Classe e masse. A proposito dell’obiettivo dei comunisti nel lavoro di massa

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Pável Blanco Cabrera* | elmachete.mx

http://www.resistenze.org/sito/te/po/me/pomegd14-017783.htm
02/04/2016

Noi comunisti divergiamo dalla concezione idealista secondo cui le trasformazioni sociali sono realizzate dagli individui, da personalità e al contrario concordiamo sulla concezione materialista della storia, dalla quale partiamo per la nostra analisi e nostri approcci sullo sviluppo sociale; rivendichiamo che in ogni processo rivoluzionario il protagonismo lo hanno avuto le masse, con le classi oppresse interessate a rompere con il vecchio ordine.

Tuttavia il concetto di masse è molto deformato oggi, per varie ragioni, di natura ideologica e di pratica politica dell’opportunismo.

E’ necessario che precisiamo questo per varie ragioni, tra cui la natura del Partito e il suo intervento nei processi di lotta che quotidianamente si sviluppano oltre il suo centro gravitazionale, ossia i luoghi di lavoro dove la classe operaia va a vendere la propria forza lavoro.

Il Partito Comunista non è un partito di tutto il popolo, è il partito della classe operaia, la sua avanguardia; tuttavia nella nostra epoca, la classe operaia per emanciparsi necessita di emancipare tutte le classi e i settori subalterni e ciò la rende portatrice di tutte le bandiere degli sfruttati e degli oppressi e gli interessi della classe proletaria sono a loro volta gli interessi popolari nel percorso programmatico. Questo però non significa che lo strumento di lotta della classe operaia, il suo stato maggiore, il partito politico rivoluzionario, debba convertirsi in un partito popolare, ma invece che debba lottare in ogni circostanza per assicurare il suo carattere di classe, la sua natura di classe, il suo carattere selettivo, combattivo, disciplinato.

E bisogna evidenziarlo: il partito di quadri è qualitativamente superiore al partito di massa e non solo per la differenza che c’è tra un militante e un affiliato, ma per la differenza che esiste tra rivoluzione e riforma. Questo ovviamente non implica il fatto che il partito di quadri debba limitarsi a una cerchia ridotta, al contrario, deve esser un partito grande, numeroso, presente nella maggior quantità di centri di lavoro possibili, ma senza perdere le sue caratteristiche qualitative. Né la setta deve confondersi con il partito di quadri, né il partito di massa va identificato con il partito forte.

Il partito di quadri cerca di qualificare i suoi militanti, educarli e prepararli per intervenire con maggiore efficacia nelle lotte della classe operaia, in primo luogo per forgiare la coscienza di classe, in secondo luogo per organizzarla politicamente e in terzo luogo per dirigere la sua lotta, secondo strategia e tattica, fino a raggiungere l’obiettivo del potere. Cosciente di questi obiettivi, il partito comunista non può essere una setta di illuminati, cattedratici della teoria che evitano in ogni modo l’intervento nelle lotte perché possono contaminare la loro purezza; e non stiamo facendo una caricatura del settarismo, perché questo dramma lo abbiamo vissuto nella storia del nostro Partito, quando tra il 1996 e il 2003 si impose una concezione che rifiutava ogni lavoro organizzativo tra la classe e il popolo, rifiutando il lavoro tra i sindacati. E’ certo che dietro questo c’era l’esperienza negativa delle organizzazioni di massa economiciste, che approdarono poi all’opportunismo.

E’ conveniente sottolineare che anche il concetto “partito di massa” può racchiudere un profondo settarismo. L’esperienza ci insegna che il partito di massa va ammorbidendo le sue concezioni teorico-politiche fino a diluirle nel sillogismo di maggior forza-minor identità, maggior forza-deriva ideologica.

Nel caso del PCM è assunto come partito di quadri e il centro del suo intervento è la classe operaia e il suo nucleo è il proletariato industriale. Questo lavoro è diretto, ossia l’intervento è propriamente politico e lo è anche attraverso le forme associative di massa della classe operaia, come sono i sindacati, i movimenti rivendicativi che questo va sviluppando. Questi lavori hanno molteplici espressioni e richiedono specializzazione, costanza, molta disciplina e totale serietà. Non si tratta di stare sulla soglia della fabbrica con agitazioni e propaganda, ma per il partito coomunista si tratta di stare dentro gli stessi luoghi di lavoro, eludendo la repressione, le liste nere, i licenziamenti, stabilendo con la classe operaia il vincolo tra la lotta rivendicativa e la lotta per il socialismo-comunismo, tra la difesa quotidiana dei diritti sindacali e lavorativi e la coscienza di classe, tra la lotta spontanea e la necessità e difficoltà di costruire il partito.

