PARLA KAGANOVICH ‘NON SIAMO DEI MOSTRI’

Repubblica — 05 ottobre 1990
MOSCA In una casa sul lungofiume, uno di quegli edifici di cui è piena Mosca, grigio, enorme, con il cortile sul retro dove giocano i bambini, vive solo e malato l’ ultimo grande protagonista di cinquant’ anni di storia sovietica. Un uomo che ha combattuto per la rivoluzione nel ‘ 17, è stato un comandante delle armate bolsceviche nella guerra civile contro i bianchi, e poi è salito fino al vertice del potere, diventando membro del Politbjuro, vicepresidente del consiglio dei ministri, e principale collaboratore di Stalin. Un uomo energico, spietato, istintivo, capace di affascinare e suscitare terrore. Uno che non si è mai pentito di ciò che ha fatto: dopo la morte di Stalin, ha tramato contro Kruscev, e per questo è stato espulso prima dal Politbjuro e poi anche dal partito. Da allora, per tre decenni, Lazar Moisevic Kaganovich è rimasto zitto, ai margini della politica, dimenticato. I suoi vecchi amici sono morti uno a uno. Altri hanno pensato bene di evitarlo. Per passare il tempo, si è messo a giocare a domino con i pensionati del suo caseggiato. Ha chiesto a lungo la riabilitazione, e il partito gliel’ ha sempre negata. Quando, dopo un’ operazione in ospedale, nel 1980, la figlia Maia è riuscita a ottenere dal Comitato Centrale che gli aumentassero un poco la pensione, lui ha commentato: Avrei preferito che mi restituissero la tesserina rossa del Pcus. Oggi, a 97 anni, questo figlio di un ciabattino ucraino, questo ebreo che Stalin, miracolosamente, non ha inviato nei lager ma ha trasformato in persecutore e alleato [   ], conserva intatta la grinta del rivoluzionario. Ha sempre rifiutato di parlare con i giornalisti, sovietici o stranieri. Repubblica è riuscita a farlo parlare attraverso un giovane russo che riscuote la sua fiducia. A lui abbiamo affidato una lista di domande. In lunghe conversazioni, durate mesi, registrate su nastro, Kaganovich non risponde a tutti i quesiti. Ma dalle confessioni del grande vecchio dello stalinismo si capisce quanto sia difficile per Gorbaciov portare l’ Urss verso un mondo nuovo, e si coglie il dramma interiore di chi ha creduto nel vecchio mondo che sta scomparendo. Lazar Moisevic, oggi tutti scrivono memoriali, autobiografie. Non ha mai pensato di raccontare la sua vita in un libro? Sarebbe un mezzo per rispondere alle accuse che vengono rivolte a lei, e allo stalinismo. No, non ho ancora deciso di fare nulla del genere. E comunque non vorrei cadere così in basso, scrivere per difendermi. Se scrivessi, racconterei un’ epoca, non soltanto me stesso. Ma non ne ho la forza. Mi sento male, ho sempre dei dolori alla testa. Ho praticamente perso la vista, e questo mi ha molto limitato. Posso scarabocchiare qualcosa su un foglio, ma poi non riesco a rileggere quello che ho scritto. I giornali me li debbo far leggere da qualcun altro. E ho tanta paura di perdere anche la poca vista che mi rimane, e di non potermi più muovere da solo. Alle accuse però potrebbe rispondere. La attaccano in tanti, qui, nel suo paese, storici autorevoli come Roy Medvedev e Volkogonov… Ma io non vorrei perdermi in futilità, non vorrei farmi coinvolgere nella squallida campagna che è in corso. Certo, so cosa si dice. Mi leggono i giornali. E sento cose incredibili. Ma cosa sta accadendo nella nostra Unione Sovietica? Prima si rinnega Stalin, adesso, pian piano, si arriva a processare il socialismo, la rivoluzione d’ Ottobre, e in men che non si dica vorranno processare anche Lenin e