http://www.resistenze.org/sito/te/pe/mc/pemcfa02-015318.htm
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Partecipazione al governo da parte dei partiti comunisti: una via d’uscita dalla crisi capitalista?

Rivista Comunista Internazionale n. 4

Herwig Lerouge *  16/07/2014

Negli ultimi mesi, la possibilità di partecipazione al governo da parte di alcuni (ex) partiti comunisti è stata all’ordine del giorno. In Germania, Die Linke ha partecipato e continua a partecipare a governi regionali. Il partito ha discusso una possibile partecipazione a livello federale. In Grecia e nei Paesi Bassi, la coalizione di sinistra Syriza e il “Socialistische Partij” (SP) hanno annunciato chiaramente la loro volontà di andare al governo. La maggioranza assoluta del Partito Socialista Francese nelle recenti elezioni parlamentari del 2012 ha liquidato la questione di una nuova partecipazione al governo da parte del Partito Comunista Francese. Il PCF, il Partito della Rifondazione Comunista italiano e il Partito dei Comunisti Italiani negli ultimi decenni hanno partecipato ad alcuni governi.

Nel 2008, i successi elettorali di alcuni di questi partiti hanno portato The New Statesman, la rivista della sinistra britannica, alla constatazione che: «Non commettete errori, il socialismo puro, incontaminato, un’ideologia che era stata data per morta dai capitalisti liberali, sta ritornando alla grande. In tutto il continente, vi è una tendenza precisa, per cui partiti di centro-sinistra di lunga tradizione sono sfidati da partiti inequivocabilmente socialisti. I partiti in questione sostengono la  rinazionalizzazione delle imprese statali privatizzate e una battuta d’arresto a un’ulteriore liberalizzazione del settore pubblico. Chiedono nuove tasse sulla ricchezza e una radicale redistribuzione di questa. Difendono lo stato sociale e i diritti di tutti i cittadini a una pensione decente e un’assistenza sanitaria gratuita. Si oppongono fermamente alla guerra – e a ogni ulteriore espansione della Nato. Ancor più fondamentalmente, sfidano un sistema economico in cui gli interessi dei comuni lavoratori sono subordinati a quelli del capitale” (1).

Purtroppo, queste visioni di un luminoso futuro socialista per l’Europa che passi dalle schede elettorali sono state superate dagli ultimi risultati elettorali e, soprattutto, dall’evoluzione politica di questi partiti.

– La tragedia italiana

La maggior parte di questi partiti è stata creata dopo che Gorbaciov aveva realizzato la sua controrivoluzione di velluto. In Italia, lo storico Partito Comunista Italiano (PCI) si trasformò, in un congresso del partito a Rimini nel 1991, in un comune partito socialdemocratico. Quello stesso anno, i comunisti italiani fondarono il Partito della Rifondazione Comunista. All’interno di Rifondazione, la discussione sul percorso strategico del partito è rimasto aperto a lungo, accelerandosi con la segreteria Bertinotti.  Al V° Congresso del PRC nel febbraio 2002, egli presentò le sue 63 tesi come una raccolta di “innovazioni” . Ha scoperto una “nuova classe operaia”, nata a Genova nel 2001, una “nuova concezione del partito”. Ha rigettato come “obsoleto” il partito d’avanguardia sostituendolo con «il partito come parte del “movimento dei movimenti”». Ha scoperto una “nuova definizione di imperialismo”, dove il mondo non era più diviso tra blocchi capitalisti e la guerra non era più un mezzo di ri-dividerlo. Il vecchio centralismo democratico è stato sostituito con il diritto di corrente; il comunismo poteva essere rivitalizzato solo attraverso una completa rottura con “socialismo reale”. (2)

Dopo 36 mesi di innovazione, la leadership di Rifondazione comunista era pronta a partecipare al governo con la Democrazia Cristiana di Romano Prodi e la socialdemocrazia di D’Alema. Al VI° Congresso del PRC, nel marzo del 2005, Bertinotti dichiarò che il suo partito avrebbe dovuto essere la forza trainante in un processo di riforma e che la partecipazione al governo era diventata un passaggio necessario verso ciò. Nel suo discorso di apertura chiamò il partito a «impegnarsi nella ricostruzione di un ciclo di riforme in cui si fondono radicalità e gradualità, processo e riforma, democrazia e cambiamento …» (3). Nelle conclusioni al Congresso dichiarò: «Il governo, anche il peggiore, è solo un  passaggio, un  passaggio di compromesso. Il partito deve essere messo in grado di poter dimostrare la sua strategia, dimostrare che vuole andare oltre …» (4). Per prevenire la critica che il PRC stava facendo una coalizione pro-UE con l’ex presidente della Commissione europea Romano Prodi, Bertinotti non trovò scusa migliore di una logora piroetta socialdemocratica: «Dobbiamo diffondere l’idea che i movimenti e il partito devono mantenere la loro autonomia dal governo. Il partito non deve essere identificato con il governo. Deve mantenere la propria linea e strategia che va oltre quella di governo» (5).

Romano Prodi, noto membro del gruppo Bilderberg, presente al Congresso, percepì l’inversione ad U del leader di Rifondazione molto bene: «Queste sono proposte di un partito riformista che è pronto ad assumersi responsabilità di governo» (6).In meno di dieci anni Bertinotti è riuscito a portare un grande potenziale rivoluzionario sotto il controllo del sistema . Nel 2007, il PRC entrò nella coalizione de “L’Ulivo”. Senza una chiara opposizione di sinistra anticapitalista alle politiche di guerra e di austerità del governo Prodi, la destra riempì il vuoto politico e Berlusconi tornò al governo. Il PRC perse tutta la sua rappresentanza parlamentare nella disfatta della sinistra elettoralista. Questa è la più recente esperienza dei danni che il revisionismo può fare. Oggi il movimento comunista italiano è in profonda crisi.

Il ventesimo secolo aveva già visto il fallimento di coloro che pretendono di cambiare l’equilibrio di potere a favore delle classe operaia attraverso maggioranze nei parlamenti borghesi.