E’ provato che questo ruolo del partito comunista nel lavoro e nell’organizzazione di base tra la classe operaia non è assunto da nessun’altro. E che altre correnti di sinistra, deviazioni del marxismo, anche se hanno cercato di competere con i comunisti, hanno finito per deturpare la concezione di massa e di lotta di massa. Sia i trotskisti che la nuova sinistra, il maoismo e i sostenitori della liberazione nazionale.

Succede regolarmente che altre correnti politiche vadano verso il nuovo. Così la trasformazione dalla forma politica alle ONG fu massiccia negli anni ’90 e lo stesso avvenne con i cosiddetti movimenti sociali nel primo decennio del XXI secolo. Quelli che negli anni ’60, ’70, ’80, erano conosciuti come nuova sinistra (nuovi Bernsteniani sarebbe meglio) rivaleggiavano con i partiti comunisti nei luoghi di lavoro e nei sindacati, enfatizzando che la classe operaia aveva perso il suo carattere rivoluzionario e di fronte agli studenti, finendo per erigere un nuovo culto dello spontaneismo e le idee di Bernstein del movimento per il movimento stesso, senza dar importanza al fine, agli obiettivi.

Ma se il lavoro del trotskismo e la nuova sinistra ebbero la loro centralità negli studenti e in alcuni tratti di grezzo operaismo che divenne sindacalismo azzurro – finanziato dalle fondazioni della socialdemocrazia tedesca – l’impatto maggiore nel nostro paese l’ebbe per vari decenni, il maoismo.

Espresso come linea di massa a partire dal 1968 il maoismo impiantò quadri e attivisti nel nord del paese, nelle baraccopoli e sviluppò un lavoro tra le masse non proletarizzate, come i venditori ambulanti, i coloni, i bisognosi d’acqua, di luce e di altri servizi basilari, così come i contadini. Tale lavoro organizzativo regionale fu, in termini di crescita, di grande impatto e si trasformò in un modello del movimento di massa che, a immagine e somiglianza, si espanse a livello nazionale con i coordinamenti. E’ sotto l’egemonia di queste concezioni opportuniste che si suole affermare che il lavoro di massa è quello della gestione sociale, ossia la pressione per strappare allo Stato alcune concessioni destinate a essere palliativi, soluzioni temporanee.

In tal lavoro di massa l’economicismo è l’elemento unificante e l’aspetto ideologico non solo è secondario o subordinato, ma a poco a poco viene abbandonato, offuscato. Nella valutazione storica questo movimento di massa è passato da collaboratore dello Stato, a cinghia di trasmissione dello Stato. E senza vergogna si adatta ai tecnicismi che per la gestione impone lo Stato ai canoni che conseguono la modernizzazione burocratica, come adattarsi ai calendari dei progetti produttivi, alle norme e ai protocolli, uniformandos a tutto l’armamentario che l’industria del profitto della povertà costituisce. Gli ex organizzatori della lotta per ottenere concessioni alle dipendenze statali che riguardano la casa, lo sviluppo sociale, la terra, si convertono in funzionari di tali dipendenze e perfino in titolari di segreterie del governo federale. In ogni caso, tale movimento di massa ha fornito allo Stato contingenti di quadri che oggi realizzano il misero lavoro sociale che il ridotto bilancio assegna a questi elementi, con vari propositi:

a) lucrare sulla povertà (1) per utilizzarla elettoralmente a favore di una o l’altra delle opzioni politiche borghesi (2) che non è una questione minore, ma uno dei fattori del successo, con i quali la farsa della democrazia si alimenta;

b) contenere le masse impoverite nella logica che il sistema può anche dargli alcune soluzioni, anche passeggere, per mantenerli come riserve della controrivoluzione, come pilastro dello Stato;

d) L’utilizzazione di tali organizzazioni di massa come una forza repressiva, impiegandole come strumenti paramilitari contro organizzazioni e movimenti autonomi e indipendenti.