Marx. Se si vuole rimettere tutto in discussione, però, bisognerebbe affrontare la nostra storia globalmente, nell’ ambito della storia del pensiero umano, della storia della lotta di classe, della storia delle rivoluzioni. Oggi invece tutto è mescolato, avvilito, argomenti borghesi e ragioni comuniste, discussioni schizofreniche in cui si parla soltanto a vanvera. Lei fu un grande propagandista e trascinatore. Se potesse rivolgersi ai cittadini sovietici, cosa direbbe oggi? Direi loro di continuare a combattere la battaglia per il comunismo, per le idee di Marx e Lenin. Direi che siamo di fronte alla rinascita del nazionalismo e dello sciovinismo. Ah, certo, se avessi un uditorio come quelli a cui ero abituato sin da ragazzo… A sedici anni, una volta, organizzai una riunione di giovani operai sul problema dell’ alfabetizzazione e dell’ istruzione scolastica. Avevo più cultura di loro, ero un giovanotto erudito. Ma mi capivano. Bisogna saper parlare ai giovani. E la gioventù d’ oggi mi sembra a un livello molto più basso degli operai a cui parlavo io nel 1913. E’ una gioventù pronta a farsi trascinare da chiunque. Con loro si dovrebbe ricominciare dal principio, dall’ a-b-c…. Eppure c’ è un grande dibattito nella società, i giovani sono attivi in movimenti di ogni tipo, parlano di tutto… Sì, discutono, ma di che cosa? Quando leggo le meschine interviste di certi ex-membri del Politbjuro, o certi libri di memorie…Raccontano la storia così: Io andai, lui venne, lui disse, io dissi… Ma cosa vuol dire? Che senso ha? Bisogna parlare di idee. Di idee! Di sostanza! Di contenuto! Invece di cosa parlano oggi i nostri cosiddetti movimenti pubblici? Ce ne sono almeno cinquanta, e alle varie elezioni non partecipano mai meno di quindici partiti. E tutti creano solo confusione nella mente dei giovani. Io, se dovessi parlare, innanzi tutto distinguerei. Ai quadri vecchi bisogna rivolgersi in un modo, ai quadri medi in un altro , ai piccoli borghesi e ai filistei in un altro ancora…e al nemico, poi, ci si deve rivolgere in modo diverso, col nemico si parla come esso merita. E proprio da questo comincerei. Direi: attenzione, compagni, ci stanno attaccando! L’ ideologia borghese è all’ attacco, e bisogna riconoscere che in questo momnento ha vinto molte battaglie. Cosa sta succedendo in Polonia? E in Ungheria? Ci stiamo ritirando! E quel che sta succedendo in Polonia e in Ungheria è la premessa di ciò che può accadere anche da noi. E’ una cosa che mi fa star male. Mi fa piangere. Perché la mia salute è peggiorata? Perché mi preoccupa a vedendo quello che succede nell’ Europa dell’ est, in Germania. Per fortuna in Cina c’ è stata una reazione di forza, e così resta da vedere come andrà a finire laggiù. Ma in generale la situazione è grave. Lei però rimane ottimista? Io di natura sarei ottimista, ma oggi è difficile esserlo. Io credo nella forza del nostro partito. Credo nella forza della nostra teoria, nella forza del leninismo. In fondo abbiamo passato anche momenti peggiori. Ma oggi mi preoccupa il dibattito ideologico. Dove si vuole arrivare con questi discorsi sulla rinascita delle tradizioni, della vecchia Russia, dello spirito di un tempo lontano? Qualche giorno fa, ho sentito parlare un vecchietto alla tivù. Ma che sciocchezze diceva! Assistiamo alla rinascita dell’ autentica cultura russa… E gli si permette di fare chiacchiere simili? Ma quale rinascita? Dopo tutto quello che abbiamo fatto noi comunisti in settant’ anni per la cultura russa! C’ era un popolo di analfabeti. C’ era una Russia completamente ignorante, analfabeta, arretrata, contadini che lavoravano i campi con l’ aratro di legno. I poveri languivano, morivano come mosche. E oggi dovremmo festeggiare la rinascita di quella Russia? Lo so, qualcuno si lamenta che le nostre automobili, i nostri macchinari, non funzionano tanto bene: ma prima non c’ erano neanche, non esistevano! Grazie a Dio oggi le abbiamo, anche se hanno dei difetti, delle imperfezioni. Come si fa a sostenere che va tutto male? Lazar Moisevic, lei si è appena fatto il segno della croce. Vuol dire che crede in Dio? No. Sono ateo. Il segno me lo sono fatto per scherzo. Quando ero bambino, ho vissuto in un villaggio di contadini. Non lontano da noi c’ era una colonia ebraica, e un giorno un ragazzetto venne da mia madre a dire: Lazar si è fatto il segno della croce! Ma era un gioco. Funzionava così. Uno ti chiede: dove hai la fronte? Qui, rispondi, e te la tocchi. E dov’ è l’ ombelico? Qui. E la spalla sinistra? Qui. E la destra? Qui. Ci sei cascato, dice allora il primo, ti sei fatto il segno della croce! (Ride di gusto) Che volete, ci si divertiva così. Ma ora in Urss si riaprono le chiese. Cosa ne pensa, lei che fu un acceso nemico della religione? E’ vero, mi occupai a lungo della campagna antireligiosa. Oggi rinasce la religione? Bene, io sono favorevole. E vorrei ricordare un episodio. In piena guerra civile, noi occupiamo la città di Voronez, dando una pedata ai generali della guardia bianca. Il giorno dopo l’ occupazione, io, presidente del comitato militar-rivoluzionario di Voronez, emetto un decreto: sono balle, dico, che i bolscevichi chiuderanno tutte le chiese, al contrario, proibisco ogni direttiva contro i sacerdoti, permetto che tutte le chiese restino aperte, e che suonino pure le loro campane. Detto questo, mi piange il cuore a vedere come ogni dibattito, oggi, si svolge praticamente con una sola voce. La glasnost avrà anche portato più libertà d’ espressione, ma è una libertà a senso unico, unilaterale. L’ altra metà della gente sta zitta. Si tace, per esempio, che i preti salutavano le truppe bianche con preghiere e gonfaloni. Che le benedicevano. Si tace che nel 1905 i preti e i frati si armavano in unità speciali per lottare a fianco dei latifondisti contro le rivolte dei contadini. Ma perché non dirlo? Perché non dire che i giovani, nei villaggi, distruggevano le chiese e spezzavano i crocefissi per vendicarsi del comportamento dei sacerdoti? Si tace che i preti permettavano di installare le mitragliatrici sui loro campanili per sparare sulle nostre truppe! Dicono che la Chiesa di Russia è benedetta da un millennio. Ma in questi mille anni, ne ha fatte di tutti i colori. Non solo contro il comunismo, ma anche contro lo zar Pietro il Grande. Lei, tuttavia, è stato accusato di grandi campagne di terrore, contro la chiesa, contro i nemici del popolo… Lo so. Oggi si scrive, ad esempio, che Kaganovich rimise in sesto i trasporti sovietici con il terrore. Ma sarebbe terrore lo stakanovismo? Come si può dire una cosa del genere? C’ è gente che getta etichette terribili addosso alla storia, così, come se bevesse un bicchier d’ acqua. Io non ci riesco. Non posso. Io non sono così. Io sono un uomo di temperamento, e se mi lascio andare, posso arrabbiarmi, stizzirmi, oppure commuovermi. E mi commuovo. Sì, mi commuovo. Quando sento cosa si dice in giro, vorrei chiamare gli operai, i ferrovieri, i compagni. Vorrei parlare. Ma debbo vietarmelo. Ho paura che se comincio, perderò il controllo, starò troppo