei programmi dei socialisti dell’Europa occidentale” [8], mentre nel 1916 affermo che l’autodecisione è particolarmente urgente.

All’autore non viene in mente (!) che quei ” Programmi” [9] sono stati compilati nel 1875, nel 1880 e nel 1891!

Ma proseguiamo secondo i paragrafi (delle tesi della redazione del Sotsialdemokrat sull’autodecisione).

§ l. La stessa ripugnanza “economistica” a vedere e impostare i problemi politici. Poiché il socialismo creerà la base economica per eliminare sul terreno politico l’oppressione nazionale, il nostro autore si rifiuta, per questo motivo, di formulare i nostri compiti politici in tale campo! È semplicemente ridicolo!

Poiché il proletariato vittorioso non respinge le guerre contro la borghesia degli altri paesi, l’autore si rifiuta, per questo motivo, di formulare i nostri compiti nel campo dell’oppressione nazionale!! Tutti questi sono esempi palesi di violazione del marxismo e della logica, o, se si vuole, sono una manifestazione della logica degli errori fondamentali dell'”economismo imperialistico”.

§ 2. Gli avversari dell’autodecisione si sono maledettamente ingarbugliati con il richiamo all'”impossibilità di realizzarla”.

La redazione del Sotsialdemokrat chiarisce loro i due possibili significati di questa non realizzabilità e il loro errore in entrambi i casi.

Ma l’autore delle tesi del 1915, senza nemmeno tentare di darci la sua interpretazione, e riconoscendo perciò con noi che qui vengono confuse due cose diverse, persevera in tale confusione!

Egli ricollega le crisi alla “politica imperialistica”: il nostro economista politico dimentica che le crisi già esistevano anche prima dell’imperialismo!…

Dire che l’autodecisione non può essere realizzata economicamente significa far confusione, spiega il Sotsialdemokrat. L’autore non risponde, non ribatte che per lui l’autodecisione è economicamente irrealizzabile, ma cede la posizione contesa e salta nella politica (l’autodecisione è “comunque” irrealizzabile), benché gli sia stato detto nel modo piú chiaro che, sul piano politico, la repubblica è altrettanto “irrealizzabile”, nell’epoca dell’imperialismo, quanto l’autodecisione.

Messo alle strette, l’autore fa un altro “salto”: e sostiene che la repubblica e tutto il programma minimo sono soltanto “una formulazione politica della rivoluzione sociale “!!!

L’autore si rifiuta di sostenere che è “economicamente” irrealizzabile e salta nella politica.

Tutto il programma minimo gli appare politicamente irrealizzabile. Ma qui, di nuovo, non c’è un grano di marxismo, non c’è un grano di logica, tranne quella dell'”economismo imperialistico”.

Di soppiatto (senza aver riflettuto e senza dar niente di organico, senza affaticarsi a elaborare un proprio programma) l’autore cerca di buttare a mare il programma minimo della socialdemocrazia! Non fa meraviglia che da un anno stia segnando il passo!

Ancora, la lotta contro il kautskismo non è una questione particolare, è la questione generale e fondamentale del nostro tempo: ma l’autore non ha compreso questa lotta. Come gli “economisti” tramutavano in apologia del capitalismo la lotta contro i populisti, così l’autore tramuta in apologia dell’imperialismo la lotta contro il kautskismo (questo si riferisce anche al paragrafo 3).

L’errore del kautskismo sta nel fatto che esso pone in modo riformistico e in un momento come l’attuale rivendicazioni che si possono porre soltanto in modo rivoluzionario (ma l’autore sbaglia nel credere che l’errore del kautskismo sia in generale quello di porre tali rivendicazioni: proprio come gli “economisti” “intendevano” la lotta contro il populismo, supponendo che esso consistesse tutto nel grido di “abbasso l’autocrazia!”).

L’errore del kautskismo sta nell’orientare verso il passato, verso il capitalismo del tempo di pace, anziché verso l’avvenire, verso la rivoluzione sociale, le giuste rivendicazioni democratiche (ma l’autore si confonde e suppone non giuste tali rivendicazioni).

§ 3. Si veda sopra. L’autore elude anche il problema della “federazione”. Si ha qui l’errore fondamentale dello stesso “economismo”: l’incapacità di impostare le questioni politiche [1*].

§ 4. “Dall’autodecisione deriva la difesa della patrIa”, si ostina a ripetere l’autore. Qui il suo errore è di voler tramutare in uno stampo il rifiuto di difendere la patria, di desumere tale rifiuto non dalle condizioni storiche concrete della guerra in corso ma da considerazioni “generali”. Questo non è marxIsmo.

All’autore è stato già detto da tempo, ed egli non l’ha confutato: provatevi a elaborare per la lotta contro l’oppressione e la disuguaglianza nazionale una formula che non giustifichi la “difesa della patria”. Non potrete farlo.

Significa questo che noi siamo contrari alla lotta contro l’oppressione nazionale, se da tale lotta si può desumere la difesa della patria?

