Grecia martire, eroica, umanizzata

initiative_logo_shmaia.jpg_545135976 Miguel Urbano Rodrigues

05/06/2015

Sono tornato ad Atene a maggio, 62 anni dopo esserci stato per una breve visita. E’ un altro mondo e non mi riconosco nel giovane che a quel tempo viveva nel mio corpo.

La popolazione di Atene era allora inferiore al milione. Città povera, mostrava ancora le ferite della brutale occupazione nazista. Il ricordo della guerra civile era anch’esso molto vivo. Oggi è una gigantesca megalopoli – la quarta in Europa – con quasi 4 milioni di abitanti.

Raramente gli edifici superano i 10 piani. Molti quartieri periferici conducono una vita autonoma con commerci, ristoranti, alberghi, ecc. Alcuni sono stati costruiti dopo la guerra del 1921-1922 con la Turchia, quando ci fu lo scambio delle minoranze (uscirono 400 mila turchi e arrivarono un milione e mezzo di greci dall’Asia Minore e da Istanbul, dove i loro antenati si erano stabiliti venti secoli prima).

Questa gigantesca massa di “rimpatriati” ha modificato la vita del paese. L’integrazione degli “asiatici” non è stata facile. La maggioranza possedeva un livello culturale superiore a quello degli abitanti di una Grecia prevalentemente rurale, che aveva allora soltanto 4.750.000 abitanti.

La rivoluzione colpita

Fatta eccezione per la ex URSS e la ex Jugoslavia, non esiste movimento di resistenza comparabile per dimensioni a quello greco, guidato dal Partito Comunista – KKE, fondato nel 1918.

Più di 400.000 greci morirono durante la Seconda guerra mondiale. L’invasione del paese nel 1940 da parte dell’Italia fascista era stata sconfitta, ma Hitler venne in aiuto degli alleati e la Wehrmacht occupò la Grecia nell’aprile dell’anno successivo.

La lotta contro l’esercito tedesco nelle città e sulle montagne fu una impresa epica, con la partecipazione determinante dei comunisti.

Il 31 maggio 1941, il Comitato Centrale del KKE lanciò un appello per la formazione di un fronte popolare contro i fascisti tedeschi, italiani e bulgari. I principali partiti borghesi respinsero subito tale chiamata.

Il 16 luglio 1941 veniva creato il Fronte Nazionale di Liberazione dei Lavoratori (EEAM) e il 28 settembre 1941, il KKE insieme ad altri piccoli partiti creavano il Fronte Nazionale di Liberazione (EAM). Nel gennaio 1942, il Comitato Centrale del KKE e il Comitato Centrale del EAM decidevano di creare l’Esercito Popolare Greco di Liberazione (ELAS), che era l’ala militare del EAM. Nel 1943, sorgono l’Organizzazione Nazionale della Gioventù Greca (EPON) e la Marina di Guerra Popolare di Liberazione Nazionale (ELAN). Parallelamente a queste organizzazioni erano attive anche la Solidarietà Nazionale e l’Organizzazione per la Protezione della Lotta Popolare (OPLA).

L’EAM utilizzò tutte le forme di lotta: propaganda, pubblicazioni, scioperi, manifestazioni, lotta armata. Nel 1944 aveva già liberato molte regioni di montagna e creato il Governo delle montagne, strutture amministrative e tribunali popolari.

Alla fine di agosto dello stesso anno, ELAS lanciava un’offensiva generale contro le forze naziste e dopo molte battaglie liberava completamente il paese. A quel tempo l’esercito regolare di ELAS disponeva di 78.000 ufficiali e soldati, e di una milizia popolare di 6.000 elementi. EAM contava più di un milione e mezzo di membri mentre EPON, la sua organizzazione giovanile, ne aveva circa 600.000.

L’imperialismo britannico e la borghesia greca ritennero che “i loro interessi fossero minacciati”.

L’intervento britannico culminava, nel dicembre 1944, nella cosiddetta battaglia di Atene. La Gran Bretagna ritirava dall’Italia 60.000 soldati che stavano combattendo contro i tedeschi per trasferirli in Grecia. Queste truppe, supportate da 200 carri armati e aerei da combattimento, combatterono al fianco delle forze della destra greca che aveva collaborato con i nazisti contro EAM.

Di fronte all’offensiva, i combattenti di ELAS lasciavano Atene dopo una resistenza di 44 giorni.

Il 12 febbraio 1945, EAM, invocando l’unità nazionale, commise l’errore di firmare l’Accordo di Varkiza, che portò al disarmo di ELAS.

Tuttavia, la borghesia, non potendo ristabilire pienamente il suo dominio, ricorreva alla violenza e al terrorismo. Dall’Accordo di Varkiza al 31 maggio 1946 venivano assassinati 1.289 membri di EAM, feriti 6.671, torturati 31.632 e fatti prigionieri 84.931.

Sottolineo che le truppe di occupazione britanniche scatenarono una repressione brutale, armarono l’esercito della borghesia lanciandolo contro il movimento popolare che, trovatosi davanti alla scelta di cedere o combattere, finì per scegliere la via della lotta.

Il nuovo movimento guerrigliero, l’Esercito Democratico di Grecia (DSE) nasceva nelle montagne. La sua lotta era giusta, antimperialista e internazionalista.

