http://www.resistenze.org/sito/os/mo/osmofi13-016790.htm

Crisi in Cina. La “multipolarità” dove tutti i poli affondano

Diego Torres * | elcomunista.nuevaradio.org
Traduzione per Resistenze.org a cura del Centro di Cultura e Documentazione Popolare

03/09/2015

Con l’avvio, nel 2008, della più recente crisi generale del sistema capitalista, ha avuto inizio una serie di riallineamenti nella piramide imperialista, di spostamenti dei centri imperialisti, in una lotta sempre più aspra per occuparne il vertice.

Le penne legate alla socialdemocrazia e all’opportunismo ci raccontavano, anni fa, che tali sviluppi sarebbero stati un progresso, una conquista, una possibilità da cui i popoli, in virtù del concetto di “multipolarità”, opposto alla “unipolarità” degli Usa, avrebbero tratto vantaggio. Nel tempo, queste posizioni hanno superato l’ambito accademico e la stampa socialdemocratica, riuscendo a fare breccia in un gran numero di attivisti dei movimenti popolari, del movimento studentesco, del sindacalismo e nello stesso Movimento comunista internazionale e, in non poche occasioni, sono state oggetto di dibattito da parte dei dirigenti e dell’insieme degli apparati di partito. Oggi, la retorica riformista fa del “mondo multipolare” uno degli assi centrali del suo ragionamento, insieme al tema di una diversa gestione del capitalismo come tappa immediata, ecc.

Tali “poli” rappresentano sostanzialmente i diversi centri imperialisti ed i loro allineamenti, che si affrontano per il controllo dei mercati e dei territori. Gli Usa, l’Ue, il Giappone, i Brics, ecc.

Ma la natura di questi “poli” si è svelata agli occhi del mondo. Come per ogni economia capitalistica attraversata dai legami imperialisti, esse non sono esenti dalla crisi generale di sovrapproduzione. Solo la legge dello sviluppo ineguale ha fatto sì che la crisi si manifestasse prima piuttosto che successivamente, in modo più o meno rapido, con ritmi differenti, ecc. Ma il suo pieno manifestarsi dimostra che i cosiddetti Brics non costituiscano una alternativa, essendo immersi e gravidi delle contraddizioni del capitalismo.

Ugualmente ridicole, se non addirittura di più, sono le chiacchiere degli incaricati governativi dell’economia in Messico, che promettono uno “scudo” contro la tempesta in arrivo, come lo sono quelle dei loro rivali dell’opposizione borghese, che propongono unicamente la pezza della diversa gestione del sistema.

Nella storia, esiste solo un precedente in cui un paese fu in grado di blindarsi contro le conseguenze delle grandi crisi mondiali. E’ quello della Unione Sovietica durante la grande depressione del 1929. L’Urss non solo non risentì degli effetti della crisi, ma conobbe uno sviluppo accelerato con benefici sociali senza precedenti per la sua classe operaia e i suoi popoli.

Oggi, la presunta alternativa dei Brics fa acqua, in primo luogo con la sua economia più importante, la Cina. Dal V Congresso del nostro Partito andiamo segnalando l’imminenza di un simile approfondimento della crisi. Il V Congresso si è celebrato a metà settembre [2014, vedi qui http://www.resistenze.org/sito/te/po/me/pomeei20-015015.htm, ndt] e in agosto già scoppiava la bolla speculativa immobiliare in Cina – qualcosa di molto simile all’innesco della crisi negli Usa con i mutui subprime e gli hedge funds, della crisi in Spagna, ecc. – con i prezzi del settore crollati ai livelli di 15 anni prima e che a loro volta facevano calare la domanda e le vendite nel settore dell’acciaio, che dopo aver raggiunto un picco di 70 milioni di tonnellate mensili entrava in una fase di sovrapproduzione, riducendo le quote di produzione e disegnando una lunga curva decrescente. Lo stesso è accaduto nella produzione industriale legata alle esportazioni, con la borsa di Shangai che aveva già già accumulato 3 anni di discesa. Il bilancio del 2014 ha registrato la crescita del Pil più bassa degli ultimi 24 anni. Alcuni giorni fa, l’impatto della crisi in Cina ha comportato la distruzione di un capitale equivalente a 3,5 bilioni [3.500 miliardi] di dollari (ossia più del valore totale del mercato borsistico dell’India, per esempio), e nel resto del mondo l’ondata distruttiva della svalutazione dello yuan ha colpito una ricchezza equivalente a 5 bilioni [5.000 miliardi] di dollari.