E’ tale il carattere complementare tra questa nozione del movimento di massa e lo Stato, che per esempio per le scuole della SEDESOL (Segreteria dello Sviluppo Sociale, ndt), SAGARPA (Segreteria di Agricoltura, Allevamento, Sviluppo Rurale, Pesca e Alimentazione, ndt), CDI (Commissione Nazionale per lo Sviluppo dei Popoli Indigeni, ndt) etc., dove passano i quadri e gli attivisti dei vari raggruppamenti e che questi adeguano il loro calendario di mobilitazioni-negoziazioni all’apertura di progetti produttivi.

Nonostante la fraseologia prosocialista, questa concezione dominante nel movimento di massa – sempre più debole in relazione diretta alla riduzione del bilancio pubblico in materia sociale dello Stato – deve esser criticata e sconfitta dai comunisti.

Per varie ragioni, che hanno la loro spiegazione, si è prodotta una discontinuità del lavoro dei comunisti nel movimento di massa del nostro paese. Il lavoro dei comunisti tra le masse proletarie fu un successo, con frutti come la CSUM (Confederazione Sindacale Unitaria del Messico, ndt) e l’unità sindacale espressa nei primi anni della CTM (Confederazione dei Lavoratori del Messico, ndt) e soprattutto l’organizzazione della classe operaia in sindacati di settore, soprattutto industriali, come ferrovieri, minatori, operai petroliferi, tessili. Anche con i contadini, ai tempi in cui le guardie bianche agivano con terrore contro coloro che cercavano di organizzare la lotta agraria. Ma ci sono altri esempi rilevanti, come il lavoro con il settore degli inquilini, soprattutto a Città del Messico e Puerto de Veracruz, con i disoccupati, con le donne, tra gli studenti e la gioventù nel senso più ampio; incluso direttamente con un lavoro apertamente politico tra le masse, come nella lotta contro il fascismo, la guerra, la solidarietà.

E in un periodo di reflusso della lotta di massa contro il charrismo e altri meccanismi statali di controllo sindacale, come gli scioperi magistrali, ferroviari e minerari.

Se valutiamo il periodo di riorganizzazione del partito dei comunisti, a partire dal 1994, vediamo quanto sia particolarmente segnato dall’esperienza negativa degli anni ’70, ’80 e ’90, che generò una posizione settaria, comprensibile nel momento in cui la cosa fondamentale era assicurare la costruzione del Partito, iniziando da zero e in condizioni ideologiche di colossale avversità. Così per esempio il rifiuto settario a lavorare nei sindacati controllati dallo Stato, ossia praticamente escludendoci da qualsiasi lavoro sindacale. Nonostante questo, incespicando, compagni provenienti da esperienze precedenti nel movimento di massa sollevarono lotte importanti. Inizialmente con Bandiera Rossa come organizzazione di lotta a Baya California, Chihuahua, la AOS nel centro di Veracruz, così come un lavoro nel SME (Sindacato Messicano degli Elettricisti, ndt) e il magistero. Questa esperienza e questo lavoro, minimi ma reali, cercammo di integrarli alla CUT (Centrale Unica dei Lavoratori, ndt) al tempo del fallito intento di unità organica con il PRS (Partito della Rivoluzione Socialista, ndt), ma con lo stesso risultato che a livello di partito: un fallimento, visto che la CUT concepiva il lavoro di massa rigorosamente gestito da parte dello Stato.

La domanda di fondo posta nella politica del nuovo passo che segnò il IV Congresso del Partito, è se la politica di massa dei comunisti debba circoscriversi alla logica imperante, che è quella che critichiamo, del maoismo. E la conclusione, è no. Tuttavia, la questione rimane.

Insistiamo, questa logica si lega direttamente alla dominazione statale, il controllo di un importante settore del movimento di massa, cooptazione e degenerazione di quadri e una azione senza uscita (mobilitazione-negoziazione) che non fa avanzare la politica rivoluzionaria, né il grado di coscienza e organizzazione di classe.

