13735305_1282705531770183_1867031648_nUna tragedia usata per paragonare Stalin ad Hitler.

Nel recente viaggio in Armenia, nel discorso e in un’intervista, Papa Bergoglio ha rievocato, usando il termine genocidio, le tragiche vicende del popolo armeno sotto l’Impero ottomano nel 1915 durante la prima Guerra mondiale. Richiesto del perché avesse sollevato la questione, ha aggiunto: “ho sempre parlato dei tre grandi genocidi del secolo scorso, quello armeno e poi quelli compiuti da Hitler e da Stalin” (Corriere della Sera, 27 giugno 2016). Ci si può in effetti domandare sul perché di quell’esternazione, per la quale ha ricordato anche parole simili di suoi predecessori, e che ha fra l’altro suscitato ancora una volta una prevedibile reazione diplomatica della Turchia in questo momento cosi cruciale per quel paese. Non si sfugge al pensiero che la complessiva affermazione, di portata grave ma di errato fondamento, costituisca una meditata costruzione aderente ai dettami del pensiero unico del sistema occidentale. Solo in apparenza abile: incontrando la generale e coltivata ignoranza e l’incrostazione di pregiudizi stabilita dal pensiero unico, la costruzione propone una terna di reali o asseriti genocidi come il canone dell’esemplarità negativa. Si parte dall’episodio armeno relativamente minore ma per così dire estraneo ai grandi conflitti del novecento, quasi a garantire un punto di avvio ‘neutrale’, si pongono al centro i genocidi hitleriani, gli unici generalmente indiscussi, e si culmina –forse anche suggerendosi un andamento di crescendo degli orrori- con quelli attribuiti a Stalin, che fino a qualche decennio fa nemmeno i più accaniti anticomunisti, pur nella condanna degli episodi relativi, avrebbero qualificato come genocidi. E in tal modo, fra l’altro, consacrandosi l’improponibile equiparazione di Stalin a Hitler, cara appunto al pensiero unico.

La selezione delle tre vicende ha anzitutto carattere del tutto arbitrario. Voler individuare i tre grandi genocidi del secolo XX° cancella il fatto che tutta la storia moderna, dalla scoperta delle Americhe, è costellata di enormi e indiscutibili genocidi, sui quali fra l’altro si fondano gli attuali Stati delle due Americhe, a partire dagli USA. L’intera storia coloniale, poi, è costituita da genocidi, che si sono protratti fino al secolo XX°, anche dopo il superamento almeno formale del colonialismo: si pensi solo al genocidio nel Ruanda. Il ritaglio effettuato dalle parole papali non ha senso se non nella strumentalità dell’operazione.

Questa converge con una recente tendenza, probabilmente anch’essa coltivata strumentalmente, consistente nel ‘riconoscimento’ di certi genocidi ad opera di determinati Stati, soprattutto occidentali. Un riconoscimento effettuato con atti legislativi, che spesso arrivano a sanzionare penalmente chi si ponga in contrasto con siffatte qualificazioni. Anche qui non è forse un caso che, a parte la Shoa, sia venuta in gioco, quale aggancio emotivamente utile, la vicenda armena, suscitandosi così conflitti diplomatici con la Turchia, che non nega la tragica sorte subita dal popolo armeno, ma ne contesta il carattere genocidario. Come escludere che voglia arrivarsi a un risultato analogo con gli episodi attribuiti a Stalin? Ma si tratta, con siffatti riconoscimenti, di una tendenza insana e non in linea con la vigente disciplina internazionale del genocidio, che risale alla Convenzione basata sul testo approvato dall’Assemblea generale delle NU con ris. 260 (III) del 9 dicembre 1948. Tale disciplina,  a parte la responsabilità internazionale degli Stati, impegna questi a punire il crimine di diritto internazionale di genocidio, negli atti specificamente individuati dalla Convenzione, quali crimini degli individui attori, anche se organi statali, da perseguirsi attraverso le istanze giudiziarie dello Stato individuato come competente o eventuali tribunali internazionali costituiti a tal fine. Particolarmente significativo è che viene stabilita la giurisdizione della Corte internazionale di giustizia dell’Aja per l’interpretazione e l’applicazione della Convenzione: quindi anche, deve ritenersi, qualora vi fosse contrasto fra Stati circa la qualificazione di determinate vicende come genocidio.  È pertanto da escludersi che tale qualificazione possa essere compiuta in sede politica o legislativa dagli Stati o da qualunque autorità, Papa compreso: solo la libera indagine storica e giuridica potrà farlo in sede scientifica, giuridicamente solo le diverse autorità giudiziarie richiamate. L’atteggiamento attualmente seguito, lungi dal favorire le pacifiche relazioni fra gli Stati, può portare solo a gravi contrasti e il caso della Turchia ne è un esempio. Questo Stato ha emanato per reazione una legge per cui si condanna, come lesivo dell’onore nazionale, chi affermi il ‘genocidio’ armeno. Con esiti paradossali: chi nega il ‘genocidio’ armeno (e dunque le stesse autorità turche o gli ossequenti alle leggi turche) potrebbe venire condannato nei Paesi del riconoscimento; chi lo afferma (comprese le autorità dei Paesi riconoscenti) potrebbe subire la stessa sorte in Turchia. Bel contributo alle pacifiche relazioni!