Per tre anni, l’Esercito Democratico resistette in condizioni molto avverse. Formato da quasi 30.000 guerriglieri, ottenne importanti vittorie, in particolare nelle regioni prossime ai confini di Albania e Jugoslavia. La partecipazione del KKE, a quel tempo guidato dal segretario generale Nikos Zacharíadis fu decisiva. Ma la sproporzione delle forze (l’esercito della borghesia, equipaggiato con armi pesanti, aveva 200.000 uomini) non consentì al DSE di battere la borghesia sostenuta dall’imperialismo.

Pochi sanno oggi che le bombe al napalm sono state utilizzate per la prima volta in una battaglia sulle montagne di Grammos, quando l’esercito nemico ne lanciò circa 338 sulle posizioni del DSE.

La sproporzione di forze determinò la sconfitta dell’esercito del popolo. Circa 150.000 persone morirono in quella fase della guerra civile. Più di 65.000 combattenti del DSE presero con le loro famiglie la via dell’esilio nei paesi socialisti.

E’ utile ricordare che nel 1947 le truppe britanniche si ritirarono dal paese e Londra trasferì agli Stati Uniti la direzione della lotta anticomunista in Grecia. Truman e poi Eisenhower, Kennedy, Johnson, Nixon, Carter, Reagan, Clinton, Bush padre e figlio e Obama hanno mantenuto basi militari nel paese. Hanno organizzato cospirazioni, innalzato e deposto governi e fomentato il conflitto tra Grecia e Turchia. Le conseguenze di questa politica imperiale sono ancora identificabili nel diffuso sentimento anti-americano.

Washington ha sostenuto la dittatura dei colonnelli (1967-1974), un regime da incubo che peggiorò le relazioni con la Turchia, contribuendo irresponsabilmente all’intervento militare turco a Cipro.

La crisi e il quotidiano

Arrivando ad Atene lo straniero ha difficoltà nel percepire la gravità della crisi. Atene è una città chiara, luminosa, prevalentemente bianca, con pochi parchi, ma con molti alberi lungo le strade (tra cui ulivi e aranceti), infestata da auto e motociclette come altre capitali europee. A peggiorare il traffico, quasi non ci sono parcheggi sotterranei.

Nei negozi non si nota la mancanza di vestiti e di cibo. I prezzi sono più bassi che in qualsiasi altra capitale dell’Europea occidentale.

La gente è amabile, allegra, cordiale, estroversa. Di notte ad Atene migliaia di persone invadono i luoghi centrali come Piazza Monasterakis. Caffè e ristoranti, nonostante la crisi, sono pieni. La cucina greca, di influenza orientale (quattro i secoli di occupazione turca), è squisita, ottima.

La gioia di vivere dei giovani impressiona per quanto inaspettata, ma conversando con vecchi amici mi sono reso conto, giorni dopo il mio arrivo, della profonda drammaticità della crisi greca.

Per ore, la mattina, ho visitato le aree suburbane e della cintura industriale. Le baraccopoli sono state distrutte molto tempo fa, ma la povertà delle case e dei vicini è visibile in molti quartieri periferici.

Nel Pireo, in particolare nel comune di Parama, questa povertà si fa evidente nel caseggiato che si inerpica sulle colline che si affacciano sul porto.

Nella metropolitana di Atene e nelle vie centrali, la presenza di mendicanti, per quanto ho registrato, è aumentata di molto dall’inizio della crisi.

L’eredità negativa dell’Unione europea

L’adesione all’Unione europea è stata un disastro. Gran parte dell’industria è stata distrutta e l’agricoltura gravemente colpita.

Il paese ha esportato zucchero per decenni ed era quasi autosufficiente riguardo a carne e latte. Ora importa questi prodotti, così come il grano e il mais. La Grecia attualmente importa gran parte dei prodotti alimentari che consuma.

La coltivazione del cotone, prima molto sviluppata, base di una poderosa industria tessile è andata declinando.

Ricordando Florakis

Dei miei giorni in questa “Atene rivisitata”, serberò il ricordo di momenti inseparabilmente legati a un turbinio di emozioni. Non dimenticherò l’iniziativa promossa di fronte alla casa che apparteneva a Charilaos Florakis, segretario generale del KKE per quindici anni. Patrimonio del Partito, l’edificio funziona oggi come centro studi, con 30.000 documenti digitalizzati, molti sulla storia del KKE, e conta anche su di una ricchissima biblioteca.

L’iniziativa, unita alle celebrazioni per il centenario della nascita di Florakis, ha coinciso con il decimo anniversario della sua morte.

L’evento, partecipato da centinaia di militanti, si è svolto per strada. Nel discorso pronunciato da Dimitri Koutsoumpas, segretario generale del partito, si è elogiato l’azione storica del grande rivoluzionario, denunciando l’ipocrisia della borghesia greca che lo ha combattuto e insultato ferocemente mentre era in vita, riconoscendone la grandezza solo dopo morto.

Ascoltando le parole di Koutsoumpas mi sono ricordato che l’atteggiamento della destra portoghese e dei socialisti verso Alvaro Cunhal fu esattamente lo stesso.

Mi ha commosso, lo ripeto, il tributo alla memoria dell’eroe comunista, che si è concluso quando su Atene era già scesa la notte. Erano presenti molti giovani. Li ho percepiti essere come il ponte tra il passato e il futuro di un grande partito rivoluzionario, sul quale piovono critiche e calunnie dalle borghesie di Europa e America – un partito incompreso, anche da parte delle organizzazioni riformiste del Movimento comunista internazionale.

Perché? Proprio perché il KKE mantiene una fedeltà senza compromessi ai valori e ai principi del marxismo-leninismo e una fiducia incrollabile nella sconfitta finale del capitalismo in un mondo in crisi di civiltà.

Atene, giugno 2015

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