Il problema non è di lottare per le rivendicazioni immediate, ma la questione è legarle con l’obiettivo strategico dell’epoca, che è la Rivoluzione socialista, per cui è inaccettabile concatenarsi al riformismo e ciò comprende non solo l’aver chiara la direzione principale del nostro lavoro tra le masse, ma in assoluto non rieditare la politica riformista del lavoro di massa.

Perché alcuni compagni insistono nell’avere come modello la politica riformista nel movimento di massa, di semplice gestione? In primo luogo sicuramente perché la svolta operaia non da risultati immediati e vistosi, né lega nel breve periodo la politica dei comunisti con le masse proletarie, è arido il cammino e ancora è molto lontano il tempo dei primi buoni raccolti, su questo bisogna avere una grande pazienza.

Ricapitoliamo.

Il centro della politica di massa del Partito Comunista sono le masse proletarie, ossia, specificatamente la classe operaia. Questo in primo luogo. Se manteniamo la concentrazione delle forze in questa direzione i risultati ci daranno una politica rivoluzionaria, non solo in un Partito Comunista forte per la sua quantità, ma per la sua composizione. Una politica dei comunisti per organizzare e rendere cosciente le masse proletarie deve appoggiarsi sull’esperienza storica dell’Internazionale Comunista, nell’orientamento tattico di maggior elaborazione, che è, nella mia opinione, quella del fronte unico dal basso (3). In questo la nostra I° e II° Conferenza Operaia Sindacale hanno segnato passi importanti.
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Come parte della politica di raggruppamento antimonopolista, anticapitalista e anti-imperialista, il PCM deve raggruppare gli strati medi e i settori popolari sulla base delle loro aspirazioni e rivendicazioni, a condizione di rivoluzionarle, ossia politicizzarle, connettendole con una politica anticapitalista conseguente, per l’alternativa del socialismo-comunismo, in quanto condizione essenziale affinché le masse in generale e le masse proletarie nello specifico trovino vere soluzioni alle loro richieste.

Alcuni compagni criticano alcuni elementi di settarismo nella nostra politica, in quanto importanti settori popolari si trovano sotto l’influenza della socialdemocrazia e non c’è nella nostra politica e parole d’ordine una connessione che getti ponti affinchè possano abbandonare questo campo e collocarsi nel campo rivoluzionario. Tuttavia l’argomento pone una questione seria, che è quella di abbandonare il fronte ideologico con la socialdemocrazia ed infine con la stessa borghesia. Si dice che la nostra politica è astratta e che le nostre parole d’ordine non hanno corrispondenza con il livello di coscienza contemporaneo delle masse, che è arretrato. Ma non si tratta di abbassare, come ripeteva Lenin, il contenuto delle nostre parole d’ordine per pregare le masse, ma di elevare la loro coscienza affinché assumano la politica rivoluzionaria della classe operaia. Ci criticano anche per non piegarci ai movimenti spontanei, ma è sbagliato voler conquistare le masse assumendo criticamente le loro errate rivendicazioni.

Gli scontri presenti e futuri, che accentuano il conflitto di classe, non saranno che aneddoti se la nostra politica di massa non afferra le posizioni sviluppate dal IV° e V° Congresso del PCM. Sulle parole d’ordine, metodi, lotta alle deviazioni, soprattutto quelle settarie-opportuniste, che occorre abbondare, tuttavia oggi vogliamo precisare a chi ci riferiamo, quando parliamo di masse e puntualizziamo: masse proletarie, classe operaia. Questo è l’ambito di intervento del PCM, che non è minimo, né ridotto come alcuni pensano, ma complesso, con gradi di organizzazione, livelli di coscienza che richiedono un grande impegno nella ricerca, nello studio, nella elaborazione teorica e nella pratica dei comunisti per una politica corretta che abbia parole d’ordine, giuste e opportune. Il resto, non è importante.

* Primo Segretario del Partito Comunista del Messico (PCM)

Note:

1) Grande affare nel nostro paese, dove 60 milioni di abitanti si trovano in situazione di estrema povertà
2) Tutti i partiti borghesi hanno la loro espressione di massa e tutti hanno usato la gestione statale per rafforzare le proprie
3) Apporto fondamentale del XII Plenum del Comitato Esecutivo dell’Internazionale Comunista

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