Mentre le economie di Europa e Stati Uniti affondavano, molti capitali hanno ridiretto i loro investimenti verso la Cina e le cosiddette “economie emergenti”. Questo capitale si è tradotto in infrastrutture e produzioni dirette a soddisfare il mercato mondiale, mercato che tuttavia continua a contrarsi. Pertanto, quei capitali che più hanno guadagnato dagli ultimi mesi della fase di espansione del capitalismo in Cina si sono ritrovati in un vicolo cieco, e ora sono quelli che più risentono del colpo.

Il fatto che sia i Brics, che l’Ue e gli Usa siano tutti sottoposti ad una profonda crisi non allenta le tensioni e i conflitti tra loro, ma porta al contrario a un loro inasprimento, giacché sono i capitali rivali quelli che si distruggono più rapidamente prima di entrare in una ipotetica nuova fase di espansione sulle loro rovine.

Gli intellettuali che difendono la multipolarità come alternativa dicevano che essa avrebbe dissuaso gli Usa dal continuare ad aggredire e sottomettere i popoli, come se la Russia o i Brics potessero svolgere un ruolo analogo a quello dell’Urss durante la Guerra fredda.

Da un lato occorre dire che si tratta di una analogia storica falsa, che gioca con le illusioni. Poiché, come abbiamo già sottolineato, in quel caso esistevano 2 sistemi socio-economici distinti, l’analogia più vicina è quella con il mondo “multipolare” antecedente la Prima guerra mondiale, dove il centro imperialista fino ad allora dominante, il Regno Unito, iniziava un lento declino, ed i rivali in rapida ascesa, come la Germania, cercavano di migliorare la loro posizione nel mezzo di una profonda e lunga crisi.

Dall’altro, le aggressioni non sono diminuite nella pratica, visto che non si tratta di salvaguardare gli interessi operai e popolari, ma di promuovere questo o quel capitale. Il malcontento di massa in molti paesi è stato intrappolato nella logica delle forze politiche che appoggiano l’uno o l’altro centro imperialista e si può già parlare dell’esistenza di un’aperta corsa agli armamenti, unita ai preparativi bellici. In Africa si occupano paesi, si rovesciano governi, si realizzano colpi di stato, operano meccanismi terroristici legati agli interessi dei grandi monopoli, si fanno divampare conflitti separatisti, ecc., come in un gigantesco e disumano ring sul quale ci si contende il coltan, l’uranio, il petrolio, ecc., tra Cina, Francia, Usa, ecc. Nell’Oceano Pacifico, gli ardori espansionistici della Cina entrano in collisione con i suoi vicini – Vietnam, Taiwan, Giappone, Corea del Sud, Russia, Filippine, ecc. – mentre la Nato parla apertamente dello scontro con la Cina come suo principale obiettivo strategico, nel quale ci si giocano le rotte commerciali decisive per gli anni a venire, insieme al controllo di risorse preziose come le riserve di minerali rari, ad esempio il neodimio, concentrati nella penisola coreana e nel sudest asiatico. In Medio Oriente i conflitti aumentano di scala, con la Nato e la Russia imperialista che impegnano sempre maggiori forze, armamenti e risorse belliche nella zona, per cui è plausibile pensare che si giunga a una situazione di guerra generalizzata nella regione a livelli mai visti dalle attuali generazioni.

In pratica, nella realtà, la cosiddetta multipolarità non ha offerto ai popoli decenni di sviluppo come ha potuto e può fare il socialismo. La multipolarità non offre pace, ma prepara il terreno al una grande guerra inter-imperialistica. I comunisti non possono favorire questo scenario di naufragio sociale e di guerra, incoraggiando l’alleanza degli operai e dei popoli con l’uno o l’altro centro imperialista, ma devono chiedere che si escluda la multipolarità dal discorso delle forze comuniste. Ancora una volta, si impone la scelta fra socialismo o barbarie.

* Secondo Segretario del CC del Partito Comunista del Messico (PCM)

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