No di certo. Perché noi non siamo contrari “in generale” alla “difesa della patria” (si vedano le risoluzioni del nostro partito), ma ci opponiamo all’idealizzazione della guerra imperialistica attuale con questa parola d’ordine mistificatrice.

L’autore vuole (ma non può; anche su questo punto, in tutto un anno, ha compiuto solo dei vani tentativi…) impostare il problema della “difesa della patria ” in modo radicalmente sbagliato, non storico.

I suoi discorsi sul “dualisrno” dimostrano che egli non capisce che cosa sia il monismo e che cosa il dualismo.

Se io “metterò assieme” una spazzola per le scarpe e un mammifero, avrò forse il “monismo”?

Se dirò che per raggiungere l’obiettivo a bisogna

andare dal punto (b) a sinistra, ma dal punto (c) a destra, sarà questa una forma di “dualismo”?

È forse identica la posizione del proletariato delle nazioni che opprimono e delle nazioni oppresse riguardo all’oppressione nazionale? No, è ben diversa in tutti i sensi: economico, politico, ideale, spirituale, ecc.

E allora?

Allora per raggiungere uno stesso obiettivo (la fusione delle nazioni) da punti di partenza diversi gli uni seguiranno una strada , gli altri un’a1tra . Negare questo criterio significa praticare quel “monismo” che mette assieme la spazzola per le scarpe e il mammifero.

“Non è una cosa da dire [pronunciarsi a favore dell’autodecisione] ai proletari di una nazione oppressa “: così l’autore “interpreta” le tesi della redazione.

Curioso davvero! Nelle tesi non si dice niente di simile. L’autore o non le ha lette fino in fondo o ha parlato senza riflettere.

§ 5. Si veda sopra a proposito del kautskismo.

§ 6. Si dice all’autore che in tutto il mondo vi sono tre tipi di paesi. L’autore “ribatte”, aggrappandosi ai singoli “casi”. Ma questa è casistica, non è politica.

Volete conoscere uno dei “casi”, “il Belgio”?

Bene, prendete l’opuscolo di Lenin e di Zinov’ev [10]: ivi è detto che noi saremmo stati favorevoli alla difesa del Belgio persino con 1a guerra, se in concreto si fosse trattato di un’altra guerra.

Non siete d’accordo?

Ditelo!

Voi non avete riflettuto sulle ragioni per le quali la socialdemocrazia è contraria alla “difesa della patria”.

Noi non ci opponiamo a questa difesa per le ragioni che voi supponete, poiché il vostro modo (o piuttosto i vostri vani tentativi) di porre il problema è non storico. Ecco la mia risposta all’autore.

Definire “sofistico” il fatto che, pur giustificando la guerra per abbattere l’oppressione nazionale, non giustifichiamo l’attuale guerra imperialistica, combattuta da entrambe le parti solo per rinsaldare l’oppressione nazionale, significa usare una parola “forte”, senza sforzarsi affatto di riflettere.

L’autore vuole dare un’impostazione “piú di sinistra” al problema della “difesa della patria”, ma (dopo tutto un anno) è pervenuto alla confusione piú completa!

§ 7. L’autore critica: “Non viene nemmeno toccata la questione delle “condizioni di pace” in generale”.

Che critica! Non viene toccata una questione che qui non si vuole porre!

Eppure, viene “toccata” e impostata la questione delle annessioni, in cui si sono irretiti gli “economisti imperialistici”, e questa volta insieme con gli olandesi e con Radek.

0 voi respingete la proclamazione immediata della parola d’ordine contro le annessioni vecchie e nuove (non meno “irrealizzabile” dell’autodecisione, nell’epoca dell’imperialismo, sia in Europa che nelle

colonie), e allora la vostra apologia dell’imperialismo da latente si fa manifesta.

Oppure voi accettate questa parola d’ordine (come ha fatto Radek sulla stampa), e allora riconoscete, sotto un altro nome, l’autodecisione delle nazioni!

§ 8. L’autore preconizza un “Bolscevismo su scala europea occidentale” (“non è questa la vostra posizione”, egli soggiunge).

Non do alcuna importanza al desiderio di rimanere attaccati alla parola “Bolscevismo”, perché conosco certi “vecchi bolscevichi” che… dio ce ne scampi! Posso solo dire che il “Bolscevismo su scala europea occidentale”, preconizzato dall’autore, non è, secondo il mio profondo convincimento, né Bolscevismo né marxismo, ma solo una piccola variante del vecchio “economismo”.

A mio parere, proclamare per tutto un anno un nuovo bolscevismo e poi limitarsi a questo è il colmo della sconvenienza e della leggerezza, della mancanza di spirito di partito. Non è forse tempo di meditare a fondo e dare ai compagni qualcosa che esponga in modo organico e coerente questo “Bolscevismo su scala europea occidentale”?

L’autore non ha dimostrato e non dimostrerà (in riferimento al problema discusso) che non esiste una differenza tra le colonie e le nazioni oppresse dell’Europa.

Fra gli olandesi e nel PSD la negazione dell’autodecisione non è solo e tanto un elemento di confusione, perché in pratica l’hanno ormai accettata sia Gorter che i polacchi nella dichiarazione di Zimmerwald [11], quanto invece il risultato della posizione particolare delle loro nazioni (piccole nazioni con tradizioni secolari e pretese da grande Potenza).