Ma il ricorso alla Convenzione del 1948 permette di stabilire il punto essenziale che smonta la costruzione della terna papale. Per l’art. 2, perché si possa parlare di genocidio rispetto a una serie di atti che vengono definiti, occorre che questi siano ‘commessi con l’intenzione di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso, come tale’ (corsivo nostro). Un elemento soggettivo, dunque, e cioè l’intento o addirittura un progetto volto  all’indicato fine distruttivo (ed è soprattutto questo il punto contestato dalla Turchia), e un elemento oggettivo, che riguarda la vittima del progetto, una popolazione individuata sotto un profilo per così dire biologico. Nelle vicende anche tragiche dell’Unione Sovietica, alle quali non restano estranee responsabilità degli Stati occidentali, sono in realtà assenti ambedue i presupposti, dato che le situazioni lamentate o non furono provocate intenzionalmente e su piani deliberati (secondo quanto invece si favoleggia per la carestia ucraina degli anni ’30) o comunque non miravano a distruggere un’entità nazionale: nel caso dell’Ucraina, la carestia provocò un’enorme quantità di vittime, non certo peraltro superiore a quelle causate negli anni venti dalla guerra civile e dall’intervento dei Paesi occidentali, ma basti riflettere al grande numero di Ucraini anche dirigenti impegnati nel partito bolscevico, e dunque dall’altra parte della barricata, per confutare l’ipotesi.

Non si obietti che il richiamo della Convezione del 1948 costituisca un argomento formalistico. Il discrimine è essenziale, perché è quello tra misure contro individui e popolazioni per quel che si è (dato biologico) o invece per quel che si fa (o si è accusati di fare). E’ un discrimine assoluto nella definizione del genocidio, che non è riconoscibile dove le misure abbiano fondamento essenzialmente politico. Il discorso non pregiudica di per sé il giudizio sulle misure dell’epoca di Stalin, e cioè se condannabili o meno, ma le fa rientrare comunque in un quadro estraneo alla problematica del genocidio.

In proposito non può dimenticarsi che l’Unione sovietica è stata parte attiva nella preparazione della Convenzione del ’48, e la ha ratificata. Sarebbe ben singolare che avesse predisposto un atto internazionale vincolante che avrebbe potuto comportare la messa sotto accusa e la condanna di suoi dirigenti.

Ma, ancor più, a conclusione: i popoli sovietici sotto Stalin sono stati le vittime del più grande genocidio hitleriano, quello della guerra di aggressione del 1941, che è stata condotta con propositi e modalità genocidari ai danni dei ‘sottouomini’ slavi e in primo luogo russi per la conquista dello spazio vitale da parte del nazifascismo: ai sei milioni di vittime ebree (e a tutti gli altri) vanno fatti precedere i più di venticinque milioni di Sovietici morti nella guerra genocida. E questa, sì, condotta secondo i due criteri riconosciuti dalla Convenzione del 1948. Ed è principalmente alla lotta dei Sovietici che si deve lo schiacciamento del nazifascismo, mentre non va dimenticato l’atteggiamento compiacente degli Stati capitalisti e della stessa Santa Sede davanti alla crescita del nazifascismo.

Il gioco di prestigio perpetrato attraverso la terna di Papa Bergoglio si svela come adesione e promozione del sistema del pensiero unico occidentale, strumento certo non di verità né di pace. La criminalizzazione di Stalin è esercizio quotidiano di un sistema in profonda crisi, che deve distruggere financo la memoria dell’unica alternativa realizzata di contrasto a lungo vittorioso contro il sistema capitalistico, imperniata sul nome di Stalin. È un fatto molto triste e doloroso che l’esternazione papalina si iscriva in tale ambito.

Aldo Bernardini, già Rettore dell’Università di Chieti e membro della Direzione Centrale del Partito Comunista.

18 Luglio 2016

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