male…Un pò di tempo fa, non ho dormito tutta la notte, dopo aver sentito in tivù le idiozie che diceva un deputato…. Lei come avrebbe reagito agli scioperi dei minatori? Anche questo mi fa star male. Ogni sciopero è una ferita, per me. Io so molto bene cos’ è una miniera. Cos’ è il carbone, cosa vuol dire tirarlo fuori da là sotto. Mi cacciavo dentro le miniere, sottoterra con gli operai, so in quali condizioni lavorano quei poveretti. Ma nonostante tutto non riesco a essere d’ accordo con gli scioperi. Provo una specie di sdoppiamento. Cosa debbo fare? Approvarli, non approvarli? Certo non posso dire che va bene. Ma nello stesso tempo, si sono trovati in una situazione così difficile. Il fatto è che il carbone è così importante per il paese. Se scioperano i minatori, dove andremo a finire? E se scioperano le ferrovie? Tutti questi stronzetti che ruotano attorno agli scioperi, Roy Medvedev incluso, loro se ne fregano di uno sciopero, di un’ interruzione del traffico ferroviaro, o di qualcos’ altro. Ma per il popolo è differente. Cosa pensa dell’ attuale governo del primo ministro Ryzhkov? Ho visto in tivù una recente riunione del consiglio dei ministri. Stavo lì seduto davanti alla televisione, e provavo una pena, un’ indignazione. Povero Ryzhkov! Diceva: Compagni, così è impossibile andare avanti, se continua così il paese sarà devastato, distrutto. Ci vuole ordine, legalità… Ma perché agitare così il popolo? Perché spaventarlo? Il primo ministro dovrebbe tirar fuori i nomi dei responsabili, far pagare alle canaglie che corrompono, che non spediscono forniture alimentari o di materiali, processarli, mandarli in prigione per dieci anni, quei furfanti…Invece, un piagnisteo generale. Sento un altro ministro che dice: Dal 1988, nel tal porto spariscono le merci. Ma dove sei stato, tu, ministro, in tutto questo tempo? Come hai permesso una cosa simile? E ogni volta, alla fine di queste discussioni, si dice quel che sta succedendo nel paese è colpa di… Stalin. E’ la morale di ogni discorso: Stalin è colpevole, è stato Stalin, Stalin, Stalin, tutti addosso a lui. Ma Stalin è morto trentacinque anni fa! Trentacinque anni! Cosa c’ entra con i guai di oggi? Molta gente ricorda lo stalinismo con orrore… Il popolo è sempre mal disposto verso quel che c’ era in passato. Così si dice che tutti quelli che comandavano un tempo erano dei mostri. Stalin-un mostro. Molotov-un mostro. Kalinin-un mostro. Kaganovich-un mostro. Si infanga tutto il passato, proprio tutto, fino a criticare la rivoluzione d’ Ottobre. Certamente, il popolo ha buone ragioni per protestare, per essere scontento. Ma il popolo va guidato per mano, bisogna guidarlo, come si usava dire un tempo, non con una mazza di metallo, ma con l’ ideologia. Con le idee. Con la compattezza del partito. Ma ci pensate? Eravamo un piccolo partito che al momento dell’ uscita dall’ illegalità aveva quarantamila mila iscritti, e che durante la rivoluzione d’ Ottobre ne aveva, in questo nostro grande paese, solo trecento-quattrocento mila, mentre i menscevichi erano milioni, i socialrivoluzionari milioni… Ebbene, noi li abbiamo sconfitti. Ma perché? E come? Che cosa non capisce, la borghesia, della rivoluzione d’ Ottobre? Non capisce che esisteva non solo la forza di un’ organizzazione, ma proprio la forza di un’ idea, di una linea politica. Noi abbiamo trovato la strada giusta per arrivare all’ anima e ai desideri del popolo: La pace! L’ uscita dalla guerra! Da una guerra che aveva soffocato il popolo, la prima grande guerra