Nell’euforia della vittoria elettorale di Mitterand del 1981, il presidente del PCF Georges Marchais inviò quattro comunisti al governo per cambiare “l’equilibrio di potere”. Il leader del PCF Roland Leroy spiegava: «La nostra presenza è coerente con la nostra missione e la nostra strategia: utilizzare ogni occasione per fare anche il più piccolo passo in avanti per costruire un socialismo originale con mezzi democratici»  (7).

Invece di ottenere un socialismo originale, la classe operaia francese ottenne un “Codice del Lavoro” deregolamentato, la previdenza sociale fu ulteriormente ridotta e i salari svincolati dall’indice dei prezzi. Sedici anni più tardi, nel luglio 1997, la direzione del PCF lo rifece. Tre ministri comunisti aderirono al governo della “Sinistra Plurale” (PS – PCF – Verdi – MDC), salito al potere dopo le grandi lotte del 1995. Il risultato è stato che furono effettuate più privatizzazioni sotto il governo Jospin che sotto entrambe le amministrazioni di destra di Balladur e Juppé. La privatizzazione di Air France è stata gestita dal ministro dei trasporti comunista Jean-Claude Gayssot. Thomson, Air France, France Telecom, le compagnie di assicurazione GAN e CIC, la Société Marseillaise de Crédit, CNP, Aérospatiale furono “aperte al capitale”. La leadership del PCF rimase nel governo di Jospin-la-guerra (il ministro della Guerra Jospin) quando la Francia appoggiò il bombardamento NATO della Jugoslavia nel 1999.

Naturalmente furono fatte anche alcune concessioni alle richieste dei sindacati, ma, come nel caso del governo del Fronte Popolare nel 1935, esse furono in primo luogo il risultato delle vaste lotte precedenti o concomitanti alla vittoria elettorale della sinistra.

Pretendere di cambiare l’equilibrio di potere a favore del popolo lavoratore in parlamento è assurdo per chiunque osservi il circo elettoralee si renda conto delle migliaia di lobby e di think tanks pagati dai gruppi affaristici per influenzare direttamente le decisioni politiche. Come «la ricchezza esercita il suo potere indirettamente, ma in modo quanto mai sicuro» (parole di Engels) è particolarmente evidente negli Stati Uniti. Nel 2000, i 429 candidati con i migliori finanziamenti elettorali ottennero i 429 primi seggi al Congresso degli Stati Uniti. Solo i seggi da 430 a 469 andarono a candidati meno “fortunati”.8 Se c’è un vantaggio in tutta la saga del neo-liberalismo, questo è che la presa dei più forti gruppi di capitale sugli Stati nazionali, le istituzioni europee e le istituzioni finanziarie internazionali non è mai stata così chiara e sfacciata. Le decisioni reali sono state prerogativa dell’esecutivo per molti decenni e il Parlamento non è altro che una macchina da voto, che deve solo ratificare le decisioni già prese a livello governativo. Sempre più spesso, le leggi sono preparate dai gabinetti ministeriali e oggi addirittura direttamente dai gruppi di pressione delle grandi imprese.

C’è una “terza via” tra riformismo e rivoluzione?

Naturalmente dobbiamo essere consapevoli che la maggioranza delle persone in Europa oggi riconosce l’ordine sociale attuale come l’unico possibile. I comunisti europei devono adeguare le loro tattiche in conseguenza di ciò. Un processo rivoluzionario richiede flessibilità tattica, adattamento alla realtà politica, una valutazione precisa dello scopo di ogni battaglia, la conoscenza esatta delle contraddizioni di classe e dei rapporti di forza in atto, ampie alleanze.
Noi lottiamo per le riforme, combattiamo per rafforzare la forza politica e organizzativa dei lavoratori. Noi non diciamo loro: “Per voi ci penseremo noi”, ma ci concentriamo su “Prendete il vostro destino nelle vostre mani”. Nella battaglia i lavoratori acquisiscono esperienza e il nostro dovere è quello di introdurre la prospettiva socialista di lungo termine. Anche quando si tratta di riforme, non sono il parlamento o le elezioni ad essere decisive, ma la lotta. Tutto ciò che il movimento operaio ha conquistato è stato ottenuto dall’organizzazione, dalla mobilitazione e dalla creazione di un favorevole equilibrio di forze sulle piazze.
Ma la pace duratura e di progresso sociale richiedono una società socialista e una rivoluzione socialista.
La via pacifica, parlamentare, al socialismo si basa sull’illusione che il grande capitale si faccia volentariamente da parte, consegnando la sua macchina statale alla classe operaia senza lotta, quando questa sia sufficientemente rappresentata in parlamento.

– La Sinistra Europea

L’8 e il 9 maggio 2004 i due partiti citati, il PRC e il PCF, sono stati tra i fondatori del Partito della Sinistra Europea. 300 delegati di 15 partiti, provenienti da 12 paesi europei, hanno adottato lo Statuto e il Manifesto del nuovo partito. Bertinotti ne divenne presidente.
Il Partito della Sinistra Europea è un salto qualitativo dalla rivoluzione al riformismo (di sinistra), disse uno dei fondatori, il presidente della PDS Lothar Bisky. In un’intervista al giornale Freitag spiegò: «Per le forze politiche dell’Unione Europea che hanno la loro origine nel movimento operaio rivoluzionario, il Partito della Sinistra Europea rappresenta un passo qualitativamente nuovo nel processo di avvicinamento al il socialismo di sinistra.» (9)

Né nel “Manifesto della Sinistra Europea”, né nello “Statuto”, vi è alcun riferimento alla proprietà privata dei mezzi di produzione, alle crisi economiche endemiche di questo sistema, alla concorrenza assassina dei monopoli, alla spartizione del mondo da parte delle grandi potenze imperialiste. Il Partito della Sinistra Europea promette “una alternativa progressista”, “pace”, “giustizia sociale”, “sviluppo sostenibile” e tante altre belle cose a cui nessuno può obiettare. (10)
Resta vago e tutto interno ai confini del sistema e dei suoi rapporti di proprietà. E’ invano cercare qualsiasi riferimento a una strategia di rivoluzione sociale. Al contrario il partito si concentra interamente sulla “riforma in profondità” delle istituzioni del sistema: «Vogliamo garantire che le istituzioni elettive – il Parlamento europeo e i parlamenti nazionali – ottengano più potere e controllo.» (11)

– La Linke

Una parte importante all’interno della Sinistra Europea è il Partito della Sinistra tedesco, la Linke, che è stato il risultato dell’unificazione nel 2007 del Partito del Socialismo Democratico (PDS, l’erede ufficiale del partito che governava in RDT, la SED) e la WASG (socialdemocratici di sinistra delusi, funzionari sindacali e gruppi trotzkisti della Germania occidentale).

