Domenico Moro

Oggi il crollo delle borse mondiali, dovuto al rallentamento della Cina, tiene banco sui mass media. Di seguito alcuni estratti dal mio libro, “Globalizzazione e decadenza industriale”, uscito a novembre in cui si evidenziava la manifestazione, anche nei Paesi emergenti e in particolare in Cina, del fenomeno della sovrapproduzione di capitale come causa di crisi. Un fenomeno che è stato generato dai forti investimenti fissi degli ultimi venti anni dal centro (Usa, Europa occidentale, Giappone) alla periferia del sistema capitalistico (Cina, Brasile, India, Messico, Turchia, Indonesia, ecc.).
<<Tuttavia, negli ultimi anni e in particolare tra 2000 e 2013 si assiste ad una parziale inversione di tendenza negli equilibri tra le paesi sviluppati e in via di sviluppo. La quota degli ide (investimenti destinati all’estero) in uscita dei paesi in via di sviluppo sul totale mondiale quasi raddoppia, crescendo dall’11,1 del 2000 al 19 per cento del 2013 e quella dei paesi in transizione passa dallo 0,3 al 2,9 per cento. Viceversa, la quota dei paesi sviluppati decresce dall’88,7 al 78,9 per cento (Graf. 8). Nello stesso periodo, anche la quota mondiale dello stock degli ide in entrata aumenta nei paesi in via di sviluppo e diminuisce nei paesi sviluppati. La quota dello stock degli ide in entrata sul totale mondiale passa nei paesi in via di sviluppo dal 23,6 al 36,3 per cento e in quelli sviluppati dal 75,6 al 63 per cento. Le variazioni di questo ultimo periodo sono indicatrici di due fenomeni:
a) l’aumento della integrazione proprietaria (tra capitali) e produttiva tra i paesi più sviluppati e quelli cosiddetti emergenti;
b) la creazione di un flusso di investimento di capitale dalla periferia verso il centro del sistema capitalistico, come conseguenza del forte processo di accumulazione verificatosi nella periferia negli ultimi 15-20 anni e forse come segnale del presentarsi di una sovrapproduzione di capitale anche in queste aree, come potrebbe dimostrare la crisi del Brasile e il rallentamento della crescita e la crisi borsistica in Cina nel settembre 2015. Tali esportazioni di capitale prendono la forma di acquisizioni di imprese nei paesi avanzati.
(…)
Appare così evidente che il salto di qualità dell’export di capitale contemporaneo porta ad una modificazione, molto più di quanto avvenisse con le esportazioni di capitale del passato, sia dell’economia dei paesi avanzati sia di quelli in via di sviluppo. Le conseguenze principali sono le seguenti:
a) una tendenza all’indebolimento delle basi della creazione di nuova ricchezza nei paesi del centro del sistema capitalistico, dovuta alla deindustrializzazione e alla terziarizzazione. Tale fenomeno, però, va inteso come tendenza e in senso relativo. Non si deve pensare alla eliminazione della manifattura e alla sparizione dei lavoratori industriali nei paesi del centro. Anzi, nei paesi del centro è in atto una tendenza contrastante, il cosiddetto reshoring, che consiste nel favorire la reintroduzione delle attività manifatturiere e che comporta un aumento della competizione tra i paesi più sviluppati allo scopo di conservare la propria base industriale.
b) La riduzione della massa salariale complessiva dei salari reali del centro, dovuta alla crescita della concorrenza da parte della forza lavoro della periferia, all’aumento dell’esercito industriale di riserva nel centro per via della riduzione degli investimenti, alla sostituzione di impieghi meglio pagati nell’industria con impieghi meno pagati e più precari nei servizi di mercato a basso valore aggiunto. La riduzione dei salari nel centro è favorita, e in parte attutita, anche da un fenomeno che merita di essere sottolineato, ovvero dalla riduzione del lavoro necessario mediante la riduzione dei prezzi di merci che rientrano nel consumo standard delle forza lavoro, come l’abbigliamento, le calzature, ecc. Ciò, però, non deriva da miglioramenti nel processo produttivo, ma dal fatto che questi beni sono prodotti sempre di più in aree periferiche e con basso costo del lavoro e bassi costi di produzione, come l’Asia orientale e il Nord Africa.
c) L’aumento nei paesi periferici del numero della classe operaia, il che porta all’aumento in assoluto della classe dei salariati e dei salariati industriali a livello mondiale;
d) Lo sviluppo economico industriale di alcune parti importanti della periferia. Tale sviluppo comporta il presentarsi anche in quelle aree di fenomeni tipici del processo di accumulazione allargata (sovraccumulazione, caduta del saggio di profitto, squilibri economici, ecc.), e l’emergere di nuove potenze economiche che portano all’accentuazione della competizione mondiale per la conquista di mercati, risorse naturali, ecc.
e) Nell’imperialismo “classico” il mercato mondiale si basava sul flusso di merci industriali (manufatti) e di capitale (destinato soprattutto a impieghi in infrastrutture, miniere e agricoltura) dai paesi centrali verso quelli periferici e sul flusso di materie prime minerarie e agricole dai paesi periferici verso quelli centrali. Oggi, invece, pur conservandosi una prevalenza del centro sul piano dell’export di capitale, si osserva che la periferia, oltre ad esportare materie prime, è diventata anche esportatrice massiccia di manufatti e, sebbene in misura più limitata, anche di capitali. Di particolare importanza è la partecipazione ai flussi di ide in uscita da parte dei paesi emergenti industrializzati, come la Cina, l’India, la Russia, ecc., che si aggiungono alle petromonarchie del Golfo, che già dagli anni ’70-80 erano esportatori di capitale in Occidente, però essenzialmente nella forma di portafoglio.
f) La conseguenza dei fenomeni elencati è la realizzazione, per la prima volta nella storia, di un effettivo mercato mondiale. Un mercato mondiale, che, come suggeriva da Marx , realizzando materialmente l’interdipendenza dei vari popoli, porta alla trasformazione della storia in storia universale.>>

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