imperialista. Ecco cosa abbiamo dato al popolo: Pace! Terra! Pane! Libertà! E abbiamo vinto. Lei ha conosciuto Stalin molto da vicino. Com’ era? Iosif Vissarionovic era un uomo molto prudente. Molto. Un uomo che vedeva molto lontano. Oggi dovremmo chiederci: davvero avremmo potuto combattere il fascismo, se fossimo rimasti un paese non industrializzato, non collettivizzato? Avrebbe potuto, il nostro arcaico villaggio agricolo, nutrire l’ esercito e le città? Chi avrebbe il coraggio di rispondere sì a questa domanda? Dovremmo chiederci: perché morì lo zarismo? Perché non aveva niente con cui nutrire l’ esercito. Non aveva abiti per vestirlo. Era un esercito nudo, scalzo, e affamato, quello dello zar, e non aveva niente da sparare. Noi, invece, nella lotta al nazismo, dopo le ritirate abbiamo cominciato ad aumentare, aumentare, aumentare la nostra potenza militare, e abbiamo mandato al fronte decine di migliaia di pezzi d’ artiglieria. Quando assalimmo Berlino, fu un attacco mai visto per intensità e potenza. Da dove abbiamo preso tutti quei carri armati e aerei? Senza la politica di Stalin non saremmo arrivati mai a niente, saremmo morti tutti quanti. Cosa sarebbe stato dell’ Urss, se non avessimo compiuto in dieci anni i progressi per i quali occorrono normalmente cinquanta o sessant’ anni? Il fascismo non aspetta, non avrebbe aspettato. Il nostro paese sarebbe stato distrutto. E tutti questi merdosi patrioti di oggi non lo vogliono capire, come non lo capiscono più molti comunisti. Bisognava prendere la strada di Bucharin, dicono, la strada di Kondriatev… Ebbene, cosa sarebbe successo se avessimo seguito la loro strada? Saremmo stati schiacciati io ne sono profondamente convinto. Saremmo stati schiacciati per cinquecento anni, sarebbe stato molto peggio del giogo tartaro. Ecco che fine avrebbe fatto la Russia. Abbiamo guadagnato due anni con il patto Ribbentrop-Molotov, due anni, dal ‘ 39 al ‘ 41, cruciali per lo sviluppo dell’ industria, per il rafforzamento dei trasporti. Ma adesso è più facile incolpare Stalin e la sua era di tutto. Non ha mai avuto ripensamenti sugli arresti di quell’ era, sulle violenze e le vittime della campagna di collettivizzazione delle campagne? Il primo punto da ricordare è che la collettivizzazione fu il proseguimento di una linea leninista. Ci furono degli eccessi? Sì. Ma dove e quando non ci sono? Ci sono sempre. Quando combatti una guerra, è difficile stabilire in anticipo quante cartucce sparerai. Il nemico occupa una nostra città, dobbiamo riprenderla. Ma dentro la città c’ è la nostra gente, degli innocenti che potrebbero essere uccisi nell’ attacco. L’ esercito griderà ugualmente: all’ assalto, perché così deve essere, in tutti i tipi di guerra. Sì, il risultato è che soffrono anche gli innocenti. Ci furono vittime innocenti nella collettivizzazione delle terre. Ma c’ erano anche i contadini ricchi, influenti, legati alla chiesa, che perturbavano, ostacolavano. Cosa si doveva fare? E nell’ industria c’ erano i sabotaggi. Oggi molti storici lo negano, ma era vero. Il sabotaggio c’ era, e, dirò di più, c’ è anche adesso. Forse la mia è una mentalità da vecchio combattente troppo sospettoso: ma cosa sono le merci non spedite, i taglieggiamenti, lo sviluppo di questa mafia di cui tanto si parla, e del mercato nero, cosa sono se non un colossale sabotaggio contro il socialismo? Bisognerebbe intervenire duramente, e spiegare al popolo cosa succede, perché viene fatto soffrire a questo modo. Bisognerebbe aprire un grande dibattito. Dicono che