WASG nasce dalle proteste contro il governo del partito socialdemocratico (SPD)-Verdi di Gerhard Schröder nel 2005. La loro riforma Hartz IV ha messo fine ai sussidi di disoccupazione per i senza-lavoro oltre un anno, spingendoli in un sistema di assistenza sociale e creando un enorme settore a basso salario. Le conseguenze della riforma Hartz IV sono disastrose per larga parte della classe operaia. Un rapporto delle Nazioni Unite (12) sulla situazione sociale in Germania registra che oggi il 13% della popolazione vive sotto la soglia di povertà e che 1,3 milioni di persone, anche se lavorano, hanno bisogno di un sostegno supplementare perché il loro reddito non è sufficiente per vivere. La povertà infantile colpisce 2,5 milioni di bambini. Alcuni studi hanno dimostrato che il 25% degli studenti va a scuola senza colazione. In molte scuole non viene fornito alcun pranzo caldo. In Germania Orientale, 20 anni dopo la riunificazione, la disoccupazione è ancora il doppio rispetto a quella in Occidente.

La povertà fra gli anziani è in aumento a causa delle pensioni basse e in diminuzione, conseguenza dei salari più bassi, con condizioni disumane in alcune case di cura. Nel periodo 2001-2010, le pensioni sono cresciute solo dello 0,82% all’anno mediamente, mentre il tasso medio di inflazione si è attestato all’1,36% ed è in aumento. Oggi 8,2 milioni di persone sono impiegati in lavori temporanei o “mini-job”, guadagnando meno di 400€ al mese. Il 75% di tutti i nuovi posti di lavoro sono a tempo determinato. Questo è tutto a beneficio dei super-ricchi. In Germania nel 2010 c’erano 924.000 milionari, con un incremento del 7,2% in tre anni.

Questa ” riforma” divise il partito socialdemocratico e portò l’ex ministro socialdemocratico Lafontaine a lasciare il partito, seguito da intere sezioni del movimento sindacale tedesco. Si creò il WASG. Il partito unificato WASG – PDS è diventato “Die Linke” e nel 2009 ha preso l’11,9 % dei voti nelle elezioni federali, conquistando 78 seggi. Gli iscritti sono saliti a 80.000.
Tuttavia, tra tre anni, secondo i più recenti sondaggi, Die Linke avrà difficoltà nelle prossime elezioni a superare l’antidemocratica soglia del 5%, che si applica a tutte le elezioni nazionali e regionali. Nel maggio del 2012 ha perso i suoi seggi in due Parlamenti federati della Germania occidentale, quello dello Schleswig-Holstein (i voti sono scesi dal 6% al 2,2%) e quello del Nord Reno-Westfalia (dal 5,6% al 2,5%). Le iscrizioni sono cadute sotto le 70.000 unità.

La nuova social-democrazia

Die Linke ha adottato un nuovo programma al congresso di Erfurt (13) del 2011. È stato presentato come una sintesi tra le cosiddette tendenze marxiste e i gli ultra-riformisti dei “realo” [una tendenza “realista” dei Verdi].
Die Linke è un «partito socialista che vuole l’alternativa, per un futuro migliore» (p4). Questo futuro comprende «una vita in sicurezza sociale, un reddito minimo garantito non penalizzato che protegga dalla povertà e un’ampia protezione contro il licenziamento, pensioni sociali che proteggano dalla povertà, garantite a tutti su base solidaristica, l’assicurazione medico-sanitaria su base solidaristica per i cittadini, una buona istruzione gratuita accessibile a tutti, diversità culturale e partecipazione di tutti alle ricchezze della cultura della società, un sistema equo di tassazione che riduca il carico sui redditi bassi e medi, aumenti il carico sui redditi più alti e pesi sostanzialmente di più sulle grandi fortune per l’attuazione della democrazia e dello stato di diritto, contro il potere esorbitante delle grandi multinazionali; l’abolizione di ogni forma di discriminazione basata su sesso, età, condizione sociale, filosofia, religione, origine etnica, orientamento e identità sessuale o disabilità di qualsiasi genere».

Ma non è chiaro se tutto questo sarà realizzato in questo sistema capitalistico o se questo sistema debba essere abolito. In una parte del programma «abbiamo bisogno di un diverso sistema economico e sociale: il socialismo democratico» (p.4) . L'”economia sociale di mercato” è criticata come un “compromesso tra lavoro salariato e capitale che non ha mai eliminato lo sfruttamento predatorio della natura o le relazioni patriarcali nella sfera pubblica e privata.» In altre parti il problema non è il sistema, ma «il capitalismo senza vincoli» (p. 58) , “il modello politico neo-liberista» (pag. 56) e “i mercati finanziari deregolamentati” (p. 15).
I testi parlano di «un lungo processo di emancipazione, in cui il dominio del capitale viene superato dalle forze democratiche, sociali ed ecologiche», verso una «società del socialismo democratico» (p.5). In un brano «la questione decisiva del cambiamento sociale è la questione della proprietà. Finché le decisioni saranno prese dalle grandi aziende saranno orientate verso i profitti desiderati piuttosto che il bene pubblico, la politica sarà vittima di ricatto e la democrazia sarà compromessa».In un’altra parte «la proprietà pubblica deve essere (limitata a) servizi di interesse generale, infrastrutture sociali, settore energetico e settore finanziario» (p. 5).