È il colmo della leggerezza e dell’ingenuità copiare, ripetere meccanicamente e senza spirito critico, ciò che in altri paesi scaturisce da decenni di lotta contro borghesia nazionalistica che inganna il popolo. Ma certa gente imita proprio le cose che non bisognerebbe imitare!

Note

1. Ossia la ristampa, a cura del comitato socialdemocratico di Pietroburgo, di un articolo di A.A. Sanin, Chi realizzerà la rivoluzione politica?, contenuto nella raccolta Proletarskaia borba [La lotta proletaria], n. 1, edita nel 1899 dal “Gruppo socialdemocratico degli Urali”. L’autore vi sosteneva le posizioni dell'”economismo”, opponendosi alla creazione di un partito politico autonomo della classe operaia, negando la necessità di una rivoluzione politica e asserendo che la trasformazione socialista poteva essere realizzata in Russia immediatamente, attraverso lo sciopero generale.

2. Cioè Nikolaj Bucharin (1888-1938), che alla conferenza delle sezioni estere del Partito operaio socialdemocratico di Russia, tenutasi a Berna dal 27 febbraio al 4 marzo del 1915, come una conferenza di tutto il partito (la cui convocazione era resa impossibile dalla guerra), polemizzò contro il diritto di auto-decisione delle nazioni, dichiarando che quella rivendicazione era in contrasto con la rivoluzione socialista.

3. L’autore si riferisce alle tesi Sulla parola d’ordine del diritto delle nazioni all’autodecisione, redatte da N. Bucharín (nel novembre del 1915) e sottoscritte da Evgeníja Bog (1879-1925) e Grigorij Pjatakov (1890-1937). Le tesi furono inviate alla redazione del Sotsialdemokrat [Il socialdemocratico], organo centrale del POSDR, pubblicato clandestinamente dal febbraio 1908 al gennaio 1917 (il n. 1 usci in Russia, i nn. 2-32 a Parigi, i nn. 33-58 a Ginevra).

4. Riferimento al progetto di programma dei socialisti olandesi di sinistra, redatto da Henriette Roland-Holst (1869-1952) e firmato da altri dirigenti. Il progetto fu pubblicato, il 29 febbraio 1916, nel n. 3, del Bulletin, della Commissione socialista internazionale di Berna (la cui maggioranza era sulle posizioni del “centrismo” kautskiano).

5. Cfr. Lenin, The Right of Nations to Self-Determination, febbario-maggio 1914, presente nella sezione inglese del Marxists’ Internet Archive. Si ricordi che il presente scritto di Lenin trae lo spunto dalle ” annotazioni ” di N. Bucharin alle ” tesi ” della redazione del Sotsialdeinokrat.

6. La “sinistra di Zimmerwald” si costituì, per iniziativa di Lenin, alla conferenza socialista internazionale di Zimmerwald nel settembre 1915. Essa creò un proprio ufficio Politico, di cui fecero parte Lenin, Grigorii Zinov’ev (1883-1936) e Karl Radek (1885-1939), e’ un proprio organo di stampa, il Vorbote, di cui uscirono a Berna, in tedesco, due soli numeri.(gennaio e aprile 1916). Questo gruppo lottò a fondo contro la maggioranza “centrista” della conferenza e si conquistò molti consensi, tanto che pochi mesi piú tardi (alla conferenza di Kienthal, 24-30 aprile 1916) ottenne rilevanti successi nelle votazioni su alcune sue proposte. Il nucleo bolscevico della “sinistra di Zimmerwald” fu l’embrione della IlI internazionale.

7. Robokaya Mysl, organo di stampa degli “economisti”; pubblicato a Pietroburgo (tranne i nn. 3-11 e 16, che uscirono a Berlino) dall’ottobre 1887 al dicembre 1902.

8. La rivista teorica bolscevica Prosvescenie [L’educazione], usci a Pietroburgo dal dicembre 1911 al giugno 1914.

9. Riferimento ai programmi del Partito operaio francese del 1880, del partito socialdemocratico tedesco del 1975 (Gotha) e del 1891 (Erfurt).

*1. “Non abbiano paura degli smembramenti”, scrive l’autore, “non difendiamo le frontiere degli Stati”. Provatevi a dare una formulazione politica esatta a tale proposizione! In effetti, questo è il Punto, non riuscite a farlo; ve lo impedisce la vostra cecità “economistica” nelle questioni della democrazia politica.

10. Ossia il socialismo e la guerra, presente nella sezione italiana del MIA.

11. Hermann Gorter (1864-1927), socialista olandese di sinistra, fu tra i fondatori del giornale De Tribune e aderì alla “sinistra di Zimmerwald”. I socialdemocratici polacchi (PSD) Presentarono alla conferenza di Zimmerwald (1915) una dichiarazione di protesta contro i governi tedesco e austriaco, che consideravano le terre polacche colonie conquistate con le armi e privavano il popolo polacco della possibilità di decidere da sé dei suo destino.

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