questo sarebbe contro la perestrojka. E perché? Niente affatto! Io sono per la perestrojka, per l’ innovazione. Il mio rapporto al XIII Congresso del Pcus, sui problemi organizzativi del partito, cominciava proprio dalla parola perestrojka…. Vuol dire che l’ ha cominciata lei, molto prima di Gorbaciov? Ogni periodo ha la sua perestrojka. Solo che la parola perestrojka, rinnovamento, vuol dire costruire una cosa nuova su qualcosa che c’ è già. Su un edificio che già esiste. Magari è stato costruito con incompiutezze, inadeguatezze, resta ancora molto da fare, molto è stato fatto male. Ma c’ è. Perciò io dico sì al rinnovamento, al perfezionamento del socialismo già costruito, non di quello da inventare. Si dice che era un socialismo deformato. Ma c’ è deformazione e deformazione. Esiste la deformazione della torre di Pisa, che è sempre lì lì per cadere, ed esiste la deformazione della casa che resta dritta in piedi, solida, e basta aggiustarla un pò. Ecco quale è la mia perestrojka. Gorbaciov ha cambiato molto in quell’ edificio. Gorbaciov dice che gli interessi dell’ umanità vengono prima degli interessi di classe. Cari miei, Marx e Lenin l’ hanno interpretato bene il concetto di classe. L’ unica classe interessata al progresso sociale, umano, è il proletariato. Perché non possiede niente, non ha niente, tranne le dieci dita delle sue mani di operaio. Perciò la sua lotta, lotta di una classe, è stata anche lotta di tutta l’ umanità. La lotta di classe è la vera lotta per la democrazia. Lazar Moisevic, siamo alla vigilia dell’ anniversario della rivoluzione d’ Ottobre, che quest’ anno molti non vogliono più celebrare… Ecco il punto. E’ diventato tutto così laconico, così banale. L’ Ottobre rosso… Ma quale ottobre, poi? Ce ne sono stati vari. L’ ottobre del 1905. La rivoluzione socialista d’ ottobre. Il termine rivoluzione d’ Ottobre non esprime abbastanza. Non si deve mai cancellare la parola socialista. E oggi invece, tutti si chiamano impunemente socialisti, proprio tutti! Abbiamo i socialisti cristiani, l’ unione democratica dei socialisti, i socialdemocratici, e così via. Ma quel che significa, sociale, socialista, lo sappiamo soltanto noi. Lei resta convinto che alla fine il socialismo vincerà? Vincerà senz’ altro. Sono possibili le ritirate, la storia non esclude i movimenti a zig-zag, ma alla fine il socialismo prevarrà. Abbiamo ancora delle risorse enormi. Basta non cedere la forza principale della nostra società, la proprietà statale delle fabbriche, della terra. Come diceva Lenin, finché abbiamo il potere operaio, le fabbriche e la terra, vinceremo. Io ci credo nella forza del nostro partito. Ci credo! Purché il potere operaio non sia dilapidato e consegnato agli Afanasiev e ai Popov… (due tra più importanti esponenti radicali, alleati di Eltsin, ndr). Ma l’ Urss di oggi, il paese del socialismo, ha i negozi vuoti… Racconterò una storiella. A un congresso provinciale dei Soviet contadini, l’ oratore si fa in quattro per entusiasmare l’ uditorio, parla della situazione internazionale, degli obiettivi del partito, della rivoluzione del ‘ 17. A un certo punto uno dei contadini urta il gomito del vicino e gli dice: Ma ci hanno dato poco salame per colazione! La stessa cosa si può dire anche oggi. Se ci fossero pane e salame in abbondanza, molti di quelli che oscillano, che sono incerti e dubbiosi, vogliosi di strade nuove, direbbero: va bene, c’ è pane e salame per tutti, continuiamo pure ad andare avanti così, viva il comunismo!. – di ENRICO FRANCESCHINI

Annunci