Il Programma copia la vecchia tesi socialdemocratica della “democrazia che si estende al processo decisionale economico e sottomette tutte le forme di proprietà a standard liberatori, sociali ed ecologici. Senza democrazia nell’economia, la democrazia rimane imperfetta …». Così questo «diverso, democratico ordine economico» sarà un’economia di mercato regolamentata. Noi «riporteremo la regolamentazione della produzione e della distribuzione nel quadro del controllo democratico, sociale ed ecologico». «Il business deve essere soggetto a un severo controlli della concorrenza». (P. 5). Il controllo democratico dello sviluppo economico «presuppone che i mercati finanziari siano vincolati e riportati alla loro funzione di base di servire l’economia reale, vietando i fondi speculativi (P. 29), in combinazione con misure keynesiane rivolte a «stimolare la domanda interna». (P.28)

La classe operaia non ha alcun ruolo nella conquista del potere politico. Si parla di «conquistare le maggioranze» (p.20 ), si dice che il «socialismo democratico» può essere raggiunto entro le strutture “democratiche” della costituzione tedesca e dello “stato sociale di diritto”. I servizi di intelligence dovrebbero essere aboliti, ma il “controllo democratico” dell’esercito e della polizia sarà sufficiente a trasformarli in strumenti del socialismo.

– Partecipazione al governo

Secondo il programma la partecipazione al governo ha senso se si basa su un «rifiuto del modello neoliberista della politica» e conduce ad un cambiamento “social-ecologico”, se si può conquistare «un miglioramento del tenore di vita del popolo». In questo modo il «potere politico della Linke e dei movimenti sociali può essere rafforzato» e si può “battere” la sensazione di impotenza politica che esiste in molte persone (p 56).
Ci si chiede come questa posizione possa essere stata adottata solo un paio di mesi dopo la disfatta di ciò che era sempre stato presentato come esempio di punta della strategia del partito: il disastro di Berlino.
Nell’agosto 2010 la Linke è crollata alle elezioni per il Senato di Berlino. Dopo dieci anni di partecipazione al governo regionale di Berlino è scesa dal 22,3% all’11,5%.

Per dieci lunghi anni un governo di coalizione di SPD e Die Linke aveva governato la capitale tedesca. Aveva chiuso asili, tagliato sussidi e privatizzato 120.000 case popolari. Die Linke ha votato per la privatizzazione parziale del sistema di tram di Berlino, ha avviato una campagna contro la parità salariale nazionale per i lavoratori del settore pubblico (che ancora guadagnano notevolmente meno nella parte orientale) e si è espressa contro gli sforzi per portare la società idrica che rifornisce Berlino di nuovo sotto la proprietà pubblica. Ha contribuito inoltre a privatizzare una parte del principale ospedale di Berlino, portando a condizioni di lavoro peggiori e a salari più bassi.

Mathias Behnis, scienziato politico e portavoce della Coalizione di resistenza per l’acqua di Berlino e Benedect Ugarte Chacón, scienziato politico e portavoce dell’Iniziativa per lo scandalo della Berlin Bank, hanno dato una valutazione devastante sulla Junge Welt  del 20 Agosto 2011. Fin dall’inizio del 2002, la coalizione SPD-PDS (la PDS non era ancora la Linke) aveva chiarito quale percorso sarebbe stato preso quando approvò la copertura dei rischi della Bankgesellschaft Berlin. La coalizione assunse i rischi di un fondo immobiliare chiuso creato dalla banca per l’ammontare di 21,6 miliardi di euro. Da allora la regione di Berlino gestisce le perdite annuali di questa banca. La PDS accettò di garantire con denaro pubblico i dividendi degli azionisti di questo fondo.

Allo stesso tempo, conduceva una politica di bilancio restrittiva a spese, per esempio, delle indennità per non vedenti nel 2003, o del biglietto sociale per il trasporto pubblico urbano nel 2004, dopo che il governo federale aveva tagliato i finanziamenti. Sono state necessarie larghe proteste sociali per reintrodurre questo biglietto, ma ad un prezzo molto più elevato.
Non furono risparmiati gli asili nido e le università. Ciò portò a forti proteste studentesche e il 6 dicembre 2003 il Congresso di Partito della PDS presso l’Hotel Maritim di Berlino-centro dovette essere protetto dagli studenti, con la polizia antisommossa che disperse gli studenti per strada.
Nel maggio 2003 furono adottate misure per costringere i genitori a ordinare libri scolastici per la somma di 100 euro.

La Linke a Berlino è anche responsabile del deterioramento della situazione di migliaia di inquilini. Nel maggio 2004, vendette 65.700 case appartenenti alla società pubblica di edilizia residenziale GSW a un Consorzio tra il Fondo Whitehall della Banca d’investimento Goldman Sachs e la Società di investimento Cerberus, al prezzo scontato di 405 milioni di euro. Nel 2010 permise a queste società di trasformare migliaia di case di Berlino nell’oggetto di speculazioni di borsa.

Tagliarono anche i sussidi ai proprietari che affittavano le loro case a canone sociale, senza preoccuparsi di ciò che sarebbe accaduto agli inquilini. Per i vecchi appartamenti, in precedenza più economici, abitati prevalentemente da lavoratori a basso salario e disoccupati, gli affitti sono aumentati del 17%.

– L’acqua diventa una merce

Nel 1999, il precedente governo aveva venduto il 49,9% della Azienda di Approvvigionamento idrico di Berlino alla RWE e alla Vivendi (Veolia). La PDS ottenne il ministero dell’Economia nel 2002, ma non cambiò nulla. Il prezzo dell’acqua è aumentato del 33%. Sotto il precedente governo, la PDS aveva fatto una campagna contro la privatizzazione parziale, ma il ministro PDS Wolf ha fatto esattamente quello contro cui aveva combattuto: ha garantito i profitti degli azionisti privati ​​e il bilancio della città ha guadagnato dai prezzi elevati dell’acqua.

Nell’accordo di coalizione del 2006, la Linke e la SPD si erano impegnate alla rimunicipalizzazione dell’Azienda di fornitura idrica. Nulla è stato fatto. Peggio ancora, si opposero con tutte le forze a un grande movimento extra-parlamentare per la pubblicazione dell’accordo segreto di privatizzazione dell’Azienda di fornitura idrica. Più di 666.000 persone lo avevano chiesto con un referendum, mobilitandosi contro la coalizione. Dopo la vittoria del referendum furono costretti ad ammetterlo, ma si opposero a ogni iniziativa legale della popolazione.

Tutto ciò che avevano da dire a loro difesa era l’eterna frase di tutti i socialdemocratici: «senza di noi sarebbe stato peggio». No, sarebbe stato lo stesso o addirittura meglio, perché la loro partecipazione ha paralizzato parte del potenziale di resistenza.
Dopo essere stati sconfitti alle elezioni, si sono lamentati di non essere stati in grado di imporre il loro punto di vista alla SPD. C’erano state «restrizioni alla libertà di movimento», come disse il dirigente del partito Klaus Lederer. Certo, ma quando si promette di entrare in un governo per cambiare le cose, non si dovrebbe essere sorpresi quando la gente chiede che cosa hai cambiato.

Proprio come a Berlino, il partito ha partecipato a tagli e chiusure nei governi regionali del Mecklenburg-Vorpommern e del Brandeburgo.

Ciononostante, il Congresso di Erfurt ha concluso che la partecipazione al governo ha senso. La partecipazione a governi borghesi, locali e anche federali, ora è difficilmente contestata nel partito. La destra del gruppo dirigente ha anche utilizzato i recenti cattivi risultati per esigere che il partito la smetta con la sua “voglia di stare all’opposizione”. Esso deve dichiarare apertamente l’intenzione di ricercare la partecipazione a tutti i livelli di governo, soprattutto con il suo “naturale partner di coalizione”, la SPD. Dietmar Bartsch, uno dei loro principali portavoce, è sostenuto dal partito in tutti i cinque stati federati dell’est, dove l’organizzazione ha assai più membri. All’est la partecipazione ai governi sta diventando la norma.

Oskar Lafontaine, che viene visto come la sinistra del partito, non è mai stato contro la partecipazione del partito a coalizioni di governo, piuttosto il contrario. Egli è un keynesiano e sogna una sorta di stato sociale limitato al livello nazionale,  tornando indietro agli anni ’70. Egli e i suoi sostenitori continuano a formulare “principi” o “condizioni” che avrebbero dovuto essere accettati prima di accordarsi a partecipare al governo.
All’interno della Linke è ormai indiscusso che debba almeno cercare di entrare in governi regionali. La sinistra non osa dire che la Linke non deve. “Non possiamo lasciare che la SPD e i Verdi governino da soli. La politica sociale è possibile solo con noi” è stato il titolo del testo principale della direzione del partito al Congresso di Rostock nel 2010. Dobbiamo avere alternative alla coalizione CDU-FDP. Come se SPD e Verdi non fossero a favore di far pagare la crisi ai lavoratori. Non c’è più nessuna tagliente critica politica ai quei partiti.

«La Linke può governare anche meglio degli altri . E noi in Meclemburgo – Pomerania, abbiamo idee molto chiare su ciò che deve essere migliorato e come», ha dichiarato in quel congresso (14) Steffen Bockhahn, presidente regionale della Linke nel Land del Meclemburgo-Pomerania.
La Linke dice di unire la protesta sociale e politica alle possibili alternative e realizzazioni politiche nell’ambito del governo. Come se oggi ci fossero rapporti di forza che rendono possibile esercitare una tale  pressione sui governi da costringerli ad attuare riforme importanti a favore del popolo. Questi non ci sono e l’unica conseguenza di questo orientamento è quella di paralizzare i movimenti di massa, di inglobarli nel sistema, come abbiamo visto a Berlino.

Le esperienze di partecipazione comunista in governi europei hanno dimostrato che essa non ferma neppure le privatizzazioni, la regressione sociale, né le guerre imperialiste. Queste esperienze hanno scosso la fiducia nei partiti che hanno partecipato al governo,  mostrando che essi non sono diversi da qualsiasi altro partito.
La partecipazione a un governo borghese dominato dai monopoli capitalistici indebolisce le forze anticapitaliste.

In Grecia

Tuttavia alcuni partiti rifiutano di imparare da queste esperienze, dimostrando così che stanno diventando veri partiti social-democratici, pronti a prendere il posto di quelli vecchi screditati.
In Grecia più la possibilità di una vittoria elettorale sembrava realistica, più Syriza, la sezione locale del Partito della Sinistra Europea, rendeva il suo programma accettabile per la leadership dell’UE e la borghesia greca. Il loro programma di governo (15) è stato presentato come un “piano per porre fine alla crisi”. [ … ] «Unire il popolo intorno al programma di governo di SYRIZA per liberare la Grecia dalla crisi, dalla povertà e dalla sua cattiva reputazione.»

Da nessuna parte vi si menzionava il sistema capitalista come causa della crisi, ma solo la gestione “neoliberista”. Il programma è stato presentato come socialmente e fiscalmente equo. Ha promesso di annullare le più dure misure antisociali, aumentare il salario minimo e ripristinare il precedente livello di protezione contro la disoccupazione e la malattia. Ha promesso di togliere le tasse speciali per i redditi bassi e medi, ma il piano prevedeva «la stabilizzazione della spesa primaria ad un minimo del 43% del PIL, rispetto al 36 % del PIL previsto dal memorandum, e al massimo il 46% del PIL». Ciò avrebbe solo portato la Grecia alla “media attuale nella zona euro”. Si tratta di un programma che non sarebbe mai andato al di là del quadro capitalistico. «Organizzeremo il rilancio della produzione del paese, con spinte di crescita mirate a sostenere lo sviluppo delle industrie competitive.» Si prometteva solo di congelare la privatizzazione degli enti pubblici di importanza strategica che erano pubblici nel 2010, quando la crisi è scoppiata.

Sulla questione del debito il programma cercava un compromesso con la borghesia dominante dell’UE. Il programma di governo di Syriza di giugno è molto indietro rispetto al piano in 10 punti di Syriza per le elezioni del 6 maggio, dove si chiedeva una «moratoria sul pagamento del debito, la trattativa per cancellazione del debito (per alcuni debiti, non per “il” debito, come chiesto dal KKE) e … il regolamento del debito residuo con la clausola di salvaguardia per lo sviluppo economico e l’occupazione». (16) L’8 maggio, dopo le prime elezioni, Alexis Tsipras, il leader di Syriza, ha presentato un programma di cinque punti (17) come piattaforma per la formazione di un “governo di sinistra”. In questo testo si parla solo dell’«istituzione di un comitato internazionale di revisione (auditing) per indagare sulle cause del deficit pubblico della Grecia, con una moratoria su tutti i pagamenti del debito fino a quando vengano pubblicati i risultati della verifica.»

Prima delle nuove elezioni del 17 giugno, il suo “programma di governo” «chiedeva trattative per il nuovo accordo di finanziamento» . Non c’era alcuna richiesta radicale che i responsabili della crisi (gli industriali e capitalisti finanziari greci ed europei …) dovessero pagare. Syriza non avrebbe annullato il debito. Non erano previste misure radicali per far pagare i ricchi, né alcun modo di imporle. Tutto era da negoziare. Non sarebbe stata imposta “la cancellazione del regime fiscale pari a zero per gli armatori e la Chiesa”, ma “sarebbe stato ricercato un accordo” con il settore marittimo al fine di rimuovere le 58 esenzioni. Non era  contemplata alcuna misura per creare un governo capace di imporre queste stesse misure. Si sarebbero solo «portate le aliquote fiscali greche al livello del resto dell’UE», dove, come è noto, tutto il peso grava sui lavoratori. Da nessuna parte si poneva la questione del controllo dei lavoratori sull’amministrazione e il sistema economico. Chi avrebbe controllato i padroni, i banchieri? Nulla neppure sulla polizia e i militari. SYRIZA rimane nella NATO, nella UE.

– Dure lezioni del passato

Queste esperienze confermano le posizioni di Marx, Lenin e della Terza Internazionale in questa materia che escludono ogni partecipazione al governo, con l’eccezione di situazioni in cui il fascismo sia una minaccia reale, di situazioni in cui possa verificarsi una transizione ad un governo veramente rivoluzionario, o di situazioni pre-rivoluzionarie con lotte di classe molto importanti e favorevoli rapporti di forza ( ad esempio, il Cile negli anni ’70 o il Portogallo nel 1975 …). In queste situazioni , potremmo dover fare alleanze con forze che rappresentano strati non proletari ma sono oppresse da monopoli o minacciate dal fascismo o si oppongono alla guerra. Ciò solo a condizione che questo potere si orienti verso la democrazia popolare e il socialismo, che sia costruito un stato diverso,   controllato dai lavoratori, cosa che non si verificò in  Cile, dove la reazione ha massacrato allo stesso modo socialisti e comunisti.

Il governo dei lavoratori come proposto dalla Terza Internazionale è inteso come «il fronte unito di tutti i lavoratori e una coalizione di tutti i partiti dei lavoratori, sia in campo economico che politico, per lottare contro il potere della borghesia e infine rovesciarlo». Tale governo operaio è possibile solo se nasce dalle lotte delle masse stesse ed è sostenuto dalle organizzazioni militanti dei lavoratori.

Coloro che giustificano una coalizione con i partiti politici borghesi in istituzioni parlamentari usano spesso gli scritti di Dimitrov sul fronte unito contro il fascismo. È vero che Dimitrov ha criticato coloro che hanno rifiutato la politica del fronte unito ma, secondo Dimitrov, il fronte popolare antifascista deve essere creato sulla base del fronte unito dei lavoratori. Tale governo deve prendere misure rivoluzionarie, anticapitaliste.

Dimitrov avvertiva inoltre che «il mantenimento di un Fronte Popolare in Francia non significa affatto che la classe operaia sosterrà l’attuale governo (il governo del Fronte Popolare di socialisti e radicali guidati da Léon Blum, e sostenuto dall’esterno dal PCF, vedi più avanti) a qualsiasi prezzo … Se per qualche ragione il governo esistente dovesse rivelarsi incapace di realizzare il programma del Fronte Popolare, se prendesse la via della ritirata davanti al nemico in patria e all’estero, se la sua politica indebolisse la resistenza all’offensiva fascista, allora la classe operaia, mentre serrerà ulteriormente i vincoli del Fronte popolare, si adopererà per realizzare la sostituzione del governo attuale con un altro …» (18)

E questo fu in realtà quello che successe e il PCF ci mise troppo tempo per capirlo. Nel 1936, dopo la vittoria elettorale dei partiti di sinistra, si formò il governo Blum di socialisti e radicali, sostenuto dall’esterno dal PCF. Una grande ondata di scioperi fece pressione sul governo per costringerlo alle richieste scritte nel programma del Fronte Popolare, ma, con le parole del suo leader, questo governo si pose come obiettivo quello di trovare un modo per «recare il necessario sollievo a chi soffre» nel quadro della società esistente. Per Blum, la missione del Fronte Popolare era quello di «gestire la societàborghese» e di estrarre da essa «il massimo di ordine, benessere, sicurezza e giustizia». Non si poneva la questione di distruggere il capitalismo «che ha ancora una lunga strada da fare». In ogni caso il programma del Fronte Popolare non consentiva nulla del genere perché, a sue parole, «siamo un governo del Fronte Popolare, non un governo socialista, il nostro obiettivo non è quello della trasformazione del regime sociale, ma l’attuazione del programma del Fronte Popolare». (19)

Il governo Blum cadde dopo due anni e ai capitalisti francesi sarebbero bastati solo altri due anni per vendicarsi e riprendersi gran parte delle concessioni che avevano fatto. Su iniziativa del Partito Socialista,  il governo guidato dal leader del partito radicale Daladier il 21 novembre 1939 dichiarò illegale il PC e deferì i suoi deputati affinché venissero giudicati in tribunale. Gli stessi deputati radicali e socialisti il 7 luglio votarono la fiducia al governo traditore di Pétain .

Anche nei periodi in cui la partecipazione al governo può portare alla fase della lotta aperta per il socialismo, è necessaria la massima vigilanza.

La Terza Internazionale Comunista fu sciolta nel 1943. Dopo la vittoria sul fascismo fu ristabilita sotto il nome di Cominform. Il Cominform si è riunito solo tre volte. Gli incontri che ebbero luogo dal 23 settembre al 26 settembre 1947, trattarono la situazione in Francia e in Italia. I partecipanti criticarono la linea opportunista del PCF e del PCI per la loro politica di fronte unito durante l’occupazione e la loro successiva partecipazione al governo. (20) La politica di entrambi i partiti costituiva  una particolare espressione di una tendenza opportunista. Si riteneva possibile che la classe operaia potesse conquistare il potere in modo pacifico, legale e parlamentare. Era, nei fatti, l’adozione della linea socialdemocratica.

Era nell’interesse della borghesia, a causa della sua debolezza, collaborare con i comunisti durante e dopo la guerra. I comunisti avrebbero dovuto approfittare di questa situazione per occupare posizioni chiave, ma non lo fecero. Invece di conquistare un sostegno di massa al fine di prendere il potere, disarmarono le masse e diffusero illusioni circa la democrazia borghese e il parlamentarismo.

Invece di creare l’unità antifascista dal basso, con la creazione di strumenti provenienti dalle masse, unendo tutte le tendenze che erano davvero pronte a seguire la strada della lotta per il potere popolare, i leader del PCF e del PCI fecero l’errore di costruire un fronte antifascista dall’alto, sulla base della paritetica rappresentanza dei diversi partiti, mentre l’obiettivo dei partiti borghesi era di impedire una reale trasformazione del paese. Per realizzare questa politica i leader del PCF e del PCI presero a pretesto che qualsiasi rivendicazione diversa da quella di liberazione nazionale, qualsiasi rivendicazione di cambiamenti democratici radicali e rivoluzionari, avrebbe provocato il distacco di determinati gruppi sociali e forze politiche dal fronte antifascista.

L’incontro criticò il PCF per aver consentito e addirittura agevolato il disarmo e la dissoluzione delle forze della Resistenza con il pretesto che la guerra non era finita e che un’azione contro la politica di de Gaulle avrebbe portato a uno scontro con gli alleati. Si criticò anche l’atteggiamento generale del PCF e del PCI che avevano apertamente rinunciato a criticare la politica degli Alleati di fronte alle masse. Ciò rese più facile per gli imperialisti riconquistare le posizioni di prima della guerra, creando illusioni circa la loro “democrazia” e la loro capacità di aiutare disinteressatamente a ricostruire le nazioni liberate dal fascismo.

In generale, i delegati della Conferenza li rimproverarono di perseverare nelle illusioni di una via parlamentare al socialismo e di diffonderle tra le masse, invece di mobilitare quest’ultime contro la politica filo-americana dei loro governi, per una vera alternativa rivoluzionaria.

Oggi meno che mai

La prima domanda è: qual è il carattere della società in cui un partito comunista vuole partecipare al governo? Si tratta di uno stato capitalista. La sua base economica è il capitalismo e il suo compito è quello di gestire il capitalismo, proteggerlo e creare condizioni favorevoli per lo sviluppo efficiente del capitalismo. Questo stato ha adottato costituzioni e leggi, norme e regolamenti che hanno lo scopo di garantire l’ordine costituzionale, creando le condizioni per la crescita del capitale e prevenire conflitti all’interno della società.

La politica anti-operaia in questi stati non è colpa di politici cattivi o di cattivi partiti con programmi cattivi. Fintanto che i mezzi di produzione rimangono in mano privata, le aziende devono competere per sopravvivere, accumulare , aumentare i loro profitti, ridurre i salari, respingere le rivendicazioni sociali. Questa legge non può essere contrastata da politici “buoni” in governi con idee e programmi “giusti”. Persino Danielle Mitterrand, la moglie dell’ex presidente socialdemocratico della Francia, ammise a un giornalista: «Nel maggio 1981 (arrivo al potere di Mitterand) chiesi a François : “Ora che hai il potere perché non fai quello che hai promesso?”. Egli rispose che non aveva alcun potere di fronte alla Banca Mondiale, al capitalismo, al neoliberismo. Aveva conquistato un governo ma non il potere. Ho imparato che essere al governo, essere presidente, non è molto significativo nelle società soggette al capitalismo». (21)

Inoltre il capitalismo di oggi non può più riportarci ai giorni della cosiddetta “economia sociale di mercato” con  partecipazione sociale, come spera invece Lafontaine. Quello fu un episodio che deve essere visto nel contesto della competizione ideologica tra socialismo e capitalismo, della forza dei partiti comunisti dopo il periodo della Resistenza, quando le richieste potevano essere soddisfatte dai profitti nella fase di ricostruzione dopo la guerra.

Ciò non è più possibile e non è nemmeno più necessario alla logica capitalista. 25 milioni di disoccupati ufficiali nella UE a 27 premono sui salari e i mercati del lavoro ormai accessibili a livello globale riducono ulteriormente il prezzo della forza-lavoro. La disoccupazione di massa aggrava il bilancio sociale due volte: i salari in diminuzione portano meno reddito alla sicurezza sociale mentre un crescente numero di beneficiari deve essere sostenuto da questi stessi fondi. Il crollo del sistema sociale è solo una questione di tempo. Inoltre, le imposte sul reddito da attività d’affari diminuiscono nonostante l’aumento dei profitti e saranno necessari ulteriori tagli fiscali per rafforzare i capitalisti nazionali sui mercati internazionali.

Lo stato capitalista è lì per creare condizioni favorevoli all’aumento della redditività delle imprese, per creare, a beneficio di queste, nuovi mercati attraverso la privatizzazione e la redistribuzione del reddito nazionale in favore dei proprietari di capitale. È lì per mantenere calma o reprimere la classe operaia all’interno del paese e per garantire gli interessi del capitale nelle altre regioni.

Quindi, la partecipazione a governi in queste condizioni significa solo partecipare alla regressione sociale, sia pure un po’ più lenta. Ciò significa disarmare la resistenza dando false speranze al movimento operaio.

È chiaro che alcuni partiti ex-comunisti hanno scelto di partecipare al potere, spesso sapendo che ciò significa fare politica nell’interesse del capitale e partecipare alla distruzione delle conquiste sociali ottenute dalla lotta del movimento operaio.

La partecipazione al governo ha contribuito a smobilitare la tanto necessaria resistenza e lo sviluppo di un contro-potere. Oggi, per cambiare i rapporti di forza tra le classi, dobbiamo unirci per una serie di battaglie difensive contro la regressione sociale, creando un movimento, politicamente indipendente, di lavoratori e di coloro cui è impedito lavorare, e diffondendo una crescente coscienza anticapitalista nel movimento operaio.

La debolezza dell’opposizione comunista e dei sindacati di classe è la principale causa del dominio aggressivo del capitale nella maggior parte dei paesi capitalisti.

Abbiamo bisogno di un programma politico alternativo e dobbiamo lottare per esso. Esso deve comprende rivendicazioni immediate, ma anche la propaganda dell’abolizione dei rapporti di proprietà capitalistici. Queste richieste non devono essere indirizzate a potenziali partner in un governo di sinistra (che non esiste), ma al movimento organizzato dei lavoratori e agli altri ceti sociali sfruttati. Devono essere indirizzate a sindacati combattivi, a tutti i tipi di organizzazioni popolari, attive in questo o quel campo della lotta sociale, democratica, anti-imperialista o culturale.

La vera domanda è come i partiti comunisti si preparano per le prossime battaglie, come si organizzano, in modo da essere in grado di affrontare efficacemente le lotte emergenti, insieme con la classe operaia e la larga popolazione lavoratrice. La crisi incoraggia ampi settori del popolo lavoratore a voltare le spalle alla socialdemocrazia. Non dobbiamo offrire loro una nuova, rifatta socialdemocrazia. Ciò che è necessario è un partito rivoluzionario che tenga conto dell’attuale livello di coscienza, che faccia propri i problemi della gente comune, che parli un linguaggio comprensibile, che cerchi l’unità nella lotta con i gruppi più ampi. D’altra parte, deve essere un partito che non rinunci ai propri principi, che sia per una società senza sfruttamento dell’uomo sull’uomo, senza proprietà privata dei mezzi di produzione fondamentali, nella quale i lavoratori siano veramente liberi, con uno stato che protegga la libertà della stragrande maggioranza contro l’oppressione da parte della minoranza.

* Herwig Lerouge è membro del CC del PTB, responsabile della pubblicazione della rivista “Etudes Marxistes”

Note:

1) http://www.newstatesman.com/europe/2008/12/socialist-party-socialism?page=5&quicktabs_most_read=0

2) (http://www.rifondazione.it/v/doc/tesi_mag.html.) All the quotations on PRCI come from the article  «La classe ouvrière à l’ère des entreprises transnationales» by Peter Mertens, in the Issue 72 (2005) of « Études marxistes », http://www.marx.be/fr/content/%C3%A9tudes-marxistes?action=select&id=69 ; in Spanish : «La clase obrera en la era de las multinacionales», http://www.jaimelago.org/node/7)

3) Partito della Rifondazione Comunista. VI Congresso Nazionale. Relazione introduttiva del segretario Fausto Bertinotti

4) Partito della Rifondazione Comunista. VI Congresso Nazionale. Conclusioni del segretario Fausto Bertinotti

5) ibidem

6) La Stampa, 4 marzo 2005, p. 7, http://www.archiviolastampa.it/

7) Nouvel Observateur, 10 febbraio 1984

8) Michael Scherer, Amy Paris e.a., «Campaign inflation», in The Mother Jones 400, marzo 2001, http://www.motherjones.com/news/special_reports/mojo_400/index.html.

9) Junge Welt, 8 aprile 2004. http://www.jungewelt.de/2004/04-08/004.php.

10) http://www.european-left.org/nc/english/about_the_el/documents/detail/zurueck/documents/artikel/manifesto-of-the-party-of-the-european-left/

11) Ibidem

12) United Nations Economic and Social Council, 20 May 2011. Concluding Observations of the Committee on Economic, Social and Cultural Rights. Germany. http://www.ag-friedensforschung.de/themen/Menschenrechte/deutsch-un.pdf

13) http://www.die-linke.de/fileadmin/download/dokumente/programm_der_partei_die_linke_erfurt2011.pdf)  In inglese “Programme of the Die Linke Party” http://en.die-linke.de/fileadmin/download/english_pages/programme_of_the_die_linke_party_2011/programme_of_the_die_linke_party_2011.pdf

14) Disput, giugno 2010. http://www.die-linke.de/fileadmin/download/disput/2010/disput_juni2010.pdf

15) http://transform-network.net/de/blog/blog-2012/news/detail/Blog/a-road-map-for-the-new-greece.html

16) http://hellenicantidote.blogspot.be/2012/05/oh-my-god-syrizas-10-point-plan-to-save.html

17) http://www.ekathimerini.com/4dcgi/_w_articles_wsite1_1_08/05/2012_441181

18) Georgi Dimitrov, Opere Scelte in 3 volumi, Sofia Press. Ed. francese Vol. 2, p. 160

19) Citazioni da DANOS & GIBELIN, Giugno 1936 I e Giugno 36 II, Petite collection Maspéro, 2 volumi 1972. Citato in « Juliette Broder, Le Front Populaire en France ». Intervento al Seminario Comunista Internazionale: “Imperialismo, fascistizzazione and fascismo” Bruxelles, 2-4 Maggio 2000)

20) Intervento di Djilas del 25 settembre 1947. Giuliano Procacci (red.), Il Cominform : Minuti delle Tre Conferenze 1947/1948/1949, Milano, Fondazione Giangiacomo Feltrinelli & Russian Centre of Conservation and Study of Records for Modern History (RTsKhIDNI), 1994, pp 255-257)

21) Intervista di Hernando Calvo Ospina, 28 ottobre 2008. http://grandkasai.canalblog.com/archives/2012/05/08/24209147.html

 

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